ECCO DOVE CI VOGLIONO PORTARE

Clima, ci vogliono imporre il maoismo energetico

Nelle giornate di conferenza sul clima svoltesi la settimana scorsa a Milano è apparsa chiara la volontà di imporre una rivoluzione economica ed energetica dall’alto, con il pretesto dell’emergenza climatica. E spuntano idee che rimandano al “Grande balzo in avanti” che Mao impose alla Cina nel 1958 e che creò una vera catastrofe economica e umanitaria.

Un passaggio non deve sfuggire di questi giorni di “Circo del Clima” che si è esibito a Milano come antipasto della Cop26 (Conferenza Internazionale sul Clima) di novembre a Glasgow. E la chiave ce la fornisce ancora una volta il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi. Nel suo discorso davanti ai giovani di Youth4Climate il 1° ottobre ha detto che sul clima l’Italia è «pronta a scelte audaci» perché «dobbiamo agire adesso». Ma cosa vuol dire «scelte audaci»? Rimanendo in discorsi astratti, l’affermazione suona bene, dà l’idea di una svolta che finalmente farà fare cose buone che uniscono il benessere delle persone al bene dell’ambiente; sa di investimenti fatti a fin di bene e non per arricchire pochi speculatori, e così via.

Ma se entriamo nel concreto, Draghi suggerisce ben altro. Teniamo presente che tutti i discorsi sentiti in questi giorni a Milano (almeno quelli seri, non i bla bla di Greta e Vanessa) parlano di una transizione ecologica ed energetica che è in realtà, almeno nelle intenzioni, una vera e propria rivoluzione che intende rifondare da zero l’intero sistema economico. La novità sta nel fatto che dopo anni ed anni in cui si è venduta l’idea “green” con la promessa di tanti, nuovi posti di lavoro che avrebbero realizzato un mondo idilliaco fatto di aria profumata e tanti soldi per tutti, il nostro presidente del Consiglio ha fatto capire come stanno effettivamente le cose.

E cioè: «La transizione è una necessità: o la affrontiamo ora o pagheremo un prezzo ancora più alto in futuro». Tradotto: la transizione ecologica sarà un bagno di sangue (economicamente parlando), ma serve per evitare che tra 30-50 anni siamo tutti spazzati via dalle catastrofi naturali. Dunque, dichiarare lo stato di emergenza climatica serve per spingere le persone ad accettare grossi sacrifici ora, reali (il clamoroso aumento delle bollette di luce e gas è solo l’antipasto), per evitare ipotetici e non meglio identificabili sacrifici futuri. Del resto, si sa, se c’è una emergenza tutto diventa lecito da parte dei governi.

Eppure, malgrado la propaganda ecocatastrofista, nessuno può dire oggi cosa accadrà al clima tra 20-30-100 anni e che conseguenze avrà sulla vita delle persone; e le previsioni degli scorsi decenni, che alla prova dei fatti si sono rivelate sballate, inducono almeno alla cautela nel prendere per oro colato gli scenari drammatici che ci vengono prefigurati.

Di sicuro vediamo che c’è oggi una volontà di ridisegnare l’economia dall’alto; far vivere l’opinione pubblica nella paura e nell’emergenza rafforza il potere dello Stato sul cittadino e anche sulla libertà d’impresa. Al riguardo si faccia memoria del discorso con cui Draghi ha presentato il governo alle Camere: con la pandemia – era il concetto espresso – tante attività economiche vengono azzerate o messe in difficoltà, noi aiuteremo a farle ripartire; ma non tutte, solo quelle che sono utili. Chiaro no? È il trionfo del modello cinese, l’economia socialista di mercato. La presunta emergenza climatica serve solo a imprimere la svolta definitiva, e ora si può cominciare a dire che i costi della transizione saranno molto alti, perché la gente nell’emergenza Covid ha già dato prova di essere pronta a sopportare e supportare le «scelte audaci» che il governo ci imporrà.

Se poi andiamo nel dettaglio, vediamo delle proposte concrete decisamente inquietanti, una in particolare vorremmo segnalare: le “comunità energetiche”. Tutti sappiamo che al cuore del programma contro i cambiamenti climatici sta la rinuncia ai combustibili fossili entro 10, 30 o 40 anni secondo i diversi programmi. Il problema è che tale proposito – dati alla mano – appare semplicemente irrealizzabile, essenzialmente perché solare ed eolico, checché se ne dica, sono destinate a rimanere fonti energetiche marginali. Ma invece che prendere atto della realtà, i nostri grandi strateghi sono alla ricerca di soluzioni per realizzare l’obiettivo.

