I VIOLINI DI AUSCHWITZ

Dalla Shoah ai palcoscenici del mondo, note di speranza

Amnon Weinstein si imbatté per la prima volta in un violino della Shoah 50 anni fa. Era un giovane liutaio in Israele, e un cliente gli portò un vecchio strumento in condizioni terribili, chiedendo di restaurarlo. L’uomo raccontò di aver suonato il violino sulla strada che lo portava alle camere a gas, ma sopravvisse per un caso fortuito: i nazisti avevano bisogno di lui per la loro orchestra del campo di sterminio. Da allora non ci aveva più suonato. “Così ho aperto il violino, e lì dentro c’erano delle ceneri”, raccontò Weinstein in un’intervista all’emittente Npr. Ne fu inorridito; si chiese se quelle ceneri appartenessero alle vittime dei Lager, ai suoi famigliari assassinati. E abbandonò il lavoro di restauro. Gestire uno di quegli strumenti era troppo per lui.

Diversi anni dopo, nel 1996, Weinstein tornò sui suoi passi e lanciò un appello per raccogliere i violini della Shoah. E così è nato il progetto Violins of hope: una collezione di strumenti proveniente da ebrei sopravvissuti alla Shoah o dai famigliari di chi fu ucciso. “Tutti questi strumenti sono simboli di speranza. Sono un modo per dire: ricordati di me, ricordati di noi”, ha spiegato Weinstein, che porterà i “suoi” violini a Cremona in occasione della rassegna Cremona Musica (27- 28 settembre). E con la cittadina lombarda, Weinstein ha un legame particolare: qui si diplomò alla Scuola di Liuteria, segnando il suo futuro. La città gli renderà omaggio conferendogli il Cremona Musica Award ma soprattutto dando spazio ai Violini della speranza, suonati nei palcoscenici di mezzo mondo e a Cremona dal violinista turco Cihat Askin.
“I nazisti usavano la musica e soprattutto i violini per umiliare e degradare gli ebrei nei ghetti e nei campi. – racconta Weinstein nel sito dedicato al progetto – Hanno sequestrato migliaia di strumenti ad ebrei di tutta Europa. I nostri concerti sono la risposta definitiva al loro piano di annientare un popolo e la sua cultura, di distruggere vite umane e libertà. Il suono dei violini è spesso paragonato alla bellezza della voce umana. Quando suonato con talento e spirito, è noto per raggiungere e toccare i cuori. Questo è stato il ruolo dei violini nella guerra – per toccare i cuori, accendere la speranza di tempi migliori e diffonderla ovunque. Ovunque c’era musica, c’era speranza”.
“Durante una visita a Tel Aviv, sono andato al negozio dove Amnon Weinstein mi ha mostrato un violino che era stato deturpato con una svastica da un restauratore tedesco negli anni ’30 – ha raccontato il violinista ltzhak Perlman -. Un atto così degenerato, tuttavia, non è riuscito ad impedire al violino di creare bellezza. Penso che il violino sia una replica della nostra anima. E i violini di Weinstein sono ancor di più un esempio potente di perseveranza. Un tempo rappresentavano per i loro proprietari l’idea di sopravvivenza, e simboleggiano lo stesso per noi oggi”.
Questi strumenti rappresentano le storie di vite spezzate e restituiscono dignità ai loro proprietari, ha ricordato Perlman.
A Cremona Musica Amnon Weinstein sarà anche protagonista di una seconda esposizione, dove verranno messi in mostra alcuni strumenti realizzati da lui e dagli altri allievi che hanno frequentato la Scuola di Liuteria di Cremona nel suo stesso periodo.

(Italia Ebraica, agosto 2019, via Il vangelo)

Ed eccoli, i violini di Auschwitz, in azione nel migliore dei modi possibili, nel migliore dei posti possibili

barbara

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ACCADUTO IN UN AEROPORTO IN GERMANIA

C’era un padre ebreo ortodosso insieme ai suoi undici figli in sala d’aspetto per prendere l’aereo quando una signora tedesca dice rivolgendosi all’uomo “come è possibile badare a cosi tanti bambini piccoli e tutti insieme?” Al che l’uomo senza scomporsi replicò: “ho ancora molta strada da fare per arrivare ad un milione e mezzo! (qui)
Sì, manca ancora molta strada, ma 77 anni dopo l’apertura di Majdanek i discendenti delle vittime sono qui (e hanno uno stato!), il nazismo no.

