OBAMAGATE: LA GUERRA SEGRETA DI BARACK OBAMA CONTRO DONALD TRUMP

La questione Flynn era legata al tentativo di palesare una collusione tra Trump e la Russia, in modo da dimostrare che le elezioni del 2016 erano viziate e quindi da cancellarne il risultato, come se non fossero mai esistite. In un modo o nell’altro volevano mandare via Trump dalla Casa Bianca. Dimostrare che Flynn era colpevole era un primo passo importante per cercare di dimostrare la colpevolezza di Trump. La scoperta di documenti fino a poco tempo fa tenuti segreti ha ribaltato il tavolo, e ora quello che rischia di più non è Trump ma Obama. […]

Trump è stato dichiarato presidente eletto il 9 novembre del 2016, ma ha iniziato il suo mandato il 20 gennaio del 2017. Fino a quel momento è rimasto in carica Obama con pieni poteri. Ci sono quindi circa due mesi e mezzo di “interregno”. Questo dettaglio che non tutti conoscono, come vedremo, è fondamentale per lo sviluppo dell’Obamagate, perché i fatti contestati relativamente al caso Flynn sono avvenuti durante questa finestra temporale. […]

Le domande erano tutte a proposito del Russia-gate e della presunta collusione tra Trump e Putin. E che cosa si è scoperto leggendo queste audizioni segrete? Che nessuno dei protagonisti aveva la benché minima prova che Trump avesse avuto contatti con i russi. Né lui, né i suoi collaboratori. […]

La Fusion GPS viene pagata 12 milioni di dollari da Hillary Clinton e dal DNC (partito democratico americano) per fare una ricerca (opposition research) contro Trump. Curiosamente, la Fusion GPS aveva iniziato questo suo lavoro nel 2015 per mandato del Washington Free Beacon, finanziato da Paul Singer che al tempo stesso ha finanziato la campagna elettorale presidenziale di Jeb Bush e Marco Rubio. Dietro il famigerato Steele Dossier, c’erano inizialmente la famiglia Bush e Marco Rubio, rivali di Trump alle primarie repubblicane. Solo in un secondo momento sono subentrati i Clinton, apportando denaro fresco alla causa con ben 12 milioni di dollari (“The making of the Steele dossier”, The Washington Post, Feb. 6, 2018). Il dossier contiene materiale, a detta dello stesso autore, non verificato e proveniente da agenti segreti russi pagati da Steele coi soldi ricevuti da Simpson, a sua volta ricevuti da Hillary Clinton. Se già a questo punto vi chiedete come mai un dossier pagato da un avversario politico (e non verificato) possa essere usato per una indagine segreta dell’FBI e per una campagna di diffamazione a mezzo stampa durata per anni, senza che nessuno si chieda la legittimità di tutto questo, non siete i soli. […]

A metà del 2016 il figlio di Trump, Don Junior, incontra una avvocatessa russa che promette di avere prove contro la Clinton. Ovviamente era solo un adescamento, lei non aveva assolutamente nulla da dire. Questa avvocatessa di nome Natalia Veselnitskaya cena con Glenn Simpson sia la sera prima che la sera dopo l’incontro alla Trump Tower. Una curiosa coincidenza che fa sospettare l’ennesima trappola. Anche qui ci sarebbe da chiedersi come mai se Hillary Clinton può pagare 12 milioni per fare creare un dossier da agenti segreti inglesi e russi, allo stesso modo Don Junior non possa incontrare qualcuno che promette di avere documenti contro la Clinton. Perché se lo fa la Clinton pagando agenti russi si chiama “opposition research” ed è legale, mentre se lo fa il figlio di Donald Trump senza pagare nessuno si chiama collusione e tradimento ed è illegale? […] Dalle carte de-secretate si capisce che i vari componenti dei dipartimenti di giustizia uscente, DOJ FBI e CIA, scelti da Obama, la mattina venivano interrogati sotto giuramento in sessioni segrete dalla Commissione di controllo dei servizi segreti della Camera e dicevano di non avere prove; la sera andavano in TV sulla CNN e sulla MSNBC a dire che le evidenze erano chiare e inequivocabili contro Trump. […]

Tornando alle accuse verso l’amministrazione Obama molti sostengono in sostanza che si è trattato di un tentativo fallito di colpo di stato da parte dell’amministrazione Obama, dell’FBI, della CIA, con l’aiuto di alcuni media amici (e col supporto velato di una parte dell’establishment repubblicano), contro Trump. A parlare più esplicitamente di colpo di stato (coup d’état) è l’ex giudice Jeanine Pirro […].

