OGGI VI SCODELLO UN PAIO DI ARABI

Uno

Mus’ab Hasan Yusuf, figlio di un capo di Hamas

e due

Questo invece è un ebreo che si finge arabo

E qui ci sta bene questo incredibile scambio (il signore è noto per questo genere di disgustose provocazioni, e davvero non so dove Deborah trovi la pazienza di continuare a rispondergli invece di mandarlo colà dove merita di essere mandato).

Resto anch’io oltremodo stupito quando in alcune delle lettere pubblicate lamentele ed accuse (generiche a dire il vero) nei confronti dell’Europa colpevole, a giudizio degli scriventi, di “essere contro Israele”. E’ un’accusa che non sta nè in cielo nè in terra, a voler essere obiettivi! Non c’è politico europeo che non abbia manifestato piena solidarietà a Israele , da Macron alla Merkel, da Johnson ai nostri rappresentanti di governo, a cominciare dal patetico Giggino, sedicente ministro degli esteri, pronto, pur di conservare il prestigioso incarico, a qualsiasi voltafaccia rispetto alle posizioni del passato del suo gruppo politico. Senza parlare dei Paesi del nordest europeo, Austria, Ungheria, Romania, Bulgaria, Grecia, tutti a gara nel manifestare la propria solidarietà al povero Israele. Non vedo quindi nessuna ostilità da parte dell’Europa nei confronti dello stato ebraico, tutt’altro. Non capisco come si vogliano travisare i fatti a meno che non si voglia fare del vittimismo sempre e comunque. Dispiace infine notare nelle diverse lettere la mancanza totale di un minimo di umana compassione dei confronti delle centinaia di vittime della parte avversa, quantomeno i bambini palestinesi. E’ qui, mi dispiace dirlo, che noto il discrimine fra la morale cristiana e quella ebraica, perlomeno in quella parte del mondo ebraico che, senza se e senza ma, difende le ragioni di Israele senza riconoscere alla controparte neppure la dignità di esseri umani.  

Alessandro Bortolami

Gentile Alessandro,

Le risponderò con una battuta di Boris Johnson detta proprio in questi giorni durante un collegamento con i media: “Metà di voi sono antisemiti” Lo speaker che lo intervistava ribatte “Lei deve ritrattare questa affermazione” e Johnson ” Ha ragione, metà di voi non sono antisemiti”.  Lei asserisce che l’Europa non sia antisemita e che, travisando, facciamo solo del vittimismo. Bene, mi dica però una cosa che mi riesce difficile da capire. Come mai agli europei piace tanto il vittimismo degli arabi palestinesi che prima ci aggrediscono con 4300 missili e quando noi rispondiamo per difenderci vanno a piagnucolare all’ONU che vogliono il cessate il fuoco? E come mai l’Europa continua a mandare miliardi ai palestinesi sapendo che li usano solamente per armarsi e scavare tunnel attraverso i quali penetrare in Israele ad ammazzare civili? E come mai l’Europa parla sempre di occupazione israeliana dal momento che Gaza è occupata da Hamas, organizzazione terrorista legata all’Isis? E come mai dopo lo sfratto di quattro famiglie dal quartiere di Sheikh Jarrah, tutti a urlare “pulizia etnica”, a pappagallo, e senza sapere di cosa stavano parlando? Erano famiglie morose che non pagavano l’affitto da decenni, di generazione in generazione. Dopo l’ultimo invito rifiutato (ultimo in 54 anni, pensi che pazienza), sono state finalmente e giustamente sfrattate. Mi risulta succeda in ogni paese del mondo magari anche prima di lasciar passare mezzo secolo.  In 70 anni i palestinesi sono stati sommersi di denaro, a miliardi, ma lo sviluppo dove sta? Nelle ville con piscina dei capi, nei missili, nei tunnel. La figlia di Arafat ha ereditato dal padre defunto 8 miliardi di dollari! E lei mi parla di dignità del popolo palestinese che noi non sentiremmo nei loro confronti. Loro non hanno dignità perché i loro dittatori gliel’hanno rubata, insieme ai soldi dei donatori internazionali,  incolpando Israele per far crescere l’odio a dismisura. Sono tenuti nell’ignoranza e cresciuti nell’odio e voi europei, anziché riconoscerlo e aiutarli a liberarsi dal giogo delle loro feroci dittature accusate noi israeliani di ogni malefatta. Lei scrive che tutti i paesi d’Europa hanno espresso solidarietà a Israele e non è vero, alcuni lo hanno fatto, altri hanno messo sullo stesso piano Israele che si difendeva (avvisando sempre quando doveva bombardare le basi terroristiche per non colpire civili, (quale paese in guerra lo fa?) a Hamas , terrorista, che lo aggrediva. L’Europa crede ad ogni menzogna di Hamas e di Abu Mazen, persino all’uccisione di un’intera famiglia a Gaza da parte di Israele mentre quella povera gente è stata uccisa da un missile palestinese. Su 4300 missili almeno 800 se li sono tirati in testa ma i morti e i feriti sono stati poi attribuiti a Israele. L’Europa ha sempre preso sotto la sua ala protettrice gli arabi palestinesi fregandosene altamente dei curdi, degli uiguri, dei tibetani, degli yemeniti e di decine di altri popoli sottomessi e massacrati. Nelle capitali d’Europa hanno fatto manifestazioni oceaniche urlando alla morte e distruzione di Israele, 3000 a Londra, migliaia a Berlino, 3000 a Milano, a Napoli, a Palermo, a Trieste. Si è gridato alla distruzione d’Israele ed alla morte degli ebrei, si respirava la stessa aria degli anni 70/80. Concludo con una frase di Golda Meir, laburista, non certo donna di destra: “Ci dicono: tornate ai confini del 67 e ci sarà la pace. Ma noi eravamo sui confini del 67 e ci hanno fatto la guerra. Come mai? Gli arabi non vogliono un territorio, semplicemente si rifiutano di pensare che abbiamo diritto di esistere”. E questo è anche il pensiero di buona parte dell’Europa, media compresi. (qui)

Un cordiale shalom 
Deborah Fait

Ed eccola qui infatti, la grande Golda Meir, che risponde al più ridicolo dei mantra degli antisemiti travestiti da amanti della pace

Infatti, come disse un altro ebreo piuttosto noto:

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci.
Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?
Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi;
un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni.
Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco.
Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere».
(Matteo 7, 15-20)

E anche per oggi abbiamo concluso, a voi la linea.

barbara

METTIAMOCELO BENE IN TESTA: SONO ANTISIONISTI, NON ANTISEMITI!

Bombardiamo, bombardiamo Tel Aviv”

Rabbini aggrediti, monumenti alla Shoah profanati, parole di morte contro gli ebrei in Europa

di Giulio Meotti

ROMA – Domenica, mentre dal Canada arrivava il video di un ebreo picchiato da manifestanti filopalestinesi, un rabbino veniva aggredito a Londra. La sinagoga ortodossa di Chigwell, fuori dalla capitale, ha fatto sapere che il rabbino Rafi Goodwin è stato colpito alla testa e agli occhi mentre gli urlavano slogan antisemiti. Intanto un convoglio di auto con bandiere palestinesi e megafoni appariva nelle aree ebraiche del nord di Londra, la strada che attraversa Hampstead e Golders Green. Nel video gli abitanti si sentono ansimare di paura mentre per strada gridano “F**k gli ebrei, violentate le loro figlie”. In risposta al convoglio, il premier Boris Johnson ha detto: “Non c’è posto per l’antisemitismo nella nostra società”. E mentre la sinagoga Adat Yeshua a Norwich veniva profanata e un ufficiale della sicurezza ebraica di Londra suggeriva che gli ebrei non dovessero andare da soli alla sinagoga, la polizia doveva impedire ai manifestanti di raggiungere l’ambasciata israeliana, punto di arrivo di una marcia iniziata a Hyde Park e che gli organizzatori dicono abbia visto la partecipazione di 100 mila persone. C’era anche un enorme manichino raffigurante Israele come un ebreo degno di Der Stürmer, completo di naso adunco, lineamenti sinistri e corna. Si è marciato al grido di “Khaybar, khaybar ya yahud, jaish Muhammad saya’ud”.
La traduzione è “Khaybar, Khaybar, o ebrei, l’armata di Maometto ritornerà”. Khaybar è il nome dell’oasi abitata da ebrei che Maometto conquistò nel 628. Il luogo ha assunto un significato leggendario nella prospettiva islamista di una sottomissione finale e violenta degli ebrei.
Lo stesso grido usato da Hamas nella sua guerra contro Israele oggi risuona da Bruxelles a Vienna. Ad Amsterdam il motto della manifestazione, condannata dal premier Mark Rutte, è stato “dal mare al fiume, la Palestina sarà liberata”, evoluzione del vecchio “gettare gli ebrei in mare” che equivale alla distruzione di Israele.
A Stoccolma cori per “schiacciare il sionismo”. A Parigi, dove le autorità hanno vietato le manifestazioni per non veder ripetere le scene del 2014 con gli assalti alle sinagoghe (la peggior ondata di antisemitismo dalla Seconda guerra mondiale), manifestanti hanno marciato sopra le bandiere israeliane, come si fa in Iran.
Un reporter del quotidiano berlinese B.Z. ha seguìto la manifestazione nella capitale tedesca. “Ho sentito una canzone terribile ma purtroppo molto popolare nel mondo arabo: ‘Udrub Udrub Tal Abib’ (bombardiamo, bombardiamo Tel Aviv)”. Uno striscione chiedeva una “Palestina libera dal fiume Giordano al Mediterraneo”, senza Israele.
“Molti immigrati musulmani e un milieu di sinistra condividono la convinzione che gli israeliani in qualche modo meritino gli attacchi missilistici”, ha scritto sulla Welt Jacques Schuster, capo degli editorialisti del celebre quotidiano tedesco. “A una folla urlante è permesso di salire sulle barricate di fronte alle sinagoghe, esplodere di odio per gli ebrei, bruciare le stelle di David e tutto questo senza conseguenze”. Bandiere algerine, palestinesi e turche e duecento manifestanti davanti alla sinagoga di Gelsenkirchen al grido di “ebrei di merda”. Una bandiera israeliana issata sul municipio della città di Solingen è stata data alle fiamme, riferisce la Bild, con Tim Kurzbach, socialdemocratico e sindaco di Solingen, che parla di “atto vergognoso”. La città di Hagen alla fine ha rimosso la bandiera israeliana per non offendere parte della popolazione. A Berlino, una bandiera israeliana rubata dall’ufficio della Cdu della cancelliera Angela Merkel. Manifestanti hanno dato alle fiamme il memoriale della Grande sinagoga di Düsseldorf, distrutta dai nazisti nel 1938 durante la “Notte dei cristalli”. Un’altra bandiera israeliana bruciata a Münster fuori da una sinagoga.
L’ex premier francese e socialista Manuel Valls domenica ha detto che c’è una parte della sinistra filo Hamas, mentre a Milano abbiamo sentito in piazza Duomo “Allahu Akbar”. “Questo incontro tra islamismo radicale ed estrema sinistra è potenzialmente esplosivo”, ha detto ieri in televisione Bernard-Henri Lévy. Nessun cittadino di colore è inseguito per le strade di Londra e picchiato. Gli ebrei sì. Ma sono invisibili alla doppia morale dell’antirazzismo che, in nome della Palestina, flirta con l’antisemitismo. Surreale, si rifiutano di condividere una piattaforma con le femministe che pensano che il sesso biologico sia reale, ma marciano assieme a chi invoca l’uccisione degli ebrei.
Il Foglio, 18 maggio 2021)

