CARA CINA TI SCRIVO 2

Premessa importante: per ogni attività che fallisce, c’è un cinese pronto a comprarla per due soldi. E l’imprenditore fallito DOVRÀ vendergliela, perché lui deve mangiare, e nessun altro, qui, è in grado di comprargliela, perché chi non è ancora fallito è messo poco meno peggio di lui. E quando si saranno comprati tutta l’Italia, ci terranno per la gola, o per le palle, che dir si voglia, e faranno di noi tutto ciò che vorranno. (Sì, è una sorta di Cartago delenda est. Fino a quando il dragone non sarà messo a terra e in condizioni di non nuocere, continuerete a ritrovarvelo. Ovviamente lo salterete e passerete al post senza leggerlo, però sapete che c’è)

Questa qui che arriva adesso è una cosa complessa, una roba di economia politica (credo), però è spiegata bene, e anche chi in materia è analfabeta totale, qualcosina riesce a capirci.

Tra Draghi e il Dragone: italiani profughi della nuova Guerra Fredda, occhio al precedente greco

La contesa tra due blocchi, entrambi devotamente europeisti, ma l’uno sinofilo e l’altro sinofobo

Non ci beviamo che la politica estera italiana sia in balia di dilettanti, e men che mai di un sondaggio Swg. È al solito plasmata dai salotti buoni dell’economia e della politica, le cui infatuazioni e compromissioni sono per convenienza scaricate sui relativamente vulnerabili Di Maio e Di Battista, quando non direttamente sull’inerme popolo italiano
Si può essere tentati, e per “déformation professionnelle”, e perché è in genere l’approccio più proficuo, di analizzare gli eventi italiani di questi mesi tenendo meramente conto delle interazioni tra economia, mercati e politica europea. Chi vi scrive non è tuttavia miope abbastanza da non aver notato il convoglio militare russo a zonzo per l’Italia in cerca di photo op, e il servizio fotografico è stato innegabilmente suggestivo, o l’ancor più significativa attività di information war cinese; né è sordo abbastanza da non aver colto la cagnara globale che le è seguita. Tenteremo qui di mettere ordine in questo groviglio di eventi, di denunciare molteplici episodi di disonestà intellettuale, ed infine di evidenziare le connessioni più ovvie, senza alcuna velleità di svelare tutto, e perché la somma sapienza è in questo Paese prerogativa di una manciata di famiglie cui non apparteniamo, e perché, se davvero sapessimo tutto, non saremmo qui a spiattellarlo gratis.
Il solitamente apprezzabile Geminello Alvi, evidentemente irritato da un periodo di isolamento sociale che pare averne leso non solo la serenità ma soprattutto la franchezza, tonitruante descrive prima il sinofilo Di Battista come un analfabeta da restituire ai villaggi turistici, poi accusa di Maio di mancare della “percezione costante di trattati e alleanze che legano l’Italia all’Europa e all’Occidente” e “di aver fatto arrivare i camion dell’Armata Rossa e i militari russi, e i cubani, nonché i cinesi”. E continua imperterrito con una condivisibile foga anticinese, che proprio rifiuta di scindere da un forzato europeismo germanofilo di corredo, al punto da teorizzare tra le righe qualcosa di riconoscibilmente listiano, un’Europa blocco commerciale altamente protezionistico motore della deglobalizzazione. Prenderne nota.
Riscuote invece il plauso di chi vi scrive Luigi Bisignani, che su Il Tempo ci fa il favore di non darci a bere che la politica estera italiana sia in balia di dilettanti, e men che mai di un sondaggio Swg. Tutt’altro. Bisignani ci presenta Colao, e prima scrive che a supportarlo sono “Enrico Letta e Paolo Gentiloni, con l’appoggio di tutto un mondo cattolico, tra cui spiccano Massimo Tononi, ex presidente di Cassa Depositi e Prestiti, Romano Prodi, i soliti Guzzetti e Bazoli e i consulenti di McKinsey“, poi aggiunge che “il gruppetto d’assalto che fa il tifo per Colao a cui si è aggiunto furbescamente in corsa Matteo Renzi, pensa a lui in chiave squisitamente europea vista la sua repulsione per Donald Trump. L’inglesità di Colao piace ad un altro innamorato come lui di tecnologie e piattaforme digitali, Davide Casaleggio, che ha passaporto Uk. Il guru del Movimento 5 Stelle, vicino ai big tech cinesi, sa pure che General Atlantic, il fondo di Colao, di atlantico ha solo il nome. Investe, infatti, massicciamente nel Paese del Dragone e ha una decina di società cinesi in portafoglio che si occupano di piattaforme streaming e biomedicali. Mentre Draghi, al contrario, è considerato da sempre, per studi, vocazione e rapporti, l’italiano più vicino alle lobby di potere Usa, con Goldman Sachs in testa. Per super Mario si sta infatti muovendo il Deep State americano, deciso, nell’ordine, a polverizzare il M5S, ormai considerato primo partito cinese d’Italia, a spezzare l’asse Vaticano-Mattarella, che offre copertura all’influenza di Xi Jinping in Italia, e soprattutto a evitare che l’Italia, per salvarsi dal default, si faccia sottoscrivere il proprio colossale debito pubblico dalla Cina.”
