MUOIA ISRAELE

Sottotitolo: “La brava gente che odia gli ebrei”.

Tutti sentiamo continuamente parlare di boicottaggi. Tutti sappiamo di università che fanno della demonizzazione di Israele la propria ragion d’essere. Tutti abbiamo notizia di cantanti e gruppi che rifiutano di esibirsi in Israele. E di istituzioni che rifiutano ogni forma di collaborazione con omologhi israeliani, e di chiese intensamente impegnate nella propaganda anti israeliana e ogni sorta di politici e politicuzzi, artisti e artistucoli e varia umanità dedita alla nobile arte del buttare badilate di fango su Israele. Ma nessuno di noi, neanche chi più da vicino segue le notizie che riguardano Israele è preparato all’abisso che ci si spalanca davanti agli occhi in questo documentatissimo saggio: quante istituzioni, quanti politici, quanti artisti, quanti intellettuali, quante università, e soprattutto quali istituzioni/politici/artisti…, e che cosa esattamente dicono e fanno. Un libro da leggere assolutamente, per toccare con mano l’intensità – costantemente crescente – dell’odio che, per mezzo di Israele e con il pretesto di Israele, investe l’ebraismo tutto. Credo valga la pena di leggere qualche pagina del capitolo dedicato agli intellettuali.

Gli intellettuali sono sempre stati pronti a tradire gli ebrei. Gli intellettuali italiani lo fecero quando a chiederglielo fu una circolare ministeriale fascista. E furono prontissimi a commemorarli quando un’altra circolare ministeriale, nel Dopoguerra, li voleva sensibilizzare alla pietà, chiedendone in pegno una smorfia di sussiego.
Roma, 19 agosto 1938; il ministro dell’Educazione Giuseppe Bottai fa inviare ai presidenti delle accademie, degli istituti e delle associazioni culturali italiane un questionario per censire gli accademici di «razza ebraica». I professori e gli intellettuali devono dichiarare la loro appartenenza religiosa. È il momento in cui il regime fascista decide di attuare «un’arianizzazione totalitaria» della società italiana. L’indagine, promossa da Bottai, ha due scopi: la persecuzione immediata degli ebrei e capire l’atteggiamento delle élite intellettuali del Paese davanti alla svolta antisemita decisa da Mussolini.
La risposta degli intellettuali è imbarazzante, ossequiosa, traditrice. Benedetto Croce e Gaetano De Sanctis si rifiutano di compilare il questionario. Con loro pochissimi altri. Croce, unico caso finora documentato, arriva addirittura a contestare i presupposti stessi del censimento. Una mosca bianca.
Gran parte degli accademici risponde al censimento sull’appartenenza alla religione ebraica, imposto dal regime, dichiarando il proprio cattolicesimo, la propria arianità. Tra questi c’è Luigi Einaudi, senatore e professore universitario, futuro Presidente della Repubblica (dal 1948 al 1955), antifascista liberale. Einaudi compila il questionario e, a margine, sottolinea che la sua «appartenenza alla religione cattolica data ab immemorabile».
Norberto Bobbio, maître á penser del socialismo liberale e antifascista, compila il questionario sulla razza. Concetto Marchesi, docente all’Università di Padova, leader della Resistenza, autore nel 1945 di un duro intervento, sul tema Fascismo e Università, in cui condannerà «la libidine di asservimento» e «la voluttà di essere servi» degli accademici durante il regime, nell’agosto 1938 compila il questionario. Risposta sintetica: non ebreo. Marchesi, deputato alla Costituente nel 1946, morirà nel 1957. La sua commemorazione, alla Camera, sarà fatta da Palmiro Togliatti.
Amintore Fanfani, allora professore per l’Accademia Petrarca di Arezzo e futuro Presidente del Consiglio dell’Italia repubblicana e antifascista, compila il questionario. Risposta: «Sempre cattolici». Francesco Boncompagni Ludovisi dell’Accademia dei Georgofili di Firenze va oltre l’adesione al cattolicesimo e scrive: «Discendente dal pontefice Gregorio XIII». Riempì il questionario per l’accertamento razzista anche Gustavo Colonnetti. Pochi anni dopo, nel 1944, dal suo esilio svizzero lo stesso Colonnetti accuserà gli intellettuali del «reato di prostituzione della scienza» per aver ceduto alle lusinghe del regime.
La risposta al censimento di razza coinvolse Vittorio Emanuele Orlando, già Presidente del Consiglio prima dell’avvento del fascismo, e Ivanoe Bonomi, futuro Presidente del Consiglio nel 1944-45.
Molto spesso le risposte alle domande del questionario sulla razza venivano vergate con l’inchiostro rosso, per evidenziare meglio l’arianesimo di chi le sottoscriveva. Altre volte si sottolineava l’appartenenza alla religione cattolica con caratteri maiuscoli e punti esclamativi. Ugo Betti, scrittore e magistrato, scrive: «La mia famiglia fu sempre cattolica (nonché ariana al cento per cento)». Vittore Branca, membro dell’Accademia della Crusca di Firenze, spiega: «I miei familiari sono sempre stati cattolici: appartengono alla nobiltà imperiale». Lorenzo Bardelli, professore ordinario all’Università di Firenze, risponde al quesito sulla razza con tre parole: «Pura razza ariana».
Furono 400 i docenti ebrei italiani privati dei loro incarichi. Ci fu chi, come Federico Cammeo, assistente di Diritto civile a Firenze, si freddò con un colpo di pistola alla tempia subito dopo aver ricevuto la lettera che lo privava del suo incarico per via della «razza».
Assume dunque un particolare valore il rifiuto di Benedetto Croce di compilare il questionario. «L’unico effetto della richiesta dichiarazione – si legge nella replica di Croce al questionario sulla razza – sarebbe di farmi arrossire, costringendo me, che ho per cognome CROCE, all’atto odioso e ridicolo insieme di protestare che non sono ebreo, proprio quando questa gente è perseguitata». Un atto di coraggio. Un gesto da non dimenticare. Anche perché al termine del censimento, scattò per i professori e gli intellettuali ebrei la retata del regime.

