PRIMA DI ILAN

Il rapitore sa che Ilan è ebreo, perché ha intenzionalmente scelto un ebreo. Me ne convinco nel momento stesso in cui David e Mony mi riferiscono la loro giornata al Quai des Orfèvres. E ne sono convinta perché l’altro ragazzo, che avrebbe potuto essere al posto di Ilan, Marc K., è ebreo anche lui. Non è un venditore di telefoni che voleva rapire, a che scopo? Voleva un ebreo. Tutti i giovani ebrei, che lavorino o no in negozi di telefonia, erano potenziali obiettivi. Altrimenti, perché il rapitore ci suggerirebbe ora di sollecitare la comunità ebraica?
Il comandante di polizia, a cui comunico le mie conclusioni, ritiene che mi sbagli. Il rapitore recita il Corano, nomina la comunità ebraica, Marc K., scampato per un pelo all’agguato, è ebreo anche lui, e il comandante mi dice che sono sulla strada sbagliata?! Perché si rifiuta di guardare in faccia la realtà? Perché si ostina a questo modo, sapendo che Ilan non è il primo ebreo ad avere incrociato la strada con delinquenti di questo stampo? Prima c’è stata la storia dei medici, poi Michaël D.
All’inizio del 2005, infatti, molti medici ebrei hanno denunciato tentativi di estorsione. Falsi pazienti si presentavano nei loro ambulatori e si facevano prescrivere un congedo fasullo per malattia. Questi individui sostenevano tutti di abitare in Rue Serge-Prokofiev, a Bagneux. La via dove Ilan è stato tenuto prigioniero e torturato. Gli investigatori dunque conoscevano bene questo indirizzo, era scritto nero su bianco sulle cartelle dei medici, vi si sono almeno recati? Qualche giorno dopo i ricattatori richiamavano i medici minacciando di denunciarli all’Ordine se non avessero pagato un riscatto. Come con noi, i negoziati venivano condotti attraverso due caselle email appositamente create. Questo medesimo modo di operare, molto particolare, non è sfuggito agli investigatori. Fin dall’inizio delle indagini hanno sospettato che si trattasse dello stesso racket, ma questa volta passando a un livello superiore: la presa di ostaggi. E, riguardo a questo, hanno subito presunto che non erano al loro primo tentativo, perché un altro ebreo, Michaël D., era scampato per un pelo a un tentativo di rapimento il 6 gennaio ad Arcueil, ossia quindici giorni prima della scomparsa di Ilan.
La disavventura di Michaël D. comincia ai primi di dicembre quando, con il figlio Jimmy, riceve la visita a sorpresa a casa loro di una cantante di nome Melvina. Questa ragazza vorrebbe sfondare nel mondo della musica, sostiene di aver sentito dire che Jimmy era un produttore, e per questo si permette di bussare alla sua porta. Jimmy risponde che non lavora più in quell’ambiente e non può fare nulla per lei, ma lei insiste così pesantemente che alla fine le dà il suo numero di telefono. Da allora Melvina lo tempesta di telefonate. Il 5 gennaio finisce per ottenere un appuntamento. Jimmy glielo concede affinché lo lasci in pace, ma non ci va. Melvina comprende che il ragazzo le ha dato buca, ma non per questo lascia perdere, al contrario: alle ventidue di quel 5 gennaio 2006, si presenta un’altra volta a casa sua senza preavviso. La accoglie François A., un amico che Michaël D. ospita a quel tempo. Quest’ultimo informa subito Jimmy per telefono. L’ex produttore, esasperato, chiede a François di mandare via questa «rompiscatole» e di dirle che non rientrerà per la notte. François A. esegue, e riaccompagna gentilmente Melvina.
Ma un’ora dopo la «cantante» si ripresenta, ben decisa ad aspettare Jimmy tutto il tempo che servirà. Questa volta François A. si lascia commuovere e la invita ad aspettare nella sala. Verso mezzanotte rientra Michaël D., il padre di Jimmy, e trova il suo amico in piena discussione con una bella ragazza. A sua volta simpatizza con lei e, vista l’ora tarda, le propone di riaccompagnarla a casa. Seguendo le sue indicazioni, lascia Melvina di fronte a un edificio di Arcueil. È allora che la sedicente cantante gli chiede di accompagnarla fino all’ingresso, dicendo che non si sente sicura. Michaël non vede alcun problema, finché non si rende conto che vuole attirarlo sulla scala che conduce all’interrato.
– Abiti davvero qui? le domanda.
Melvina, delusa, improvvisa. Racconta che voleva portarlo in un locale dove lei è solita cantare per recuperare dei modelli perché lui li consegni a suo figlio. Poi dice che ha perso le chiavi, che deve passare da sua madre, che ritorna subito. Scompare e lascia Michaël nell’atrio per cinque minuti. Al suo ritorno lo prega di accompagnarla a Bagneux da un’amica. Michaël accetta senza fare domande.
La faccenda si sarebbe dovuta chiudere lì, ma il giorno dopo, nel tardo pomeriggio, Melvina richiama Michaël D. Gli ripete quanto sogni di fare carriera nella musica, lo supplica di organizzare un incontro con suo figlio. Michaël le risponde di nuovo che Jimmy ha cambiato tipo di lavoro e non è in grado di aiutarla. Ma Melvina si mostra così affranta che quando gli propone un incontro alla stazione RER15 ad Arcueil, non sa come rifiutare. E per tirarla su di morale, la porta a pranzo in un bistrot a St. Germain-des-Prés, e poi la riaccompagna, come il giorno prima, fino all’ingresso di quell’edificio di Arcueil. Questa volta, meno prudente, la segue sulla scala che porta al seminterrato. Mal gliene incoglie. Colpito alla testa da due uomini incappucciati, perde immediatamente conoscenza. Messi in allarme dalle sue urla, alcuni inquilini si precipitano al seminterrato. Trovano Michaël D. disteso sul pavimento, il viso coperto di sangue, caviglie e mani legate da manette.
Il 6 gennaio Michaël D. presenta la denuncia. L’inchiesta in flagranza di reato è chiusa il 20 gennaio – il giorno in cui viene rapito Ilan – e inviata il 25 alla procura del TGI16 di Créteil. Il 28 il giudice istruttore di questo tribunale invia una rogatoria al SDPJ 9417, poi, il 7 febbraio, passa la competenza del caso al giudice istruttore di Parigi incaricato del sequestro di Ilan. Il quale, a sua volta, invia una rogatoria alla polizia criminale in modo da poter indagare parallelamente sull’aggressione a Michaël D., nell’ipotesi che i suoi aggressori siano gli stessi di mio figlio.
La polizia dunque ha fatto presto a collegare modi operativi così simili: la presenza di un’esca, i negoziati con caselle di posta elettronica appositamente create a questo scopo e la vicinanza geografica delle aggressioni – Arcueil e Bagneux per Michaël D., Sceaux per Ilan. Ma sembra che sia sfuggito agli investigatori il più importante dei punti in comune di questi diversi casi: non si sono accorti che tutte le vittime erano ebree. I medici ricattati, Marc K., Michaël e Jimmy D., Ilan. No, non se ne sono resi conto, supporre una cosa simile era troppo insopportabile. Come supporre che in Francia, nel 2006, un ebreo poteva anche rischiare la vita solo perché ebreo?

Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp. 46-49 (traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan)
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Il 13 febbraio di dodici anni fa si concludeva il martirio di Ilan Halimi, durato 24 giorni. Durante i quali la polizia francese ha continuato a negare pervicacemente la natura islamica e antisemita del crimine. E dopo dodici anni ancora non ha smesso di negare e occultare la matrice islamica, e spesso anche antisemita, di tutto ciò che sta continuando a succedere. Il loro negazionismo estremo di allora ha portato all’atroce morte di Ilan: a che cosa ci porterà quello di oggi?

barbara

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ILAN: SUA MADRE AVEVA RAGIONE

Quello che segue è un brano che ho postato qui poco meno di tre anni fa, e che ritengo utile riproporre, dopo quanto accaduto ieri a Bagneux, luogo del martirio di Ilan.

La gelida umidità di quel giorno perduto d’inverno ci trafigge le ossa e ci obbliga ad abbassare la testa. Avrei voluto riuscire a restare diritta, ma guardiamo i nostri piedi che sprofondano nel fango. È piovuto per tutta la settimana. I sentieri del cimitero non si distinguono più dalle sepolture. Ad ogni istante temiamo di inciampare e, nel buio, avanziamo a piccoli passi, dandoci la mano, come una banda di clandestini.
Perché è stata scelta l’alba per autorizzarci a riesumare il corpo di Ilan? Non avremmo potuto farlo uscire di qui in pieno giorno e alla vista di tutti? Avrei voluto che tutti noi vedessimo dissotterrare mio figlio assassinato all’età di ventitré anni, ma la prefettura di polizia ci ha convocati questo mercoledì 7 febbraio 2007 alle sei del mattino, e Ilan lascerà il cimitero di Pantin come ha lasciato la vita: in silenzio. Quando lo hanno ritrovato, esattamente un anno fa, non riusciva nemmeno a pronunciare il suo nome. Giaceva nudo lungo un binario ferroviario, solo un rantolo gli usciva dalla bocca. Aveva la testa rasata, le mani legate, il suo corpo interamente coperto di bruciature. Due poliziotti mi hanno detto signora, neanche a un animale si fa quello che hanno fatto a lui.
La sua stele è la ventunesima della terza fila nel viale dei Sicomori. La raggiungiamo infine e cerchiamo di formare un piccolo cerchio intorno ad essa. Il «primo cerchio», la famiglia, gli amici migliori, quelli che Ilan amava riunire quando soffiava sulle candeline dei suoi compleanni. Volati via. Come è possibile che noi siamo lì per lui, senza di lui? In questa mattina così fredda e così nera, come è possibile… Il rabbino intona una preghiera. Canta, ma ho la sensazione che pianga, tanto la sua voce è fievole. A meno che non siano i miei singhiozzi a deformarla? Li sento risuonare dentro di me, e stringo i pugni in fondo alle mie tasche per impedire che esplodano. Voglio essere degna, è tutto quello che mi resta. Guardo lontano. Fisso i piccoli riquadri di luce che si accendono qua e là nelle file di edifici che chiudono l’orizzonte, immagino che siano centinaia di lumi accesi per Ilan. Da tutte le altre parti, la notte resiste. Così ostile che ci costringe ad abbreviare la cerimonia. Il rabbino accelera, e le sue parole volano via nel brusio della città che il vento ci porta a raffiche. Non c’è quiete in questo cimitero nella regione di Parigi, né pace, né silenzio, solo un rumore sordo e incessante che impedisce il riposo dei morti. Forse è per questo che desideravo seppellire Ilan a Gerusalemme…
L’ho desiderato subito, fin dall’inizio, per me era chiaro. Ma suo padre e le sue sorelle la pensavano diversamente. Volevano tenerlo vicino a loro, potergli fare visita ogni volta che ne sentissero il bisogno. Ilan dunque è stato sepolto qui a Pantin, venerdì 17 febbraio 2006.
Centinaia di persone erano venute quella mattina a salutarlo per l’ultima volta, forse un migliaio, chi lo sa? C’erano tante persone che non conoscevo, e tanti altri che non vedevo da anni… Credo che ognuno pensasse al proprio figlio, al proprio fratello. Sì, ognuno deve aver immaginato suo figlio in quella bara, al posto del mio. Un brivido di angoscia percorreva la folla.
Sono tornata sulla tomba di Ilan in marzo, in aprile, in maggio, e poi tutti gli altri mesi fino a questo mercoledì 7 febbraio, primo anniversario della sua morte. Per tutta la durata di questo anno non ho mai abbandonato l’idea di trasferire i suoi resti in Israele. Sentivo che era mio dovere di madre offrire a mio figlio un riposo che giudicavo impossibile qui. Perché è qui, su questa terra, che Ilan è stato affamato, picchiato, ferito, bruciato. Come riposare in pace in una terra dove si è tanto sofferto? Questa domanda, alla quale né le mie figlie, né il mio ex marito hanno saputo rispondere, ci ha convinti che Gerusalemme doveva essere la sua ultima dimora.
Due figure che fino a quel momento erano rimaste in disparte avanzano sulla tomba e mi chiedo chi siano questi uomini. Parenti, amici? Sono solo dei becchini che vengono a dissotterrare mio figlio a colpi di vanga.
Ogni colpo mi fa l’effetto di una contrazione, e la violenza con cui queste contrazioni squassano il mio ventre, in modo così regolare, mi fa credere per un attimo, povera pazza, che Ilan uscirà dalla terra nello stesso modo in cui è uscito dal mio ventre. Mi dico tieni duro, sii coraggiosa. Non perdo d’occhio i due ragazzi che tirano le corde per issare la bara di Ilan, sento il legno che urta le pareti della fossa e, come il giorno della sua nascita, devo urlare per sfuggire a questo dolore. Sì, urlo. Con tutte le mie forze. Con tutta la mia anima. Ma il grido di una madre che partorisce non ha niente in comune con quello di una madre che riesuma suo figlio: questo è un grido senza liberazione.
La bara di Ilan finalmente raggiunge la superficie. Guardo, senza crederci, questa lunga scatola passare all’altezza dei nostri visi come un’ombra gigantesca. È possibile che il mio bambino sia lì dentro? Il bambino che ho portato, messo al mondo, nutrito al seno? È possibile che quel corpo sia ormai una «spoglia»?
I becchini la buttano sul carro funebre, e le porte si chiudono con uno scatto metallico. La macchina si avvia lentamente, poi si allontana. Si allontana. Si allontana… e io penso ecco, è finita. Ilan se ne va. Ilan lascia il cimitero di Pantin, lascia Parigi, lascia la Francia, e voi che l’avete massacrato, non potrete mai più fargli del male. Sono venuta a cercarlo per questo motivo, ora lo so, l’ho fatto uscire di qui perché un giorno voi sarete liberi, e sareste potuti venire a sputare sulla sua tomba.
Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp. 23-25