Capito? Antisionisti, solo antisionisti, nient’altro che antisionisti, e non azzardatevi a insinuare che siano antisemiti.
Ora un’analisi della situazione e un interessante suggerimento.

Issacharoff: “Sul fuoco da Gaza ci vuole tolleranza zero o scoppierà un nuovo conflitto”

di Sharon Nizza

TEL AVIV — Israele è nel pieno di una “Fauda” su tutti i fronti. Ne parliamo con Avi Issacharoff, coautore della serie israeliana di successo, giornalista di punta sulle questioni palestinesi prima per Haaretz e oggi per Walla!

– Issacharoff, come siamo arrivati a questa situazione?
«Hamas ha iniziato questo conflitto lanciando sei razzi su Gerusalemme per stabilire una nuova equazione che va inquadrata nell’ambito degli interessi interni palestinesi. Nel momento in cui Abu Mazen ha annullato le elezioni, precludendo ad Hamas la possibilità di rilegittimarsi in Cisgiordania, Hamas ha intrapreso un’operazione ambiziosa per presentarsi come il vero padrone di casa in Cisgiordania, a Gerusalemme e persino tra gli arabi israeliani. Gli è riuscito solo in parte, ma ha dimostrando che ha il potenziale per farlo e questa è la sua vittoria strategica».

– Che cosa si aspetta succeda?
«Credo che si andrà verso una tregua a stretto giro. A Israele non rimangono molte opzioni: la maggior parte degli obiettivi operativi sono stati raggiunti, ha inferto alcuni duri colpi a Hamas, ma la vittoria rimane sul livello tattico e nel frattempo pagano il prezzo i civili».

– Netanyahu dice che durerà a lungo.
«Senza farne cospirazioni, in un certo senso c’è una coalizione informale tra Netanyahu e Hamas: si salvano a vicenda. I missili di Hamas hanno congelato i negoziati politici israeliani, mentre Netanyahu negli ultimi 12 anni ha lasciato che Hamas si rafforzasse militarmente, permettendo che producesse missili non stop, facendo entrare i milioni dal Qatar, concedendo agevolazioni umanitarie ed economiche che sperava avrebbero comprato la quiete. Allo stesso tempo indebolendo Abu Mazen, che non è detto potrà o avrà l’interesse di mantenere l’ordine ancora per molto in Cisgiordania. Se l’operazione a Gaza si dovesse prolungare, c’è il rischio di una nuova intifada».

– Le immagini di interi palazzi distrutti, compresi sedi di media, e il coinvolgimento di vittime civili, giustificano il colpo che Israele vuole infliggere a Hamas?
«Nella mia valutazione, tutto è dettato dal modus operandi di Hamas: se lanci razzi da una zona abitata, vuoi che Israele reagisca colpendo innocenti e fare sì che tutti condannino gli israeliani. Ma Israele ha il dovere di agire contro le rampe di lancio, i tunnel e i terroristi. Immaginiamo che un’organizzazione da un territorio limitrofo lanci razzi su Roma, qualcuno si porrebbe domande su come reagire? Stiamo parlando di un’organizzazione terroristica che sfrutta la propria popolazione nella maniera più cinica possibile: perché Hamas se ne sta sottoterra mentre i civili non sanno dove andare? Pochi giorni fa il ministero degli Interni di Hamas a Gaza ha mandato un sms a tutti i cittadini avvertendo di non pubblicare video di lanci di razzi. Gli interessa che non venga svelato dove sono i lanciarazzi, perché sanno bene che sparano da quartieri densamente popolati».

– Che cosa deve succedere perché le cose cambino?
«Israele deve cambiare la sua politica: significa contemplare anche mosse offensive nei momenti di apparente tranquillità, appena parte un solo razzo. Zero tolleranza verso l’arricchimento dell’arsenale di Hamas. O ci ritroveremo in un nuovo scontro a breve».
(la Repubblica, 17 maggio 2021)

Ripesco un vecchissimo articolo, inviatomi all’epoca dall’amico Toni (dove sei, grande Toni?)

Ma cosa dovrebbe fare Israele per difendersi?                     

Da un articolo di Evelyn Gordon su Jerusalem Post, 20 febbraio 2001                                                              

Esiste una qualunque misura che Israele potrebbe adottare per difendere la propria popolazione dagli attacchi palestinesi e che sia considerata legittima da governi e osservatori occidentali?   
Nel corso degli ultimi mesi, di fonte alla vera e propria guerra di attrito che i palestinesi hanno scatenato in risposta a offerte negoziali senza precedenti, Israele ha tentato tutta una serie di tattiche diverse che sono state invariabilmente condannate, anche in Europa e negli Stati Uniti.         
All’inizio il governo israeliano adottò la tattica più semplice di tutte: disse semplicemente ai suoi soldati di rispondere al fuoco quando erano presi di mira. Ma, dal momento che i miliziani palestinesi adottarono sistematicamente la pratica di sparare dal bel mezzo di folle di civili più o meno aggressive, questa       tattica si tradusse in un alto numero di vittime tra la popolazione, e non solo tra i miliziani armati. Ne seguì una condanna universale della “ferocia” d’Israele, con una sorta di invito implicito ai soldati israeliani a lasciarsi bersagliare senza reagire.        
Israele decise poi di colpire le proprietà anziché le persone. In risposta ai più gravi attacchi palestinesi, venne dato l’ordine di distruggere edifici appartenenti alle organizzazioni responsabili, dopo averne avvertito gli occupanti e aver dato loro il tempo per mettersi al sicuro. Per garantire la minore quantità possibile di danni collaterali si fece ricorso a sistemi d’arma sofisticati, come gli elicotteri da combattimento. Risultato: condanna universale di Israele, questa volta per aver fatto uso di armi tecnologiche, benché fosse evidente che il loro utilizzo mirava proprio a evitare vittime civili.                         
Israele ha anche tentato la leva della pressione economica, una tattica cui spesso le nazioni fanno ricorso in caso di conflitti a bassa intensità come strumento alternativo allo scontro violento. Sembrava ovvio che Israele avesse il diritto di sospendere il trasferimento all’Autorità Palestinese dei fondi coi quali essa  si procura le armi da guerra che poi vengono usate contro militari e civili israeliani, o finanzia le campagne di istigazione all’odio che poi scatenano attentati e violenze contro Israele. Impedire alla popolazione del campo avverso d’attraversare il confine e congelare i beni patrimoniali del nemico sono  comportamenti assolutamente normali in caso di conflitto. Ma evidentemente non è così nel caso di Israele, criticato da tutti anche per queste misure di semplice prevenzione.                  
Infine, il governo israeliano ha optato per la tattica più difficile, quella di cercare di arrestare e, quando non è possibile, uccidere con precisione soltanto gli individui che si rendono responsabili di attacchi e violenze. Una tattica che non comporta danni né vittime tra la popolazione inerme perché le Forze di Difesa israeliane possono scegliere il momento e il luogo per colpire, quando non ci sono civili innocenti nei paraggi. Questo in genere significa sorprendere i terroristi mentre non sono concretamente impegnati in attività violente. In teoria, non ci sarebbe nulla di sbagliato: cogliere il nemico di sorpresa è una delle regole più ovvie della tattica militare. Nessuno si aspetta da un esercito in guerra che, in ogni singola occasione, prima di sparare aspetti che sia il nemico ad aprire il fuoco. Ma anche qui, sembra che le regole normali non valgano per Israele. E così una tattica che punta, a costo di maggiori rischi per i soldati israeliani, a colpire in modo mirato i responsabili evitando il più possibile vittime civili è stata condannata come una forma di brutale assassinio.
A questo punto sarebbe legittimo domandare a politici e osservatori occidentali secondo loro quale tattica sarebbe mai concessa a Israele, a parte quella di lasciare che i suoi cittadini, militari e non, vengano bersagliati senza muovere un dito per difenderli. Non c’è governo israeliano che non userebbe molto volentieri tattiche di difesa gradite all’occidente, se solo queste tattiche esistessero. Ma se, come pare, non esiste strumento di difesa che Israele possa adottare senza incorrere nella condanna universale, allora il governo israeliano – qualunque governo israeliano – non potrà fare altro che ignorare l’opinione pubblica internazionale e comportarsi come ritiene necessario. Giacché nessun governo israeliano, come nessun altro governo del mondo, può stare con le mani in mano mentre ogni giorno i suoi cittadini vengono aggrediti e minacciati di linciaggio.

