QUANDO IL NON CAMPIONE È IL CAMPIONE PIÙ GRANDE

La storia del judoka iraniano in fuga dal regime degli ayatollah

Il trillo del telefono come punto di non ritorno. Quando Saeid Mollaei ha sentito la suoneria, ha dato uno sguardo al tatami e capito tutto. Quello che era previsto e quello che nessuno si aspettava. Il judoka ha lasciato l’Iran, è un disertore, si dice così, anche se Mollaei è un uomo libero e triste che ha dovuto fare scelte complicate in un pomeriggio impossibile. La sua patria gli ha chiesto di perdere, di evitare la finale dei Mondiali di judo appena finiti in Giappone, perché l’avversario, praticamente certo, sarebbe stato un israeliano. Fino a qui è purtroppo abitudine, ma in questo preciso anno, in teoria, non doveva esserlo. Il 9 maggio la federazione internazionale ha ricevuto una lettera in cui lo sport iraniano si impegnava a rispettare qualsiasi avversario, a non discriminare o condizionare nessun atleta. Un documento preteso dopo decenni di sospetti e una carta a cui Mollaei aveva creduto. Si aspettava di giocarsi il titolo contro Sagi Muki, ma la sua federazione ha dato altre istruzioni: «Esci subito, dopo i preliminari, è la legge. Niente contatti con Israele, non puoi riconoscere il tuo avversario combattendo con lui». Se Mollaei fosse uscito di scena prima ancora di intuire gli incroci del tabellone nessuno avrebbe potuto costruire processi. Invece lui ha combattuto fino ai quarti, sperava di andare così vicino alla finale da obbligare i suoi a fare marcia indietro. Il disegno ormai sarebbe stato chiaro, il sospetto evidente, inutile rischiare sanzioni. Di nuovo Mollaei ha creduto nella logica. Poi è suonato il telefono ed ogni gesto fatto nei minuti successivi portava già alla decisione presa adesso: non tornare, denunciare, raccontare ogni dettaglio di quelle ore di panico, essere così preciso, lucido e coraggioso da costruire un caso. Cambiare la storia. Un judoka allena fisico e onore, sa quando cedere, conosce la via del riscatto. Al telefono c’era l’Iran, qualche funzionario contrariato passato dai consigli alle minacce. Ha risposto l’allenatore e passato le truci consegne: «Sono andati dalla tua famiglia, stanno lì: perdi».
Saeid Mollaei 1
Neanche il tempo di esplicitare lo scenario e degli uomini dell’ambasciata iraniana, senza accrediti, sono arrivati fino all’area atleti del palazzetto. Hanno messo il campione all’angolo, parlato fitto fitto. Poi Mollaei ha consegnato il passaporto al tecnico. A metà tra l’ostaggio e il ribelle, si è giocato i quarti con la testa altrove. Non voleva nemmeno essere sconfitto, semplicemente non c’era più: «Solo il 10 per cento di me era presente». Eliminato. Solo che all’uscita non è rientrato negli spogliatoi, è andato dritto da Marius Vizer, presidente della federazione internazionale judo, a quel punto già allertato. Ha dato informazioni e chiesto protezione. Ha spezzato il circolo e ora chiederà asilo alla Germania, ha una fidanzata tedesca:
Saeid Mollaei 2
«Non cerco elemosina, ho una casa. Voglio solo combattere». Lo sta facendo, il suo primo atto da ex iraniano è stato un messaggio Instagram: «Complimenti campione», postato sulla pagina di Muki, l’israeliano che ha vinto l’oro al Mondiale. Mollaei potrà andare ai Giochi del 2020 solo nella squadra rifugiati, senza bandiera. Il judo ha aperto una procedura disciplinare contro l’Iran che nega le minacce. Ma tutti hanno sentito il telefono squillare a ripetizione, hanno visto gli uomini dell’ambasciata e ascoltato le parole di chi ha costruito, un minuto dopo l’altro, un precedente. Forse al prossimo incrocio il risultato non sarà così scontato.

Giulia Zonca, qui, via Informazione Corretta.

“Un judoka allena fisico e onore”: Saeid Mollaei, judoka vero e campione vero, li ha allenati entrambi, Mohamed Abdelaal, il secondo non sa neppure dove stia di casa. Onore dunque a un vero, grande campione e al suo straordinario coraggio (e complimenti anche a Giulia Zonca per questo bellissimo articolo).

barbara

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DUE MESSAGGI

Uno alla signora Alessandra Vella.

