4 MAGGIO 2018

Partenza del giro d’Italia da Gerusalemme, tappa cittadina (cliccare sull’immagine per ingrandire).
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barbara

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DI PERSONA

Per una volta, il riconoscimento è arrivato in tempo.

Qui Firenze – Elena e Vittoria tra i Giusti

Due nuovi nomi arricchiscono il libro dei Giusti tra le Nazioni onorati dallo Yad Vashem: Vittoria Valacchi e sua zia Elena Cecchini. Entrambe fiorentine, aiutarono la famiglia Salmon (padre, madre, tre figli) a mettersi in salvo dai rastrellamenti ospitando l’intero nucleo familiare in una casa di loro proprietà nel comune di Samprugnano. Una storia di coraggio onorata ieri in sinagoga a Firenze con una presenza forse irripetibile in futuro: la presenza di un Giusto, la signora Valacchi, che a 98 anni ha ricevuto personalmente il massimo riconoscimento conferito dallo Stato di Israele a chi oppose la luce al buio della Shoah. Un’iniziativa svoltasi non a caso nelle ore in cui si celebrava la conclusione della festa di Chanukkah, la festa delle luci per antonomasia. È stato proprio questo il messaggio che la Comunità ebraica, nella figura del suo presidente Sara Cividalli, ha voluto mandare a pochi giorni dall’analoga cerimonia svoltasi in memoria del “Giusto” Gino Bartali. Ad intervenire anche rav Joseph Levi, rabbino capo di Firenze. Il riconoscimento è stato consegnato da da Sara Gilad, prima assistente per gli affari pubblici e politici dell’Ambasciata d’Israele a Roma. Clicca qui per leggere la testimonianza di Paolo Salmon, pubblicata su Italia Ebraica di dicembre e riproposta ieri dal quotidiano fiorentino La Nazione in un articolo a firma di Roberto Davide Papini.

Il Bene che vince

Dopo una lunghissima attesa di decenni, ieri, a Firenze, è stata finalmente consegnata alla signora Vittoria Valacchi e alla memoria della signora Elena Cecchini l’onorificenza dello Yad Vashem di “Giusto tra le Nazioni”. È stato, infatti, grazie al coraggio di queste due donne e di molte altre persone “qualunque” che la famiglia dei miei nonni, con mio papà, le mie due zie e il mio bisnonno, è interamente sopravvissuta alle persecuzioni naziste, trovando asilo in un nascondiglio della campagna toscana predisposto per loro; questa famiglia ebraica con tre bambini, braccata, umiliata, affamata e spaventata, veniva costantemente rifornita non solo di cibo, ma di quelle premure che, in quelle circostanze, equivalevano a un vitale balsamo morale. Inoltre, il beneficio immenso di quel “banale eroismo”, protrattosi per mesi, dal novembre 1943 all’agosto 1944, non si è mai esaurito, poiché ha continuato ad agire anche nei decenni a venire. È stato proprio grazie alle gesta quotidiane di queste due donne “qualunque” che i ricordi dei miei cari su quell’epoca mostruosa, negli innumerevoli racconti che ho sentito fin da bambina, sono sempre stati illuminati da un quasi assoluto “dominio del Bene”. E quando (spesso) mi capitava di obiettare e di pretendere, nelle discussioni familiari, che si smascherassero il collaborazionismo, la viltà, la slealtà, la meschinità di tanti altri italiani, era come se incontrassi una specie di “sordità”, un “muro”. I nonni, e ancora oggi mio papà e le mie zie, hanno sempre e solo ripetuto ostinatamente: “dobbiamo la vita a persone buone”. Quanto mi arrabbiavo, da ragazza, a vedere quella reazione, pensando alle famiglie che invece erano state tradite o abbandonate, emarginate o condannate a morte da denunce e spiate! Ci ho messo anni a capire (e con fatica) che chi ha vissuto un’esperienza così intensa del Bene finisce col consentire che quel Bene “dei pochi” si espanda fino a sovrastare del tutto il ricordo del male “dei tanti”. E ora che, invecchiando, sono un po’ più capace di “ascoltare”, ho intuito che proprio in questo deve celarsi il senso del suggestivo detto ebraico “chi salva una vita, salva il mondo intero”. Elena e Vittoria non solo hanno salvato la famiglia di mio padre, ma hanno lasciato in eredità a noi figli e nipoti quello che si è rivelato un autonomo, fenomenale riferimento etico: la gratitudine.