Ed ecco dunque l’idea: trasformare tutti i cittadini da consumatori a produttori di energia. Lo ha ben spiegato nei giorni scorsi dalle colonne di Avvenire Leonardo Becchetti, che è uno degli economisti italiani più in vista, molto ben inserito sia negli organismi internazionali sia nella Chiesa (è anche nel Comitato promotore delle Settimane sociali dei cattolici italiani). È stato coniato anche un nuovo termine per definire il cittadino modello: prosumer, ovvero l’unione tra le due parole producer e consumer (produttore e consumatore, in pratica una crasi energetica). Così condomini e quartieri possono avere la loro mini-centrale elettrica, piazzando pannelli solari sui tetti o turbine eoliche negli spazi verdi e immagazzinando questa energia (che non è continua e stabile) in appositi accumulatori. In questo modo i condomini possono consumare l’energia che producono e possibilmente vendere il di più prodotto immettendolo nella rete nazionale. 

Non entriamo in questa sede nel dettaglio tecnico di questo progetto, ma siamo sicuri che i lettori più attenti avranno a questo punto la sensazione di aver già sentito qualcosa del genere tanti anni fa. Esatto: era il 1958 e Mao Zedong lanciava il piano quinquennale che avrebbe dovuto garantire alla Cina comunista “Il grande balzo in avanti”. Il piano si prefiggeva un rapido sviluppo agricolo e industriale basato su collettivizzazione agraria e produzione dell’acciaio. E come sfidare l’Occidente sul terreno dell’acciaio, visto che Mao prevedeva che in 15 anni la Cina avrebbe prodotto tanto acciaio quanto l’Inghilterra? Con gli “altiforni da cortile”. Cioè, ogni piccolo villaggio o agglomerato doveva dotarsi di piccole fornaci in cui fondere tutto il metallo possibile per produrre l’acciaio necessario.
Decine di milioni di agricoltori e operai furono obbligati a dedicarsi a questa impresa (visto che le fornaci, così come le centrali elettriche, non funzionano da sole). Chiunque può andare a leggersi come andò a finire: nel giro di tre anni si consumò un vero disastro economico, e “Il grande balzo in avanti” provocò una carestia che provocò dai 15 ai 40 milioni di morti [su una popolazione, all’epoca, di circa 600 milioni, ndb].

Qualsiasi persona di buon senso poteva capire che il piano di Mao – sostenuto dagli esperti del tempo – era una vera e propria follia, ma l’ideologia acceca e rende possibile qualsiasi disastro. Anche l’ecologismo è una ideologia, e sta accecando le élites occidentali. A fare veramente paura non dovrebbero essere i cambiamenti climatici, ma questi esperti che ripropongono oggi, come fossero una novità geniale, gli stessi concetti che già tante catastrofi hanno provocato nella Cina di Mao.

Riccardo Cascioli, qui.

Come già detto in altre occasioni, l’ecologismo è una religione fondamentalista con vocazione terroristica, da parte degli adepti, e un colossale affare da miliardi di miliardi per i gran sacerdoti. E la convinzione che l’uomo possa determinare il clima ha un nome ben preciso: delirio di onnipotenza, patologia grave ed estremamente pericolosa, per sé e per gli altri. E adesso state a sentire questa chicca.

Emanuel Segre Amar

E adesso gli ebrei controllano anche il clima: lo sapevate? Questo tipo che afferma questa assoluta verità spera di diventare il sindaco della capitale degli USA, Washington.

