LE PULCI A LEO GASSMANN

e dintorni

08 MAGGIO 2022 11:04

Roma, Leo Gassmann salva una 30enne americana da uno stupro: “Non dimenticherò mai le sue urla”

Con questa faccia da fighino
e questo bel canottierino
sono un gran pirla e non lo so…

“Tutti abbiamo il dovere civico di agire: quella ragazza poteva essere mia sorella o la mia fidanzata, non potevo lasciarla lì”, racconta il cantautore 24enne, figlio dell’attore Alessandro 

Ha salvato una 30enne americana da uno stupro e ha messo in fuga l’aggressore [veramente più avanti dice che quando lui e i ragazzi sono arrivati l’aggressore era già fuggito: come la mettiamo?].

“Non dimenticherò mai le sue urla” [poteva mancare la nota melodrammatica?]: è ancora molto provato dalla vicenda Leo Gassman, il cantautore 24enne figlio dell’attore Alessandro. Venerdì notte, intorno alle 4, era in zona Portonaccio, a Roma, e tornava a casa da una serata in un locale, quando ha sentito una donna gridare e l’ha vista divincolarsi dalle grinfie di un uomo, tra le auto parcheggiate [al buio in piena notte in mezzo alle macchine lui è riuscito a vedere che cosa stava facendo? Cazzarola!]. Gassman, con l’aiuto di altri giovani presenti sul posto [quindi non l’ha salvata: l’hanno salvata tutti insieme], è intervenuto in soccorso della donna e ha messo in fuga l’aggressore. “Tutti abbiamo il dovere civico di agire: quella ragazza poteva essere mia sorella o la mia fidanzata, non potevo lasciarla lì” [sarebbe a dire che si è chiesto se lasciarla lì o no e poi ha deciso di no perché poteva essere sua sorella o la sua fidanzata? E che se non potesse essere sua sorella o la sua fidanzata avrebbe potuto anche lasciarla lì? Per sentire la necessità di intervenire ha bisogno di un riferimento personale?], ha commentato a Il Messaggero, dopo aver raccontato l’episodio sulla sua pagina Instagram. [“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustiziadavanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensaper voi presso il Padre vostro che è nei cieli.Dunque,quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina,non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.»” Matteo, 6,1-4]

“Io e alcuni passanti [passanti? Come passanti? Non erano dei giovani che erano “presenti sul posto”?] abbiamo soccorso una ragazza americana che era stata poco prima abusata [“era stata poco prima abusata”?! E dunque da dove salta fuori la storia che l’avreste “salvata da uno stupro”?] da un ragazzo di origine francese” [e questo come lo sai? L’aggressore NON È STATO TROVATO, ma tu sai che è “di origine francese” ma che però non è propriamente francese?!], ha riferito Gassman attraverso una story su Instagram. [Starai mica facendo concorrenza alla Ferragni per farti un po’ di pubblicità, visto che sia come cantante che come autore fai cagare?] “Appena ho sentito le urla mi sono avvicinato e ho chiesto una mano a un paio di ragazzi che passavano da quelle parti [cioè ti sei avvicinato, ma prima di intervenire hai aspettato che arrivassero anche gli altri? E se non ci fossero stati quelli saresti intervenuto o no? E quelli non le avevano sentite queste urla? O le hanno sentite ma passavano via?], ma il francese [“il francese”? Ma non era solo “di origine” francese?] era già fuggito”, ha aggiunto, con la morale: “Chi sbaglia va punito”. [E questo cosa c’entra col salvataggio?]
Sul posto sono intervenuti la polizia e un’ambulanza e la donna, che ha poi sporto denuncia per violenza sessuale, è stata portata per accertamenti al pronto soccorso dell’ospedale Umberto I. Dimessa, ne avrà per un paio di giorni.
“So che si è ripresa e sta meglio, ma ha subito un trauma non indifferente [“non indifferente”. Giuro che se fossi stata io a essere stuprata, un calcio da frantumarti i coglioni non te lo leverebbe nessuno], anche io non dimenticherò mai le sue urla”, [cioè sei traumatizzato quasi uguale a lei?] ha detto Leo Gassmann a Il Messaggero, sottolineando che “ognuno di noi può fare la differenza”.
Gli inquirenti, intanto, stanno verificando i racconti della vittima e dei testimoni per risalire all’aggressore, anche attraverso l’analisi delle telecamere di videosorveglianza del vicino deposito di mezzi pubblici Atac. (Qui)

Insomma, tutta la narrazione mi sembra abbastanza confusa e con alcune palesi contraddizioni. Divertente poi questo commento all’articolo

Bravo, da cotanto Nonno e Papà sono sicuro che non avrebbe girato lo sguardo da un’altra parte.

Il nonno è stato indubbiamente un grande attore, ma su come fosse in quanto cittadino non sono sicura che siano note particolari benemerenze. Del padre invece qualcosa sappiamo: è quello che chiama i carabinieri per denunciare i vicini che hanno ospiti a cena, e se ne vanta pubblicamente.
Ma c’è chi fa anche di peggio. Di molto peggio.

BRAVO LEO GASSMAN, MA PER QUALCUNO…

dovremmo domandarci perché l’aggressore si sia sentito nella necessità di violentare la ragazza, dovremmo domandarci quante provocazioni la ragazza abbia lanciato allo stupratore, dovremmo ricordarci che in casi simili è meglio favorire il dialogo tra violentatore e violentata per trovare un accordo, del tipo “tu ti accontenti di questo e non arriviamo a un rapporto completo…” perché l’intervento dei soccorritori, se non è improntato al dialogo,, non fa che peggiorare le cose, Tutto questo per i diversamente intelligenti.

Ma quanto infami, quanto immondi, quanto luridi bisogna essere per arrivare a strumentalizzare perfino uno stupro? Quanta merda bisogna avere nel cervello per paragonare una donna stuprata a delle bande di nazisti assassini? Ma già che ci siete perché non prendete le difese anche del povero Hitler, a cui Francia e Gran Bretagna hanno dichiarato guerra senza che lui avesse fatto loro il minimo torto? Ma riuscite a guardarvi allo specchio senza vomitarvi addosso?

barbara

I PARADOSSI, I DELIRI, LE PARANOIE

Un po’ di decenni fa era uscito il detto che la Siria, per sconfiggere Israele, era pronta a combattere fino all’ultimo palestinese. Oggi gli USA, la NATO e l’UE per mettere in ginocchio la Russia sono pronti a combattere fino all’ultimo ucraino. E pazienza se l’Ucraina finirà in ginocchio molto prima della Russia.

L’Ucraina è sull’orlo del collasso economico ed umanitario ma la si spinge verso la guerra infinita

Patrizio Ricci, 27 Aprile 2022

Se valutiamo la situazione dell’economia ucraina non secondo i dati idilliaci del Servizio statistico statale dell’Ucraina (Ukrstat), ma in base a fattori oggettivi come generazione e il consumo di elettricità, allora si evince che negli ultimi mesi l’economia si è almeno dimezzata.
Nello stesso tempo, siccome in qualsiasi paese ci sono settori infrastrutturali che consumano elettricità, da qui si capisce se le fabbriche funzionano o meno. Oleodotti e gasdotti, comunicazioni, ferrovie, fognature e approvvigionamento idrico: tutti questi sono settori dell’infrastruttura di supporto vitale che consuma energia. Tuttavia, negli ultimi giorni la situazione ha ripreso a peggiorare.
All’acuta crisi umanitaria e politica si aggiunge un altrettanto acuta crisi economica. Si rischia che tra poche settimane, non ci sarà nulla per pagare gli stipendi ai dipendenti statali, le pensioni, i beneficiari, i debiti di servizio, i sussidi agli acquisti di gas, ecc.
Cioè, l’Ucraina è sull’orlo del collasso e del degrado finale e della disintegrazione per ragioni esclusivamente economiche: le persone non avranno niente da mangiare e niente con cui riscaldare le proprie case, cioè c’è carenza anche per soddisfare i bisogni primari.
Mentre tutto questo incombe, l’invio di armi ed apparati bellici costosissimi – il cui corrispettivo in passato avrebbero risollevato non poco la crisi endemica del paese – aggravano ancor di più la situazione, visto che ora la Russia per interrompere i rifornimenti di armi, sta distruggendo la viabilità ferroviaria ed estendendo gli obiettivi in tutto il paese. Intanto le leadership mondiali sembrano in preda ad un isterismo collettivo.

VPNews, qui.

E quindi si va da quelli che non possono arrendersi perché zio Joe non lo permette, a quelli che non possono arrendersi perché altrimenti i loro amati compagni li fanno fuori, non senza averli prima torturati ben bene.

Sui deliri non c’è che l’imbarazzo della scelta; ne ho scelto uno piccolo piccolo, ma significativo. Guardate questo scambio.

Maria Rosetta Virtuoso
Ma l’Ucraina è GIA’ uno stato-fantoccio, nelle mani di Biden…e da tempo, da prima delle elezioni di Zelensky, ben pilotate dagli Usa…

Lidia Shenhera –> Maria Rosetta Virtuoso
detto da una “non vax”

Luca Neridue –> Maria Rosetta Virtuoso
nemmeno la sapresti trovare, l’Ucraina, su una carta geografica, taci che fai più bella figura

Olga Kajrod –> Maria Rosetta Virtuoso
E il fatto che tu, come un pappagallo, ripeti la propaganda russa, non ti dà fastidio vivere?

Giovanni Bernardini –> Maria Rosetta Virtuoso
la smetta di sparar cazzate.

Qualunque persona dotata di buon senso, non importa se in buona o mala fede, confuterebbe l’assunto con argomenti (reali o inventati, in questo contesto non ha importanza) per dimostrare – o almeno provarci – che l’Ucraina non è uno stato fantoccio, che Biden non vi ha niente a che fare, che le elezioni non sono state pilotate, e invece cosa fanno? Attaccano l’interlocutrice come persona, senza una sola parola sul merito, con “argomenti”, accuse, insinuazioni, uno più delirante dell’altro, per non parlare del piuttosto esplicito invito a suicidarsi. Quanto all’ultimo intervenuto, questo ha nel proprio blog, come presentazione, le seguenti frasi:

Detesto il fanatismo,la faziosità e le mode pseudo culturali. Amo la ragionevolezza, il buon senso e la vera profondità di pensiero.

E fino alla vigilia della guerra era stato esattamente così. Poi, improvviso come un temporale estivo (ma non altrettanto rapido a dissolversi), il delirio, e la sconfessione di tutto ciò che fino al giorno prima aveva costituito il suo credo e improntato la sua vita. A quanto pare, visto che adesso i nazisti sono diventati amanti della filosofia e leggono Kant, i filosofi amanti di Kant hanno pensato berne di diventare nazisti.