Laura Salmon, slavista

E meno male che, tra tante brutture che vediamo intorno a noi, si intravede anche qualche spiraglio di luce (NOTA: entrambi i brani sono presi da Moked).
Vittoria Valacchi
barbara

GRAZIE A GINO SONO ARRIVATO A HAIFA

“Dopo le persecuzioni, dopo la Shoah, ho voluto cambiare vita. E ho creduto nel sogno Israele”. Lo racconta a Pagine Ebraiche Giorgio Goldenberg, l’ebreo fiumano la cui testimonianza si è rivelata decisiva per attribuire a Gino Bartali il titolo di Giusto tra le Nazioni. L’incontro avviene a tre anni dall’intervista in cui, sulle colonne del giornale dell’ebraismo italiano, aprì un fronte inedito sul coraggio di Ginettaccio. Non solo staffetta clandestina di documenti falsi ma anche protettore di una famiglia in un appartamento di sua proprietà in via del Bandino, quartiere Gavinana, a Firenze. I Goldenberg, appunto. Giorgio è in Italia, ospite di una trasmissione televisiva. Per abbracciare Andrea, il figlio di Gino. Ma soprattutto per testimoniare ai giovani questa incredibile storia di sport, valori e solidarietà. Raccontare, toccare con mano il passato è sempre un’esperienza emozionante. Giorgio va oltre la sua storia di salvezza e affronta il disagio, la paura ma anche le speranze di una generazione tradita e in cerca di un nuovo inizio. A riavvolgere il nastro è Nahum Goldmann, leader sionista che avrebbe fondato e presieduto, per quasi 30 anni, il World Jewish Congress. Primavera 1945: nella Palestina sotto mandato britannico, di lì a poco Stato di Israele, arriva un barcone carico di ebrei italiani. Sono in grande maggioranza giovani e giovanissimi, i pionieri di un’utopia che sarebbe presto divenuta realtà. Giorgio viaggia con loro. È all’alba della sua adolescenza ma ha già vissuto, come i compagni di viaggio, esperienze terribili e anni sofferti. Su quella nave c’è anche Sergio Minerbi, poi ambasciatore a Bruxelles, oggi esponente di spicco della comunità degli Italkim. “Fu un momento molto emozionante e ancora vivo nei miei ricordi. Arrivammo ad Haifa – spiega Giorgio – e, una volta sbarcati nel porto, fummo accompagnati dai soldati nel campo di Atlit. Di là la Sochnut, l’Agenzia Ebraica, ci dispose in vari kibbutz. Io fui accolto a Ma’abarot, dove rimasi per quattro anni”. Il taglio col passato, per Giorgio, è netto. La voglia di chiudere, di gettarsi alle spalle il dolore irresistibile. E così avviene: Giorgio Goldenberg diventa Shlomo Pas, nome con il quale è ancora registrato all’anagrafe di Kfar Saba, suo comune di residenza. Abbandona inoltre l’italiano per immergersi completamente nella nuova lingua e nella nuova realtà, che trova subito dinamica e coinvolgente. È un momento di svolta: la fine del mandato britannico, la nascita nel ’48 dello Stato di Israele, la durissima prova di una guerra su più fronti. Pas sfoglia le pagine della sua vita con grande lucidità e commozione. Ricorda gli anni come dirigente della Israel Chemicals. La sfida di stimolare il comparto industriale, la responsabilità di rappresentare efficacemente le istanze di Israele e della sua imprenditoria nel più ampio contesto internazionale. Prima in Brasile, dove si ferma per sei anni. Quindi in Italia, il paese che a partire dal 1938, con la promulgazione delle leggi razziste, aveva mostrato il suo volto peggiore a Giorgio e chi, come lui, aveva l’unica colpa di essere ebreo. Al suo fianco siede Mina, l’inseparabile compagna di tanti momenti felici. Si conoscono in Italia. Shlomo è di stanza a Roma, Mina lavora all’ambasciata d’Israele. È colpo di fulmine. “Ogni settimana dovevo inviare una relazione sulle mie attività. Mi serviva qualcuno che sapesse scrivere a macchina. Così Mina veniva a casa mia il venerdì – sorride – per andarsene