Insomma, la politica estera italiana risulta al solito plasmata dai salotti buoni dell’economia e della politica, le cui infatuazioni e compromissioni sono per convenienza scaricate sui relativamente vulnerabili Di Maio e Di Battista, quando non direttamente sull’inerme popolo italiano, indotto periodicamente ad assumersi la responsabilità dell’ultimo fallimento della nomenklatura che lo opprime. Ma è un’altra questione quella su cui è necessario soffermarci. Emerge, nel pezzo di Bisignani, la contesa tra due blocchi, entrambi devotamente europeisti, ma l’uno sinofilo e l’altro sinofobo, con il secondo benedetto dalle stesse lobby americane cui non è estraneo Mario Draghi. Il lettore starà già pensando, e non credo sia in errore, al Britannia, ma non è certo per riproporre quelle ovvietà che son qui a scrivere.
V’è piuttosto qualcos’altro di largamente ignorato in Italia, e che intendo portare a galla: il profilo cinese di Yanis Varoufakis, l’esuberante ex ministro del governo Tsipras. Profondo conoscitore del repertorio anti-colonialista marxiano, esistono tuttavia investimenti esteri in asset strategici delicatissimi che a Varoufakis non dispiacevano affatto, quelli di Cosco, conglomerato nelle mani dello stato cinese, con notevoli interessi nel Pireo. Particolarmente ostile a Cosco soleva essere proprio Syriza, che, da partito veterocomunista qual era, tra il 2008 e il 2015 si opponeva non solo ad una sua ulteriore espansione, ma desiderava estrometterlo completamente dal Pireo. In controtendenza, Varoufakis, al tempo mero accademico ed intellettuale di sinistra, aveva per anni raccomandato di cedergli financo il sistema ferroviario. Nel 2015 Syriza si ritrova al governo, Varoufakis ne è ministro così come alcuni colleghi anti-Cosco, e da subito si opera per ribaltare l’approccio del partito al colosso cinese, a suo dire per meglio contrastare il tentativo di strangolamento operato da Berlino, Bruxelles, e da Francoforte sede della Banca Centrale Europea di Mario Draghi. Suo obiettivo è incoraggiare investimenti esteri in generale, ed interesse nei buoni del tesoro greco in particolare. La sera del 25 febbraio, a cena con l’ambasciatore cinese e le rispettive consorti, Danae Varoufakis indossa per l’occasione un abito in seta cinese, costui rassicura il greco che per la Cina Cosco è “la mascella del Dragone”: prima bisogna assicurarsi che addenti profondamente, di modo da consolidare la presa, poi alla mascella seguirà il resto del corpo del Dragone. In breve, l’intesa tra Grecia e Cina è particolarmente felice, ed il governo di Tsipras ottiene la promessa di acquisti di buoni del tesoro per diversi miliardi. Varoufakis è convinto di potersene servire per negoziare con le controparti europee da una posizione di forza, potendo mostrare a Draghi che le banche greche che la Bce ha strangolato non sono l’unico compratore disponibile. Nelle due fatidiche aste il governo cinese compra tuttavia solo 100 milioni per volta. A Tsipras Pechino rivela di aver ricevuto da Berlino l’intimazione di tenersi alla larga dai greci finché le trattative europee saranno in corso. Ennesima prova, per Varoufakis, che ai creditori non interessi riavere il proprio denaro, ma cementare il proprio potere geopolitico.
Parallelamente al resoconto di Varoufakis, abbiamo a disposizione anche la corrispondenza del team Clinton. Nel luglio 2015 la Casa Bianca chiede a John Podesta, il noto sherpa e faccendiere clintoniano, se WJC (Bill Clinton) sia in sufficiente confidenza con Tsipras da potergli telefonare personalmente e raccomandargli di accettare l’offerta europea. Clinton accetta, e suggerisce di fare pressione anche sulla Merkel usando come pretesto la disponibilità ad offrirle consigli sulla Bosnia, di cui egli ha particolare esperienza. È la fase in cui le trattative europee sono in un vicolo cieco, e la proposta di Schauble di ripristinare temporaneamente la dracma una valida opzione. Ad entrambi Bill Clinton ribadisce “l’importanza di preservare l’appartenenza della Grecia all’Euro per questioni sia economiche che geopolitiche”.
Nel leggere Bisignani, è impossibile non ripensare istantaneamente al precedente greco.
Dovremo tenerne conto nella seconda parte di questa nostra riflessione.

