I DIRITTI DEI RIFUGIATI

Ashwaq
Lei si chiama Ashwaq. Chi è Ashwaq ve lo faccio dire da Giulio Meotti, che è molto più bravo di me.

Questa ragazza si chiama Ashwaq, è una yazida. Quando l’Isis conquistò i suoi villaggi vicino Mosul, in Iraq, lei fu venduta per 100 dollari a un islamista troglodita e barbuto, che considera le donne pezzi di carne, e la tenne con sé per dieci mesi (sua sorella è ancora prigioniera di uno dei barbuti). Poi Ashwaq è riparata in Germania nell’ambito di un programma di recupero delle ragazze yazide stuprate a raffiche da quelli dell’Isis. E qui, a Schwäbisch Gmünd, ha reincontrato il suo carnefice sessuale. “La polizia mi ha detto che anche lui è un rifugiato come me e che non possono fargli niente”. Così, per evitare di trovarselo di fronte la notte di Capodanno a Colonia, Ashwaq è fuggita dalla Germania e tornata in Iraq. Va da sé che il barbuto schiavista sessuale è rimasto (“la polizia non lo trova”), con buona pace delle femministe e di quei cuoricini spezzati dei diritti umani. Ma quanto è bello il multiculturalismo?

No, non perdete tempo a chiedervi dove sono le femministe, perché lo sappiamo benissimo: sono occupate a tempo pieno a verificare che non si manchi di dire e scrivere sindaca ministra avvocata ingegnera. Come potete pretendere che abbiano tempo da perdere con queste cazzatine. Per non parlare delle povere metoo vittime delle orribili violenze degli orchi di Hollywood, che in confronto quelle delle donne e ragazze e bambine yazide (questa aveva 15 anni quando è stata sequestrata) sono praticamente un giro in giostra.

barbara

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SULLE ARMI CHIMICHE E SUL BOMBARDAMENTO AMERICANO

E su alcune altre cose

Ve ne siete accorti? È tornato di moda il complottismo selvaggio, con nuovi personaggi e interpreti: fino a ieri figurati se ci credo che le torri siano crollate per l’impatto con gli aerei, figurati se ci credo che l’attentato sia stato fatto dai musulmani, figurati se ci credo che i vaccini servano a prevenire malattie e non ad arricchire Big Pharma, figurati se ci credo alle balle della medicina ufficiale; oggi abbiamo i nuovi furbi superilluminati “che non se la bevono” e il nuovo protagonista: il bombardamento chimico di Assad: e dove sono le prove che ci sia stato, e dove sono le prove che sia stato lui (vabbè, c’è anche chi chiede le prove delle camere a gas, se è per quello: stare dalla parte dei carnefici è da sempre molto più figo), e figurati se non l’abbiamo capito che era tutta una scusa per… Ecco, propongo di leggere questo articolo di Daniele Raineri. È piuttosto lungo, ma vale la pena di leggerlo tutto, perché mi sembra che chiarisca bene tutti quei punti che i complottisti di turno stanno facendo di tutto per oscurare.

DOV’E’ LA GUERRA IMPERIALISTA?