barbara

IL NOSTRO FONDO

Karnenu festeggia 70 anni: la storia ripercorsa attraverso le memorie del fondatore

Martina Mieli

“Spero che, in futuro, qualcuno, consultando gli archivi del KKL, vorrà raccontare quanto io ho scritto”. È andata proprio così, è toccata a me! Sono io quel qualcuno a cui il Sig. Fausto Sabatello auspicava. Quando abbiamo deciso il tema di questo numero di Karnenu ho iniziato a rovistare tra i vecchi numeri, storie e personaggi da dove prendere spunto. Con molto dispiacere ho scoperto che i personaggi storici oramai non ci sono più. Ma, quando tra le vecchie carte impolverate, ho trovato le memorie dell’ideatore numero uno della nostra Rivista, quella tristezza si è trasformata in fantasia. È vero, potevo trovare qualcuno che lo aveva conosciuto, qualcuno che ne aveva forse sentito parlare, qualcuno che aveva ricordi confusi delle origini. E invece, proprio l’uomo che ha vissuto “mezzo secolo con il KKL” aspettava me, con un dono prezioso. “Soltanto noi, superstiti tra coloro che avevano visto i primi passi, potevamo scrivere questa storia… Ho deciso all’improvviso di redigere quella parte del passato che ho vissuto, così se uno storico volesse raccontarla, avrà a disposizione la narrazione degli avvenimenti”.
Affascinante, emozionante e commovente è stato sfogliare e leggere una ad una, le pagine che Fausto ha scritto con una vecchia macchina da scrivere. I suoi racconti iniziano esattamente nel lontano 1914, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, anni difficili per lui e la sua famiglia, quando in Italia vi erano ancora scarse notizie sul Sionismo, l’allora Palestina e sul mondo ebraico del Medio Oriente. Degli anni ‘20 parla dell’avvento del fascismo e, in particolare, ricorda quando si formò a Roma un gruppo sionistico non ufficiale. Nel 1926 venne in Italia Enzo Sereni per tenere una conferenza a Roma, cercando consensi ed esprimendo la necessità di contribuire allo sviluppo della Palestina Ebraica. Fu proprio in quella occasione che Fausto ebbe il primo approccio con il mondo del Keren Kayemeth LeIsrael.
“Fui l’unico a rispondere di si, così Enzo e il cugino Attilio Milano mi chiesero un appuntamento per il giorno seguente. Attilio mi affidò un Libro di Famiglia del Fondo Nazionale Ebraico, per la raccolta di offerte in occasioni liete degli ebrei romani. Dovetti cominciare da solo, in occasione del primo matrimonio. Mi ero organizzato il lavoro in modo da portare il Libro, accompagnato da una lettera di spiegazione e auguri, il venerdì per ritirarlo poi il martedì. Il Libro era nuovo, con tutte le pagine bianche; quando andai a ritirarlo con molto batticuore e dubbi sul risultato, accolto dal padre della sposa mi disse di non aver voluto esporre il Libro in casa. Mentre mi avvilivo pensando all’insuccesso del mio primo tentativo, mi diede un biglietto da 500 lire quale offerta della famiglia, con il primo successo tornai a casa. Constatata la possibilità di raccogliere denaro per la Terra di Israele ne fui incoraggiato ed il Libro di Famiglia divenne lo scopo dei miei ideali sionistici”.
Il lavoro che a Fausto sembrava facile, si rivelò invece difficile. L’ambiente non era preparato, pochissimi avevano conoscenza della Palestina, si era già in piena dittatura fascista, erano impauriti e temevano, di essere considerati antinazionali se partecipavano ad una qualsiasi iniziativa sionista. Fausto, si era proposto un principio assoluto: ad ogni cerimonia doveva esserci un Libro di Famiglia.
Il KKL era già presente in quegli anni a Firenze con a capo Giuseppe Viterbo; a Roma invece, a parte la fallita distribuzione del Bossolo Blu non vi era ne una sede ne una commissione. Così Fausto decise di occuparsi anche di questa attività. Insieme a Lello Piattelli e altri – ricorda Bruno Zevi, Augusto Segre, la famiglia Pajalic e alcuni studenti del Collegio Rabbinico – intrapresero la ricerca dei bossoli abbandonati e ne distribuirono dei nuovi. “Compilai elenchi per ogni zona di Roma – racconta Fausto – e stabilii un’apertura trimestrale. Lo slogan di allora era: un Bossolo in ogni famiglia e in ogni negozio ebraico”.
In quel periodo conobbe Haim Weizmann e Menachem Ussishkin “l’uomo di ferro” dell’amministrazione e Presidente dal 1923 del KKL che contribuì ai grandi acquisti di terre. Durante le leggi razziali e la Seconda Guerra Mondiale la situazione in Italia era tragica ma, Fausto non voleva arrendersi alle difficoltà, per un periodo nell’oscurità ha continuato il suo lavoro, che riprese poi con fermento subito dopo la guerra. “Nel 1946 – racconta Fausto – la Brigata Ebraica rientrò in Palestina e lasciò liberi alcuni locali in via Principe Amedeo: presi possesso di una stanza che ammobiliata con due tavoli ed un armadio divenne la prima sede ufficiale del KKL a Roma”. Fausto organizzò una Commissione, composta da lui, Lello Piattelli, Guido Schlesinger, Elisa Alatri; ottenne uno spazio sul bollettino mensile della allora Comunità Israelitica e fece mettere in ogni Sinagoga di Roma una “cassetta per le offerte” destinate al Fondo Nazionale Ebraico. “Negli anni che seguirono la fine della Guerra, quando l’Italia era ancora occupata dalle truppe alleate, cercai – scrive Fausto – ogni modo per aumentare l’attività del KKL. Un mezzo efficace per avvicinare il pubblico ebraico, furono alcune pellicole che ci erano state inviate da Gerusalemme”. Gli eventi organizzati con le proiezioni in varie Comunità italiane erano molto apprezzate e lui cercava sempre nuove attività per coinvolgere e avvicinare più persone possibili. Nel 1947 Fausto fece stampare il primo Lunario del KKL Italia, affiancato poi dal calendario murale (prima uscita nel 1965) ancora oggi presenti come da tradizione in tutte le case.