I documenti segreti sono stati resi pubblici grazie a Richard Grenell: ambasciatore USA in Germania. […] Grenell, sorprende tutti, non guarda in faccia a nessuno, prende questi documenti segreti e li rende pubblici, forzando la mano all’attuale direttore FBI Christopher Wray (rimasto oramai quasi l’unico nemico interno visto che quasi tutti gli altri sono stati scoperti e sostituiti). […]
I documenti desecretati da Grenell, dicono tra l’altro che il 4 gennaio del 2017 – durante il periodo di transizione tra l’amministrazione uscente e quella subentrante – gli agenti dell’FBI […] dichiarano il caso Flynn sostanzialmente chiuso e Flynn innocente. A quel punto al 7 piano (dove risiede Comey, capo dell’FBI) si manda il chiaro ordine di tenere tutto aperto e di cambiare il verdetto. Il giorno dopo Obama chiama a sé tutti i suoi […] e ovviamente anche Joe Biden, per organizzare quello che a destra definiscono l’agguato al generale Flynn. Nelle riunioni che si susseguono e che sono documentate nelle carte Obama chiede a tutti come procedono le ricerche per incastrare Flynn, col quale aveva avuto pesanti screzi nel 2014.
Di che cosa è accusato Flynn? Di aver parlato con Sergey Kislyack, ambasciatore russo, pochi giorni prima. Loro lo sapevano perché lo stavano intercettando (anche lui con un ordine FISA che non trovava giustificazioni). Nelle telefonate i due non si dicono niente di strano, infatti nessuno contesta il contenuto in sé la telefonata. Va anche detto che Flynn in quei primi giorni di gennaio, sapendo di dover diventare DNI (ruolo poi preso da Coatts, poi Grenell ad interim, e successivamente Ratcliffe) parla con ambasciatori di mezzo mondo. Nelle note raccolte dall’FBI gli ordini erano precisi: confonderlo in modo che si potesse dire che aveva mentito per fare si che non diventasse DNI o che si dimettesse quanto prima e possibilmente che finisse sotto processo.
Altra cosa che va precisata: c’è una legge che prevede che quando un cittadino mente all’FBI è passibile di condanna penale, anche se non è sotto giuramento. Però dovrebbe essere almeno avvisato di essere sotto interrogatorio e questo non avvenne, inficiando l’intero impianto di accusa. Il 24 gennaio 2017 gli agenti dell’FBI, Pientka e Strzok, lo approcciano senza avvisarlo che lo stanno interrogando; nei film di solito c’è la frase “hai il diritto di restare in silenzio, quello che dici potrà essere usato contro di te”. In quel caso invece gli dicono che non c’è bisogno che ci sia un avvocato, quindi di fatto lo ingannano. Gli chiedono se ha parlato con l’ambasciatore Kislyak suggerendogli di non fare escalation (perché la Russia non aveva reagito alla espulsione di 35 russi su ordine di Obama), lui risponde “non proprio” (not really). In realtà dalla intercettazione si evince che lui aveva parlato della cosa sconsigliando ai russi di reagire in modo spropositato, facendo capire che se lo avessero fatto la nuova amministrazione non avrebbe potuto fare altro che rilanciare l’escalation (non la conversazione che ci si sarebbe aspettata tra due presunti cospiratori). Forse Flynn non si voleva sbottonare con loro, infatti i due non prendono inizialmente la cosa come una menzogna diretta. Fatto sta che dopo un consulto coi piani alti qualcuno dell’FBI va dal vice presidente Mike Pence e gli dicono che Flynn gli ha mentito perché non gli ha detto questo dettaglio della conversazione con Kislyak, facendo intendere che ci fosse una trama con la Russia. Pence interviene e chiede che Flynn si dimetta quanto prima. A quel punto l’FBI lo interroga di nuovo e viene accusato di aver mentito con quel “not really”. Lui non ricordandosi cosa aveva detto e intimorito (pare che abbiano minacciato anche di fare arrestare suo figlio se non avesse confessato) e senza poter nemmeno parlare con un avvocato confessa di aver mentito sul fatto che avesse sconsigliato ai russi di reagire. Confermerà successivamente la cosa una seconda volta davanti a un giudice (lui ha sostenuto poi di averlo fatto perché minacciato). Per completare l’informazione va detto che era stato Kislyak a chiamare Flynn (come molti altri ambasciatori del resto) per congratularsi della nomina, e che di seguito ci fossero state altre tre telefonate il 29 dicembre 2016 proprio a seguito delle sanzioni imposte da Obama contro la Russia che avevano portato alla espulsione di 35 russi. Flynn viene accusato di aver mentito all’FBI, non di aver complottato con la Russia. […] Oltretutto è chiarissimo dalla telefonata che Flynn era stato anche velatamente minaccioso con Kislyak, segno che non c’era alcuna intesa tra i due. Il senso della sua frase era “vedete di non esagerare con la reazione a queste sanzioni imposte da Obama contro di voi altrimenti alziamo la posta pure noi e non si sa dove si va a finire”. Nessuno, tranne Adam Schiff (ma di lui c’è poco da meravigliarsi), ha detto che in quella telefonata ci fossero i segni di un accordo tra Putin e Trump. […]

Ribadiamolo ancora una volta: a domanda, apparentemente informale da parte di un agente dell’FBI, che gli ha chiesto se avesse in qualche modo parlato coi russi per convincerli a non reagire alla espulsione dei famosi 35, ha risposto “non proprio” (not really), mentendo, perché in realtà era stato merito suo se i russi non avevano reagito. Per questa ragione il giudice Sullivan, che lo vorrebbe giudicare a tutti i costi anche se il dipartimento di Giustizia (DOJ) ha chiesto formalmente l’archiviazione, si auspica che lo si possa condannare a morte… Questo dà la misura del clima di isteria collettiva generato dai media contrari a Trump: quasi nessuno alza il dito per dire che è una caccia alle streghe e chi lo fa viene accusato di essere un traditore e un agente russo (abbiamo visto come Adam Schiff in diretta accusi Tucker Carlson proprio di questo). Altrettanto stranamente nessuno si è mai sognato di accusare Obama di complottare coi russi malgrado fosse stato colto a parlare di nascosto con Medvedev di “maggiore flessibilità” dopo la sua rielezione.