Daniele Raineri, Il Foglio

A questo punto l’imbarazzo per alcuni commentatori dev’essere terribile. Per tutta la settimana intercorsa tra la strage di civili siriani con armi chimiche di sabato 7 aprile a Duma e l’azione militare di sabato 14 mattina hanno spiegato che era in arrivo una nuova guerra di aggressione americana. Che i civili uccisi erano una messinscena, un pretesto per imporre un altro capitolo di interventismo imperialista in medio oriente. Che i morti soffocati erano “fake news per creare il casus belli”. Che era tutta una riedizione dell’Iraq 2003, quando l’invasione americana fu preceduta dalla falsa notizia delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein (che poi non era proprio del tutto pulito, chiedere alle famiglie dei non meno di tremiladuecento curdi sterminati con il gas dall’esercito iracheno nel marzo 1988 a Halabja durante la campagna genocida Anfal). Che era una replica dell’intervento Nato in Libia del 2011. Che era una manovra dei sauditi o degli israeliani oppure di entrambi per buttare giù il presidente siriano Bashar el Assad – tesi suggestiva che attira clic e lettori e condivisioni sui social media e tuttavia è offerta ai lettori creduloni senza l’ombra di una prova. C’è addirittura chi ha avvertito che la Nato sarebbe stata trascinata nella guerra, e con essa anche l’Italia. L’unico precedente che contava qualcosa è stato ignorato: si tratta del raid missilistico americano contro l’aeroporto militare di al Shayrat nell’aprile 2017 dopo un bombardamento con il gas nervino che aveva ucciso cento civili vicino Idlib, un raid così limitato che non ottenne alcun effetto di deterrenza.
La ritorsione militare contro la Siria è arrivata alle quattro del mattino locali e ha raso al suolo tre obiettivi che fanno parte del programma siriano per la produzione e lo stoccaggio delle armi chimiche. A differenza della guerra in Iraq durata otto anni e dell’intervento Nato in Libia durato otto mesi è durata meno di un’ora. Gli edifici erano deserti perché erano stati evacuati. Il governo francese ha detto di avere avvertito in anticipo i russi ed è possibile che i russi abbiano condiviso l’avvertimento con i loro alleati siriani e iraniani. Il numero delle vittime varia tra zero e uno. Il Pentagono nel primo briefing in contemporanea con la fine dell’attacco ha spiegato che si era trattato di un colpo singolo, “one shot”, e che non si sarebbe ripetuto. Dodici ore dopo la fine dei bombardamenti, nel pomeriggio italiano, ci sono state manifestazioni sparse contro “la guerra imperialista”– forse il primo caso nella storia di proteste per fermare una guerra che cominciano quando la guerra è già finita.
La logica fallata di chi diceva che la strage era una messinscena organizzata per provocare una guerra è stata messa a nudo. Nessuno vuole un regime change a Damasco in questo momento e questo vale specialmente per i tre governi che hanno partecipato all’azione militare, America, Francia e Gran Bretagna. L’Amministrazione Trump insegue una politica molto nazionalista e molto poco universale, il suo motto è America First, e non ha interesse a gestire un’ipotetica deposizione di Assad a Damasco. Il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro inglese Theresa May non hanno semplicemente le forze – oltre che la volontà politica – per vagheggiare un regime change da soli in medio oriente nel 2018.
C’è una vecchia boutade che dice che i generali sono sempre perfettamente preparati a vincere l’ultima guerra, per dire che ogni conflitto è diverso e dev’essere studiato come un fatto nuovo. Forse vale anche per gli altri, per chi è rimasto fermo al marzo 2003 e si ostina ad applicare lo stesso schema e gli stessi slogan alla Siria del 2018. La guerra non c’è stata, nessuno era a caccia di un pretesto, nessuno ha le forze per deporre Assad adesso: perché allora qualcuno avrebbe dovuto inscenare un bombardamento con armi chimiche? I commentatori faranno finta di nulla.
Il governo russo ha preso due posizioni a proposito dell’inchiesta internazionale sulla strage di Duma: prima e dopo il raid punitivo. Fino a due giorni prima del raid la linea ufficiale del governo russo era che il 7 aprile non c’è stata alcuna strage di civili con armi chimiche a Duma. I russi sono stati i primi ad arrivare e a occupare il sito del bombardamento dopo la resa dei ribelli e l’evacuazione dei civili e a dispetto della mole di testimonianze dirette, delle centinaia di casi di soffocamento accertati dai medici, dei cadaveri, delle immagini e dei video hanno detto che non c’era alcun segno di un bombardamento chimico. Tre giorni dopo, quando Trump ha annunciato l’intervento militare, il governo siriano ha invitato a Duma gli ispettori dell’Opcw (l’Organizzazione internazionale per la proibizione della armi chimiche) e il governo russo ha detto che gli americani avrebbero dovuto aspettare i risultati dell’inchiesta prima di lanciare un attacco punitivo. Venerdì il governo russo ha rettificato la versione, ha detto che la strage è stata una messinscena organizzata e diretta dal governo inglese e ha anche detto di avere “prove certe” che però non ha mostrato. A partire da sabato mattina però, una volta che il raid si è consumato senza troppi danni, la posizione russa è mutata. Il lavoro degli ispettori Opcw doveva funzionare come ritardante per guadagnare tempo e come elemento da citare con i media – “Gli americani non aspettano i risultati delle analisi!” – mentre adesso potrebbe essere controproducente.
Poche ore dopo i missili occidentali Mosca ha detto che il rapporto dell’Opcw sul caso Skripal – è uscito giovedì e conferma l’uso di un agente nervino inventato dall’Unione sovietica nel tentato omicidio di un disertore dell’intelligence russa vicino Londra – è falso e che l’Opcw non è un’organizzazione credibile. Nel frattempo gli ispettori dell’Opcw invitati martedì erano atterrati a Damasco. Ieri la Russia e il governo siriano li hanno bloccati e non hanno consentito loro l’accesso a Duma perché – hanno detto – “manca il permesso delle Nazioni Unite e la situazione è poco sicura”, pur sapendo che nelle indagini di questo tipo il fattore tempo è importante. L’ultima volta che una missione Opcw aveva indagato su una strage con armi chimiche in Siria aveva stabilito la colpevolezza del regime siriano, è successo a ottobre 2017. Un paio di settimane dopo la Russia mise il veto al Consiglio di sicurezza sul prolungamento della missione e di fatto la sciolse.
In Italia si è parlato del fatto che la crisi siriana avrebbe potuto imprimere un’accelerazione alla formazione del governo e che la base aerea di Sigonella avrebbe avuto un ruolo centrale nelle operazioni di guerra – e che questa partecipazione rischiava di diventare un caso politico lacerante. In realtà ci siamo attribuiti più importanza di quella che effettivamente abbiamo. I bombardieri B-1 americani che hanno partecipato al raid di sabato mattina sono partiti dalla base di al Udeid, in Qatar – come del resto fanno tutti gli aerei americani che bombardano le posizioni dello Stato islamico in Siria dal settembre 2014. I Rafale francesi sono partiti dal territorio francese e sono stati riforniti in volo. I Tornado e i Typhoon inglesi sono decollati dalla base di Akrotiri, a Cipro. Per quanto riguarda i missili, sono stati lanciati da unità in navigazione nel Golfo, nel mar Rosso e nel settore est del Mediterraneo.
Gli israeliani non commentano mai – o quasi mai – i loro raid aerei in Siria ma è probabile che siano affascinati dalla reazione così selettiva dell’opinione pubblica internazionale. Due dei tre centri colpiti dalla ritorsione occidentale. Barzeh e Jamrayah, erano già stati bombardati – ma non distrutti – dai loro jet negli ultimi otto mesi, a settembre e poi ancora a dicembre e febbraio, e in pratica non ne ha parlato nessuno. E’ dal gennaio 2013 che gli israeliani bombardano in Siria, un raid circa ogni venti giorni, con lo stesso obiettivo dei governi occidentali: prevenire l’accumulo e il trasferimento di armi sofisticate o di distruzione di massa, ma tutte le loro operazioni combinate suscitano una frazione infinitesima dell’attenzione sollevata da un singolo tweet di Donald Trump. Di sicuro hanno notato da tempo che i due centri per la produzione e lo stoccaggio delle armi chimiche colpiti a ovest di Homs – come dice l’analista Michael Horowitz – sono a pochi chilometri dal confine libanese e a poca distanza dalla strada che taglia attraverso le montagne e porta in Libano, dove c’è il cuore territoriale del gruppo armato Hezbollah alleato degli iraniani e del governo siriano. Che quella posizione sia stata scelta per rendere più facile un trasferimento d’emergenza delle armi chimiche dalla Siria al Libano?
Il giorno dopo la strage di Duma gli israeliani hanno bombardato la base T-4, nel deserto siriano vicino Palmira e hanno ucciso una squadra delle Guardie della rivoluzione iraniane che si occupa di missioni con i droni, incluso il colonnello che li comandava – e come al solito questa è un’informazione che Israele non riconosce ufficialmente, tanto che il raid è stato scambiato per una reazione americana. Thomas Friedman ha scritto sul New York Times ieri che il drone iraniano che a febbraio è stato abbattuto mentre varcava il confine israeliano non era soltanto da ricognizione, ma era armato. Da mesi guardiamo molto la punta del dito, come l’intervento “one-off” di sabato mattina, e non vediamo la luna, israeliani e iraniani che cominciano a combattere e a uccidersi direttamente senza più agire tramite alleati e partner locali.
Il governo russo ha detto sabato che il sistema di difesa aerea siriano ha abbattuto 71 dei 105 missili occidentali. Ieri ha corretto la stima e ha detto che soltanto i bersagli non coperti dalla difesa aerea sono stati colpiti, per il resto le intercettazioni hanno funzionato al cento per cento. In pratica i russi dicono che se vogliono possono bloccare tutti i missili lanciati dagli americani, ed è terribilmente poco credibile. Il Pentagono dice invece che i siriani hanno sparato 40 contro-missili quando ormai però era troppo tardi, in pratica hanno cominciato a reagire mentre l’ultima bordata di missili stava colpendo i bersagli. E’ una ovvia guerra di versioni contrastanti, ma i russi fin dal settembre 2015 giocano sul fatto che la loro presenza in Siria funziona come un ombrello protettivo contro qualsiasi attacco esterno ed è chiaro che non è così. Non solo, ma se contavano sul fatto che l’operazione in Siria fosse una buona occasione per esibire la loro tecnologia bellica di fronte a possibili acquirenti adesso devono rifare i conti, perché gli aggressori hanno centrato gli obiettivi lanciano di missili da tre mari diversi e non c’è stata alcuna capacità solida di deterrenza – a dispetto del fatto che mercoledì l’ambasciatore russo in Libano avesse minacciato: “Abbatteremo tutti i missili e colpiremo i siti di lancio”, quindi le navi americane. Simpatizzanti del presidente Assad fanno circolare presunte fotografie dei resti di missili americani intercettati e abbattuti, ma gli esperti hanno già smontato questo tentativo: sono fotografie di resti di missili russi SS 21 Tochka.
Siamo stati testimoni di un evento molto raro: un’azione militare lampo di tre governi occidentali giustificata da un motivo pratico puramente umanitario, la necessità di evitare la “normalizzazione della guerra chimica”. Naturalmente si possono individuare altri motivi di fondo, la voglia di Donald Trump di deflettere l’attenzione dai suoi guai giudiziari, l’obbligo di conservare la credibilità davanti al resto del mondo, il tentativo riuscito di lanciare un messaggio anche per quanto riguarda altre aree – dai Paesi baltici che si sentono minacciati dalla vicinanza con la Russia fino alla Corea del nord – l’avvertimento all’Iran che sta usando la Siria come una base militare. Ma il significato politico rimane, l’occidente non è totalmente inerte e le stragi di civili possono ancora avere conseguenze.