Denuncia  presentata alla Procura della Repubblica di Caltanissetta contro il Gip di Agrigento, Alessandra VELLA

Di Ornella Mariani
ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA di CALTANISSETTA
La sottoscritta MARIANI FORNI Ornella, nata a xxxx il xxxx e residente in Benevento alla via xxx,
PREMESSO
che l’ordinanza di scarcerazione di Carola Rackete, Comandante della nave o.n.g. Sea Watch 3, emessa dal GIP della Procura della Repubblica di Agrigento Alessandra VELLA, appare basata su presupposti giuridicamente errati;
che gli Immigrati da Costei imbarcati non erano Naufraghi, ma Soggetti con destinazione predefinita;
che il reato di resistenza e violenza da Ella opposto a nave da guerra italiana avrebbe potuto degenerare in un drammatico evento in danno di Servitori dello Stato;
che il Segretario di Stato olandese per le migrazioni Ankie Groekers- Knol, prendendone le distanze, ha riconosciuto i gravissimi delitti commessi dalla Rackete;
che non può essere sfuggito al GIP:
a) l ’intenzionalità della Rackete nel restare quattordici giorni in mare pur nella consapevolezza di potere, nello stesso arco temporale, raggiungere porti tunisini, algerini, marocchini, portoghesi, spagnoli, francesi, maltesi, albanesi, egiziani, croati etc.;
b) la sua determinazione a compiere un’ azione politica estranea all’esercizio di un diritto e distante dall’onere di un dovere e ad arrecare un violento e deliberato insulto alle Autorità italiane ed ai Finanzieri, la cui vita metteva a repentaglio con manovra intenzionale di stampo criminale, rivelandosi socialmente pericolosa: l’ordine di accensione dei motori laterali, mirava a schiacciare la motovedetta della G.d.F. e la scriminante di cui all’art.51 appare uno scardinamento delle norme attraverso false premesse in Fatto e in Diritto. La Rackete non stava effettuando la millantata operazione di salvataggio, ma aveva prelevato i Migranti a bordo della Sea Watch 3 senza che alcuna emergenza lo esigesse, così mancando lo stato di necessità e le ipotesi di pericolo o di Forza Maggiore richiamate dall’art. 54 C.P.,
DENUNCIA
il GIP Alessandra Vella, la cui decisione offende gli interessi; i sentimenti ed i valori dello Stato italiano, per ”Delitto contro la personalità dello stato” poiché la sua attività, svilendo ed esautorando le Forze dell’Ordine impegnate in loco, ha violato l’art. 241 CP nel quale è scritto: “… chiunque compia atti diretti o idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza o l’unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni. La pena è aggravata se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti l’esercizio di funzioni pubbliche “ e per quanti altri reati l’A.G. adita ravviserà.

La Scrivente chiede, infine, all’A.G. di verificare se risponda al vero il compiacimento espresso dalla Vella sul Social FB per il denaro raccolto a favore della Sea Watch 3 e se Ella stessa abbia contribuito con versamenti personali, in aperta violazione dell’art. 36 comma 1, lettera C del C.P.P.: “IL Giudice ha l’obbligo di astenersi se ha dato consigli….”.

Con ogni riserva di richiesta di danni in ogni sede, quale Cittadina e Contribuente, la Sottoscritta, che trasmette copia del seguente atto anche al C.S.M. per le opportune valutazioni, chiede di essere informata dell’esito della presente denuncia ai sensi dell’art. 406 c.p.p. nel caso in cui il P.M. avanzi formale richiesta di proroga delle indagini preliminari. Chiede altresì di essere informata nel caso in cui, ai sensi dell’art. 408 c.p.p. il P.M presenti richiesta di archiviazione.

Benevento 05/07/2019

E uno alla signora Carola. Fate bene attenzione a quello che dice a proposito dell’Africa. Quella vera, non quella delle favolette. Quella che lei ha conosciuto dal vivo e che io ho conosciuto dal vivo.

La cosa che dice delle donne è importantissima, e soprattutto è vera, e io l’ho sperimentata sulla mia pelle: se non hai un uomo, sei alla mercé di chiunque. Riflettiamoci.

Aggiungo questo video, altamente istruttivo – non che dica cose nuove a chi è abituato a usare il cervello.

Nel frattempo, dopo i tre di cui ho parlato ieri, è arrivato anche il successore della famigerata Federica Mogherini, Josep Borrell. Un giornalista gli chiede se gli Stati Uniti non abbiano ragione sulla pericolosità del regime di Teheran, visto, tra le altre cose, l’aver giurato di voler distruggere Israele. Borrell risponde: “Non siamo bambini che seguono quello che dicono (gli americani). Abbiamo le nostre prospettive, i nostri interessi e la nostra strategia e continueremo a lavorare con l’Iran. Vuole spazzare via Israele; non c’è nulla di nuovo in proposito. Dobbiamo conviverci”. Convivere con la prospettiva che Israele venga annientato, si suppone. Gente, è ora di lasciare l’Unione Europea e metterci in salvo. SUBITO.