Un membro del consiglio di Washington, D.C., che ha suscitato clamore quando ha insinuato che i finanzieri ebrei controllano il clima, è in corsa per diventare il prossimo sindaco della capitale degli Stati Uniti.
Trayon White Sr., un democratico, ha confermato che sperava di spodestare l’attuale sindaco Muriel Bowser, che deve ancora confermare se si candiderà per un terzo mandato.
“Ha un enorme sostegno che gli sta arrivando perché è intenzionato a parlare e a difendere coloro che hanno più bisogno della leadership” ha detto mercoledì uno dei consiglieri di White.
White ha fatto notizia a marzo 2018 quando si è filmato mentre guidava nella neve nel centro di Washington, D.C. e ha affermato che i “Rothschilds controllano il clima per creare disastri naturali per i quali possono pagare per possedere le città.”
Il commento si riferisce alla famiglia ebrea Rothschild, che è stata oggetto di numerose teorie della cospirazione antisemite.

D’altra parte, cosa aspettarsi da un fervente sostenitore di Louis Farrakhan?
(segue alla prossima puntata)

barbara

IL PIANOFORTE SEGRETO

Nata nell’anno del trionfo della rivoluzione comunista, Zhu Xiao-Mei rivela un precoce talento per la musica, in particolare per il pianoforte; viene perciò iscritta prima a una scuola musicale e poi al Conservatorio. Sulla sua strada si abbattono però due sciagure, una più spaventosa dell’altra: prima il “grande balzo in avanti” che produce miseria generalizzata e decine di milioni di morti, e poi la rivoluzione culturale, ossia quella cosa che stabilisce che letteratura, musica, arti figurative, storia, cinema, teatro e tanto altro ancora sono cose inutili e malsane e quindi via, distruggere tutto, bruciare tutto, svuotare le scuole, cancellare le lezioni, dare la caccia ai nemici della rivoluzione che si nascondono dappertutto – e dei cadaveri di questi nemici, a mucchi, si riempiono le inutilizzate aule del conservatorio, oltre ai suicidi di chi, dopo una vita integerrima, non regge alla vergogna di essere additato al pubblico ludibrio con le accuse più infamanti. E infine l’invio ai campi, anni di lavoro durissimo, di privazione di tutto, di fame, di indescrivibile sporcizia, di malattia e di morte. E nel frattempo il lavaggio del cervello dà i suoi frutti anche in Zhu Xiao-Mei, come in tutti gli altri: vergogna per la propria famiglia di origine borghese, peccato originale dal quale purgarsi diventando la più entusiasta dei rivoluzionari, la più implacabile accusatrice dei “nemici della rivoluzione”, con un piccolo rimorso per avere rifiutato alla vecchia nonna una visita, o anche solo una lettera, ma anche con la coscienza di avere fatto la cosa giusta; e se il partito dice che il padre è una spia, come si potrebbe dubitarne? La strada per i dubbi, per la presa di coscienza, per il recupero della propria lucidità mentale, per la conquista infine della libertà anche fisica e il ritorno alla musica sarà molto lunga, e dolorosissima, ma alla fine vittoriosa. Riporto alcune cose. Innanzitutto un breve ma illuminante capitolo.

  1. Campo 4619

Che contrasto tra le strade deserte di Pechino, svuotate dei loro abitanti, e la stazione brulicante di gente, ricoperta di banderuole in onore della Rivoluzione!
Mi apro un varco nella folla compatta cercando di orientarmi e, alla fine, intravedo il binario indicato come nostro luogo di ritrovo. I miei futuri compagni arrivano uno dopo l’altro. Ci sono allievi di tutte le scuole artistiche di Pechino: Conservatorio, Istituto d’Arte, Scuola di Cinema, Scuola di Danza, Scuola dell’Opera di Pechino. Un soldato indica ogni nuovo arrivato e ci affida a una sezione. Sono stati prenotati due vagoni speciali su un treno passeggeri diretto a Zhangjiako.
In attesa di partire, mi guardo intorno. Le famiglie si salutano, le coppie si scambiano le ultime parole tenere, i nonni sussurrano addii ai nipoti. Le persone si guardano, alcuni pensando che non si rivedranno mai più.