Aggiungo due parole a proposito dell’equivoco che tuttora perdura a proposito delle armi chimiche dell’Iraq e del mantra delle “armi chimiche inventate” dato che “gli ispettori non le hanno trovate” e che quindi sarebbero state “un pretesto” per permettere all’America di intromettersi nell’area. Si tratta di un totale capovolgimento della realtà: gli ispettori NON dovevano trovare le armi chimiche (quelle che erano notoriamente in suo possesso, quelle con cui aveva sterminato cinquemila curdi a Halabja il 16 marzo 1988); NON era questo il loro mandato. Era Saddam che doveva dimostrare di averle distrutte. Che cosa è successo invece? Che per molti anni agli ispettori sono stati vietati molti siti, ossia tutti quelli “sensibili”, poi sono stati cacciati e tenuti fuori per dieci anni, poi alla vigilia dell’intervento americano del 2003 fatti rientrare ma con un elenco dei siti che non avevano il permesso di controllare, con severe limitazioni alle verifiche consentite nei siti permessi, divieto – fatto rigorosamente rispettare mediante la presenza costante di personale governativo – di interrogare chicchessia. Nel frattempo tredici scienziati che avevano lavorato alla produzione di armi chimiche sono stati assassinati un settimana prima che arrivassero gli ispettori, poi ci sono state quelle ventimila tonnellate di gas fatte passare in Giordania, più altri movimenti sospetti di notevoli trasporti. Naturalmente Saddam NON ha dimostrato – non poteva dimostrare – di avere distrutto le armi chimiche, dato che NON le aveva distrutte. E, ripeto, era questo il mandato degli ispettori: farsi fornire da Saddam le prove di averle distrutte, NON trovare le armi.

barbara

MA VOI LO SAPETE VERO

che i palestinesi muoiono di fame? Che tutto il mondo li ha abbandonati? Che bisogna combattere per attirare l’attenzione sulla loro tragedia vergognosamente ignorata e ristabilire la giustizia? Sì, vero, che lo sapete? (Se non sai l’inglese non preoccuparti: guarda le figure e vedrai che capirai abbastanza lo stesso).

Poi volendo ci sarebbero anche tutti quei cristiani ridotti a brandelli in Pakistan che però non lo sappiamo mica chi sia stato, perché se si sapesse il signor papa avrebbe sicuramente denunciato a chiare lettere gli autori di questo orrendo crimine (sempre che qualcuno non avesse insultato la loro mamma, beninteso, che in tal caso…), e quelle decine di ragazzini irakeni fatti a pezzi allo stadio, più qualche altra quisquilia in giro per il mondo, ma mi sa che devono essere finiti i gessetti.

barbara

È COME IMPARARE A TRITARE UNA CIPOLLA

I bambini tagliatori di teste del califfato (testimonianze+video)
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“Imparare a decapitare è come imparare a tritare una cipolla”, testimonia un giovane siriano. Il gruppo terroristico, che si è impadronito di grandi parti della Siria e dell’Iraq, ha soppresso il sistema di istruzione laica nei territori sotto il suo controllo e pratica l’abuso sui bambini su scala industriale.
Jomah, un adolescente siriano di 17 anni che si è unito allo stato islamico l’anno scorso, racconta che era seduto in cerchio con altri “studenti” per un corso sulla decapitazione, una disciplina insegnata ai bambini a partire dall’età di 8 anni.
Gli ‘insegnanti’ hanno portato tre soldati siriani terrorizzati, scherniti e costretti a inginocchiarsi. “È stato come imparare a tritare una cipolla,” ha detto Jomah. Hanno detto: “lo prendete per la fronte e poi tagliate lentamente il collo”.
Un insegnante ha chiesto poi dei volontari per l’esercizio dicendo: “Coloro che decapitano gli infedeli riceveranno doni da Dio,” ricorda Jomah, che non vuole che sia rivelato il suo nome completo. Allora i bambini hanno alzato la mano e molti sono stati scelti per fare l’esercizio. Poi gli insegnanti hanno ordinato agli “allievi” di marciare intorno alle teste tagliate.
“È stato in quel momento che sono diventato insensibile,” ha detto Jomah, che ha poi disertato fuggendo in Turchia con la sua famiglia. “I video di decapitazioni che ci hanno mostrato ci hanno aiutato in questo senso.”

Decapitazioni e tortura si sostituiscono al divertimento

L’inserimento di centinaia di ragazzi in questi campi di addestramento terrorista è un altro aspetto tragico della guerra civile che dura da quasi quattro anni per il suo impatto sui siriani, che potrebbe avere ripercussioni su tutto il Medio Oriente per anni a venire. I genitori temono che i loro ragazzi, con il lavaggio del cervello subito da parte dello stato islamico, siano persi per sempre.
Il gruppo terroristico, che si è impadronito di grandi parti della Siria e dell’Iraq, ha soppresso il sistema di istruzione laica nei territori sotto il suo controllo, lasciando alle famiglie la scelta tra un’educazione islamista radicale o niente.
Lo stato islamico ha creato scuole religiose nelle province siriane di Aleppo e Deir Ezzour – dove, ad esempio, i corsi di chimica sono stati sostituiti con un studi religiosi per diventare un terreno fertile per il reclutamento di ragazzi per combattere, secondo la testimonianza di cinque ex bambini soldato e parecchi disertori adulti affidata al ‘Wall Street Journal’ in Turchia dove si sono rifugiati.
Uno di loro, Ismail di 17 anni, ha detto di essere stato ingaggiato quest’estate dai suoi superiori dello stato islamico per aiutare a decapitare tutti gli uomini appartenenti alla tribù siriana nemica di Deir Ezzour, dai 14 ai 45 anni. L’adolescente ha detto che aveva esitato, ma suo fratello di 10 anni aveva fatto questo lavoro con zelo. Centinaia sono stati uccisi.
Ismail, ferito il primo giorno di battaglia, ha detto che ha disertato in agosto ed è fuggito in Turchia senza informare suo fratello perché aveva paura che avvertisse il cognato, che si è unito allo stato islamico all’età di 9 anni. I disertori vengono uccisi, ha precisato Ismail.
“Sei un apostata. Se non torni ti puniremo secondo la legge di Dio, “gli hanno detto i suoi fratelli quando sono finalmente riusciti a parlare con lui al cellulare, ricorda Ismail. Ismail ha detto di sentirsi in colpa per aver incoraggiato il ragazzo ad unirsi ai militanti e si rammarica di non essere riuscito a convincere suo fratello a disertare.
Jomah, che ha lasciato lo stato islamico dopo cinque mesi, ha detto che era entrato tra le sue file in parte per i soldi e in parte perché si annoiava. Ha detto che era completamente inattivo dopo che la sua scuola a Minbij, una cittadina in provincia di Aleppo nel nord della Siria, aveva chiuso. “Mi sento in colpa… ma a quel tempo pensavo solo a combattere il regime.”
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La maggior parte dei ragazzi intervistati dal giornale ha detto che avevano incubi dei combattimenti in prima linea e che soffrivano di perdita di memoria. Si ricordavano tutti del loro primo omicidio, ma alcuni si sono agitati alla richiesta di fornire maggiori dettagli. Le loro testimonianze confermano ciò che si vede nei video pubblicati dallo stato islamico, che mostrano bambini che tengono in mano teste tagliate o sbeffeggiano persone in attesa di essere giustiziate.
Il ramo mediatico dello stato islamico a Deir Ezzour ha pubblicato un video che mostra questo mese l’interrogatorio di un soldato del regime. Poco più avanti vediamo immagini del suo corpo decapitato appeso su una recinzione e otto bambini che giocano con la testa della vittima urlando insulti al cadavere. “È un apostata, un infedele!” urla un bambino sorridendo. “Dio maledica tuo padre che ti ha fatto nascere, cane”, rilancia un altro bambino. “Portatecene degli altri, ancora vivi!”, chiedono i bambini.
In Siria, famiglie disperate inviano i loro figli nei campi di addestramento in cambio di 150 dollari al mese, nella speranza di recuperarli una volta finita la lotta. Altri bambini sono influenzati dagli eventi che accadono nella piazza principale della loro città, dove gli attivisti dello stato islamico distribuiscono succhi di frutta e dolci mentre fanno vedere video di propaganda che mostrano degli omicidi. Questi eventi pubblici prendono il posto degli spettacoli nei luoghi sotto il giogo dei fondamentalisti dello stato islamico, attirando molti bambini inattivi da quando le scuole laiche hanno chiuso.

