QUELLA FACCIA DA RAGAZZINO

Quella faccia da ragazzino, che in uno stato di zen assoluto canta il proprio inno nazionale sapendo che nessun microfono lo catturerà, ma sapendo anche che tutte le telecamere disponibili ne guarderanno il labiale. Ecco un’immagine che ha qualcosa di iconico, e allo stesso tempo di assurdo. Il video di Tal Flicker ha fatto il giro del mondo nel fine settimana: lui sta in piedi sul podio più alto del Gran Slam di Abu Dhabi senza bandiera e perfino senza le iniziali ISR sulla maglietta, con il commentatore sportivo che dice che Tal gareggia per la Federazione (e non invece per Israele), e poi esita un attimo e annuncia l’inno della Federazione che parte fuori tempo. Il tutto è già ridicolo fin qui. Ma quando le telecamere comunque inquadrano il vincitore con la medaglia d’oro al petto, che sta chiaramente cantando qualcos’altro, e cioè l’Ha-Tikva, l’effetto è un assurdo che nessun Jonesco e nessun Beckett avrebbero mai potuto allestire. Come se Israele non stesse per compiere settant’anni (fra poco più di sei mesi). Come se non fosse mai nata. Come se quel ragazzino dalla faccia zen non fosse in potenza una quarta generazione, nata nello Stato ebraico. Con la sua sola presenza lì, a quella gara, scardina tutta la messa in scena fatta per annullare la sua nazionalità. Ma gli Emirati Uniti preferiscono coprirsi di ridicolo con una sceneggiata che va contro il tempo e contro la ragione, per non dire contro la diplomazia internazionale e contro la stessa International Judo Federation che aveva richiesto che i contendenti israeliani fossero trattati egualmente, e quindi secondo la loro nazionalità, anche sul podio. Ma sorpresa, in barba agli Emirati i social media lo hanno premiato, probabilmente anche per la compostezza. Ha fatto di più una faccia zen di mille comunicati ufficiali allarmati, insultati, offesi. Questo Tal Flicker farà strada, dopo il Judo sarebbe bello vederlo al ministero degli esteri che non è ai suoi massimi storici.
Daniela Fubini, Tel Aviv (Moked, 30 ottobre 2017)

La battaglia della Turchia che ha tentato in tutti i modi di non fare ammettere Israele, la battaglia di Abu Dhabi che l’ha fatta gareggiare ma mascherata, mimetizzata e silenziata, la battaglia di tutto il mondo arabo che da sempre esclude Israele da ogni competizione raccogliendo succube obbedienza in varie parti del mondo, Italia compresa, è la sorella gemella della battaglia di Stan:

barbara

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TAL FLICKER

Che è questo qui,
Tal-Flicker
il judoka israeliano a cui la Turchia ha tentato in tutti i modi di impedire di partecipare al campionato di Abu Dhabi. Non ci è riuscita, e lui è andato, però da anonimo: sulla casacca niente stemma israeliano bensì quello della Federazione Internazionale di Judo, e quando ha vinto – perché ha vinto, sìssì, hahaha, e guardate con quanta grazia, con quanta eleganza

non è stata innalzata la bandiera israeliana, bensì quella della Federazione Internazionale di Judo, e non è stato suonato l’inno israeliano, bensì quello della Federazione Internazionale di Judo. Però se guardate la sua bocca, ci leggete le parole dell’inno nazionale israeliano, haTikvah.

E visto che non gliel’hanno suonato loro, glielo suono io, tiè.

PS: fra i commenti al video della premiazione con l’inno della Federazione, si trova anche questo: “What a Shame. We, the AfD, the new german party support you Tal. God bless Israel.”

barbara

AGGIORNAMENTO: leggere qui (imperativo categorico).

