A VOLTE HO PENSIERI CHE NON CONDIVIDO

Erdogan vuole partecipare alla guerra contro l’ISIS, dice. Perché? Presto detto: a combattere attivamente, MOLTO attivamente, contro l’ISIS ci sono i curdi, quindi andando là dove c’è l’ISIS c’è la certezza di trovare un sacco di curdi già pronti, tutti ammucchiati. E il signor Erdogan ne approfitta a piene mani: bombardamenti a tappeto sui curdi e ogni tanto, giusto per non perdere del tutto la faccia, uno scappellottino pro forma all’ISIS. E adesso l’ISIS, rimasto in forze grazie al signor Erdogan, gli è andato a fare un bell’attentato in casa, con decine di morti e centinaia di feriti.
Va da sé che non posso in alcun modo condividere un pensiero così brutto sporco e cattivo, sia perché è ovvio che anche se Erdogan avesse bombardato a tappeto loro invece che i curdi – anche considerando che i curdi, invece che morti, sarebbero lì a combattere – all’ISIS sarebbero comunque rimaste forze più che sufficienti per fare attentati, sia perché a crepare non è stato il grande porco bensì cittadini innocenti.
Tuttavia non posso impedirmi di pensare che a lui però sta bene. Ma proprio tanto tanto bene.
(Dici che c’entra l’accordo con Israele? Può anche darsi, ma se il grande porco non avesse prima provocato la rottura con ogni mezzo a sua disposizione, dall’invio di una nave carica di terroristi armati fino ai denti alle aggressioni verbali a ogni genere di pesanti sgarbi diplomatici, adesso non ci sarebbe stato bisogno di un accordo per riannodare i rapporti)

Per i sottotitoli in inglese cliccare l’icona rettangolare a sinistra.

barbara

PRIMA IL SABATO, POI LA DOMENICA

Lo hanno lasciato scritto sui muri della basilica della Natività a Betlemme i terroristi palestinesi che vi avevano fatto irruzione nella primavera del 2002, e si trattava di un preciso programma politico, che il mondo intero ha scelto di ignorare.
La domenica, in realtà, era iniziata già prima, l’11 settembre 2001 a New York, con quasi 3000 morti. È proseguita a Bali il 12 ottobre 2002, 202 morti e 209 feriti. Ha continuato a Madrid l’11 marzo 2004, 192 morti e oltre 2000 feriti. Si è poi spostata a Londra il 7 luglio 2005, 52 morti e circa 700 feriti. È passata a Mumbai il 26 novembre 2008, quasi 200 morti e circa 300 feriti (non so se si possano inserire a pieno titolo in questa lista le stragi di Mosca e Beslan, sempre di matrice islamica ma con alcune caratteristiche peculiari, fra cui i pesanti errori russi che hanno notevolmente innalzato il numero delle vittime, anche se la strage era comunque l’obiettivo dei terroristi islamici).
E che cosa ha fatto il mondo intero? Ha scelto di chiudere occhi e orecchie. Si è intensamente impegnato a puntare il dito su Israele, sull’occupazione, causa di tutti i mali del mondo, a boicottare prodotti e istituzioni e cultura israeliani. A rifiutarsi di riconoscere come antisemiti tutta una serie di crimini e attentati e aggressioni di chiarissima matrice antisemita perpetrati per lo più da musulmani, per non turbare i rapporti con le comunità islamiche. A vietare qualunque critica all’islam. Ad accogliere nel proprio seno orde di terroristi. A lasciar aprire, una dietro l’altra, moschee che servono unicamente a indottrinare all’odio antioccidentale e ad addestrare al terrorismo. A permettere l’apertura di corti islamiche ad amministrare la “giustizia” con criteri in netto contrasto con le leggi dello stato. Ha inventato il crimine di islamofobia per etichettare chiunque, vedendo il lupo davanti a sé, si azzardasse a gridare al lupo. Ha lasciato che interi quartieri delle proprie città diventassero delle no go zones in cui neppure la polizia osa mettere piede. Ha finanziato attivamente e passivamente il terrorismo islamico.
E adesso? Adesso che il lupo ancora una volta, per l’ennesima volta, si è messo ad azzannare, strillano come vergini violate, come se fosse la prima volta. E ancora una volta, per l’ennesima volta, tocca sentire le solite trite e ritrite frasi di circostanza, le solite trite e ritrite emerite cazzate: “attacco terroristico senza precedenti” (memoria corta? Alzheimer galoppante?), “l’Italia piange le vittime di Parigi”, “dobbiamo dare prova di unità”, “apprensione e forte dolore”, “vergognoso tentativo di terrorizzare vittime innocenti” (questa è una delle migliori, e infatti è di Obama), “profonda commozione”, “l’Europa colpita al cuore saprà reagire” (e qui, come ho ricordato in questo post, vengono in mente le dieci parole della regina Elisabetta dopo gli attentati del 2005: “They will not make us change our way of life”. E infatti oltre a permettere l’instaurazione di decine – ma a questo punto saranno diventate almeno un centinaio – di corti islamiche, oltre ad accettare la nascita di un’infinità di “no go areas”, oltre a comminare pene severissime per chi si permette di criticare l’islam, oltre a chiudere occhi e orecchie sulle aggressioni anticristiane e antiebraiche e alcune altre insignificanti quisquilie, non hanno cambiato praticamente niente). Magari per un paio di giorni, davanti alle telecamere politicamente corrette, saremo sommersi di je suis Bataclan e poi si tornerà come prima, come sempre, a costringere gli ebrei a rifugiarsi in Israele e a coccolare le comunità islamiche raccontandosi e raccontandoci che “non è questo il vero islam”.
Per quanto mi riguarda, piena solidarietà alle vittime innocenti, ma NESSUNA SOLIDARIETÀ E NESSUNA COMPRENSIONE PER I GOVERNI CHE HANNO FABBRICATO TUTTO QUESTO CON LE PROPRIE MANI, SULLA PELLE DEI PROPRI CITTADINI.

barbara

SE NON SI TRATTASSE DI UNA TRAGEDIA

sembrerebbe una scena di teatro comico, un po’ come quella canzone di Monica Vitti che faceva Ricordo una sera a Varazze, che venivo giù da Savona, no, non era Varazze, e non era neanche Savona, poi non era nemmeno quella volta lì. La notizia, tragica e grottesca al tempo stesso, la riprendo da Progetto Dreyfus.