Ai bambini più stupidi fanno fare i kamikaze

In una relazione dello scorso giugno, Human Rights Watch ha accusato sia l’esercito siriano libero sostenuto dall’Occidente che lo stato islamico di reclutare bambini siriani “con il pretesto di educarli.” Questa pratica ricorda la “scolarizzazione” dei bambini afgani da parte di Mujahideen e talebani durante la guerra civile degli anni ottanta e novanta, che ha formato molti dei combattenti talebani di oggi.
Mourad, 15 anni, ha detto che è stato rapito e indottrinato da parte di militanti dell’auto-proclamato stato islamico con circa 150 altri scolari di Kobani in Siria, dichiara Ayman Oghanna al Wall Street Journal turco. Per la famiglia di Ismail, è la volontà di sconfiggere il Presidente siriano Bashar al-Assad che li ha spinti a iscrivere i loro figli in queste “scuole di combattimento”. L’esercito siriano libero, noto come laico, o FSA, tiene la città di Deir Ezzour dal 2011. Ismail, che all’epoca aveva 14 anni, e il suo fratello minore, che ne aveva 7, si sono uniti al FSA.
All’inizio del 2012 Nusra, un ramo di Al-Qaida, si è insediato nella città e i ragazzi gli hanno votato fedeltà. Nell’estate del 2013 si sono uniti allo stato islamico. “Mi sento in colpa,” ha detto Ismail. «Ma al momento pensavo solo a come sconfiggere il regime».
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Ismail conserva una foto del suo fratello minore nel cellulare. Ha un AK-47, una divisa mimetica con un cappuccio nero che reca un’iscrizione islamica in bianco. Il ragazzo, con l’indice sollevato, proclama la sua fede.”Prima della rivoluzione, i bambini di 7 anni andavano a scuola, questa era la norma, “ha detto Ismail. “Ora la nuova legge è che i bambini di 7 anni devono combattere.”

La loro ideologia è la sottomissione

Quando Ismail e il suo fratello minore hanno aderito allo stato islamico, hanno seguito dei corsi di Sharia per 45 giorni, seguiti da 15 giorni di addestramento militare e di uso di esplosivi a Deir Ezzour. Le loro giornate iniziavano verso le 4 di mattina con le preghiere, seguite da tre ore di studio della Sharia. La colazione era alle 7, poi un’ora di sport, ricorda Ismail. Dalle 8 alle 16 i ragazzi venivano addestrati a maneggiare armi, fucili e obici di mortai. La giornata si concludeva con tre ore di studio della Sharia fino alla preghiera della sera e si andava a dormire verso le 21.
Dopo i 45 giorni di formazione, un emiro dello stato islamico ha presieduto una cerimonia di consegna di diplomi, in cui i ragazzi sono stati divisi in gruppi per poi ricevere una formazione specializzata. Per 15 giorni sono stati preparati a raggiungere il campo di battaglia o a far parte della guardia di installazioni militari, o a servire come guardie del corpo per i principali comandanti, o a diventare kamikaze. “I ragazzi più stupidi sono sempre stati scelti per diventare kamikaze”, ha detto un ragazzo di 14 anni, anch’egli ex soldato di Deir Ezzour, ora rifugiato in Turchia.
Appena le scuole siriane sono cadute sotto il controllo dello stato islamico, i predicatori islamici radicali hanno sostituito gli insegnanti abilitati. Storia e filosofia sono state rimosse dal programma. Nelle fortezze dello stato islamico delle province di Raqqa e Deir Ezzour, le scuole o sono chiuse, o vengono requisite per i propri insegnanti. Ad Aleppo, la provincia più popolosa della Siria, gli attivisti per prima cosa si sono impadroniti delle installazioni militari, poi hanno recuperato le scuole per la formazione del loro attivisti.
Quando lo stato islamico ha spazzato via la città nell’agosto 2014, la signora Sheikh ha detto che la sua scuola è stata circondata dai militanti. Gli insegnanti hanno marciato verso la vicina moschea. Le donne sono state messe al secondo piano, separate dagli insegnanti maschi sistemati al primo. Gli uomini dello stato islamico hanno rimproverato gli educatori per i loro insegnamenti liberali. Un insegnante di scienze che ha cercato di opporsi è stato picchiato e arrestato.
Le scuole di Deir Ezzour rimangono chiuse. I bambini possono andare alla moschea e a studiare con predicatori approvati dallo stato islamico. “Non hanno intenzione di riaprire le scuole, perché non vogliono avere a che fare con gente istruita”, ha detto la signora Sheikh. Loro ideologia è la sottomissione”.
Un emiro egiziano è a capo di questo sistema educativo dello stato islamico nella provincia di Deir Ezzour. “Quando ho parlato con lui, sembrava giovane”, ha detto la signora Sheikh”. E il suo arabo non sembrava quello di una persona istruita.”

Bambini curdi torturati

Lo stato islamico ha usato bambini per altri scopi. In maggio un convoglio di autobus scolastici che trasportava circa 250 studenti curdi attraversando Aleppo, è stato sequestrato dallo stato islamico. I bambini, dopo aver affrontato degli esami scolastici, stavano tornando alle loro case a Kobani. I miliziani hanno rilasciato le ragazze, ma hanno tenuto più di 150 ragazzi, dai 14 ai 16 anni. I bambini sono stati usati come moneta di scambio. Lo stato islamico, che combatte contro i curdi per il controllo di Kobani, ha richiesto il rilascio dei suoi combattenti imprigionati in cambio degli studenti curdi. Alcuni dei giovani curdi sono stati picchiati e torturati, hanno detto quattro ragazzi che sono stati arrestati e poi liberati. I prigionieri hanno ricevuto insegnamenti della Sharia simili a quelli descritti da Ismail e altri.
Murad, che non vuole dare il suo nome completo, ha detto che ha trascorso i suoi giorni ascoltando le grida degli altri. Il ragazzo di 15 anni ha visto suoi compagni uscire dal seminterrato, una camera di tortura improvvisata. Gli studenti curdi sono stati restituiti alle loro famiglie a rate. L’ultimo gruppo ha dovuto aspettare cinque mesi prima di rientrare, alla fine di ottobre.
Murad è stato liberato dopo circa un mese, ma l’influenza fondamentalista dei suoi rapitori rimane. Vedendo sua madre con le braccia scoperte in casa, le ha gridato di coprirsi e ha preteso che tenesse il viso velato. Ha ordinato al padre di rispettare le regole religiose e pregare cinque volte al giorno. Ciò che spaventa di più il suo padre è sentire Murad cantare canzoni di propaganda dello stato islamico quando è da solo. I prigionieri erano costretti a cantare queste canzoni dopo le preghiere del mattino. “Canta continuamente questa maledetta canzone,” ha detto il padre del ragazzo. “Mi sta distruggendo la pace con questa canzone.”

