CHAG PESACH SAMEACH

dal Technion di Haifa

E da Cancun

E da Chicago

E da me, naturalmente.

barbara

ISRAELE NOVE (8)

Laassùùù nellee montaagneeee (1)

Ci siamo innalzati ed elevati (no, non sono sinonimi) molto, in questo viaggio.
Del monte Sodoma, con relativi annessi e connessi su cui per il momento non intendo ritornare, ho già parlato.

Poi siamo stati sul Monte delle Tentazioni, sopra Gerico. Dopo la salita in funivia fino alla base – che uno magari, come a Masada, dice ah che bello che c’è la funivia e ci si risparmia la faticata, e invece no, sceso dall’ovetto ti aspetta, perfida come una cognata, maligna come una suocera, implacabile come una zitella affamata, la più micidiale salita che mente umana possa immaginare e quando sei finalmente arrivato ti arriva, come una schioppettata in mezzo agli occhi, il pensiero che poi devi tornare indietro, e tornando indietro, dopo un numero infinito di rampe, a ogni rampa che finisci dici finalmente ci siamo e poi invece no, ce n’è ancora una e poi ancora una e poi ancora una e poi… Quando è finalmente davvero finita avevo il cuore che mi scoppiava, ma proprio scoppiava davvero, riuscivo a stento a respirare e non riuscivo a recuperare il ritmo, senza contare il famigerato crampo al polpaccio di cui ho già parlato. Vabbè, insomma si arriva, e il posto è quello in cui Gesù si è ritirato quaranta giorni a digiunare e Satana è andato a tentarlo offrendogli tutto quello che stava intorno in cambio dell’adorazione. E vi si possono acquistare – cioè no, non acquistare: si prendono e si lascia un’offerta – frammenti della roccia su cui Gesù si è seduto durante la sua permanenza lassù, vale a dire che è stata toccata dal santo deretano e quindi a sua volta resa sacra (un po’ come il Santo Sepolcro in cui un’infinità di persone, ma soprattutto donne – donne di ogni età, vecchiette col fazzoletto nero stretto sotto il mento e quasi accasciate sulla pietra tombale, floride matrone ripiegate sulla propria pancia, giovani fanciulle in microgonna a pecorina con le chiappe al vento – versano dell’olio sulla pietra in modo da renderlo sacro e poi strofinano degli oggetti sull’olio in modo da rendere sacri anche quelli); reliquie rigorosamente autentiche, che quindi valgono senz’altro la micidiale salita. Poi, volendo, ci sarebbe anche la vista.
sopra Gerico 1
sopra Gerico 2

Del monte Meron non c’è praticamente niente da raccontare: c’è solo da dire che è la montagna più alta della Galilea, e da qui si gode una splendida vista su tutta la Galilea centrale
Meron 1-c1
Meron 2
Meron 3-c2
Meron 4-c3
Meron 5
Meron 6
Meron 7
con tanto di tavola che indica i luoghi che si stanno vedendo.
Meron 8-c4

Sul monte Carmelo, sopra Haifa, non siamo saliti, ma anche dai suoi piedi si può ammirare lo splendido panorama della città di Haifa, del suo porto e del Tempio Bahai.
Haifa 1
Haifa 2
Haifa 3
Oltre che dell’immancabile Titti, naturalmente.
Haifa 4
NOTA: per questo post, così come per quello che seguirà con la seconda parte, mi sono avvalsa dell’aiuto di Carla – che ha fornito anche alcune foto – per riordinare alcuni ricordi che avevo un po’ confusi.