IO SONO TRA COLOR CHE SON SOSPESI

Informata della mia spiccata propensione alle reazioni allergiche, la radiologa non si è fidata a farmi il contrasto. Così ha deciso di farmi oggi il grosso senza contrasto e di farmi tornare martedì, che è di nuovo di turno lei, facendomi fare nel frattempo la (pesantissima) profilassi antiallergia, per fare il lavoro di fino sulle zone strategiche. Da quello che ha potuto vedere senza contrasto, comunque, sembrerebbe abbastanza probabile che la bestia non sia maligna, anche se sicuramente non è un angioma, che sarebbe stata l’ipotesi più favorevole.
Insomma, possiamo inventarci un’improvvisazione di Speranza. Con variazioni sul tema.

barbara

E QUANDO (12/2)

E quando nella casa (casetta. Casettina. In effetti il mio appartamento è più grande) di Ben Gurion in mezzo al deserto (oggi non più, ma a quel tempo lo era) Franco ha proposto di cantare tutti insieme HaTikvah. Ho chiesto espressamente l’autorizzazione a cantare anch’io (per metà della mia vita ho pensato di essere la persona più stonata del pianeta. Poi è salito alla ribalta Jovanotti e mi sono dovuta autorelegare al secondo posto. Che è comunque una posizione non da poco). HaTikvah è una cosa talmente emozionante che mi emoziono perfino quando, stonatissima, la canto io. E quelle cinquanta persone strette in una stanza, alcune intonate e alcune no, appassionate, emozionate, unite in quel coro spontaneo, mi hanno fatto pensare – spero che a qualcuno l’accostamento non appaia irrispettoso – a quest’altro coro,

soprattutto per le parole finali del rabbino: “Am Israel chai, the children of Israel still live”: loro erano vivi, e dopo settantadue anni noi eravamo lì, in Terra d’Israele, in mezzo al deserto fatto fiorire anche da loro e dagli altri sopravvissuti, vivi, a testimoniare la realizzazione di quella speranza.

E quando presso la tomba di Ben Gurion mi sono fatta un mezzo pianto insieme a Simonetta, perché certe emozioni sono troppo forti per riuscire a restare dentro, soprattutto quando si è vicini a qualcuno che le condivide, e in qualche modo devono uscire. Poi naturalmente abbiamo smesso, ed eccoci qui, belle e sorridenti.
con Simonetta

E quando ho chiesto ad Avi,
Avi 1
Avi 2
il nostro addetto alla sicurezza e paramedico, mitra in spalla e zaino di pronto soccorso al seguito, di misurarmi la pressione perché in questo periodo è molto ballerina e devo tenerla controllata per potere, in caso di necessità, aggiustare il dosaggio delle pastiglie, e lui ha risposto “Se vuoi vengo a misurartela in camera tutte le sere” (ohibò, è vero che mi sono sempre piaciuti giovani e che il mio ex più giovane potrebbe essere mio figlio, ma di questo potrei tranquillamente essere la nonna) (che comunque se ci fosse stato il minimissimo sospetto che lui parlasse sul serio, se ci fosse stato il minimissimo sospetto che io potessi prendere in considerazione l’idea, ad entrambi sarebbero stati cavati gli occhi seduta stante) (e avrei anche dovuto darle ragione).

E quando Emanuela ha incominciato a raccontare. È stato a Timna, durante la cena, che abbiamo consumato nel ristorante presso questo laghetto (foto di Martina),
lago Timna
arrivandoci per questo sentiero costeggiato da grandi candele di citronella.
sentiero lago Timna
Ha incominciato a raccontare, dicevo, e ho pensato eccone un’altra che vuole far sapere quanto è brava. E ha continuato a raccontare e ho pensato ah beh, però. Ed è andata avanti a raccontare e più andava avanti più mi diventava difficile contenere l’emozione. E sempre più diventava chiaro che non stava facendo la bella statuina, ma trasmettendo – con modestia, con umiltà – una conoscenza che nessuno di noi aveva. Quando ha finito di raccontare le ho chiesto di scrivere quello che aveva raccontato, per metterlo nel blog. Metterò anche le foto, e un video, e i link ai documenti, ma il racconto voglio che sia quello suo, palpitante, emozionato ed emozionante, come lo abbiamo sentito noi, in quella notte in mezzo al deserto, perché le azioni che danno un senso alla parola “umanità” non vanno mai nelle prime pagine dei giornali, ed è quindi giusto trovare per loro altri spazi.