MARIA ABI-HABIB – adattamento di Kathie Kriegel Rashed Alsara, Mohammed Nour Alkara e Dana Ballout hanno contribuito a questo articolo. Wall Street Journal (Qui, traduzione mia. NOTA: in un paio di punti la traduzione è un po’ incerta in quanto il testo da me trovato è una traduzione francese, qua e là un po’ traballante, dell’originale inglese leggibile solo dagli abbonati, il che mi ha costretta a cercare di indovinare l’esatto significato)

(tranquilli: non si vedono decapitazioni e affini)

I bambini del califfato

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I bambini sono in prima linea durante le crocifissioni e decapitazioni pubbliche che si tengono a Raqqa, roccaforte dello stato islamico in Siria. Vengono usati per le trasfusioni di sangue quando i combattenti dello stato islamico vengono feriti. Sono pagati per informare sulle persone che si mostrano poco leali o che criticano lo stato islamico. Vengono addestrati a diventare kamikaze. Sono bambini di 6 anni, e stanno venendo trasformati nei soldati dello stato islamico del futuro.
Lo stato islamico ha messo in atto un sistema di vasta portata e ben organizzato per il reclutamento dei bambini, indottrinandoli con le credenze estremiste del gruppo e poi insegnando loro rudimentali abilità di combattimento. I militanti si stanno preparando per una lunga guerra contro l’Occidente e sperano che i giovani guerrieri addestrati oggi staranno combattendo di qui a qualche anno.
Benché non vi siano dati certi sul numero di bambini coinvolti, storie di rifugiati e prove raccolte da Nazioni Unite, gruppi per i diritti umani e giornalisti, suggeriscono che l’indottrinamento e l’addestramento militare dei bambini è molto diffuso.
I bambini soldato non sono una novità in tempo di guerra. Dozzine di eserciti e milizie africane usano ragazzini come combattenti, in parte perché la ricerca ha dimostrato che nei bambini i punti di riferimento morale non sono ancora formati, e possono essere facilmente indotti a commettere atti di crudeltà e violenza.
A lungo termine, i giovani combattenti dello stato islamico potrebbero rappresentare un pericolosa minaccia, poiché vengono tenuti lontani dalla loro normale vita scolastica sostituita da una costante dieta di propaganda islamista finalizzata a disumanizzare gli altri e a convincerli della nobiltà di combattere e morire per la loro fede.
[Lo stato islamico] nega deliberatamente l’istruzione a coloro che sono nel territorio sotto il suo controllo, e inoltre fanno loro il lavaggio del cervello”, dice il tenente generale H.R. McMaster, impegnato a valutare le future minacce e pianificare il futuro dell’esercito.
“Stanno praticando l’abuso infantile su scala industriale. Essi brutalizzano e disumanizzano sistematicamente le giovani popolazioni. Questo creerà un problema multi-generazionale.”
Ivan Simonovic, il sottosegretario generale per i diritti umani alle Nazioni Unite, è appena tornato da un viaggio in Iraq, dove si è incontrato con gli iracheni sfollati da Baghdad, Dahuk ed Erbil. Egli parla di un programma di reclutamento “vasto e terribilmente efficace”.
Parlando a un piccolo gruppo di giornalisti alle Nazioni Unite, ha spiegato che i combattenti esercitano del fascino su alcuni dei più giovani, e che hanno degli esperti nel “manipolare ragazzi e bambini”. Ha aggiunto che “proiettano un’immagine di vittoria”, e promettono che quelli che cadono in battaglia “andranno dritti in paradiso”.
“La cosa più impressionante – ha detto – è stata incontrare le madri che [ci dicono] “non sappiamo cosa fare. I nostri figli si sono offerti volontario e non possiamo impedirlo”.
Sulla linea del fronte in Iraq o in Siria, i ragazzi che aderiscono volontariamente o rapiti dallo stato islamico, vengono inviati ai vari campi di addestramento militare o religioso a seconda della loro età. In questi campi apprendono tutto: dall’interpretazione dello stato islamico della Sharia a come maneggiare un’arma da fuoco. Imparano anche a decapitare un altro essere umano facendo pratica su delle bambole, secondo quanto riportato in settembre da Syria Deeply, un sito dedicato alla guerra civile siriana.
I bambini sono inviati anche sui campi di battaglia, dove sono usati come scudi umani o per fornire sangue per le trasfusioni per i soldati dello stato islamico, secondo Shelly Whitman, direttore esecutivo di Roméo Dallaire Child Soldiers Initiative, un’associazione che combatte per porre fine al fenomeno dei bambini soldato.
Testimoni oculari dalle città irachene di Mosul e Tal Afar, hanno riferito agli investigatori dell’ONU di avere visto bambini, armati di armi che riuscivano a malapena a portare e vestiti con l’uniforme dello stato islamico guidare pattuglie stradali e arrestare i residenti.
Esperti di diritti umani dell’ONU hanno anche “ricevuto rapporti confermati di bambini di appena 12 o 13 anni sottoposti ad addestramento militare organizzato dall’ISIS a Mosul,” secondo una relazione congiunta dell’ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani dell’ONU e dell’ufficio per i diritti umani dell’Assistance Mission dell’ONU in Iraq.
Secondo il rapporto, il numero di ragazzi impiegati nei posti di blocco è “drammaticamente aumentato” durante l’ultima settimana di agosto ad al-Sharqat, nella provincia di Salah-al-Din. E nelle pianure di Ninive e Makhmur, degli adolescenti sono stati arruolati nel mese di agosto dai soldati dello stato islamico, conosciuto anche come ISIS o ISIL. Alcuni di questi ragazzi hanno riferito di essere stati “costretti a stare in prima linea per fare da scudo ai soldati dell’ISIL durante i combattimenti e a donare il sangue per curare i combattenti dell’ISIL feriti,” secondo il rapporto.
Abou Ibrahim Raqqawi, pseudonimo di un uomo di 22 anni che fino a un mese fa viveva in Siria, è il fondatore di “Si sta massacrando Raqqa in silenzio”, un account su Twitter e una pagina Facebook che documenta la violenza della vita a Raqqa, la città in cui è cresciuto. Oltre a lui e ad altre tre persone che ora vivono fuori dalla Siria, ci sono altre 12 persone a Raqqa, che forniscono foto e informazioni su ciò che accade in città.
Raggiunto via Skype, ha detto a Foreign Policy che lo stato islamico ha fatto un passo avanti nel suo programma di reclutamento di giovani, che comprende un campo di addestramento per ragazzini in cui vengono insegnate tecniche di combattimento.
Egli spiega che i giovani di Raqqa sono addestrati e poi rapidamente inviati a combattere a Kobani, la città al confine turco-siriano in cui lo stato islamico è stato impegnato per parecchie settimane in una violenta battaglia con i combattenti curdi. Le forze aeree degli Stati Uniti e della coalizione hanno condotto più di 135 attacchi aerei contro i combattenti dello stato islamico in città e nei dintorni, uccidendo centinaia di militanti.
A Raqqa, dove, dopo più di tre anni di guerra, la povertà è diffusa, il gruppo spesso convince i genitori a mandare i figli nei campi in cambio di soldi, spiega Raqqawi. Talvolta lo stato islamico attira direttamente i bambini organizzando reclutamenti pubblici o feste e offrendo poi ai bambini dei soldi affinché essi partecipino gli addestramenti. A Raqqa, con tutte le scuole chiuse, i bambini non hanno molto altro da fare, dice Raqqawi.
Nella provincia di Raqqa, ci sono diversi noti campi di addestramento per i ragazzi, ha detto, fra cui il campo al-Zarqawi, il campo Osama bin Laden, al-Cherkrak, al-Taleea, e al-Sharea. Raqqawi stima che nel campo al-Sharea, destinato a ragazzi sotto i 16 anni, vi siano fra i 250 e i 300 bambini, e ha mostrato delle foto di questo campo, fra cui una di ragazzini seduti a mangiare e un’altra di un ragazzo che sorride dopo aver completato un percorso ad ostacoli.
Quando c’è una grande battaglia, come quella di Kobani, spiega Raqqawi, l’addestramento viene intensificato. Anche in Iraq vi sono prove che dei bambini sono costretti all’addestramento militare. Fred Abrahams, consigliere speciale per Human Rights Watch, ha intervistato alcuni Yazidi fuggiti dalla prigionia dello stato islamico dell’Iraq. Dicono di avere visto i combattenti dello stato islamico prendere i bambini dalle famiglie per portarli all’addestramento religioso o militare.
In una base militare conquistata dallo stato islamico a Sinjar, uno di questi yazidi fuggiti ha detto di aver visto i suoi carcerieri isolare 14 ragazzi, di età compresa fra gli 8 e i 12 anni, e portarli fuori per addestrarli al jihadismo.
Questa estate Vice News ha ottenuto accesso allo stato islamico, e ha prodotto un documentario in cinque parti sulla vita sotto il controllo del gruppo. La seconda parte è incentrata sul modo in cui lo stato islamico sta specificamente preparando i bambini per il futuro.
“Noi crediamo che questa generazione di bambini è la generazione del Califfato, a Dio piacendo, questa generazione combatterà gli infedeli e gli apostati, gli americani e i loro alleati,” ha detto un uomo nel video di Vice. Il video mostra un ragazzo di 9 anni che dichiara che dopo Ramadan andrà a un campo di addestramento per imparare a usare un Kalashnikov.
Un portavoce dello stato islamico ha detto ai giornalisti che quelli sotto i 15 anni vanno nei campi della Sharia per imparare la religione, ma che quelli sopra i 16 vanno nei campi militari.
I responsabili per la comunicazione sui social network per lo stato islamico contribuiscono a convincere persone da tutto il mondo ad andare in Iraq o in Siria per unirsi al gruppo.
Parte di questa strategia comporta l’uso di bambini come strumenti di propaganda, postando sui social media foto di bambini con le uniformi dello stato islamico che marciano a fianco di combattenti adulti. “A metà agosto l’ISIL è entrato in un centro di oncologia pediatrica a Mosul e ha costretto almeno due bambini malati a brandire la bandiera dell’ISIL e ha postato le foto in Internet, è riferito nella relazione delle Nazioni Unite.
Il reclutamento in rete dello stato islamico è stato efficace, raccogliendo più di 3.000 europei. Secondo l’FBI si sa per certo di una dozzina di americani che combattono col gruppo, ma ammette che potrebbero essere di più. Alla fine di ottobre tre studentesse americane del Colorado sono state arrestate a Francoforte, in procinto, a quanto pare, di unirsi allo stato islamico in Siria. Le ragazze sarebbero state fanatizzate in Internet.
Il video di Vice News mostra un belga che è andato a Raqqa con suo figlio, che sembra avere 6 o 7 anni. Il padre istruisce il figlio a dire al cameraman che è dello stato islamico e non del Belgio e poi gli chiede che se vuole essere jihadista o kamikaze, il ragazzo risponde “jihadista”.
Raqqawi dice che, quando ancora viveva a Raqqa, ha visto una donna americana, il suo marito algerino e la loro figlia, che dimostrava circa 4 anni.
Ha detto di aver visto anche un combattente francese con due bambini: un bambino biondo sui 6 anni, e una figlia di circa 1 anno.
“In città vediamo molti combattenti stranieri; è scioccante,” ha detto.
In Siria e in Iraq i bambini non sono solo fanatizzati, ma sono anche quotidianamente esposti ad un livello di estrema violenza.
Raqqawi ha fornito foto, scattate quando ancora viveva in città, di bambini che guardano delle crocifissioni. Ha detto che i bambini sono così abituati a queste esecuzioni, che la vista di una testa separata dal corpo non li turba più. «Lo stato islamico ha distrutto la loro infanzia, ha distrutto i loro cuori» ha detto.
Misty Buswell, responsabile regionale per il Medio Oriente di Save the Children con base in Giordania, ha detto: “Non è esagerato dire che potremmo perdere un’intera generazione di bambini a causa del trauma”.
Buswell ha detto che i bambini rifugiati che ha intervistato hanno incubi, evitano il contatto con i loro coetanei e mostrano segni di aggressività verso gli altri bambini.
«Ho incontrato bambini che avevano smesso di parlare e che non hanno parlato per mesi a causa delle cose terribili a cui hanno assistito, aggiunge Buswell». E quelli sono i fortunati, quelli che sono riusciti a mettersi in salvo. Con il tempo e con gli interventi adatti, possiamo aiutare questi bambini ad avere qualcosa che assomigli a una vita normale. Ma per i bambini che sono ancora lì e vedono ogni giorno tutto questo, gli effetti a lungo termine saranno molto consistenti.»
Buswell ha detto che quasi sempre i profughi vogliono tornare a casa una volta che la situazione si sia stabilizzata e che sia tornata la pace.
Ma quando, qualche settimana fa, ha posto la domanda ai profughi di Sinjar, è stata stupita dalla loro risposta. “È stata una delle prime volte che ho sentito qualcuno dire che le cose che avevano visto e vissuto – e le cose che i loro figli avevano visto – erano così orribili e traumatiche, che non volevano tornare indietro, perché ci sono troppi brutti ricordi.»
Di Kate Brannen (qui, traduzione mia)