Dopo la nascita dello Stato di Israele nel 1948, Fausto voleva ampliare il lavoro per adeguarlo alle nuove necessità: “Progettai allora la pubblicazione di un periodico, portavoce del Keren Kayemeth LeIsrael dall’Italia, da far giungere in ogni famiglia ebraica. Mi orientai verso una rivista popolare molto illustrata da fotografie, di facile lettura, priva di ogni aspetto di bollettino parrocchiale, caratteristica della maggior parte delle altre pubblicazioni ebraiche in Italia. La mia proposta fu ascoltata e la Commissione di Milano si assunse il compito della pubblicazione”. La rivista fu chiamata “KARNENU”, ovvero “il nostro Fondo” e il primo numero uscì nel 1948. Fausto riuscì ad ottenere il trasferimento della gestione della Rivista a Roma, dove fu poi, iscritta al Tribunale con lui Direttore Responsabile; la redazione e impaginazione invece fu affidata al Dott. Fabio Della Seta che se ne occupò fino al 1955.
“Il numero seguente doveva uscire a luglio – racconta Fausto – ma non avevamo nessuno in grado di assumerne la redazione. Non volevo che per questo, Karnenu cessasse le pubblicazioni e dichiarai che avrei assunto io l’impegno di continuare la rivista. In breve tempo cercai di studiare i segreti dell’impaginazione, della riduzione delle fotografie e di altri dettagli tecnici di cui non avevo la minima nozione. Raccolsi gli articoli e le notizie necessarie e fui fortunato nella ricerca delle fotografie”. Fausto per circa due mesi lavorò intensamente nelle ore serali e notturne, unici momenti disponibili dopo il suo vero lavoro: a luglio, con un numero più ricco e animato dei precedenti, Karnenu andò in stampa regolarmente.
Dopo l’entusiasmo del suo primo numero, Fausto si rese conto della responsabilità di cui si era fatto carico e ne fece uno degli scopi principali della sua attività futura al KKL. Apprendeva continuamente nuove nozioni, imparava a migliorare l’uso dei caratteri tipografici e dei colori, iniziò a scrivere articoli, ideò disegni e vignette. Valutava come non avere sprechi e risparmiare per le spese postali, iniziò a fotografare lui stesso durante le varie cerimonie, avvenimenti ebraici o viaggi in Israele; voleva rendere il Karnenu ancora migliore. “Pubblicavo le fotografie degli iscritti nel Libro di Famiglia e nei Libri d’Onore del KKL che suscitavano in molti il desiderio di veder pubblicati le vicende della propria famiglia. Questo diede nuovo incremento al Libro di Famiglia e alle offerte di alberi in Israele. Dovetti ben presto – scrive Fausto – dedicare una intera pagina a questi avvenimenti. Fu così che Karnenu divenne un po’ la storia degli ebrei d’Italia. Sfogliando la raccolta infatti vi si trovano nascite, maggiorità, matrimoni. Il Libro di Famiglia che nei primi anni di lavoro avevo introdotto così faticosamente, oggi è divenuto una tradizione”.
Una tradizione ancora oggi, anche a distanza di così tanti anni. I suoi desideri e auspici così hanno preso forma, la rivista Karnenu nel corso del tempo ha raggiunto lo scopo che Fausto Sabatello si era prefissato: “la diffusione della conoscenza dell’opera del Fondo Nazionale Ebraico e di Israele”.
Nelle ultime righe delle sue memorie racconta che nel 1975, quando lasciò il KKL Italia per trasferirsi in Israele, le raccolte erano al terzo posto, subito dopo Stati Uniti e Gran Bretagna nella graduatoria, di tutte le nazioni del mondo dove il Keren Kayemeth LeIsrael era attivo. Incredibile! E pensare che tutto iniziò con quelle famose 500 lire di quel primo Libro di Famiglia!
“Un giorno mi recai a Iodfat, una delle prime zone di piantagione assegnate al KKL Italia. Dalla strada che dovevo percorrere, vidi l’orizzonte chiuso da una catena di colline di cui una parte grigia e brulla come tutte le zone della Galilea ancora non rimboschite. Vicino a queste, altre coperte da alberi, formavano una estesa macchia verde. Erano le Foreste degli Ebrei d’Italia: le gioie e i dolori degli ebrei italiani che attraverso il Keren Kayemeth LeIsrael si erano trasformati in alberi, fonte di vita e prosperità. Avevo avuto il privilegio di partecipare e con la loro visione nella mia mente, posso concludere che il mio lavoro è stato ben ricompensato”. Si concludono così le memorie, scritte nel maggio del 1983, dall’uomo che ha creato la nostra adorata Rivista, dopo un lavoro lungo più di cinquant’anni. Grazie a Fausto e ai suoi emozionanti racconti, ho potuto ripercorrere la vera storia, le vicende. Una testimonianza unica, che è stata raccontata esattamente come desiderava lui. Rimarrà così, viva nei cuori e negli archivi del KKL e, con Karnenu invece, continueremo ad essere presenti nelle case italiane, raccontando la storia di Israele e il lavoro del Keren Kayemeth LeIsrael.

