CHE SE POI UNO SI METTE UN ATTIMO A RAGIONARE

Se l’unico motivo per cui li ha fatti fuori è che quelli erano tutti finocchi – perché ormai la lezione l’abbiamo imparata bene: altri motivi non ce ne sono – ne dobbiamo dedurre che anche a New York sono tutti finocchi. E anche a Londra, Madrid, Parigi, Mumbai, Boston, Kenia, Bali più tutti i posti che al momento non mi vengono in mente, per non parlare di Israele: tutti finocchi anche lì. Perché altri elementi comuni a tutte queste stragi, se si dovesse scartare l’ipotesi della finocchitudine, non si saprebbero davvero immaginare.
Obama searching
POST SCRIPTUM (sì, lo so, non c’entra niente di niente con la strage di Orlando e tutte le altre che ho nominato, ma voi lo sapete che io non sono una persona coerente): che gioia per gli occhi e per il cuore, che conforto, che delizia vedere delle innocenti creature che festeggiano la fine dell’asilo!

barbara

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FELICITÀ È UN PIZZICO DI NOCE MOSCATA

Si fa presto a dire “verità”. Si fa presto a dire “realtà”. Si fa presto a dire “bisogna guardare in faccia i fatti”. Si fa presto, quando i fatti sono quelli degli altri. Ma quando la realtà è tale che solo a sfiorarla con lo sguardo non potresti sopravvivere, come si fa? Quando hai una figlia che fortunatamente ha cancellato dalla memoria la propria infanzia, come fai a spiegarle da dove vengono quelle cicatrici che si porta addosso? E allora ti inventi – e le inventi – una realtà parallela, fatta di profumi e di eventi straordinari e meravigliosi e di persone buone e di tanto tanto amore. E la inventi così bene che alla fine non conosci più altra realtà che quella: non la stai più inventando, non stai più mentendo: quel mondo meraviglioso lo stai vivendo.
Il problema è che una figlia, quando si rende conto che quelle storie non possono essere vere perché i suoi compagni sghignazzano sgangheratamente quando lei le racconta nei temi, e la maestra la rimprovera per queste invenzioni così assurde e implausibili, si sente ingannata, si sente tradita, e vuole a tutti i costi sapere la verità, vuole sapere chi è suo padre, vuole conoscere la propria infanzia. E da te non la può sapere, perché tu quella verità non la conosci più, e deve dunque cercarla altrove, e sarà una ricerca lunga, e difficile, e maledettamente dolorosa. Poi, quando sarà arrivata a trovarla, lo capirà anche lei, che con una verità come quella non avresti potuto sopravvivere, né tanto meno regalare a lei tanto amore e tanta felicità.
È un libro bellissimo: leggetelo!

Maria Goodin, Felicità è un pizzico di noce moscata, Sperling & Kupfer
Felicità-noce-moscata
barbara

LE BAMBINE SILENZIOSE

Silenziose prima, perché chiuse nell’appartamento del pedofilo che le ha rapite, e impossibilitate a comunicare col mondo mentre lui le stupra a turno, ripetutamente, e le terrorizza raccontando loro di un vicino tanto cattivo che sicuramente salterebbe loro addosso se tentassero di scappare, mentre lui è tanto buono, tanto gentile (“credete forse che un altro si prenderebbe la briga di usare il lubrificante?”)
E silenziose dopo, per il tremendo trauma subito, silenziose perché anche dagli psicologi che sono stati ingaggiati per aiutarle si sentono violentate in questa continua richiesta di parlare, di raccontare, di rivivere. Silenziose perché non tutto si può raccontare, non tutto si riesce a tirare fuori, non tutto si riesce a guardare in faccia. E silenziose anche fra di loro, ad un certo punto, perché la tragedia vissuta riesce, sia pure solo temporaneamente, a spezzare anche la loro meravigliosa amicizia, a guastare quella straordinaria complicità che aveva permesso loro di trovare la forza di resistere durante i terribili giorni del sequestro.
Questo, a differenza del precedente, non è un romanzo: è la storia vera di due bambine inglesi di dieci anni, rapite mentre stanno andando a scuola da uno dei tanti, troppi immondi esseri subumani che infestano il nostro pianeta. È la storia del loro mondo, delle loro famiglie, del loro rapimento, del difficile, dolorosissimo ritorno alla vita, della rottura, altrettanto dolorosa, del loro legame e del successivo riannodare i fili spezzati.
charlene e lisa
È una storia purtroppo simile a infinite altre – e tante altre storie si sono concluse con delle piccole bare bianche, o con una scomparsa senza ritorno. Si sta male, a leggere queste storie, eppure bisogna farlo, ché non si aggiunga, al loro silenzio innocente, anche il nostro silenzio colpevole e complice.
lebambinesilenziose
Charlene Lunnon – Lisa Hoodless, Le bambine silenziose, Newton Compton