Avevo trovato questi due articoli qualche giorno fa e avevo cominciato a tradurli con calma, un po’ alla volta, con l’idea di postarli, vista la lunghezza, all’inizio della prossima settimana, quando mi assenterò per un paio di giorni, così da darvi modo di leggerli con calma. Ma visti gli ultimi avvenimenti mi sono messa al lavoro a tempo pieno per completare la traduzione. Secondo me meritano di essere letti.

barbara

CATTIVI CATTIVI CATTIVI SOLDATI ISRAELIANI!

soldados sionistas
Guardate cosa sono capaci di fare a un povero ragazzo, e in cinque contro uno, oltretutto! Io l’ho rubata al mitico Livuso, aka Momovedim, alias Fulvio Del Deo, che l’ha a sua volta presa da un tale che si chiama Antisionista, votato allo smascheramento dei mostruosi crimini sionisti. Forse non ha le idee del tutto chiare sulla differenza fra israelita e israeliano, ma insomma accontentiamoci della buona volontà. La sua personale didascalia comunque parlava di soldados sionistas, quindi non possono esserci dubbi né equivoci. Ma forse, dando solo un’occhiata distratta alla foto, non vi siete ancora resi conto del livello di perfidia di questi soldati, ma adesso che ho attirato la vostra attenzione, guardateli meglio: per mimetizzarsi, per mascherarsi, per fare finta di non essere loro (ca sse vedesse che non c’erano), hanno addirittura rubato le uniformi dei carabineros cileni! Ma vi rendete conto?!