Per la paranoia mi sembra un buon esempio questo:

“Lasciate i bambini fuori dalla politica”. La protesta dei genitori contro l’ucrainizzazione delle mense scolastiche

Vuoi che tuo figlio sia ucrainizzato?
Sei un genitore attento all’alimentazione dei tuoi bambini, eviti i grassi, le fritture, gli alimenti che possano essere nocivi?
Ti sei affidato per la mensa scolastica al menù calibrato deciso da dietologi e nutrizionisti?
Ebbene, tuo figlio, da due anni sballottato tra Dad fallimentare, asocialità, divieto di praticare sport, banchi a rotelle e mascherina, supporto psicologico e psichiatrico, a Roma, in nome dell’integrazione dei bambini ucraini dovrà mangiare:
Ravioli al burro ripieni di carne, patate, cavoli, funghi e formaggio morbido.
Come secondo assaggeranno l’ “esotico” pollo alla Kiev (cioè cotoletta di petto di pollo al burro e aglio) e patate sempre al burro.
Non bastavano i cartoni animati in ucraino….
È l’iniziativa del Comune di Roma per il 2 maggio in tutte le scuole dell’Urbe.
Un pasto adattissimo ad una calda giornata di maggio, a base di burro, aglio, cavoli, funghi e fritture….
Ma non è questo il punto.
Perché non abbiamo i cartoni animati in arabo per i bambini palestinesi, siriani, afghani, eritrei? 
Perché non c’è una giornata dedicata al cibo palestinese?
Oppure, come propone una mamma, perché non dedicare anche una giornata al cibo russo?
La notizia del menù ucraino ha scatenato, infatti, subito la protesta decisa dei genitori.
Riportiamo la email spedita alla Dottoressa Sabrina Scotto Di Carlo, competente per il Comune di Roma del Servizio di ristorazione scolastica nei Nidi, nelle Scuole dell’Infanzia e nella Scuola dell’Obbligo, da una mamma referente della commissione mensa in una scuola di Ostia.

“Buongiorno Dottoressa Scotto di Carlo,
Sono una mamma nonché referente  della commissione mensa di una scuola di Ostia.
Ho appreso tramite i vari canali scolastici l’idea di inserire un menù ucraino all’interno del menù già predisposto dalle dietiste del dipartimento di Roma.
Un bel gesto per far sentire a “casa” i bambini ucraini ma al tempo stesso mi sento di dirle che sarebbe stato più appropriato e corretto inserire anche un menù russo, visto che le nostre scuole sono frequentate anche da bambini di questa nazionalità che allo stesso modo stanno subendo un dolore per questa atroce guerra che non ha giusti e sbagliati, soprattutto quando si parla di bambini. Sarebbe stato corretto far sentire anche loro a “casa” e non emarginati come responsabili di una guerra in cui nessuno di loro, ucraini e russi in Italia, hanno responsabilità. 
Il momento che stanno vivendo è delicato e come lei ben saprà dall’informazione, si sta cercando di ghettizzare persone di nazionalità russa solo perché appartenenti a quella etnia, non considerando che sono persone che soffrono quanto gli altri. Le rammento che la guerra in Donbass dal 2014 ha procurato migliaia di morti russi. Non dimentichiamo il passato. 
Restiamo fuori dalla politica, i bambini non possono sentirsi usati da queste manovre. 
Mi auguro che per rispetto di tutti i bambini venga aggiunto un menù russo, vista la celerità con cui è stata fatta la comunicazione, sono sicura che si potrà fare un’altra altrettanto celere per includere i “sentimenti” di tutti, nessuno escluso. 
Inoltre, in qualità di membro di una commissione mensa da anni, sono sorpresa nel vedere che sono state inserite 3 portate a base di burro cotto, VIETATO NELLE DIETE SCOLASTICHE. 
Ci troviamo di nuovo davanti a scelte poco salutiste, come furono i menù europei anni fa, con la scelta di piatti insalubri per l’utenza, anche della materna, a base di würstel e polletti precotti.
Ringraziandola per la sua attenzione, mi auguro di far avere piatti sani sulle tavole, come è il perseguimento e l’obiettivo della ristorazione scolastica. 
E sono certa che la sua sensibilità aiuterà anche a fronteggiare il problema della discriminazione che questa guerra sta portando. 
Cordiali saluti.
Simona Lucchetto.”

Questa mail è la dimostrazione che le famiglie italiane sono molto meno razziste e manipolate, acritiche, di quanto le istituzioni credono che siano. (Qui)

 Fonte https://www.romatoday.it/attualita/menu-ucraino-scuole-roma-2-maggio.html

E nel campo della paranoia metterei anche l’ossessione per Orsini: almeno un articolo al giorno (a testa, ovviamente), per cantare l’infamia del soggetto, dimostrare che è il Male Assoluto, la stupidità fatta persona, l’apoteosi dell’ignoranza e, alternativamente, spernacchiarlo, vomitargli addosso litri di bile, dichiarare di ignorarlo a causa della sua assoluta inconsistenza, invitare a censurarlo, silenziarlo, estrometterlo definitivamente e totalmente dall’umano consesso. Si direbbe che l’esistenza di Orsini sia l’unica cosa che dà un senso alla loro vita. Viene quasi da sospettare che lo paghino loro perché dica quello che dice, in modo da poter continuare a vivere. E, a proposito di Orsini, l’ultima della serie che da qualche giorno furoreggia e riempie ogni spazio, e che “adesso vuole anche riscrivere la storia”, “per Orsini Hitler è innocente”, “Hitler non voleva la guerra” e via delirando. Siccome conosco fin troppo bene i miei pollastri starnazzanti, sono andata in internet e ho cercato “che cosa ha detto realmente Orsini su Hitler”, e ho trovato questo.

Orsini e Hitler: “Seconda guerra mondiale è colpa sua”

Adolf Hilter non voleva la Seconda Guerra Mondiale? “Non ho minimamente toccato la questione della responsabilità della seconda guerra mondiale”. Il professor Alessandro Orsini, con un post su Facebook, torna sull’ultima apparizione televisiva ad Accordi e Disaccordi e sulle conseguenti polemiche.
“Ben diversamente, mi sono interrogato sui meccanismi che hanno innescato quell’immane tragedia. Per poter comprendere il senso di questa mia affermazione, occorre (saper) distinguere due domande diverse. La prima domanda, di cui non mi sono occupato ad accordi e disaccordi, è: ‘Chi è il responsabile della seconda guerra mondiale?’. Nella mia prospettiva, Hitler è stato il principale responsabile della seconda guerra mondiale. La seconda domanda è: ‘Attraverso quali meccanismi e reazioni a catena ha avuto inizio la seconda guerra mondiale?’. È soltanto questa la domanda che ho affrontato ad accordi e disaccordi e faccio notare che nessuno ha smentito ciò che ho detto su Hitler”, afferma.
“L’Italia è un paese arretratissimo in materia di sicurezza internazionale. Le università italiane non hanno mai investito in questo campo di studi. La conseguenza è che il sapere scientifico non si è diffuso tra le persone comuni, i politici e i giornalisti, se non con pochissime eccezioni. E, così, milioni di italiani hanno scoperto la sicurezza internazionale il 24 febbraio 2022. Ed io mi trovo continuamente a essere accusato di essere ignorante da migliaia di grandissimi ignoranti, inclusi direttori di quotidiani e trasmissioni televisive”, dice Orsini.
Il professore aggiunge che “essendo io un pacifista, essendo i miei valori quelli del pacifismo, è normale che io sia un esperto nello studio dei meccanismi che innescano la violenza politica, sia essa il terrorismo o l’avvio di una guerra. Se, infatti, un pacifista comprende i meccanismi di innesco delle guerre passate, allora forse può indicare come evitare di commettere gli stessi errori in Ucraina. Generalmente amo chi mi odia. In questo caso, più che di amore, parlerei di compassione. Provo una certa compassione per i miei odiatori. Soprattutto per il direttore di Repubblica e del Corriere della Sera”. (Qui)

Qualche interessante riflessione qui E ora torniamo alla realtà.

“Rompere la schiena” alla Russia, l’ex comandante dell’esercito USA chiarisce l’obiettivo di Washington in Ucraina

Patrizio Ricci, 1 Maggio 2022

(…) In un’intervista con la CBS, l’ex comandante dell’esercito americano in Europa Ben Hodges ha dichiarato: “Sai, qui non siamo solo osservatori che fanno il tifo per l’Ucraina”. Gli Stati Uniti, ha detto Hodges, dovrebbero dichiarare: “Vogliamo vincere”.
Ed ha così continuato, questo significa che tutte le forze russe devono tornare alle posizioni che avevano prima del 24 febbraio ... [il nostro sarà] un impegno a lungo termine per il pieno ripristino della sovranità ucraina – questo significa il ritorno [all’Ucraina] della Crimea e del Donbass – e poi finalmente dobbiamo rompere la schiena della capacità della Russia di proiettare il proprio esercito al di fuori del proprio territorio minacciando la Georgia, minacciando la Moldova, minacciando i nostri alleati baltici”.
In altre parole, l’obiettivo degli Stati Uniti non dovrebbe essere solo quello di riconquistare la Crimea – territorio che la Russia rivendica come proprio -, ma di distruggere la capacità di combattimento dell’esercito russo. [continua]

Anche noi a suo tempo siamo partiti per spezzare le reni alla Grecia… Poi è dovuta intervenire la Germania per salvarci il culo, e nel frattempo è apparsa quella vignetta del cartello a Mentone che diceva “Greci, fermatevi: qui è Francia!” Comunque queste dichiarazioni non fanno che confermare ciò che è sempre stato chiaro come il sole: che della difesa dello stato fantoccio e della sua presunta democrazia non importa a nessuno, l’unico scopo per cui è stato messo in piedi e armato per anni fino ai denti è sempre stato quello di usarlo come randello per spezzare le reni alla Russia. Occhio ragazzi, che a volte la storia si ripete.

E infine un po’ di sana propaganda con tanto di allarmi fabbricati a tavolino – peccato che i passanti siano passanti veri e non comparse pagate, e non siano stati informati della messinscena, per cui invece di precipitarsi nel rifugio si fermano a fare i selfie… D’altra parte che cosa aspettarsi da una zoccola talmente odiatrice di Israele da non invitare il padre, filoisraeliano, al proprio matrimonio? Qualche sorpresa per il fatto che si presti alla propaganda per i nazisti?