LA DISINFORMAZIONE NON HA RISPETTO NEMMENO PER I MORTI

Il 22 ottobre scorso l’agenzia stampa iraniana Fars News, batte questa notizia. “Le forze di sicurezza hanno catturato un colonnello israeliano”, afferma un comandante delle forze popolari irachene che aggiunge “l’ufficiale sionista è un colonnello e ha partecipato alle azioni terroristiche per conto di Daesh (Isis). Il suo nome è Yusi Oulen Shahak, fa parte della Brigata Golani dell’esercito del regime sionista e il suo numero di matricola è Re34356578765az231434.”
Il comunicato termina affermando che il colonnello è stato arrestato con altri militanti dell’Isis e saranno sottoposti ad un interrogatorio. Mettono on line la foto che abbiamo pubblicato con una didascalia che successivamente cancelleranno sostituendola con un’altra con persone, quasi tutte di spalle, che festeggiano sollevando i loro i fucili.
Così la velina iraniana comincia a planare nel web, passa qualche giorno e oggi Rai News pubblica questa notizia: “La sicurezza irachena ha arrestato nei giorni scorsi un colonnello israeliano della Brigata del Golan insieme ad un gruppo di terroristi dell’Isis”.
La notizia è stata diffusa dall’agenzia iraniana Fars. Il colonnello arrestato si chiama Yusi Oulen Shahak e l’agenzia fornisce anche il suo numero di matricola. Le forze di sicurezza irachene lo stanno interrogando per capire le ragioni della sua presenza fra i combattenti dell’Isis.

Ma quello nella foto non è un colonnello ma un sergente maggiore.
Ma quello nella foto non si chiama Yusi Oulen Shahak ma Oron Shaul.
Ma quello nella foto non è stato arrestato perché è stato ucciso il 20 luglio 2014 da Hamas
durante l’Operazione Margine di Protezione e il suo corpo è ancora in mano ai terroristi che governano la Striscia di Gaza in attesa di scambiarlo con decine o magari centinaia di galeotti vivi e vegeti che occupano le carceri israeliane.

Anche questo genere di (dis)informazione contribuisce ad aumentare l’odio verso gli ebrei, gli israeliani e Israele. Per gli iraniani, l’Isis e Israele sono due nemici da demonizzare e questo genere di invenzioni rappresentano il classico detto “due piccioni con una fava” a differenza di certa stampa italiana di cui non si può fare a meno di notare la leggerezza con la quale controllano la veridicità delle veline informative.

Fonti > http://english.farsnews.com/newstext.aspx?nn=13940730000210
Fonti > http://www.rainews.it/…/ContentItem-70366234-7bfa-4e06-9e67…
(nei commenti si possono trovare altre informazioni importanti)
Oron Shaul
Io, che di informazione su Israele mi occupo praticamente a tempo pieno da quindici anni, sono abituata alle notizie manipolate, sono abituata alle notizie strategicamente tagliate, sono abituata alle notizie addomesticate, e sono abituata anche alle notizie fabbricate di sana pianta. Sono abituata, e tuttavia non ci ho ancora fatto il callo, e ogni volta non manco di stupirmi del livello di spudoratezza che questa gente riesce a raggiungere.

barbara

DENTRO L’ISIS

Giornalista tedesco di ritorno dal fronte: l’ISIS persegue l’olocausto nucleare

(JNi.media) L’autore e politico tedesco Jürgen Todenhöfer, 75 anni, che nel 2014 ha visitato la Siria e l’Iraq, primo giornalista occidentale ad ottenere ampio accesso ai territori controllati dall’ISIS e tornare sano e salvo, ha pubblicato un libro intitolato “Dentro l’ISIS – dieci giorni nello stato islamico” in cui sostiene che “l’Occidente sta drasticamente sottovalutando il potere dell’ISIS,” e dichiara senza mezzi termini che “i terroristi programmano di uccidere diverse centinaia di milioni di persone” riferisce l’Express.
Todenhöfer scrive che l’ambizione dell’ISIS è quella di assicurarsi la disponibilità di armi atomiche, paragonando l’esercito islamico a uno “tsunami nucleare che preparerà la più grande pulizia religiosa nella storia”.
Già nel 2014, in un’intervista televisiva con RTL TV due giorni dopo il suo ritorno in Germania, Todenhöfer aveva detto che l’ISIS ha “welfare sociale”, un “sistema scolastico” e prevede anche di fornire istruzione alle ragazze.
D’altra parte, era più preoccupato per la convinzione dei combattenti dell’ISIS che “tutte le religioni che concordano con la democrazia devono morire”. Continuava a sentire che l’ISIS vuole “conquistare il mondo” e chiunque non segue la loro interpretazione del Corano deve essere ucciso, ad eccezione della “gente del libro” – ebrei e cristiani.
“Questa è la più vasta strategia di pulizia religiosa mai pianificata nella storia umana,” ha detto Todenhöfer a RTL.
Si presume che a Todenhöfer sia stato permesso di entrare nel territorio dell’ISIS a causa della sua nota posizione critica nei confronti della politica di G. W. Bush in Iraq e in Afghanistan. Tuttavia, Todenhöfer ha detto che “questo progetto è stato contrastato dalla mia famiglia per sette mesi. Alla fine mio figlio mi ha accompagnato, contro la mia volontà. Voleva proteggermi. E ha filmato lì.”
Todenhöfer dice che l’ISIS “sono molto più forti di quanto crediamo qui. Ora controllano un territorio più grande del Regno Unito e sono sostenuti da un entusiasmo quasi estatico di cui non ho mai incontrato l’uguale in una zona di guerra. Ogni giorno arrivano da tutto il mondo centinaia di combattenti volontari.”
Lui pensa che le decapitazioni “sono state decise come una strategia… per diffondere paura e terrore tra i loro nemici. E ha funzionato perfettamente — guardate la cattura di Mosul, presa con meno di 400 combattenti! Sono il nemico più brutale e pericoloso che abbia mai visto in vita mia.”
Per quanto riguarda il resto del mondo, Todenhöfer dice, “non vedo nessuno che abbia una reale possibilità di fermarli. Solo gli arabi possono fermare l’ISIS. Sono tornato molto pessimista”. (qui, traduzione mia; poi magari leggi anche qui)
Jürgen Todenhöfer
barbara