In lontananza, vedo giovani mamme affidare i loro neonati alle famiglie. A quella vista, ho un conato di vomito e sento vacillare il coraggio. Poi mi riprendo. È ridicolo. Una vera rivoluzionaria ignora ogni tipo di sentimentalismo.
In tutto siamo circa un centinaio. I soldati ci fanno salire sui vagoni. Una prima scossa e il treno oscilla. La stazione di Pechino si allontana, lentamente, tranquillamente. Poco dopo la partenza, il nostro Jigifenzi, l’attivista affidato alla nostra sezione, ci invita a intonare dei canti rivoluzionari in onore del presidente Mao e a leggere a voce alta alcuni estratti del Libretto rosso. A metà viaggio, il cielo si scurisce. Guardo fuori dal finestrino. Le nuvole sono talmente imponenti che si ha l’impressione che faccia già buio. Non si distingue più niente del paesaggio, tranne qualche luce, di tanto in tanto.
Arriviamo a Zhangjiako a fine giornata. I soldati ci fanno scendere dal treno e, dopo averci riunito nella piazza della stazione, ci stipano in due camion militari, una cinquantina di studenti per veicolo. Direzione: il campo 4619, a Yaozhanpu.
Attraversiamo la città di Zhangjiako. Ci troviamo a soli cinquecento chilometri da Pechino, eppure abbiamo l’impressione di essere in capo al mondo. Le strade sterrate sono deserte; solo il rumore dei motori squarcia il silenzio. Guardo gli edifici, tutti moderni, tutti brutti. Zhangjiako è di passaggio in un’eventuale invasione sovietica. Probabilmente è per questo che la città ha l’aspetto di un paesone. Impossibile immaginare che abbia conosciuto un’epoca d’oro nel xvii secolo sotto la dinastia Manciù dei Qing; allora era il centro del traffico del tè e dell’oppio tra Cina e Russia. Oggi si respira solo povertà e tristezza.
All’uscita della città, imbocchiamo una brutta strada. Due ore dopo, arriviamo infine a destinazione, col viso ricoperto da una maschera di polvere. Somigliamo talmente poco a degli esseri umani che fatichiamo a riconoscerci. Una prefigurazione degli anni a venire.

Il campo di Yaozhanpu, situato in collina, è costituito da tre edifici bassi di mattoni rossi, tipici fabbricati dell’esercito, che circondano un’enorme piazza.
«Adunata!»
Restiamo in piedi, al buio e al freddo.
«Studenti, verrete divisi in sezioni. Poi andrete nelle vostre stanze».
Penetro insieme ai miei compagni nella stanza che ci è stata assegnata. È una camera di una ventina di metri quadrati, con una decina di pagliericci poggiati a terra, talmente stretti che mi domando come riusciremo a dormirci. Poso le mie cose sul mio; è ricoperto di scarafaggi. In quel momento entra un soldato.
«Studenti, in refettorio!»
All’ingresso del locale, ci viene data una gamella lurida che sembra essere stata usata più come vaso da notte che per consumare pasti. Ho lo stomaco talmente chiuso che non riesco a buttare giù nulla.
La prima notte fatico a prendere sonno. Penso agli scarafaggi. Finiranno per entrarmi nelle orecchie e perforarmi i timpani, ne sono sicura. Accanto a me c’è Ouyan, anche lei pianista. Ogni volta che si muove, mi sveglio. Alla fine, ci piazziamo una dalla parte della testa e una dalla parte dei piedi per riuscire a dormire meglio.
Il giorno dopo alle sei di mattina, un soldato arriva a svegliarci e veniamo subito radunati nella piazza d’armi. Un uomo sulla cinquantina, dagli occhi molto dolci, avanza verso di noi. È Tian, il capo-campo. Ci osserva a lungo, poi si rivolge a noi con voce grave.
«In mezzo a voi ci sono tigri e dragoni» espressione cinese per indicare eminenti personalità, «ma le vostre menti rimangono borghesi; per questo dovete essere rieducati».
Terminato il discorso di Tian, prendono la parola altri soldati, ci spiegano il programma delle attività e ci illustrano il regolamento del campo. Niente è lasciato al caso: abiti rigorosamente neri, grigi o blu, capelli corti, lo stesso cappello per tutti, niente gonne per le ragazze.
In pochissimi giorni, la mia speranza di trasformarmi in una vera rivoluzionaria sfuma. La vita al campo non è fatta per educarci; è fatta per abbrutirci. Tutti i giorni ormai si somigliano, scanditi dagli stessi lavori forzati. E questo, ancora non lo so, durerà cinque anni.
Ogni mattina, sveglia alle sei.