E per concludere un bel tango

barbara

1939, PICCOLO PROMEMORIA STORICO

Stalin non aveva tardato a cogliere, anche se non pubblicamente conclamati, gli intendimenti delle potenze occidentali manifestati con la resa di Monaco a Hitler: spingere cioè il dittatore tedesco a realizzare i propri sogni espansionistici verso Oriente, in chiave antisovietica. Il momento di scelte decisive si stava rapidamente avvicinando. Egli decise pertanto di convocare per il marzo del 1939 il congresso del partito, che non si riuniva più dal gennaio del 1934. Tutti i suoi oppositori, veri o presunti, erano stati nel frattempo fisicamente soppressi a ogni livello. Il paese ancora una volta dopo le sanguinose purghe si trovava in uno stato di profonda debilitazione, con le nuove leve dirigenziali fedeli allo stalinismo ma impari ai compiti cui erano chiamate, in particolare tra le forze armate, i cui vertici erano stati letteralmente massacrati.
Era tempo di porre fine alla carneficina. Come suo costume, Stalin parlando ai congressisti, scaricò le proprie responsabilità sugli apparati: «Non si può dire che le epurazioni siano state condotte senza gravi errori. Purtroppo sono stati commessi più errori di quanto si potesse prevedere». E dalla tribuna vennero elencati in gran copia episodi di palesi ingiustizie e illegalità. Il messaggio che il dittatore intendeva inviare era chiaro: l’epoca del terrore di massa doveva considerarsi conclusa. Lo richiedeva in particolare la preoccupante situazione internazionale, per far fronte alla quale era necessario riportare un minimo di tranquillità e di ordine negli sconquassati apparati del potere sovietico. Fu difatti alla politica estera che Stalin dedicò la parte preponderante del suo intervento. Un evidente messaggio rivolto a tutti gli interlocutori. Germania, Italia e Giappone vennero da lui definiti «paesi aggressori» contro i quali però le potenze occidentali non sapevano che indietreggiare «facendo una concessione dopo l’altra». La condanna dello spirito di Monaco non poteva essere più esplicita anche perché ne veniva svelato il disegno recondito: quello di portare allo scontro Germania e Unione Sovietica di modo che «si indeboliscano e si logorino reciprocamente, e poi, quando saranno ufficialmente spossate, farsi avanti con forze fresche… e dettare ai belligeranti indeboliti le proprie condizioni. Con eleganza e a buon mercato». Fin dal marzo del 1939, dunque, Stalin metteva in guardia l’Occidente democratico: l’Urss non si sarebbe prestata a togliere le castagne dal fuoco per conto terzi, e ad assistere impotente alla propria distruzione. La fulminea occupazione di Praga da parte delle truppe tedesche, proprio in quei giorni, denotava del resto l’assoluta libertà d’azione del nazismo, che non esitava a farsi beffe degli stessi pur vantaggiosi accordi di Monaco.
Il definitivo scacco costrinse finalmente i governi di Parigi e di Londra a prendere atto del fallimento della politica di «appeasement» verso Hitler. Si apri un periodo confuso nel quale le democrazie occidentali attivarono canali diplomatici con Mosca ma senza un disegno organico. Si chiese a Stalin se fosse disposto a garantire le frontiere di Polonia e Romania, presumibili nuovi obiettivi del Führer, ma quando egli rispose, il 17 aprile 1939, proponendo un patto a tre, Urss, Francia e Inghilterra, che garantisse l’intangibilità di tutti i paesi che dal Baltico al Mar Nero si interponevano tra Germania e Russia, non ricevette alcuna risposta. La pregiudiziale anticomunista continuava a fare velo, del resto identica a quella di Polonia, degli Stati baltici e della Romania, anch’essi convinti che il pericolo principale risiedesse nel bolscevismo.
Il messaggio che Stalin aveva inviato alla tribuna del congresso del suo partito non veniva dunque recepito. Non ci si rendeva conto che senza precise garanzie di alleanza e di reciprocità, l`Urss non poteva impegnarsi da sola contro la sempre più possente e temibile forza militare tedesca. È bene tener presente questo inoppugnabile dato di fatto per comprendere gli avvenimenti successivi, tanto più oggi quando uno sconsiderato revisionismo tende ad addossare a Stalin la responsabilità primaria nello scoppio della seconda guerra mondiale.
Il 28 aprile 1939, Hitler, in uno dei suoi consueti sfoghi oratori, lanciava al mondo una nuova sfida rivendicando pretese territoriali nei confronti della Polonia. Il discorso produsse ulteriore e profonda preoccupazione al Cremlino: l’apertura della vertenza polacca preludeva a un confronto che avrebbe avuto come posta in palio un paese confinante con l’Unione Sovietica. Se si fosse risolto come già accaduto in Cecoslovacchia, il risultato sarebbe stato quello di vedere le armate naziste proiettate verso Leningrado, Mosca e Kiev. Stalin ritenne giunto il momento di avere le «mani libere»: insistere con gli occidentali per un’alleanza che continuava a non tradursi in realtà lo esponeva a un grave pericolo, quello di uno scontro diretto con Hitler, senza poter fruire di alcun appoggio internazionale. Il 3 maggio il Cremlino lanciava un segnale inequivocabile: il ministro degli Esteri Litvinov, fautore da anni di un’intesa, purtroppo mai realizzata, con le democrazie occidentali, veniva sostituito da Molotov, uno dei fedelissimi del dittatore, a riprova che le redini della politica estera erano tornate nelle mani di Stalin. La cecità di Londra e di Parigi permaneva intatta: quei governi si affannavano difatti a concedere patti di mutuo appoggio a singoli Stati, come Polonia e Romania, senza comprendere che in mancanza del sostegno militare sovietico sarebbero rimasti pezzi di carta, data la lontananza dall’apparato bellico di Francia e Inghilterra.
Nel mese di luglio mentre Hitler accentuava la pressione su Varsavia per ottenere il corridoio di Danzica, così da consentirgli la contiguità territoriale con la Prussia orientale, e i rumori di guerra si facevano sempre più concreti, Stalin, ancora esitante sulla linea da scegliere, avviò contemporanei contatti con la Germania e con le potenze occidentali. Con la prima accettando di intavolare trattative commerciali «senza condizioni «politiche» – e con le altre dichiarandosi disposto ad accogliere a Mosca una missione militare per un serio negoziato. Giorni febbrili in cui si giocavano i destini del mondo. Il Führer si era spinto troppo avanti nella questione polacca, indietro non poteva più tornare. Pur di vincere era disposto a tutto. L’11 agosto a un gruppo di collaboratori illustrerà senza infingimenti e con lucido cinismo le proprie intenzioni: «Tutti i miei sforzi sono diretti contro la Russia: se l’Occidente è tanto stupido e cieco da non capirlo, sarò costretto a mettermi d’accordo con i russi, colpire l’Occidente e poi, dopo la sua sconfitta, rivolgermi con tutte le mie forze contro l’Unione Sovietica. lo ho bisogno dell’Ucraina, così che non ci si potrà affamare nuovamente come durante l’ultima guerra».
A vincere le ultime esitazioni del Cremlino concorsero due fatti: l’aperto rifiuto opposto da numerosi e influenti circoli occidentali di «morire per Danzica», che confermava la pochissima voglia di battersi in difesa della Polonia, e l’irridente comportamento dei governi di Londra e Parigi a proposito della loro missione militare in procinto di partire per Mosca. Composta da personalità pressoché sconosciute e prive di qualsiasi vincolante mandato negoziale, essa decise di avviarsi servendosi di una nave, un viaggio che sarebbe durato ben 11 giorni col risultato di giungere nella capitale sovietica il 12 agosto, a giochi ormai quasi fatti. Hitler – secondo il suo nuovo progetto – premeva sui vertici del Cremlino affinché accettassero la proposta di un’alleanza che tenesse conto degli interessi sovietici nel caso di un’invasione tedesca della Polonia.
La guerra voluta dai nazisti bussava alle porte: non era più il tempo delle sofisticate manovre diplomatiche. Di fronte a un nuovo perentorio invito del Führer, quasi un ultimatum Stalin accondiscendeva a ricevere a Mosca il ministro degli Esteri nazista, Ribbentrop, latore di un piano segreto che prevedeva la spartizione della Polonia: due terzi alla Germania, un terzo all’Unione Sovietica. Il dittatore georgiano lo accettò, convinto di avere dalla sua quattro buone ragioni: 1°) un accordo con Hitler avrebbe impedito uno scontro diretto con la Germania, impossibile da sostenere a causa dell’impreparazione militare dell’Armata rossa; 2°) l’annessione della Polonia orientale consentiva di tenere l’esercito tedesco a distanza di sicurezza dai centri nevralgici del paese; 3°) il disegno delle potenze occidentali di servirsi di Hitler in chiave antibolscevica veniva temporaneamente stroncato; 4°) Se la guerra fosse scoppiata tra Germania e anglo-francesi, l’Unione Sovietica ne sarebbe rimasta fuori, in posizione d’attesa e pronta a sfruttarne le potenzialità «rivoluzionarie».

Gianni Rocca, Caro revisionista ti scrivo, Editori Riuniti (1998), pagg. 76-79

In una fonte che al momento non trovo ho letto di un’ammissione di Churchill di avere ricevuto da Stalin diverse “oneste proposte” e di averle regolarmente respinte. A questo punto, per salvare l’Unione Sovietica, non era rimasta altra carta da giocare che l’osceno patto col diavolo e lo smembramento della Polonia.

Morale della favola: se metti la Russia con le spalle al muro, poi sono cazzi acidi. E te li devi digerire tu.

83 anni più tardi… Lo leggerete domani.

(Nel frattempo aggiungo una piccola nota a margine: i veri profughi di guerra, come sempre, passano la frontiera e lì si fermano in attesa di poter rientrare il più presto possibile, non appena le acque si saranno calmate. Chi si sposta di 3000 chilometri tutto potrà essere, ma profugo di guerra proprio no)

Sempre nel frattempo, visto che il post è relativamente corto, facciamo anche un salto a casa nostra.

Giorgio Bianchi

Come è accaduto con Trieste al tempo della pandemia, è dal mondo del lavoro, quello vero, che arrivano sempre le risposte più incisive e concrete.
Massimo sostegno ai lavoratori di Pisa, veri costruttori di pace.
Non si spengono gli incendi con la benzina.
Dall’aeroporto di Pisa armi all’Ucraina mascherate da “aiuti umanitari”: i lavoratori rifiutano di caricare gli aerei. Sabato 19 manifestazione USB al Galilei
Alcuni lavoratori dell’aeroporto civile Galileo Galilei di Pisa ci hanno informato di un fatto gravissimo: dal Cargo Village sito presso l’Aeroporto civile partono voli “umanitari”, che dovrebbero essere riempiti di vettovaglie, viveri, medicinali e quant’altro utile per le popolazioni ucraine tormentate da settimane da bombardamenti e combattimenti. Ma non è così!
Quando si sono presentati sotto l’aereo, i lavoratori addetti al carico si sono trovati di fronte casse piene di armi di vario tipo, munizioni ed esplosivi.
Una amara e terribile sorpresa, che conferma il clima di guerra nel quale ci sta trascinando il governo Draghi.
Di fronte a questo fatto gravissimo, i lavoratori si sono rifiutati di caricare il cargo: questi aerei atterrano prima nelle basi USA/NATO in Polonia, poi i carichi sono inviati in Ucraina, dove infine sono bombardati dall’esercito russo, determinando la morte di altri lavoratori, impiegati nelle basi interessate agli attacchi.
Denunciamo con forza questa vera e propria falsificazione, che usa cinicamente la copertura “umanitaria” per continuare ad alimentare la guerra in Ucraina
Chiediamo:
1) alle strutture di controllo del traffico aereo dell’aeroporto civile di bloccare immediatamente questi voli di morte mascherati da aiuti “umanitari”;
2) ai lavoratori di continuare a rifiutarsi di caricare armi ed esplosivi che vanno ad alimentare una spirale di guerra, che potremo fermare solo con un immediato cessate il fuoco e il rilancio di dialoghi di pace;
3) alla cittadinanza di partecipare alla manifestazione di sabato 19 marzo di fronte all’aeroporto Galilei (ore 15) sulla parola d’ordine “Dalla Toscana ponti di pace, non voli di guerra!”.
Unione Sindacale di Base – Federazione di Pisa.

E come se non bastasse

E quando ci ritroveremo sopra la testa i caccia russi a bombardare – legittimamente – le nostre città, sappiamo ESATTAMENTE chi dovremo ringraziare.

E per concludere, il russo stavolta ve lo metto anche in divisa

barbara

VI RICORDATE “ODIARE TI COSTA”?

Naturalmente non era qualunque odio a costare, come in molti hanno dovuto sperimentare sulla propria pelle, ma solo quello contro gli amici. A questa politica si erano associate anche varie piattaforme social, come facebook, che adesso però ha cambiato programma: visto che i due minuti, o due ore, o ventiquattro ore di odio contro la Russia sono cosa buona e giusta, d’ora in poi i messaggi di odio e anche gli incitamenti alla violenza contro i russi non verranno più censurati in Armenia, Azerbaigian, Estonia, Georgia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Russia, Slovacchia e Ucraina. Odiare non ti costa più: bello, no? (Sempre che tu scelga di odiare il nemico giusto, ça va sans dire.