POST SCRIPTUM: se poi qualcuno volesse avere un’idea di che cosa sia un VERO salvataggio, guardate questo, di cui ricorre in questi giorni il quarantatreesimo anniversario

barbara

FIDUCIA NELLE ISTITUZIONI?

La bomba nascosta di Hezbollah e il tradimento delle élites

La notizia è letteralmente esplosiva, ma sui nostri giornali non ha avuto finora alcuno spazio. Eccola. Scrive il Telegraph, rispettabile giornale inglese, che nell’autunno 2015 l’MI5 (servizi di intelligence britannici) e la polizia metropolitana di Londra  ha scoperto in un deposito vicino a Londra “migliaia di borse del ghiaccio contenenti complessivamente tre tonnellate di nitrato d’ammonio”.Come spiega Wikipedia, il nitrato d’ammonio  “costituisce la base per numerose miscele esplosive, inoltre la sua bassissima sensibilità all’innesco rende gli esplosivi che lo contengono adatti  dove sia richiesta una grande sicurezza d’uso.  […] Il fatto di essere economico, sicuro e di facilissima reperibilità, lo ha reso noto come uno dei prodotti preferiti da organizzazioni terroristiche per la fabbricazione di ordigni.”  Ce n’era abbastanza per far saltare un grande edificio, come Hezbollah ha fatto molte volte, con centinaia di morti.

Ma di questa storia nessuno ha saputo niente, un uomo fu arrestato in seguito a una serie di perquisizioni nel nordovest di Londra, ma in seguito fu rilasciato senza accuse. E nessuno ne ha saputo niente. Come mai? Spiega il Telegrah: “Il progetto terroristico è stato scoperto dall’MI5 (servizi di intelligence interni) e la polizia metropolitana (di Londra) nell’autunno 2015, soltanto qualche mese dopo che il Regno Unito aveva firmato gli accordi sul nucleare iraniano”. Dell’arresto erano naturalmente stati informati il premier d’allora Cameron e la responsabile degli interni May, che ha poi preso il suo posto, ma la loro preoccupazione principale fu di salvaguardare il pessimo accordo con l’Iran, non smascherando che il terrorismo dei suoi mercenari di Hezbollah si era esteso fino al territorio metropolitano inglese (dopo aver già colpito in Argentina, in Bulgaria, a Cipro, oltre che in Israele).  La Gran Bretagna del resto ha una tradizione in queste scelte e anche una parola nobile per definire  ciò che in italiano si chiamerebbe più volgarmente “calare la braghe”

Ma anche gli Stati Uniti di Obama non scherzavano. Hezbollah ha a lungo fatto i soldi col contrabbando di droga, e buona parte di questo veleno finiva negli Stati Uniti. L’agenzia antidroga intraprese una lunga indagine, che smascherò l’impresa criminale di Hezbollah. Ma quando chiese al dipartimento della giustizia di procedere contro l’organizzazione, ottenne un netto rifiuto da parte di Obama, che non voleva rovinare le sue speranze di accordo con l’Iran. Anzi l’uomo che gestì per lui la faccenda, il futuro direttore dell’FBI e accusatore di Trump dichiarò nel 2010 in pubblico “Hezbollah è un’organizzazione molto interessante”, perché si è evoluto da “puramente un’organizzazione terroristica” a una milizia e, in definitiva, a un partito politico con rappresentanti nel parlamento e nel governo libanese. (Trovate tutta la storia in questa interessantissima inchiesta). Insomma Anche gli Stati Uniti hanno protetto Hezbollah. E la Gran Bretagna, che aveva classificato terrorista solo il suo “braccio militare”, ha aspettato fino a marzo di quest’anno per mettere sulla lista dei terroristi l’intera organizzazione, e ancora contro Trump e Israele cerca di mantenere in vita l’accordo capestro con l’Iran, cercando di inventare dei marchingegni finanziari per aggirare il boicottaggio americano.

Questa riluttanza a isolare i terroristi di Hezbollah non è affatto isolata. Ricordiamo la marcia di d’Alema per Beirut a braccetto con un loro leader, un appoggio ribadito nel tempo. Ma ancora pochi giorni fa il parlamento tedesco, col voto del partito della Merkel, dei socialisti, dei verdi, ha respinto una mozione dell’AfD (già, i “fascisti”) che chiedeva l’inserimento di Hezbollah nella lista dei terroristi. Insomma è una politica che continua, che ha l’appoggio dei vertici europei che ignorano il pericolo del terrorismo sciita e vanno regolarmente a baciare la pantofola degli ayatollah, con Mogherini in testa. In Italia, del resto, oltre alla sinistra estrema e “moderata” all’opposizione, l’Iran gode del sostegno personale di Grillo e del suo movimento, anche per legami personali (la moglie di Grillo è iraniana).