AL 22° FESTIVAL EUROPEO DEL REGGAE A VALENZA LUI NON CI SARÀ

No, non è israeliano, è solo un ebreo americano qualsiasi, ma si è rifiutato, pensate un po’ che nefandezza, di prendere pubblicamente posizione per lo stato di Palestina e contro i crimini israeliani (dite che a nessun partecipante a nessun festival del mondo è mai stato chiesto di prendere posizione contro i crimini siriani e dell’ISIS e a favore dei cristiani massacrati sgozzati bruciati sepolti vivi e delle donne ragazze bambine stuprate a migliaia e poi mandate in quei loro bordelli islamici? No vabbè che c’entra, i siriani e l’ISIS non sono mica ebrei, perché mai qualcuno dovrebbe condannarli), e così lo hanno buttato fuori dal festival. (No, non aggiungo commenti)

barbara

AGGIORNAMENTO: dichiarazione di Matisyahu su FB:
“The festival organizers contacted me because they were getting pressure from the BDS movement. They wanted me to write a letter, or make a video, stating my positions on Zionism and the Israeli-Palestinian conflict to pacify the BDS people. I support peace and compassion for all people. My music speaks for itself, and I do not insert politics into my music. Music has the power to transcend the intellect, ideas, and politics, and it can unite people in the process. The festival kept insisting that I clarify my personal views; which felt like clear pressure to agree with the BDS political agenda. Honestly it was appalling and offensive, that as the one publicly Jewish-American artist scheduled for the festival they were trying to coerce me into political statements. Were any of the other artists scheduled to perform asked to make political statements in order to perform? No artist deserves to be put in such a situation simply to perform his or her art. Regardless of race, creed, country, cultural background, etc, my goal is to play music for all people. As musicians that is what we seek. – Blessed Love, Matis”

L’IMPORTANZA DI SCEGLIERSI IL NEMICO GIUSTO

I palestinesi di Gaza, per esempio, si sono scelti come nemico Israele. Basta che uno di loro si faccia un graffio, non importa se bambino o adulto, non importa se disarmato o armato fino ai denti, non importa se innocente o assassino, non importa se stava facendo una passeggiata o eseguendo un attentato, non importa, addirittura, se sia stato colpito da un israeliano o da un palestinese: basta che si faccia un graffio e il mondo intero si mobilita, marcia, protesta, brucia bandiere, boicotta, invoca (e ottiene) condanne Onu. Prendi invece i palestinesi di Yarmouk (esattamente come quelli di Giordania, del Kuwait, di Tell al Zatar): li ghettizzano, li discriminano, li opprimono, li affamano, li massacrano, e al mondo non gli scuce un baffo.
flottillas
La storia di quelli di Yarmouk ce la racconta Lorenzo Cremonesi, giornalista non di rado poco onesto quando c’è di mezzo Israele (ci ho anche personalmente litigato, e lì è stato proprio disonesto al massimo grado), ma che ogni tanto si ricorda di essere giornalista e racconta le cose come stanno, come per esempio nell’articolo scritto dopo la liberazione della Natività dai terroristi che vi avevano fatto irruzione: chi desiderasse rileggerlo, lo troverà all’interno di questa recensione). E lo fa anche in questo articolo che vi propongo.


L’assedio del campo profughi: ‘Uccisi dall’Isis mille palestinesi’

Spari sui civili nei campi profughi e inevitabilmente colpisci i bambini. Non fa eccezione il grande campo profughi palestinese di Yarmouk, a otto chilometri dal centro di Damasco, dove dal primo aprile si combatte una furibonda battaglia contro i jihadisti dello Stato Islamico (Isis) e del gruppo radicale Al-Nusra. Pare abbiano il controllo sull’80 per cento dell’area. Sui social network di Isis sono già stati postati video delle decapitazioni di almeno due combattenti palestinesi. Altri sette sarebbero stati fucilati. Alcune fonti riportano una settantina di morti nell’ultima settimana. Ieri in serata il deputato arabo israeliano Ahmed Tibi ha dichiarato al quotidiano Ha’aretz che «il movimento fascista di Isis» avrebbe ucciso «mille palestinesi» tra cui l’imam della moschea di Hamas e accusava i Paesi arabi di «vergognosa passività».
Testimoni parlano di 25 decapitati. Ma per ora sono cifre difficili da verificare. «Almeno 18.000 profughi intrappolati sotto i bombardamenti e tra questi 3.500 bambini. Le loro condizioni sono gravissime, oltre l’inumano. In ogni momento rischiano di essere feriti o uccisi. Nel campo mancano cibo, acqua, elettricità. Si vive con meno di 400 calorie al giorno. Scarseggiano le medicine, gli ultimi medici sono scappati qualche giorno fa», avvertono le agenzie dell’Onu e le ong. Le Nazioni Unite rilanciano gli appelli al cessate il fuoco e per la costituzione di corridoi umanitari. Ma per ora cadono nel vuoto, solo 2.000 persone sarebbero riuscite fortunosamente a scappare. C’è chi fa già il paragone con Srebrenica, la città martire della ex Jugoslavia dove nel luglio 1995 circa 8.000 musulmani bosniaci vennero massacrati dalle milizie serbe sotto lo sguardo passivo del contingente dell’Onu . Non è la prima volta che si combatte in questo che è il più grande campo profughi della diaspora palestinese. Prima dello scoppio delle rivolte contro il regime di Bashar Assad, nel 2011, era abitato da circa 150.000 persone. Al suo interno c’era una pletora di gruppi in lotta tra loro, sostanzialmente facenti capo al fronte laico dell’Olp, più legato al regime, e ai radicali islamici di Hamas, che rapidamente si schierarono con la miriade di formazioni siriane decise a defenestrare Assad.
Ma queste divisioni sono venute a scemare negli ultimi mesi, con l’avanzata di Isis verso la capitale. E oggi sono uniti per fermare il nemico comune. Pare che Isis in questa fase abbia stretto alleanza con Al Nusra, riuscendo così a penetrare Yarmouk. Il regime ha risposto con furia devastatrice. Ormai da due o tre giorni i suoi mortai sparano nel mezzo dei quartieri abitati e gli elicotteri sganciano i famigerati «barili bomba», ordigni primitivi e brutali che distruggono palazzi interi. L’organizzazione internazionale non governativa «Save the Children» riporta: «Le testimonianze degli operatori umanitari ancora sul posto raccontano di civili feriti per le strade da giorni, senza che nessuno possa andare a soccorrerli a causa dei combattimenti continui». L’inviato locale della Bbc in lingua araba spiega della presenza letale di cecchini che impediscono ogni movimento, specie verso le vie di fuga.
Yarmouk