E chiudo tornando a casa nostra.  

Gerardo Verolino

Per la rubrica “Scene da un manicomio”

l’altro giorno, ad Aosta, un centinaio di attivisti Lgbt ha organizzato un flash mob a sostegno del ddl Zan contro l’omofobia ma anche a difesa dl Hamas che, a Gaza, perseguita i gay considerando l’omosessualità un crimine. In pratica, hanno manifestato per gli omosessuali e, nello stesso momento, per i loro carnefici.

Infermieri!

Hanno il cervello liquefatto, e non se ne accorgono.
Vi lascio con due immagini: chi, in casa nostra, fa il tifo per il terrorismo

e da dove parte tutto questo

Pienamente prevedibile, del resto, e previsto, già dal momento in cui una certa signora ha pubblicamente dichiarato: “Biden sarà presidente, qualunque sia il conteggio finale” e il citato signore, in uno dei suoi molti momenti di scarsa lucidità e conseguente scarso autocontrollo si è lasciato andare ad annunciare che “abbiamo messo in piedi la più straordinaria macchina di brogli elettorali della storia”.

barbara

COVID ECCETERA BIS

A proposito di coprifuoco, di cui si è parlato nel post precedente

E a proposito di provvedimenti intelligenti

Qui la prova che è tutto autentico

E sempre a proposito di provvedimenti intelligenti

Perché loro sono buoni e si preoccupano per noi

Hanno un grande senso di responsabilità

Si preoccupano di farci lavorare

E sanno meglio di chiunque altro come risolvere i problemi dei cittadini

Ma soprattutto è bello vedere la discontinuità rispetto al catastrofico governo precedente

Ed è inoltre confortante sapere che c’è chi fa il tifo per noi

Se poi fra di voi ci fosse qualcuno che ha l’orrendissima abitudine di scopare, ecco alcuni utilissimi consigli

rubato qui

Poi, naturalmente, parlando di covid bisogna parlare anche di vaccini, e qui mi sa che a qualcuno dovremo dare un grosso dispiacere:

ricordando comunque che è sempre meglio non fidarsi troppo

Stiano comunque tranquilli gli amici lombardi:

E a proposito di Israele

E dato che dopo “covid” il titolo dice “eccetera”, proseguo con un altro paio di extra, iniziando con una nobile citazione poetica

proseguendo con la messa in guardia contro un pericolosissimo vizio

continuando con una saggia considerazione storica

Passando per un tema di scottante attualità (e mai un cane che abbia l’idea di metterci un po’ di ghiaccio sopra

Rubato qui.

E concludendo con una rievocazione del bel tempo che fu

barbara

I BAMBINI DI HAMAS

figlio di hamas 1
figlio di hamas 2
Oggi Hamas effettua la sua annuale marcia militare attraverso la striscia di Gaza.
Oggi questo bambino è stato indottrinato all’odio.
Gli è stato insegnato il valore di un’arma prima che imparasse il valore di un libro.
La lotta armata prima della vita.
Oggi questo bambino è stato derubato del suo futuro. (qui)

È di un paio di settimane fa, ma vale lo stesso.

barbara

AGGIORNAMENTO ISRAELE 25/03/19

Prevedibile. Prevedibile come la pioggia quando il cielo è coperto di nuvole nere. Dopo giorni e giorni di Gaza in fiamme contro hamas, che la feroce repressione (qui un piccolo assaggio
repressione Gaza
se avete sufficiente pelo sullo stomaco potete trovarne altri qui) non riesce a domare bisognava trovare una via d’uscita, che naturalmente è stata trovata, la solita di sempre: ripresa degli assalti contro il confine, ripresa dei lanci di palloncini incendiari col consueto corollario di terreni distrutti e qualche ferito, e infine la ripresa del lancio di missili. Il primo, all’alba di ieri, è caduto nel moshav Mishmeret , vicino a Kfar Saba, poco a sud di Natanya, qui
zona colpita
e ha centrato (che più “centrato” di così si muore) questa villetta
casa 1
casa 2
casa 3
casa 4
in cui sono rimaste ferite sette persone. Qui vista dall’alto.

Quelli delle ore successive sono arrivati qui.
zone colpite
Come previsto è immediatamente iniziata la risposta israeliana: confine con Gaza dichiarato “zona militare chiusa”, partenza dei carri armati verso il confine

(io li ho incrociati di giorno, nel dicembre del 2008, e avevano un effetto molto rassicurante, quello del tranquilli bambini, che adesso arriva papà e sistema tutto lui), decollo di questi gioiellini
caccia
per colpire tutte le centrali del terrore, un certo numero – per ora limitato – di riservisti richiamati, fermato il traffico ferroviario verso Be’er Sheva, fra Ashkelon e Sderot, e verso Ofakim e Netivot, le piste di atterraggio dell’aeroporto Ben Gurion sono state cambiate. In vari distretti intorno alla striscia di Gaza sono stati aperti i rifugi pubblici, sospese le lezioni e attività giovanili. E hamas può finalmente tirare il fiato: con Israele che bombarda, i crimini di hamas passano in secondo piano.

Voi comunque dormite pure i vostri sonni tranquilli, che i vostri soldi sono arrivati a destinazione.
soldi
Piace, bisogna che lo dica, la coincidenza, anche se la cosa era stata già programmata, della firma di Trump del riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture del Golan.
Trump Golan 1
Trump US Israel
A chi ritenesse abusiva la presenza israeliana lì, ricordo che esse sono state conquistate nella guerra di difesa contro l’aggressione siriana nel 1967 (in guerra funziona così ragazzi, chi perde paga pegno. Fatevene una ragione), e che quando erano in mano siriana venivano usate dai cecchini per sparare dentro i kibbutz sottostanti e ai pescatori nel lago di Tiberiade. E oggi rappresentano l’unica possibilità per Israele di controllare e arginare le manovre offensive dell’Iran in territorio siriano. Ed è motivo di grande conforto avere a che fare con Donald Trump, dopo certi sordidi personaggi del passato.

E ricordiamoci che la conclusione, non importa quante volte si venga attaccati, sarà sempre questa.

barbara

AMOS OZ 2

Per integrare l’opera e per concludere bene l’anno. È molto lunga, ma le cose da dire sono oggettivamente molte.

Il 2 Luglio del 2008, ben 10 anni fa, scrissi una lettera aperta ad Amos Oz, pubblicata dal quotidiano Opinione delle Libertà Edizione 135 del 02-07-2008. in risposta a un articolo che Oz aveva scritto per il Corriere della Sera.
Come di prassi copia della lettera aperta fu da me recapitata alla redazione di Via Solferino 24 ore prima della pubblicazione. Non ho mai ricevuto risposta… oggi so che non la riceverò mai più.

Lo scenario ritrae Israele in periodo di guerra
I sondaggi rivelano pronti israeliani e palestinesi
LETTERA APERTA AD AMOS OZ
di Michael Sfaradi