Ma questo è folklore. Pericoloso ma grottesco, come il comico e il suo movimento. Il problema è perché leader politici importanti di molti paesi, neanche degli estremisti di sinistra come Corbyn, che è stato a lungo collaboratore dei media largamente sponsorizzati dall’Iran, antepongano l’accordo con una dei regimi più inumani e aggressivi del mondo alla sicurezza dei loro cittadini e anche alla loro salute fisica. Obama, Cameron, May, fra qualche mese anche Mogherini sono finiti per fortuna nella spazzatura della storia e così si spera accada a Corbyn e ai loro pari. La domanda è perché hanno fatto tutti la scelta di appoggiare i peggiori nemici dei loro popoli, di nascondere ai loro popoli i pericoli cui andavano incontro, di aiutare lo smantellamento dell’Europa con l’immigrazione (come è il caso di Merkel e Bergoglio), ma anche proteggendo i terroristi, come hanno fatto spesso i servizi segreti francesi, come è accaduto anche in Italia col lodo Moro, come veniamo a sapere che hanno fatto anche i governanti britannici. Probabilmente tutti hanno pensato di fare delle scelte astute e insieme di coltivare i valori della pace del multiculturalismo, della pace. E magari di dare una lezione agli ebrei e ai loro amici. Fatto sta che probabilmente la storia chiamerà il nostro tempo, non quello del declino dell’Occidente, come alcuni dicono, ma del tradimento delle élites.

Ugo Volli, 11 giugno 2019, qui

Mi verrebbe da concludere che l’uccisione del tiranno è pura e semplice legittima difesa, se non fosse che i tiranni sono talmente tanti, e organizzati in modo tale da poter essere prontamente sostituiti, che il tentare l’impresa sarebbe fatica di Sisifo. E a questo punto l’unica speranza di salvezza è in una sollevazione generale. Il che, visto che ormai stiamo diventando maggioranza dappertutto, potrebbe anche essere fattibile.

barbara

LETTERA APERTA A HALINA, SOPRAVVISSUTA AD AUSCHWITZ

Sulla vergognosa esclusione, degna di un regime fascista, di una casa editrice al Salone del Libro.

Gli echi delle critiche e delle controcritiche intorno alla presenza della casa editrice Altaforte alla fiera del libro di Torino non si sono ancora spenti ma si possono già capire, al di là degli strascichi giudiziari che ne seguiranno, quali sono i risultati ottenuti e chi ne ha beneficiato. Innanzitutto vale la pena ripetere che il libro intervista su Matteo Salvini è della giornalista Chiara Giannini e che è stata lei, proprietaria dei diritti sull’opera, a decidere con quale editore pubblicare e non il Ministro degli Interni, vero obbiettivo delle proteste. C’è inoltre da considerare che, anche se vicina ad ambienti dell’estrema destra, la Edizioni Altaforte non risulta indagata dalla Magistratura per apologia di fascismo per cui, stando così le cose, l’averla messa alla porta solo sulla base di proteste provenienti da una parte politica non è un atto democratico. Anzi si è trattato di censura tipica dei regimi totalitari.
Questa mia presa di posizione non è per difendere un’ideologia come quella fascista che tanti lutti ha portato al mondo intero, ma per difendere l’ideale democratico che, al contrario del fascismo, del comunismo e di tutte le dittature politiche o religiose che la stoltezza umana è riuscita a creare, offre a chi ci crede le più ampie libertà possibili. «Ho sofferto troppo per stare a fianco di persone che propagano idee per le quali ho perso la mia famiglia e l’infanzia: se il Salone avesse detto sì a chi spera nel ritorno del fascismo, io a quest’ora ero fuori dai cancelli». Con questa frase Halina Birembaum scrittrice, traduttrice e poetessa, nata a Varsavia nel 1929 e sopravvissuta ad Auschwitz, ha aperto la presentazione della sua ultima opera.
Non conosco personalmente la signora Birembaum, ma dopo aver passato in Israele alcuni anni da volontario nei centri dove si riuniscono i pochi reduci dai campi di sterminio ancora in vita ed aver trascorso con loro molte ore a parlare, a giocare a carte o a scacchi, conosco la sua storia e quello che sto per scrivere lo faccio con profondo rispetto. Alla signora Halina Birembaum glielo hanno detto che con tutto il can-can organizzato intorno a quel libro lo stesso è volato nelle classifiche di vendita e che ora i ‘fascisti’ ringraziano? Se fossero stati ignorati probabilmente sarebbero stati relegati al dimenticatoio, mentre ora tutti in Italia conoscono il nome di quella casa editrice e le sue pubblicazioni andranno sicuramente a ruba. Ad Halina è stato detto che in diverse edizioni della fiera del libro a Torino è stata data la parola a terroristi con le mani sporche di sangue e con condanne passate in giudicato? Che i libri scritti da questi terroristi sono in libera vendita? La signora Birembaum è a conoscenza del fatto che in quella fiera è possibile acquistare il Mein Kampf di Adolf Hitler edito da edizioni clandestine e che lo stesso si può acquistare online per € 10,20 sul sito della Feltrinelli, l’editore più a sinistra d’Italia? Dopo la terribile esperienza nei campi di sterminio nazisti Halina Birembaum è riuscita a ricostruirsi una vita in Israele e oggi è residente a Herzliya, è al corrente che molti di quelli che le hanno battuto le mani per qualche minuto sono fra i maggiori esponenti del BDS e che delegittimando Israele vorrebbero la distruzione della nazione che le ha permesso di ricostruirsi una vita?
Ma non è tutto perché il prossimo anno l’Iran sarà l’ospite d’onore della kermesse e considerando che per ovvi motivi gli artisti iraniani in esilio in Europa, gli unici liberi di esprimere le loro idee e la loro arte, si terranno ben lontani da Torino, non mi sembra di aver sentito levate di scudi davanti a questa decisione che, ragionando con il metro adottato quest’anno, diventa un insulto all’intelligenza. In Iran non c’è alcuna libertà di espressione e basta un niente per finire sul patibolo. L’omosessualità è punita con la morte come l’apostasia e per rimanere nel tema della letteratura su Salman Rushdie, l’autore del libro ‘Versetti Satanici’ c’è ancora la fatwa, condanna a morte, emanata da Ruhollah Khomeyni in persona.
Quando è stata presa la decisione di invitare l’Iran qualcuno ha forse pensato a Ettore Capriolo, che tradusse i Versetti Satanici di Rushdie in italiano, e che per questo fu accoltellato e lasciato in una pozza di sangue da un killer spedito proprio dal paese che sarà ospite nel 2020? Probabilmente no, come non si è pensato che il governo dei prossimi ospiti d’onore ha fatto installare a Piazza Palestina a Teheran un orologio che conta, a ritroso, il tempo rimasto prima della distruzione di Israele, una minaccia allo Stato Ebraico che si rinnova secondo dopo secondo. L’invito è stato inoltrato nonostante le statue coperte ai Musei Capitolini, i quadri censurati dalla Saatchi, una delle più importanti gallerie d’arte inglesi, dopo le lamentele dei musulmani secondo i quali le due opere erano “blasfeme” perché sovrapponevano scrittura araba a immagini di nudo.
Ma su tutto questo c’è il silenzio assoluto, mentre basta muovere lo spauracchio del fascismo, come la muleta di un torero, che si serrano i ranghi e ci si copre di ridicolo.