Interessante e meritevole di essere letta anche questa analisi di Carlo Panella.

barbara

HA UNA SUA COERENZA, PERÒ

DEMENZA DIGITALE – PELÙ, L’ISIS E IL GRANDE COMPLOTTO

“Io non ci credo che la Cia, il Mossad e i servizi segreti di tutto il mondo occidentale non sapessero nulla della nascita dell’Isis. Io non ci credo che non sappiano come debellarlo in una settimana senza far scoppiare l’ennesima Terza guerra mondiale. Io non ci credo che non si sappia come interrompere i fiumi di miliardi di dollari che alimentano questa nuova Jihad. Io non ci credo ai governi occidentali”. Musicista sul viale del tramonto con velleità di politologo ed esperto di conflitti internazionali, Piero Pelù torna a colpire attraverso il proprio profilo Facebook. Non pago di essersi coperto di ridicolo già a sufficienza nel recente passato, il volto storico dei Litfiba entra nel vivo di nuove questioni diffondendo sulla rete il peggior campionario complottista del terzo millennio. “Io credo che l’Isis sia l’immagine riflessa amplificata e distorta dell’arroganza colonialista occidentale reiterata per secoli e sempre peggiore. Io non ci sto che il mio destino sia in mano a un esercito di aguzzini guerrafondai assetati di denaro e sangue”, scrive l’artista fiorentino aggiungendo alle parole l’immagine di due mani insanguinate che si stringono. Nelle maniche di camicia le bandiere di Israele e Stati Uniti, mentre le gocce di liquido vitale cadono sopra una cartina artificiosa della Palestina che assorbe i confini dello Stato ebraico e non ne contempla l’esistenza. E viene da chiedersi: ma è lo stesso Piero Pelù che la scorsa estate si faceva fotografare sorridente davanti alla sinagoga di Firenze assistendo compiaciuto al successo del Balagan Cafè o si tratta in realtà di un suo sosia alla disperata ricerca di attenzioni e visibilità? (17 febbraio 2015, qui)

D’altra parte ricordiamo come abbia iniziato la sua carriera con un possente rutto: perfettamente logico, dunque, che la concluda con una scorreggia. Loffia, oltretutto. (Interessante, tra l’altro, quella “ennesima terza guerra mondiale”: voi quante terze guerre mondiali ricordate?)

barbara

È COME IMPARARE A TRITARE UNA CIPOLLA

I bambini tagliatori di teste del califfato (testimonianze+video)
bambini califfato 1

“Imparare a decapitare è come imparare a tritare una cipolla”, testimonia un giovane siriano. Il gruppo terroristico, che si è impadronito di grandi parti della Siria e dell’Iraq, ha soppresso il sistema di istruzione laica nei territori sotto il suo controllo e pratica l’abuso sui bambini su scala industriale.
Jomah, un adolescente siriano di 17 anni che si è unito allo stato islamico l’anno scorso, racconta che era seduto in cerchio con altri “studenti” per un corso sulla decapitazione, una disciplina insegnata ai bambini a partire dall’età di 8 anni.
Gli ‘insegnanti’ hanno portato tre soldati siriani terrorizzati, scherniti e costretti a inginocchiarsi. “È stato come imparare a tritare una cipolla,” ha detto Jomah. Hanno detto: “lo prendete per la fronte e poi tagliate lentamente il collo”.
Un insegnante ha chiesto poi dei volontari per l’esercizio dicendo: “Coloro che decapitano gli infedeli riceveranno doni da Dio,” ricorda Jomah, che non vuole che sia rivelato il suo nome completo. Allora i bambini hanno alzato la mano e molti sono stati scelti per fare l’esercizio. Poi gli insegnanti hanno ordinato agli “allievi” di marciare intorno alle teste tagliate.
“È stato in quel momento che sono diventato insensibile,” ha detto Jomah, che ha poi disertato fuggendo in Turchia con la sua famiglia. “I video di decapitazioni che ci hanno mostrato ci hanno aiutato in questo senso.”