Infatti… Questa è la stele che lo ricorda,
stele Ilan
posta nel 2011, a cinque anni dalla sua morte, fatta a pezzi nel 2015 e sostituita da quest’altra. E mi torna alla mente la profanazione del cimitero ebraico di Carpentras, nel maggio del 1990, con lapidi spaccate, cadaveri tirati fuori dalle tombe, uno impalato con l’asta di un ombrellone. Chi ha potuto fare a Ilan quello che gli ha fatto da vivo, e gli abitanti del condominio che quando lo sentivano urlare per le sevizie a cui veniva sottoposto accorrevano a godersi lo spettacolo, chissà cosa potrebbe fare se, anziché una semplice stele, avesse a disposizione una tomba e un corpo. Grazie, mamma Ruth, per averlo portato in salvo.

barbara

ILAN È NOSTRE MANI

«Ilan è nostre mani e la sua vita è minacciare di morte. vogliamo 450.000 euro per la sua liberazione in vita. La transazione è previsto per il 23.01.06 mattina, aspetto la vostra risposta dal indirizzo mer855@hotmail.fr al indirizzo del mittente entro le 19.30 e voi riceverete il seguito delle istruzioni 22.1.06, prima delle 15. Tutto ciò che sarà considerare come un ostacolare alla nostra volontà ilan sarà considerato responsabile diretto. Se lo desiderare chiamate 17.» (24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, p. 31)
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[…] Quando arriviamo al commissariato, Didier ci sta aspettando all’ingresso con i due migliori amici di Ilan, Karim e Jérémie. Non so chi li abbia avvertiti. Non possiamo presentarci tutti e sette, è inutile, si decide quindi che andranno solo Jérémie, Karim e Mony, sotto la guida di Didier. Sono le persone con cui Ilan si confida di più. Con le mie due figlie aspettiamo pazientemente fuori. Un quarto d’ora, mezz’ora, un’ora… La loro deposizione non finisce più.
Rispondono alle usuali domande della polizia, quando avete visto Ilan per l’ultima volta? Sembrava preoccupato negli ultimi tempi? Aveva problemi di soldi? Debiti? Cattive frequentazioni?
Per la strada ci assalgono gli stessi interrogativi. In che razza di storia si è cacciato Ilan? Con chi è uscito ieri sera? Chi vuole fargli del male? Diteci, mio Dio, chi potrebbe fare una cosa simile? Ma no, è uno scherzo di cattivo gusto. Ogni altra ipotesi è senza senso.
Dopo due ore di colloquio, gli amici di Ilan e il mio ex marito tornano fuori. Ci informano che abbiamo bussato alla porta sbagliata. Questo commissariato di quartiere si è dichiarato incompetente ad aiutarci. Dobbiamo andare alla centrale di polizia sul Boulevard Louis Blanc, nel X arrondissement, che ospita il 3° distretto di polizia giudiziaria. Là sono abituati a trattare i casi gravi, là potranno aiutarci. La polizia dunque considera seria la questione. Non credono né a uno scherzo, né a una fuga. Io avrei così tanto voluto crederci ancora un po’…
In Boulevard Louis Blanc raccontiamo di nuovo. La prima chiamata questa sera verso le diciannove sul cellulare di Mony, l’accento africano di un uomo che le chiede di connettersi a un indirizzo di posta elettronica e le dà, per farlo, un codice segreto, il messaggio che lei allora scopre, 450.000 euro di riscatto se vuole trovare Ilan vivo, e la sua foto in allegato, una pistola puntata alla tempia, il naso sanguinante, la bocca e gli occhi bendati. La polizia prende nota ma, a mezzanotte, ammettono anche loro che il nostro caso è al di là delle loro competenze, e ci indirizzano alla Direzione Regionale di Polizia giudiziaria, che si trova al 36 di Quai des Orfèvres. L’indirizzo della polizia criminale ci lascia senza parole. L’abbiamo tutti sentito nei film, e nel nostro inconscio fa rima con omicidio, criminalità organizzata, traffico di droga, terrorismo. Che cosa ci sta succedendo? (ivi, pp. 33-34)

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Sono passati undici anni da quel 13 febbraio in cui il corpo nudo, martoriato da 24 giorni di disumane sevizie, di Ilan Halimi venne trovato lungo un binario nei pressi di Villemoisson-sur-Orge. Ma per quanti ne possano passare, noi non dimentichiamo. Né la vittima, né i carnefici. E non perdoniamo.

barbara

UN VENERDÌ SERA SULLA TERRA

È una bella giornata d’inverno. I saldi sono appena iniziati, l’eccitazione dei parigini conferisce alla città un’atmosfera piena di energia. Approfitto della mia pausa pranzo per fare qualche acquisto e, da André, trovo un paio di stivali per Ilan. Ne avevo visti di più belli nella vetrina di una calzoleria sulla strada per andare al lavoro, ma costavano una fortuna, e io non me lo posso permettere. Spero che gli piaceranno: gli articoli in saldo non si possono cambiare. La commessa mi consiglia di ritornare con mio figlio, ma temo che non ci sia più la sua misura, e quindi li prendo.

Come ogni fine settimana, questo venerdì lascio il mio ufficio di buon’ora, mi fermo al supermercato per comprare un paio di cosette per la sera, poi rientro subito per preparare la cena dello Shabbat. È un rituale cui non rinuncerei per nulla al mondo, perché, da quando i miei figli sono cresciuti, solo questo pasto mi permette di vederli tranquillamente. Ève e Ilan vivono ancora in casa, ma hanno venticinque e ventitré anni, vivono la loro vita. Durante la settimana li incrocio di sfuggita. Quanto a Déborah, che ha ventiquattro anni, non vive più sotto il nostro tetto. Si è sposata due anni fa e mi ha dato un’incantevole nipotina, Noa.
Noi occupiamo da sempre lo stesso appartamento, al secondo piano di un vecchio edificio in un quartiere popolare nella parte est di Parigi. Si tratta di un modesto appartamento di tre stanze, con una sola camera da letto per i miei figli, ma siamo felici. Déborah, Ève e Ilan vi sono cresciuti, apprezzano questo angolo vivo della città e la sua popolazione mista.
Carica di spese, risalgo il viale cercando istintivamente con lo sguardo la finestra del nostro soggiorno, tra i rami spogli dei castagni. Spero di scorgervi Ilan. Quando rientra prima di me mi spia, e poi scende per aiutarmi a portare su le provviste. Suo padre se n’è andato quando aveva due anni, così lui è un po’ l’uomo di casa… Oggi non c’è nessuno sul balcone, e improvvisamente mi ricordo che mio figlio ha appena ripreso, esattamente quindici giorni fa, il suo vecchio lavoro in un negozio di telefoni sul boulevard Magenta. Termina solo alle diciannove, non ho alcuna possibilità di trovarlo a casa a metà pomeriggio. Infatti, l’appartamento è deserto, e approfitto di queste poche ore in cui sono da sola per mettermi immediatamente al lavoro. Il sabato è una festa. È il giorno più bello, quello che gli ebrei accolgono come il fidanzato riceve la sua amata: in gioia e letizia. Pur non essendo una praticante ortodossa, rispetto questo rito. Mi offre l’occasione di apparecchiare una bella tavola, riunire la mia famiglia, e preparare i piatti che mi cucinava una volta mia nonna con amore, piatti col sapore del mio nativo Marocco. La preparazione di questo pasto mi richiede tempo, e sono ancora ai fornelli quando Ève infila la chiave nella serratura.
La mia figlia maggiore e Ilan si assomigliano come due gocce d’acqua, quando erano piccoli li prendevano per gemelli. Hanno entrambi i capelli neri come giaietto, gli occhi scintillanti, un sorriso che riempie la faccia. Ma Ève è molto più piccola di suo fratello! È rientrata presto perché al momento non lavora. È in cerca di lavoro nel settore delle risorse umane e, nonostante i numerosi CV inviati, le risposte tardano a venire. E questo non manca di angustiarla.
– Déborah e David non vengono a cena? Mi chiede vedendo apparecchiato solo per noi tre, nella sala da pranzo.
– No, tua sorella mi ha telefonato cinque minuti fa, Noa è influenzata. Preferisce non farla uscire, andremo a pranzo da loro domani.