Choo Choo Walters, 4 Mag 2020, qui.

E veniamo all’inqualificabile politica estera italiana. Volendo fare un paragone, mi viene da pensare a una prostituta (già padre Dante lo diceva: non Donna di province ma bordello), raccattata da un onest’uomo, tolta dal marciapiede, sposata per darle un nome onorabile e onorato, che si mette a cornificarlo di santa ragione col rivale che sta tentando di rovinarlo.

Le sbandate della politica estera italiana che si allontana dai tradizionali alleati

Si diceva una volta che l’Italia avesse “la moglie americana e l’amante araba”; beh adesso pare che l’amante abbia gli occhi a mandorla e provenga dall’oriente.
Si è molto discusso in questi giorni dell’influenza geopolitica della Cina nelle vicende italiane. Pechino infatti ha ricevuto spesso molti elogi da parte del nostro governo, in particolare dal ministro degli esteri Luigi Di Maio, per la sua “solidarietà” nei confronti dell’Italia, in particolare per quanto riguarda la consegna, apparentemente generosa, di mascherine. In Italia però ci si dimentica forse da dove questo virus ha avuto origine. Particolare che invece non hanno affatto dimenticato i tedeschi di Bild, per i quali la Cina dovrebbe provvedere al pagamento dei danni provocati dal Covid-19 nel mondo. Ovviamente il Bild, e il suo direttore Julian Reichelt, hanno prontamente ricevuto accuse e pressioni da parte del governo cinese, che ha reagito male all’inchiesta del quotidiano tedesco.
È ormai evidente che Pechino sta sfruttando questa situazione di emergenza – da lei provocata per altro – per espandere la propria influenza sul mondo occidentale. E pare altrettanto evidente che, in questo contesto, l’Italia stia abboccando alquanto facilmente all’amo cinese, anche a causa di una certa accondiscendenza da parte del governo.
Tuttavia, ci si dimentica di un’altra potenza la cui influenza incombe minacciosa sull’Europa: la Russia. Come quella cinese, arriva da oriente ma è geograficamente più vicina. I primi test russi li abbiamo visti già un mese fa, nel pieno dell’emergenza, quando il 25 marzo Putin ha fatto arrivare i suoi militari in Italia, scatenando non poche polemiche.
Su La Stampa, Jacopo Iacoboni ha ipotizzato un possibile doppio fine nella missione di aiuti all’Italia. Forse una raccolta dati da parte dell’intelligence russa, ai danni dell’Italia e dei suoi alleati, forse il tentativo di ottenere in cambio un allentamento delle sanzioni in vigore dal 2014. Gli articoli di Iacoboni hanno scatenato la reazione del rappresentante ufficiale della difesa russo Igor Konashenkov, dai toni minacciosi verso quelli definiti come “committenti” di una campagna anti-russa del quotidiano torinese (reazione a cui il governo italiano non ha potuto non replicare, difendendo, seppur debolmente, la libertà di stampa e di espressione).
Insomma, i metodi si somigliano. Come se non bastasse il governo di Putin è stato accusato di diffondere notizie false in tutta Europa riguardo una presunta correlazione tra il 5G e la diffusione del coronavirus.
Ma ad aggravare ulteriormente la situazione è stata, ancora una volta, la posizione del nostro governo. Il presidente del Consiglio Conte in un’intervista all’inglese Bbc News, il 9 aprile scorso, ha dichiarato che “pensare che gli aiuti da parte della Russia, della Cina o di altri Paesi possano influenzare le posizioni geopolitiche dell’Italia non è solo un’offesa a me e al governo, ma anche a Vladimir Putin, con il quale ho avuto un intenso scambio telefonico, e che non si permetterebbe mai di utilizzare questo tipo di influenza sull’Italia”.
Conte non solo ha negato l’evidenza, ma si è persino premurato di difendere Putin, cosa che, se l’avesse fatta un Salvini, ce la saremmo ritrovata su tutti i giornali in prima pagina. Abbiamo criticato la Lega per il caso Savoini, per i presunti legami con la Russia. Adesso che Conte ha rubato la scena al leader leghista, la Russia sembra essere diventata il paradiso della democrazia, la culla di ogni libertà, dopo la Cina ovviamente…
Conte ha persino provato a dare la colpa a Salvini e Meloni per la difficoltà delle trattative in Europa. Evidentemente, credeva e crede tuttora che all’estero non lo ascoltino e non facciano riferimento alle sue interviste, nelle quali emergono posizioni sempre più filo-russe e filo-cinesi. Come se non bastasse, poi, mentre nei confronti della Russia traspare una certa accondiscendenza e simpatia, proprio verso i nostri “fratelli europei” il governo non si è risparmiato futili polemiche.
Dal conduttore televisivo inglese Christian Jessen, che ha definito il coronavirus “una scusa degli italiani per prolungare la loro siesta”, alla famosa sputacchiata francese sulla pizza “Corona”, fino alla più recente esternazione del Welt, che ci ha definiti “mafiosi”. In tutti questi casi “europei” la risposta della politica italiana e di certa stampa è stata anche troppo eccessiva. Ben più blanda la reazione ai toni minacciosi della Difesa russa.
Stiamo sempre più dando l’impressione di abbandonare i nostri tradizionali partner europei e occidentali, di voltare le spalle a chi, come l’America, durante la storia, ci ha spesso aiutato. E questo non vale solo per una certa politica (oggi al governo) e per un certo giornalismo, ma anche, purtroppo, per l’opinione pubblica. Un recente sondaggio di SWG ha fatto emergere un dato allarmante: il 52 per cento degli intervistati ritiene la Cina un Paese amico, con cui allearsi in futuro, il 32 per cento lo pensa invece della Russia e solo il 17 per cento ritiene gli Usa un alleato ancora valido e affidabile. La situazione non migliora se ci spostiamo in Europa. Tra i Paesi più odiati e ritenuti nemici dell’Italia troviamo Germania (45 per cento) e Francia (38 per cento).
Sembra dunque che oggi, più che avere una “amante”, l’Italia si stia ritrovando ad avere un vero e proprio rapporto poligamo con i peggiori stati-canaglia del mondo, dimenticandosi di quei Paesi che più di altro hanno contribuito affinché gli italiani potessero vivere in uno stato libero e prospero. D’altronde, non dimentichiamocelo, Marshall (quello che, assieme all’omonimo piano, si è deciso di resuscitare in queste settimane di emergenza) non era russo, e tanto meno cinese…

Giovanni Cabroni, 30 Apr 2020, qui.

E dopo il criminale, passiamo al volenteroso carnefice, fedele servitore nell’eseguire gli ordini criminali.