E visto che è temporaneamente consentito dis-censurare, io dis-censuro il discorso integrale di Vladimir Putin  del 2007. È un po’ lungo ma merita di essere letto tutto con la massima attenzione, ma per chi avesse meno tempo e meno voglia ho evidenziato due brani, poco più di una pagina in tutto, che ritengo particolarmente importanti.

da http://www.president.kremlin.ru/eng/speeches/2007/02/11/0138_type82914type84779_118135.shtml

Discorso alla Conferenza di Monaco di Baviera sulla Politica di Sicurezza

11 febbraio, 2007 Monaco di Baviera

Riteniamo utile pubblicare la traduzione del testo integrale del discorso tenuto da Vladimir Putin alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco l’11 febbraio scorso.
Vale la pena leggerlo con la massima attenzione.
In nessun altro precedente intervento del presidente russo era stato affrontato con tanta esplicita chiarezza il problema dei rapporti con gli Stati Uniti, a testimonianza del livello di tensione che ha raggiunto la competizione tra le due principali potenze nucleari del pianeta.
 

Vladimir Putin:

Molte grazie cara Signora Cancelliera Federale, Signor Teltschik, signore e signori!

Sono veramente grato per essere stato invitato a una così significativa conferenza che riunisce statisti, ufficiali militari, imprenditori ed esperti da più di 40 nazioni.
La struttura di questa conferenza mi permette di evitare l’eccessivo formalismo e la necessità di parlare nei tortuosi termini diplomatici, compiacenti ma vuoti. La configurazione di questa conferenza mi consentirà di dire quello che penso realmente sui problemi della sicurezza internazionale. E se i miei commenti sembrassero indebitamente polemici, aspri o inesatti ai nostri colleghi, vorrei chiedere loro di non aversene con me. Dopo tutto, questa è solamente una conferenza. E spero che il Signor Teltschik non vorrà accendere il segnale rosso dopo i primi due o tre minuti del mio discorso.
Perciò. Si sa bene che la sicurezza internazionale va molto più in là delle questioni relative alla stabilità militare e politica. Comprende la stabilità dell’economia globale, il superamento della povertà, la sicurezza economica e lo sviluppo di un dialogo tra civiltà.
Questo indivisibile carattere della sicurezza, universale, è espresso con il fondamentale principio che “la sicurezza di ciascuno è la sicurezza per tutti”. Come disse Franklin D. Roosevelt pochi giorni dopo lo scoppio della II Guerra Mondiale: “Quando la pace è stata rotta da qualche parte, la pace di tutti i paesi è ovunque in pericolo.”
Oggi queste parole rimangono attuali. Incidentalmente, il tema della nostra conferenza – crisi globali, responsabilità globale – esemplifica questo.
Solamente due decadi fa il mondo era ideologicamente ed economicamente diviso e fu l’enorme potenziale strategico di due superpotenze che garantì la sicurezza globale. Questa situazione globale ha spostato i problemi economici e sociali più acuti ai margini dell’agenda della comunità internazionale e del mondo. E, proprio come ogni guerra, la Guerra Fredda ci lasciò con la miccia accesa, parlando figuratamente. Mi sto riferendo agli stereotipi ideologici, ai doppi standard e ad altri tipici aspetti di pensiero per blocchi della Guerra Fredda.
Ma il mondo unipolare che era stato proposto dopo la Guerra Fredda non ebbe luogo.
La storia dell’umanità certamente ha superato periodi di unipolarismo e ha visto aspirazioni alla supremazia mondiale. Ma cosa non è capitato nella storia del mondo? Tuttavia, che cosa è un mondo unipolare? Comunque si voglia abbellire questo termine, alla fine si riferisce ad un certo tipo di situazione, ovvero a un centro di autorità, un centro di forza, un centro decisionale.
È un mondo nel quale c’è un padrone, un sovrano. Ed alla fine questo non solo è pernicioso per tutti quelli compresi in questo sistema, ma anche per il sovrano stesso, perché distrugge se stesso dall’interno. E questo certamente non ha niente in comune con la democrazia. Perché, come voi sapete, la democrazia è il potere della maggioranza alla luce degli interessi e delle opinioni della minoranza.
Incidentalmente, alla Russia- a noi- danno continuamente lezioni di democrazia. Ma per qualche ragione quelli che ci insegnano non vogliono imparare loro stessi.
Io considero che nel mondo d’oggi il modello unipolare non solo sia inaccettabile ma che sia anche impossibile. E questo non solo perché se ci fosse una singola leadership nel mondo d’oggi- e particolarmente in quello d’oggi- le sue risorse militari, politiche ed economiche non basterebbero. E, cosa ancora più importante, il modello stesso sarebbe viziato, perché alla sua base non ci potrebbe essere alcun fondamento morale per la moderna civiltà.
Con ciò, quello che sta accadendo nel mondo di oggi- e noi abbiamo appena incominciato a discutere di questo- è un tentativo di introdurre negli affari internazionali precisamente questo concetto, il concetto di un mondo unipolare.
E con quali risultati?
Azioni unilaterali, spesso illegittime, non hanno risolto alcun problema. Hanno invece provocato nuove tragedie umane e creato nuovi centri di tensione. Giudicate voi stessi: le guerre così come i conflitti locali e regionali non sono diminuiti. Il Signor Teltschik ha ricordato questo molto blandamente. E non muoiono meno persone in questi conflitti- ne stanno morendo anche più di prima. Molte, significativamente molte di più!
Oggi noi stiamo assistendo ad un uso quasi illimitato di eccesso di forza- forza militare- nelle relazioni internazionali; forza che sta sommergendo il mondo in un abisso di conflitti permanenti. Di conseguenza noi non abbiamo l’energia sufficiente per trovare una vera soluzione per nessuno di questi conflitti. Anche trovare un accomodamento politico diviene impossibile.
Stiamo assistendo ad un disprezzo sempre più grande per i principi fondamentali della legge internazionale. E’ un dato di fatto che norme legali indipendenti stiano diventando in modo crescente più legate al sistema legale di uno stato. Primo fra tutti, gli Stati Uniti, che hanno oltrepassato i loro confini nazionali in ogni modo. Questo è visibile nelle politiche economiche, governative, culturali e dell’istruzione che impongono alle altre nazioni. Bene, a chi piace questo? Chi è felice di questo?
Nelle relazioni internazionali noi vediamo sempre più il desiderio di risolvere i problemi che si pongono secondo pretese questioni di convenienza politica, basate sul clima politico corrente.
E naturalmente questo è estremamente pericoloso. Come si vede dal fatto che nessuno si sente sicuro. Io voglio enfatizzare questo- nessuno si sente sicuro! Perché nessuno può percepire la legge internazionale come un solido muro che lo proteggerà. Tale politica incentiva ovviamente una corsa alle armi. Il dominio della forza incoraggia inevitabilmente diversi paesi ad acquisire armi di distruzione di massa. Inoltre, si profilano significativamente nuove minacce – sebbene fossero ben note anche prima- ed oggi minacce come il terrorismo hanno assunto un carattere globale.
Io sono convinto che siamo giunti a quel cruciale momento in cui dobbiamo pensare seriamente all’architettura della sicurezza globale.
E dobbiamo procedere cercando un equilibrio ragionevole tra gli interessi di tutti i partecipanti al dialogo internazionale. Specialmente dal momento che il panorama internazionale è così mutato e muta così rapidamente- con cambiamenti alla luce dello sviluppo dinamico in diversi paesi e in regioni intere.
La Signora Cancelliera Federale ha già menzionato questo. Il Pil combinato, sistema per acquisire parità di potere, di paesi come l’India e la Cina, è già più grande di quello degli Stati Uniti. Ed un calcolo simile del Pil dei paesi del BRIC- Brasile, Russia, India e Cina- supera quello complessivo dell’EU. E secondo esperti in futuro questo gap potrà solo aumentare.
Non c’è nessuna ragione di dubitare che il potenziale economico dei nuovi centri della crescita economica globale andrà inevitabilmente a convertirsi in influenza politica e rafforzerà il multipolarismo.
In relazione a ciò, il ruolo della diplomazia multilaterale sta aumentando significativamente. Il bisogno di principi come apertura, trasparenza e prudenza nella politica è incontestabile e l’uso della forza dovrebbe essere una misura veramente eccezionale, comparabile all’uso della pena di morte nei sistemi giudiziali di certi stati.
Invece oggi noi stiamo testimoniando la tendenza opposta, vale a dire una situazione nella quale paesi che si oppongono alla pena di morte anche per assassini e altri pericolosi criminali, stanno partecipando apertamente ad operazioni militari che è difficile considerare legittime. E come dato di fatto, questi conflitti stanno uccidendo persone umane- centinaia e migliaia di civili!
Ma allo stesso tempo sorge la domanda se noi dovremmo essere indifferenti e distaccati rispetto ai vari conflitti interni ai paesi, ai regimi autoritari, ai tiranni ed alla proliferazione di armi di distruzione di massa. In realtà questa era anche la domanda centrale posta dal nostro caro collega Signor Lieberman alla Cancelliera Federale. Se ho capito correttamente la sua domanda (rivolto al Signor Lieberman), ne deriva chiaramente una questione seria! Possiamo restare osservatori indifferenti di fronte a quello che sta accadendo? Voglio cercare di rispondere altrettanto bene alla sua domanda: certamente no.
Ma abbiamo i mezzi per contrastare queste minacce? Certamente li abbiamo. È sufficiente guardare alla storia recente. Il nostro paese non ha avuto una transizione pacifica alla democrazia? Effettivamente, noi siamo la testimonianza di una trasformazione pacifica dal regime sovietico- una trasformazione pacifica! E che regime! E con quale dovizia di armi, incluse le armi nucleari! Perché ora dovremmo metterci a bombardare e sparare in ogni occasione possibile? Come avviene quando senza la minaccia della distruzione reciproca noi non abbiamo sufficiente cultura politica e rispetto per i valori democratici e per la legge.
Sono convinto che l’unico meccanismo che possa prendere decisioni circa l’uso della forza militare, come ultimo ricorso, sia la Carta delle Nazioni Unite. E in relazione a questo: io, o non ho capito quello che il nostro collega Ministro della Difesa italiano [Arturo Parisi, PD] ha detto, o quello che lui ha detto era inesatto. Cioè, ho inteso che l’uso della forza può essere solamente legittimo quando la decisione è presa dalla Nato, dall’EU, o dall’Onu. Se lui realmente pensa così, allora noi abbiamo punti di vista diversi. O io non ho sentito correttamente. L’uso della forza può solamente essere considerato legittimo se la decisione è sancita dall’Onu. E noi non abbiamo bisogno di mettere la Nato o l’EU al posto dell’Onu. Quando l’Onu unirà veramente le forze della comunità internazionale e potrà realmente rispondere agli eventi nei vari paesi, quando noi abbandoneremo questo disprezzo per la legge internazionale, poi la situazione potrà cambiare. Altrimenti la situazione andrà semplicemente ad un punto morto; ed il numero di errori gravi sarà moltiplicato. Insieme a ciò, è necessario assicurarsi che la legge internazionale abbia un carattere universale, sia nella concezione, sia nell’applicazione delle sue norme.
E non si deve dimenticare che le azioni politiche democratiche si costruiscono necessariamente con il dialogo, in un processo decisionale laborioso.
Care signore e signori!
Il pericolo potenziale di destabilizzazione nelle relazioni internazionali è connesso con l’ovvia stagnazione nella questione del disarmo.
La Russia sostiene un rinnovato dialogo su questa importante questione.
È importante conservare il quadro di legalità internazionale relativo alla distruzione delle armi e perciò assicurare continuità al processo di riduzione delle armi nucleari.
Insieme con gli Stati Uniti d’America noi ci accordammo per ridurre la nostra capacità di missili strategici nucleari al limite di 1.700-2.000 testate nucleari esplosive entro il 31 dicembre 2012. La Russia intende adempiere strettamente agli obblighi assunti. Noi speriamo che anche i nostri partner agiranno in un modo trasparente e si asterranno dall’accumulare a parte un paio di centinaia di testate nucleari esplosive eccedenti per i giorni di cattivo tempo. E se oggi il nuovo Ministro della Difesa americano dichiara che gli Stati Uniti non nasconderanno queste armi eccedenti in un deposito- come si direbbe, sotto un cuscino o sotto la coperta- io allora suggerisco che tutti noi ci alziamo in piedi e salutiamo questo dichiarazione. Sarebbe una dichiarazione molto importante.
La Russia aderisce strettamente ed intende farlo anche in futuro al Trattato di Non-proliferazione delle Armi Nucleari così come al regime di supervisione multilaterale per le tecnologie missilistiche. I principi insiti in questi documenti sono quelli universali.
Relativamente a questo gradirei ricordare che negli anni ottanta l’URSS e gli Stati Uniti firmarono un accordo sulla distruzione di un’intera serie di missili a corto e medio raggio ma questi documenti non hanno un carattere universale.
Oggi molti altri paesi detengono questi missili, inclusa Repubblica Popolare Democratica della Corea, Repubblica della Corea, India, Iran, Pakistan e Israele. Molti paesi stanno lavorando su questi sistemi e progettano di inserirli come parte dei loro arsenali militari. E solamente gli Stati Uniti e la Russia sono vincolati alla responsabilità di non creare tali sistemi di arma.
È ovvio che in queste condizioni noi dobbiamo pensare ad assicurare la nostra propria sicurezza.
Allo stesso tempo, è impossibile approvare la comparsa di nuove, destabilizzanti armi ad alta tecnologia. Inutile dire che il riferimento è a misure per prevenire una nuova area di scontro, specialmente nello spazio. Le guerre stellari non sono più una fantasia- sono una realtà. A metà degli anni ottanta i nostri partner americani erano già in grado di intercettare i loro stessi satelliti.
E’ opinione della Russia che la militarizzazione dello spazio potrebbe avere conseguenze imprevedibili per la comunità internazionale e provocare niente meno che l’inizio di un’era nucleare. Ed abbiamo avanzato più di una volta iniziative destinate a prevenire l’uso di armi nello spazio.
Oggi sono lieto di dirvi che abbiamo preparato un progetto per un accordo sulla prevenzione dello schieramento di armi nello spazio. E nel prossimo futuro sarà spedito ai nostri partner come una proposta ufficiale. Lavoriamo insieme su questo.
Piani per espandere certi elementi del sistema di difesa anti-missile in Europa non possono aiutare questo ma possono disturbarci. Chi ha bisogno del prossimo passo di quella che sarebbe, in questo caso, un’inevitabile corsa alle armi? Io dubito profondamente che ne abbiano bisogno gli europei stessi.
I missili bellici con una raggio di circa cinque/otto mila chilometri che realmente costituiscono una minaccia per l’Europa non esistono in nessuno dei cosiddetti paesi problematici. Nel prossimo futuro ed in prospettiva , questo non accadrà e non è neanche prevedibile. E qualche ipotetico lancio, ad esempio, di un razzo nordcoreano diretto al territorio americano attraverso l’Europa occidentale, contraddice in modo palese le leggi della balistica. Come noi diciamo in Russia, sarebbe come usare la mano destra per giungere all’orecchio sinistro.
E qui in Germania io non posso esimermi dal menzionare la condizione pietosa del Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa.