Michael Sfaradi, 12 maggio 2019 (qui)

Qualcuno si è, giustamente, indignato per le oscene dichiarazioni della giornalista sulle limitazioni della libertà che sta subendo “uguali a quelle degli ebrei”. Beh, senza la buffonata dell’esclusione ce le saremmo risparmiate. Come ci saremmo risparmiati la sceneggiata del suo arrivo col libro e l’altrettanto ridicola sceneggiata del “Bella ciao” (lei sarebbe l’invasore per cacciare il quale vale la pena di morire? Siamo sicuri che questi antifascisti tutti d’un pezzo abbiano qualche conoscenza della Storia?) Insomma, io concluderei dicendo: dagli antifascisti mi guardi Iddio che dai fascisti mi guardo io.
Quanto a Bella ciao, meglio lasciarla alle resistenze vere, alle battaglie vere, ai rischi veri, ai morti veri.

barbara

RESILIENZA

Vacchi-Resilienza
resilienza
Pescato su FB da mia cugina. A dire la verità non lo so se il termine sia stato coniato in riferimento a quello, ma l’accostamento mi sta bene.

Guarda penso a mia nonna che ha passato 2 guerre la fame perso 5 figli il marito patito la fame e vissuta fino a 90 anni prendendosi la sua felicità… E colei era resiliente o mio fratello con 3 interventi a cuore fermo con metri di cicatrici ecco lui è resiliente. Perciò chi lo dice a cazzo si becca un fanculo

risposta di tale Francesca: Ma pure due!

Del vaccoso signore mi ero già occupata qui.

Di mio aggiungo: resilienti sono le soldatesse curde che combattono l’ISIS

Resilienti sono le donne iraniane che sfidano il governo ballando per strada, sapendo di rischiare frustate e prigione

Resiliente è un uomo che, colpito prima da SLA e poi da un tumore al cervello, continua con fatica e sofferenza ma con indomito coraggio a regalarci la sua arte.

barbara

MISCELLANEA 2

Molto mista e molto sparsa.