Mi fermo qui, quasi all’inizio dell’incredibile serie di crimini perpetrati dalla cricca Obama-Clinton e soci per tentare di impedire a Trump, eletto alla presidenza, di entrare nel ruolo. Incredibile serie perché, trattandosi di storie fabbricate sul nulla, più di tanto non potevano reggere, e ogni volta che una veniva smontata, l’infaticabile banda immediatamente si attivava per fabbricarne un’altra. Dubito che un autore professionista di spy story riuscirebbe a mettere insieme un groviglio come quello realmente creato da questi sordidi personaggi – la maggior parte autodefinentisi “democratici” – per impedire alla democrazia di fare il suo corso. E, dato che nelle veline di regime queste cose non le trovate, aggiungo che tutto questo non è che una parte microscopica di quello che è stato tramato e perpetrato contro Trump per impedirgli di governare. E nonostante abbia dovuto spendere gran parte delle sue – fortunatamente cospicue – energie per difendersi da questo branco di bisonti, qualcosina è riuscito ugualmente a combinare: chi fosse interessato lo può trovare qui. Chiaro che con tutto quello che è riuscito a realizzare, l’America che lavora, che produce, lontana dai salotti radical-chic fabbricatori di chiacchiere e fumo, non poteva che scegliere di farlo restare per altri quattro anni e dunque la controparte ha provveduto a mettere in campo quella poderosa macchina di brogli che Nancy Pelosi aveva fatto intravvedere (“Biden sarà presidente, qualunque sia il conteggio finale”) e Biden in persona, probabilmente in uno dei suoi molti momenti di obnubilamento, come capita agli ubriachi, aveva apertamente annunciato. E di cui potete vedere qui documentato uno dei tanti episodi che hanno percorso l’intera America per fabbricare la vittoria di Biden, quella vittoria che gli elettori non sono stati disposti a regalargli

Qui l’articolo con tutti i dettagli

Quello che dovrebbe essere chiaro a chiunque abbia occhi e orecchie e cervello e cuore, è che se non riuscirà a far riconoscere quelli che si sono rivelati i peggiori brogli della storia americana e restare alla Casa Bianca, sarà una catastrofe di portata planetaria: torneranno le guerre a insanguinare il Medio Oriente, tornerà il finanziamento al terrorismo palestinese e ai deliranti progetti iraniani, impazzerà la violenza senza controllo in tutti gli Stati Uniti senza che nessuno tenti di fermarla (ma, non potendo più darne la colpa a Trump, non godrà della copertura di cui ha goduto finora, e noi non ne verremo messi al corrente), le Borse crolleranno e la miseria dilagherà, ma si troveranno comunque miliardi di miliardi di dollari per sostenere le allucinanti politiche gretiane, il politicamente corretto diventerà sempre più cogente e la libertà di pensiero, per non parlare di quella di parola e di stampa, cesserà di esistere.
Quanto al libro, lo raccomando fortemente, perché lì dentro ci trovate cose che voi umani non potreste nemmeno immaginare. E sono tutte vere e documentate, e agiscono sulle politiche di tutto il mondo, e quindi sulla vita di tutti noi. Leggetelo!

Gianluca Borrelli, Obamagate, la case books

barbara

QUEL GRAN GENIO DEL MIO AMICO

lui sa sempre come fare
anche con un bicchier d’acqua in mano fa miracoli…

Prima ve la faccio raccontare da Niram Ferretti, e poi ve la faccio vedere.

Niram Ferretti

RAMPE DA SCENDERE RAMPE DA SALIRE

A Tulsa, nel suo primo rally elettorale, Donald Trump si è mostrato in grande forma. Preciso, ironico, robusto. Sciolto nel parlare, senza neanche un momento di esitazione. Ha dipinto Joe Biden per quello che è, un ostaggio nelle mani del partito democratico sempre più prono alle sirene dell’estrema sinistra.
L’apparato mediatico di sinistra si è concentrato sul fatto che il luogo non fosse pieno, mostrando molti spalti vuoti.
L’ammiraglia antitrumpiana italiana, “La Repubblica” scrive online che si sarebbe trattato addirittura di un flop. “Il Corriere della Sera”, allineato, usa lo stesso termine. Il loro beniaminio è Joe Biden, si può capirli. Prima tifavano per Hillary, ora per Joe. Sono esaltati dal fatto che Biden è avanti nei sondaggi. Anche la loro beniamina era avanti nei sondaggi.
In una circostanza come questa, con il Covid-19 ancora in circolazione è già di per sé clamoroso che Trump sia riuscito a convogliare migliaia di persone, ma naturalmente, il fatto che siano rimasti molti posti vuoti all’Oklahoma Center, deve essere il focus principale della propaganda antitrumpiana.
E a questo proposito, Trump, da quel navigato showman che è, si è soffermato a lungo a raccontare come la sua esitante camminata lungo una rampa di acciaio dopo il discorso fatto ai cadetti di Westpoint, e il fatto di essersi portato alla bocca con due mani un bicchiere d’acqua, sia diventato l’oggetto principale di un altro esercizio di propaganda da parte della sinistra, teso a insinuare che il presidente non sta bene di salute.
“Avevo le suole delle scarpe di pelle e se non avessi camminato così lentamente sarei caduto rovinosamente sulla rampa”.
Trump rampa
Trump ha mimato l’azione, ha spiegato come, dopo seicento volte che faceva il saluto militare l’avesse stanca e che ha portato il bicchiere alla bocca con due mani per evitare che un po’ d’acqua gocciolasse sulla cravatta di seta.
“Amo le cravatte di seta, ma una volta macchiate, mi è già successo, non sono più come prima. Hanno detto che soffro di Parkinson”.
Joe Biden, che, durante i comizi, a volte non sa neanche in che Stato si trova (come ha ricordato Trump), o meglio, si trova in stato confusionale, quando lo incontrerà nel primo confronto tv, più che scenderla, la rampa dovrà salirla.