barbara

GEORGES LOINGER

Georges Loinger è un ebreo alsaziano. Quando Emanuel Segre Amar lo ha casualmente scoperto, lo ha contattato a Parigi, dove oggi vive, e nel corso del colloquio intrattenuto con lui, ad un certo momento ha chiesto: “Sarebbe disposto a venire a Torino per una conferenza, per raccontare anche ad altri tutte queste cose straordinarie che sta raccontando a me?”, e Georges ha risposto: “Ho già la valigia pronta”.
Georges Loinger ha 105 anni. Usa il bastone, ma non vi si appoggia più di tanto, sale e scende le scale con incredibile sicurezza, ha voce ferma e, soprattutto, una cristallina lucidità mentale e una memoria priva di ombre. E un sorriso di quelli che ti scaldano dentro. Gli oltre 1000 chilometri che ho percorso, fra andata e ritorno, per andarlo ad ascoltare, sono sicuramente stati fra i meglio spesi della mia vita (con un sentito grazie al Gruppo Sionistico Piemontese e alla Comunità Ebraica di Torino, che hanno organizzato questo straordinario evento).
La prima parte della conferenza è stata dedicata agli anni della guerra, con un non superficiale accenno a quelli che l’hanno preceduta, con i comizi di Hitler, i suoi roboanti proclami, la dichiarata intenzione di sterminio totale nei confronti degli ebrei; gli ebrei alsaziani, residenti in una zona di confine (soggetta a vari passaggi da uno stato all’altro nel corso della storia) e perfettamente bilingui, li ascoltavano, li capivano, e si rendevano conto che non si trattava di sparate a scopo propagandistico, ma di un preciso programma politico, e hanno deciso di non subire passivamente lo sterminio, ma di scegliere la resistenza armata: la prima resistenza del periodo hitleriano. Arruolatosi poi con gli alleati, viene fatto prigioniero e portato in Germania, dove svolge lavoro d’ufficio come interprete; lì viene a sapere, tramite la Croce Rossa, che sua moglie ha organizzato un rifugio in cui dà riparo a 123 bambini ebrei. Decide dunque che deve aiutare la moglie e fugge, attraversando a nuoto il fiume di confine e a piedi tutto il resto, mezza Germania e mezza Francia, insieme al cugino Marcel Mangel (meglio noto come Marcel Marceau) e inizia così la sua opera di salvataggio, che lo porterà a mettere in salvo oltre 1000 bambini, cercando anche, attraverso la Spagna (neutrale), finanziamenti negli Stati Uniti. Nell’ambito della rievocazione delle vicende belliche, ha trovato il giusto spazio anche il riconoscente ricordo dell’occupazione del sud della Francia da parte dell’Italia, fino all’8 settembre 1943; da parte dei carabinieri italiani, per la precisione, che non solo si sono sempre fermamente rifiutati di consegnare i “loro” ebrei ai tedeschi, ma hanno anche consentito loro il massimo possibile di libertà di movimento e di culto. Poiché era previsto che Georges Loinger avrebbe rievocato questa vicenda, era stato invitato alla conferenza il generale Gino Micale, comandante della Legione Carabinieri Piemonte e Valle d’Aosta, accolto, in memoria di quanto fatto dall’Arma che egli rappresenta, da uno scrosciante applauso di (quasi) tutto il pubblico presente.
Finita la guerra, si dedica, nell’ambito della sua opera volta a contribuire all’immigrazione clandestina nella Palestina sotto mandato britannico, a un’impresa altrettanto grandiosa del salvataggio dei bambini: la vicenda di Exodus. Pochi, probabilmente, sanno che dietro a quella vicenda, in un ruolo di primo piano, c’è ancora lui, Georges Loinger: è lui, infatti, ad occuparsi delle modifiche necessarie a riadattare una nave costruita per trasportare 5-600 persone in modo che ne possa contenere 4500. Ed è sempre lui a organizzare il trasporto di tutte queste migliaia di sopravvissuti alla Shoah dalla stazione di arrivo al porto d’imbarco con 200 camion. Ora, proviamo a ricordare cos’era