Decapitazioni e tortura si sostituiscono al divertimento

L’inserimento di centinaia di ragazzi in questi campi di addestramento terrorista è un altro aspetto tragico della guerra civile che dura da quasi quattro anni per il suo impatto sui siriani, che potrebbe avere ripercussioni su tutto il Medio Oriente per anni a venire. I genitori temono che i loro ragazzi, con il lavaggio del cervello subito da parte dello stato islamico, siano persi per sempre.
Il gruppo terroristico, che si è impadronito di grandi parti della Siria e dell’Iraq, ha soppresso il sistema di istruzione laica nei territori sotto il suo controllo, lasciando alle famiglie la scelta tra un’educazione islamista radicale o niente.
Lo stato islamico ha creato scuole religiose nelle province siriane di Aleppo e Deir Ezzour – dove, ad esempio, i corsi di chimica sono stati sostituiti con un studi religiosi per diventare un terreno fertile per il reclutamento di ragazzi per combattere, secondo la testimonianza di cinque ex bambini soldato e parecchi disertori adulti affidata al ‘Wall Street Journal’ in Turchia dove si sono rifugiati.
Uno di loro, Ismail di 17 anni, ha detto di essere stato ingaggiato quest’estate dai suoi superiori dello stato islamico per aiutare a decapitare tutti gli uomini appartenenti alla tribù siriana nemica di Deir Ezzour, dai 14 ai 45 anni. L’adolescente ha detto che aveva esitato, ma suo fratello di 10 anni aveva fatto questo lavoro con zelo. Centinaia sono stati uccisi.
Ismail, ferito il primo giorno di battaglia, ha detto che ha disertato in agosto ed è fuggito in Turchia senza informare suo fratello perché aveva paura che avvertisse il cognato, che si è unito allo stato islamico all’età di 9 anni. I disertori vengono uccisi, ha precisato Ismail.
“Sei un apostata. Se non torni ti puniremo secondo la legge di Dio, “gli hanno detto i suoi fratelli quando sono finalmente riusciti a parlare con lui al cellulare, ricorda Ismail. Ismail ha detto di sentirsi in colpa per aver incoraggiato il ragazzo ad unirsi ai militanti e si rammarica di non essere riuscito a convincere suo fratello a disertare.
Jomah, che ha lasciato lo stato islamico dopo cinque mesi, ha detto che era entrato tra le sue file in parte per i soldi e in parte perché si annoiava. Ha detto che era completamente inattivo dopo che la sua scuola a Minbij, una cittadina in provincia di Aleppo nel nord della Siria, aveva chiuso. “Mi sento in colpa… ma a quel tempo pensavo solo a combattere il regime.”
bambini califfato 2
La maggior parte dei ragazzi intervistati dal giornale ha detto che avevano incubi dei combattimenti in prima linea e che soffrivano di perdita di memoria. Si ricordavano tutti del loro primo omicidio, ma alcuni si sono agitati alla richiesta di fornire maggiori dettagli. Le loro testimonianze confermano ciò che si vede nei video pubblicati dallo stato islamico, che mostrano bambini che tengono in mano teste tagliate o sbeffeggiano persone in attesa di essere giustiziate.
Il ramo mediatico dello stato islamico a Deir Ezzour ha pubblicato un video che mostra questo mese l’interrogatorio di un soldato del regime. Poco più avanti vediamo immagini del suo corpo decapitato appeso su una recinzione e otto bambini che giocano con la testa della vittima urlando insulti al cadavere. “È un apostata, un infedele!” urla un bambino sorridendo. “Dio maledica tuo padre che ti ha fatto nascere, cane”, rilancia un altro bambino. “Portatecene degli altri, ancora vivi!”, chiedono i bambini.
In Siria, famiglie disperate inviano i loro figli nei campi di addestramento in cambio di 150 dollari al mese, nella speranza di recuperarli una volta finita la lotta. Altri bambini sono influenzati dagli eventi che accadono nella piazza principale della loro città, dove gli attivisti dello stato islamico distribuiscono succhi di frutta e dolci mentre fanno vedere video di propaganda che mostrano degli omicidi. Questi eventi pubblici prendono il posto degli spettacoli nei luoghi sotto il giogo dei fondamentalisti dello stato islamico, attirando molti bambini inattivi da quando le scuole laiche hanno chiuso.

Ai bambini più stupidi fanno fare i kamikaze

In una relazione dello scorso giugno, Human Rights Watch ha accusato sia l’esercito siriano libero sostenuto dall’Occidente che lo stato islamico di reclutare bambini siriani “con il pretesto di educarli.” Questa pratica ricorda la “scolarizzazione” dei bambini afgani da parte di Mujahideen e talebani durante la guerra civile degli anni ottanta e novanta, che ha formato molti dei combattenti talebani di oggi.
Mourad, 15 anni, ha detto che è stato rapito e indottrinato da parte di militanti dell’auto-proclamato stato islamico con circa 150 altri scolari di Kobani in Siria, dichiara Ayman Oghanna al Wall Street Journal turco. Per la famiglia di Ismail, è la volontà di sconfiggere il Presidente siriano Bashar al-Assad che li ha spinti a iscrivere i loro figli in queste “scuole di combattimento”. L’esercito siriano libero, noto come laico, o FSA, tiene la città di Deir Ezzour dal 2011. Ismail, che all’epoca aveva 14 anni, e il suo fratello minore, che ne aveva 7, si sono uniti al FSA.
All’inizio del 2012 Nusra, un ramo di Al-Qaida, si è insediato nella città e i ragazzi gli hanno votato fedeltà. Nell’estate del 2013 si sono uniti allo stato islamico. “Mi sento in colpa,” ha detto Ismail. «Ma al momento pensavo solo a come sconfiggere il regime».
bambini califfato 3
Ismail conserva una foto del suo fratello minore nel cellulare. Ha un AK-47, una divisa mimetica con un cappuccio nero che reca un’iscrizione islamica in bianco. Il ragazzo, con l’indice sollevato, proclama la sua fede.”Prima della rivoluzione, i bambini di 7 anni andavano a scuola, questa era la norma, “ha detto Ismail. “Ora la nuova legge è che i bambini di 7 anni devono combattere.”