Caro Amos, ho letto, con molto interesse, l’articolo che hai scritto e che è stato pubblicato sul “Corriere della Sera” del 27 giugno 2008. Articolo che hai letto al Teatro “Dal Verme” di Milano in occasione della “Milanesiana”. Sono consapevole che toccare una “sacra icona” come te ha i suoi rischi, ed è per questo che desidero mettere in chiaro che non sto criticando lo scrittore Amos Oz o qualcuna delle sue meravigliose opere, ma non condivido le tue idee politiche e sociali di cittadino del Medio Oriente e dello stato di Israele. Nella prima parte dell’articolo fai una poetica similitudine che descrive la vita nel mondo, triste e decadente, paragonandola a quella che si vivrebbe in un villaggio posto vicino ad un vulcano che minaccia un’eruzione. Una vita vissuta con una spada di Damocle che potrebbe cadere sulle nostre teste in ogni momento. La rappresentazione di una vita fatta di stenti e pessimismo, un continuo andare avanti senza speranza di felicità. Una descrizione che lascia senza fiato il lettore e che porta con se un retrogusto di incertezza per il futuro e restituisce un quadro di squallore in un presente incerto. Poi, parlando di Israele ci dici: “lo scenario ritrae Israele in periodo di guerra, in un periodo di territori palestinesi occupati, di minacce che Israele venga distrutto, di kamikaze, di colonie, di paura esistenziale”. Stai davvero descrivendo la vita in Israele?
A me non sembra che i nostri concittadini vivano così male, al contrario, ogni volta che ho voglia di andare a mangiare in qualche ristorante, di andare al cinema o al teatro, devo sempre prenotare con largo anticipo perché sperare di trovare un posto libero all’ultimo momento è una vera utopia. Scrivi di territori occupati, di kamikaze e di minacce; ma ti sei accorto che con il ritiro dalla striscia di Gaza e da parte della Cisgiordania i territori occupati sono diminuiti di oltre l’80% rispetto a quelli che Israele occupava venti anni fá mentre il terrorismo e le minacce sono aumentati? Hai fatto caso che i kamikaze sono drasticamente diminuiti e questo solo per merito di quel muro di protezione tanto odiato ma che a noi ha permesso di ritornare a vivere una vita normale? Racconti che la tua famiglia fu cacciata dall’Europa, ma non spieghi bene, chiaramente e fino in fondo, che tutto questo non sarebbe accaduto se allora fosse esistito lo stato di Israele. Anche se un mio maestro diceva che la storia “non si fa con i se e con i ma”, ho sempre avuto la sensazione che se Israele fosse stata presente nella storia come stato indipendente, le cose, nel corso dei secoli, sarebbero andate in maniera diversa. Non spieghi che se oggi il popolo ebraico può permettersi di vivere una vita allo stesso livello di dignità degli altri popoli occidentali senza più temere pogrom e persecuzioni, lo deve solo ed esclusivamente alla presenza del suo stato forte, libero e democratico. Mi chiedo quando i “pacifisti a tutti i costi” capiranno che la maggioranza del mondo arabo auspica e lavora, da sempre, per la distruzione dello stato ebraico e che noi siamo in guerra proprio per non permetterglielo. È vero, oggi siamo pesantemente minacciati, ma è anche vero che possiamo difenderci contando solo sulle nostre forze senza dover ricorrere alla benevolenza di nessuno.
Immerso come sei nelle battaglie cultural-pacifiste hai probabilmente perso il contatto con la gente, coloro che difendono la terra e la nazione giorno dopo giorno. Israele, lo stato che da sessanta anni ci permette di decidere il nostro futuro. Sono sessanta anni che, come scriveva il rimpianto Herbert Pagani su “Arringa per la mia terra”, non vogliamo più vivere in mezzo agli altri popoli come gli orfani affidati al brefotrofio e che non vogliamo più essere adottati. Sono sessanta anni che la nostra vita non dipende più dall’umore dei nostri padroni di casa e sono sessanta anni che non abbiamo più bisogno di affittare una cittadinanza. E, per finire, sono sessanta anni che non abbiamo più il bisogno di bussare alle porte della storia e di aspettare che ci dicano: “Avanti”. Dici giustamente che noi scrittori abbiamo la grande responsabilità di pesare la materia con la quale lavoriamo, cioè le parole. Sono d’accordo con te, la storia ci insegna che dalle parole dei cattivi maestri sono usciti pessimi allievi, che da parole brandite come un’accetta si materializza un’accetta vera e propria…io vado oltre, non solo le parole che usiamo possono essere pericolose come l’esplosivo al plastico, ma anche i nostri comportamenti. Mi chiedo come mai non sei venuto alla Fiera del Libro di Torino, eppure Israele era ospite d’onore e tu sei uno dei massimi esponenti della sua letteratura. Visto che l’anno scorso c’eri, e sono pronto a scommettere che ci sarai anche il prossimo anno, come mai proprio nel 2008 sei mancato? Come mai non sei riuscito a trovare neanche mezz’ora per fare visita ad una delle kermesse più importanti al mondo sia dal punto di vista editoriale sia letterario?
La tua presenza avrebbe avuto un rilievo enorme ed avrebbe dato importanza alla tua nazione in un particolare momento di cultura, musica e incontro con la gente che, curiosa ed amichevole, affollava lo stand dove era raccolto tutto quanto di buono Israele realizza per il suo popolo e per il mondo intero. Un momento per certi versi irripetibile, e tu lo hai perso. Non sarà forse che non volevi inimicarti la cara “Sinistra” che aveva deciso lo stolto boicottaggio? Non sarà che se avessi partecipato avresti perso la “carica” di israeliano “buono”? Ricordo la fotografia che ti ritraeva intento a raccogliere le olive dagli alberi di una proprietà palestinese, foto che fece il giro del mondo. Era una protesta, una delle tante che si susseguono giorno dopo giorno, una protesta con la quale non ero d’accordo ma che rispettavo. Non ho mai visto però una tua foto a spasso per le vie di Sderot, se sei andato a far visita e a portare un pizzico di solidarietà alla popolazione di una cittadina israeliana che non dista neanche tanti chilometri da Arad, dove abiti, non si è saputo. Nessuna fotografia è stata pubblicata. Se sei stato a Sderot lo hai fatto mantenendo un basso profilo in modo che non se ne parlasse, perché l’israeliano “buono” non mette in evidenza le ragioni d’Israele, al contrario, le nasconde e si dissocia.
L’israeliano “buono” è critico con il suo governo, giustifica il nemico e quando non lo può giustificare ignora e minimizza quello che fa. Concludi il tuo pezzo improvvisandoti profeta e dando una bella notizia in anteprima: “Dato che tutti voi sentite brutte notizie dalla mattina alla sera, sono venuto qui oggi per portarvene una bella: la grande maggioranza di ebrei israeliani e di arabi palestinesi è già pronta per un compromesso pragmatico e per una soluzione a due Stati. Pronta – non felice. Sia in Israele che in Palestina, una settimana dopo l’altra, i sondaggi rivelano che il paziente – israeliano e palestinese – è pronto, senza particolare entusiasmo, all’operazione volta a creare due Stati confinanti. Il paziente si è già più o meno rassegnato alla necessità dell’intervento – invece sono i dottori a essere fifoni. Con «dottori» intendo i capi di entrambe le parti”. Ma sei sicuro? Dove li ha fatti questi sondaggi? Secondo me sei talmente innamorato della pace che hai dimenticato troppe cose. Per esempio che da anni, non solo sotto la dittatura di Hamas, ma anche sotto il regime della “buonanima” di Arafat, la televisione palestinese ha indottrinato e continua ad indottrinare i bambini con cartoni animati dove i soldati israeliani uccidono e torturano i loro personaggi preferiti, instaurando un odio che non si cancellerà mai, creando generazioni pronte alla guerra e al martirio.
Hai dimenticato che Ahmedinejad ci sta preparando un nuovo olocausto che, a differenza del primo dove ci gasavano e poi ci bruciavano, questa volta ci vogliono servire la bruciatura nucleare… tutto in uno. Hai dimenticato che Hetzbollah, la mano militare dell’Iran, non ci darà mai pace, non ci farà mai vivere un giorno tranquillo ai nostri confini del Nord, esattamente come farà Hamas sempre più forte e più armata con i nostri confini a Sud. Nella tua euforia pacifista dimentichi che il fine di tutta questa gente è la distruzione del nostro stato prima di cominciare a costruire il loro, altro che la pace che profetizzi e che vedi solo tu e pochi altri sognatori. Dici che la gente è pronta… a che cosa? A dividere Gerusalemme? Ne sei così sicuro? A scendere dalle alture del Golan e rimettere tutto il Nord est di Israele sotto il tiro delle artiglierie siriane? Hai dimenticato quello che succedeva prima della guerra del 1967 quando giorno dopo giorno i villaggi e i kibbutz di frontiera erano sotto tiro esattamente come lo sono attualmente Sderot, Askelon e i kibbutz del Neghev? A chi vuoi far credere che da parte palestinese la maggioranza della popolazione si sia rassegnata alla pace? Ed anche se fosse, è giusta una pace che nasce da una rassegnazione e senza entusiasmo?
Cosa accadrà quando al posto della rassegnazione si insinuerà nei cuori della gente la rivendicazione? Una nuova guerra? Con questa prospettiva che senso ha una pace con le sembianze di una cattedrale nel deserto dalle fondamenta di fango? No, caro Amos, non deve essere la rassegnazione la base di una pace, ma l’accettazione dell’altro, della sua storia, della sua religione e delle sue tradizioni come vicino di casa. Un vicino con il quale si riesca a vivere in armonia, in collaborazione e nel rispetto nonostante le diversità. Perché mai i “dottori”, cioè i capi, dovrebbero essere “fifoni”? Fino a prova contraria non sono loro che vanno a combattere, ma il popolo. Forse, la mia è solo un’ipotesi, non se la sentono non perché hanno paura, ma semplicemente perché capiscono che i presupposti per una pace non ci sono. Da dove si vede tutto questo? Semplice… non esiste un Amos Oz Palestinese, Iraniano o Siriano, ed anche se nascesse tutto mi fa credere che non vivrebbe a lungo a meno di non rifugiarsi in occidente. Shalom con amicizia.

Oggettivamente, parlandone come da vivo, o era un coglione in buonafede, o era un bastardo in malafede. In nessuno dei due casi ci fa una gran figura, e in entrambi è stato un pericolo pubblico per Israele.

barbara

QUESTA È SHIRA

Shira
di 21 anni, colpita l’altra sera, con altre 8 persone tra cui suo marito, da un commando di terroristi palestinesi che da una macchina hanno sparato contro un gruppo di civili israeliani fermi alla stazione dell’autobus. Shira, al settimo mese di gravidanza, colpita da una raffica di colpi è arrivata all’ospedale Shaarei zedek a Gerusalemme in condizioni gravissime. I medici hanno effettuato un parto cesareo d’urgenza per tentare di salvare il bambino. Entrambi sono ancora in pericolo di vita.
Tutto regolare, comunque,
hamas
con la solenne benedizione dell’Assemblea Generale dell’Onu che ha rifiutato di condannare Hamas per gli attentati terroristici condotti dalla striscia di Gaza.

barbara

PERCHÉ È STATO BENE ACCETTARE LA TREGUA

Anche se il cuore piange e le budella si contorcono. Lo spiega magistralmente Ugo Volli.

