IERI E OGGI

Israele

Kfar Giladi 1916
Kfar Giladi 1916
Kfar Giladi oggi
Kfar-Giladi oggi
Petah Tikva 1905
Petah Tikva 1905
Petah Tikva 1913
Petah Tikva 1913
Petah Tikva oggi
Petah Tikva oggi 1
Petah Tikva oggi 2
Ramla 1898
Ramla 1898
Ramla oggi
Ramla oggi
Tel Aviv 1909
fond Tel Aviv
Tel Aviv oggi
Tel Aviv oggi 1
Tel Aviv oggi 2
Tel Aviv oggi 3

Gaza

Ieri
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Gush-Katif 2
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Oggi
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Gaza oggi 1
Gaza oggi 2
Qui possiamo ammirare in azione i nostri pacifici dimostranti che pacificamente dimostrano in casa propria
sfondamento 1
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sfondamento 3
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per cui davvero non si capisce per quale ragione quelle belve assetate di sangue dei soldati israeliani gli sparino addosso. E infine, la risposta israeliana.
FAN-BLOWING-WATER-TO-GAZA
Sproporzionata, ovviamente. Poi c’è questo video coi nostri baldi giovani in azione.

E poi dovreste andare qui, dove tra l’altro potrete vedere un paio di video utili a farsi ancor meglio l’idea della situazione. E concludo con la migliore battuta letta in rete su quanto sta succedendo:

Flaminia Sabatello

La nube tossica creata dal rogo dei pneumatici a Gaza verrà dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

barbara

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LO STATO DI PALESTINA

Cioè quella cosa che non c’è. E il fatto che non ci sia è la causa di tutti i mali del mondo, di tutte le guerre, di tutto il terrorismo, di tutti gli sfracelli che si verificano in giro per il mondo, che se solo si decidessero a farlo nascere regnerebbe la pace universale e tutti gli uomini si abbraccerebbero e si amerebbero all’istante. Quello. E volete sapere perché non c’è? Ecco, guardate qui.
stato-di-palestina
E poi vi invito a leggere questo testo di Yair Lapid, precisando che Lapid è all’opposizione, vale a dire che non fa parte di quella compagine politica che le anime belle amano chiamare fanatici di estrema destra. Ecco il testo:

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, di cui ora l’Italia fa parte, recentemente ha approvato una risoluzione che dichiara illegali gli insediamenti israeliani – compresa la nostra capitale Gerusalemme e la spianata delle Moschee, dove sorgeva il Tempio – e chiede a Israele di lasciarli. Quando i membri del Consiglio si sono resi conto che la decisione ha indignato la grande maggioranza degli israeliani, compresa l’opposizione, hanno fatto finta di non capire. «Non è una decisione contro Israele» ci hanno detto i capi di governo di diversi Paesi, «riguarda solo gli insediamenti». È come se Israele annunciasse il suo appoggio alla Lega Nord che rivendica l’indipendenza del Nord Italia. «Non è una decisione contro l’Italia» potremmo dire ai nostri amici italiani, «si tratta solo di Milano». Credo che perfino i simpatizzanti della Lega Nord ci direbbero che è una grave interferenza negli affari interni italiani. L’ambasciatore israeliano sarebbe convocato dal ministro degli Esteri italiano e cortesemente invitato a non immischiarsi più in argomenti di cui non sa nulla. Ed è proprio così che ci sentiamo. Ci sono molti ostacoli che bloccano il processo diplomatico tra Israele e i palestinesi. Quello centrale è che per almeno tre volte i palestinesi hanno rifiutato di accettare uno Stato che comprendeva il 90% del territorio. Se davvero volevano uno stato bastava dire: «Sì». Invece hanno detto «No». Perché? Perché il Consiglio di Sicurezza dell’Onu li ha convinti che non c’è motivo di fare uno sforzo per raggiungere un compromesso che porterà alla pace. Tutto quello che devono fare è dire «no» e le pressioni su Israele cresceranno ancora. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha dimenticato che ogni volta che ai palestinesi è stata data l’opportunità di autogovernarsi hanno preferito ripiegare sul terrorismo. L’ultima volta è stato nel 2005 quando Israele si è ritirato dalla Striscia di Gaza senza lasciarvi nemmeno un soldato o un colono. I palestinesi hanno risposto eleggendo Hamas, un’organizzazione terroristica, e lanciando oltre 15 mila razzi sui civili israeliani. Se rivolgiamo lo sguardo a Nord, al nostro confine con la Siria, vediamo cosa accade ai Paesi che hanno perso il controllo della loro stessa sicurezza. Più di 400 mila persone sono state uccise in quella guerra civile e il Consiglio di Sicurezza si è limitato a esprimere educatamente il suo disappunto. Per qualche motivo il Consiglio di Sicurezza ha ritenuto più urgente attaccare Israele, un Paese che vuole la pace ed è ligio alla democrazia. Israele era, e rimane, intenzionato a cercare una soluzione diplomatica; semplicemente non vogliamo obbedire a ultimatum che arrivano dall’estero. I membri del Consiglio di Sicurezza probabilmente non si fanno problemi a mettere a rischio la nostra sicurezza ma se perdono la scommessa nessuno lancerà i prossimi 15 mila razzi sui bambini italiani. I bersagli saranno i bambini israeliani. I nostri figli. Per il futuro ci aspettiamo dall’Italia, nostra stretta amica e alleata, l’apporto di una voce più equilibrata e ragionevole in seno al Consiglio di Sicurezza. (La Stampa, 07/01/17, Traduzione di Carla Reschia)