OMS: OVVERO IL SOCCORSO ROSSO AL REGIME COMUNISTA CINESE SULLA NOSTRA PELLE.
• Dicembre 2019. Inizia un’epidemia di polmoniti a Wuhan, Cina. Il governo di Taiwan chiede all’OMS lumi sull’epidemia.
• L’OMS ignora completamente la richiesta.
• 27 dicembre 2019. Un laboratorio di Wuhan sequenza il genoma: è un Coronavirus. Il quotidiano on-line Caixin pubblica la notizia ma le autorità Cinesi censurano la notizia.
• 1 Gennaio 2020. Li Wenliang medico di Wuhan prova a lanciare l’allarme. Viene arrestato, morirà a 32 anni di Coronavirus [di coronavirus, certo: di che altro mai sarebbe potuto morire?].
• La Cina aspetta il 10 Gennaio 2020 per dare al mondo la sequenza del genoma ma nonostante ciò, il Direttore Generale dell’OMS, cioè l’ex vice dittatore marxista dell’Etiopia, Tedros Adhanom Ghebreyesus, finge di dimenticare il ritardo e si complimenta con la Cina per la ”rapidità”con la quale il regime comunista di Pechino ha gestito la questione. « La rapidità con cui la Cina ha rilevato la diffusione, isolato il virus, sequenziato il genoma e condiviso con l’OMS e con il mondo è molto impressionante»
• 14 gennaio 2020. l’OMS con un tweet rassicura e conferma le indagini preliminari condotte dai cinesi che:«non dimostrano la diffusione tra umani».
• 23 gennaio 2020. Il Comitato di Sicurezza dell’OMS discute se dichiarare la pandemia ma Pechino si oppone. E Tedros Adhanom Ghebreyesus vola subito da Xi Jinping.
• 28 Gennaio 2020. l’OMS elogia ancora una volta la Cina su come è stata gestita l’emergenza, dice il Direttore Adhanom Ghebreyesus: « Ancora e ancora non potrò mai finire di elogiare la Cina» e invita a non bloccare i voli commerciali con la Cina nonostante la stessa avesse 60 milioni di persone in quarantena.
• 30 Gennaio 2020. Quando il virus ha colpito già più di 8.000 persone in 19 paesi l’OMS dichiara dopo oltre un mese dal primo focolaio una semplice emergenza sanitaria ma non lo stato di pandemia.
• 31 gennaio 2020. La prestigiosa rivista medica Lancet riporta le ricerche di tre medici di Hong Kong dalle quali risulta che il Coronavirus «si replica in maniera esponenziale» e che i dati forniti dal governo di Pechino, per loro stessa dichiarazione, non includono gli asintomatici come invece prevederebbero i protocolli dell’OMS. Ma il compagno Tedros tace. Anzi nel rapporto finale del 24 febbraio la OMS sostiene che la percentuale di asintomatici è rara e non sembra essere un fattore trainante della trasmissione.
Invece dai dati secretati del Governo Cinese diffusi dal quotidiano on line South China Morning Post emerge che un infettato si tre è asintomatico.
Ma nelle sue linee guida l’OMS insiste che per sospettare se una persona è stata contagiata oltre ad un contatto con la Cina devono essere presenti nel soggetto anche i sintomi del virus.
•21 febbraio 2020. Si scoprono i primi casi in Lombardia
• 23 febbraio 2020- Walter Ricciardi-consigliere del ministro della Salute Roberto Speranza- conferma le disposizioni dell’OMS cioè fare i tamponi SOLO ai soggetti sintomatici: «…che hanno avuto episodi di tosse, raffreddore, starnuti, febbre e che sono stati in determinata zone sospette(Cina)»
La Lombardia segue le linee guida del Governo/OMS. Il Veneto no.
• 25 febbraio 2020- Ricciardi, ribadendo le linee guida dell’OMS, afferma: «Le mascherine alle persone sane non servono a niente. La malattia? Non sottovalutarla, ma ridimensionare allarme»
• 11 marzo 2020. L’OMS dichiara la pandemia globale quando ormai il contagio ha raggiunto 114 nazioni.
• 16 marzo 2020. La rivista Science dichiara che gli asintomatici non riconosciuti sono stati la causa del 75% dei contagi. E l’OMS conferma i dati e passa ad invitare, con forza, i tamponi a tutti coloro (sintomatici e asintomatici) che abbiano avuto contatti a rischio o frequentazioni con persone infette. «Test, test, test» dichiara solo allora il comunista Tedros Adhanom Ghebreyesus. Alla buon’ora!
• 6 aprile 2020. L’OMS insite nelle sue linee guida a non reputare necessarie le mascherine per tutti.
• 16 aprile 2020. Il governo Cinese ammette di essersi sbagliato sul numero delle vittime da Covid-19 dichiarandone 3.869 rispetto alle 1.290 inizialmente denunciate. Naturalmente l’OMS, a cui sarebbe spettato il compito di verificare i dati non dice nulla. E non reputa neppure di indagare ulteriormente sulla base di quanto afferma il quotidiano on line Caixin che ha documentato come otto agenzie funerarie di Wuhan avrebbero cominciato a consegnare dal 23 marzo 3.500 urne al giorno ai parenti, con l’obiettivo di concludere il lavoro il 3 aprile e consentire ai superstiti di celebrare degnamente il Qingming. Dodici giorni, per 3.500, farebbe 42.000 vittime, calcola anche Radio Free Asia.
• 3 maggio 2020. La Cina avrebbe «deliberatamente nascosto o distrutto prove dell’epidemia di Coronavirus» nella prima fase della diffusione dei contagi. È l’accusa che emerge da un rapporto realizzato da Five Eyes, alleanza di intelligence tra i paesi occidentali anglosassoni – quindi Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Canada, Nuova Zelanda: «un attacco alla trasparenza internazionale costata decine di migliaia di vite umane».
In conclusione vi rammento le parole di Tedros Adhanom Ghebreyesus Generale dell’OMS che ho sopra citato.
• 10 Gennaio 2020 : « La rapidità con cui la Cina ha rilevato la diffusione, isolato il virus, sequenziato il genoma e condiviso con l’OMS è con il mondo tutto questo è molto impressionante» .
• 28 Gennaio 2020 :« Ancora e ancora non potrò mai finiste di elogiare la Cina»
Ma chi è Tedros Adhanom Ghebreyesus?
Il dott. Tedros Adhanom Ghebreyesus ha ottenuto la Direzione Generale dell’OMS grazie alla Cina dopo essere stato per anni il vice dittatore del regime marxista dell’Etiopia, paese che, dati i rapporti con Pechino che ne controlla il 50% del PIL, viene definito ”la piccola Cina”.
Oltre alla carica vice dittatore in Etiopia il Dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus ricopriva anche la carica di Ministro della Salute ed è stato accusato di aver nascosto ben tre epidemie di colera.
Appena nominato al vertice dell’OMS ha subito ringraziato il suo “capo” Xi Jinping non riconoscendo Taiwan.
Se non fosse abbastanza per inquadrare il personaggio ricordo che da neo Direttore dell’OMS, il compagno Tedros nominò come capo ambasciatore dell’OMS per le malattie non contagiose il vecchio sgozza-bianchi Robert Mugabe ex dittatore dello Zimbabwe.
Ma naturalmente il “kattivone” è Donald Trump che ha tagliato il contributo USA all’OMS.
In effetti anche io non sono d’accordo con Trump. Sarei più propenso a tagliar loro ”qualcosa altro” prima di ”archiviare la pratica con corda e sapone”. (qui)