Che cosa è successo davvero a Gaza

Perché Israele non ha reagito ai bombardamenti di Hamas con un’operazione militare

Tutti sappiamo che nei giorni scorsi ci sono stati una serie di gravi incidenti a Gaza e dintorni. Una missione segreta, forse di raccolta di informazioni ma di cui non conosciamo l’obbiettivo e lo svolgimento, è stata scoperta e ha subito un’imboscata. Un tenente colonnello israeliano particolarmente stimato è stato ucciso e un altro ufficiale ferito. Nell’operazione di salvataggio la squadra dei terroristi che li aveva assaliti è stata distrutta, con sette morti dalla loro parte, fra cui un alto dirigente militare di Hamas; un’altra dozzina è stata ferita. In rappresaglia a queste perdite i terroristi hanno spedito quasi cinquecento fra razzi e colpi di mortaio su obiettivi civili Israele, uccidendo una persona (il caso ha voluto che fosse un lavoratore arabo di Hebron, che dormiva in una casa di Ashkelon e ferendone in diversa misura parecchie altre. Iron Dome ha abbattuto quasi tutti (ma non tutti) i razzi che apparivano diretti su luoghi abitati. L’aviazione israeliana ha risposto distruggendo una settantina di obiettivi militari e uccidendo una dozzina di terroristi. Dopo un giorno l’incidente è finito: Hamas ha chiesto il cessate il fuoco e il gabinetto di guerra israeliano ha deciso di non procedere con l’operazione di terra che era pronta.
Gli abitanti delle comunità intorno a Gaza hanno protestato, e giustamente perché la loro vita è spesso  resa difficilissima dagli attacchi missilistici e dai palloni molotov dei terroristi. Meno giustamente l’opposizione di sinistra (che rivendica l’eredità dei governi di Peres che ha consegnato quasi tutta Gaza all’Autorità Palestinese e di Sharon che ha sgomberato gli ebrei da quel che restava) ha attaccato il governo come incapace di difendere il paese. Ma questo sta nella dialettica democratica e saranno gli elettori a decidere chi ha ragione. All’estero e anche in Italia ci sono stati alcuni generali da salotto che senza alcun diritto politico o morale e soprattutto senza alcuna competenza hanno predicato l’occupazione di Gaza o la sua “distruzione”, dando dell’imbelle a Netanyahu.
In realtà il problema di Gaza non è risolvibile, può solo essere delimitato. Cerchiamo di guardare le cose dal punto di vista freddo di chi deve prendere le decisioni per Israele.  A Gaza vi è un milione e mezzo di persone che non c’è modo di fare magicamente scomparire. Buona parte fra loro appoggiano i terroristi, che sono forti di parecchie decine di migliaia di uomini armati e hanno usato tutte le loro risorse per preparare tunnel e bunker di difesa, fortemente minati. Questi e i loro centri comando, le loro fabbriche e  i loro depositi di armi, sono accuratamente sistemati vicino o sotto case d’abitazione, ospedali, scuole. Naturalmente non è possibile, per ragioni etiche e anche politiche, pensare di “spianare la striscia” con bombardamenti, come scrivono alcuni stupidi o provocatori. Né Hiroshima né Dresda possono essere esempi per l’esercito israeliano. Chi fosse così pazzo da tentarlo, provocherebbe la distruzione morale e probabilmente anche politica di Israele.
L’esercito israeliano può però conquistare sul terreno quest’incubo militare, ma a prezzo di molte decine o centinaia di morti suoi, e di migliaia o decine di migliaia di morti arabi, in buona parte civili. Ci sarebbe un prezzo politico altissimo da pagare, non solo sulle piazze occidentali ma anche nelle relazioni fondamentali che Israele sta costruendo con gli stati arabi contro l’Iran, che è il vero nemico pericoloso. Questa è la ragione per cui l’Iran sta finanziando Hamas esattamente per risucchiare Israele in un’operazione del genere.
Una volta conquistata Gaza, bisognerebbe decidere che farne. Tenerla occupata, senza avere eliminato tutti i terroristi fino all’ultimo (il che è impossibile), ci sarebbe un’emorragia continua di morti e feriti nell’esercito, a causa di attentati. Inoltre dovrebbero stare qui truppe che servono a difendere il Nord, richiedendo richiami massicci di riservisti, con i problemi conseguenti. Lasciarla vorrebbe dire restituirla a Hamas, che ha radici profonde nella striscia e quadri anche all’estero; o darla alla Jihad islamica, che è espressione diretta dell’Iran, o consegnarla a Fatah, cioè ad Abbas, ammesso che volesse e sapesse tenerla; ma non bisogna farsi illusioni, il movimento non ha meno propensione al terrorismo di Hamas. Più probabilmente ne uscirebbe una specie di anarchia, in cui le bande terroriste competerebbero fra loro sulla capacità di infliggere danni a Israele.
Si potrebbe infine fare un’operazione limitata come le precedenti, l’ingresso di qualche chilometro nel territorio di Gaza, con distruzione di risorse e organizzazione terroriste. Ma il risultato sarebbe solo provvisorio come nei casi precedenti. Al prezzo di qualche decina di morti fra i soldati israeliani e di qualche centinaia o migliaia di terroristi (ma anche di civili), e di costi politici notevoli, si restaurerebbe per un po’ di tempo la calma. Purtroppo se c’è una cosa che a Hamas non manca sono i ricambi militari, dato il lavaggio del cervello che ha inflitto alla popolazione. Le perdite, come è accaduto in passato, sarebbero presto ripianate.
Guardiamo ora l’altro lato della bilancia, sempre con la lucidità al limite del cinismo che occorre in questi casi. Hamas ha usato 500 missili in un paio di giorni, ottenendo un morto e qualche ferito. Di fatto non ha danneggiato Israele se non nel morale degli abitanti vicino alla Striscia, costretti a subire un logorante bombardamento nei rifugi. Ma sul piano militare non è accaduto nulla di significativo. Anzi, si è dimostrata con chiarezza l’impotenza del terrorismo dei missili. Hamas avrebbe potuto continuare una settimana o un mese, senza fare davvero male allo stato ebraico. Anche il tentativo di concentrare nel tempo e nello spazio il bombardamento non ha avuto esiti: ci sono stati 80 missili lanciati in un’ora su un territorio limitato, e Iron Dome ha retto. Si può dire che questa occasione abbia dimostrato che l’arma dei razzi, almeno di quelli a corto raggio di Hamas, è spuntata. (Per quelli molto più sofisticati di Hezbollah e dell’Iran il discorso potrebbe essere diverso.) Come del resto non sono decisivi i loro tunnel e gli assalti in massa alla frontiera. Hamas è nell’angolo, può gridare vittoria quanto vuole, sul piano militare, come su quello politico è perdente.
In nome della “deterrenza” bisognava fare un’operazione di rappresaglia e entrare a Gaza, come Hamas ha in sostanza invitato a fare? No, era una trappola. Così ha valutato l’esercito israeliano e così ha deciso il gabinetto di guerra e Netanyahu. Israele è interessato alla calma, non vuole avere perdite inutili, non vuole offrire il fianco alla propaganda antisemita, sa che la guerra vera è quella del Nord, con Iran, Hezbollah, Siria (e dietro, almeno in parte la Russia). Ha scelto una linea razionale, non emotiva. Non si è fatto tentare dalla logica di “punire” Hamas per le sue provocazioni, ma ha badato al calcolo dei propri interessi. Non ha consentito che si lacerasse la trama del dialogo con i paesi sunniti. Non ha dato armi propagandistiche ai boicottatori. Non ha mostrato debolezza, ma lucidità.
Ugo Volli, 14 novembre 2018, qui

Ogni tanto qualcuno chiede, più o meno provocatoriamente: “E allora? Che cosa si fa? Che cosa proponete? Come pensate di risolvere la situazione?” La risposta è che esistono situazioni in cui la soluzione, semplicemente, non c’è. E quando queste situazioni si presentano, sarebbe utile avere l’umiltà di riconoscere che la soluzione non l’abbiamo, perché non c’è, e noi non abbiamo i superpoteri, né la kryptonite in cassaforte. E quelli che sanno esattamente che cosa bisogna fare per risolvere ogni problema in 24 ore, lo mandiamo a fare compagnia a quelli che il pallone, se c’erano loro, a quest’ora sarebbe già entrato in porta cinquanta volte.

barbara

MEDICI SENZA FRONTIERE

Questo post, pubblicato nell’altro blog, è di undici anni fa.

MEDICI SENZA FRONTIERE DALLA PARTE DEI TERRORISTI?

Un terrorista mascherato da lavoratore dipendente di MSF?

Di Ambra Grayman per Guysen Israele News, 3 giugno 2007 09:16 (fonte non più disponibile, trad. di Inghev)

Secondo il centro d’informazione sulle Informazioni ed il Terrorismo al centro di studi speciali (CES)*, un residente di Deir al-Balah (striscia di Gaza) fermato il 19 aprile 2007 dalle forze israeliane di sicurezza, ha ammesso di essere recentemente entrato in Israele per raccogliere informazioni su personalità israeliane allo scopo di assassinarle.
Mous’ab Bashir, ha spiegato che era penetrato in Israele grazie ad un permesso di Medici senza frontiere, associazione per la quale lavorava da cinque anni.
Nel corso del suo interrogatorio, Bashir ha ammesso di avere progettato un attacco contro una personalità israeliana, per vendicarsi della morte di civili palestinesi.
In stretto rapporto  con i terroristi del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP) della striscia di Gaza, Bashir ha beneficiato di una serie di addestramenti specifici in previsione di quest’operazione, inizialmente diretta contro deputati israeliani, quindi contro il primo ministro dello Stato di Israele.
Dopo avere capito che le drastiche misure di sicurezza  rendevano l’assassinio di Ehoud Olmert impossibile, l’uomo è ripartito nella striscia di Gaza per cercare un nuovo “obiettivo”: Un archeologo israeliano che lavora in un sito della regione di Gerusalemme.
A questo scopo, Bashir ha iniziato ad allenarsi al combattimento-ravvicinato per uccidere  l’archeologo senza dovere ricorrere ad un’arma.
In gennaio, febbraio e marzo 2007, Bashir è nuovamente entrato in Israele con il suo permesso di Medici Senza Frontiere ed ha raccolto informazioni sulle abitudini della sua vittima.
È nuovamente entrato a Gerusalemme il 18 aprile ed è stato finalmente intercettato il giorno dopo.

