PER UN MOMENTO DI RIFLESSIONE

Che non fa mai male. Qui. E pochi sanno bene quanto me – pur in circostanze molto meno drammatiche – che cosa significhi incontrare un angelo sulla propria strada.

barbara

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NO, NIENTE, È STATO UN INCIDENTE

Quello di Pamela, dico, la ragazza di Macerata. Nient’altro che un incidente, un caso isolato, oltretutto, unico, mica una cosa generalizzata, insomma speriamo che non si ripeta. Sì, c’è anche qualcuno che non si comporta bene, ma in compenso ci sono migliaia di nigeriani che lavorano, che pagano le tasse (leggi: che mi stanno pagando la pensione). No, che il traffico di droga lo hanno tutto in mano loro non gliel’hanno detto: lui, il cardinale John Onaiyekan è un’anima candida, non hanno voluto turbarlo, e così gli hanno lasciato credere che sono tutti buoni, e lui allora ci spiega che in Italia devono poter circolare tutti, senza paura, senza distinzione di colore, che noi adesso non siamo abituati agli italiani negri, ma ci saranno sempre più italiani negri, e ci dobbiamo abituare (e non è carina poi questa cosa che se un bianco chiama negri i negri è razzista, viene sospeso da FB, messo alla gogna da tutta la gente per bene, mentre se un negro chiama negri i negri va tutto bene? Non sarà un po’ razzista questa cosa di trattare i negri diversamente dai bianchi?). Vabbè, se volete leggervelo tutto per bene lo trovate qui, e adesso guardatevi il video e godetevelo in tutto il suo splendore.

barbara

AKKO (13/16)

Ovvero dell’apartheid. Quella di Israele intendo, naturalmente, che tutti noi ben conosciamo, quella che costringe il mondo intero a mobilitarsi, a invocare condanne Onu e a boicottare e a marciare, e a bruciare bandiere, e a proclamare giornate settimane mesi anni della rabbia e del tetano e del tifo e del colera e della diarrea fulminante. Di cui mi sono già ampiamente occupata.

Akko, l’antica San Giovanni D’Acri, si trova qui:
Akko
in Israele, come vedete. Non nei famosi Territori palestinesi/occupati/contesi/disputatierisputati, no, proprio Israele Israele, assegnata a Israele già nel piano di partizione del 29 novembre 1947 (risoluzione Onu 181), decine di chilometri distante dalla famigerata linea verde rossa gialla ciclamino fucsia amaranto. Che effettivamente sarebbe stato di gran lunga meglio: ve lo immaginate condannare “la costruzione di sei appartamenti e un capanno degli attrezzi più il casotto del cane e la cesta del gatto oltre la linea blu di Prussia”? O la notizia che “l’incidente è avvenuto oltre la linea eliotropo”, “il missile è caduto oltre la linea grigio asparago”, “un colono è deceduto in seguito a uno scontro a fuoco con un militante oltre la linea incarnato prugna”, “disordini oltre la linea giallo paglierino come la pipì delle persone giovani e sane” “boicottiamo i kaki coltivati oltre la linea kaki”: si sentirebbero talmente ridicoli che sarebbero costretti a smettere da soli. Purtroppo quella verde avevano a portata di mano, e tocca rassegnarsi. Akko comunque è di qua. Ed è caratterizzata da una popolazione con una forte componente araba (ho già raccontato che immediatamente dopo l’incidente, mentre ero a terra gridando per il dolore disumano, i ragazzini intorno mi gridavano sharmutta sharmutta, puttana in arabo); girando per le strade della cittadina ho fotografato questi cartelli coi nomi delle vie.
cartelli Acco 1
cartelli Acco 2
cartelli Acco 3
cartelli Acco 4
cartelli Acco 5
cartelli Acco 6
cartelli Acco 7
Per chi avesse poca confidenza con le scritture diverse da quella latina, preciso che sono scritti in arabo. Solo in arabo. A Gerusalemme invece, città ebraica per antonomasia fin dalla notte dei tempi, i cartelli sono così
cartello stradale Isr 1
cartello stradale Isr 2
cartello stradale Isr 3
Via Dolorosa
Ha-Kotel (Western wall) street sign, Jerusalem
Akko, città antichissima, ha una storia talmente complessa che rinuncio a raccontarvela (anche perché non la so mica tutta); ricordo solo che è stata sede degli Ospitalieri, di cui è rimasta la cittadella, che non ho fotografato. Per chi fosse interessato ho fatto qualche foto nel primo viaggio, quello in cui ho attraversato tutta Israele da nord a sud e da est a ovest con entrambe le zampe rotte (poi ho fatto due mesi in sedia a rotelle e un anno intero prima di tornare a camminare quasi normalmente, ma ne valeva la pena) e se il cannocchiale funziona le trovate qui (fatte con la Minolta con lo zoom da quasi un chilo sempre in precario equilibrio sulle suddette zampe rotte). Stavolta ho fotografato solo un albero, ripreso in tre tappe
albero 1
albero 2
albero 3
e manca ancora l’ultimo pezzo, per il quale, non essendo contorsionista, mi sarei dovuta sdraiare per terra. E poi ho fatto ancora queste foto
Acco 1
Acco 2
Acco 3
Acco 4
e questa è l’ultima perché subito dopo mi sono sfracellata.