Ecco: questo è il KKL, questa è una parte della sua storia, e questo è ciò che, ancora una volta, andrò a vedere. Parto tranquilla perché l’Iran, col culo che gli ha fatto Israele, ci penserà un po’ prima di rialzare la testa, e Hamas, col culo che gli ha fatto Israele militarmente, e l’Egitto, spalleggiato dalla Russia, diplomaticamente, di attacchi seri non ne farà. Precisando peraltro che partirei comunque, e sarei tranquilla comunque.

Come noto, quando esco di casa stacco completamente, non mi trascino dietro cordoni ombelicali, quindi fino al ritorno non sarò in rete, non vedrò i vostri eventuali commenti e non potrò approvare eventuali commenti in moderazione, e voi avrete pazienza. Continuate però a venire qui, perché vi ho programmato un po’ di cose per non farvi soffrire troppo. E ora su, cantiamo tutti insieme per celebrare la nostra amata Israele

A presto

barbara

SALVATI DA ISRAELE 4

L’ultima, naturalmente, è la strepitosa missione del Mossad in Iran, con il trafugamento dei documenti più segreti nel posto più segreto sorvegliati dai sorveglianti più attenti e professionali, da affiancare all’incredibile missione di Entebbe (uno, due, tre, quattro), alla cattura di Eichmann in Argentina, all’eliminazione degli autori della strage di Monaco. Più tutte quelle di cui non sappiamo niente, e chissà quante ce ne sono.

Il blitz perfetto del Mossad in Iran. In una notte rubati i segreti nucleari

Svelatala la missione con cui gli 007 israeliani hanno messo le mani sull’archivio di Teheran.