La loro ideologia è la sottomissione

Quando Ismail e il suo fratello minore hanno aderito allo stato islamico, hanno seguito dei corsi di Sharia per 45 giorni, seguiti da 15 giorni di addestramento militare e di uso di esplosivi a Deir Ezzour. Le loro giornate iniziavano verso le 4 di mattina con le preghiere, seguite da tre ore di studio della Sharia. La colazione era alle 7, poi un’ora di sport, ricorda Ismail. Dalle 8 alle 16 i ragazzi venivano addestrati a maneggiare armi, fucili e obici di mortai. La giornata si concludeva con tre ore di studio della Sharia fino alla preghiera della sera e si andava a dormire verso le 21.
Dopo i 45 giorni di formazione, un emiro dello stato islamico ha presieduto una cerimonia di consegna di diplomi, in cui i ragazzi sono stati divisi in gruppi per poi ricevere una formazione specializzata. Per 15 giorni sono stati preparati a raggiungere il campo di battaglia o a far parte della guardia di installazioni militari, o a servire come guardie del corpo per i principali comandanti, o a diventare kamikaze. “I ragazzi più stupidi sono sempre stati scelti per diventare kamikaze”, ha detto un ragazzo di 14 anni, anch’egli ex soldato di Deir Ezzour, ora rifugiato in Turchia.
Appena le scuole siriane sono cadute sotto il controllo dello stato islamico, i predicatori islamici radicali hanno sostituito gli insegnanti abilitati. Storia e filosofia sono state rimosse dal programma. Nelle fortezze dello stato islamico delle province di Raqqa e Deir Ezzour, le scuole o sono chiuse, o vengono requisite per i propri insegnanti. Ad Aleppo, la provincia più popolosa della Siria, gli attivisti per prima cosa si sono impadroniti delle installazioni militari, poi hanno recuperato le scuole per la formazione del loro attivisti.
Quando lo stato islamico ha spazzato via la città nell’agosto 2014, la signora Sheikh ha detto che la sua scuola è stata circondata dai militanti. Gli insegnanti hanno marciato verso la vicina moschea. Le donne sono state messe al secondo piano, separate dagli insegnanti maschi sistemati al primo. Gli uomini dello stato islamico hanno rimproverato gli educatori per i loro insegnamenti liberali. Un insegnante di scienze che ha cercato di opporsi è stato picchiato e arrestato.
Le scuole di Deir Ezzour rimangono chiuse. I bambini possono andare alla moschea e a studiare con predicatori approvati dallo stato islamico. “Non hanno intenzione di riaprire le scuole, perché non vogliono avere a che fare con gente istruita”, ha detto la signora Sheikh. Loro ideologia è la sottomissione”.
Un emiro egiziano è a capo di questo sistema educativo dello stato islamico nella provincia di Deir Ezzour. “Quando ho parlato con lui, sembrava giovane”, ha detto la signora Sheikh”. E il suo arabo non sembrava quello di una persona istruita.”

Bambini curdi torturati

Lo stato islamico ha usato bambini per altri scopi. In maggio un convoglio di autobus scolastici che trasportava circa 250 studenti curdi attraversando Aleppo, è stato sequestrato dallo stato islamico. I bambini, dopo aver affrontato degli esami scolastici, stavano tornando alle loro case a Kobani. I miliziani hanno rilasciato le ragazze, ma hanno tenuto più di 150 ragazzi, dai 14 ai 16 anni. I bambini sono stati usati come moneta di scambio. Lo stato islamico, che combatte contro i curdi per il controllo di Kobani, ha richiesto il rilascio dei suoi combattenti imprigionati in cambio degli studenti curdi. Alcuni dei giovani curdi sono stati picchiati e torturati, hanno detto quattro ragazzi che sono stati arrestati e poi liberati. I prigionieri hanno ricevuto insegnamenti della Sharia simili a quelli descritti da Ismail e altri.
Murad, che non vuole dare il suo nome completo, ha detto che ha trascorso i suoi giorni ascoltando le grida degli altri. Il ragazzo di 15 anni ha visto suoi compagni uscire dal seminterrato, una camera di tortura improvvisata. Gli studenti curdi sono stati restituiti alle loro famiglie a rate. L’ultimo gruppo ha dovuto aspettare cinque mesi prima di rientrare, alla fine di ottobre.
Murad è stato liberato dopo circa un mese, ma l’influenza fondamentalista dei suoi rapitori rimane. Vedendo sua madre con le braccia scoperte in casa, le ha gridato di coprirsi e ha preteso che tenesse il viso velato. Ha ordinato al padre di rispettare le regole religiose e pregare cinque volte al giorno. Ciò che spaventa di più il suo padre è sentire Murad cantare canzoni di propaganda dello stato islamico quando è da solo. I prigionieri erano costretti a cantare queste canzoni dopo le preghiere del mattino. “Canta continuamente questa maledetta canzone,” ha detto il padre del ragazzo. “Mi sta distruggendo la pace con questa canzone.”

MARIA ABI-HABIB – adattamento di Kathie Kriegel Rashed Alsara, Mohammed Nour Alkara e Dana Ballout hanno contribuito a questo articolo. Wall Street Journal (Qui, traduzione mia. NOTA: in un paio di punti la traduzione è un po’ incerta in quanto il testo da me trovato è una traduzione francese, qua e là un po’ traballante, dell’originale inglese leggibile solo dagli abbonati, il che mi ha costretta a cercare di indovinare l’esatto significato)

(tranquilli: non si vedono decapitazioni e affini)