Il Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa fu firmato nel 1999. Prese in considerazione una nuova realtà geopolitica, vale a dire l’eliminazione del blocco di Varsavia. Sette anni sono passati e solamente quattro stati hanno ratificato questo documento, inclusa la Federazione Russa.
I paesi della Nato hanno dichiarato apertamente che loro non ratificheranno questo trattato, inclusi i provvedimenti sulle restrizioni nel ‘fianco’ (sullo schieramento di un certo numero di forze armate nelle zone del fianco), finché la Russia non rimuoverà le sue basi militari dalla Georgia e dalla Moldavia. Il nostro esercito sta lasciando la Georgia, secondo un programma anche accelerato. Abbiamo chiarito i problemi che avevamo con i nostri colleghi georgiani, come tutti sanno. Ci sono ancora 1.500 soldati in Moldavia che stanno eseguendo operazioni di peacekeeping e proteggendo i magazzini con le munizioni lasciate dai tempi dei Soviet. Noi discutiamo continuamente questa questione con il Signor Solana e lui conosce la nostra posizione. Siamo pronti a lavorare ulteriormente in questa direzione.
Ma cosa si sta concretizzando allo stesso tempo? Il cosiddetto fronte flessibile delle basi americane, con più di cinquemila uomini in ognuna. Risulta che la Nato abbia dislocato le sue forze avanzate sui nostri confini, mentre noi simultaneamente continuiamo ad adempiere strettamente agli obblighi del trattato e non reagiamo affatto a queste azioni.
Io penso che sia chiaro che l’espansione della Nato non abbia alcuna relazione con la modernizzazione dell’Alleanza stessa o con la garanzia di sicurezza in Europa. Al contrario, rappresenta una seria provocazione che riduce il livello della reciproca fiducia. E noi abbiamo diritto di chiedere: contro chi è intesa questa espansione? E cosa è successo alle assicurazioni dei nostri partner occidentali fatte dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia? Dove sono oggi quelle dichiarazioni? Nessuno nemmeno le ricorda. Ma io voglio permettermi di ricordare a questo pubblico quello che fu detto. Gradirei citare il discorso del Segretario Generale Nato, Signor Woerner, a Bruxelles, il 17 maggio 1990. Allora lui diceva che: “il fatto che noi siamo pronti a non schierare un esercito della Nato fuori dal territorio tedesco offre all’Unione Sovietica una stabile garanzia di sicurezza.” Dove sono queste garanzie?
Le pietre e i blocchi di cemento del Muro di Berlino sono stati da molto tempo distribuiti come souvenir. Ma noi non dovremmo dimenticare che la caduta del Muro di Berlino fu resa possibile grazie ad una scelta storica- scelta che è stata fatta anche dalla nostra gente, dal popolo della Russia – una scelta in favore di democrazia, libertà, apertura ed una sincera partnership con tutti i membri della grande famiglia europea.
Ed ora loro stanno tentando di imporre a noi nuove linee divisorie e muri – questi muri possono essere virtuali ma ciononostante sono ugualmente divisori, tagliando trasversalmente il nostro continente. Ed è mai possibile che ancora una volta ci vorranno molti anni e decadi, così come molte generazioni di statisti, per dissimulare e smantellare questi muri nuovi?

Care signore e signori!
Noi siamo inequivocabilmente favorevoli a rafforzare il regime di non-proliferazione. Gli attuali principi legali internazionali ci permettono di sviluppare le tecnologie per fabbricare combustibile nucleare per scopi pacifici. E molti paesi con tutte le loro buone ragioni vogliono creare la propria energia nucleare come base per la propria indipendenza energetica. Ma noi capiamo anche che queste tecnologie possono essere trasformate rapidamente in armi nucleari.
Questo crea tensioni internazionali serie. La situazione che circonda il programma nucleare iraniano è un chiaro esempio. E se la comunità internazionale non trova una soluzione ragionevole per chiarire questo conflitto di interessi, il mondo continuerà a soffrire simili crisi destabilizzanti perché ci sono più paesi sulla soglia, e non semplicemente l’Iran. Noi tutti sappiamo questo. Noi lotteremo con continuità contro la minaccia della proliferazione delle armi di distruzione di massa.
Lo scorso anno la Russia ha avanzato l’iniziativa di stabilire centri internazionali per l’arricchimento dell’uranio. Siamo aperti alla possibilità che tali centri non siano creati solo in Russia ma anche in altri paesi dove ci sia una base legittimata ad usare energia nucleare civile. I paesi che vogliono sviluppare la loro energia nucleare potrebbero garantire che loro riceveranno il combustibile attraverso la partecipazione diretta in questi centri. Ed i centri, ovviamente, potrebbero operare sotto la stretta supervisione dell’AIEA.
Le più recenti iniziative avanzate dal Presidente americano George W. Bush sono conformi alle proposte russe. Io considero che la Russia e gli Stati Uniti siano obiettivamente ed ugualmente interessati a rafforzare il regime di non-proliferazione delle armi di distruzione di massa e del loro dispiegamento. Sono precisamente i nostri paesi, che detengono le capacità nucleari e missilistiche, che devono comportarsi come leader nello sviluppare nuove, più severe, misure di non-proliferazione. La Russia è pronta a tale compito. Noi siamo impegnati in consultazioni con i nostri amici americani.
In generale, noi dovremmo discutere per stabilire un intero sistema di incentivi politici e di stimoli economici, con la qual cosa non sarebbe negli interessi degli stati stabilire loro proprie capacità nel ciclo del combustibile nucleare ma avrebbero tuttavia l’opportunità di sviluppare energia nucleare e rafforzare le loro capacità energetiche.
Riguardo a questo, parlerò della cooperazione internazionale dell’energia più in dettaglio. La Signora Cancelliera Federale ha accennato anche a questo: ha menzionato, sfiorato questo tema. Nel settore dell’energia la Russia intende creare principi di mercato uniformi e condizioni trasparenti per tutti. È ovvio che i prezzi dell’energia devono essere determinati dal mercato invece di essere soggetti a speculazione politica, pressione economica o ricatto.
Noi siamo aperti alla cooperazione. Società straniere partecipano a tutti i nostri principali progetti energetici. Secondo diverse stime, più del 26 % dell’estrazione di petrolio in Russia- e per favore pensate a questa cifra- più del 26% dell’estrazione di petrolio in Russia è fatto da capitale straniero. Allora provate a trovarmi un esempio simile, nel quale interessi russi partecipino in modo così estensivo in settori economici chiave nei paesi occidentali. Tali esempi non esistono! Non c’è alcun esempio similare!
Vorrei anche ricordare il grado di corrispondenza tra gli investimenti stranieri in Russia e quelli che la Russia fa all’estero. La corrispondenza è di circa quindici ad uno. E qui avete un esempio chiaro dell’apertura e della stabilità dell’economia russa.
La sicurezza economica è il settore nel quale tutti devono aderire ad uniformare i principi. Noi siamo pronti a competere equamente.
Per questa ragione sempre più opportunità si stanno presentando all’economia russa. Esperti ed i nostri partner occidentali stanno valutando obiettivamente questi cambiamenti. Così come è migliorata la stima superiore OECD del credito e la Russia è passata dal quarto al terzo gruppo. Ed oggi a Monaco di Baviera gradirei usare questa occasione per ringraziare i nostri colleghi tedeschi per il loro aiuto in questa decisione.
Inoltre. Come lei sa, il processo della Russia di entrare nel WTO è arrivato alla sua tappa finale.