Ilan arriva un attimo dopo, verso le sette e un quarto, sette e mezzo… non so se sia perché è l’unico uomo della casa, ma quando entra lui, si direbbe che la vita riprenda veramente. L’appartamento torna a risuonare di suoni familiari e della sua voce più forte della nostra. Come tutti i giovani, mio figlio semina le sue cose dappertutto, il suo cellulare, le sue chiavi, le parole dell’ultimo successo che canticchia allegramente.
– Dov’è Noa? si preoccupa a sua volta, notando che la nipotina non c’è.
– Non fare quella faccia, la vedrai domani! gli risponde Ève.
Ilan abbozza una piccola smorfia delusa che non manca di farci sorridere, si toglie il giubbotto di pelle, poi ci raggiunge in sala da pranzo. Meccanicamente gli chiedo com’è andata la giornata. Non ha l’aria preoccupata, ma ho il sospetto che non sia entusiasta di essere tornato a questo posto di commesso. Vi si è deciso solo perché ha un urgente bisogno di guadagnarsi decentemente da vivere. L’agenzia immobiliare in cui lavorava prima non gli garantiva un salario sufficiente, ne aveva abbastanza di non potersi permettere niente.
– Allora, com’è andata la giornata?
Ilan alza le spalle, come a dire: niente di speciale. Non parla della sostituzione che ha assicurato nell’altro negozio che il suo padrone ha sul boulevard Voltaire. E non evoca neppure la bella brunetta che è entrata appositamente nel suo negozio per chiedere il suo numero di telefono. E perché dovrebbe parlarmene? Probabilmente non è la prima volta che si lascia sedurre, e poi ha una fidanzata… Da più di un anno Ilan esce con Mony, una bella ragazza asiatica che vive a due passi da noi. L’ho incontrata solo due o tre volte, ma penso che mio figlio le sia attaccato. In ogni caso, dorme più spesso da lei che da noi.
– Non capisco perché hai ripreso questo lavoro. L’anno scorso dicevi che la telefonia non era un lavoro per te, hai dato le dimissioni per lanciarti nel settore immobiliare, e adesso ci ritorni?
– Non ho scelta, mi risponde Ilan, infastidito da questa conversazione. Dovrei tacere, lasciargli fare la sua esperienza, ma sono sicura che sta perdendo tempo e insisto:
– Perché non chiami tuo padre? Potrebbe prestarti un po’ di soldi per mettere in piedi la tua impresa.
Mio figlio non vuole chiedere niente a nessuno, nemmeno a suo padre. Vuole cavarsela da solo, vuole che siamo fieri di lui, e spazza via i miei suggerimenti con una battuta. Ci mettiamo a tavola.

Ilan mette la sua kippà. La porta solo il venerdì sera per recitare la preghiera di Shabbat, e in occasione delle grandi feste. Non è religioso, ma è stato allevato nella tradizione: conosce i testi. Lo ascoltiamo cantare il Kiddush, poi, dopo di lui, bagniamo le nostre labbra nel calice di vino. Ilan ci lascia per andarsi a lavare le mani, come vuole il rituale e, al ritorno, intona la preghiera sul pane. Ne taglia dei piccoli pezzi che intinge nel sale, ne mangia uno e ci dà gli altri. Ci auguriamo «Shabbat Shalom». Uno shabbat di pace.

La cena si svolge piacevolmente, ma ho l’impressione che non durerà a lungo. Forse perché siamo stati solo noi tre, senza Déborah, suo marito David e la loro piccola Noa? È stato un venerdì come un lunedì, un pasto ordinario, che non aveva il profumo di una festa… Alle nove avevamo già lasciato la tavola. Ilan ha consultato le sue email e fatto qualche telefonata. Più tardi dirò che sembrava nervoso, preoccupato, cercherò fra i miei ricordi i piccoli dettagli che avrebbero potuto impensierirmi, ma, in realtà, nulla, quella sera, permetteva di presagire ciò che lo aspettava. Se Ilan è un po’ seccato, è semplicemente perché i suoi piani per la serata stanno per andare a monte. Mony, che aveva in mente di incontrare, non è ancora uscita dal lavoro. Quanto a Karim e Jérémie, i suoi due migliori amici, non vogliono saperne di uscire. Con orecchio distratto sento Ilan che tenta di convincerli al telefono, dai, solo un giretto, siete diventati vecchi o cosa? Non faremo tardi…

Vedendo mio figlio rimettersi il giubbotto, non posso fare a meno di ricordargli che è venerdì sera. Ho un bel ripetermi che non è più un bambino e che è libero di vivere la sua vita come gli pare, non mi piace che esca di Shabbat. Ilan lo sa, ma è giovane, ha un appuntamento, e non sa che farsene dei divieti religiosi che gli ricorda sua madre sulla soglia… Non volermene, mamma, mi dice con il suo piccolo sorriso colpevole.
Lo vedo girare i tacchi, e per trattenerlo ancora qualche secondo, come se presentissi che quell’istante sarà l’ultimo, gli chiedo di provare le scarpe che gli ho comprato. Là, ora, subito? Domani, mi promette Ilan, e la porta si chiude sul bacio che mi manda. Da lontano.
24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, pp. 25-28
Ruth Halimi
Non lo avrebbe rivisto mai più: poche ore più tardi sarebbe iniziato lo straziante, disumano calvario che lo avrebbe portato a morire, dopo 24 giorni di inaudite sofferenze, presso un binario della ferrovia. Fanno dieci anni oggi dal giorno in cui veniva portato a termine uno dei più efferati atti di antisemitismo del dopoguerra – almeno fra quelli perpetrati fuori di Israele. Noi non dimentichiamo e non dimenticheremo: né Ilan, né i suoi carnefici.