In seguito all’accusa di Mus’ab Bashir, MSF ha pubblicato il comunicato stampa seguente:

“IL 17 maggio, il sig. Mossaab Bashir è stato accusato da un tribunale israeliano di “complotto” e di “contatto con un agente straniero”. “Il Sig. Bashir è stato fermato il 19 aprile a Gerusalemme, dove si era recato per una riunione di lavoro di Medici Senza Frontiere (MSF).
In base alle accuse rivolte al sig. Bashir, si evince chiaramente che né MSF né le sue attività sono implicate in questa vicenda.
Questo episodio è accaduto in un contesto di tensione estrema, che chiama alla più grande prudenza quanto all’interpretazione dei fatti. Essendo la procedura in corso, il sig. Bashir beneficia sempre della presunta innocenza. MSF seguirà attentamente il seguito dell’indagine, fino al verdetto finale.
Il contesto di Sicurezza nei territori palestinesi ha creato ostacoli amministrativi e pratici estremamente costrittivi per tutte le azioni d’aiuto.
Teniamo a ricordare che MSF rispetta scrupolosamente le norme e procedure delle autorità militari israeliane riguardanti gli spostamenti dei membri dei suoi gruppi.
A questo titolo, il sig. Bashir aveva ottenuto tutte le autorizzazioni richieste dalle autorità militari per recarsi a Gerusalemme ed ha subìto tutti i controlli imposti dall’esercito.
MSF lavora nei territori palestinesi Cisgiordania e Gaza dal 1989. In un contesto estremamente politicizzato e di radicalizzato dalla violenza, MSF veglia a mantenere la neutralità e l’imparzialità del suo intervento.
I territori palestinesi sono una zona di conflitto particolarmente violenta.
Le necessità sono crescenti.
La sospensione degli aiuti internazionali ed il blocco di Gaza rendono l’aiuto umanitario ancora più capitale.
In seguito all’ accusa del sig. Bashir, MSF si preoccupa dei rischi di legami con l’azione umanitaria, che ridurrebbero ancora l’accesso alle popolazioni ed aumenterebbero l’insicurezza dei nostri gruppi nei territori palestinesi come su tutto il territorio israeliano.”

* Il centro di studi del terrorismo è stato creato nel 2001. Fa parte dell’istituto delle informazioni, ONG fondata alla memoria delle vittime della Comunità delle informazioni israeliane, ed è situato vicino a Gelilot, al Nord di Tel-Aviv. È diretto dal dott. Reuven Erlich (Colonnello riservista)

Intervista a Giuseppe Scollo, responsabile del progetto di MSF nei Territori Palestinesi (fonte non più disponibile)

Domanda: Cosa sta facendo MSF nei Territori occupati? Perché non è operativa anche in Israele?
Nel 1989, in una fase acuta del conflitto, MSF ha iniziato a lavorare nei Territori Palestinesi, dando supporto al sistema sanitario. Inizialmente Le nostre attività prevedevano progetti di medicina d’urgenza. Da allora I nostri progetti sono stati modificati più volte, adattandosi in base alle necessità e alla disponibilità di cure nei servizi sanitari locali.
Oggi, a Gaza e in Cisgiordania, i nostri team forniscono cure mediche e psicologiche e assistenza medica e sociale alle famiglie sottoposte ad anni di continue violenze e alle conseguenze dell’occupazione (tra cui l’isolamento, le restrizioni, il divieto di viaggiare e i problemi di accesso alle cure). La maggior parte dei nostri pazienti è confinata in enclave e gli spostamenti dipendono dai capricci dei checkpoint militari (nelle aree vicine agli insediamenti, al muro, ai confini a rischio come quello egiziano e nelle aree con frequenti incursioni israeliane). Inoltre, in caso di necessità, siamo sempre pronti ad affrontare situazioni d’emergenza.
MSF non mette in discussione il fatto che anche in Israele vi siano dei problemi e un clima di violenza dovuto agli attacchi. Deploriamo la situazione e le sofferenze della popolazione civile di entrambe le parti. Tuttavia le strutture e il sistema sanitario israeliano sono operativi e funzionano perfettamente. Non è così nei Territori Palestinesi, dove la popolazione è vittima delle violenze e in più ha lo svantaggio di non avere accesso alle  cure mediche e psicologiche.

C’è stato un tempo in cui offrivo un modesto contributo, nei limiti delle mie possibilità, a Medici senza frontiere, che ritenevo una meravigliosa istituzione. Ho smesso di farlo nel dicembre del 2002, quando ho avuto modo di scoprire la loro intollerabile faziosità antiisraeliana. Un’intera sezione del loro sito era dedicata alle inenarrabili sofferenze dei palestinesi e non una sola parola veniva spesa per le sofferenze degli israeliani, non una sola parola sul terrorismo, non una sola parola di umana pietà per donne vecchi bambini fatti a brandelli. Zero. Faceva, nel loro sito, bella mostra di sé anche questa struggente immagine:
palpast
L’avete riconosciuto? Sì, è Lui: il dolce e mite Cristo, portatore di pace e di amore. La didascalia spiegava che i soldati avevano abbattuto il recinto della sua proprietà e sparato sugli animali. Può anche essere vero, intendiamoci, ma un frammento di informazione senza il dove, quando, come e perché non è un’informazione: e questo è il modo di operare che ha scelto Medici senza frontiere. Che a quattro anni e mezzo di distanza sta continuando sulla stessa linea: da una parte ci sono “problemi”, c’è un “clima”, dall’altra ci sono famiglie “sottoposte a continue violenze”, ci sono pazienti “confinati” a causa di “capricci” dei militari, ci sono “frequenti incursioni” … avete per caso letto da qualche parte la parola terrorismo? A questo ci sono poi da aggiungere una serie di patenti falsità: sappiamo perfettamente che durante la cosiddetta sospensione degli aiuti ai palestinesi, gli aiuti sono in realtà fortemente aumentati, così come sappiamo che Medici senza frontiere in Medio Oriente non è mai stato neutrale, e anche se certamente non arrivano agli sgangherati comizi del signor Strada, la loro totale mancanza di imparzialità rende comunque questa istituzione (anche questa istituzione, ahimé) ben poco commendevole.

Undici anni dopo, cioè oggi:

Il terrorista ucciso a Gaza era di Medici senza frontiere

Il terrorista palestinese Hani Majdalawiche ha aperto il fuoco contro i soldati dell’IDF  e ucciso quando hanno risposto al fuoco era un infermiere che lavorava per Medici Senza Frontiere.
Hani Majdalawi
“Abbiamo contattato -ha detto un portavoce dell’IDF-  Medici senza frontiere per ottenere chiarimenti in merito”. L’organizzazione non ha risposto  alle nostre domande realizzate via telefono e via e-mail. Il sito web di Medici senza frontiere rende noto che il gruppo gestisce tre centri di ustioni e traumi a Gaza che pare abbiano legami molto stretti con i leader islamici di Hamas.
Le autorità di Gaza non hanno ancora confermato la morte di Majdalawi.  Il fratello Osama lo ha descritto come un “martire” che aveva “comprato l’arma con i propri soldi e agito in completa indipendenza”. Sempre nello stesso post è scritto che Hani Majdalawi lavorava per Medici senza Frontiere e che era “il più economicamente stabile tra i suoi fratelli”.

Yair Shalom, 23 agosto 2018, qui.

I soliti lupi che si tengono ben stretti tutti i propri vizi.

barbara

I DUE PARGOLI E IL CARO PAPÀ

Del pargolo si è occupato Giulio Meotti.

Oggi ho avuto un interessante scambio pubblico con Bobo Craxi, il figlio di Bettino. Vale la pena riportarlo per intero. Penso che faccia capire bene il delirio antisraeliano, il grottesco e terribile ribaltamento della realtà e della verità e la temibile perdita della causa e dell’effetto, in cui sono finiti pezzi interi dell’opinione pubblica e politica italiana.

***

Bobo Craxi
Sono stati uccisi in questi ultimi anni a Gaza 1400 civili. Quindi Corbyn dovrebbe parlare solo con le autorità israeliane?

Giulio Meotti
No, Corbyn parla solo con gli assassini di israeliani, gli israeliani li evita proprio. È andato ad omaggiare i terroristi palestinesi di Monaco 72. Imbarazzante

Bobo Craxi
È errato. Ha deposto una corona sulle tombe di martiri palestinesi Fra i quali c’erano pure questi.
sarà anche pro-Palestina ma non è un deficiente.

Giulio Meotti
Si come no, opere di bene e non fiori. Poi è andato a tavola con Meshaal, capo di Hamas, e altri due ergastolani che hanno ucciso 100 israeliani. Raccontano tutto i giornali inglesi

Bobo Craxi
Meshaal è un dirigente politico. Essendo due parti in guerra potrei dire senza tema di smentita che il più pulito c’ha la rogna. Quindi è una polemica del tutto strumentale.

Giulio Meotti
Eccolo, Craxi che elogia Meshaal, sulla lista nera dei paesi europei. Good luck

Bobo Craxi
Io non elogio nessuno. Registro che è noto che Egli sia un dirigente politico del Movimento Hamas.
Incontra abitualmente Ambasciatori di fior di paesi democratici dell’Occidente. E anche emissari israeliani. Lei è mal informato.

Giulio Meotti
No scusi, quali ambasciatori occidentali incontra Meshaal, che è un capo terrorista tanto che nel 1997 il Mossad tentò di farlo fuori?

Bobo Craxi
Capiterà anche ad altri di incontrare i mandanti dell’uccisione di 1600 palestinesi.  [si noti la classica tattica dei filopallestinari di spostare il discorso quando non si è in grado di rispondere a una domanda stingente, ndb] Purtroppo se si vuole la pace bisogna parlare con quelli che stanno facendo la guerra. Sennò c’è sempre la dottrina Hiroshima. Che non mi sembra la soluzione più adatta in questo secolo.