Quello che veramente sconvolge è che perfino di fronte a simili smaccate evidenze un sacco di gente sceglie di credere ai “crimini” israeliani “documentati” in questo modo. Nel blog della “Signora” di cui ho parlato nel post di qualche giorno fa, per esempio, ho trovato tutta la carrellata completa delle foto tarocche, prese in Siria e in Iraq, già smascherate da tutti i giornali di tutto il mondo: riprese da altro blog da cui anche molti altri le hanno a loro volta riprese: evidentemente c’è gente che ha talmente la menzogna nel DNA che se non si schiaffa in vena la sua dose quotidiana di menzogne – meglio se atte a demonizzare qualche innocente – rischia la crisi d’astinenza e lo shock anafilattico. E quindi giù menzogne, giù infamie e giù, come immediata conseguenza, commenti di orrore per quelle carrettate di poveri “bambini di Gaza” e inappellabile condanna dei maledetti criminali israeliani. E che nessuno mi venga a parlare di ignoranza in buona fede. E voglio dirlo forte e chiaro: chi usa strumentalmente quei corpicini straziati di bambini siriani o iracheni per diffondere odio antiebraico, chi sbatte quei cadaverini sulle pagine dei propri blog o di facebook con un anno, due anni, tre anni di ritardo perché quando sono stati massacrati non gli servivano, li sta ammazzando una seconda volta, VOI SIETE MORALMENTE DEGLI ASSASSINI.

Se poi qualcuno vuole farsi un’idea del perché succede che muoiano bambini palestinesi, guardi un po’ qui:

 

Tanto poi se i bambini crepano si mettono in conto a Israele e si vince così un’altra battaglia mediatica.

Ah, dimenticavo: la foto dei cinque soldados israelitas o sionistas. Diffondetela, mi raccomando. Perché i mass media si guarderanno bene dal farlo.

barbara

AGGIORNAMENTO: un po’ di chiarezza sulla storia del “cinema di Sderot” e le scritte sui missili, qui.

GIUSTO PER CAPIRCI

Chi, dei leader israeliani e palestinesi, è nato in Palestina?

LEADER ISRAELIANI:

BENJAMIN NETANYAHU,
Nato il 21 Ottobre 1949 a Tel Aviv 

EHUD BARAK,
Nato il 12 Febbraio 1942 a Mishmar HaSharon,
Mandato britannico di Palestina

ARIEL SHARON,
Nato il 26 Febbraio 1928 a Kfar Malal,
Mandato britannico di Palestina

EHUD OLMERT,
Nato il 30 Settembre 1945 a Binyamina-Giv’at Ada,

Mandato britannico di Palestina

ITZHAK RABIN,
Nato il 1° Marzo 1922 a Gerusalemme,

Mandato britannico di Palestina  

ITZHAK NAVON,
Presidente della Repubblica 1977-1982. Nato il 9 Aprile 1921 a Gerusalemme, Mandato britannico di Palestina  

EZER WEIZMAN,
Presidente della Repubblica 1993-2000. Nato il 15 Giugno 1924 a Tel Aviv, Mandato britannico di Palestina


LEADER ARABI “PALESTINESI”
:


YASSER ARAFAT
,
Nato il 24 Agosto 1929 al Cairo, Egitto 

SAEB EREKAT,
Nato il 28 Aprile 1955, in Giordania. Ha la cittadinanza giordana.  

FAISAL ABDEL QADER AL-HUSSEINI,
Nato nel 1948 a Bagdad, Iraq.  

SARI NUSSEIBEH,
Nato nel 1949 a Damasco, Siria. 

MAHMOUD AL-ZAHAR,
Nato nel 1945, al Cairo, Egitto. 

E così i leader israeliani nati in Palestina sarebbero “coloni” o “invasori”, mentre i leader arabi palestinesi nati in Egitto, Siria, Iraq e Giordania sarebbero “nativi palestinesi”?!?!?

barbara

IL TRADITORE

All’inizio, dico la verità, avevo pensato di mollarlo, perché davvero, non è che sia tanto facile reggere tutta quella melensa retorica a base di “demolizioni di case a Gaza. Famiglie che diventavano profughi per la terza o la quarta volta” e “coloni che sparano sui bambini eccetera. Case bombardate con carri armati e aerei” e “bambini morti sotto le macerie. Immagini di bambini ancora vivi con sassi in mano, in lotta per la Palestina con pezzi di Palestina. […] E ogni giorno foto di funerali” (compresi quelli in cui il “cadavere” cade dalla barella e poi si rialza e ci risale sopra. O, stufo di fare il morto, si tira su a sedere proprio nel momento in cui il fotografo scatta, ndb)
miracolo Qana
e una perla come “Nell’aprile 2000 però Hezbollah cacciò dal Libano gli occupanti israeliani. Era la prima vittoria araba a memoria d’uomo” (anche se in effetti lo sapevamo da prima che quelli l’avrebbero inteso così, ndb), e l’immancabile feticcio di “Muhammad ad-Durra, il bambino ferito e poi ucciso mentre il padre urlava alle truppe israeliane di cessare il fuoco. Rannicchiati sotto un inutile muro. Il padre umiliato che subiva l’umiliazione della suprema umiliazione. Quando alla fine il bambino morì, venti minuti dopo, il padre abbandonò la testa nel sangue, il proprio e quello rappreso del figlio, gli occhi spenti, ciechi alla sofferenza o al terrore o a qualsiasi altra cosa non essendo riuscito a salvare suo figlio. Ucciso dal fuoco incrociato, dicevano i notiziari inglesi”. (Ora, a parte che è di pochissimi mesi dopo l’episodio un’inchiesta della televisione tedesca che ha dimostrato al di là di ogni possibile dubbio che quella posizione poteva essere raggiunta unicamente dai proiettili palestinesi e non da quelli israeliani. A parte che quando è uscito il libro c’erano già sufficienti prove del fatto che il bambino non è affatto morto. A parte che immediatamente dopo l’episodio il povero padre umiliato era già in giro per mezzo mondo a “testimoniare” sul povero piccolo martire e a raccattare su montagne di soldi. A parte la spassosa annotazione del sangue del bambino che appena uscito sarebbe già rappreso – ma come resistere alla suggestione di un’immagine così potentemente poetica come quella del sangue rappreso? [coltiviamo per tutti un rancore che ha l’odore del sangue rappreso, ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso sospeso].  A parte tutto questo, dicevo, il fatto è che per quanto attentamente si guardino quelle immagini, non vi si trova una goccia di sangue neanche a pagarla oro! ndb)
al-dura-faux
E naturalmente non possono mancare quei cani figli di cani e puttane figlie di ruffiani e puttane che sono gli ebrei. E poi centinaia di migliaia di milioni di miliardi di canne e montagne di coca e pasticche di ogni sorta e mastodontici sballi che percorrono tutto il libro…
E poi invece no: è un libro bello. Sul serio. Bello e ricco e denso e intenso. È un momento di vita di un uomo – parziale alter ego dell’autore – alla ricerca di una propria identità: un anglo-siriano cresciuto da un padre ateo nel più assoluto disprezzo per le religioni in generale e per l’islam in particolare, stravolto e in parte travolto dalle vicende dell’11 settembre e dintorni. E c’è dentro davvero di tutto: Saddam Hussein e Assad padre e figlio, il carcere e le torture, il massacro di Hama e la gassazione dei curdi, Fratelli Musulmani ed ebrei in fuga dai pogrom, e complotti e narrative e gli attentati del Dolphinarium e di Sbarro e l’incontenibile tripudio per quei due aerei che entrano nelle torri e le fanno crollare e poesia e pittura e preghiere e menzogne e l’onnipresente ossessione palestinofila e israelofoba (ma anche giudeofoba) – e d’altra parte dove lo trovi un giornale o un canale televisivo che non ne sia impregnato – ma anche gli antisemiti degli anni Venti che strepitavano “L’Inghilterra agli inglesi! Ebrei fuori dai piedi! Tornatevene in Palestina!” (eh sì: non è chiaro se l’autore condivida le sparate sopra riportate o se le abbia messe per inquadrare il clima, ma evidentemente non ignora che c’è stato un tempo in cui il mondo intero riconosceva quella terra come la terra degli ebrei). E l’improvviso – o forse non era stato poi così improvviso? – esplodere e dilagare dell’integralismo islamico, barbe e hijab come rivendicazione di un’identità, e chi vi fa resistenza e chi segue la corrente e chi addirittura vi si butta. E pagine deliziose come questa