«In piedi!» urla il soldato affidato alla nostra camerata accendendo la luce.
La giornata inizia con una corsa a passo cadenzato. Poi per un’ora studiamo il Libretto rosso. Sempre gli stessi passaggi. Lavoriamo principalmente su due trattati fondamentali: Sulla pratica e Sulla contraddizione; e tre articoli: «Servire il popolo», «Omaggio al povero Chang Szu-teh», un soldato morto per il popolo, e «Come Yu Kong rimosse le montagne», storia di un vecchio che aveva deciso di rimuovere a colpi di piccone tre grandi montagne che bloccavano l’accesso alla sua abitazione. Il suo vicino di casa si prendeva gioco di lui, ma non il Cielo, che alla fine gli inviò due geni per portare via gli ostacoli sulle loro spalle. Le tre montagne di Mao sono l’imperialismo, il capitalismo e il feudalesimo.
Terminato lo studio del Libretto rosso, verso le otto di mattina ci rechiamo nei campi. La nostra missione: coltivare riso in uno dei luoghi della Cina che vi si presta meno. Terreni aridi e sterili, battuti da venti glaciali, imbrigliati in paesaggi gialli e neri, opprimenti. Prima cosa da fare: scavare canali di irrigazione con vanghe per lo più rotte. In seguito andiamo a prendere della merda nelle latrine da campo per spanderla nei canali.
Dopo qualche minuto dentro l’acqua ghiacciata, non sento più i piedi. Ho spesso la febbre che mi fa sudare. Ben presto smetto di avere il ciclo e ho male allo stomaco, ma nel campo non ci sono né medicinali né infermerie: saranno alcuni compagni, con qualche rudimento di agopuntura, ad alleviare un po’ il mio dolore. In estate siamo ricoperti di punture di zanzara e le sanguisughe ci si incollano alle gambe. Per quanto rifletta, il coraggio mi abbandona.
Per stimolarci, il nostro Jigifenzi, con l’aiuto dei soldati, ci mette in competizione l’uno con l’altro. In quanto tempo riusciremo a scavare questo canale? Chi sarà il più veloce a procurarsi dell’acqua? Chi porterà la maggior quantità di merda dalle latrine? Lui stesso dà il buon esempio lavorando più veloce di tutti noi. Faccio del mio meglio, angosciata all’idea delle critiche che mi aspettano, la sera, in sede di pubblica denuncia. Ma vista la mia corporatura minuta, non ho nessuna possibilità di vincere.
A mezzogiorno, pranziamo sul posto, nel campo. Uno di noi viene incaricato di andare a cercare dell’acqua calda e del cibo, spesso e volentieri patate che ogni giorno tagliamo in modo diverso, a dadini, a bastoncini, a fette, o che mescoliamo a qualche cavolo e carota, giusto per variare un po’. Talvolta, abbiamo diritto a della carne di maiale.
Più ancora delle mattine, i pomeriggi sono interminabili, e guardo l’orologio ogni cinque minuti. Lavoriamo fino al tramonto. Poi rientriamo alla base. Dopo una giornata passata a sudare, con i piedi immersi nell’acqua, siamo di una sporcizia ripugnante, ma dobbiamo andare dritti alla seduta di autocritica e di denuncia senza aver avuto il tempo di lavarci – non è un dettaglio da poco, ma gioca un ruolo fondamentale nella «rieducazione»: impedire di lavarci è un modo fra tanti di minare il nostro senso di dignità.
Riuniti in piccoli gruppi di dieci, passiamo sotto l’autorità di un soldato addestrato nell’arte di metterci gli uni contro gli altri. Gli esercizi di autocritica li pratico da tempo, ma queste sedute a porte chiuse, in capo al mondo, hanno un sapore particolare. In effetti capiamo quasi subito che la posta in gioco è cruciale, sebbene tacita: coloro che si comportano meglio, se ne andranno via prima. Diamo il via alla lotta. Sentiamo che questo è il prezzo della libertà.
Quando la tua esistenza è ridotta a delle mansioni snervanti, quando nessuno spirito superiore, sia esso culturale o religioso, ti aiuta a canalizzare gli istinti, l’unico modo di difendersi è aggredire.
«Zhang non ha lavorato abbastanza» grida un compagno. «È rimasto venti minuti in bagno». E Zhang risponde attaccando a sua volta: «Ho sentito Li lamentarsi del lavoro al campo, due volte!» Usciamo sfiniti da quelle sedute. Impossibile fare conversazione. Non osiamo neanche guardarci negli occhi. Eppure, dobbiamo continuare a convivere.
Torniamo in camera per cenare, seduti sui nostri pagliericci davanti alle patate, al cavolo e alla misera porzione di riso giallo. Solo una volta finito il pasto, possiamo finalmente lavarci. Chinati sopra un buco scavato in un angolo della stanza, a turno, ci spruzziamo addosso un po’ di acqua. Davanti agli altri. Qui non c’è posto per nessun tipo di intimità. L’idea stessa rivela sentimenti borghesi.
Dopo esserci lavati, osiamo finalmente guardarci, scambiare qualche parola. Ma l’unico posto dove possiamo parlare liberamente tra noi è una stanzina attigua dove andiamo a prendere l’acqua calda. Lì officia un personaggio eccezionale, Guo Baochang. Un giorno diventerà uno dei più grandi cineasti cinesi. Più grande di tutti noi, fin dal suo arrivo è stato considerato un accanito oppositore della Rivoluzione, per questo è stato incaricato di scaldare l’acqua per il campo. Ogni giorno, deve trasportare grandi quantità di acqua e carbone, passare dal freddo glaciale dell’esterno al calore umido della stufa. Il che non intacca il suo buonumore.
Così, qualche giorno fa, si è innamorato di una di noi, una cantante molto carina del Conservatorio. Per dichiararle il suo amore secondo la tradizione cinese, incarica un messaggero di consegnarle una lettera d’amore. La sua scelta, secondo lui, è appropriata: un giovane allievo dell’Opera di Pechino, che ha studiato talmente poco che fatica a scrivere le sue stesse autocritiche. Guo Baochang si crede al sicuro da qualsiasi indiscrezione.
Sfortunatamente il giovane artista non soltanto è ignorante, ma è anche curioso. Apre la lettera e scopre un testo talmente difficile che un dizionario non basta a decifrarlo. Allora consulta i suoi compagni… ed ecco che tutto il campo ne è a conoscenza prima ancora che la bella riceva la sua lettera.