(Il martirio di Ilan Halimi è stato ricordato in questo blog uno, due, tre, quattro)

barbara

VENTIQUATTRO GIORNI DENTRO L’INFERNO

“Dentro di me c’è la morte, notti di incubi, il pensiero di quello che si poteva fare e non è stato fatto. La domanda insolubile: perché proprio a lui? Ma davanti ci sono i bambini degli altri miei figli, loro sono il futuro, e allora in quel futuro ci voglio essere anch’io e sorrido per loro”. In queste parole, raccolte in una recente intervista, tutta la forza interiore di Ruth Halimi, la madre-coraggio di Ilan.
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Una forza interiore che l’ha portata a ripercorrere quelle ore terribili insieme alla giornalista Émile Frèche nel libro testimonianza “24 giorni. La verità sulla morte di Ilan Halimi” che, dopo un grande successo di vendite in Francia, è stato pubblicato in Italia nel 2010 dalla casa editrice Salomone Belforte di Livorno. Ad inquadrare l’opera le riflessioni dell’intellettuale francese Bernard-Henri Levy e dei giornalisti Pierluigi Battista e Giulio Meotti, mentre il lavoro di traduzione è stato svolto da Barbara Mella, Elena Lattes e Marcello Hassan. Dal libro è adesso tratto un film, “24 giorni” (regia di Alexandre Arcady), che sarà presentato al pubblico italiano in occasione dell’evento “Je suis Ilan – I 24 giorni della prigionia di Ilan Halimi” in programma mercoledì 6 maggio alle 19 all’Auditorium della Conciliazione di Roma in collaborazione con la Rai e con l’associazione Progetto Dreyfus (il giorno successivo la pellicola sarà proposta su Raidue). Invitati a partecipare e ad intervenire, oltre al regista del film, i familiari di Ilan, rappresentanti istituzionali, leader religiosi. Una serata – viene spiegato – per riflettere sul tema dell’antisemitismo e del razzismo che ancora oggi costituisce una minaccia per l’Europa. Scrive Meotti nell’introduzione al libro: “La morte di Ilan non ha meritato espressioni indignate da parte dell’opinione pubblica, non ha urtato la sensibilità di chi è sempre pronto a dichiararsi per il dialogo, la tolleranza, la convivenza. L’esecuzione di Ilan è passata nel silenzio, rosa dall’indifferenza, la sua fotografia non ha fatto il giro del mondo, i dettagli della sua morte sono stati criptati come degrado metropolitano. Ma Ilan è stato barbaramente ucciso perché ebreo”.

Per maggiori informazioni sull’evento scrivere a eventi@progettodreyfus.com

Altre cose potete trovarle qui, qui e qui.

barbara

IL RITORNO

[…] non una delle quattro famiglie delle vittime dell’attentato del supermercato ha voluto seppellire i morti in Francia, tutti hanno deciso di dare loro riposo in Israele.
Ugo Volli, qui.
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La gelida umidità di quel giorno perduto d’inverno ci trafigge le ossa e ci obbliga ad abbassare la testa. Avrei voluto riuscire a restare diritta, ma guardiamo i nostri piedi che sprofondano nel fango. È piovuto per tutta la settimana. I sentieri del cimitero non si distinguono più dalle sepolture. Ad ogni istante temiamo di inciampare e, nel buio, avanziamo a piccoli passi, dandoci la mano, come una banda di clandestini.
Perché è stata scelta l’alba per autorizzarci a riesumare il corpo di Ilan? Non avremmo potuto farlo uscire di qui in pieno giorno e alla vista di tutti? Avrei voluto che tutti noi vedessimo dissotterrare mio figlio assassinato all’età di ventitré anni, ma la prefettura di polizia ci ha convocati questo mercoledì 7 febbraio 2007 alle sei del mattino, e Ilan lascerà il cimitero di Pantin come ha lasciato la vita: in silenzio. Quando lo hanno ritrovato, esattamente un anno fa, non riusciva nemmeno a pronunciare il suo nome. Giaceva nudo lungo un binario ferroviario, solo un rantolo gli usciva dalla bocca. Aveva la testa rasata, le mani legate, il suo corpo interamente coperto di bruciature. Due poliziotti mi hanno detto signora, neanche a un animale si fa quello che hanno fatto a lui.
La sua stele è la ventunesima della terza fila nel viale dei Sicomori. La raggiungiamo infine e cerchiamo di formare un piccolo cerchio intorno ad essa. Il «primo cerchio», la famiglia, gli amici migliori, quelli che Ilan amava riunire quando soffiava sulle candeline dei suoi compleanni. Volati via. Come è possibile che noi siamo lì per lui, senza di lui? In questa mattina così fredda e così nera, come è possibile… Il rabbino intona una preghiera. Canta, ma ho la sensazione che pianga, tanto la sua voce è fievole. A meno che non siano i miei singhiozzi a deformarla? Li sento risuonare dentro di me, e stringo i pugni in fondo alle mie tasche per impedire che esplodano. Voglio essere degna, è tutto quello che mi resta. Guardo lontano. Fisso i piccoli riquadri di luce che si accendono qua e là nelle file di edifici che chiudono l’orizzonte, immagino che siano centinaia di lumi accesi per Ilan. Da tutte le altre parti, la notte resiste. Così ostile che ci costringe ad abbreviare la cerimonia. Il rabbino accelera, e le sue parole volano via nel brusio della città che il vento ci porta a raffiche. Non c’è quiete in questo cimitero nella regione di Parigi, né pace, né silenzio, solo un rumore sordo e incessante che impedisce il riposo dei morti. Forse è per questo che desideravo seppellire Ilan a Gerusalemme…
L’ho desiderato subito, fin dall’inizio, per me era chiaro. Ma suo padre e le sue sorelle la pensavano diversamente. Volevano tenerlo vicino a loro, potergli fare visita ogni volta che ne sentissero il bisogno. Ilan dunque è stato sepolto qui a Pantin, venerdì 17 febbraio 2006.
Centinaia di persone erano venute quella mattina a salutarlo per l’ultima volta, forse un migliaio, chi lo sa? C’erano tante persone che non conoscevo, e tanti altri che non vedevo da anni… Credo che ognuno pensasse al proprio figlio, al proprio fratello. Sì, ognuno deve aver immaginato suo figlio in quella bara, al posto del mio. Un brivido di angoscia percorreva la folla.
Sono tornata sulla tomba di Ilan in marzo, in aprile, in maggio, e poi tutti gli altri mesi fino a questo mercoledì 7 febbraio, primo anniversario della sua morte. Per tutta la durata di questo anno non ho mai abbandonato l’idea di trasferire i suoi resti in Israele. Sentivo che era mio dovere di madre offrire a mio figlio un riposo che giudicavo impossibile qui. Perché è qui, su questa terra, che Ilan è stato affamato, picchiato, ferito, bruciato. Come riposare in pace in una terra dove si è tanto sofferto? Questa domanda, alla quale né le mie figlie, né il mio ex marito hanno saputo rispondere, ci ha convinti che Gerusalemme doveva essere la sua ultima dimora.
Due figure che fino a quel momento erano rimaste in disparte avanzano sulla tomba e mi chiedo chi siano questi uomini. Parenti, amici? Sono solo dei becchini che vengono a dissotterrare mio figlio a colpi di vanga.
Ogni colpo mi fa l’effetto di una contrazione, e la violenza con cui queste contrazioni squassano il mio ventre, in modo così regolare, mi fa credere per un attimo, povera pazza, che Ilan uscirà dalla terra nello stesso modo in cui è uscito dal mio ventre. Mi dico tieni duro, sii coraggiosa. Non perdo d’occhio i due ragazzi che tirano le corde per issare la bara di Ilan, sento il legno che urta le pareti della fossa e, come il giorno della sua nascita, devo urlare per sfuggire a questo dolore. Sì, urlo. Con tutte le mie forze. Con tutta la mia anima. Ma il grido di una madre che partorisce non ha niente in comune con quello di una madre che riesuma suo figlio: questo è un grido senza liberazione.
La bara di Ilan finalmente raggiunge la superficie. Guardo, senza crederci, questa lunga scatola passare all’altezza dei nostri visi come un’ombra gigantesca. È possibile che il mio bambino sia lì dentro? Il bambino che ho portato, messo al mondo, nutrito al seno? È possibile che quel corpo sia ormai una «spoglia»?
I becchini la buttano sul carro funebre, e le porte si chiudono con uno scatto metallico. La macchina si avvia lentamente, poi si allontana. Si allontana. Si allontana… e io penso ecco, è finita. Ilan se ne va. Ilan lascia il cimitero di Pantin, lascia Parigi, lascia la Francia, e voi che l’avete massacrato, non potrete mai più fargli del male. Sono venuta a cercarlo per questo motivo, ora lo so, l’ho fatto uscire di qui perché un giorno voi sarete liberi, e sareste potuti venire a sputare sulla sua tomba.
Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp. 23-25
tombIlan