La signora Ilhan Omar, tanto per cominciare. Ne avrete sicuramente sentito parlare: è quella bellissima signora somala
Ilhan Omar
(quello somalo è oggettivamente uno dei popoli più belli del mondo) eletta nelle file del partito democratico, negli Stati Uniti. Viene definita afroamericana, ma il termine è abbastanza improprio, in quanto si riferisce normalmente ai discendenti degli schiavi africani mentre in realtà, esattamente come per Obama, col piffero che l’avrebbero eletta se fosse discendente di schiavi. È nata a Mogadiscio, e magari l’avrò anche vista, bimbetta di cinque-sei anni, nel corso dei miei due semestri lì. Magari potrebbe anche essere stata figlia di qualche mia studentessa. Per inciso c’è un dettaglio interessante nella sua biografia: quando aveva dieci anni, in Somalia è iniziata la terribile guerra civile che per molti anni ha devastato l’intero Paese, che ancora da quella tragedia non si è ripreso. È iniziata la guerra, dicevo, e la sua famiglia è scappata e si è rifugiata in un campo profughi in Kenia, ossia appena passato il confine. Perché chi scappa dalla guerra, chi scappa veramente dalla guerra, non si sposta di diecimila chilometri, non attraversa mari e deserti: chi scappa veramente dalla guerra passa il confine e si ferma lì. Ma non è di questo che volevo parlare. Il motivo per cui la signora Ilhan Omar è salita agli onori della cronaca è il fatto che un giorno sì e l’altro pure si lancia in poderose invettive anti israeliane e antisemite. E succede che a qualcuno sia venuta l’idea di volerla criticare, e qui arrivo al punto, al motivo per cui mi sono messa a parlare di lei: lo sapete perché la criticano? Scommetto di no, e quindi ve lo dico io: la criticano perché è donna, nera e musulmana. Unicamente per questo; a lei, per lo meno, sembra non venire in mente nessun altro motivo per cui a qualcuno potrebbe venire la bizzarra idea di volerla criticare.

Poi c’è Martina Navratilova, la famosa ex tennista, omosessuale dichiarata da decenni, sposata da alcuni anni con la sua compagna storica. Ha detto che non è giusto che i trans competano come donne dato che, qualunque cambiamento abbiano operato sulle forme del loro corpo, restano geneticamente uomini, con muscolatura da uomini, con forza da uomini, e quindi le “altre” donne sono automaticamente destinate a essere sconfitte. Riuscite a trovare qualcosa di sbagliato in queste parole? No, eh? Beh, si è scatenato un finimondo planetario ed è stata cacciata dall’associazione pro-lgbt. E non può non venire in mente la mitica Loretta.

Poi c’è Padre Antonio César Fernández,
Antonio Cesar Fernandez
salesiano spagnolo ucciso dai jihadisti in Burkina Faso. A parte le pubblicazioni religiose, ne ha parlato unicamente Libero.

Poi c’è la TAV che è meglio non farla perché se no lo stato ci rimette le accise sulla benzina. Per cui giustamente
accise
Poi c’è il presidente tedesco Steinmeier che si congratula con l’Iran per i 40 della Rivoluzione islamica.
Steinmeier
Pisciando allegramente su esecuzioni di massa, torture, persecuzione delle donne e delle minoranze, drammatica riduzione della comunità ebraica passata da 65.000 a 8.000 persone, persecuzione dei cristiani, forche per i gay, uccisione di centinaia di dissidenti e scrittori anche all’estero, negazione dell’Olocausto (niente, la Germania il vizio non lo perderà mai).

Poi ci sono i partigiani, quelli che settantacinque anni fa combattevano in montana per liberare l’Italia dal nazifascismo (poi magari c’erano anche quelli che si occupavano piuttosto di far fuori i partigiani cattolici e quelli monarchici, ma non è il caso di sottilizzare: Porzus dopotutto è uno sputo di paesucolo di ventisei abitanti, perché mai ce ne dovremmo ricordare?) e che baldi e indomiti, oggi come allora combattono per liberare l’Italia
partigiani
(dagli italiani?).

Poi c’è l’antisemitismo che cresce a manetta
antisem-Francia
antisem-Germania
antisem-UK
e che sta facendo fuggire gli ebrei dall’Europa a decine di migliaia: dove? In Israele, soprattutto. Non è fantastico? Più si accaniscono sugli ebrei col pretesto di Israele, e più arricchiscono Israele di braccia e di cervelli!