Perché qualunque carnefice è capace di uccidere da solo, ma nessun carnefice è in grado di mettere a punto una strage con centinaia di migliaia di vittime se non è validamente aiutato da un branco sufficientemente folto, o sufficientemente potente, di volenterosi carnefici.

barbara

CHI NON SCHIACCIA IL BOTTONE SALVA IL MONDO INTERO

A volte nella storia è più importante quello che è quasi successo che non ciò che è realmente accaduto. E forse ciò che più colpisce di queste incredibili storie di eroi così lontani dallo scintillio sono le sincronicità che li circondano. Voglio raccontare di come trentadue anni fa un uomo di cui la maggior parte del mondo non aveva mai sentito parlare sarebbe diventato il più grande eroe di tutti i tempi, avendo “letteralmente” salvato il mondo dall’apocalisse atomica.
Correva l’anno 1983, in piena guerra fredda, tempi “bollenti” come mai era accaduto dalla crisi dei missili di Cuba. Il 23 marzo, il Presidente Reagan lanciò la sua “Star Wars – Guerra delle galassie”, letteralmente definendo la Russia “L’impero del male”. Contava tra l’altro su un importantissimo alleato altrettanto deciso a porre fine al comunismo, Giovanni Paolo II. I pianeti sembravano allineati per farla finita con l’Unione Sovietica, e i sovietici presero la cosa molto sul serio. USA e NATO progettavano di collocare missili nella Germania dell’Ovest, e intanto organizzavano un’esercitazione militare in Europa. Ma i leader dell’Unione Sovietica erano della generazione della seconda guerra e ricordavano perfettamente come, con il pretesto di una esercitazione, Hitler avesse ingannato Stalin e lanciato l’Operazione Barbarossa.
Permettere una replica era inammissibile.
Ritenendo che l’esercitazione fosse una copertura per una vera invasione, presero una decisione: scaricare tutto il proprio arsenale al primo segno di attacco nucleare.
La tensione era al massimo. Al punto che il primo settembre 1983, un aereo di linea sud coreano penetrò per errore nello spazio aereo sovietico e i russi non esitarono ad abbatterlo senza preavviso, uccidendo 269 persone, tra le quali un senatore e diversi cittadini americani.
Questa storia non sarebbe potuta arrivare in momento peggiore.
Stanislav Petrov (Ucraina, 1939)
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tenente colonnello dell’Armata Rossa durante la Guerra Fredda. Passato alla storia per aver identificato nel 1983 un falso allarme missilistico e, contravvenendo al codice che gli avrebbe ingiunto di informarne i superiori e rispondere al presunto attacco, aver sventato così lo scoppio di un conflitto nucleare che avrebbe probabilmente assunto dimensioni mondiali.
La notte del 25 settembre del 1983, un colonnello di 44 anni della sezione spionaggio militare dei servizi segreti dell’Unione Sovietica giunge al proprio posto di comando al Centro di allerta precoce, all’interno del bunker Serpukhov-15, sul confine occidentale dell’Urss, da dove coordinava la difesa aerospaziale russa. Tuttavia, quella sarebbe dovuta essere la sua notte libera. Era stato richiamato all’ultimo minuto perché il collega che doveva essere in servizio si era ammalato…
Suo compito era analizzare e verificare tutti i dati provenienti da un satellite in vista di un possibile attacco nucleare americano. Per far ciò, aveva a disposizione un protocollo semplice e chiaro. Tanto più chiaro e semplice in quanto redatto da lui stesso. Dopo appropriati controlli, doveva allertare il proprio superiore, che avrebbe immediatamente dato inizio ad un massiccio contrattacco nucleare su Stati Uniti e i suoi alleati.
Poco dopo la mezzanotte, esattamente alle 12.14 del 26 settembre del ’83, scattano tutti i sistemi di allarme; suonano le sirene, e sugli schermi dei computer compare: “attacco di missile nucleare imminente“. Un missile era stato lanciato da una delle basi degli Stati Uniti. L’ufficiale ordina di mantenere la calma, che ognuno faccia il proprio lavoro. Così come lui esegue il proprio. Verifica tutti i dati e richiede conferma dalla veduta aerea, l’unica che il satellite non ha potuto confermare a causa delle condizioni atmosferiche. Nonostante le conferme, conclude che deve essersi verificato un errore. Non era logico che gli USA lanciassero un solo missile se davvero stavano attaccando l’Unione Sovietica.
Così ignora l’avviso, considerandolo un falso allarme.
Poco dopo, però, il sistema mostra un secondo missile. E poi un terzo.
In preda ad una forte scarica di adrenalina, dal secondo piano del bunker può vedere, nella sala operativa, la grande mappa elettronica degli Stati Uniti con la spia lampeggiante indicante la base militare sulla costa est, da cui erano stati lanciati i missili nucleari.
In quel momento, il sistema indica un altro attacco. Un quarto missile nucleare e immediatamente un quinto. In meno di 5 minuti, 5 missili nucleari erano stati lanciati da basi americane contro l’URSS. Il tempo di volo di un missile balistico intercontinentale dagli Stati Uniti era di 20 minuti. L’attività è frenetica. Intanto lui analizza i dati…
Dopo aver rilevato l’obiettivo, il sistema di allarme doveva passare attraverso 29 livelli di sicurezza per conferma; comincia ad avere forti dubbi man mano che vengono superati i vari livelli di sicurezza.
Sa che il sistema potrebbe avere qualche malfunzionamento. Ma poteva l’intero sistema essere in errore, 5 volte? O stava affrontando Armageddon?
Il principio di base della strategia della guerra fredda sarebbe stato un massiccio lancio di armi nucleari, una forza travolgente e contemporanea di centinaia di missili, non 5 missili uno a uno. Doveva esserci un errore.
E se invece non fosse così? Se fosse una astuta strategia americana? L’olocausto tanto temuto stava per succedere e lui non faceva niente?