l’Europa poco dopo la fine della guerra, strade bombardate, ponti distrutti, passaggi ostruiti; e proviamo a immaginare che cosa significasse reperire anche solo un paio di mezzi di trasporto, per non parlare di centinaia. E lui niente, lo racconta così, con nonchalance, come uno che dicesse “poi siamo andati a comprare il pane” – ossia con quella totale inconsapevolezza della propria grandezza che hanno i veri grandi. Le vicende legate all’Exodus sono note: si trattava di una provocazione costruita da Ben Gurion allo scopo preciso di creare un caso mondiale che attirasse l’attenzione sulla drammatica situazione dei sopravvissuti alla Shoah cui la Gran Bretagna impediva l’ingresso in Eretz Israel, e spesso accampati in campi di raccolta che troppo ricordavano i campi nazisti. E quanto avvenuto all’arrivo della nave al porto di Haifa, con le forze armate britanniche che sparano sui sopravvissuti e li costringono a tornare indietro, in quell’Europa che li aveva sterminati, in quell’Europa ancora maleodorante delle decine di migliaia di tonnellate di carne umana bruciata, in quell’Europa in cui a nessun costo volevano mai più rimettere piede, riuscì effettivamente a scuotere le coscienze.
Terminata la seconda parte, si erano fatte le otto di sera, e Georges Loinger, che era uscito di casa la mattina per atterrare a Torino nel primo pomeriggio e, a parte un’oretta di riposo in albergo, non si era mai fermato e in quel momento stava parlando da un’ora e mezza, ha dichiarato di essere un po’ stanco e di non sentirsi di affrontare la terza parte programmata. Di questa ha perciò brevemente parlato Emanuel Segre Amar, ma quando ha terminato la sua esposizione, il nostro incredibile Georges ha ripreso la parola per aggiungere ancora qualche dettaglio, per precisare, per chiarire, per completare. Si tratta di un episodio pressoché sconosciuto, avvenuto nel 1959. Il gesuita Michel Riquet, amico di Loinger, decide di dare vita a un atto simbolico di grande impatto di riconciliazione fra tedeschi e francesi, e organizza il primo congresso eucaristico, riunendo appunto cattolici francesi e tedeschi; e affinché questa simbologia sia davvero potente, vuole che questo incontro tra francesi e tedeschi avvenga su una nave israeliana. A questo provvederà appunto Georges Loinger, all’epoca direttore della compagnia di navigazione israeliana ZIM, procurando una nave capace di ospitare 350 persone. Ultima tappa del percorso – per rendere ancora più luminosa questa simbologia di riconciliazione – sarà la città di Barcellona: la prima presenza ebraica ufficiale in terra di Spagna dopo la cacciata del 1492. Al viaggio prese parte anche Georges Loinger, che consegnò al sindaco di Barcellona una Bibbia donata dal vice sindaco di Gerusalemme.
Aggiungo ancora qualche nota di colore, diciamo così, a margine. Tra il pubblico, accorso numeroso ed entusiasta ad ascoltare questo straordinario personaggio, attore e testimone allo stesso tempo, brillavano alcune consistenti assenze, che non specificherò, per carità di patria, come si suol dire; dirò solo che qualcuno ha ritenuto l’ideologia più importante della conoscenza (Georges Loinger è fortemente filoisraeliano) e qualcun altro è rimasto schiavo delle proprie personali antipatie nei confronti di chi ha voluto e organizzato l’evento e ha scelto, pertanto, di boicottarlo.
Ancora un’ultima cosa: questa di Torino è stata la prima conferenza in Italia di Georges Loinger; a quanto pare ci ha preso gusto, e ha accolto con piacere la proposta avanzata da Emanuel Segre Amar di organizzare, finita l’estate, altre tre conferenze: a Roma, a Venezia e a La Spezia. E magari per allora avrà portato a termine il quinto libro, in cui ci insegnerà come restare giovani e brillanti a cent’anni suonati.
George Loinger
barbara