E poi c’è Finkielkraut,
Finkielkraut aggredito 1
il cui caso dimostra come non mai quanto sia vero che l’abito non fa il monaco. Perché sarà pur vero che indossano, i suoi aggressori, i gilet gialli, ma il fatto è che quelli che gli urlano “sporco ebreo” e “la Francia è nostra” sono inequivocabilmente arabi. E musulmani. Girando per la rete però ho scoperto una verità che a noi sprovveduti era sfuggita, ma che a quelli che tengono sempre gli occhi ben aperti è risultata subito chiara: “L’ATTACCO” CONTRO ALAIN FINKIELKRAUT RIVELA IL NOCCIOLO DURO DEL POTERE SIONISTA IN FRANCIA (no, il link non ve lo metto, perché non voglio regalargli clic). Il nesso per la verità mi sfugge un pelino, ma dev’essere una faccenda più o meno come quella della Shoah che non è mai esistita e comunque se la sono fatta gli ebrei da soli per i loro loschi fini. E dunque più gli ebrei vengono attaccati, più si dimostra irrefutabilmente la loro luciferina potenza. Prima di chiudere il discorso vorrei soffermarmi ancora un momento su questa immagine di Finkielkraut al momento dell’attacco,
Finkielkraut aggredito 2
che mi ricorda in modo impressionante l’ultima immagine di questo video, già una volta proposto in passato.

Tremate, tremate, le belve son tornate.

barbara

I 40 ANNI DALLA CACCIATA DELLO SCIÀ DI PERSIA

Il Giornale, 18 gennaio 2019

(Gerusalemme) La rivoluzione di 40 anni fa fu una marea che travolse le piazze: la gente infuriata dopo il fortissimo contraccolpo provocato dalla contrazione dei consumi dopo il boom della rivoluzione del petrolio del ’73 e del conseguente disagio sociale, si vendicò sulle aspirazioni moderniste dello Scià Reza Pahlavi, facendone il nemico pubblico numero uno. Con le sue giacche bianche e oro, con le sue bellissime mogli (prima Soraya, poi Farah Dhiba), le feste in cui parlava in varie lingue con i diplomatici del mondo, l’atteggiamento filoamericano, Pahlavi suscitò un’ira che ne fece un obiettivo da distruggere per la folla esaltata dai discorsi infiammati che Khomeini spediva su nastro dall’esilio parigino. Khomeini appariva forse a Pahlavi come un vecchio pazzo che bastava esorcizzare con la lontananza e comunicò forse la stessa sensazione a Jimmy Carter che non se ne curò, anzi lo favorì con un atteggiamento simile a quello degli Usa con la Primavera araba.
«Lo Scià era un personaggio complicato – dice la giornalista Ruthie Blum autrice di To hell in a handbasket: Carter, Obama and the Arab Spring – che a lato della repressione coltivava un’aspirazione che fu colpevolmente ignorata dal mondo democratico: l’occidentalizzazione del suo Paese». Per attuarla Pahlavi non risparmiò vessazioni ai suoi oppositori, prigioni e torture: «E tuttavia cercò di aprire la strada all’emancipazione femminile – insiste la Blum -, su cui poi gli Ayatollah si sono presi la peggiore vendetta. Ma più di tutto cercò di aprire la porta al mondo, cosa che gli americani non hanno capito sbagliando tutto fino all’occupazione dell’ambasciata del 4 novembre 1979, quando si apre un’era di conflitto per le aspirazioni imperialistiche di Khomeini». Khomeini ha già spiegato nei suoi testi che tipo di società intende istituire e quanto per lui sia importante fare dell’Iran la base della conquista del mondo: l’unico a capirlo leggendolo in farsi è il grande storico Bernard Lewis, che non viene ascoltato. Ma i moti di piazza non sono sempre forieri di giustizia e libertà come ama pensare il mondo progressista del tempo: i corrispondenti di quasi tutti i giornali si entusiasmano, si lanciano in condanne dello Scià mentre lodano la rivoluzione. Manca del tutto una coscienza mediorientalista per spiegare quello che sta succedendo e che sarà poi destinato ad azzannare il mondo occidentale fino a oggi. Ma è difficile capire: gli iraniani non sono arabi, e quindi per loro, a differenza dei sunniti, la Jihiliyya, o «epoca dell’ignoranza» preislamica, non è fonte di vergogna: per gli sciiti iraniani gli arabi sono «bevitori di latte di cammella e mangiatori di lucertole che osano aspirare al trono divino». L’ambizione sciita si organizza oltre che sulla religione, anche sulla memoria dell’impero persiano: eredi di un passato imperiale col culto del martirio e anche della Taqiyya, la dissimulazione. Questo, li ha poi resi abilissimi negoziatori sulla questione atomica. Nel 1979 Khomeini che si prepara a tornare a Teheran istituisce la Repubblica Islamica e con essa una Costituzione che chiama alla «continuazione della rivoluzione in casa e fuori». E spiega: «Non è per patriottismo che agiamo, patriottismo è un altro nome del paganesimo.
Lasciate che questa terra bruci, che vada in fumo se l’Islam potrà emergerne trionfante nel resto del mondo». L’Iran che caccia Pahlavi lo fa in uno scontro aperto col mondo occidentale, usando il terrorismo che non ha mai disapprovato senza tuttavia rivendicarlo. Una tecnica raffinata che arriva fino alla progettazione della bomba atomica e che ha visto nell’America, sostenitrice dello Scià, il suo primo nemico e in Israele la bestia satanica da distruggere. Lo Scià era un personaggi controverso, persino il figlio me ne diede conto in un’intervista. Ma ben più controversa è la sua deposizione mentre l’Iran si organizza sulla base del khomeinismo e dell’uso intensivo delle Guardie della Rivoluzione per conquistare dapprima il Medio Oriente e poi il mondo, e per reprimere la gente iraniana che non ne può più. Donne e dissidenti soffrono molto di più adesso che al tempo dello Scià, l’odio per l’Occidente è certamente molto più ardente. L’Iran, nonostante le grandi difficoltà economiche e la guerra permanente, pure dopo 40 anni di regime degli Ayatollah, continua ad ambire al cambiamento, a un futuro migliore. I suoi diritti civili, quelli delle donne, degli omosessuali, dei dissidenti gridano giustizia. Forse anche i suoi soldati e ufficiali inviati in Libano, in Siria, in Irak, in Yemen, vorrebbero tornare a lavorare per il bene del loro grande Paese invece che per la rivoluzione islamica mondiale. Tutto questo si chiama regime change, e certamente molta parte della popolazione ci spera.