La giornata è finita, ma le nostre pene non sono ancora terminate. Spesso le esercitazioni di allarme ci svegliano in piena notte per prepararci a un’invasione dei Sovietici. Sentiamo l’urlo della sirena e poi l’ordine di adunata:
«Allerta! Allerta!»
Allora dobbiamo urgentemente abbandonare il campo portandoci via le nostre cose. La prima prova è raccogliere le nostre cose nel buio totale della stanza, tanto che finisco per dormire completamente vestita, per maggiore sicurezza. In seguito dobbiamo correre in montagna per diverse ore di fila, in piena notte. Poi all’alba torniamo al campo senza aver potuto dormire.
Quando non è un allarme a svegliarci, è una voce che risuona in piena notte. Misteriosa, proveniente da non si sa dove, canta la gloria della Rivoluzione. La nostra Jigifenzi parla nel sonno. All’inizio eravamo sconvolti: una tale fedeltà, una tale lealtà, espresse anche nel sonno, non è ammirabile? A poco a poco, tuttavia, si insinua il dubbio. Non è un po’ troppo tutte le notti? E non è forse per verificare che abbiamo sentito bene la sua professione di fede che si preoccupa la mattina di averci disturbato? Allora mettiamo a punto una messinscena: ogni volta che ci porge le sue scuse, la rassicuriamo:
«Ma no, non ci hai affatto disturbato, non abbiamo sentito nulla».
La domenica è dedicata alle pulizie. Mentre laviamo le lenzuola, guardiamo il cielo nella speranza che un minimo di sole ci permetta di farle asciugare. Molto spesso, meno di un’ora dopo, si alza un vento sabbioso e le nostre lenzuola diventano tutte grigie e gialle, come il paesaggio, ancora più sporche di prima.
Talvolta, la domenica, possiamo guardare un film: albanese, di solito. La qualità lascia a desiderare ma non ne perdiamo uno, per i pochi baci – inimmaginabili in un film cinese dell’epoca. Ogni volta che si annuncia una scena spinta, il soldato responsabile della proiezione si precipita davanti allo schermo per nasconderci l’inconcepibile. Ma spesso arriva troppo tardi, con nostro grande piacere. Bisogna forse ricordare che abbiamo tutti fra i diciannove e i trent’anni?
In mezzo a quella miseria quotidiana rimane un raggio di sole: l’arrivo della posta. Quando non viene censurata e quando il destinatario non è costretto a leggerne pubblicamente il contenuto. Quello che è successo a un’amica in un altro campo: ha dovuto rivelare a tutti i suoi compagni i dettagli delle lettere del suo fidanzato.
Mi scrivo regolarmente con mia madre, rimasta a Pechino, e con Xiaoyen. Presto la mia sorella più piccola, che allora ha quindici anni, viene mandata a Beidahuang Anlun, nel Grande Nord selvaggio della Manciuria, da dove continua a scrivermi.
Le sue prime lettere sono spaventose. Durante i raccolti, deve lavorare dalle due del mattino alle undici di sera. Per poter pranzare, a mezzogiorno, deve precipitarsi dall’altra parte del campo dove viene consegnato il cibo. I primi arrivati mangiano più possibile. Essendo la più giovane del campo, corre meno veloce degli altri, e spesso si ritrova senza niente.
Tra le varie mansioni, deve occuparsi di un allevamento di cervi – in Cina i cervi vengono allevati per le corna, da cui si ricavano farmaci. Un giorno, mentre stava inseguendo uno degli animali scappati, ha quasi rischiato di morire sprofondando in una palude. Un’altra volta, mentre stava falciando, ha visto la sua migliore amica morire fulminata perché ha toccato un cavo caduto a terra. Si è incaricata di vegliare sulle sue spoglie fino all’arrivo dei genitori, ma una notte si è assopita e, al risveglio, ha assistito allo spettacolo del corpo rosicchiato dai ratti. Il padre della ragazza è impazzito. È morto poco tempo dopo.
Cosa rispondere a una lettera di Xiaoyen? Non posso fare altro che cercare di infonderle coraggio. In seguito, per tirarla su, le invierò una copia del Manifesto del Partito comunista di Karl Marx.
Un giorno, ricevo una lettera da parte di mia madre. Anche lei ormai è in un campo di lavoro.