(E ogni volta che rileggo un brano di questo libro ritorna, viva e insopprimibile, la sofferenza straziante che abbiamo provato, Elena e io, nel tradurlo, nell’immergerci in questa storia allucinante, in queste disumane sofferenze inflitte a un essere umano e alla sua famiglia per l’unica colpa di essere ebrei. Ricorre in questi giorni il nono anniversario del suo rapimento e dell’inizio del suo martirio: non dimentichiamolo. Non dimentichiamolo mai)
FRANCE: Kidnap and murder of Ilan Halimi, young French Jew

Ottant’anni fa, sui muri di mezza Europa, gli antisemiti scrivevano “Ebrei, tornatevene in Palestina!” Adesso si chiama Israele, ma gli antisemiti continuano a chiamarla Palestina e adesso, su quegli stessi muri, scrivono “Ebrei, fuori dalla Palestina!” Già: a parole li invitano ad uscirne, ma nei fatti li costringono ad andarci. Vivi, quelli che, oggi come allora, riescono a fuggire in tempo. Oppure morti, quelli che, oggi come allora, si sono attardati troppo.

barbara

ASSALTO ALLA SINAGOGA

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,

l’altro giorno a Parigi è accaduto un episodio di estrema gravità, di cui i giornali italiani non hanno dato quasi notizia. Alla fine di una manifestazione di solidarietà ad Hamas, così “pacifica” che i manifestanti arabi hanno sfilato col volto coperto e portandosi dietro dei modelli in cartone dei razzi Qassam, imitando i grotteschi costumi delle parate terroriste, i manifestanti hanno dato l’assalto a due sinagoghe di Parigi . La polizia era all’inizio troppo poca per reagire (cinque contro duecento, a quanto pare) e l’urto violentissimo degli assalitori è stato retto da alcuni gruppi di autodifesa ebraici, al prezzo di alcuni feriti. Hanno così impedito una carneficina. Duecento persone sono state imprigionate in una sinagoga fino all’arrivo dei rinforzi di polizia che hanno disperso gli arabi. Trovate qui alcune foto e filmati della manifestazione. Vi prego di guardare queste immagini, perché assalti del genere a un luogo di culto non se ne vedevano più dai tempi del nazismo. E infatti spesso le manifestazioni filo-Hamas vedono fianco a fianco neonazisti e palestinisti .
Il governo francese ha reagito molto male a questa minaccia, affermando, per bocca di Hollande, che non tollererà che si importi in Francia il conflitto fra Israele e Hamas. Del resto è noto che Hollande deve la sua elezione ai voti degli immigrati, o almeno che gli arabi che hanno votato per lui sono di più della differenza che l’ha portato alla presidenza. Ora il punto non è affatto quello di importare un conflitto, ma della minaccia quotidiana che ormai da parecchio tempo gli immigrati arabi portano non solo contro la pace civile e la tranquillità pubblica, ma specificamente contro la vita degli ebrei. Ben prima dell’aggressione dei missili di Hamas al territorio israeliano di questi giorni e alla reazione israeliana, solo per citare i fatti principali, c’è stato il rapimento e la terribile uccisione di Ilan Halimi, sequestrato da una banda araba per chiederne il riscatto, poi torturato e bruciato vivo; la strage di Tolosa, dove un immigrato arabo sparò e uccise bambini delle scuole elementari e un loro maestro, solo perché ebreo; c’è stato l’attentato al museo ebraico di Bruxelles realizzato da un immigrato arabo con cittadinanza francese. Tutti costoro, bisogna purtroppo sottolinearlo perché si tratta della causa degli episodi criminali, erano arabi immigrati di prima o seconda generazione, fanatizzati all’islamismo.
Non è un caso che un deputato francese, Meyer Habib (UDI), abbia ieri dichiarato che teme la possibilità di nuovi episodi come quelli di Tolosa. E nemmeno è un caso che la comunità ebraica francese, la più vasta d’Europa, stia alimentando un’immigrazione in Israele che oggi è il quadruplo di due anni fa, pari solo a quella proveniente dall’Ucraina. L’assalto di Parigi  fa pensare che stiano tornando i tempi dell’antisemitismo aperto e violento, i pogrom, contro cui l’Europa sembra avere pochi strumenti di difesa, anche perché continua a nasconderselo.

Ugo Volli (qui)

Poi ti vengono a dire che sei tu il fissato paranoico allarmista islamofobo che grida al lupo e il lupo non c’è  (ah già, ma quello non è antisemitismo, è solo legittima critica eccetera eccetera).