soltanto la domenica”. Ma il periodo romano è illuminante anche per altri motivi. “Col tempo ho capito che l’idea di chiudere con il passato è sbagliata. Il passato – dice – è sempre presente, il passato non si può cancellare”. La testimonianza in favore di Gino Bartali e del cugino Armandino Sizzi, gli eroi silenziosi della sua infanzia, ha rappresentato in questo senso un ulteriore incentivo a fare i conti con i cassetti dell’armadio della vita rimasti per troppo tempo chiusi. Shlomo, seguito da Mina, è voluto così tornare – una prima volta – nell’istituto religioso di Settignano che lo accolse per alcuni mesi e, assieme ad Andrea Bartali, nella cantina dell’appartamento del Bandino che fu per lui, per la sorellina Tea, per i genitori, l’ultimo rifugio prima della Liberazione dal giogo nazifascista. Ha potuto valutare ancora una volta come il tempo alteri la percezione delle cose (“Una cantina davvero piccola, me la ricordavo più grande”) ma soprattutto ha preso nuovo slancio per raccontare, nelle scuole israeliane, l’avventurosa storia della sua famiglia e l’amicizia di suo padre Giacomo con il campione di Ponte a Ema. “La terza generazione di israeliani – racconta Pas – è curiosa, la più curiosa di tutte, e si interessa di quegli anni molto più delle due che l’hanno preceduta. È una generazione che comincia a capire che è facile parlare ma non altrettanto agire. Adesso, fortunatamente, esiste un’ora educativa all’interno della quale è possibile affrontare argomenti a lungo visti come veri e propri tabù”. Shlomo non si considera un grande oratore ma quando prende la parola, dice, “nelle classi c’è il silenzio più assoluto, non vola una mosca”. E se la dimensione pubblica che ha assunto porta con sé inevitabilmente anche qualche fastidio (“il telefono che squilla di continuo, i giornalisti che mi tormentano”), tutto passa in secondo piano in virtù del rapporto che si è rafforzato con i giovani, i giovani che avevano la sua stessa età quando, senza alcuna certezza, Giorgio sbarcò ad Haifa. Oggi la certezza si chiama famiglia: una famiglia numerosa, bellissima, calorosa. “Una grande gioia” commenta Shlomo, che da quando è andato in pensione si occupa a tempo pieno di traduzioni (è traduttore ufficiale dell’ambasciata italiana a Tel Aviv) con lo stesso entusiasmo che immetteva nel suo lavoro dirigenziale. Resta ancora un capitolo da schiudere del tutto: la prima infanzia a Fiume, città in cui è nato e dove è vissuto fino alla repentina fuga dei Goldenberg verso Firenze. La sinagoga di via Pomerio bruciata dai nazisti, la casa di via Leonardo da Vinci, la gioielleria degli zii nel corso cittadino. Il ricordo c’è, anche se sbiadito. A differenza di Firenze – dove abita il cugino Aurelio, che incontra almeno una volta all’anno – il Quarnero non è una meta abituale dei suoi viaggi. Troppo il dolore, troppa la sofferenza accumulata in quei luoghi. Come ha spiegato anche in una recente intervista concessa al quotidiano fiumano in lingua italiana La voce del popolo: “Sono tornato a Fiume otto o nove anni fa. Non è stata un’esperienza piacevole. Non è più la mia Fiume, non la riconosco più”.
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(Giorgio ancora ragazzino con la sorella e i genitori)

Adam Smulevich, Pagine Ebraiche novembre 2013
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Oggi, 18 novembre, si svolge nella sinagoga di Firenze la cerimonia per la consegna della medaglia di Giusto fra le Nazioni alla memoria di Gino Bartali.

barbara

AGGIORNAMENTO: l’ambasciatore d’Israele a Roma Naor Gilon consegna l’attestato dello Yad Vashem ai tre figli di Gino Bartali, Andrea, Luigi e Biancamaria
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e qui la cronaca.