Giulio Meotti
Bello, edificante, questo paragone che fa fra terroristi che uccidono donne e bambini e una democrazia che si difende

Bobo Craxi
Si, si difende uccidendo vedo

Giulio Meotti
Suggerisce fiori e gessetti?

Bobo Craxi
Non mi occupo di strategie difensive. [vedi sopra]
Evidentemente la soppressione degli esseri umani inermi pare quella più efficace. Finché dura.

Giulio Meotti
Israele sopprime esseri umani inermi? Ma lei li vede i missili, i coltelli, le bombe umane, i mitra? O fa finta?

Bobo Craxi
Per la sua e la mia pace eviterei una baruffa sul Conflitto più intricato del secondo dopoguerra. [vedi sopra]
Eviterei soltanto fare di una distinzione fra i morti che prevalgono tuttavia in campo palestinese con o senza coltelli. [al solito: la colpa degli ebrei è che ne muoiono troppo pochi, ndb] Tornando a Corbyn, egli ha peccato di ingenuità.

Giulio Meotti
Invece va fatta la distinzione. Un terrorista è un obiettivo legittimo. E usa i civili come scudi umani. È il conflitto più asimmetrico della storia. O a Barcellona due giorni fa gli spagnoli che hanno ucciso un attentatore armato di coltello era “uso sproporzionato della forza”?

Bobo Craxi
Le rammento che dei 1600 e passa palestinesi uccisi a Gaza, 1400 erano civili. Sul piano militare non c’è partita. A me non farebbe piacere vivere in un Bandustan circondati da un muro. Penso nemmeno a loro. Credo che Corbyn come molti democratici europei solidarizzino per questo

Giulio Meotti
Falso, basati su “fonti palestinesi”. Pallywood. Ultimo assalto a Gaza lo dimostra. 80 per cento terroristi. E nessun Bantustan, ma apartheid al contrario, con Gaza senza ebrei, mezza Cisgiordania senza ebrei, e tutto Israele con grandi minoranze di arabi. Questa la storia, Bobo

***

Ne traggo che per un politico italiano, figlio di un primo ministro, è normale deporre fiori sulle tombe dei terroristi che a Monaco uccisero gli israeliani e che Hamas e Israele pari sono. D’altronde tale padre tale figlio. Bettino Craxi in Parlamento nel 1985 disse che “i palestinesi hanno diritto alla lotta armata”. Oggi capisco quel deputato del Partito repubblicano, Guido Martino, che inveí in aula contro Craxi udendo quelle parole oscene.


Della pargola invece mi sono occupata io, otto anni fa.

UNA DOMANDA ALLA SIGNORA STEFANIA GABRIELLA ANASTASIA CRAXI
Stefania_Craxi
Non è vero, strilla indignata la signora Stefania Gabriella Anastasia, non è vero niente che stiamo boicottando Israele! Sì, è vero che Israele, unico Paese del Mediterraneo, non è stato invitato al Forum Mediterraneo, ma non perché lo si voglia boicottare, neanche per sogno! È semplicemente che i ministri arabi non vogliono sedersi con loro, tutto qui. E gli israeliani ne devono prendere atto, eccheccbip! E magari, aggiunge saggiamente la signora Stefania Gabriella Anastasia, dovrebbero anche meditarci sopra, e questa è una cosa sacrosanta, perché da sempre lo sappiamo che non dobbiamo chiedere agli antisemiti perché ce l’abbiano con gli ebrei bensì, molto più ragionevolmente, sono gli ebrei che ci devono spiegare perché mai tutti ce l’abbiano con loro, eccheccbip! Così come, da che mondo è mondo, si chiede ai derubati perché i ladri ce l’abbiano con loro, si chiede ai morti ammazzati perché gli assassini ce l’abbiano con loro, si chiede ai bambini perché i pedofili ce l’abbiano con loro: è così che si fa, eccheccbip! Anzi, dirò di più, cioè no, anzi la signora Stefania Gabriella Anastasia dice di più: gli israeliani devono solo ringraziare. Di che cosa non lo dice, ma forse è solo perché il motivo è talmente chiaro da rendere superflua qualunque spiegazione, e se non ci arrivo la colpa deve essere evidentemente mia. E vabbè. E poi arriva il clou, che è ciò che mi ha indotta a prendere schermo e tastiera e scrivere. Dice infatti la signora Stefania Gabriella Anastasia: “È Pierino che grida sempre al lupo. Attenti, perché poi quando il lupo arriva davvero…”. No, la domanda non è se quello del lupo che “arriva davvero” sia un wishful thinking, non sono così maliziosa, ci mancherebbe. La domanda è un’altra, e cioè: se il terrorismo non è il lupo, se bombe e razzi non sono il lupo, se migliaia di morti e decine di migliaia di feriti e mutilati e invalidi permanenti non sono il lupo, se donne, neonati, vecchi sopravvissuti alla Shoah assassinati a sangue freddo non sono il lupo, se boicottaggi a livello planetario in campo accademico, scientifico, sportivo, artistico, giornalistico, politico, economico eccetera eccetera non sono il lupo, se ebrei rapiti e assassinati e magari ritrovati poi in dieci pezzi* in giro per il mondo non sono il lupo, se una mezza dozzina (almeno) di stati tuttora formalmente in guerra con Israele non sono il lupo, se due organizzazioni internazionalmente riconosciute che hanno per statuto la distruzione di Israele e una delle due anche lo sterminio totale degli ebrei, e uno stato che dichiara apertamente di volere la bomba atomica per distruggere Israele non sono il lupo, la mia domanda è: che cosa potrebbe essere, per la signora Stefania Gabriella Anastasia, il “lupo davvero”? Forse qualcuna di quelle confortevoli stanze a tenuta stagna con un’apertura in alto per farvi scivolare dentro quei graziosi cristalli azzurrini che si dissolvono impalpabilmente nell’aria? Immagino che qualcuno potrebbe accusarmi di processo alle intenzioni, ma dopo aver visto la signora Stefania Gabriella Anastasia piangere disperatamente sulla tomba del nipotino di quel tale Haji Amin Al Husseini, in arte gran mufti, fraterno amico di tale Adolf Hitler, in arte Führer, che le stanze suddette è andato a studiarle da vicino per poterle poi adoperare con gli ebrei suoi vicini di casa, l’idea non sembra poi così peregrina.

*Le reazioni
Non ha suscitato reazioni che Aryeh Leib Misinzov, ebreo venticinquenne del movimento Chabad, sia stato rapito a Kiev il 20 aprile, giorno del compleanno di Hitler. Da giorni, non suscita reazioni la notizia del ritrovamento in dieci pezzi del suo corpo, e in una sempre più lunga catena di silenzio non sta suscitando reazioni che non vi siano reazioni. Un silenzio antico circonda la morte ebraica.
Il Tizio della Sera

D’altra parte, come si suol dire, il frutto non cade mai lontano dall’albero (il pezzo che segue è di dodici anni fa)

SIGONELLA: DALLA PARTE DEI TERRORISTI

Ho avuto qualche difficoltà a preparare questo post. Innanzitutto per la datazione: ho consultato, a questo riguardo, decine di siti, e ho trovato che circa la metà collocano l’episodio nella notte fra il 9 e il 10 e l’altra metà tra l’11 e il 12. Alla fine ho dunque deciso di postarlo in questa data, ma potrebbe anche essere corretta l’altra. Poi ho avuto difficoltà a trovare un resoconto onesto: la maggior parte erano vere e proprie apologie dell’eroico Craxi che “ha difeso la sovranità nazionale contro lo strapotere americano”, tralasciando completamente il fatto che stava mettendo le forze armate italiane al servizio di un terrorista; alcune (poche) altre erano di segno opposto, ma con toni di una faziosità inaccettabile. Alla fine ho scelto questi due pezzi, che posterò insieme, perché mi pare che si integrino piuttosto bene.

[…] Due giorni dopo si scoprì tuttavia che a bordo era stato ucciso un cittadino americano, Leon Klinghoffer, ebreo e paralitico: l’episodio provocò la reazione degli Stati Uniti. L’11 ottobre dei caccia statunitensi intercettarono l’aereo egiziano, che, secondo gli accordi, conduceva in Tunisia i membri del commando di dirottatori e lo stesso Abu Abbas, costringendolo a dirigersi verso la base di Sigonella, base della NATO in Italia.
L’allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi si oppose tuttavia all’intervento americano, chiedendo il rispetto del diritto internazionale e i VAM (Vigilanza aeronautica militare) furono schierati a difesa dell’aereo contro la Delta Force statunitense. Si trattò della più grave crisi diplomatica del dopo guerra tra l’Italia e gli Stati Uniti, che si risolse con la rinuncia degli USA ad un attacco all’aereo sul suolo italiano. Il ministro della difesa Giovanni Spadolini ed altri due ministri repubblicani presentarono le dimissioni in segno di protesta contro Craxi, provocando la caduta del governo.
Un diverso velivolo, di nazionalità jugoslava, prese in consegna Abu Abbas, mentre i quattro membri del commando terrorista vennero rinchiusi nel carcere di Siracusa e furono in seguito condannati, scontando la pena in Italia. Dopo pochi giorni, grazie alle informazioni raccolte dai servizi segreti israeliani, si ottenne la prova del coinvolgimento di Abu Abbas, il quale venne condannato all’ergastolo in contumacia.
Secondo le dichiarazioni rese da Omar Ahmad, uno dei membri del commando terroristico, il piano originario dei dirottatori era quello di condurre la nave in un porto militare israeliano, di sparare ai soldati presenti, uccidendone il più possibile, e quindi di fuggire in Libia. La vicenda si svolse invece diversamente, secondo Omar Ahmad, per colpa di Abu Abbas.