UN VIAGGIO

Ricevo e pubblico questo interessante resoconto di un viaggio in Israele, che mi è stato inviato.

Sono tornato alcuni giorni fa, da una visita di carattere istituzionale (la delegazione di cui ho fatto parte è stata ospite del ministero degli esteri) nello stato ebraico. E’ difficile condensare in un articolo, le considerazioni e gli spunti che il viaggio in Israele mi ha offerto. Mi limiterò pertanto, a mettere nero su bianco senza pretese di organicità ed in maniera sintetica, alcune impressioni così come mi vengono in mente. Ero già stato nello stato ebraico vent’anni or sono ed oggi come allora (pur con i cambiamenti che inevitabilmente ci sono stati e sui quali accennerò qualcosa più oltre), ho percepito chiaramente un Paese vitale, dinamico, economicamente in crescita, proteso verso il futuro, come testimoniano le realtà avanzate (su scala mondiale) che vi si possono trovare nel campo delle innovazioni industriali, tecnologiche e nel settore emergente delle start-up. Ne abbiamo appreso o intuito l’importanza visitandone alcune, come le start-up a Tel Aviv, il Technion di Haifa ed un importante polo industriale a Nazareth creato e diretto da un imprenditore arabo-israeliano. Ovviamente, parliamo di realtà che vent’anni or sono quando misi piede laggiù non c’erano ancora od erano solo in fase embrionale essendo Israele sino ad allora, conosciuto da questo punto di vista solo per le innovazioni applicate con successo in campo agricolo. Da sottolineare come dato non certamente estraneo a quanto appena detto, la crescita demografica registrata, che è di sicuro rilievo se si pensa che solo venti anni fa la popolazione dello Stato si aggirava sui 5 milioni mentre oggi siamo quasi a quota nove. Significativo ed evidente poi anche solo rispetto a non molti anni fa, lo sviluppo urbanistico ed infrastrutturale sia di Gerusalemme (Ovest in particolare) e sia della stessa Tel Aviv, città modernissime quanto tante altre città europee o nord-americane e da questo punto di vista, lo stesso skyline di grattacieli visibile a Tel Aviv, costituisce un indubbio biglietto da visita.
Una premessa è forse doverosa; è difficile, direi quasi impossibile per un comune cittadino europeo (di sicuro se italiano) che non sia mai stato in quel Paese e che non ha nel corso del tempo studiato o letto qualcosa su Israele, farsi un idea anche minimamente corretta di cosa sia in realtà lo stato ebraico e di come ci si vive. Non è certo un caso, se è difficile trovare un italiano che dopo aver visitato per la prima volta Israele, non ti dica poi di essere rimasto del tutto sorpreso e colpito da quello che ha visto e toccato con mano per così dire. L’informazione su Israele qui da noi, è quasi esclusivamente concentrata sui problemi gravi (che ci sono intendiamoci) che quel Paese deve affrontare in ordine ai suoi rapporti con i palestinesi e i paesi arabi che lo circondano (e lasciamo stare perché non è questa la sede, le strumentalizzazioni e le manipolazioni che abbondano nei nostri mezzi di comunicazione, relativamente a questa problematica). Da qui, il fiorire nell’immaginario collettivo dell’opinione pubblica riguardo ad Israele, di qualche pregiudizio e di non pochi luoghi comuni.
Uno dei quali ad esempio, impedisce di comprendere come in diverse realtà e zone del Paese, la convivenza tra arabi (e non solo quelli con passaporto israeliano) ed ebrei, si svolge in un contesto di ordinaria tranquillità e di mutua collaborazione. Certo, c’è una parte sia pure minoritaria del mondo arabo-israeliano che guarda con una certa ostilità ad Israele e talvolta essa diviene manifesta, con risvolti anche preoccupanti. Un atteggiamento questo del resto, che fa il paio con una certa intolleranza anche religiosa e tipica oggi -purtroppo- di alcuni segmenti del mondo musulmano. Emblematico da questo punto di vista, il cartellone (in lingua inglese si badi bene) che è affisso oggi in una delle facciate della moschea islamica a Nazareth (città israeliana) e proprio a ridosso della Basilica dell’Annunciazione, contenente frasi ed espressioni chiaramente minacciose ed intimidatorie, rivolte ai cristiani. Diverso è il discorso che riguarda le altre minoranze presenti nello stato ebraico, vale a dire i beduini presenti nel Neghev ed i drusi (che pure sono arabi ma con una loro identità specifica che custodiscono con un certo orgoglio come abbiamo avuto modo di constatare visitando il loro villaggio di Isfiya sul monte Carmelo ed ascoltando durante il pranzo che ci è stato offerto, il discorso di un loro rappresentante). Entrambe queste comunità, hanno conosciuto tra luci ed ombre un significativo percorso di integrazione ed assimilazione nello stato d’Israele ed i loro membri svolgono servizio nell’esercito (i beduini su base volontaria) dove, in particolare i drusi, si distinguono per la loro affidabilità ed abilità, nonché per il loro relativamente alto numero di effettivi presenti anche nelle forze di sicurezza e di polizia. Non è forse superfluo precisare, che mentre gli arabi-cristiani hanno la facoltà (su base volontaria quindi) di arruolarsi nell’esercito, gli arabi-israeliani di fede musulmana sono esentati dal servizio militare (anche se si sono avute specifiche eccezioni) sostituito da un servizio civile volontario che è retribuito e che consente poi a chi lo svolge, di godere di alcuni vantaggi. Come molti sanno invece, il servizio militare in Israele (obbligatorio) ha la durata di tre anni per gli uomini e due per le donne.
La “città vecchia” di Gerusalemme, è un caleidoscopio di comunità e quartieri racchiuso in uno spazio ristretto e dove l’elemento legato alla religiosità è preminente e palpabile essendo un luogo sacro alle tre religioni monoteiste. E’ di sicuro per motivi assai ovvi che tralascio quindi di puntualizzare, uno dei luoghi più interessanti ed emozionanti del mondo. Senza dubbio suggestiva è la visita alla parte sotterranea del muro occidentale (il cosiddetto “muro del pianto”), sopravvissuto ma solo per volontà dell’imperatore, alla distruzione del secondo tempio ebraico perpetrata dai romani nel 70 d. c. La parte visibile e cioè esterna di questo muro quella a tutti nota, è solo una piccola porzione di esso, lunga appena 150 metri. Interessante -e forse poco conosciuta anche da noi mi sembra-, la descrizione delle tensioni a volte sfociate anche in episodi violenti, che hanno invece storicamente caratterizzato i rapporti tra le confessioni cristiane in ordine alla Basilica del Santo Sepolcro. La “gestione” di tale luogo sacro alla cristianità, è tuttora regolata meticolosamente e minuziosamente, da un accordo noto con il termine “status quo” raggiunto addirittura nel 1857 e che contempla peraltro anche una precisa scansione temporale per ciò che concerne la celebrazione delle liturgie. Non tutti sanno poi, che non essendosi le diverse confessioni cristiane accordate su chi di loro dovesse detenere le chiavi del portone della Basilica, la soluzione che escogitarono e che è tuttora operante, fu quella di affidarle a due famiglie musulmane che tale compito se lo tramandano di generazione in generazione. Ecco quindi che ogni sera, un musulmano viene a prendere la chiave salendo con una scala all’altezza di una finestra (posta dove si trova la decima tappa della via dolorosa se non ricordo male), per poi riportarla la mattina successiva.
La visita ad una base militare dell’IDF (l’esercito israeliano) e al nuovo edificio del valico di Erez che insieme a quello di Kerem Shalom posto a qualche chilometro di distanza, regola il flusso di persone automezzi e merci da e per la striscia di Gaza (flusso drasticamente ridotto da quando Hamas prese il potere nella striscia) entrambi a ridosso del muro di separazione, ci ha permesso di avere un punto di osservazione privilegiato su quello che è uno dei confini “caldi” di Israele, ma la situazione di tensione che si respira in quel lembo di terra e che diventa drammatica quando si accende il conflitto, la si avverte più concretamente visitando Sderot, la cittadina posta vicino ai confini meridionali dello Stato e notoriamente la più bersagliata dai razzi sparati da Gaza. Colpisce l’occhio del visitatore, la presenza relativamente numerosa di piccoli bunker di sicurezza disseminati lungo le arterie stradali cittadine, generalmente accanto alle fermate degli autobus, così come alcuni edifici di sicurezza assai più grandi, tipo il “Save a Child hearth”, quello nel quale vengono ospitati molti bambini quando suona l’allarme relativo ai razzi in arrivo e dotato di giochi e giocattoli per il loro intrattenimento. Anche qui, una visita allo “Sderot media center” struttura protetta che attraverso un moderno sistema informatico e di sorveglianza audio-visiva monitorizza la situazione durante le emergenze e quella successiva, al magazzino della polizia dove sono conservati i resti dei razzi caduti nell’area, ci ha offerto una panoramica si può dire completa, della situazione che si vive in città quando si accendono le ostilità con Gaza. Ora, è pur vero che i razzi in questione (i cosiddetti Qassam) sono di produzione artigianale, hanno una potenza esplosiva limitata e soprattutto (per fortuna) una precisione balistica alquanto approssimativa. In tutti questi anni, poche sono state le vittime civili e relativamente basso il numero di feriti nella stessa Sderot. E peraltro, c’è da dire che nelle ultime due situazioni di conflitto con Hamas, il sistema difensivo Iron Dome (Cupola di ferro) ha intercettato e distrutto