Aveva cinque missili nucleari balistici intercontinentali in viaggio verso l’URSS e solo 10 minuti per prendere la decisione se informare i leader sovietici… Essendo perfettamente consapevole che se segnalava ciò che tutti i sistemi stavano confermando, avrebbe scatenato la terza guerra mondiale.
I 120 tra ufficiali e ingegneri militari, gli occhi fissi su di lui, aspettano la sua decisione.
Mai prima nella storia, né dopo, sarebbe stato il destino del mondo nelle mani di un solo uomo come lo è in quei 10 minuti. Il futuro del mondo dipendeva dalla sua decisione, mentre lottava con sé stesso se premere o meno il “bottone rosso”.
Riflette: gli americani non sono ancora in possesso di un sistema di difesa missilistico e sanno che un attacco nucleare all’URSS equivale all’annientamento immediato del proprio popolo. E benché diffidi di loro, sa che non sono suicidi. Si dice: “Un tale imbecille non è ancora nato nemmeno negli Stati Uniti”.
Sapendo che se si sbagliava, un’esplosione 250 volte maggiore rispetto a quella di Hiroshima si sarebbe scatenata su di loro entro pochi minuti senza che essi potessero far più nulla, riesce a mantenere il sangue freddo, e ad avere il coraggio di ascoltare il proprio istinto e di conformarsi alla conclusione logica suggerita dal buonsenso.
E decide di segnalare un malfunzionamento del sistema.
Paralizzati e sudando a fiumi, i 120 uomini al suo comando contano i minuti che mancano perché i missili raggiungano Mosca.
Quando di colpo, a pochi secondi dalla fine, le sirene smettono di suonare e le spie di allarme si spengono.
Aveva preso la decisione giusta. E salvato il mondo da un cataclisma nucleare. I suoi compagni, madidi di sudore, gli si gettano addosso, abbracciandolo e proclamandolo un eroe. Lui si accascia sulla sua sedia e beve oltre mezzo litro di vodka senza respirare. Alla fine di quella notte, avrebbe dormito 28 ore di fila.
Quando tornò al lavoro, i suoi compagni gli regalarono una TV portatile di fabbricazione russa per ringraziarlo. Erano tutti vivi grazie alla decisione che aveva preso.
Nel venire a sapere ciò che era avvenuto, il suo superiore lo informò che sarebbe stato decorato per avere evitato la catastrofe e che egli avrebbe proposto di creare un giorno in suo onore.
Ma non è andata così.
Oggi il pensionato Petrov vive ritirato e in condizioni molto modeste a Frjazino, nei pressi di Mosca.
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La Russia non poteva permettere che gli Stati Uniti e il popolo russo venissero a conoscenza di quanto era successo.
Così, fu ammonito per non aver essersi conformato al protocollo e trasferito ad una posizione di gerarchia minore. Poco dopo fu mandato in pensionamento anticipato.
Ha vissuto il resto della sua vita in un modestissimo bilocale alla periferia di Mosca, sopravvivendo con una misera pensione di 200 dollari al mese, in assoluta solitudine e anonimato.
Fino a quando, nel 1998, il suo comandante in capo, Yury Votintsev, presente quella sera, ha rivelato l’accaduto, il cosiddetto “incidente dell’equinozio d’autunno” causato da una rarissima congiunzione astronomica, in un libro di memorie che accidentalmente arrivò fino a Douglas Mattern, Presidente dell’organizzazione internazionale per la pace, “Associazione di cittadini del mondo”.
E dopo aver verificato la veridicità di una storia così allucinante, questi è andato di persona in cerca di questo eroe sconosciuto a cui tutti dobbiamo di essere ancora in questo mondo, per consegnargli il “Premio Cittadino del Mondo”. L’unico indizio su dove trovarlo l’aveva avuto da un giornalista russo, che lo aveva avvertito che avrebbe dovuto andare senza un appuntamento perché né il telefono né il campanello funzionavano. Trovarne traccia in una fila enorme di grigi complessi condominiali a 50 chilometri da Mosca non è stato facile.
Uno degli abitanti a cui ha chiesto informazioni ha risposto: “Lei deve essere pazzo. Se esistesse davvero un uomo che ha ignorato un avviso di attacco nucleare degli Stati Uniti, sarebbe stato giustiziato. A quel tempo non esisteva una cosa come un falso allarme in Unione Sovietica. Il sistema non sbagliava mai. Solo il popolo”.
Alla fine, al secondo piano di uno degli edifici, riuscì a rintracciare l’ufficiale, che si affacciò, la barba lunga e trasandato. “Sì, sono io, prego”.
“Ho sentito che ero con Gesù quando ha aperto la porta,” ha detto Douglas Mattern. “Tuttavia, viveva come un barbone. Zoppicando, i piedi gonfi, non potendo più camminare molto ed essendogli doloroso stare in piedi, mi ha detto che usciva solo per le provviste”.
Dopo aver raccontato la storia più o meno come abbiamo appena finito di riferire, quest’uomo vi direbbe: “Non mi considero un eroe; solo un ufficiale che ha compiuto il proprio dovere secondo coscienza in un momento di grande pericolo per l’umanità”. “Ero solo la persona giusta, nel luogo e nel momento giusto”.
“In un mondo pieno di vanitosi che “pretendono” di salvare qualcosa, quando in realtà tutto quello che fanno è portare danno agli altri e al pianeta; in un mondo così pieno di miserie, meschinità, ego, avidità e ambizioni, l’umiltà di quest’uomo e la sua indifferenza per fama e importanza, è estremamente sconvolgente”, commenta Mattern.
Dopo essere venuti a conoscenza di questo evento, esperti di Stati Uniti e Russia hanno calcolato quale sarebbe stata la portata della devastazione in base all’arsenale a loro disposizione al tempo. E sono arrivati ad un’agghiacciante conclusione: dai tre ai quattro miliardi di persone, direttamente e indirettamente, sono stati salvati dalla decisione presa da quest’uomo quella notte.
“La faccia della terra sarebbe stata sfigurata e il mondo che conosciamo, finito”, ha detto uno degli esperti.
Quest’uomo ha ricevuto:

  • Premio Cittadino del mondo il 21 maggio 2004.
  • Il Senato australiano gli ha conferito una onorificenza il 23 giugno 2004.
  • Il 19 gennaio 2006 è stato ricevuto all’ONU. Ha detto che quello è stato il suo “giorno più felice da molti anni”.
  • In Germania, nel 2011, gli è stato conferito il premio dedicato a chi ha apportato significativi contributi alla pace nel mondo, per aver scongiurato una guerra nucleare potenziale.
  • Premiato a Baden Baden il 24 febbraio 2012.
  • Vincitore della Dresda Preis nel 2013.
  • E Kevin Costner ha realizzato il documentario “Pulsante rosso” in suo onore.

Oggi continua a vivere nel suo piccolo appartamento alla periferia di Mosca, con la sua piccola pensione di 200 dollari al mese, in relativo anonimato. Ha dato la maggior parte del denaro dei premi alla sua famiglia, tenendone un po’ per comprare l’aspirapolvere che sognava e che si è rivelato difettoso.
Quando ho sentito di questa storia, la prima cosa che ho pensato è stata: quando i suoi vicini o qualcun altro si trova a guardarlo, pensa mai di dover la vita propria e quella dei propri familiari, discendenti e amici a quest’uomo?.
O se quando vede le notizie e tutto ciò che accade nel mondo, si è mai detto che tutto ciò accade grazie alla decisione presa in quei 10 minuti.
Quando guarda il sole sorgere o tramontare pensa mai che così tante altre persone possono farlo grazie a lui?
E mi chiedo quanto Karma può guadagnarsi un’anima umana per aver salvato miliardi di esseri umani, piante e animali; un intero pianeta.
Questo vecchietto che vive in due stanzette alla periferia di Mosca con pochi miseri 200 dollari al mese ha salvato il mondo e nessuno lo sa.
Come è possibile che dopo 32 anni, così poche persone al mondo sappiano di lui?
È inconcepibile e molto ingiusto. Per questo motivo, in questo nuovo anniversario della decisione basata sul buon senso che ha salvato il mondo, vorrei soltanto che tutti conoscano l’uomo che ha preso quella decisione. Il tenente colonnello Stanislav Petrov.
Andrea Riva, Il giornale, 24 ottobre 2015

Ieri Stanislav Petrov, l’eroe più grande che il mondo abbia mai avuto, è morto, all’età di 78 anni, anonimo e povero come era vissuto.

barbara

Come fu inventato il popoplo palestinese

Oggi l’Italiano Medio si commuove pronunciando la parola “Palestina”, perché crede sia il nome della Terra di Gesù. Ne è convinto: un po’ perché a scuola ha studiato svogliatamente la storia, un po’ perché i libri di testo spesso fanno schifo. 
Così accade che l’Italiano Medio ignori che il nome “Palestina” fu imposto a quella terra solo nell’anno 70, come dispregiativo (Palestina=terra dei Filistei, popolo già a quel tempo esitinto da secoli), insieme al nome di “Aelia Capitolina” per Gerusalemme. Nomi imposti con odio verso gli ebrei che proprio non volevano arrendersi alla potenza di Roma. 
E così fu inventata la “Palestina”, quell’area formata dalle province che gli stessi Romani avevano sempre chiamato “Iudea”, “Samaria”, “Galilaea”.
“Palestina”, quella che in seguito, per molti secoli, è stata “Sancak-i Kudüs-i Şerif”, sangiaccato di Gerusalemme, la regione a maggioranza ebraica della “Suriye eyaleti“, la provincia di Siria dell’Impero Ottomano.

“Palestina”. Nome che ritorna in uso solo dal 1920 al 1948 con il “Mandato Britannico” (modo ipocrita e molto inglese per dire “colonia”).


“Palestina”
, terra che gli Ebrei hanno sempre chiamato “Israele”, così come i Greci hanno sempre chiamato “Hellas” la loro terra, quella regione del Mediterraneo che per noi è “Grecia” e per i Turchi era, ed è tutt’oggi, “Yunanistan”.