Fiamma Nirenstein

Era la fine di dicembre 1978, cena in casa di amici; si commentano le sollevazioni in Iran, forse si instaurerà una vera democrazia, diciamo. Solo uno dice: scordatevelo, andranno al potere i religiosi più fanatici. Per chi avesse elementi sufficienti, evidentemente, era già allora possibile capire come sarebbe andata a finire. E pensare che ancora oggi c’è chi non solo si rifiuta di capire, ma addirittura fa carte false (letteralmente) per regalargli l’atomica, e si scatena il finimondo, con ogni pretesto, per azzoppare chi sta tentando di levargliela dalle mani.

barbara

QUANDO UN CRIMINE È COSÌ CRIMINALMENTE CRIMINALE

da meritare la morte. È il caso del giornalista iraniano Pouyan Khoshal,
Pouyan Khoshal
reo di avere insultato il Profeta Maometto, che come tutti sappiamo è il più orrendo crimine che mente umana possa concepire, peggio, molto peggio, molto più peggissimo assai che pedofilia stupro assassinio messi insieme – senza contare che nella Religione di Pace fondata dall’illustrissimo signor Maometto il primo non è affatto un reato e gli altri due dipende. E in che modo lo ha insultato? Scrivendo, in un articolo, questa frase: “ogni anno, i pellegrini si recano presso la città di Karbala per celebrare il 40° giorno dell’anniversario del decesso dell’Imam Hossein”. Come dite? Dov’è l’insulto? Ma come è possibile che non lo vediate! L’insulto, l’eresia, la blasfemia – di una gravità pari solo a quella della famigerata cristiana Asia Bibi che ha osato bere allo stesso pozzo delle donne musulmane – è la parola decesso: martirio, doveva scrivere, quello dell’imam Hossein è stato un martirio, non un banale decesso! E dunque è stato immediatamente licenziato dal giornale e arrestato e ora rischia una condanna a morte (qui ulteriori dettagli). Con buona pace della nostra ineffabile vispateresa mogherina.
Mogherini Iran
barbara

COMUNIONE E LIBERAZIONE

“[…] ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di tornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta.” Don Luigi Giussani, fondatore.

Cristianesimo vissuto, insomma, e non limitato alla messa e a qualche sporadica confessione e comunione, impegno che si concretizza, dal punto di vista sociale, con la catechesi e con i famosi incontri di Rimini, per gli esercizi spirituali. Ricordo anche, da parte di CL, una certa vicinanza all’ebraismo e a Israele. E ricordo che quando il compianto Giorgio Israel pubblicizzò nel suo blog il libro della mamma di Ilan Halimi, da me tradotto insieme a Elena Lattes e Marcello Hassan, qualcuno nei commenti suggerì di presentarlo al convegno CL di Rimini, ritenendolo il luogo più adatto, quello in cui avrebbe ricevuto la migliore accoglienza.

Questo accadeva otto anni fa; oggi il meeting di Comunione e Liberazione è questo:
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Per qualche informazione in più suggerisco di leggere qui.

Nel frattempo in Iran Nasrin Sotoudeh, avvocato per i diritti umani in carcere da giugno, dopo la decisione del governo di perseguitare, oltre a lei, anche i suoi familiari, i parenti e gli amici, ha dichiarato lo sciopero della fame (sì, lo so, adesso le femministe si mobiliteranno in massa all’unisono: a strepitare che si dice avvocata e non avvocato).

Giusto per chiarire le idee a chi non le avesse chiare del tutto, Evin è questo.

barbara