la totalità o quasi dei razzi che si dirigevano verso i centri abitati. Ciò detto, non si può non tenere presente, quanto possa essere pesante e logorante per un intera popolazione, trovarsi sotto una pioggia di razzi e quali traumi psicologici una tale situazione può causare a tante persone, si pensi in particolare ai bambini. Sderot si trova in quella parte di terra israeliana considerata economicamente -dati alla mano- meno prospera e sviluppata specie in confronto al centro e al nord del Paese e la cosa balza in evidenza agli occhi di un attento osservatore, anche solo notando lo stato delle infrastrutture, il patrimonio edilizio ed abitativo e le stesse vie di comunicazione. Un ultima annotazione, fondamentale per capire le esigenze di sicurezza che hanno gli israeliani e per cercare di immedesimarsi con il loro stato d’animo da questo punto di vista, riguarda le ristrettissime dimensioni territoriali dello Stato. Per avere un idea della sua grandezza, basti osservare che lo spazio che occupa Israele (al netto della Cisgiordania o Giudea-Samaria) è inferiore a quello della Sicilia o del Piemonte. Un fazzoletto di terra cioè, circondato da nazioni e popolazioni ostili che vorrebbero annientarlo. Tornati a Tel Aviv stanchi morti, ci “immergiamo” in una sorta di piccola visita guidata nella “movida” notturna della città visitando alcuni locali. Un detto israeliano recita che “a Gerusalemme si prega, ad Haifa si lavora e a Tel Aviv ci si diverte”. In realtà, Tel Aviv che nella bella stagione sfrutta da ogni punto di vista il suo bellissimo lungomare, è una città animata e dedita al divertimento notturno e non, al pari di qualsiasi altra grande città europea. Interessante notare come la municipalità abbia fatto di Jaffa (così si chiamava la località araba prima del sorgere della Tel Aviv moderna) la parte vecchia della città ricca di siti storici, un luogo di attrazione turistica presso il quale vengono scattate tra l’altro le classiche foto da cartolina o depliant turistico, che ritraggono il lungomare sabbioso della città con il suo contorno di hotel e grattacieli. Da noi molto più prosaicamente, la località è conosciuta per essere il luogo d’origine dei pompelmi che prendono il suo nome e che si possono trovare nei nostri supermercati. Vi si trova un vecchio mercato (il Carmel Market) e più in generale è ammirevole sia la preservazione e valorizzazione dei suoi punti storici e sia il suo decoro urbano. Jaffa, che è ora uno dei quartieri di Tel Aviv, è abitata in larga maggioranza da popolazione di origine araba e costituisce un altro esempio di convivenza nei termini sopra accennati. Esempio che su scala più vasta, è notoriamente costituito da Haifa, la terza città di Israele, importante polo industriale e tecnologico e sede del più grande porto del Paese, città dove la presenza dei cittadini arabi (e segnatamente anche degli arabi cristiani) è significativa e non meramente come solo dato numerico. La visita al santuario e agli stupendi giardini Bahai, è una tappa difficilmente eludibile quando ci si reca ad Haifa.
Haifa è la sede centrale di questa religione monoteista, nata in Iran intorno alla meta del diciannovesimo secolo e tuttora perseguitata in quel Paese (nonostante sia fortemente minoritaria) dal regime teocratico degli ayatollah. Conta qualche milione di fedeli sparsi per il mondo. Non è evidentemente questa la sede per parlarne, mi limito a riportare sperando di ben interpretare quanto ci è stato spiegato, che tale religione nel sottolineare l’unità spirituale di tutta l’umanità, vede in Dio la fonte di tutta la creazione, riconosce l’unità della religione nel senso che tutte le grandi religioni hanno la stessa origine spirituale provenendo dallo stesso Dio, riconosce come sacri oltre ai propri, tutti i testi delle altre religioni monoteiste e spiega il legame dell’uomo con Dio così come si è configurato nel corso del tempo, attraverso il concetto di relatività e progressività della religione, con ciò profetizzando il superamento stesso della religione Bahai in virtù di quello che sarà il divenire storico.