barbara

ILAN HALIMI OTTO ANNI FA

Il martedì 17 gennaio il presunto capo della banda ha dunque portato la sua esca sul Boulevard Voltaire, e le ha indicato i negozi di telefoni come negozi appartenenti ad ebrei. «Lo sapeva, ha detto la ragazza, perché aveva verificato che di sabato, giorno di shabbat, molti negozi di Sentier e Boulevard Voltaire erano chiusi.» E voleva rapire un ebreo, perché, secondo lui, «gli ebrei sono ricchi, appartengono ad una comunità molto unita, disposta a pagare». Semplici pregiudizi, hanno detto alcuni. Come hanno potuto sottovalutare la gravità di questo discorso?
Mio figlio ne è morto, di questi pregiudizi, come milioni di ebrei prima di lui. Chiunque sia dotato di memoria sa che questo fantasma è il fondamento stesso dell’antisemitismo.
Il mito dell’ebreo e del denaro è stato il tema centrale della propaganda nazista, il leitmotiv della stampa e della radio fasciste, il delirio dei collaborazionisti che senza vergogna mandavano a morte i loro connazionali. Ma qualcuno oggi ci dice che quelli che gridavano «l’ebreo pagherà, lui può pagare» non hanno niente a che fare con i delinquenti di Bagneux. Che quelli erano antisemiti perché erano colti, come se l’antisemitismo fosse una questione di cultura, come se le SS non avessero mai reclutato fra la teppaglia… Così, i torturatori di mio figlio, a causa delle loro origini svantaggiate, sarebbero incapaci di odiare gli ebrei? Non potrebbero essere antisemiti per il fatto che si troverebbero, come ha spiegato il procuratore della repubblica, al «grado zero del pensiero»? Ma l’odio, mi sembra, non è mai stato una questione di intelligenza. L’odio, al contrario, è viscerale, e quanto odio sarà occorso a questi giovani per sequestrare Ilan per tre settimane, affamarlo, torturarlo, picchiarlo, bruciarlo, e infine abbandonarlo in un bosco come un cane… Un odio senza limiti. Un odio assoluto per gli ebrei, che il presunto capo della banda diceva essere «i re». «Per lui, ricorda l’esca, gli ebrei divoravano i soldi dello stato, e lui, siccome era nero, era considerato dallo stato come uno schiavo.»
Questo fantasma, che ho sentito in bocca a un comico, ha dunque fatto strada… ha contagiato le menti di questi giovani, fino al punto di farne dei barbari. Ci sono parole che uccidono. E pure delle immagini. Quelle di questi islamici che riversano il loro odio antisemita sui canali satellitari, come non comprendere che abbiano influenzato il rapitore di Ilan? Come non capire che questo uomo, che ha cantato al telefono un passo del Corano e che ha poi chiesto di sollecitare la comunità ebraica, è dominato dallo stesso odio antiebraico di questi folli di Dio?
Coloro che ancora ne dubitassero, avrebbero dovuto vederlo, il 17 ottobre 2007, davanti alla XVI sezione penale del tribunale di Parigi. Comparendo per «oltraggio a magistrati» dopo aver inviato una lettera di insulti alla giudice, accompagnata da una foto di un kamikaze palestinese che si era fatto esplodere in una discoteca di Tel Aviv, Youssouf Fofana, con in testa un fez bianco, si è alzato in piedi e ha gridato: «A nome dei musulmani e degli africani vittime dei terroristi sionisti, i barbuti in kippà, Inshallah, ci sarà un commando che mi verrà a liberare.»
Ha buscato un anno di prigione, che ha salutato al grido di «Allah Akhbar». (24 giorni, la verità sulla morte di Ilan Halimi, pp. 49-50)

Per non dimenticare Ilan, il cui martirio si è concluso il 13 febbraio di otto anni fa. Per non dimenticare che l’odio che ha portato alla morte lui, e milioni di ebrei prima di lui, e un numero tutt’altro che trascurabile di ebrei dopo di lui, è più vivo che mai, a volte goffamente mascherato, a volte a viso aperto. Per non dimenticare che nessuno di noi, ebreo o no, ha il diritto di abbassare la guardia, per non rischiare che diventino fin troppo vere le parole di Mordekhay Horowitz: «Gli arabi amano i loro massacri caldi e ben conditi… e se un giorno riusciranno a “realizzarsi”, noi ebrei rimpiangeremo le buone camere a gas pulite e sterili dei tedeschi….».
IlanHalimi
barbara

ILAN HALIMI, SETTE ANNI FA

FRANCE: Kidnap and murder of Ilan Halimi, young French Jew
È scesa da poco la notte, sono ancora da mio genero e mia figlia, devono essere le diciannove. Shabbat finisce. Ève, Déborah e David sono insieme in salotto, mentre io sono con Noa nella sua stanza. Le racconto un’ultima storia prima di andare a casa. I suoi grandi occhi mi divorano, attenti a non perdere una sola delle parole che le sussurro quando, all’improvviso, urla atroci invadono l’intero appartamento. Sono le mie figlie, mandano grida come non ne ho mai sentite prima, grida di spavento, grida violente come se si stesse strappando loro il cuore. Il mio si ferma. Noa, spaventata, scoppia a sua volta in singhiozzi, e io la stringo istintivamente fra le braccia come per proteggerla da un incubo… ma niente riesce a calmarle, né la mia nipotina, né le mie figlie. Allora lascio la bambina e mi precipito nel salotto. Déborah ed Ève stanno ancora gridando, entrambe per terra davanti a David, che se ne sta lì con le braccia ciondoloni, senza dire una parola per fermarle. Mi metto a gridare anch’io senza sapere perché, c’è un tale terrore nei loro occhi… E in questo panico, realizzo che mio figlio non c’è. Mi rendo conto che è l’unico a non essere lì, il peggio s’impone. Penso che Ilan è morto: ha avuto un incidente d’auto ed è morto sul colpo. Che altro?
David viene verso di me, mi prende le mani nelle sue. Le urla finalmente cessano.
– Ilan è stato rapito. (24 giorni, La verità sulla morte di Ilan Halimi, pp. 29-30)
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Inizia così, in un fredda sera di gennaio, il martirio di Ilan Halimi e l’incubo dei suoi familiari. Che si protrarrà per ventiquattro interminabili giorni. Ventiquattro giorni in cui gli inquirenti metteranno in campo tutte le loro risorse per impedire la soluzione della tragedia, per evitare di mettere le mani sui criminali, per rifiutare di chiamare crimine antisemita di matrice islamica un crimine inequivocabilmente antisemita di matrice islamica. E alla fine, tanto zelante impegno arriverà a dare i suoi frutti.

È un lunedì mattina grigio e piovoso, uno di quei lunedì di febbraio che si preferirebbe trascorrere a letto piuttosto che in macchina, ma Patricia G. deve andare a lavorare, è al volante della sua Citroën. Come me, fa la segretaria. Non so se sia sposata, se abbia figli. So semplicemente che è una giovane donna di trentotto anni, nera e francese, che percorre quotidianamente la strada da Longpont a Sainte-Geneviève-des-Bois per andare in ufficio. E allora, su questo tragitto così familiare, mentre i tergicristalli spazzano via la pioggia incessante, immagino che pensi al sole del suo Camerun natale. Alla serata precedente, o a quella del giorno dopo, o alla spesa, al bucato, sì, immagino che Patricia G. sia immersa nei propri pensieri quando vede sulla sua destra, giusto prima del cartello di entrata dell’abitato di Villemoisson-sur-Orge, una forma che assomiglia ad un corpo. Per un istante pensa di stare delirando, viaggia a cinquanta all’ora, potrebbe aver visto male… La scena è così sconvolgente che guarda una seconda volta per essere sicura; sì, ciò che vede lungo la linea della RER C è effettivamente un essere umano. L’uomo – o la donna, non sa – sembra nudo e accasciato. Patricia G. non aspetta di arrivare in ufficio per telefonare: chiama subito la polizia dal suo cellulare.
Grazie alla telefonata di questa automobilista, Ilan è stato rinvenuto lunedì 13 febbraio alle otto e cinquantacinque da due poliziotti di quartiere: un uomo e una giovane tirocinante, poco più grande di lui. I due agenti lo hanno trovato nudo, ammanettato, il corpo interamente bruciato, addossato alla rete metallica che impedisce l’accesso alle rotaie. La barriera era troppo alta per essere scavalcata, si sono dovuti allontanare per trovare un accesso più facile e ritornare fino a lui da una parte più agevole. Allora hanno visto che aveva del nastro adesivo intorno alla fronte e al collo. Hanno visto che era coperto di ematomi, di bruciature, che era ferito al tendine di Achille e alla gola. Alla gola la piaga formava un buco.
Ilan respirava ancora. Debolmente, ma respirava. Non si era arreso alle fiamme. Aveva cercato di vivere. Dopo l’inferno del sequestro, dopo la paura, il freddo, la fame e il dolore, dopo i colpi di taglierino e di coltello, dopo che gli hanno dato fuoco come una torcia, ha subito il calvario «dell’ultima marcia»… Il calvario di migliaia di ebrei prima di lui.
Il poliziotto è salito sul binario per ispezionare il luogo. La giovane tirocinante è rimasta vicino a mio figlio. È rimasta con lui fino all’arrivo dei pompieri alle nove e quindici, non era ancora morto e forse poteva sentirla, sì, è quello che mi ripeto per non diventare pazza, Ilan non è morto come un cane, ha sentito la voce di questa ragazza prima di morire, una voce dolce e fraterna, è tutto ciò che posso dirmi.
Dopo parecchi arresti, il suo cuore ha cessato di battere definitivamente, e il suo decesso è stato constatato a mezzogiorno all’ospedale Cochin. «X è deceduto», ha scritto il medico, perché in quel momento nessuno conosceva la sua identità. (ibidem, pp. 86-87)
Paris,_Jardin_Ilan-Halimi,_Plaque