Nelle sue origini non c’era niente di cui andasse fiero, non almeno prima degli anni da studente, quando riconfigurò l’arabismo di Mustafa come proprio. Vista dal cortile di scuola tutte le origini tranne la sua avevano qualche prerogativa. Una certa credibilità. Gli inglesi bianchi per la forza dei numeri, e perché era lo standard normale. I neri erano ancora più forti. C’erano persino i convertiti: molti bianchi adottavano la parlata, i gusti e le acconciature dei neri, nei limiti del possibile, almeno quando erano a scuola. C’era una reciproca fascinazione fra i bianchi e i neri, che si studiavano e si imitavano a vicenda, si picchiavano e si scopavano, mentre i musulmani si aggiravano in punta di piedi nei tristi spazi attorno ai letti e alle piste da ballo dove andava in scena la rappresentazione. I musulmani erano un intralcio. Rovinavano la bianchezza della città, e anche la sua nerezza.
l neri che sovvertivano e arricchivano l’Inghilterra con il reggae e l’hip hop, il carnevale, il fumo degli spinelli. In cortile faceva scalpore.
I sikh. I sikh avevano il bhangra e, in tempi più recenti, le bande. Nessuno si faceva più problemi ad andare a letto con i sikh.
Gli irlandesi. Erano spiritosi, duri e incazzati. Vivevano nei pub in Kilburn Road. Erano tatuati e avevano, come si diceva, la parlantina sciolta.
Gli ebrei non erano poi così invidiabili. Nessuno dei suoi compagni sfoggiava un inglese con coloriture yiddish per farsi bello in cortile. E anche l’acconciatura con i due dreadlock non andava più di moda. Nella scuola di Sami non c’erano ebrei, almeno non che lui sapesse. Vivevano più a nord. Ma l’idea degli ebrei era attraente. Avevano inventato praticamente da soli tutto ciò che faceva dell’Occidente l’Occidente piuttosto che il Medio Oriente. Modernismo, psicologia. Marxismo, bombe atomiche. Erano i depositari della cultura non meno degli inglesi. Non erano né integrati né outsider. A meno che non lo ostentassero, era difficile distinguerli dai nativi. Sami aveva sentito dire che era quello a renderli pericolosi. Di sicuro li rendeva acuti. Conoscevano Londra, e l’Europa, dall’interno, e le guardavano con occhi europei da conquistatori. Ma erano sempre sul chi vive. Non sonnecchiavano mai. Non diventavano mai grassi e aristocratici.
I musulmani invece. In Gran Bretagna musulmano significava pakistano, che significava fabbriche fatiscenti e negozietti all’angolo. Che significava eskimo, pessimo accento e ristoranti etnici. Miserabili città su al Nord dove il giorno spuntava solo per modo di dire. Avevano un ruolo proletario nell’economia e un conservatorismo borghese. Né sexy né forti. Vestiti malamente e con un’istruzione penosa. Ragnatele islamiche sulle ciglia e muffa sulla lingua.
«Così lei è di famiglia musulmana?»
«Magari originariamente. Molto tempo fa. Ora non più.»
Sami non era pakistano. Ma come lui ce n’erano così pochi che non li si poteva certo definire una comunità. Almeno prima che arrivassero gli iracheni. Gli arabi visibili erano gli arabi del Golfo, turisti e principini, obesi, ricchi, stupidi.
«Così lei è arabo?»
«Più o meno. Ma non come gli arabi che si vedono alla tv».

E c’è la saggezza, impersonata dalla moglie (figura straordinaria!)

I figli maschi ereditano in misura doppia rispetto alle femmine perché devono provvedere ai loro familiari, mentre il denaro della donna rimane in suo possesso. L’islam funziona quando gli uomini si comportano in modo nobile. Diversamente invece la normativa appare discutibile. Una volta dato fondo ai soldi del padre morto, Sami viveva alle spalle della moglie. E dello stato.
(E poi anche: «C’erano delle persone, su quegli aerei»)

E una perla preziosa arriva anche dall’anarchico pazzoide complottardo

«Un’ultima cosa» disse. «Una lezione dai campi di concentramento. A sopravvivere non sono necessariamente i più forti, ma coloro che vedono uno scopo nelle proprie sofferenze»

E dunque, in conclusione, sono contenta di averlo letto. E secondo me lo dovreste fare anche voi. (Chi è il traditore? No, non ve lo dico. Che poi comunque è una pessima invenzione dell’edizione italiana: il titolo originale era The Road from Damascus, che è una strada lunga, in effetti, e spesso dolorosa, e percorrerla tutta non è per niente facile. Per niente)

Robin Yassin-Kassab, Il traditore, Il Saggiatore
iltraditore
barbara

AVRETE SICURAMENTE SENTITO QUELLA BIZZARRA STORIELLA

secondo cui l’Iraq prima sarebbe stato laico, e solo con la “guerra di Bush” si sarebbe scatenato, per reazione, il fondamentalismo, l’islamismo, eccetera eccetera: vero che l’avete sentita? Ecco, no, non è così che stanno le cose: guardate questo video (la qualità è pessima, quello migliore non è più reperibile) che, come potete verificare leggendo la data, è stato girato PRIMA dell’intervento americano. Il fondamentalismo islamico non è stato scatenato dalla “guerra di Bush”, proprio no.

Poi magari, dal momento che a guardare il video avete fatto presto, restando più o meno nei paraggi andate a leggere questo, e poi anche questo.

barbara

HALABJA, I SOPRAVVISSUTI CHIEDONO GIUSTIZIA

Iraq: i curdi di Halabja chiedono giustizia in Francia
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Venti sopravvissuti del massacro con armi chimiche del villaggio iracheno di Halabja, commesso nel 1988 dal regime di Saddam Hussein, hanno chiesto lunedì [10 giugno] a Parigi un’inchiesta giudiziaria contro i fornitori francesi.
I sopravvissuti affermano che i dirigenti di queste società, che non sono identificati dalla denuncia, erano al corrente della possibilità che i materiali inviati al dittatore iracheno venissero utilizzati nella progettazione di armi chimiche.
La strage di Halabja, un villaggio curdo nel nord dell’Iraq, ha provocato circa 5000 vittime ed è il peggior attacco mai perpetrato contro la popolazione civile con armi chimiche.
L’avvocato che rappresenta il gruppo di curdi, Gavriel Mairone, ha sottolineato che i superstiti hanno tuttora problemi di salute. I denuncianti richiedono che le aziende che hanno fornito le attrezzature riconoscano la loro responsabilità.
Le vittime richiedono in particolare il ricovero in una clinica e cure mediche specialistiche, ha detto il signor Mairone.
L’avvocato spera che il Commissario inquirente acconsentirà ad avviare un’indagine, che potrebbe permettere l’acquisizione di ulteriori dettagli. A questo potrebbero aggiungersi altri casi, in particolare in Germania, negli Stati Uniti e nei Paesi Bassi.
L’avvocato ha sottolineato che ci sono voluti circa 25 anni per raccogliere nel dossier le prove necessarie, a causa, tra l’altro, del caos seguito alla caduta del regime di Saddam Hussein in Iraq. (qui, traduzione mia)

E chissà se un giorno qualcuno arriverà a chiedere conto alla Russia per il sarin fornito ad Assad.

barbara