Vorrei sottolineare che durante lunghe, difficili, discussioni abbiamo sentito più di una volta parole sulla libertà di parola, libero mercato ed uguali possibilità ma, per qualche ragione, esclusivamente in riferimento al mercato russo.
E c’è un tema ancora più importante che colpisce direttamente la sicurezza globale. Oggi molti parlano della lotta contro la povertà. Cosa sta accadendo davvero in questo ambito? Da un lato, sono stanziate le risorse finanziarie per programmi per aiutare i paesi più poveri del mondo- e attualmente sono risorse finanziarie sostanziose. Ma ad essere onesti- e molti qui sanno anche questo- collegate con lo sviluppo delle società dello stesso paese donatore. E dall’altro lato i paesi industrializzati simultaneamente mantengono i loro sussidi agricoli e limitano ad alcuni paesi l’accesso ai prodotti ad alta tecnologia.
E diciamo le cose come stanno- una mano distribuisce aiuto caritatevole e l’altra mano non solo mantiene l’arretratezza economica ma miete anche i conseguenti profitti. La tensione sociale in aumento nelle regioni depresse dà luogo inevitabilmente alla crescita di radicalismo, estremismo, terrorismo e alimenta i conflitti locali. E se tutto questo accade, diciamo, in una regione come il Medio Oriente, dove c’è in modo crescente il sentimento che il mondo è ampiamente ingiusto, c’è poi il rischio di destabilizzazione globale.
È ovvio che i principali paesi del mondo dovrebbero vedere questa minaccia. E che perciò dovrebbero costruire un sistema più democratico, più equo di relazioni economiche globali, un sistema che dia ad ognuno l’opportunità e la possibilità di svilupparsi.
Care signore e signori, parlando alla Conferenza sulla Politica di Sicurezza è impossibile non menzionare le attività dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Come è noto, questa organizzazione fu creata per esaminare tutti- voglio enfatizzare questo- tutti gli aspetti della sicurezza: militare, politica, economica, umanitaria e, specialmente, le interrelazioni tra queste sfere.
Cosa vediamo accadere oggi? Vediamo che questo equilibrio è chiaramente distrutto. Qualcuno sta tentando di trasformare l’OSCE in un volgare strumento designato a promuovere gli interessi di politica estera di uno o un gruppo di paesi. E questo compito è portato a termine anche dall’apparato burocratico dell’OSCE, che non è assolutamente connesso in alcun modo con gli stati fondatori. Le procedure decisionali ed il coinvolgimento delle cosiddette organizzazioni non-governative sono tagliati su misura per questo compito. Queste organizzazioni sono formalmente indipendenti ma sono finanziate in modo finalizzato, e perciò decisamente sotto controllo.
Secondo i documenti fondativi, nella sfera umanitaria l’OSCE è tenuto ad aiutare i paesi membri ad osservare le norme dei diritti umanitari internazionali e le loro richieste. Questo è un compito importante. Noi sosteniamo questo. Ma questo non vuol dire interferire negli affari interni di altri paesi, ne tantomeno imporre un regime che determina come questi stati dovrebbero vivere e come dovrebbero svilupparsi.
È ovvio che tale interferenza non promuove affatto lo sviluppo di stati democratici. Al contrario, li rende dipendenti e, di conseguenza, politicamente ed economicamente instabili.
Noi ci aspettiamo che l’OSCE sia guidato dai suoi compiti primari e costruisca relazioni con stati sovrani basate sul rispetto, la fiducia e la trasparenza.

Care signore e signori!
In conclusione vorrei far notare quanto segue. Noi molto spesso- e personalmente, io molto spesso – sentiamo appelli dai nostri partner, inclusi i nostri partner europei, sul fatto che la Russia dovrebbe giocare un ruolo sempre più attivo negli affari del mondo. Mi permetterei di fare un piccolo commento. Non è proprio necessario incitarci a questo comportamento. La Russia è un paese con una storia che attraversa più di mille anni e ha usato praticamente sempre il diritto per perseguire una politica estera indipendente.
Non cambieremo questa tradizione oggi. Allo stesso tempo, siamo ben consapevoli di come il mondo sia cambiato ed abbiamo un senso realistico delle nostre proprie opportunità e potenzialità. E gradiremmo chiaramente interagire con partner responsabili ed indipendenti, insieme ai quali potremmo lavorare nel costruire un ordine mondiale equo e democratico, che non garantisca sicurezza e prosperità a pochi eletti, ma a tutti.
Grazie per la vostra attenzione.

Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org di  Bf (qui)

Questo è quello che io chiamerei un grande discorso, lucido, concreto, sensato. E assolutamente ragionevoli mi sembrano le sue richieste di sempre: no alla NATO in Ucraina, riconoscimento della Crimea russa, indipendenza delle repubbliche del Donbass. Ma non bisogna cedere, dicono. Perché? Perché se si concede questo poi lui si prende tutta l’Ucraina e poi anche altri stati. E perché dovrebbe farlo? Perché lo ha fatto anche Hitler che non si è accontentato dell’Austria e poi non si è accontentato della Boemia e poi non si è accontentato neanche di tutta la Cecoslovacchia. E sono sinceramente convinti che questo sia un ragionamento, e davvero non so se sia più grande, da parte mia, lo scoramento o la pena.

Nel frattempo le truppe NATO posizionate in Europa sono state portate a 110.000 unità, con 130 aerei in stato di massima allerta e più di 200 navi, in aggiunta alle armi che stanno ricevendo da tutte le parti. Cioè, l’Europa è a tutti gli effetti in guerra. Senza averlo deciso. Senza averlo votato. E quasi tutti a fare il tifo per chi a questa situazione ci ha portati. E a questo punto ovviamente anche la controparte riceve rinforzi, mentre il saltimbanco folle continua a invocare la guerra totale.
E vedo un sacco di gente gongolare “Putin è ormai nell’angolo!” “Putin non ha via d’uscita da questa guerra!”: ignorano, evidentemente, che anche il gattino di casa, se lo riduci in un angolo senza via d’uscita, ti salta addosso e ti graffia a sangue. Preferibilmente gli occhi: è una legge di natura. E i nostri geni sono felici di vedere nell’angolo senza via d’uscita quello che chiamano pazzo e criminale, e che è in possesso del primo o secondo più cospicuo arsenale nucleare. E il pazzo sarebbe lui.

Concludo con una quadrupla dis-censura: Ciaikovsky, il corpo di ballo del Mariinsky, il teatro Mariinsky, Valery Gergiev.

barbara

COME AMPIAMENTE PREVISTO,

dopo quattro anni di sostanziale pace in Medio Oriente, ecco che in meno di tre settimane…