E ha qualcosa da dire anche agli italiani

Quanto agli spazi vuoti, a quanto pare, c’è una spiegazione:
vendetta
E qui qualche commento, a cui aggiungo un commento che ho lasciato sotto il post:

C’è un episodio analogo, ma di ben altra pregnanza, nel film Bolero – titolo originale “Les uns et les autres” – mandato alla televisione in sei ore a puntate, castrato per il cinema in tre ore, uno dei massimi capolavori del cinema mondiale ma inguardabile nella versione castrata. Il grande direttore d’orchestra tedesco, ricalcato piuttosto fedelmente su Von Karajan, con un attore che gli assomiglia anche fisicamente,
von K. Olbrychski
si esibisce a New York; gli ebrei della città comprano tutti i biglietti, tutti dal primo all’ultimo, e in sala ci sono unicamente due giornalisti, e nel momento in cui lui si affaccia sulla scena scendono dal soffitto migliaia di copie della foto in cui lui stringe la mano a Hitler, momento che ha dato il via alla sua sfolgorante carriera. Dire che questa ne è stata la brutta copia sarebbe un insulto a tutte le brutte copie quasi oneste e quasi dignitose del pianeta.

Venendo poi alla ormai prossima scadenza elettorale, sempre da Niram Ferretti:

Niram Ferretti

DODICI

Vi ricordate di quella che avrebbe dovuto essere la prima presidente donna degli Stati Uniti, Hillary Clinton?
Il 23 ottobre 2016 la CNN annunciava che Hillary Clinton aveva 12 punti di vantaggio su Donald Trump secondo un sondaggio di ABC News e che aveva un appoggio del 50% a livello nazionale.
Come è andata è storia.
Joe Biden, anche lui, a quattro mesi di distanza, sarebbe in vantaggio di 12 punti. Hillary lo era a meno di due settimane dal responso elettorale.
I giornali progressisti, in Italia tutti, con l’eccezione di “Libero” e la “Verità”, ci dicono che il comizio di Tulsa sarebbe stato un flop e gongolano pensando che il fatto che Trump non abbia riempito il Bok Center di Oklahoma sia un segno palese di crisi, un preludio per il tracollo.
Cari. Il loro wishful thinking è commovente. Sono gli stessi che davano a ogni elezione Benjamin Netanyahu spacciato. Si è visto. Non ne azzeccano mai una, neanche per sbaglio.
Trump, a Tulsa era in piena forma, solido come un Merkava.
Attendiamo fiduciosi il prossimo comizio e soprattutto il primo confronto con Joe Biden. Allora sì che ci sarà da divertirsi. Sarà come assistere a Godzilla vs Calimero.

Credo sia abbastanza realistica questa rappresentazione
silent majority
e non dimentichiamo che al suo fianco, contro la strumentalizzazione dell’omicidio di un avanzo di galera da parte di un altro delinquente, peraltro suo complice in affari sporchi, contro le devastazioni condotte da bande terroristiche, contro l’attacco allo stato e a Trump, ci sono anche questi qui
white lives
E non sono pochi.

Questo invece non c’entra niente (forse…) ma siccome è bellissimo ve lo schiaffo giù.

barbara

OBAMA E IL DISASTRO SIRIANO

Essendovi, in un precedente articolo, un accenno alla pesantissima eredità lasciata a Donald Trump da Obama, ritengo utile proporre questo articolo di poco meno di due anni fa.

Tre modi in cui Obama ha causato il disastro siriano

A Obama appartiene il disastro in Siria come a nessun altro. Tre delle sue politiche si sono intrecciate per provocarvi lo spargimento di sangue, la devastazione e gli orrori.