I bambini del califfato

bambini califfato 4
I bambini sono in prima linea durante le crocifissioni e decapitazioni pubbliche che si tengono a Raqqa, roccaforte dello stato islamico in Siria. Vengono usati per le trasfusioni di sangue quando i combattenti dello stato islamico vengono feriti. Sono pagati per informare sulle persone che si mostrano poco leali o che criticano lo stato islamico. Vengono addestrati a diventare kamikaze. Sono bambini di 6 anni, e stanno venendo trasformati nei soldati dello stato islamico del futuro.
Lo stato islamico ha messo in atto un sistema di vasta portata e ben organizzato per il reclutamento dei bambini, indottrinandoli con le credenze estremiste del gruppo e poi insegnando loro rudimentali abilità di combattimento. I militanti si stanno preparando per una lunga guerra contro l’Occidente e sperano che i giovani guerrieri addestrati oggi staranno combattendo di qui a qualche anno.
Benché non vi siano dati certi sul numero di bambini coinvolti, storie di rifugiati e prove raccolte da Nazioni Unite, gruppi per i diritti umani e giornalisti, suggeriscono che l’indottrinamento e l’addestramento militare dei bambini è molto diffuso.
I bambini soldato non sono una novità in tempo di guerra. Dozzine di eserciti e milizie africane usano ragazzini come combattenti, in parte perché la ricerca ha dimostrato che nei bambini i punti di riferimento morale non sono ancora formati, e possono essere facilmente indotti a commettere atti di crudeltà e violenza.
A lungo termine, i giovani combattenti dello stato islamico potrebbero rappresentare un pericolosa minaccia, poiché vengono tenuti lontani dalla loro normale vita scolastica sostituita da una costante dieta di propaganda islamista finalizzata a disumanizzare gli altri e a convincerli della nobiltà di combattere e morire per la loro fede.
[Lo stato islamico] nega deliberatamente l’istruzione a coloro che sono nel territorio sotto il suo controllo, e inoltre fanno loro il lavaggio del cervello”, dice il tenente generale H.R. McMaster, impegnato a valutare le future minacce e pianificare il futuro dell’esercito.
“Stanno praticando l’abuso infantile su scala industriale. Essi brutalizzano e disumanizzano sistematicamente le giovani popolazioni. Questo creerà un problema multi-generazionale.”
Ivan Simonovic, il sottosegretario generale per i diritti umani alle Nazioni Unite, è appena tornato da un viaggio in Iraq, dove si è incontrato con gli iracheni sfollati da Baghdad, Dahuk ed Erbil. Egli parla di un programma di reclutamento “vasto e terribilmente efficace”.
Parlando a un piccolo gruppo di giornalisti alle Nazioni Unite, ha spiegato che i combattenti esercitano del fascino su alcuni dei più giovani, e che hanno degli esperti nel “manipolare ragazzi e bambini”. Ha aggiunto che “proiettano un’immagine di vittoria”, e promettono che quelli che cadono in battaglia “andranno dritti in paradiso”.
“La cosa più impressionante – ha detto – è stata incontrare le madri che [ci dicono] “non sappiamo cosa fare. I nostri figli si sono offerti volontario e non possiamo impedirlo”.
Sulla linea del fronte in Iraq o in Siria, i ragazzi che aderiscono volontariamente o rapiti dallo stato islamico, vengono inviati ai vari campi di addestramento militare o religioso a seconda della loro età. In questi campi apprendono tutto: dall’interpretazione dello stato islamico della Sharia a come maneggiare un’arma da fuoco. Imparano anche a decapitare un altro essere umano facendo pratica su delle bambole, secondo quanto riportato in settembre da Syria Deeply, un sito dedicato alla guerra civile siriana.
I bambini sono inviati anche sui campi di battaglia, dove sono usati come scudi umani o per fornire sangue per le trasfusioni per i soldati dello stato islamico, secondo Shelly Whitman, direttore esecutivo di Roméo Dallaire Child Soldiers Initiative, un’associazione che combatte per porre fine al fenomeno dei bambini soldato.
Testimoni oculari dalle città irachene di Mosul e Tal Afar, hanno riferito agli investigatori dell’ONU di avere visto bambini, armati di armi che riuscivano a malapena a portare e vestiti con l’uniforme dello stato islamico guidare pattuglie stradali e arrestare i residenti.
Esperti di diritti umani dell’ONU hanno anche “ricevuto rapporti confermati di bambini di appena 12 o 13 anni sottoposti ad addestramento militare organizzato dall’ISIS a Mosul,” secondo una relazione congiunta dell’ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani dell’ONU e dell’ufficio per i diritti umani dell’Assistance Mission dell’ONU in Iraq.
Secondo il rapporto, il numero di ragazzi impiegati nei posti di blocco è “drammaticamente aumentato” durante l’ultima settimana di agosto ad al-Sharqat, nella provincia di Salah-al-Din. E nelle pianure di Ninive e Makhmur, degli adolescenti sono stati arruolati nel mese di agosto dai soldati dello stato islamico, conosciuto anche come ISIS o ISIL. Alcuni di questi ragazzi hanno riferito di essere stati “costretti a stare in prima linea per fare da scudo ai soldati dell’ISIL durante i combattimenti e a donare il sangue per curare i combattenti dell’ISIL feriti,” secondo il rapporto.
Abou Ibrahim Raqqawi, pseudonimo di un uomo di 22 anni che fino a un mese fa viveva in Siria, è il fondatore di “Si sta massacrando Raqqa in silenzio”, un account su Twitter e una pagina Facebook che documenta la violenza della vita a Raqqa, la città in cui è cresciuto. Oltre a lui e ad altre tre persone che ora vivono fuori dalla Siria, ci sono altre 12 persone a Raqqa, che forniscono foto e informazioni su ciò che accade in città.
Raggiunto via Skype, ha detto a Foreign Policy che lo stato islamico ha fatto un passo avanti nel suo programma di reclutamento di giovani, che comprende un campo di addestramento per ragazzini in cui vengono insegnate tecniche di combattimento.
Egli spiega che i giovani di Raqqa sono addestrati e poi rapidamente inviati a combattere a Kobani, la città al confine turco-siriano in cui lo stato islamico è stato impegnato per parecchie settimane in una violenta battaglia con i combattenti curdi. Le forze aeree degli Stati Uniti e della coalizione hanno condotto più di 135 attacchi aerei contro i combattenti dello stato islamico in città e nei dintorni, uccidendo centinaia di militanti.