Mezza tonnellata di documenti e fotografie, una montagna di materiale cartaceo da trasportare dall’Iran a Israele, due Paesi a un passo dalla guerra, con i Guardiani della rivoluzione che avevano fiutato l’operazione ed erano alle calcagna degli agenti del Mossad. È questo l’aspetto più spettacolare, da film di spionaggio della Guerra fredda, del colpo che ha permesso ai servizi israeliani di mettere le mani sull’archivio segreto del programma nucleare iraniano. Una mole di dati che dimostrano, secondo il premier Benjamin Netanyahu, come l’Iran abbia mentito alla comunità internazionale e quindi non possa essere creduto neppure ora.
Fin dal 2015, dalla firma dell’accordo sul nucleare che ha portato alla fine della maggior parte delle sanzioni occidentali, il Mossad era in azione a Teheran per trovare qualcosa che gli ispettori dell’Aiea non avevano mai trovato. La «pistola fumante» delle ambizioni atomiche degli ayatollah. Netanyahu l’ha mostrata al pubblico lunedì, in una presentazione ad alto impatto mediatico. Ma le decine di slide che scorrevano sui teleschermi di tutto il mondo erano il frutto di una missione al limite che si è conclusa in una notte ad altissima tensione.
Nel febbraio del 2016 le spie israeliane individuano un magazzino nel sobborgo di Shorabad, a Sud di Teheran, una zona industriale. Il magazzino è dimesso, sembra abbandonato, ma dentro c’è un tesoro. I «55 mila file» che documentano la storia del programma nucleare iraniano. L’edificio viene posto sotto sorveglianza continua e il Mossad deve chiedere rinforzi ed espandere la sua rete di agenti. Gli iraniani hanno già spostato l’archivio più volte, possono farlo di nuovo, non lo si deve perdere d’occhio neppure un minuto.
Nel gennaio di quest’anno un fonte interna rivela che nel magazzino ci sono alcune «casseforti speciali». È il momento di agire. La squadra del Mossad fa irruzione, in piena notte, prende tutti i documenti dalle casseforti e li trasferisce in un edificio sicuro. Sono decine di migliaia di file cartacei che pesano «più di mezza tonnellata», molto ingombranti. Bisogna farli uscire dall’Iran senza dare nell’occhio e già questa è un’operazione complessa. Nei piani doveva svolgersi in più fasi, ma appena arrivati nell’edificio sicuro gli 007 si rendono conto che i Servizi dei Pasdaran, un corpo d’élite fondato da Ali Khamenei nel 2009, si sono insospettiti e li stanno seguendo.
Si tratta di scappare portandosi via una carico che occupa almeno un furgoncino, a giudicare dai file mostrati da Netanyahu in tv, con gli agenti segreti braccati dalle Guardie rivoluzionarie come nel film «Argo». «Li avevamo alle calcagna», ha rivelato una delle spie alla tv Hadashot. Non ha spiegato come sono riusciti a seminarli, ma il ministro dell’Intelligence Israel Katz ha precisato che si è trattato di un’operazione «senza precedenti nella storia di Israele», un Paese che, a cominciare da Entebbe, ha vissuto molti momenti di questo tipo: «Quando ho conosciuto i dettagli non potevo credere che avessero potuto farcela», ha commentato.
A non poterci credere sono anche gli iraniani. Tutto il corpo dei Servizi dei Pasdaran è sotto inchiesta. Secondo media del Golfo, come Channel 10, è già scattata un’ondata di arresti e i responsabili delle sorveglianza del magazzino «rischiano la fucilazione». I documenti rubati e lo show di Netanyahu hanno convinto in maniera definitiva, salvo sorprese, il presidente americano Trump a ritirarsi dall’accordo sul nucleare. Ma l’Intelligence israeliana punta ora a convincere un altro attore fondamentale, l’Aiea. Se anche l’Onu concluderà che l’Iran ha barato allora l’intesa sarà seppellita del tutto. E lo scontro fra Israele e la Repubblica islamica andrà al calor bianco.
(Giordano Stabile, La Stampa, 3 maggio 2018)

E con questo colpo magistrale si spera che almeno uno dei criminali disastri con impatto sull’intero pianeta perpetrati da Obama possa essere disinnescato. Se poi qualcuno si chiedesse come mai l’AIEA non abbia trovato quelle prove, la risposta è molto semplice:
not us
A questo va aggiunto che anche in un’altra delle imprese recenti a quanto pare c’è lo zampino del Mossad. Come si suol dire, se Israele non esistesse, bisognerebbe inventarla, ma per fortuna hanno già provveduto gli ebrei. Più o meno tremilacinquecento anni fa. 
E ora la difendono e ci difendono.