Il 14 maggio del 1948, con la nascita di “Medinat Israel” (lo Stato d’Israele) il nome “Palestina” muore. Muore, ma poi risorge il 17 luglio 1968 con la “Risoluzione del Consiglio Nazionale Palestinese”, che recita:
«La Palestina è la patria del popolo arabo palestinese; è parte indivisibile della nazione araba, di cui il popolo palestinese è parte integrante. La Palestina, entro i limiti che aveva ai tempi del Mandato Britannico (ossia gli attuali Israele + Giordania + Territori dell’Autonomia Palestinese + Gaza, n.d.r), è un’indivisibile unità territoriale.» (fonte)
Insomma, la “Palestina” rinasce, allo scopo di eliminare Israele, lo stato degli Ebrei. Ma agli occhi dell’Italiano Medio la sua rinascita appare come una lotta di poveri contro ricchi, invertendo, per chissà quale mistero, il ruolo dei due attori. Non sono ricchi i latifondisti arabi, NO. Sono ricchi gli ebrei, anche quelli più sventurati!
È ricca la gente che arriva su carrette del mare per ricongiungersi ai propri connazionali, sfuggendo  a un’Europa che li ha perseguitati per secoli, tenuti ai margini, messi al rogo, infornati ad Auschwitz.
È ricca la gente che, dopo millenni trascorsi nei paesi del Nord Africa, è costretta a lasciare da un giorno all’altro tutto, per sfuggire all’odio fomentato dalla propaganda.
È ricca la gente vestita alla men peggio che, senza casa e senza nulla, fonda comunità basate su principi socialisti e prende la zappa in mano per dissodare terra rimasta incolta per secoli in mano a latifondisti egiziani o siriani, riscattata a peso d’oro, pagandola a quegli stessi padroni che con quei soldi pensavano alle armi da comprare per riprendersi tutto.
È ricca quella gente. Ed è davvero molto ricca: ricca di fame, ricca di miseria, ma soprattutto ricca di speranza, ricca di inventiva, ricca di spiritualità, ricca di senso pratico, ricca della propria cultura pluri-millenaria e di tutte le culture con cui si è confrontata…
Mentre è povera la “Palestina”. E lo è soprattutto nell’immaginario dell’Italiano Medio: è come una sorta di Sierra Maestra mediorientale, in cui il prode Arafat, presentato come un Guevara, combatte contro l’arroganza degli israeliani, ricchi e prepotenti, paragonabili agli yankee e perfino ai boeri razzisti del Sud Africa!
La “Palestina” di Arafat l’egiziano, il pupillo di Muhammad Amīn al-Husaynī, alleato di Hitler e fondatore della Legione Araba, quell’esercito di criminali che marciavano al passo dell’oca sulla terra degli Ebrei e che intendeva attuare la Soluzione Finale anche lì!
“Palestina”. Una lotta di liberazione per l’Italiano Medio.  In realtà, uno sporco gioco degli Inglesi prima, dei Russi e degli Americani poi, come ci raccontano David Horowitz e Guy Millière in Comment le peuple palestinien fut inventé, libro non ancora tradotto in Italiano e di cui vi propongo alcuni passi.
Speriamo di vederlo nelle nostre librerie al più presto.
Fulvio Del Deo


(dal libro: Comment le peuple palestinien fut inventé, di David Horowitz, Guy Millière)

(….) Fu, nota Ion Mihai Pacepa, ex-capo della Securitate rumena, nel suo libro “The Kremlin Legacy“, in un giorno del 1964, «fummo convocati a una riunione congiunta del KGB a Mosca». Il soggetto della riunione era di estrema importanza: «si trattava di ridefinire la lotta contro Israele, considerato un alleato dell’Occidente nel quadro della guerra fredda che conducevamo». La guerra araba per la distruzione di Israele non era suscettibile di attirare molti sostegni nei «movimenti per la pace», satelliti de l’Unione Sovietica. Dovevamo ridefinirla. Era l’epoca delle lotte di liberazione nazionali. Fu deciso che sarebbe stata una lotta di liberazione nazionale: quella del “POPOLO PALESTINESE”. L’organizzazione si sarebbe chiamata OLP: Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Alla riunione parteciparono membri dei servizi siriani e egiziani. I Siriani proposero il loro uomo, come futuro leader del movimento: Ahmed Shukairy¹, e fu accettato. Gli Egiziani avevano il loro candidato: Yasser Arafat. Quando fu chiaro che Shukairy non sarebbe stato all’altezza della situazione, fu deciso di rimpiazzarlo con Arafat, e, spiega Pacepa, costui fu “fabbricato”: abbigliamento da Che Guevara medio-orientale, barba di tre giorni da avventuriero. «Dovevamo sedurre i nostri militanti e i nostri contatti in Europa». 

Yasser Arafat nel 1964

Quaranta e passa anni dopo, l’opera di seduzione sembra aver avuto un netto successo. Non solo la «lotta di liberazione nazionale del popolo palestinese» appare giusta e legittima, ma nessuno mette più in discussione l’esistenza del “popolo palestinese”. nessuno osa dire che questo popolo fu inventato a fini di propaganda: nessuno sembra voler ricordarsene. Nessuno sembra volersi ricordare che la creazione del “popolo palestinese” fu un utile strumento della lotta dell’Unione Sovietica contro l’Occidente, durante la Guerra fredda.
E infatti: la lotta di liberazione nazionale inventata dal KGB ha fatto la sua strada: ci sono stati gli accordi di Oslo e la creazione dell’autorità palestinese in Giudea Samaria, c’è stata l’emergenza di Hamas poi, dopo la caduta dell’URSS, l’inserimento di una dimensione islamista nel conflitto. C’è stato, soprattutto, con Oslo, il riconoscimento da parte del governo israeliano dell’invenzione del KGB, il “popolo palestinese”, invenzione che è sfociata nell’idea dei “territori palestinesi” “occupati” da Israele.
Noi siamo oggi in uno dei momenti nei quali la parte islamista che tiene Gaza e la parte derivata dall’OLP che tiene Ramallah, cercano di ottenere un riconoscimento internazionale all’ONU, avendolo già ottenuto all’Unesco, con il sostegno di paesi come la Francia. (….) (qui)

Testo francese a questa pagina
Per approfondimenti: Ion Mihai Pacepa, The Kremlin Legacy, 1993. (mai tradotto in italiano) 

NOTA 1: Ahmed Shukairy, primo leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, è l’uomo che otto anni prima, di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, aveva spiegato che non era mai esistita una cosa di nome Palestina (qui).

barbara