Qualcuno ha detto che c’è un solo modo per far nascere lo stato di Palestina: obbligare i palestinesi con la forza ad accettarlo. Io, per la verità, conoscendo la loro ferrea determinazione a rifiutarlo, pronti da sempre a combattere fino alla morte per impedirne la nascita, sono convinta che non ci si riuscirebbe neanche in quel modo lì.

barbara

BEMIDBAR 4

Netiv HaAsara

Netiv HaAsara è un moshav a ridosso della striscia di Gaza, nel deserto del Negev.
Netiv HaAsara 1
Netiv HaAsara 2
(clic per ingrandire)
È stato costruito nel 1982, per reinsediarvi settanta famiglie evacuate dal villaggio recante lo stesso nome nel Sinai, da cui erano state evacuate nell’ambito degli accordi di pace di Camp David con l’Egitto. Gaza è lì, a 400 metri di distanza.
Gaza
Come più o meno dappertutto in Israele, anche qui si vede del verde,
verde 1
verde 2
ma le coltivazioni vengono effettuate per lo più nelle serre,
serre
a causa dell’aridità del terreno desertico. Dal 2005, dopo la tragedia (o dovrei piuttosto dire crimine?) della deportazione degli oltre ottomila ebrei di Gush Katif, nella striscia di Gaza, da parte del governo di Ariel Sharon, gli abitanti di Netiv HaAsara vivono nel terrore quotidiano dei terroristi e dei cecchini che non hanno più alcun ostacolo per introdursi nelle case del moshav e portarvi morte e terrore. Per i missili il tempo a disposizione non è di quindici secondi, come nei centri più vicini di cui siamo soliti sentir parlare, bensì di tre, come viene ricordato in questo ottimo reportage, e non c’è la copertura di Iron Dome perché, proprio per l’estrema vicinanza, il sistema non ha il tempo di entrare in azione. Per difendersi almeno dagli attacchi di terra, il mohav è stato circondato da muri
muro 1
muro 2
e recinzioni,
recinzione 1
recinzione 2
recinzione 3
e per avere sempre un riparo a portata di mano dai missili si sono costruiti un’infinità di rifugi, che tuttavia non mettono il villaggio al riparo dai tunnel: uno usciva proprio qui, in mezzo a questo campo.
tunnel
Ora è in programma l’espansione del villaggio per dare spazio all’accrescimento naturale e per accogliere nuove famiglie; in questo momento si sta lavorando alla preparazione del terreno,
espansione 1
espansione 2
espansione 3
espansione 4
sempre con l’attiva collaborazione del KKL.
KKL
Conoscendo la straordinaria intraprendenza israeliana, possiamo essere certi che chi vi andrà fra qualche mese potrà già vedere un paesaggio molto diverso.
Questa è Smadar,
Smadar
tra i fondatori del moshav, dalla bellezza assoluta nonostante i molti anni sulle spalle e la vita durissima che da sempre conduce. E questo è un video che ho trovato in rete in cui risalta una delle più singolari caratteristiche di Israele: la straordinaria serenità che si respira anche nei luoghi dove più si scatena il terrore portato da chi ha scelto di sposare la morte anziché la vita.