barbara

LA LEZIONE DI OLA

Si chiama Ola Ostrovsky-Zak, ha 34 anni e tre figli, due cui uno piccolissimo, ed è infermiera all’ospedale di Hebron, Cisgiordania. La sua famiglia, ebrea, si è trasferita in Israele da due generazioni. Venerdì sera era di turno quando in ospedale sono arrivati i feriti di un brutto incidente stradale: una famiglia palestinese con il padre che morirà poco dopo il suo arrivo, la madre con un grave trauma cranico in terapia intensiva e il loro piccolo figlio, rimasto illeso.
Yaman, bambino, rimane in sala d’attesa insieme alle due zie che sono accorse. Non ha nulla. Piange: per sette ore non ha mangiato nulla e ha rifiutato i biberon.
“La zia mi ha raccontato che Yaman è sempre stato allattato solo al seno della madre fin dalla nascita – racconta l’infermiera -. Non ha mai bevuto dal biberon. Hanno chiesto se qualcuno avesse potuto allattarlo e le ho detto che avrei potuto farlo io. Sono rimaste sorprese. Non riuscivano a credere che una madre ebrea potesse accettare di allattare un bambino palestinese. Mi hanno portato in braccio, mi hanno baciato, non smettevano mai di abbracciarmi.”
“Eppure – dice Ola Ostrovsky-Zak – sono sicura che tutti i miei amici al mio posto avrebbero fatto lo stesso”. La foto (pubblicata dal profilo social dell’ospedale Hadassah) ha fatto già il giro del mondo. Le zie di Yaman hanno raccontato che nella tradizione islamica una donna che allatta almeno cinque volte un bambino diventa la sua “seconda madre”. “Sono rimasta molto colpita – racconta sempre Ola -. Ora posso dire che ho un figlio palestinese”.
Prima della fine del turno l’ospedale ha pubblicato un annuncio sul gruppo Facebook Leche League (di madri che allattano) per chiedere la disponibilità a qualche madre volontaria e hanno risposto in migliaia. Donne arabe, ebree, israeliane, palestinesi. Senza differenza.
“Ogni madre l’avrebbe fatto” recita la didascalia alla foto diffusa dall’ospedale. Ogni madre. Davvero.
(Giulio Cavalli, fanpage, 7 giugno 2017)

Non riuscivano a credere che una madre ebrea potesse accettare di allattare un bambino palestinese”: evidentemente tutto ciò che da sempre era stato loro raccontato sugli ebrei rendeva impossibile crederlo. Per fortuna ogni tanto si trova anche qualcuno disposto a credere ai fatti, anche quando contrastano con l’ideologia.

barbara

 