La spinta di Biden alla guerra in Medio Oriente

Lunedì, l’Iran ha testato un nuovo razzo . Il razzo Zuljanah è un razzo a tre stadi di 25 metri (82 piedi) con un motore a combustibile solido per i primi due stadi e un razzo a combustibile liquido per il terzo stadio. Può trasportare un carico utile di 225 kg (496 libbre).
La spinta dello Zuljanah è di 75 kilotoni, che è molto più di quanto richiesto per lanciare il satellite in orbita. La grande spinta rende lo Zuljanah più paragonabile a un missile balistico intercontinentale che a un veicolo di lancio spaziale. L’ICBM terrestre statunitense LGM-30G Minuteman-III, ad esempio, ha una spinta di 90 kilotoni. Lo Zuljanah può raggiungere un’altezza di 500 chilometri per l’orbita terrestre bassa o, se lanciato come un missile, la sua portata è di 5.000 chilometri (3.100 miglia), abbastanza lontano per raggiungere la Gran Bretagna dall’Iran.
Esperti missilistici israeliani stimano che l’Iran abbia pagato 250 milioni di dollari per sviluppare il progetto Zuljanah. Il solo lancio del razzo di lunedì è costato probabilmente decine di milioni di dollari.
L’Iran è oggi in profonda difficoltà economica. Tra la recessione globale del COVID-19, la corruzione e la cattiva gestione endemiche dell’Iran e le sanzioni economiche statunitensi, il 35% degli iraniani oggi vive in condizioni di estrema povertà. Il rial iraniano ha perso l’80% del suo valore negli ultimi quattro anni. I dati ufficiali collocano il tasso di disoccupazione al 25%, ma si ritiene che il numero sia molto più alto. L’anno scorso l’inflazione è stata complessivamente del 44%. I prezzi del cibo sono aumentati del 59%.
Se visto nel contesto dell’impoverimento dell’Iran, l’investimento del governo in un programma di missili balistici intercontinentali è ancora più rivelatore. Con il 35% della popolazione che vive in condizioni di estrema povertà e il prezzo del cibo in forte aumento, il regime ha scelto i missili balistici intercontinentali anziché nutrire la sua gente.
La maggior parte della copertura mediatica del lancio di Zuljanah non ha registrato l’importanza del progetto sia per quanto riguarda le capacità dell’Iran sia per ciò che rivela sulle intenzioni del regime. Invece, la copertura si è concentrata sulla tempistica del test. Gli iraniani hanno condotto il test mentre violano clamorosamente i limiti delle loro attività nucleari che hanno accettato quando hanno sottoscritto l’accordo nucleare del 2015.
Gli iraniani stanno ora arricchendo l’uranio al 20% di purezza, ben oltre il 3,67% consentito dal cosiddetto Piano d’azione globale comune (JCPOA). Stanno usando centrifughe avanzate proibite per l’arricchimento a cascata nel loro impianto nucleare di Natanz. Stanno iniziando le cascate di uranio con centrifughe di sesta generazione nel loro reattore nucleare sotterraneo di Fordo in totale sfida al JCPOA. Stanno accumulando scorte di uranio giallo ben oltre le quantità consentite dall’accordo. Stanno producendo uranio metallico in violazione dell’accordo. E stanno facendo lanci di prova con razzi che possono essere facilmente convertiti in missili balistici intercontinentali nucleari.
Il reportage sul nucleare aggressivo iraniano lo ha presentato nel contesto della nuova amministrazione Biden a Washington. Si sostiene che l’Iran stia adottando questi passi aggressivi per fare pressione sull’amministrazione Biden affinché mantenga la sua parola di far tornare gli Stati Uniti al JCPOA e abrogare le sanzioni economiche contro l’Iran. Nel 2018, l’allora presidente Donald Trump ha abbandonato il JCPOA e ha reintrodotto le sanzioni economiche che erano state abrogate nel 2015 con l’attuazione dell’accordo. L’idea dell’Iran è che per paura dei suoi rapidi progressi nucleari, il team di Biden si precipiterà a compiacere l’Iran.
In particolare, il test di Zuljanah ha messo in luce la follia strategica al centro dell’accordo, che è stato concepito, portato avanti e concluso dall’allora presidente Barack Obama e dai suoi consiglieri.
Il principale presupposto strategico che ha guidato Obama ei suoi consiglieri era che l’Iran fosse una potenza stabile e responsabile e dovesse essere visto come parte della soluzione – o “la soluzione” – piuttosto che del problema in Medio Oriente. La sponsorizzazione del terrorismo da parte dell’Iran, le sue guerre per procura e il suo programma nucleare, secondo Obama, erano spiacevoli conseguenze di un equilibrio di potere regionale che metteva troppo potere nelle mani degli alleati degli Stati Uniti – in primo luogo Israele e Arabia Saudita – e troppo poco nelle mani dell’Iran. Per stabilizzare il Medio Oriente, sosteneva Obama, occorreva potenziare l’Iran e indebolire gli alleati degli Stati Uniti. Come disse l’allora vicepresidente Joe Biden nel 2013, “Il nostro problema più grande erano i nostri alleati”.
Un nuovo equilibrio di potere, sosteneva Obama, rispetterebbe le “azioni” dell’Iran in Siria, Iraq, Libano e Yemen. Quanto al programma nucleare, che era illegale ai sensi del Trattato di non proliferazione nucleare, firmato dall’Iran, era del tutto comprensibile: dato che Pakistan, India e presumibilmente Israele hanno arsenali nucleari, hanno detto i consiglieri di Obama, il desiderio dell’Iran di costruirsene uno era ragionevole.
Con questa prospettiva che informa i suoi negoziatori, la legittimazione da parte del JCPOA del programma nucleare iraniano ha un senso. Lo scopo dell’accordo non era impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare, bensì “bilanciare” Israele delegittimando qualsiasi azione israeliana per impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare.
Mentre Israele e gli altri alleati dell’America sarebbero stati gravemente danneggiati da questo nuovo equilibrio di potere, Obama ei suoi partner europei hanno valutato che sarebbero stati più sicuri. Erano convinti che una volta al sicuro nella sua posizione di egemone regionale, l’Iran li avrebbe lasciati in pace. [Indubbiamente: lasciamogli rimilitarizzare la Ruhr e lui ci lascerà in pace, lasciamogli prendere l’Austria e lui ci lascerà in pace, lasciamogli prendere mezza Cecoslovacchia e lui ci lascerà in pace, lasciamogli prendere l’altra mezza Cecoslovacchia e lui ci lascerà in pace… E mi raccomando: che non ci venga in mente di voler morire per Danzica]
L’accordo rifletteva questa visione. Una clausola non vincolante del JCPOA chiedeva all’Iran di limitare la portata dei suoi missili balistici a 2.000 chilometri (1.240 miglia), che teneva gli Stati Uniti e la maggior parte dell’Europa fuori portata.
Molti commentatori considerano l’amministrazione Biden nient’altro che il terzo mandato di Obama. E dal punto di vista delle sue politiche iraniane, questo è certamente il caso. La politica iraniana del presidente Joe Biden è stata concepita e viene attuata dalle stesse persone che hanno negoziato il JCPOA sotto Obama.
A parte lo stesso Obama, il funzionario più responsabile del JCPOA è stato Rob Malley, che ha guidato i negoziati con l’Iran. In un articolo dell’ottobre 2019 su Affari esteri, Malley ha illustrato come dovrebbe essere la politica iraniana della prossima amministrazione democratica [Nell’ottobre 2019, mesi prima della comparsa del covid che ha indebolito la posizione di Trump, era talmente sicuro che la prossima amministrazione sarebbe stata democratica da prepararci addirittura dei programmi? Senti senti…]. Ha affermato che la strategia di massima pressione di Trump stava portando la regione sull’orlo della guerra perché si basava sul potenziamento degli alleati degli Stati Uniti – in primo luogo Israele e Arabia Saudita – per combattere l’aggressione regionale dell’Iran e il suo programma nucleare. In altre parole, si basava sul ripristino e sul rafforzamento dell’equilibrio di potere regionale che Obama si era prefissato di minare a vantaggio dell’Iran e a scapito degli alleati regionali dell’America.
Malley ha scritto che l’unico modo per prevenire la guerra era tornare al JCPOA e alla politica di Obama di rafforzare l’Iran a spese degli alleati degli Stati Uniti – in particolare Israele e Arabia Saudita.
Il test di Zuljanah lunedì ha dimostrato che l’Iran non condivide il punto di vista di Malley sulla sua posizione. Non ha speso $ 250 milioni per un razzo/missile che può colpire l’Europa perché ha paura di Israele e dell’Arabia Saudita. Ha sviluppato la Zuljanah perché vuole la capacità di attaccare l’Europa. E vuole attaccare l’Europa perché non è un regime stabile, bensì rivoluzionario, che cerca il dominio globale, non la stabilità regionale.
Per quanto riguarda i tempi, lo Zuljanah è stato testato nel febbraio 2021 anziché nell’ottobre 2020 perché l’Iran è stato scoraggiato da Trump e dalla sua strategia di massima pressione ed è autorizzato da Biden e dalla sua strategia di massimo appeasement. La prospettiva di una guerra è diminuita sotto Trump. Ora aumenta con ogni dichiarazione fatta dal Segretario di Stato americano Anthony Blinken e dal consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan. Negli ultimi giorni, entrambi gli alti funzionari hanno avvertito che l’Iran si sta avvicinando pericolosamente a capacità nucleari militari indipendenti. Ed entrambi hanno chiarito che per affrontare il problema, l’amministrazione intende tornare al JCPOA.
Questa politica è irrazionale anche se valutata all’interno del circolo cognitivo chiuso del team Biden/Obama. Intendono fare una concessione irrevocabile all’Iran: miliardi di dollari di entrate che confluiranno nelle sue casse una volta rimosse le sanzioni. E in cambio chiedono all’Iran di fare un gesto revocabile. L’Iran ha ripristinato il suo arricchimento nucleare a Fordo e innalzato il suo livello di arricchimento al 20% a Natanz in un batter d’occhio. Se spegne gli interruttori per ottenere lo sgravio delle sanzioni, può riaccenderli subito dopo che il denaro avrà iniziato a fluire.
Ciò avverrà quasi sicuramente al più tardi a giugno. Il 18 giugno l’Iran terrà le elezioni presidenziali. Il presidente Hassan Rouhani e il ministro degli Esteri Javad Zarif lasceranno entrambi l’incarico. Tutti gli attuali candidati possibili provengono dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie e si può garantire che abbandoneranno il JCPOA. Quindi, nella migliore delle ipotesi, la durata in vita del JCPOA è di quattro mesi.
Biden, Blinken, Sullivan, Malley e i loro colleghi devono tutti essere consapevoli che questo è ciò che succederà. Il fatto che stiano andando avanti con la loro strategia fallita indica comunque che sono ideologicamente impegnati nel loro piano e si atterranno ad esso anche se porterà la regione alla guerra.
Questo ci porta in Israele. Durante gli anni di Trump, Israele e Stati Uniti sono stati pienamente coordinati nelle loro azioni sia congiunte che separate per minare il programma nucleare iraniano e le sue operazioni in Siria e Iraq. Come ha spiegato di recente un alto funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale di Trump: “Lavorando insieme, le agenzie di intelligence di entrambi i paesi sono state in grado di realizzare più di quanto avrebbero potuto da sole”.
Ovviamente quei giorni adesso sono finiti. E mentre la squadra di Biden fa sentire pienamente la sua presenza, le opzioni di Israele per impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare stanno diminuendo.
Quando il capo di stato maggiore dell’IDF, il tenente generale Aviv Kochavi, ha annunciato il mese scorso di aver ordinato ai relativi comandanti dell’IDF di preparare piani operativi per colpire le installazioni nucleari iraniane, la maggior parte dei commentatori ha ritenuto che il destinatario fosse il regime iraniano. Altri hanno ipotizzato un avvertimento all’amministrazione Biden. I primi ritengono che abbia cercato di far retrocedere l’Iran dal baratro nucleare. Gli altri sostengono che stava chiedendo all’amministrazione Biden di prendere sul serio le posizioni di Israele prima di procedere con l’abrogazione delle sanzioni.
Ma di fronte al fanatismo strategico della squadra di Biden e alla corsa dell’Iran al traguardo nucleare, è almeno altrettanto probabile che il destinatario di Kochavi non fossero né gli iraniani né gli americani. Potrebbe invece aver avvertito gli israeliani di essere preparati per ciò che sta arrivando. E potrebbe anche aver detto ai partner regionali di Israele che il momento per un’azione comune è adesso.
Caroline Glick, 02/05/2021, qui (traduttore automatico con correzioni e aggiustamenti miei)

Pubblicato originariamente in Israel Hayom.

Quindi, se vedete qualcuno avvicinarsi alla vostra casa con una tanica di benzina e un accendino, la cosa migliore che possiate fare per salvarvi è regalargli un carro di paglia. Parola di Obiden e Harrinton. In ogni caso prepariamoci tutti, perché quando inizia una guerra, nessuno può sentirsi al sicuro, soprattutto se chi la scatena usa tutti i propri capitali per finanziare il terrorismo internazionale.

barbara

ATTENZIONE ALLE BUFALE!

Sta di nuovo girando questa puttanata,
comizio 32
precedentemente usata in riferimento ai grillini e adesso rispolverata per le sardine. Beh, come spesso, per non dire sempre, accade quando si trovano riferimenti assolutamente perfetti, è una bufala. Il fatto che ci siano alcune somiglianze in alcuni stralci non significa assolutamente niente: tirando fuori pezzi di frasi da cose detta da me ci potete tranquillamente trovare mezze frasi simili a mezze frasi dette da Hitler, da madre Teresa, da Nilla Pizzi o dalla mia fruttivendola. E comunque il fatto fondamentale, ci siano o no somiglianze o affinità, marginali o di fondo, è che quelle frasi, in un comizio del 1932, Hitler non le ha pronunciate, e il fatto che vengano mandate in giro come se lo avesse fatto, non disonora i grillini o le sardine, bensì chi si presta a questo gioco stupido e sporco.

barbara

QUASI. FORSE. MA (COM’È UMANO LEI)

Paragonare i demagoghi di oggi a Hitler non è quasi mai una buona idea.

Quasi, certo, perché se guardiamo bene, qualcuno di paragonabile a Hitler dopotutto c’è. E chi potrà mai essere? Forse Assad, con tutte quelle centinaia di migliaia di morti? O Erdogan, che ha instaurato una vera e propria dittatura, imbavagliato la stampa, annientato l’opposizione, asservito l’esercito, e massacra senza posa  il popolo curdo? Mmmh… mi sa che siamo fuori strada.

[…] Donald Trump non sarà forse l’incarnazione di Hitler, ma

Ma, eccola la parola chiave: ma, a smentire prontamente il formalmente – ma solo formalmente – prudenziale “forse”. È lui il male assoluto, è lui una delle rare eccezioni alla sconvenienza di fare paragoni con Hitler, è lui il nemico da battere, anzi, da abbattere. E poi c’è questa cosa spettacolare:

Ciò che sino a pochi anni fa era inimmaginabile — un presidente Usa che insulta gli alleati e loda i dittatori

Ecco, questo lo dice all’inizio dell’articolo, prima di cominciare a fare nomi, e noi che un presidente USA che insulta e ostacola e danneggia in tutti i modi gli amici e non solo loda i dittatori, ma bacia loro devotamente il sedere e offre loro ogni sorta di vantaggi, lo abbiamo purtroppo dovuto vedere per otto lunghi anni, credevamo di avere capito di chi stesse parlando. E invece no, sta parlando di Trump. E a questo punto ci risulta anche ben chiaro chi siano per il signor Ian Buruma, autore di questo pregiato articolo, i dittatori e chi gli amici che dovrebbe onorare.

Di commenti a questo sordido articolo – che per dire che Trump è praticamente la fotocopia di Hitler ci spara addosso ben 919 parole – non ne faccio, perché sono di stomaco delicato e infilare le mani nella merda mi fa vomitare. Faccio invece seguire, e credo che sia il commento migliore, una testimonianza di un ex deportato.

Ex deportato ebreo: “Chi paragona noi ai clandestini è nauseante”

David Tuck è un deportato ebreo polacco che vive negli Usa. Gli è stato chiesto, alla luce dell’emergenza immigrazione e dei paragoni che in America e nel mondo vengono fatti tra deportati ebrei e clandestini attuali, cosa ne pensasse.
Gli è stato chiesto se, davvero, abbia senso il paragone tra i ‘centri migranti’ e i “campi di concentramento”.
“Paragone nauseante. Non potete fare dei paragoni; ogni volta che sento questo paragone è nauseabondo… Ascoltatemi, io ci sono passato. Per favore. Questi non sono campi di concentramento; loro sono liberi. Ho fatto una ricerca su questi posti e mi sono detto… Tutti i materassi, il cibo, qualsiasi cosa… A quel tempo (quando è stato imprigionato dai nazisti) avrei potuto pensare che questi fossero dei country club”.