barbara

OTTO ANNI DI COMA

Poiché non è bello parlare male dei morti, soprattutto quando sono appena morti, ho deciso di pubblicarlo adesso, finché è ancora vivo.

Otto anni di coma. Quasi uno per ogni mille ebrei deportati da Gush Katif: qualcuno parla di punizione divina per il crimine commesso, e vista la coincidenza numerica viene quasi voglia di crederlo. Dieci anni fa ti amavo, Arik, ti veneravo come un eroe per tutto ciò che avevi fatto per il tuo popolo e per la tua terra; se fossi morto allora ti avrei pianto come una vedova. Certamente niente e nessuno potrà mai cancellare gli immensi meriti che hai acquisito. Ma, altrettanto, niente e nessuno potrà cancellare il crimine della deportazione di ottomila ebrei dalle loro case, dalle loro terre, dai campi che avevano dissodato e coltivato e fatto fiorire – quelle case, quelle terre, quei campi da cui erano stati cacciati nel 1948 all’inizio dell’illegale occupazione egiziana, e a cui erano potuti tornare nel 1967 – e mai avrebbero potuto immaginare che a cacciarli di nuovo sarebbe stato un loro correligionario, un loro compatriota.
Ti sei lasciato irretire da un losco figuro che, accecato dall’ideologia, ha scelto di credere alle cifre demografiche ammannite dai palestinesi, nonostante tutti sapessero che erano false quanto un biglietto da sette euro; ti ha terrorizzato con lo spettro del sorpasso demografico – che non è avvenuto né mai avverrà perché, appunto, quelle cifre e quelle proiezioni erano FALSE – e tu ci sei caduto come un pollo, da falco che eri. E ora hai le mani sporche di sangue, Arik, tu e il tuo suggeritore: il sangue dei Fogel, il sangue delle vittime delle migliaia di razzi sparati dopo la deportazione degli ebrei da Gush Katif, il dolore dei loro parenti e amici, i feriti, i mutilati, gli invalidi permanenti, il terrore dei bambini di Sderot, i soldati persi nelle operazioni per arginare il terrorismo rinvigorito dalla tua sciagurata iniziativa.
Prima è venuto Rabin, con il disastro di Oslo, poi tu, a completare l’opera con la deportazione da Gush Katif. Avete pagato entrambi, ma le devastazioni che avete provocato rimangono.
Riposa in pace, tu, se puoi; ma le ferite che hai aperto continuano e continueranno a sanguinare.

barbara

OTTO ANNI FA, GUSH KATIF

Otto anni fa andava in scena la deportazione di ottomila ebrei da Gush Katif (fra loro, la famiglia Fogel). Chiunque conoscesse le vicende di quell’area era certo che fosse una follia, oltre che un crimine: cinque anni prima Israele si era unilateralmente ritirata dal Libano, senza che Hezbollah ottemperasse alla parte di sua competenza della risoluzione Onu (cessazione degli attacchi terroristici contro Israele), e il risultato era stato un aumento esponenziale di lancio di missili dal Libano sulla Galilea, infiltrazioni, rapimenti, con contorno di trionfale esultanza di Hezbollah, che aveva interpretato il ritiro non come atto di buona volontà bensì come segno di debolezza (come è proprio della cultura arabo-islamica, e come chiunque si occupi di queste tematiche dovrebbe sapere) e quindi dimostrazione che il terrorismo funziona. Non era possibile avere dubbi sui risultati della deportazione degli ebrei da Gush Katif, e infatti i risultati sono stati esattamente quelli previsti: trionfo di Hamas alle elezioni (visto che il terrorismo funziona, votiamo i terroristi), massacri tra fazioni palestinesi rivali, aumento esponenziale del terrorismo e tutto il solito déja vu.
Per ricordare questa immane tragedia, ripropongo questo video, che ha visto anche la mia collaborazione

e poi quest’altro, con alcune altre immagini e considerazioni.