barbara

IL BURQA FIN DALLA PRIMA INFANZIA

No, non lo dice il Corano. E non è legge da nessuna parte. E non è un’opzione generalmente condivisa dai musulmani. Però c’è stato uno sceicco saudita che lo ha suggerito. Il motivo? Proteggere le bambine dagli stupri. Che con mezza briciola di logica uno si chiede: ma se uno è propenso a stuprare una bambina di uno o due anni, in che modo un burqa dovrebbe fermarlo? A parte il fatto che anche fra le donne adulte gli stupri sono molto più numerosi là dove vige la copertura totale che nelle nostre peccaminosissime contrade di minigonne e scollature e trasparenze e sculettamenti a go-go, uno – come pretesto, sia ben chiaro, NON come argomento – potrebbe dire io se vedo tette al vento, culi strettamente fasciati, pelle esposta a ettari, mi eccito e perdo il controllo. Potrebbe. Ma una bambina di un anno deve nascondere viso o mani perché se li vedi ti ecciti?! Castrazione a manetta, cazzo! Castrazione meccanica e non chimica! Palle e uccello insieme, e senza anestesia, mi raccomando.
burqabebè
barbara

E A QUESTI CHE COSA DOVREMMO FARE?

Venezia: bimbo costretto a vedere il padre presunto pedofilo

Scritto da: Renato Marino – giovedì 25 luglio 2013

Querela per una psicologa e un’assistente sociale.

Un bambino costretto a vedere il padre presunto pedofilo. È quanto denuncia l’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena che ha querelato una psicologa e un’assistente sociale di un consultorio dell’Alta Padovana, facente capo all’Ulss numero 15.

Il legale spiega:

«Il figlio della mia assistita viene costretto dai servizi ad incontrare il padre, dopo che l’uomo è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver compiuto abusi sessuali. L’uomo aveva molestato anche la sorellina. Nel 2007 la donna sospetta che il compagno molesti la figlia e quest’ultima, interrogata nel Tribunale di Padova, racconta di come sia stata obbligata dall’uomo a vedere film pornografici, a denudarsi davanti a lui e di come questo adulto la ritenga “l’unica donna della sua vita”, invitandola poi, compiuti i quattordici anni, a vivere insieme per essere una famiglia. Il fratello più piccolo, nel frattempo, viene obbligato a chiamare “mamma” la sorella e a subire i primi abusi. Il bimbo già all’epoca comincia a dare i primi segni di insofferenza. Il suo comportamento cambia ogni volta che incontra il padre che, nel frattempo, non abita più con loro. Anche il bambino viene ascoltato dal Giudice e nel 2012, l’uomo viene rinviato a giudizio con l’accusa di violenza sessuale sul proprio figlio.

Ma nonostante tutto questo:

«il Tribunale per i Minori di Venezia obbliga il piccolo a vedere comunque il padre presso i Servizi sociali. Il bambino non approva la scelta e manifesta più volte il suo dissenso, anche davanti agli stessi operatori. Nel giugno scorso i Servizi sociali vengono invitati a presentare una relazione al Tribunale per i Minori di Venezia. La donna si sente “accusare” dagli operatori del Servizio di manipolare il figlio a suo favore. Tutte queste accuse non solo non sono supportate da documenti, da testimonianze, ma denotano come ci sia stato un vero e proprio accanimento contro la donna, che io ritengo ingiustificato. Se il figlio non incontra il padre, è stato detto alla madre, l’alternativa è l’allontanamento».