CHE POI IL 27 GENNAIO

È stato anche il terzo anniversario del mio incidente, quello con le ginocchia tumefatte e i cavallucci marini e che no, non poteva andare peggio.
A tre anni di distanza posso provare a fare il punto della situazione.
Le gambe sono pesantemente disastrate, ci sono zone necrotizzate e vari punti che solo a sfiorarli quasi svengo dal dolore. Le ginocchia sono e restano distrutte. Seguendo il consiglio del marito della mia fisioterapista di Brunico, quando a un anno e mezzo dall’incidente la sensibilità ha cominciato a diminuire leggermente (e io ho smesso di dover girare in minigonna ogni volta che cambiava il tempo perché lo sfioramento del tessuto mi provocava un dolore insopportabile) ho preso a spazzolare con uno spazzolino di tasso spalmato di gel morbido le cicatrici cordoniformi grosse un dito, che nel giro di un anno si sono via via appiattite, pur restando dolentissime e notevolmente deturpanti. Contemporaneamente ho lungamente massaggiato le ginocchia con l’olio, e la pelle rattrappita dalla fitta ragnatela di cicatrici sottili si è, nel giro di un mezzo anno, ammorbidita e distesa abbastanza da permettermi almeno di accucciarmi, visto che di inginocchiarmi non se ne parla proprio, neanche su un cuscino.
La cartilagine del naso frantumata e rattoppata alla meno peggio, continua ad essere un problema: un mese fa, per dire, l’estetista nell’affrontare con forse eccessiva energia un punto nero, me l’ha rotta in due punti, scatenandomi un urlo belluino, e tuttora scrocchia e fa un male cane (male ha sempre continuato a farmene, comunque).
I tremendi problemi neurologici che si erano presentati subito dopo l’incidente, sono sostanzialmente risolti, ma mi è rimasta una certa difficoltà a concentrarmi intensamente su qualcosa per più di una decina di minuti (ma anche di concentrarmi blandamente per tempi lunghi), sono diventata ancora più ipersensibile ai rumori di quanto già non fossi prima, e in particolare ho problemi col telefono, perché la voce che mi entra direttamente nell’orecchio mi disturba notevolmente e dopo un po’ mi fa entrare in uno stato semiconfusionale.
Ho dovuto subire, tre mesi e mezzo dopo l’incidente, un intervento ginecologico a causa dell’ematoma – che aveva lasciato coaguli che ad un certo punto avevano cominciato a infettarsi provocando un ascesso – che l’atterraggio di faccia sull’asfalto dopo il volo di parecchi metri mi aveva causato, e del quale al momento non mi ero accorta.
Dall’assicurazione del mio investitore, come risarcimento danni, a fronte di spese documentate (e naturalmente ce ne sono sempre altre non documentabili) per oltre 3600 euro, con almeno un mese di sostanziale invalidità, molte settimane di dolori disumani, mesi di dolori solo vagamente umani, danni permanenti eccetera, ho ricevuto in tutto 6000 euro. Che se sapevo così quasi quasi non mi facevo neanche investire.
Poi, quando stavo cominciando a riprendermi, è iniziata tutta la serie di guai che in parte (in minuscola parte: questo dopotutto è un blog, mica il muro del pianto) conoscete anche voi. In compenso ho avuto la ventura, da quando mi sono trasferita qui, di incontrare ben quattro medici meravigliosi (equamente distribuiti: due uomini e due donne – e pazienza se in questo modo violo le norme delle teorie gender) per cui almeno qualche conforto ce l’ho.

E dunque – considerando poi che quell’incidente potrei anche non essere qui a raccontarlo – rallegriamoci con un buon bicchiere di vino: bicchiere che, come possiamo chiaramente capire dal suono degli strumenti, si va rapidamente moltiplicando. D’altra parte, sempre meglio un bicchiere in più che uno in meno, soprattutto se consideriamo che brave persone come Hitler e Beria non bevevano, non fumavano ed erano vegetariane.

barbara

 

LIORA

Ovvero, quando si decide di voler vincere.