La visita al kibbutz Ramot-Menashe situato lungo la direttrice che da Nazareth porta a Tel Aviv, meriterebbe un discorso a parte per l’importanza fondamentale che i kibbutzim hanno avuto nella breve storia del Paese. Piccole e povere comunità dedite a lavorare la terra, hanno cominciato ad insediarsi laggiù a partire dagli anni 10 del secolo scorso, costituite dai primi ebrei che fecero ritorno (l’“Aliya” in ebraico) alla terra dei padri. Sono poi fiorite nei decenni successivi, in occasione dell’arrivo di moltissimi ebrei contestualmente alla fine della seconda guerra mondiale e alla nascita dello stato d’Israele nel 1948. Avendo molti dei primi pionieri un orientamento socialista basato sulle utopie di uguaglianza caratteristiche di quel pensiero a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, la vita in molti kibbutz è stata a lungo basata su regole rigidamente egualitaristiche e sul concetto di proprietà comune. Per diverso tempo, le condizioni di vita dei propri membri sono state spesso difficili ed inoltre, queste comunità dovevano provvedere autonomamente alla propria auto-difesa essendo circondate da popolazione araba ostile e ciò, può ben portarci a dire che il sistema dei kibbutz ha costituito storicamente il primo presidio armato e di sicurezza degli ebrei in Palestina, garantendo poi un terreno più favorevole per l’insediamento successivo dei tantissimi immigrati arrivati dopo il secondo conflitto mondiale e dopo la terribile persecuzione subita con l’Olocausto e favorendo al contempo la stessa creazione dello Stato ebraico. Il kibbutz è stato in altre parole, uno degli elementi fondamentali nello sviluppo di Israele. Ovviamente, per una serie di motivi alquanto comprensibili ma che qui sarebbe troppo lungo spiegare in parte comunque determinati dalla stessa modernizzazione e crescita economica del Paese, i kibbutzim hanno conosciuto negli ultimi quarant’anni un declino anche in termini di presenze che ha portato molti di loro a rivedere necessariamente le proprie caratteristiche sia di vita interna e sia produttive. Se per lungo tempo infatti i kibbutz si occupavano pressoché esclusivamente di attività agricole, negli ultimi decenni non pochi di loro si sono riconvertiti ad altri progetti produttivi mentre ce ne sono stati altri che si sono sostanzialmente trasformati in strutture ricettive ed alberghiere (alcune di lusso) aprendosi al turismo. In ogni caso ancora pochi anni fa (ultimo dato che ho disponibile), la produzione dei kibbutzim costituiva il 9% del prodotto industriale nazionale ed il 35-40% di quello agricolo. Il kibbutz di Ramot-Menashe al quale abbiamo reso visita, è piuttosto vecchio e porta i segni del tempo come un occhio attento non fa fatica a notare e fu fondato da reduci giunti dal porto di La Spezia, ebrei italiani e provenienti dal Sud America che decisero dopo le vicissitudini patite a causa del secondo conflitto mondiale, di emigrare in Israele.
La sosta al “Rabin Memorial” a Tel Aviv sorto nel punto dove il primo ministro fu ucciso il 4 Novembre del 1995 da un connazionale (cosa questa che si riteneva impensabile), un giovane estremista fanatico e squilibrato, evoca ricordi dolorosi ancora ben presenti nella coscienza degli israeliani. Come si usa sottolineare oggi in Israele, ognuno ha impresso nella propria memoria dove si trovava e cosa stesse facendo quella sera quando apprese la notizia. Un po’ come si è fatto negli Stati Uniti per tanti anni in relazione all’assassinio di Kennedy. Anche chi scrive, ricorda esattamente come apprese la notizia e come trascorse il resto della serata quel triste Sabato di 19 anni fa. Erano gli anni appena successivi agli accordi di Oslo, alla stretta di mano sul prato della Casa Bianca tra lo stesso Rabin e Arafat e una parte della società israeliana credeva fosse finalmente a portata di mano la possibilità di giungere non solo ad una pace durevole con i palestinesi e più in generale con il mondo arabo, ma anche all’avvio di una possibile era di rapporti costruttivi e di cooperazione. In realtà, come i fatti successivi si sono incaricati di dimostrare ancora fino ai nostri giorni, si trattava di aspettative frutto di analisi velleitarie quando non di vere e proprie illusioni. Non vi erano allora come non vi sono oggi purtroppo, interlocutori sia in campo palestinese che nel mondo arabo-islamico con le molto parziali e relative eccezioni della Giordania e dell’Egitto (e quest’ultimo solo se in mano a tipi come Mubarak o ai militari), con i quali Israele possa seriamente e costruttivamente aprire un dialogo vero e non di circostanza, finalizzato a definire un percorso virtuoso di pace e collaborazione. Questa è la triste ed amara realtà anche se ovviamente, nel corrente linguaggio della diplomazia non la si può certo sancire apertamente. Rabin, che non era di certo un ingenuo (al di là di certe interpretazioni strumentali ed interessate che specie qui in Europa sono state date post-mortem sulla sua figura) e che da soldato e generale aveva combattuto le sue guerre per difendere il Paese, era ben consapevole del peso della storia e delle enormi difficoltà che vi sarebbero state al fine di implementare e portare avanti il fragile percorso che prese il via nella capitale norvegese, ma aveva coraggiosamente deciso di non ignorare quel piccolo spiraglio che sembrava essersi aperto, decisione che pagò con la sua stessa vita.
OMAR PROIETTI