  1. Il ritiro in Iraq
  2. La primavera araba
  3. L’accordo con l’Iran

Il ritiro di Obama in Iraq ha consegnato il paese all’Iran e all’ISIS. Le tensioni tra il regime fantoccio sciita di Baghdad (che Obama ha sempre sostenuto) e la popolazione sunnita hanno creato un ciclo di violenza che ha condotto il paese a una sanguinosa guerra civile tra le milizie sciite e Al Qaeda in Iraq.
Il crollo dell’esercito iracheno multiculturale ha permesso ad Al Qaeda in Iraq di impadronirsi di vasti territori. E l’ISIS e l’Iran hanno iniziato a spartirsi l’Iraq impadronendosi di territori etnicamente purificati.
Quindi la sua primavera araba ha autorizzato le forze sunnite dei Fratelli Musulmani a prendere il potere in vari paesi della regione circostante. A differenza dell’Egitto e della Tunisia, i cui governi caddero sotto la pressione della Casa Bianca, e della Libia, che Obama ha bombardato e invaso, gli iraniani e i russi non hanno liberato i loro alleati siriani.
La guerra civile irachena si è diffusa in Siria. All’inizio, Obama ha appoggiato le milizie della Fratellanza sunnita. Questi gruppi si presentavano come liberi, laici e democratici. In realtà non erano niente del genere. Ma quando la Libia e lo Yemen si sono trasformati in disastri e le milizie siriane hanno chiesto a gran voce un intervento militare diretto, Obama si è invece rivolto all’Iran. Gli islamisti sunniti non avevano funzionato, quindi ha stretto un accordo con gli sciiti.
Il nuovo accordo di Obama con l’Iran è stato siglato con una fortuna in valuta estera spedita illegalmente su aerei cargo non contrassegnati, un’autentica carta bianca per il programma nucleare iraniano, la cancellazione delle sanzioni e il ritiro del sostegno alle milizie sunnite in Siria. E questo ha lasciato all’Iran mano libera in Siria.
Se vuoi capire perché la Siria è un’area disastrata, questi sono i tre motivi.
Obama ha messo l’ISIS e l’Iran in condizione di mettere le mani sulla Siria. Quindi ha dato potere alle milizie musulmane e ad Al Qaeda in Siria. E infine ha rafforzato Iran, Assad e Russia in Siria.
Se avesse deciso di provocare quante più morti e devastazioni possibili in Siria, non avrebbe potuto fare più danni senza far cadere bombe atomiche o la sua propaganda elettorale nelle sue principali città.
Tutti i più grandi terroristi in Siria sono stati potenziati dalle terribili decisioni di Obama.
L’ISIS e l’espansionismo iraniano sono cresciuti nel vuoto creato dalle sue politiche. Ha appoggiato le milizie della Fratellanza e Al Qaeda con addestramento, supporto politico e spedizioni di armi. Quindi ha deciso di creare un altro vuoto che avrebbe permesso all’Iran di invadere la regione per fare al suo posto il lavoro sporco che lui non voleva fare.
La Siria è solo il culmine di una serie di decisioni sbagliate guidate da un’unica filosofia disastrosa.
La politica estera di Obama è stata una risposta di sinistra all’11 settembre e alla guerra in Iraq. La sua premessa centrale era che il terrorismo islamico era colpa nostra. I terroristi islamici ci avevano attaccato a causa del nostro sostegno ai governi Egiziano e saudita. Questa idea era implicitamente espressa nel suo discorso sulla guerra in Iraq.
“Combattiamo per fare in modo che i nostri cosiddetti alleati in Medio Oriente, i sauditi e gli egiziani, smettano di opprimere la propria gente, sopprimere il dissenso, tollerare la corruzione e la disuguaglianza e gestire male le loro economie in modo che i loro giovani crescano senza istruzione , senza prospettive, senza speranza, diventando così pronte reclute per le cellule terroristiche “, aveva dichiarato.
La soluzione era ritirarsi dall’Iraq. E togliere il sostegno politico ai nostri alleati.
I terroristi islamici si candideranno, vinceranno le elezioni e poi smetteranno di essere terroristi. O almeno limiteranno il loro terrorismo alla violenza domestica e regionale. Non ci saranno più giustificazioni per i nostri interventi militari “imperialisti” nella regione. Questa era la politica estera del “potere intelligente” di Obama.
Invece, tutto è andato storto.
Non ha mantenuto gli impegni in merito alla linea rossa.
L’alleanza tra i Fratelli Musulmani, il Qatar e il regime di Obama ha rovesciato governi amici e li ha sostituiti con stati terroristi in tutto il Medio Oriente. Ma le sollevazioni popolari contro il dominio islamista in Tunisia e in Egitto hanno deposto gli alleati di Obama: Mohammed Morsi e Rashid Ghannouchi. L’invasione illegale di Obama in Libia ha portato di tutto, dal ritorno dei mercati degli schiavi alle città controllate dell’ISIS. La Fratellanza libica alleata di Al Qaeda ha influenzato le milizie terroristiche che hanno portato all’attacco di Bengasi.
Gli altri peggiori disastri della primavera araba di Obama sono avvenuti in Siria e Yemen. L’Iran ha usato le offerte della Fratellanza per il potere come apertura. I combattimenti tra jihadisti sciiti e sunniti hanno devastato entrambi i paesi. Obama voleva che i Fratelli Musulmani vincessero, ma non voleva continuare a invadere i paesi per farlo.
I Fratelli Musulmani non potevano prendere il potere o conservarlo senza supporto militare. Hillary Clinton aveva convinto Obama a invadere la Libia. Ma lui non voleva più guerre. Soprattutto dopo la Libia.
Quando alcuni dei suoi consiglieri lo hanno esortato a intervenire più energicamente in Siria, ha esitato.
Il vincitore del premio Nobel per la pace, che è stato in vacanza in tutto il mondo,  non è riuscito a trovare nessuno,  tranne  i francesi,  a sostenere effettivamente l’azione in Siria. Ed era troppo abituato a guidare da dietro le quinte per prendere il comando. La linea rossa era stata superata. Si è trascinato lentamente fino alla soglia dell’azione e poi è scappato accusando pateticamente  gli inglesi  per la propria codardia, il doppio gioco e le promesse non mantenute.
L’ ex primo ministro britannico  avrebbe  descritto Obama come una delle “persone più narcisiste ed egocentriche”.
Obama ha evitato la guerra umiliando il proprio segretario di stato e colludendo con i russi. Ha rinunciato a rispettare gli impegni presi in merito alla sua linea rossa, accettando di fingere che la Siria avesse distrutto le armi di distruzione di massa.
Trionfali comunicati stampa e resoconti dei media hanno affermato che tutte  le armi chimiche  erano sparite.
Questo falso accordo sarebbe servito da precedente per un altro falso accordo per fermare il programma iraniano sulle armi di distruzione di massa. Entrambi gli accordi erano ugualmente privi di valore e sostenuti da esperti e giornalisti che ora chiedono di nuovo un’azione contro le armi di distruzione di massa siriane che, a dar retta a loro, non sarebbero dovute esistere.
“La credibile minaccia dell’uso della forza ha provocato un’apertura alla diplomazia, che ha portato a qualcosa che nessuno pensava fosse possibile”, ha detto Derek Chollet, ex vice segretario alla Difesa per gli affari della sicurezza internazionale.
Non vi era alcuna minaccia credibile di uso della forza. E c’era una ragione per cui nessuno pensava che fosse possibile: non lo era.
I russi e gli iraniani avevano giocato Obama. E avrebbero continuato a giocarlo. Ma Obama voleva essere giocato. Voleva salvare la faccia passando il suo disastro ai russi e all’Iran.
Voleva attuare il cambio di regime in Medio Oriente. Ma non voleva sporcarsi le mani.
Tutto è iniziato con il suo sostegno alle prese di potere islamiste sunnite. Quindi passò al sostegno degli islamisti sciiti.
Come disse una volta Hillary, “Che differenza fa?” Tranne che per i morti.
Supportiamo i mostri.
Questa è la consueta critica di sinistra della politica estera americana durante la guerra fredda. Gli stessi radicali che hanno sostenuto i razzisti sandinisti, che hanno cantato, “Ho Ho Ho Chi Minh, il NLF vincerà” ai loro raduni contro la guerra, e indossavano magliette rosse di Che, hanno affermato che abbiamo sbagliato a sostenere i dittatori anticomunisti.
Ma la sinistra è sempre due volte più colpevole di coloro che accusa.
In Siria, Obama non ha sostenuto solo un mostro. Ne ha sostenuti due. La carneficina in Siria è interamente il risultato delle sue decisioni. Ma non gli è bastato sostenere solo un gruppo di fanatici islamici genocidi in una guerra santa. In uno dei crimini più straordinari, li ha sostenuti entrambi.
E ha chiuso gli occhi e permesso a un terzo, l’ISIS, di innalzarsi.
Obama voleva rovesciare i dittatori che erano nostri alleati. E ha affidato il lavoro alla Fratellanza. E quando la Fratellanza non è stata in grado di resistere all’Iran o all’ISIS, si è rivolto all’Iran. Ha violato ripetutamente la legge, fornendo armi ai jihadisti sunniti e denaro ai jihadisti sciiti, lanciando una guerra illegale e minacciando di lanciarne un’altra, e tutto si è concluso in un miserabile disastro da cui è fuggito.
Il sangue di 500.000 persone è sulle sue mani.