La notte dei lunghi coltelli a Sigonella, Abbas «diplomatico» iracheno.
Lo scontro tra Craxi e Reagan e tra i carabinieri e la Delta Force
Tony Zermo

[…] La notte di Sigonella la vivemmo dietro il reticolato della base. Si sapeva dell’atterraggio di un Boeing egiziano con a bordo i dirottatori dell’«Achille Lauro», si vedevano blindati dei carabinieri che arrivavano da Catania, un gran movimento dentro la base, ma soltanto dopo si seppe veramente cos’era accaduto. All’alba del 12 ottobre un cellulare dell’Arma aveva portato al carcere di Siracusa i quattro feddayn che avevano dirottato la nave da crociera e ucciso l’ebreo americano Leon Klinghoffer.
Quella notte era accaduto di tutto. Il presidente del Consiglio Craxi si era rivolto al presidente egiziano Mubarak e ad Arafat per convincere i dirottatori ad arrendersi. L’accordo era che Abu Abbas, il negoziatore della resa, sarebbe stato portato in sicurezza e che i quattro dirottatori avrebbero avuto un processo «umano». Il governo italiano non sapeva che Abbas era stato il regista del megasequestro dei cento crocieristi. Lo seppe cinque giorni dopo dalla Cia, ma ormai Abbas, che aveva un passaporto diplomatico iracheno, era uccel di bosco, portato a Ciampino su un aereo militare italiano che si era levato da una pista secondaria di Sigonella a luci spente, poi a Fiumicino e infine imbarcato su un aereo jugoslavo per Belgrado. L’ammiraglio Fulvio Martini, che era capo del Sismi, racconta: «L’Achille Lauro dopo quattro giorni di odissea era stata rilasciata nel porto di Alessandria, per me la faccenda si era chiusa bene. Ma alle 23,57 squilla il telefono, era “Ulisse”, nome in codice del presidente Craxi. Mi disse che gli Stati Uniti gli avevano chiesto di autorizzare l’atterraggio a Sigonella di un aereo egiziano dirottato all’altezza del Canale di Sicilia da F14 americani. L’aereo trasportava due negoziatori palestinesi, cioè Abu Abbas e Hani el Hassan, i quattro dirottatori della motonave, un ambasciatore cairota e teste di cuoio egiziane».
Martini quella notte non riuscì a contattare il ministro della Difesa Spadolini. E così ordinò di far atterrare l’aereo egiziano a Sigonella. «L’atterraggio avvenne alle 0,15 e il velivolo fu immediatamente circondato dal Vam, vigilanza aeronautica militare, e dai carabinieri. Pochi minuti dopo atterrarono due C-141 americani della Delta Force al comando del generale Steiner. Si diressero verso il Boeing egiziano e fu subito chiaro che volevano prendere i dirottatori e Abu Abbas su ordine di Reagan. La tensione fu alle stelle perché i militari della Delta Force, armi in pugno, circondarono gli avieri italiani e i carabinieri, ma a loro volta furono circondati da altri carabinieri che erano affluiti nella base. Esistevano tre cerchi concentrici attorno all’aereo. Per fortuna i comandanti mantennero un grande sangue freddo. Steiner era un privilegiato perché aveva notizie dagli Stati Uniti in tempo reale grazie ad apparecchiature satellitari, noi ci appoggiavamo alla rete telefonica della Sip».
La lunga notte si concluse alle 5,30 perché il generale dei carabinieri Bisogniero aveva fatto intervenire a Sigonella i blindati dell’Arma e così quelli della Delta Force capirono che gli italiani non avrebbero mollato. Poco dopo il reparto d’attacco americano ricevette l’ordine di rientrare. «Ma non era ancora finita – aggiunge Martini – perché quando partimmo in formazione da Sigonella alla volta di Ciampino, mettendo in mezzo il Boeing egiziano, mi venne l’idea, non so perché, di chiedere la scorta di nostri aerei da caccia. E fu un’idea felice perché si levò un F-14 della Sesta Flotta che cercò di dirottare l’aereo egiziano. Atterrati a Ciampino ci fu un’altra interferenza. Un secondo aereo americano, dichiarando uno stato di emergenza, ottenne di atterrare e si fermò sulla pista. Ma era solo un pretesto. Persi la pazienza e feci sapere al pilota americano che se non si fosse tolto di mezzo, avrei fatto buttare il suo aereo fuori pista con i bulldozer. Gli diedi cinque minuti: ne passarono solo tre e andò via».
Da La Sicilia (purtroppo non posso riportare le fonti perché la prima, su Wikipedia, è stata fortemente modificata, mentre la seconda non è più in rete)

Nonostante una certa arroganza e una puntina di sbruffoneria nell’impennata di orgoglio nazionale sul finale del secondo pezzo, mi sembra una ricostruzione fedele dei fatti. Personalmente ritengo molto poco credibile che si ignorasse il ruolo di Abu Abbas quale regista del dirottamento e, come già detto nel post precedente relativo al sequestro, la scelta di Craxi di fare da zerbino ai terroristi è cosa ignobile alla quale non trovo alcuna giustificazione. Sicuramente la storica scelta della politica estera italiana di assecondare il terrorismo non si giustifica con delle presunte garanzie di immunità per l’Italia, visto che attentati e assassini in casa nostra non sono certo mancati. E dunque si spiegano solo, mi sembra, con una totale sintonia e simpateticità con gli obiettivi e con i mezzi dei terroristi.

Aggiungo oggi, per completare il quadro, un“piccolo” episodio a margine. All’inizio degli anni Ottanta il giudice di Trento Carlo Palermo era impegnato in un’indagine sul traffico di armi; riprendo gli episodi relativi da due diverse pagine di Wikipedia, che li riportano esattamente come li ricordo.

Nominato sostituto procuratore di Trento nel 1975, diventò noto al grande pubblico quando aprì un’indagine su un ampio traffico di armi e droga, che venne avviata nel 1980 in seguito al sequestro di 110 kg di morfina base a Trento che erano destinati all’albergatore Karl Kofler (morto poco tempo dopo in carcere) e ad Herbert Oberhofer, i quali costituivano un anello di congiunzione tra i trafficanti turchi e i mafiosi siciliani; gli accertamenti evidenziarono il ruolo principale avuto dal trafficante siriano Henry Arsan (residente a Milano), il quale riusciva a barattare carichi di armi in Medio Oriente con partite di droga, e coinvolsero anche ufficiali dei servizi segreti affiliati alla loggia P2 (il generale Giuseppe Santovito e il colonnello Massimo Pugliese), il boss turco Bekir Celenk (implicato anche nell’inchiesta romana sull’attentato a Giovanni Paolo II) e l’attore Rossano Brazzi, i quali erano accusati di aver partecipato a trattative per la vendita di armi da guerra all’estero.
Tuttavia l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi presentò un esposto al Consiglio Superiore della Magistratura contro il giudice Palermo perché si era sentito indebitamente chiamato in causa dopo che il magistrato aveva scritto il suo nome su alcuni decreti di perquisizione intestati al finanziere socialista Ferdinando Mach di Palmstein: per queste ragioni il Csm avviò un’inchiesta disciplinare nei confronti di Palermo e gli fu tolta l’indagine [cioè Craxi lo ha fatto fermare prima che potesse compiere quelle perquisizioni in cui Carlo Palermo riteneva – indebitamente, sia ben chiaro – fosse implicato il signor Craxi]. Il magistrato decise allora nel 1985 di farsi trasferire alla procura di Trapani, dove le sue indagini si erano incrociate con il collega Giangiacomo Ciaccio Montalto ucciso nel 1983: infatti il giudice Palermo si era incontrato a Trento con Ciaccio Montalto tre settimane prima che fosse ucciso per scambiarsi informazioni riservate sul filone dell’inchiesta che riguardava il traffico di stupefacenti.
Nella città siciliana, dopo solo 50 giorni dal suo arrivo, la mafia reagì e tentò di ucciderlo con un’autobomba a Pizzolungo, una frazione del trapanese [ossia stava sostanzialmente continuando lo stesso lavoro, e vista l’ostinazione del soggetto si è ritenuto necessario fermarlo in modo più risolutivo].

***

La mattina del 2 aprile del 1985, poco dopo le 8:35, sulla strada provinciale che attraversa Pizzolungo, posizionata sul ciglio della strada, un’autobomba è pronta per l’attentato al sostituto procuratore Carlo Palermo che dalla casa dove alloggia a Bonagia si sta recando al palazzo di Giustizia di Trapani a bordo di una Fiat 132 blindata, seguito da una Fiat Ritmo di scorta non blindata. In prossimità dell’auto carica di tritolo l’auto di Carlo Palermo supera una Volkswagen Scirocco guidata da Barbara Rizzo, 30 anni, che accompagna a scuola i figli Giuseppe e Salvatore Asta, gemelli di 6 anni.
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L’utilitaria si viene a trovare tra l’autobomba e la 132. L’autobomba viene fatta esplodere comunque, nella convinzione che sarebbe saltata in aria anche l’auto di Carlo Palermo. L’esplosione si udì a chilometri di distanza.
L’utilitaria invece fa da scudo all’auto del sostituto procuratore che rimane solo ferito. Nella Scirocco esplosa muoiono dilaniati la donna e i due bambini.
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Il corpo squarciato della donna viene catapultato fuori dall’auto mentre i corpi a brandelli dei bambini finiscono dispersi molto più lontano. Sul muro di una palazzina a duecento metri di distanza una grossa macchia mostra dove è finito un corpicino irriconoscibile. […]
Dei quattro agenti della scorta quelli sulla 132, l’autista Rosario Maggio e Raffaele Di Mercurio, rimangono leggermente feriti mentre gli altri due vengono gravemente colpiti dalle schegge, Antonio Ruggirello a un occhio, Salvatore La Porta alla testa e in diverse parti del corpo.

Giusto per completare il quadro.

barbara