Storia vecchia, come si vede. E che continua tuttora. [LETTERA APERTA DEI DOCENTI DELL’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA]

Giulio Meotti, Muoia Israele – La brava gente che odia gli ebrei, Rubbettino
muoia israele
barbara

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I MANDARINI

Cioè gli intellettuali del dopoguerra francese, raccontati da un’intellettuale un po’ noiosa, che vi rappresenta se stessa e naturalmente Sartre, per i quali si potrebbe coniare l‘espressione “l’insostenibile bruttezza degli intellettuali”
beauvoir-sartre
(qui una bella descrizione). Racconto un po’ sconclusionato che si snoda per 764 pagine, pasticciando su insieme storie balorde e storie quasi serie, scheletri negli armadi e spedizioni punitive, amori deliranti, amori recitati, amori quasi veri, belle fanciulle messe in vendita da madri avide, fascisti riciclati, doppiogiochisti, spie e traditori, viaggi transoceanici e un sacco di altre cose ancora – troppe, decisamente – fra cui lunghe lunghe lunghe elucubrazioni, a volte sotto forma di dialoghi, altre sotto forma di monologhi, ma sempre decisamente noiose.
L’unica cosa veramente apprezzabile è la seria riflessione sul comunismo, che da finestra sulla libertà negli anni tragici del nazismo e dell’occupazione tedesca, si va sempre più facendo intransigente dittatura del pensiero unico, in cui nessun dissenso è ammesso, nessuna opinione personale è legittima, nessuna deviazione dal tracciato prestabilito è contemplata.
L’ho letto perché stava lì da trentacinque anni e i libri, una volta acquistati, bisogna prima o poi leggerli (fatta salva la libertà di buttarli dopo cinquanta, o anche dopo dieci pagine, nel caso ciò si rivelasse necessario alla propria sopravvivenza). Onestamente non posso dire che sia stato tempo del tutto buttato via, ma abbiamo visto di meglio, ecco.

Simone de Beauvoir, I mandarini, Einaudi
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barbara