Liora era uscita a festeggiare il grado di ufficiale insieme a quattro compagni di vita e di avventura. Si occupavano di computer e di elettronica all’interno dell’aviazione, quel traguardo significava moltissimo per loro. Avevano dunque preso un veicolo militare dalla base in cui operavano, nel sud del paese, e si erano diretti verso Tel Aviv, la città che non dorme mai.
“I beduini che popolano il deserto hanno la tradizione di scavare dei canali vicino alle strade, un metodo antico, utile per recuperare le bestie che scappano improvvisamente dal pascolo.”
Nell’oscurità del deserto, sul ciglio di una strada illuminata unicamente dal riflesso delle stelle, un camion non aveva rispettato il segnale di precedenza, scaraventando in uno dei canali l’automobile in cui si trovava Liora.
“Tamir e Adva sono morti sul posto, Yotam è rimasto gravemente ferito e sino ad oggi è disabile al cento per cento, Gal si trascina ancora sulle stampelle e ha perso ormai quasi del tutto la vista. E poi ci sono io.” Liora riporta diverse lesioni, ma rimane in pieno stato di coscienza.
“Sono rimasta in quella macchina accartocciata per tre infinite ore aspettando che qualcuno si accorgesse di noi. Sentivo i miei amici piangere, nessuno parlava, poi persino il pianto si spense e rimasi da sola, sola nell’oscurità della notte.”
Fortunatamente un passante non riuscì a trattenere i propri bisogni, scese dalla macchina con l’intento di svuotare la vescica e si ritrovò davanti cinque corpi inermi.
“Mi portarono immediatamente nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale più vicino, avevo perso conoscenza e il medico comunicò ai miei genitori che non avrei superato la notte. Le ferite erano troppo profonde perché io sopravvivessi.”
Liora si risveglia sullo stesso letto di ospedale quattro mesi dopo.
“Aprii gli occhi per la prima volta e scoprii di aver perso le mie capacità motorie, sia alle braccia che alle gambe.”
I mesi di riabilitazione sono lunghi e difficili.
“Inizialmente tutti mi stettero accanto, gli amici di una vita si dimostrarono preziosi, ma non passò troppo tempo prima che mi ritrovai sola, di nuovo. Tutti tornarono alla loro routine, dimenticandosi del mio dolore.”
Gli unici che non la lasciarono mai, nemmeno per un istante, furono i suoi genitori.
“Viaggiarono tutto il paese per me, fino a quando mio padre si prese un infarto e mia madre dovette prendersi cura di lui. In quel preciso momento capii che quella era una guerra che avrei combattuto da sola, che io ero l’unica a poter cambiare la mia sorte.”
E così fu, così fece. Con uno sforzo sovrannaturale Liora proseguì la riabilitazione, riacquistò del tutto l’uso delle gambe e delle braccia. L’uso della parola.
“Tornai ad essere me stessa, il mio fisico rispondeva perfettamente ad ogni comando, ma le cicatrici che mi portavo appresso erano incise dentro di me.”
“Dov’è finita la Liora della terapia intensiva?”, le domando incredulo, osservandola dalla folta chioma castana alla punta dei piedi. Di lei non vedo traccia.
“Mi avevano detto che non avrei potuto avere figli, oggi sono madre di tre meravigliose bimbe. Mi avevano detto che non avrei potuto studiare, oggi termino la seconda laurea e mi avvio per il dottorato. Mi avevano detto che non avrei potuto disegnare, tre anni fa ho inaugurato una mostra di quadri che rappresentavano la mia storia e che portavano la mia firma. Mi avevano detto che non avrei più praticato dello sport, da quattro anni sono una giocatrice nella lega di pallavolo. Quel riflesso di me su un letto di ospedale appartiene ad una vita precedente. Una vita che ho dovuto lasciare alle mie spalle per poter guardare verso un futuro migliore.”
La incontro per la prima volta in casa di riposo, durante un’attività di volontariato organizzata da Michael Sierra, ideatore e fondatore della Giovane Kehilla. Mi allontano per qualche istante dal gruppo di giovani italiani indaffarati nella preparazione delle challot con gli anziani della residenza, per scambiare qualche parola con lei.
“Sono responsabile di quattro case di riposo, mi occupo specialmente di reparti dedicati ai superstiti della Shoah ed agli anziani affetti da alzheimer.”
Inoltre Liora collabora con l’esercito israeliano, perché nonostante la sua rinascita, non dimentica mai da dove è venuta.
“Mi occupo di quei soldati che soffrono di disabilità motorie o mentali, in seguito a ferite e traumi riportati durante gli anni della leva. Giro per gli ospedali occupandomi di loro, parto all’estero per raccogliere fondi destinati alla loro riabilitazione. Perché le persone disabili hanno moltissimo da insegnare, non valgono meno di qualunque altro essere umano, vivono il presente proprio come tutti noi.”
Mi racconta di aver terminato l’ultimo intervento l’anno scorso, rimuovendo un grosso frammento penetrato nella sua schiena decine di anni prima. Durante la notte dell’incidente.
“Ho chiesto al chirurgo di lasciarmi una cicatrice su quel punto della pelle. Era incredulo, mi ricordò che in tutti quegli anni gli avevo sempre chiesto di fare i massimi sforzi per non lasciare alcuna traccia dell’accaduto. Eppure quella volta era diverso, una parte di me desiderava conservare per sempre un piccolo segno della tragedia. Una prova concreta di tutti gli sforzi compiuti per diventare la persona che sono oggi.”
Concludo così l’intervista a Liora, una donna forte e coraggiosa, un ufficiale dell’esercito, un’insegnante, una madre.
“Dio aveva un piano per me, lo so, lo sento. E sono certa di aver finalmente imparato la lezione: il segreto non è rimanere in piedi, il segreto è cadere per poi rialzarsi. Perché la vita è bella, merita di essere vissuta.”
David Zebuloni
(Moked, 23 settembre 2016)
liora
Vero che fa un gran bene leggere storie come questa?