Quest’altro pezzo è un breve brano del capitolo successivo, ancora più esemplificativo dell’abbrutimento, dell’annientamento di ogni umanità, dell’annichilimento della persona perpetrato dal partito comunista, che ben poco ha da invidiare al partito nazista.

Poco dopo il nostro arrivo, ci invitano a riflettere sull’esempio di una studentessa universitaria di un campo vicino che ha dato prova di eccezionale fedeltà a Mao. Due telegrammi successivi l’avevano informata che suo figlio era gravemente malato e che doveva tornare in fretta a Pechino. Ogni volta lei ha risposto che doveva curare un maialino, anche lui sofferente, che le era stato affidato. Un terzo telegramma le ha annunciato il decesso del figlio. Non ha versato una lacrima. Qualche giorno dopo, il maialino è morto. E lei ha pianto.
Rimaniamo perplessi. È davvero necessario spingersi così oltre per essere fedeli al pensiero del presidente Mao? Ma, superato un primo momento di stupore, ci abituiamo all’idea, e ben presto la maggior parte di noi considera questa donna lodevole: un maiale nutre la collettività, l’attaccamento che si prova per il proprio figlio è solo individualista e borghese. Le giovani madri intorno a me esprimono qualche riserva, ma finiscono per approvare. Ne sono davvero convinte? Mi ci vorranno altri cinque anni perché riesca a pormi la domanda con lucidità. Cinque lunghi anni di campo prima di accettare il dubbio, prima di lasciar nascere in me qualcosa che somigli alla lucidità.

E infine una battuta da un’intervista:

«Se Dio esiste, che cosa vorrebbe che le dicesse?»
«Sei stata abbastanza coraggiosa. Vieni, ti presento Bach».

È un libro che va letto, non solo perché è di straordinaria bellezza e intensità, ma anche perché, anche se da queste vicende sono passati diversi decenni e alcune cose sono, almeno apparentemente, cambiate, ci aiuta a capire meglio che cosa sta succedendo in questo momento, e perché.

Zhu Xiao-Mei, Il pianoforte segreto, Bollati Boringhieri
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barbara

AGGIORNAMENTO: E tu guarda la combinazione.