barbara

QUELLA FACCIA DA RAGAZZINO

Quella faccia da ragazzino, che in uno stato di zen assoluto canta il proprio inno nazionale sapendo che nessun microfono lo catturerà, ma sapendo anche che tutte le telecamere disponibili ne guarderanno il labiale. Ecco un’immagine che ha qualcosa di iconico, e allo stesso tempo di assurdo. Il video di Tal Flicker ha fatto il giro del mondo nel fine settimana: lui sta in piedi sul podio più alto del Gran Slam di Abu Dhabi senza bandiera e perfino senza le iniziali ISR sulla maglietta, con il commentatore sportivo che dice che Tal gareggia per la Federazione (e non invece per Israele), e poi esita un attimo e annuncia l’inno della Federazione che parte fuori tempo. Il tutto è già ridicolo fin qui. Ma quando le telecamere comunque inquadrano il vincitore con la medaglia d’oro al petto, che sta chiaramente cantando qualcos’altro, e cioè l’Ha-Tikva, l’effetto è un assurdo che nessun Jonesco e nessun Beckett avrebbero mai potuto allestire. Come se Israele non stesse per compiere settant’anni (fra poco più di sei mesi). Come se non fosse mai nata. Come se quel ragazzino dalla faccia zen non fosse in potenza una quarta generazione, nata nello Stato ebraico. Con la sua sola presenza lì, a quella gara, scardina tutta la messa in scena fatta per annullare la sua nazionalità. Ma gli Emirati Uniti preferiscono coprirsi di ridicolo con una sceneggiata che va contro il tempo e contro la ragione, per non dire contro la diplomazia internazionale e contro la stessa International Judo Federation che aveva richiesto che i contendenti israeliani fossero trattati egualmente, e quindi secondo la loro nazionalità, anche sul podio. Ma sorpresa, in barba agli Emirati i social media lo hanno premiato, probabilmente anche per la compostezza. Ha fatto di più una faccia zen di mille comunicati ufficiali allarmati, insultati, offesi. Questo Tal Flicker farà strada, dopo il Judo sarebbe bello vederlo al ministero degli esteri che non è ai suoi massimi storici.
Daniela Fubini, Tel Aviv (Moked, 30 ottobre 2017)

La battaglia della Turchia che ha tentato in tutti i modi di non fare ammettere Israele, la battaglia di Abu Dhabi che l’ha fatta gareggiare ma mascherata, mimetizzata e silenziata, la battaglia di tutto il mondo arabo che da sempre esclude Israele da ogni competizione raccogliendo succube obbedienza in varie parti del mondo, Italia compresa, è la sorella gemella della battaglia di Stan:

barbara

TAL FLICKER

Che è questo qui,
Tal-Flicker
il judoka israeliano a cui la Turchia ha tentato in tutti i modi di impedire di partecipare al campionato di Abu Dhabi. Non ci è riuscita, e lui è andato, però da anonimo: sulla casacca niente stemma israeliano bensì quello della Federazione Internazionale di Judo, e quando ha vinto – perché ha vinto, sìssì, hahaha, e guardate con quanta grazia, con quanta eleganza

non è stata innalzata la bandiera israeliana, bensì quella della Federazione Internazionale di Judo, e non è stato suonato l’inno israeliano, bensì quello della Federazione Internazionale di Judo. Però se guardate la sua bocca, ci leggete le parole dell’inno nazionale israeliano, haTikvah.

E visto che non gliel’hanno suonato loro, glielo suono io, tiè.

PS: fra i commenti al video della premiazione con l’inno della Federazione, si trova anche questo: “What a Shame. We, the AfD, the new german party support you Tal. God bless Israel.”

barbara

AGGIORNAMENTO: leggere qui (imperativo categorico).

IO SONO TRA COLOR CHE SON SOSPESI

Informata della mia spiccata propensione alle reazioni allergiche, la radiologa non si è fidata a farmi il contrasto. Così ha deciso di farmi oggi il grosso senza contrasto e di farmi tornare martedì, che è di nuovo di turno lei, facendomi fare nel frattempo la (pesantissima) profilassi antiallergia, per fare il lavoro di fino sulle zone strategiche. Da quello che ha potuto vedere senza contrasto, comunque, sembrerebbe abbastanza probabile che la bestia non sia maligna, anche se sicuramente non è un angioma, che sarebbe stata l’ipotesi più favorevole.
Insomma, possiamo inventarci un’improvvisazione di Speranza. Con variazioni sul tema.

barbara