E un anno fa la ragazza che lo aveva adescato, condannata a nove anni per il suo ruolo nel sequestro, è stata liberata dopo avere scontato poco più di un anno di prigione: eh già, Adolf Hitler ce l’ha insegnato, ammazzare un ebreo non è reato.

Riposa in pace, dolce Ilan e ti accompagnino le parole che una mamma ha scritto, dopo la tua morte, alla tua mamma:

Signora Halimi, ero incinta di mio figlio quando il suo caro amore l’ha lasciata. In suo onore ho chiamato mio figlio Ilan. Mi hanno detto che in ebraico significa piccolo albero. Anche se sono musulmana, volevo mostrarle che per quanto si strappino le foglie, il tronco sarà sempre lì.
Ylan (ibidem, p.96)

E intorno a quel tronco resterà saldamente attaccato il nostro ricordo, e aleggeranno le note scritte per te.

barbara

LIBERTÉ EGALITÉ FRATERNITÉ

Boom di attacchi antisemiti dopo Tolosa. Francia sotto choc

Giulio Meotti

Due giorni fa, vicino alla scuola ebraica Beth Menahem di Villeurbanne, un sobborgo di Lione, tre ebrei con la kippah sono stati aggrediti a sprangate al grido di “sporco ebreo”. I dieci aggressori sono stati poi identificati come maghrebini. Il premier francese, Jean-Marc Ayrault, ha parlato di emergenza antisemita. Nei giorni scorsi un ebreo di Villeurbanne era stato attaccato con proiettili di gomma da un’auto in corsa.
La Francia si risveglia sull’incubo Tolosa, dove lo scorso 19 marzo quattro ebrei (un rabbino e tre bambini) sono stati assassinati da un islamista, Mohammed Merah. Finora non si conosceva l’impatto che l’attentato aveva avuto sul tessuto comunitario francese. Adesso arrivano i dati, in accordo col ministero dell’Interno francese, diffusi dal Service de Protection de la Communauté Juive, l’organismo che gestisce la sicurezza della più grande comunità ebraica d’Europa. Soltanto nei dieci giorni successivi alla strage si sono registrati in Francia 90 attacchi antisemiti.
Nove al giorno. In totale, fra marzo e aprile, 148 attentati, 43 dei quali “gravi”. Oltre agli attacchi a sinagoghe, centri comunitari, cimiteri e scuole ebraiche, ci sono gli affronti che ogni giorno gli ebrei devono subire per strada, o a scuola. Jöel Mergui, presidente del concistoro delle comunità ebraiche, ha detto che “non passa settimana senza che ci siano attacchi antisemiti in Francia”. L’artista Ron Agam ha dato la colpa agli imam: “Le autorità francesi devono fermare il lavaggio del cervello di decine di migliaia di musulmani di Francia. E’ inaccettabile che questa cultura razzista e antisemita sia tollerata da un numero significativo di musulmani”.
Il rabbino capo di Lione, Richard Wertenschlag, dove è avvenuto l’attentato, ha definito la situazione “insostenibile”. Un mese fa, nel presentare il rapporto del Kantor Center for the Study of Contemporary European Jewry all’Università di Tel Aviv, il presidente del Consiglio ebraico europeo Moshe Kantor aveva detto che l’antisemitismo in Europa è una “bomba ad orologeria”, che si tratta di una vera e propria “esplosione” di odio e persecuzione e che “il conflitto mediorientale è stato esportato in Europa”. Il 42 per cento degli attacchi sono individuali, il 20 alle proprietà ebraiche, il 18 alle sinagoghe, il 14 ai cimiteri e l’8 alle scuole ebraiche. Fra le nazioni che spiccano per antisemitismo ci sono Francia e Inghilterra, che assieme al Canada, sono i paesi in cui hanno luogo ben il 63 per cento di tutte le aggressioni antiebraiche nel mondo.
Secondo il ministero per l’Immigrazione israeliano, duemila ebrei francesi ogni anno stanno abbandonando la Francia alla volta dello stato ebraico. Avi Zana, direttore dell’Ami, l’organizzazione che fornisce assistenza a chi lascia la Francia alla volta di Tel Aviv, ha detto che potrebbe innescarsi una “fuga di massa”. Daniel Ben-Simon, parlamentare alla Knesset, ha anche scritto un libro, “French Bite”, per raccontare come gli ebrei francesi non si sentano più al sicuro. Simbolo di questa emigrazione di massa sono le acquisizioni immobiliari compiute in Israele in questi anni dagli ebrei parigini e della Provenza. Schiere di villette e appartamenti vuoti e pronti in caso in Francia la situazione volga al peggio, come a Tolosa. Il maggiore immobiliarista di Tel Aviv, Yitzhak Touitou, allo Spiegel ha rivelato che “un terzo dei miei acquirenti sono francesi”.
Il giornale israeliano Jerusalem Post, citando statistiche governative, parla di un ventisei percento di ebrei francesi pronti a partire per lo stato ebraico, dove già vivono centomila cittadini con passaporto francese. L’ex rappresentante dell’Agenzia ebraica in Francia, Menahem Gourary, parla della partenza probabile di 30- 33.000 ebrei verso Israele. Considerando lo scenario post Tolosa, il numero potrebbe drammaticamente salire.
IL FOGLIO 07/06/2012

La Francia, già, la douce France. La Francia di Dreyfus, la Francia di Vichy, la Francia di Carpentras, la Francia della tecnologia e del materiale nucleare forniti a Saddam Hussein, la Francia in cui una studentessa ebrea viene aggredita dai compagni e condannata a pagare una multa stratosferica per avere denunciato l’aggressione (Ebrea aggredita deve pagare), la Francia di Ilan Halimi, la Francia delle sinagoghe incendiate, devastate, distrutte, degli ebrei aggrediti per strada – ma guai a chiamarlo antisemitismo. La Francia, sì.


barbara