E dopo questo bellissimo resoconto, non posso che rivolgere ai miei lettori ancora vergini di Israele, l’invito ad andare e verificare.

barbara

HAIFA, 31 MARZO 2002


L’attentato al ristorante Matza di Haifa è stato sicuramente uno dei più devastanti, non solo dal punto di vista materiale, a causa dell’alto numero di vittime (16), ma anche dal punto di vista psicologico, essendo sempre stata, la città di Haifa, un luogo di sostanzialmente pacifica convivenza, con un tessuto sociale fatto di amicizie e rapporti di lavoro fra arabi e israeliani. Oggi, a dieci anni di distanza da quella strage, loro, naturalmente, quelli con cui bisogna discutere, quelli con cui bisogna trattare, quelli che detengono legittimamente il potere in quanto democraticamente eletti, celebrano, come al solito, il brillante successo dell’impresa, pubblicando le immagini dell’eroe e i risultati della sua azione.

Queste le vittime, i loro nomi e i loro volti:

Famiglia Ron 
Aviel Ron, 54, di Haifa   Anat Ron, 21, di Haifa     Ofer Ron, 18, di Haifa

       

Famiglia Koren
Shimon Koren, 55, di Haifa  Ran Koren, 18, di Haifa    Gal Koren, 15, di Haifa
        

Famiglia Shiran
Adi Shiran, 17, di Haifa

Shimon Shiran, 57, di Haifa – morto in conseguenza delle ferite l’11 aprile 2009, dopo sette anni di degenza in ospedale

Altre vittime
Suheil Adawi, 32, di Turan        Dov Chernobroda, 67, di Haifa
               

Moshe Levin, 52, di Haifa  Danielle Menchel, 22, di Haifa  Orly Ofir, 16, di Haifa
               

Ya’akov Shani, 53, di Haifa       Daniel Carlos Wegman, 50, di Haifa
            

Carlos Yerushalmi, 52, di Karkur – morto il giorno successivo in conseguenza delle ferite

Qui qualche altra notizia.

barbara