(VoxNews, 4 luglio 2018)

Sia ben chiaro, non sono così cattiva da augurare al signor Ian Buruma – e a tutti i suoi devoti estimatori – di conoscere una vera dittatura, una vera incarnazione di Hitler, una vera deportazione. Ma se lo fossi, ci puoi giurare che glielo augurerei.

barbara

E PER RESTARE PIÙ O MENO IN TEMA

Ecco il Grande Divulgatore che si è arricchito con le sue straordinarie rivelazioni scientifiche.

E qui in un’altra indimenticabile performance.

Che poi quello che mi sconvolge non è neanche lui; ognuno, dopotutto, sceglie la forma di prostituzione che più gli si confà: c’è chi sceglie di esercitarla affittando parti del proprio corpo – che secondo me è, fra tutte le possibili forme di prostituzione, la più onesta, la più pulita, soprattutto la più innocua – e chi vendendo bufale stratosferiche, balle mastodontiche, colossali prese per il culo. No, quello che mi sconvolge è tutta quella massa che si accoppa dalle risate, che applaude entusiasta. La stessa accorsa più tardi in piazza in folle oceaniche a gridare vaffanculo, che secondo me l’ispirazione l’ha presa dalle litanie lauretane, avete presente? Sancta Maria – ora pro nobis, Sancta Dei Genetrix, – ora pro nobis, Sancta Virgo virginum – ora pro nobis… Ecco, così: le banche – vaffanculo, i pregiudicati al governo – vaffanculo, i finanziamenti ai partiti – vaffanculo, i poteri forti – vaffanculo, le multinazionali – vaffanculo. Che se vi andate a rivedere qualche vecchio filmato sono praticamente identici alle folle oceaniche di piazza Venezia DU-CE-DU-CE, a quelle del Lustgarten a Berlino, SIEG HEIL, pronte a seguire il padrone che grida più forte. A partire da quello che dice che i vaccini sono un’emanazione di satana.

barbara

E RITORNO SULLA DIETA VEGANA

Abbastanza in tema con gli ultimi post (uno, due, tre, quattro, cinque, sei) perché molti vegani sono antivaccinisti e molti antivaccinisti sono vegani – sì, lo so, ci sono eccezioni, e ne conosco anche personalmente alcune, ma sono appunto eccezioni e non la regola, e neanche la confermano (giuro, ogni volta che di fronte alla parola “eccezione” sento partire tipo cane di Pavlov il fatidico “che conferma la regola” – il novantanove virgola nove periodico percento delle volte a sproposito – mi corre la mano alla pistola. Che vorrebbe dire che c’è una regola che obbliga ogni donna a sbavare di fronte a Roberto Bolle e io che gli trovo il sex appeal di una fetta di polenta la confermerei, ma vi rendete conto?! Ma torniamo alle cose serie). Due follie, dicevo, non di rado condivise dalle stesse persone, ed entrambe estremamente pericolose. Come conferma, per quanto riguarda il veganesimo, questo articolo.

Con la dieta vegana rischio danni neurologici al feto

Allarme esperti Bambino Gesù e Meyer, triplicati casi in due anni

Redazione ANSA ROMA

02 marzo 2018

Triplicati in due anni i casi di deficit di vitamina B12 in gravidanza con il rischio di danni neurologici permanenti per il neonato: dieta vegana e vegetariana tra le cause. L’allarme arriva dagli esperti dell’ ospedale Bambino Gesù di Roma e dell’ospedale Meyer di Firenze che hanno individuato, attraverso lo screening neonatale esteso, negli errati regimi alimentari della madri uno dei motivi del deficit dell’importante vitamina. Si è passati, spiegano gli esperti, dai 42 casi del 2015 ai 126 del 2016.
I numeri in assoluto sono bassi, spiegano gli specialisti, perché siamo di fronte a una malattia rara, ma “è la crescita a destare allarme”. I dati dei rapporti tecnici Simmesn (Società Italiana per lo studio delle Malattie Metaboliche Ereditarie e lo Screening Neonatale) sono inquietanti. “La vitamina B12, o cobalamina, è contenuta negli alimenti di origine animale, ha un importante ruolo nello sviluppo del sistema nervoso centrale e il suo fabbisogno aumenta in gravidanza. Se la madre non ne assume abbastanza, o peggio non ne assume affatto, può creare al neonato danni neurologici già in utero, che proseguono e peggiorano nei mesi successivi, con l’allattamento”, spiega Carlo Dionisi Vici, responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Patologia Metabolica dell’ospedale Bambino Gesù di Roma.
“Il deficit materno di vitamina B12 oggi colpisce circa 1 neonato su 4.000, conta quindi più di 100 casi l’anno in Italia, che non sono affatto pochi – aggiunge – questa condizione si riscontra nei figli degli immigrati provenienti da Paesi come il Pakistan, il Bangladesh o l’India, che per tradizione hanno una dieta prevalentemente vegetariana. Quello che sempre più frequentemente stiamo osservando è la scelta di molte donne italiane di seguire la dieta vegana anche in gravidanza, senza mettere in conto i pericoli che fanno correre ai loro bambini”.
Sull’argomento interviene anche Giancarlo la Marca, presidente Simmesn e direttore del Laboratorio Screening Neonatale Allargato dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Meyer di Firenze: “I mezzi di comunicazione e quelli istituzionali dovrebbero segnalare subito e con forza la pericolosità di una dieta vegetariana o vegana in gravidanza. Le madri carenti di questa vitamina nella loro alimentazione, devono assumere degli integratori durante la gravidanza e l’allattamento, perché i loro figli sono gravemente a rischio di malattia”. Il direttore dell’Osservatorio Malattie Rare, Ilaria Ciancaleoni Bartoli commenta che “trattandosi di una malattia molto grave, ma in molti casi anche facilmente evitabile, fare corretta informazione diventa un dovere etico che spetta a medici, media e istituzioni: una campagna di informazione seria e condivisa potrebbe salvare molte vite”. (qui)
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Poi, restando in tema, viene fuori la militante vegana che esulta per l’uccisione del macellaio nel supermercato di Trèbes ad opera del terrorista islamico Radouane Lakdim: “Vi chocca che un assassino si faccia uccidere da un terrorista? Io ho zero compassione per lui. Alla fine esiste pure una giustizia”.

E ricordate sempre: Gesù era onnivoro, Hitler e Beria vegetariani.

barbara

ECCO, LORO SÌ CHE ERANO BUONI

Quelle leggi animaliste dei nazisti che facevano esperimenti sui bambini

Andrea Cionci

Nel furioso dibattito tra animalisti e «carnivori» volano accuse reciproche che si riferiscono al nazionalsocialismo. «Nazi-vegani», come sono stati chiamati i più radicali, che accusano i loro oppositori di trattare gli animali come gli internati di Auschwitz. Presso la Biblioteca del ministero delle Politiche Agricole, a Roma, esiste una documentazione storica di straordinario interesse che getta luce sull’intreccio fra diritti degli animali e Terzo Reich. Si tratta della raccolta completa di Reichsgesetzblatt, ovvero le gazzette ufficiali del Terzo Reich, dal ’33 al ’45.
La Biblioteca ha consentito a La Stampa, per la prima volta, di poterne riprodurre alcuni esemplari. Tra le più importanti leggi, stampate nel carattere gotico dell’epoca, vi sono quelle che marcano le tappe più significative della storia della Germania nazista. Il decreto di insediamento di Hitler come Cancelliere, le leggi razziali, il referendum per l’Anschluss.
Nella raccolta spunta anche l’originale della «Tierschutzgesetz», legge del 24 novembre 1933 sui diritti degli animali, varata dal Führer appena nove mesi dopo il suo insediamento. Il testo affronta tematiche ancor oggi sul tappeto. Nel paragrafo 1, si legge: «È proibito tormentare o maltrattare rudemente un animale senza necessità». Alla sezione II: «È proibito: trascurare un animale di cui si è proprietari, trattarlo o dargli una sistemazione che gli provochi sensibile dolore o danno; utilizzare un animale per mostre, film, spettacoli, o altri pubblici eventi, in tutti i casi in cui si provochino all’animale dolore o danno alla salute; abbandonare un animale domestico per liberarsi di lui (per tale reato erano previsti due anni di carcere, ndr); tagliare le orecchie o la coda di un cane più vecchio di due settimane; uccidere un animale in un allevamento di pellicce senza anestesia».
Con un chiaro riferimento alla pratica francese del gavage, ovvero l’ingozzamento delle oche al fine di ricavarne il pregiato foie gras, si legge anche: «È proibito alimentare forzatamente il pollame».
Nella sezione III si proibisce la vivisezione. Paragrafo 5: «È proibito operare o trattare animali vivi a scopo sperimentale in modo che possa essere loro provocato sensibile dolore», a meno di deroghe speciali concesse dal ministero dell’Interno. Un divieto da brividi, se si pensa alle cavie umane – anche bambini – usate senza scrupolo per gli esperimenti scientifici nei lager. Il testo della legge, con poche modifiche, è rimasto anche nella Germania di oggi. A questa fece seguito, il 3 luglio 1934, la «Reichsjagdgesetz» legge sulla caccia che introdusse la licenza obbligatoria (previo esame), l’abolizione della caccia alla volpe e severe restrizioni annuali per l’esercizio venatorio. Un anno dopo, fu varata la «Reichsnaturschutzgesetz», legge sulla protezione della natura, dell’1 luglio 1935, che imponeva vincoli a tutela del paesaggio.
Ovunque, fu imposto il divieto sulla macellazione rituale propria del rito sacrificale ebraico-islamico. Il riferimento ideologico era anche volto a prendere le distanze dalla cultura giudaica e da una visione antropocentrica, che, secondo i nazisti, si era trasferita nella religione cristiana.
È noto che Hiter era vegetariano, e questo fu pubblicizzato ampiamente dalla propaganda del Reich, che voleva offrirne un’immagine di uomo puro e al di sopra di ogni tentazione. Tuttavia, pare che tale scelta fosse dettata da motivi di salute e non filosofici. Occorre anche ricordare che, sotto il Terzo Reich, furono chiuse le associazioni vegetariane, prima fra tutte la Vegerarier Bund, nata nel 1892. Se Himmler era un anti-caccia integralista, Hermann Goering era un amante degli animali, ma allo stesso tempo anche un appassionato cacciatore. (qui)

Quanto i nazisti amassero e rispettassero gli animali a quattro zampe, è cosa nota (link contenuto nell’articolo che segue il mio post). Sicuramente loro non avrebbero avuto troppi dubbi né esitazioni, dovendo scegliere fra un gorilla e un bambino. Soprattutto se si fosse trattato di un bambino ebreo, o zingaro, o handicappato, o appartenente a qualche altra categoria di lebensunwertes Leben: vite indegne di essere vissute a unico e insindacabile giudizio delle razze superiori. Quanto all’uccisione del gorilla, che tanti alti lai ha sollevato, invito a leggere qui e qui (grave errore dei genitori? Vero. Ma c’è qualcuno che possa dire, in piena coscienza, di non avere mai perso per due secondi il controllo dei propri figli?) Se poi, come spesso si è sentito dire in questi giorni, la questione che si vuole sollevare è quella della crudeltà degli zoo, si parli direttamente di questo senza prendere a pretesto fatti che con questo non hanno niente a che vedere. Senza dimenticare che – se sbaglio mi si corregga – oggi non è più consentita la cattura di animali liberi per metterli negli zoo: lì si trovano unicamente animali nati in cattività (come il gorilla in questione, che quindi non è stato catturato e imprigionato, e che se fosse stato liberato non sarebbe stato minimamente in grado di sopravvivere tra animali nati liberi), o animali a rischio di estinzione, che vengono presi per farli riprodurre.

barbara