barbara

E ORA DIAMO UN’OCCHIATA ALLA TERRA D’ISRAELE

Per capire davvero Gaza

Questo video realizzato dagli amici dello Sderot Media Center spiega bene perché si combatte di nuovo a Gaza e cosa ci sia in gioco. Purtroppo la storia ci ha insegnato che c’è stato un solo periodo in cui Gaza non ha minacciato la sicurezza d’Israele e l’aviazione israeliana non doveva bombardarne i centri abitati. E’ stato quando c’erano gli insediamenti di Gush Katif e Israele controllava il 12 per cento della Striscia di Gaza. Per questo alla fine degli anni Ottanta l’allora ministro della Difesa, il laburista Yitzhak Rabin, fece visita alle colonie di Gaza e disse: “Quest’area deve restare parte inseparabile dello Stato d’Israele”. Gush Katif sorgeva in una posizione strategica, con Rafah a sud, Khan Yunis a est, Muwassi a ovest e i campi profughi a nord. Durante la guerra del 1948, quando esisteva già una comunità ebraica a Gaza, Kfar Darom, questa respinse un attacco egiziano, resistendo per due mesi e dando all’esercito israeliano il tempo di riorganizzarsi. Nei decenni successivi, la comunità di Netzarim avrebbe consentito a Israele di dividere in due la Striscia, impedendo ai terroristi di spostarsi liberamente. Quando nel 1994 il soldato Nahson Wachsman fu rapito da Hamas, l’esercito israeliano usò Netzarim per impedire che il soldato venisse portato a Gaza, dove sarebbe scomparso (venne poi ucciso tragicamente nel tentativo di liberarlo). Quando Gush Katif era  il fronte di difesa della Philadelphi Route non c’erano missili su Ashdod e Beersheba. Gli abitanti di Netzarim ricordano ancora di quando andavano a bere il caffè con i palestinesi a Khan Yunis, cioé prima che Yasser Arafat e la sua banda di sanguinari cleptocrati facessero ritorno da Tunisi. Pochi giorni dopo la firma del trattato di Oslo sul prato della Casa Bianca, militanti palestinesi iniziarono a scandire lo slogan “Itbah al Yahud”, morte agli ebrei, nei villaggi di Gaza. Per settimane l’esercito israeliano usò un autobus vuoto, l’autobus numero 36, per la spola da Ashkelon alle colonie e vedere come avrebbero reagito i palestinesi. Non c’era giorno in cui non veniva preso a sassate o fucilate. Nel frattempo a Gerusalemme la sinistra israeliana con Shimon Peres in testa favoleggiava su come trasformare Gaza in una “seconda Hong Kong”. Viene da ridere a pensarla oggi. Gaza è da sempre il cuore del conflitto fra arabi ed ebrei, perché storicamente la Striscia ha accolto i palestinesi che vivevano a Jaffa, alla periferia di Tel Aviv, e che lì vogliono “ritornare”. Due guerre, quella del 1956 e del 1967, sono iniziate da Gaza. Poi Israele ha conquistato la regione e la sua ennesima uscita di scena nel 2005 ha di nuovo scatenato, non certo prevenuto, altre guerre. Anche dopo questa guerra Gaza resterà il tallone d’Achille dello stato ebraico.

di Giulio Meotti

No, non pubblico questo nell’illusione che chi ha scelto di tapparsi occhi e orecchie con lo scudo del proprio odio li possa riaprire, ma solo per fornire qualche documento in più a chi li ha già aperti. (E nel frattempo gli assassini alzano il tiro e arrivano fino a Gerusalemme, che a uno verrebbe da chiedersi: ma come, non era santa anche per loro?)

Shabbat shalom, a tutti noi e soprattutto a Israele e a tutti i suoi abitanti.

barbara