Daniel Greenfield, 17/04/2018 (qui, traduzione mia)

Se penso che quando ho affermato che Obama era il più grande pericolo per la pace mondiale dopo Hitler, mi sono sentita dare della nazista. Se penso che sono stata criticata perché Oggi poi il mondo applaude a un passo verso la distensione [cioè l’accordo con L’Iran] qua non ne vedo parola e il terrorista che vuole la terza guerra mondiale [leggi Netanyahu] l’ha già criticato. Se penso a quante bende il mondo si mette diligentemente sopra gli occhi per impedirsi di vedere il baratro che gli viene scavato sotto i piedi, non posso meravigliarmi di quanto profondamente i nemici del genere umano siano riusciti a scavare. Ma non posso non meravigliarmi di come l’umanità possa avere sviluppato un tale istinto suicida, che finisce per portare al disastro anche chi al suicidio non aspira proprio per niente.

barbara

L’ENNESIMO REGALO DI TRUMP A ISRAELE

Cronaca: il ritiro di Trump allontana le forze anti-israeliane dal confine del Golan

Di David Israel 14 Tishri 5780 – 13 ottobre 2019

Secondo il NY Times, la decisione del presidente Donald Trump di aprire una strada per un’invasione turca di una larga striscia di terra sul lato siriano del confine tra i due paesi è stata presa sul momento, in una telefonata con il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Durante la notte, Trump ha aperto le porte a un massiccio assalto turco ai curdi siriani, e i media sono stupiti da questo apparente tradimento di un alleato chiave che aveva sacrificato migliaia di vite nella guerra contro l’ISIS.

Il commentatore politico israeliano ed esperto del Medio Oriente Guy Bechor non è impressionato dalla difficile situazione dei curdi, che secondo lui collaborano da diversi anni con il regime siriano. Inoltre, Bechor ritiene la mossa degli Stati Uniti, seguita dall’incursione turca, utile agli interessi di sicurezza israeliani.

Descrivendo la situazione relativa all’eterno conflitto sunnita-sciita che divide il mondo islamico da 1.300 anni, decennio più decennio meno, Bechor ha suggerito sabato che questa invasione turca (sunnita), con migliaia – che presto saranno decine di migliaia —di soldati sunniti ben addestrati e ben armati, crea problemi all’esercito del presidente Bashar al-Assad, e anche, soprattutto, le milizie sciite satellite dell’Iran (che presto includeranno Hezbollah) che hanno ricevuto l’ordine di abbandonare il confine meridionale con Israele e spostarsi a nord per costruire difese contro l’invasione.

In altre parole, la mossa di Trump, che ha portato alla mossa di Erdoğan, ha spostato la guerra civile siriana e il vortice che attira la violenza araba da tutta la regione. E questo, per quanto riguarda Israele, è un’ottima cosa.

Il cambiamento creato dal presidente Trump ritirando alcune decine di soldati statunitensi è stato così massiccio, che sabato il presidente russo Vladimir Putin, in un’intervista con Al Arabiya, Sky News Arabia e RT, ha affermato che “coloro che si trovano illegalmente in [ …] La Siria dovrebbero lasciare la regione”, vale a dire tutti i Paesi coinvolti. In effetti, Putin si è offerto di ritirarsi anch’egli dalla Siria se il governo siriano avesse deciso che le truppe russe devono partire.

La straboccante generosità di quest’uomo …

Il presidente Trump, da parte sua, respinge l’affermazione secondo cui la sua mossa sarebbe stata un colpo di testa, insistendo sul fatto che il ritiro è l’adempimento della sua promessa elettorale:

“Sono stato eletto col compito di uscire da queste ridicole guerre senza fine, dove il nostro grande esercito esegue un’operazione di polizia a beneficio di gente che neppure ama gli Stati Uniti”, ha twittato il 7 ottobre. “I due paesi più scontenti di questa mossa sono la Russia e la Cina, perché adorano vederci impantanati a sorvegliare un pantano e spendere un sacco dollari per farlo. Quando ho preso il controllo, il nostro esercito era completamente impoverito. Ora è più forte che mai. Le guerre infinite e ridicole stanno FINENDO! Ci concentreremo sul quadro generale, sapendo che possiamo sempre tornare indietro e farci sentire!”