L’azione legale dalla mamma del bambino contro la psicologa e l’assistente sociale, per estrometterle dal caso, è scattata a fine giugno. Gli abusi sarebbero avvenuti quando il figlio della donna aveva 3 anni e la figlia 11. (qui)

Della vicenda avevo già parlato qui, questo ne è l’aggiornamento. Servono commenti? Poi magari aggiungiamo la graziosa sentenza che, proprio in questi giorni, ha stabilito che i membri di un branco che commettono uno stupro di gruppo non devono andare in galera, e aggiungiamoci anche questi altri di cui ho parlato qualche giorno fa. Poi qualcuno ha anche il coraggio di gridare alla barbarie se alla fine uno decide di farsi giustizia da sé.

barbara

NADA AL-AHDAL HA 11 ANNI

Anzi, per la precisione, dieci anni e tre mesi. Nada, bambina yemenita, è cresciuta nella casa dello zio, in un ambiente culturalmente ricco in cui ha avuto la possibilità di studiare e imparare il canto. Ma quando un ricco yemenita residente in Arabia Saudita l’ha chiesta in moglie, i suoi genitori hanno cercato di riportarla in famiglia allo scopo di ricevere i soldi per la sistemazione. Di fronte al suo rifiuto, la madre ha minacciato di ucciderla (per “motivi di onore”). La coraggiosa Nada è riuscita a sfuggire, con l’aiuto dello zio, che ricorda anche una zia della bambina, costretta a sposarsi a 13 anni e suicidatasi dandosi fuoco. Questo il messaggio di Nada al mondo:

Altre storie di spose bambine qui e qui.

barbara

E DUNQUE È ARRIVATA L’ESTATE

E con la chiusura delle scuole si pone il problema di sempre: dove mettiamo i bambini? Per almeno una parte, come vi ho mostrato qualche giorno fa, le sistemazioni ci sono – almeno fin che dura – ma non tutti hanno questi bellissimi parchi giochi nelle vicinanze; poi probabilmente per entrare ci sarà un biglietto da pagare, e magari non tutti, specialmente se hanno molti figli, se lo possono permettere. E allora? Niente paura: ci pensa quella prestigiosa istituzione benefica che conosciamo col nome di Hamas:
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(fonti: uno, due, tre, quattro, e poi andate a leggere qui).
E le istituzioni? – direte voi – Le organizzazioni umanitarie? Gli enti a difesa dell’infanzia? Ecco, se andate qui – i miei lettori più vecchi lo conoscono già, e forse anche lo ricordano, ma quelli più recenti magari no – potrete averne un’idea (le foto non sono più visibili perché il cannocchiale ormai è completamente andato a signorine allegre, ma chi gira da queste parti e altre analoghe ne ha già viste a bizzeffe dello stesso tipo).

barbara

UN TUFFO NEL PASSATO

Non ricordo quanti anni avessi. Sicuramente pochi, comunque, forse quattro o cinque. Ero malata – capitava spesso, quando ero piccola. Capita spesso anche adesso, a dire la verità. È sempre capitato spesso, per tutta la mia vita, ma non era di questo che volevo parlare. Ero malata, dicevo, e quella volta era una malattia lunga, e a farmi compagnia mentre ero a letto, ora dopo ora, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, c’era la radio. In quel periodo c’era tutti i giorni, verso metà mattina, una commedia. Probabilmente ce ne sono state diverse, in tutti quei lunghi giorni, ma io ne ricordo una. Cioè no, non la commedia, di quella non ricordo assolutamente nulla; ricordo un titolo, e una musica: Ramona.
Oggi, a dispensare grazie senza limiti a tutti i postulanti, abbiamo fortunatamente due grandissimi santi: San Google e San Youtube. E grazie alla loro generosità e ai loro miracoli, posso condividere anche con voi quel mio lontanissimo ricordo, rimasto intatto lungo gli anni e i lustri e i decenni. Ve lo propongo nella versione originale di Dolores Del Rio,

in quella con l’emozione del fruscio del 78 giri e con le foto della fatale Pola Negri,

 quest’altra dedicata alla bellezza femminile (sì, in questo mondo brutto sporco e cattivo, in questa valle di lacrime, in quest’atomo opaco del male, qualcuno che ci ama, disinteressatamente, allegramente, spensieratamente, ancora c’è)

e infine in quella del mitico Carlos Gardel.

(Perché senza le memorie del passato, quale presente si può mai vivere? E quale futuro costruire?)

barbara