E quando alla cena di Shabbat abbiamo cantato Shalom Aleichem e mi è tornata alla mente la volta che è stata cantata nel mikveh di Siracusa,
mikveh Siracusa
con voce bassa e profonda che riecheggiava tra le volte, io appoggiata a una di quelle colonne, e improvvisamente dal petto mi è scoppiato fuori un grosso singhiozzo.

E quando Shariel Gun, direttore generale del KKL Italia, appena saliti sull’autobus che dal Ben Gurion ci avrebbe portati al mar Morto, ha provveduto a informarci che “sull’autobus c’è uaifai, che immagino che in Italia si dirà vafa”, e io non solo non ho capito la battuta, ma non ho neanche capito che era una battuta, fino a quando un compagno di viaggio non mi ha detto che “ci ho messo un po’ prima di capire la battuta del vaf(f)a che si dice in Italia”.

E quando mi sono messa a raccontare a una compagna di viaggio un certo episodio, e per chiarire le circostanze ho spiegato che fino a non molto tempo fa vivevo in mezzo alle Alpi e lei mi interrompe dicendo: “Tu hai tenuto una conferenza a Udine!”

E quando la signora P., ultraottantenne (un bel po’ ultra, credo) si è incazzata con me e con Marisa e si è messa a strepitare “io mi sono rotta i coglioni, cazzo!” (Poi Pierre, un po’ per l’impegno che ci ha messo, un po’ per talento naturale, non solo l’ha rabbonita, ma alla fine è riuscito anche a farla ridere, anche se cercava testardamente di continuare a fare il muso)

E questi siamo tutti noi, alle spalle il deserto e davanti le tombe di Ben Gurion e di sua moglie Paula (purtroppo il sistema che mi aveva insegnato Giovanni per rendere le immagini cliccabili per ingrandire non funziona più. Se lui o chiunque altro mi può insegnare un sistema alternativo gliene sarò grata)
tutti Sde Boker
barbara

E PROVATE A NON COMMUOVERVI


Ah, poi, visto che parliamo di Israele, vi ricordate quella brutta storia della casa incendiata in un villaggio palestinese in cui morì subito un bambino di 18 mesi e in seguito anche i suoi genitori per la quale sono stati immediatamente accusati i “coloni ebrei estremisti”? (Per curiosità sono andata in google digitando “incendio casa palestinese”: quasi tutti i titoli urlano fin dalla prima riga, “bruciata da coloni israeliani”: non sembra, pare, si pensa, si sospetta, gli indizi portano a credere, no: sono stati loro. E su di loro si sono fiondati i servizi segreti israeliani, e nonostante tutti gli indizi che via via continuavano ad emergere sull’estraneità dei kattivissimi koloni ebrei estremisti, non si sono arresi nel loro accanito tentativo di trovarli colpevoli, e per quasi un anno li hanno trattenuti in prigione, li hanno torturati per estorcere confessioni. Beh, alla fine si stanno arrendendo: nonostante tutte le coercizioni messe in atto, di prove non sono riusciti a farne emergere.
Quanto al personaggino di cui parlo nel secondo link, io sono sempre qui seduta sulla riva del fiume, e adesso esigo di vederlo, il suo cadavere. Altrimenti dimostrerà di essere quel misero quaquaraquà che abbiamo sempre saputo.

barbara

E PERFINO DA UNA SEDIA A ROTELLE


Se tu guardi un ostacolo come un ostacolo, probabilmente ti abbatterà; se guardi un ostacolo come una sfida, allora farai del tuo meglio per superarlo.

Fra due ore inizia Yom Kippur: auguro a chi digiuna, un digiuno non troppo faticoso, e gmar chatima tova.
Noi ci rivediamo domani sera.

barbara