Domenica mattina, in risposta agli attacchi bipartisan sulla sua decisione di lasciare la Siria settentrionale, Trump ha twittato: “Le stesse persone che ci hanno trascinato nelle sabbie mobili del Medio Oriente, al costo di 8 trilioni di dollari e di molte migliaia di vite (e milioni di vite contando anche l’altra parte), ora stanno lottando per tenerci lì. Non ascoltate le persone che non hanno idea di che cosa si tratta: hanno dimostrato di essere inetti!”

Intendeva, più precisamente, il vecchio partito repubblicano, così come la senatrice Hillary Clinton (D-NY) e la maggior parte dei democratici del Senato, che nel 2003 appoggiarono la decisione del presidente GW Bush di invadere l’Iraq e sbarazzarsi di un uomo che una volta era stato “il più fedele alleato” degli Stati Uniti, Saddam Hussein. Facendo debiti, l’amministrazione Bush ha distrutto la minoranza sunnita al potere, trasformando l’Iraq in uno stretto alleato sciita dell’Iran, anche quando i sunniti si sono riorganizzati come ISIS, gettando paura nel cuore di ogni leader occidentale e musulmano per un decennio.

Bechor sostiene che ritirandosi dalla Siria settentrionale – ma mantenendo i circa 2000 soldati che ha nella Siria orientale, proteggendo lì i curdi e, cosa più importante, i giacimenti di gas ad ovest dell’Eufrate – Trump sta effettivamente ripristinando l’equilibrio religioso nella regione e indebolendo la presa dell’Iran sulle aree lungo il confine con Israele. (qui, traduzione mia)

Aggiungo una breve considerazione di puro buon senso, per ricordare quello che tutti oggi sembrano dimenticare

Che I Curdi abbiano “combattuto e sconfitto da soli l’Isis” è falso. Sono stati supportati da 22.000 missioni aeree USA. I Curdi avanzavano dopo che gli americani avevano fatto terra bruciata con le bombe (colpendo anche civili, inevitabilmente). Non ricordo però gli applausi dei pacifisti per questo sostegno militare ai valorosi combattenti curdi, alle fiere donne col mitra, che senza l’aviazione USA sarebbero forse finite col burka negli harem dei jihadisti. Ricordo anzi le proteste, gli slogan – “con la guerra non si risolve mai niente” – le invettive contro gli imperialisti a stelle a strisce, ricordo i ginostrada nei talk show dei conduttori sinistrati. Ora, ecco le stesse invettive antiamericane, ma non perché gli USA invadono, occupano, bombardano, ma perché non lo fanno più.
I pacifisti dovrebbero invocare la pace innanzitutto nel proprio cervello.
Angelo Michele Imbriani

e poi la raccomandazione di leggere questo.

E per concludere, abbiate pazienza, ma in mezzo a questo scomposto latrare e ringhiare, non posso farne a meno

e poi beccatevi anche questo (sì lo so, la scena della gomma è disgustosa, ma il resto merita)

E guardando – anche guardando – le facce di questi ragazzi mentre ascoltano il loro inno nazionale capiamo perché l’America è una nazione tanto grande.

barbara

TANTI AUGURI DONALD!

Durante tutta la campagna elettorale ho sperato che vincesse lui considerandolo il male minore; ho sperato che vincesse lui come unica chance per evitare la terza guerra mondiale e un’ulteriore estensione dei massacri e distruzioni innescati dal suo predecessore; ho sperato che vincesse lui perché chiunque era preferibile alla corruzione fatta persona dalle mani sporche di sangue impersonata dalla sua avversaria. E quando è arrivato il momento ho passato la notte a guardare continuamente gli aggiornamenti dello scrutinio dei voti fino a quando non vi è stata la certezza che la vittoria era sua. Poi, benché in tutti i modi ostacolato e sabotato dall’anatra zoppa, ha cominciato ad agire, e a poco a poco ho smesso di considerarlo un male minore per prendere atto che è invece un bene maggiore, con le idee chiare su cosa fare e come farlo, a partire dalle nomine, nelle quali non ha sbagliato un colpo. Per questo sono felice di associarmi agli auguri formulati da Ugo Volli in questo splendido articolo.