barbara

I VINI (11/3)

Direi che è la cosa giusta da cui partire, dato che la denominazione di questo viaggio era “Tour enogastronomico”, e gli israeliani, che ne sanno sempre una in più, ci hanno accolti con questo cartello, perché sapevano quale astronomica quantità di grassi avremmo ingurgitato.
cartello
Ma torniamo ai vini. Abbiamo visitato quattro cantine. La prima è stata la cantina Yatir, dove alle quattro del pomeriggio ci ha accolti una stressantissima ma non per questo meno entusiasta addetta all’accoglienza che, come ci ha spiegato, era al lavoro dalle quattro di mattina e alle cinque aveva un matrimonio. Ha trovato comunque il tempo e la forza e la pazienza di dare spiegazioni mentre io fotografavo i dintorni: il prato,
yatir
una parte dei vigneti (non si vedono, ma garantisco che ci sono) con sullo sfondo, in cima alla collina, i resti di un villaggio ebraico del periodo bizantino che ha resistito fino all’arrivo dei musulmani, nel VII secolo, che hanno cancellato anche quella minuscola minoranza, come troppe altre cose sul pianeta Terra,
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e le vinacce.
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In un momento successivo ho avuto modo di apprezzare anche la simpatica targhetta delle toilette, comprensiva di istruzioni per l’uso.
yatir-toilette
Dentro la cantina abbiamo goduto dei consueti assaggi, che invece dei soliti tre sono stati sei, uno più squisito dell’altro.

Alla cantina Mony, che prende il nome dal figlio del proprietario morto in giovane età, non ho fatto foto, però in compenso ho comprato una discreta quantità di squisitezze, antipasti e marmellate. I proprietari sono arabi cristiani, che hanno preso in affitto la terra da un vicino monastero, ma producono vino rigorosamente kasher. Qui gli assaggi erano tre, ma sono riuscita a farne quattro. Prima di bere, per non rischiare di introdurre alcol a stomaco vuoto, c’erano a disposizione una ciotola di olive (fra le migliori in assoluto tra quante mi è capitato di assaggiare), un cestino di pane, una ciotola di olio in cui intingere il pane, e una di za’atar in cui insaporirlo (di tutte queste cose ho fatto fuori una quantità stratosferica).

La terza cantina è stata quella del Golan. Attraversando questo splendido patio
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si esce e si vedono i contenitori, che variano da 500 a 200.000 litri, per i vini che vanno messi in commercio giovani,
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mentre quelli da invecchiare stanno nelle botti.
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Ci ha fatto da guida una tizia piccolina con due mastodontiche latterie, molto spumeggiante e simpatica, che ci ha fatto poi da guida anche nei tre assaggi, da effettuare con tutti i cinque sensi.

L’ultima è stata quella di Galil Mountain, in cui eravamo già stati l’anno scorso. L’anno scorso non avevo capito niente delle spiegazioni perché stavo malissimo, e per la stessa ragione non avevo neppure potuto fare gli assaggi, ed ero rimasta tutto il tempo fuori in poltrona, in stato semicomatoso. Quest’anno in tutto il viaggio non ho avuto neppure un malore, ma quella mattina si era verificato un piccolo incidente, non grave ma che, non so perché, mi ha provocato uno stato di shock (cosa che non mi era accaduta neanche quando sono stata investita sulle strisce), con forte tremito e tutto l’armamentario degli stati di shock (ma lo racconterò in altra occasione, perché è stato divertente), e insomma non me la sentivo di fare tutto il giro della visita, e sono rimasta in poltrona all’ingresso. Mi ha fatto compagnia Luciana, anche lei veterana della cantina e poco desiderosa di fare di nuovo il giro, e lì mi è preso un incontenibile attacco di logorrea e le ho rovesciato addosso tutti i miei guai fisici dell’ultimo anno (poi, dopo qualche ora, sono tornata in me e sono andata a chiederle scusa). Gli assaggi comunque, visto che fisicamente stavo benissimo, me li sono fatti, eccome se me li sono fatti.