A Raqqa, dove, dopo più di tre anni di guerra, la povertà è diffusa, il gruppo spesso convince i genitori a mandare i figli nei campi in cambio di soldi, spiega Raqqawi. Talvolta lo stato islamico attira direttamente i bambini organizzando reclutamenti pubblici o feste e offrendo poi ai bambini dei soldi affinché essi partecipino gli addestramenti. A Raqqa, con tutte le scuole chiuse, i bambini non hanno molto altro da fare, dice Raqqawi.
Nella provincia di Raqqa, ci sono diversi noti campi di addestramento per i ragazzi, ha detto, fra cui il campo al-Zarqawi, il campo Osama bin Laden, al-Cherkrak, al-Taleea, e al-Sharea. Raqqawi stima che nel campo al-Sharea, destinato a ragazzi sotto i 16 anni, vi siano fra i 250 e i 300 bambini, e ha mostrato delle foto di questo campo, fra cui una di ragazzini seduti a mangiare e un’altra di un ragazzo che sorride dopo aver completato un percorso ad ostacoli.
Quando c’è una grande battaglia, come quella di Kobani, spiega Raqqawi, l’addestramento viene intensificato. Anche in Iraq vi sono prove che dei bambini sono costretti all’addestramento militare. Fred Abrahams, consigliere speciale per Human Rights Watch, ha intervistato alcuni Yazidi fuggiti dalla prigionia dello stato islamico dell’Iraq. Dicono di avere visto i combattenti dello stato islamico prendere i bambini dalle famiglie per portarli all’addestramento religioso o militare.
In una base militare conquistata dallo stato islamico a Sinjar, uno di questi yazidi fuggiti ha detto di aver visto i suoi carcerieri isolare 14 ragazzi, di età compresa fra gli 8 e i 12 anni, e portarli fuori per addestrarli al jihadismo.
Questa estate Vice News ha ottenuto accesso allo stato islamico, e ha prodotto un documentario in cinque parti sulla vita sotto il controllo del gruppo. La seconda parte è incentrata sul modo in cui lo stato islamico sta specificamente preparando i bambini per il futuro.
“Noi crediamo che questa generazione di bambini è la generazione del Califfato, a Dio piacendo, questa generazione combatterà gli infedeli e gli apostati, gli americani e i loro alleati,” ha detto un uomo nel video di Vice. Il video mostra un ragazzo di 9 anni che dichiara che dopo Ramadan andrà a un campo di addestramento per imparare a usare un Kalashnikov.
Un portavoce dello stato islamico ha detto ai giornalisti che quelli sotto i 15 anni vanno nei campi della Sharia per imparare la religione, ma che quelli sopra i 16 vanno nei campi militari.
I responsabili per la comunicazione sui social network per lo stato islamico contribuiscono a convincere persone da tutto il mondo ad andare in Iraq o in Siria per unirsi al gruppo.
Parte di questa strategia comporta l’uso di bambini come strumenti di propaganda, postando sui social media foto di bambini con le uniformi dello stato islamico che marciano a fianco di combattenti adulti. “A metà agosto l’ISIL è entrato in un centro di oncologia pediatrica a Mosul e ha costretto almeno due bambini malati a brandire la bandiera dell’ISIL e ha postato le foto in Internet, è riferito nella relazione delle Nazioni Unite.
Il reclutamento in rete dello stato islamico è stato efficace, raccogliendo più di 3.000 europei. Secondo l’FBI si sa per certo di una dozzina di americani che combattono col gruppo, ma ammette che potrebbero essere di più. Alla fine di ottobre tre studentesse americane del Colorado sono state arrestate a Francoforte, in procinto, a quanto pare, di unirsi allo stato islamico in Siria. Le ragazze sarebbero state fanatizzate in Internet.
Il video di Vice News mostra un belga che è andato a Raqqa con suo figlio, che sembra avere 6 o 7 anni. Il padre istruisce il figlio a dire al cameraman che è dello stato islamico e non del Belgio e poi gli chiede che se vuole essere jihadista o kamikaze, il ragazzo risponde “jihadista”.
Raqqawi dice che, quando ancora viveva a Raqqa, ha visto una donna americana, il suo marito algerino e la loro figlia, che dimostrava circa 4 anni.
Ha detto di aver visto anche un combattente francese con due bambini: un bambino biondo sui 6 anni, e una figlia di circa 1 anno.
“In città vediamo molti combattenti stranieri; è scioccante,” ha detto.
In Siria e in Iraq i bambini non sono solo fanatizzati, ma sono anche quotidianamente esposti ad un livello di estrema violenza.
Raqqawi ha fornito foto, scattate quando ancora viveva in città, di bambini che guardano delle crocifissioni. Ha detto che i bambini sono così abituati a queste esecuzioni, che la vista di una testa separata dal corpo non li turba più. «Lo stato islamico ha distrutto la loro infanzia, ha distrutto i loro cuori» ha detto.
Misty Buswell, responsabile regionale per il Medio Oriente di Save the Children con base in Giordania, ha detto: “Non è esagerato dire che potremmo perdere un’intera generazione di bambini a causa del trauma”.
Buswell ha detto che i bambini rifugiati che ha intervistato hanno incubi, evitano il contatto con i loro coetanei e mostrano segni di aggressività verso gli altri bambini.
«Ho incontrato bambini che avevano smesso di parlare e che non hanno parlato per mesi a causa delle cose terribili a cui hanno assistito, aggiunge Buswell». E quelli sono i fortunati, quelli che sono riusciti a mettersi in salvo. Con il tempo e con gli interventi adatti, possiamo aiutare questi bambini ad avere qualcosa che assomigli a una vita normale. Ma per i bambini che sono ancora lì e vedono ogni giorno tutto questo, gli effetti a lungo termine saranno molto consistenti.»
Buswell ha detto che quasi sempre i profughi vogliono tornare a casa una volta che la situazione si sia stabilizzata e che sia tornata la pace.
Ma quando, qualche settimana fa, ha posto la domanda ai profughi di Sinjar, è stata stupita dalla loro risposta. “È stata una delle prime volte che ho sentito qualcuno dire che le cose che avevano visto e vissuto – e le cose che i loro figli avevano visto – erano così orribili e traumatiche, che non volevano tornare indietro, perché ci sono troppi brutti ricordi.»
Di Kate Brannen (qui, traduzione mia)

Avevo trovato questi due articoli qualche giorno fa e avevo cominciato a tradurli con calma, un po’ alla volta, con l’idea di postarli, vista la lunghezza, all’inizio della prossima settimana, quando mi assenterò per un paio di giorni, così da darvi modo di leggerli con calma. Ma visti gli ultimi avvenimenti mi sono messa al lavoro a tempo pieno per completare la traduzione. Secondo me meritano di essere letti.

barbara