Cari amici,

proprio perché è stato un sostanziale fallimento e ha avuto risultati meno negativi di quel che ci si aspettava, vale la pena di fermarsi ancora un momento a riflettere sulla conferenza di Parigi. I suoi scopi erano stati delineati abbastanza chiaramente e io ve ne ho parlato il giorno stesso: http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=&sez=280&id=65053. Nei piani di Hollande e probabilmente anche di Obama, si trattava di disegnare, secondo il progetto palestinista le linee di una trattativa fra Israele e AP: blocco delle costruzioni negli insediamenti ebraici oltre la linea verde subito, fondazione e riconoscimento di uno stato di Palestina, confini predefiniti secondo le linee armistiziali del ‘49, cioè i famosi “confini di Auschwitz, compresa la cessione della sovranità della Città Vecchia di Gerusalemme agli arabi, magari una certa iniezione di “profughi” fra i cittadini israeliani, e dato che questa “carota” era certamente inaccettabile a Israele, minaccia di un bastone di sanzioni e isolamento internazionale, da far deliberare al consiglio di sicurezza dell’Onu subito dopo la fine della conferenza, prima dell’inaugurazione dell’amministrazione Trump. E, a proposito, solenne altolà ai progetti di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme.
Bene, gran parte di ciò non è accaduto. Né la definizione di “parametri per la pace”, né la minaccia di boicottaggio, né la condanna dell’ambasciata, e anche se mancano tre giorni e non si può esserne assolutamente certi, neppure il passaggio all’Onu. Perché queste minacce sono cadute? La ragione, è evidente, ha innanzitutto nome Trump. La conferenza, che doveva essere la cristallizzazione delle posizioni “ragionevoli” e “progressive” (cioè in realtà suicide e antioccidentali) di Obama, Hollande, Merkel, ha mostrato invece come sono già cambiati gli equilibri. Kerry, che continua a essere un difensore senza dubbi della linea di Obama (http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/223388) non ha osato però mettere la sua firma su un comunicato in cui si provava e ricattare quello che da venerdì sarà il presidente degli Stati Uniti e dunque ha fatto cadere il punto sull’ambasciata.
L’ago della bilancia è la Gran Bretagna, con cui Trump mira a restaurare la tradizionale relazione privilegiata, ora che è libera dai vincoli europei (http://www.dailystar.co.uk/news/latest-news/559180/US-election-2016-Donald-Trump-President-Britain-Putin-changes-WW3-Brexit-Theresa-May) ed è stato ricambiato con entusiasmo. E’ arrivato a chiedere alla May di porre il veto se una risoluzione antisraeliana arrivasse al consiglio di sicurezza prima che possa farlo lui (http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/223335). E la Gran Bretagna non solo ha snobbato la conferenza di Parigi mandandoci solo un funzionario di quart’ordine, ma ha anche rifiutato di firmare il comunicato finale. Non è un atteggiamento tanto coerente con il voto favorevole che il Regno Unito aveva dato alla risoluzione antisrealiana all’Onu di dieci giorni fa (anzi di più, con il ruolo attivo che aveva giocato nella sua formulazione: http://www.humanrightsvoices.org/site/articles/?a=9474) ma proprio questo sbalzo mostra la svolta che ci è stata. Di più, i giornali non ne hanno quasi parlato, ma è stata la Gran Bretagna (insieme ad alcuni paesi dell’Est Europa) a bloccare la mozione del Consiglio Europeo proposta da Mogherini che riprendeva e induriva il comunicato finale della conferenza (http://www.jpost.com/Arab-Israeli-Conflict/Britain-Balkan-countries-keep-EU-from-adopting-Paris-declaration-478630).
Naturalmente la buona vecchia Inghilterra, che fu la sola potenza a riconoscere l’invasione giordana con la relativa pulizia etnica fra il 49 e il 67, a non votare per il riconoscimento dello Stato di Israele all’Onu e che è spesso stata duramente antisraeliana e che alberga una quantità di politici antisemiti, compreso il capo dell’opposizione Corbyn, non ha cambiato pelle d’improvviso e non è stata illuminata dalla luce divina. Ha capito però che il gioco della politica mondiale sta cambiando e si è adeguata con più lucidità degli europei “scandalizzati” dalle cose ovvie che ha detto Trump (l’Europa dominata dalla Germania, la Nato vecchia e impotente ecc. https://www.bloomberg.com/politics/articles/2017-01-15/trump-calls-nato-obsolete-and-dismisses-eu-in-german-interview), anche per via del riflesso condizionato da un secolo dell’alleanza anglosassone.
E, dato che ci siamo, vale la pena di dire che Trump non è certo un angioletto o una persona incapace di errori: quello che tutti volevano “santo subito” (o forse Nobel subito) era Obama. Semplicemente Trump è un uomo che ha vissuto nel mondo reale, non in quello onirico delle aule di Harvard e che è fornito di un solido buon senso e di un altrettanto chiaro senso per i problemi reali, non per le ideologie astratte. Uno che per esempio sa che se si vuole combinare qualcosa in politica bisogna aiutare gli alleati e combattere i nemici, non il contrario come faceva Obama. E che in politica interna capisce che il problema non è puntare a una giustizia astratta, magari assumendosi le colpe storiche degli antenati, ma dare lavoro e sicurezza alla gente. E’ possibile che questa logica molto concreta lo porti a commettere degli errori e certamente in questo caso lo criticheremo. Ma i primi risultati, ottenuti già prima dell’inaugurazione della presidenza, sono molto positivi. Certo, c’è l’isterica opposizione di uomini di spettacolo, politici e ahimè anche rabbini che hanno scambiato la loro sinagoga per una sezione del partito democratico (http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/223397). Ma questo fa parte di un conservatorismo della sinistra che ha letteralmente il terrore e il ribrezzo di tutto ciò che non sta nelle sue conventicole. Quel che conta è che in quel “villaggio elettronico” che è diventato il mondo, è arrivato un nuovo sceriffo, ben deciso a fare il suo lavoro. E questa è una cosa ottima. Con tre giorni di anticipo dico: Tanti auguri, Donald! Avevamo proprio bisogno di uno col tuo coraggio e con la tua indipendenza per dimenticare felicemente il pagliaccio che ti ha preceduto. (qui)

E dunque, grazie agli elettori americani che hanno evitato di ripetere il catastrofico errore di quattro anni fa, usando – checché ne dicano le anime belle (possiamo dire imbecilli? Vabbè, voi fate come volete, io dico imbecilli) – nel modo migliore lo strumento della democrazia, e grazie all’immediata mobilitazione del neoeletto presidente, la catastrofe avviata dal signor Hussein Obama, musulmano di religione e filo terrorista di professione, resterà incompiuta. E nessuno, possiamo esserne certi, considererà la sua incompiuta un capolavoro, a differenza di quest’altra.

barbara