Abbiamo visitato anche un’azienda che produce olio di altissima qualità. L’olio (50€ al litro) non l’ho comprato, però mi sono comprata un bel po’ di cremine fantastiche che la guida, una biondina piccolina molto carina, ci ha fatto provare direttamente sulla pelle.

barbara

POTEVA ANDARE PEGGIO

Mi è venuto in mente una volta che mi è capitato di raccontare dell’incidente di quasi tre anni fa, e di questo che non mi ha vista e non ha neanche toccato i freni e mi ha centrata in pieno facendomi fare un volo di non so quanti metri scaraventandomi poi sull’asfalto a faccia in giù in una pozza di sangue e non un solo millimetro di corpo che non fosse un concentrato di dolore e le ruote dell’auto a tre centimetri dal mio corpo perché ha cominciato a frenare solo quando ha sentito il botto dell’auto contro il mio corpo e allora il mio interlocutore, considerando che a questo punto poteva anche passarmi sopra, ha detto: “Beh, dopotutto poteva andare peggio”, e io: “No: mentre ero lì per terra si è messo a piovere”.

No niente, era solo per dire che anche Jerome Silberman se n’è andato.

barbara

E VOI NEANCHE VE LO IMMAGINATE

che razza di impresa sia mettersi le mutande senza chinarsi neanche di un millimetro (e lo so, non c’è niente da fare: ogni volta che ho un incidente si finisce inevitabilmente a parlare di mutande). Nel frattempo comunque sto diventando un’autentica specialista nell’arte di raccogliere oggetti caduti per terra e aprire sportelli bassi con i piedi (qualcuno ha fatto invereconde illazioni su cos’altro potrò imparare a fare con i piedi, se mi esercito a sufficienza). Poi ho un bel po’ rivoluzionato la sistemazione della casa per rendere accessibili cose che al loro posto consueto non lo erano e ho contattato un’associazione privata per avere un po’ di aiuto (dalle istituzioni pubbliche non ne ho diritto, cioè nel senso che non esiste questo tipo di offerta). Certo che sputtanarmi l’intera stagione balneare, guardare il mare dalla finestra e fargli ciao ciao da lontano (sì lo so, è la canzone più cretina della storia dell’umanità, e cantata con quei due sedanini imbraghettati di rosa e quella vocettina della misericordia fa ancora più pena. E tanto peggio per voi, così imparate a farmi fracassare la spina dorsale), è di un deprimente, ma di un deprimente… Vabbè, proviamo a consolarci con questa:

Mi viene in mente la volta che in barella, mentre mi portavano in sala operatoria, digiuna da un giorno intero continuavo a strepitare “Voglio una fiorentina! Con le patate al forno!” Adesso ho una voglia di ballare, ma una voglia di ballare, ma una voglia di ballare (periodico fisso).

barbara

AGGIORNAMENTO PERSONALE

Tappeto del bagno sopra le piastrelle lisce. Sgabello sopra il tappeto che sta sopra le piastrelle lisce. Io sopra lo sgabello che sta sopra il tappeto che sta sopra le piastrelle lisce. Poi ho fatto un movimento, lo sgabello, essendo posato sul tappeto che è posato sopra le piastrelle lisce, si è spostato spostando il tappeto che è scivolato sopra le piastrelle lisce e io ho perso l’equilibro e sono caduta all’indietro, incastrata tra water bidè vasca da bagno mobiletto altro mobiletto. Bilancio: tutte e due le spalle, una clavicola, un braccio, una mano, una chiappa, un piede, un ginocchio una caviglia più uno squarcio a una gamba dove uno spigolo dello sgabello mi è entrato nella carne. Ah, e poi ho disintegrato il meccanismo della bilancia, che adesso si ostina a raccontarmi che peso quarantaquattro chili e mezzo (tutti ordinatamente in fila per sei con resto di due e mezzo). Ma se becco quel maledetto gattaccio nero che mi ha fatto il malocchio, guarda…

(Consapevole, tuttavia, che fra le persone che leggono questo blog ce ne sono almeno un paio che di incidenti come questo metterebbero la firma per poterne avere uno al giorno, non mi ritengo in diritto di lamentarmi più di tanto)

 barbara