TROVA LA PAROLA MANCANTE

La Svezia, la violenza delle gang e una neo premier

di Judith Bergman
6 gennaio 2022

Pezzo in lingua originale inglese: Sweden, Gang Violence and a New Prime Minister
Traduzioni di Angelita La Spada

La Svezia è un Paese fantastico, ma stiamo affrontando una serie di gravi problemi”, ha detto la Andersson . “Ho intenzione di sollevare ogni pietra per porre fine all’emarginazione e respingere il crimine violento che sta affliggendo la Svezia…”.
La Svezia sta affrontando molto più di un “grave problema”. Per anni, il Paese ha stabilito nuovi record penali, rifiutandosi di parlare apertamente del legame esistente tra migrazione e violenza delle gang. Questa reticenza può derivare da una combinazione di correttezza politica e paura da parte della Svezia di non riuscire a realizzare la propria dichiarata ambizione di essere la “superpotenza umanitaria” del mondo. Già nel 2019, il leader del partito di opposizione Moderaterna, Ulf Kristersson, aveva definito la situazione “estrema per un Paese che non è in guerra”.
Per molti anni, qualsiasi discussione pubblica sulle connessioni esistenti fra la migrazione e l’aumento dei livelli di criminalità e di violenza delle bande è stata considerata un tabù. La pubblicazione di statistiche sull’argomento si è interrotta bruscamente dopo che il Consiglio nazionale svedese per la prevenzione della criminalità ( Brå ) le aveva pubblicate due volte, nel 1996 e nel 2005. Nel 2017, l’allora ministro della Giustizia Morgan Johansson si è opposto alla pubblicazione di statistiche sull’origine etnica dei criminali in Svezia, affermando che erano irrilevanti. La maggioranza dei membri del Parlamento ha sostenuto la sua opinione. La ricerca condotta privatamente sull’argomento è stata semplicemente ignorata. Tuttavia, man mano che le sparatorie sono diventate la norma quotidiana e sempre più passanti innocenti venivano mutilati e uccisi, il tabù è gradualmente diventato un argomento di discussione.
“Oggi non è più un segreto che gran parte del problema delle gang e della criminalità organizzata con le sparatorie e le esplosioni sia legato all’immigrazione in Svezia degli ultimi decenni”, ha scritto il capo della polizia di Göteborg, Erik Nord, in un editoriale pubblicato a maggio.
“Quando, come me, si ha l’opportunità di seguire le cose a livello individuale, ci si accorge che in linea di principio chiunque spari o venga fucilato nei conflitti tra bande proviene dai Balcani, dal Medio Oriente, dall’Africa settentrionale o orientale”.
Ad agosto, in un voltafaccia assoluto che riflette fino a che punto sono cambiate le opinioni in Svezia dal 2017, Brå, per la prima volta in 16 anni, ha pubblicato un nuovo rapporto contenente le statistiche sull’origine etnica dei criminali schedati, scrivendo:
“La distribuzione dei reati registrati tra persone di origine autoctona e non è spesso argomento di discussione. Il Consiglio nazionale svedese per la prevenzione della criminalità ( Brå) ha già pubblicato due studi di ricerca su questo tema, ma sono trascorsi diversi anni dalla pubblicazione dello studio più recente (nel 2005), che si è concentrato sulla criminalità registrata nel periodo che va dal 1997 al 2001. Dal 2001, l’immigrazione in Svezia è aumentata e la composizione della popolazione non nativa è cambiata. L’attuale studio è stato avviato riguardo a questo background, con l’obiettivo di aggiornare e migliorare la base di conoscenza sulla criminalità tra persone di origine autoctona e non”.
Il rapporto ha affermato:
“Il rischio di essere schedati come delinquenti è maggiore tra le persone nate in Svezia da due genitori non autoctoni, seguite da persone nate all’estero. (…) Il rischio di essere segnalati come sospettati di reato è 2,5 volte più alto tra le persone nate all’estero rispetto alle persone nate in Svezia da due genitori autoctoni. Per le persone nate in Svezia da due genitori non nativi, il rischio è poco più di 3 volte più alto”.
La Svezia registra il più alto numero di sparatorie mortali per milione di abitanti in Europa, secondo uno studio comparativo sulle sparatorie in Europa, pubblicato a maggio dal Brå. La Svezia, inoltre, è l’unico Paese in Europa in cui le sparatorie letali sono aumentate dal 2005. Nel 2020, 47 persone sono state uccise e 117 ferite in 366 sparatorie. Per l’anno 2021 fino a novembre, sono già state uccise 42 persone e hanno avuto luogo 290 sparatorie. Secondo il Brå:
“Il livello di omicidi con armi da fuoco in Svezia è molto alto rispetto ad altri Paesi europei, con circa 4 morti per milione di abitanti all’anno. La media per l’Europa è di circa 1,6 morti per milione di abitanti. Nessuno degli altri Paesi inclusi nello studio ha registrato aumenti paragonabili a quelli osservati in Svezia. Piuttosto, nella maggior parte di questi Paesi, sono state rilevate diminuzioni continue sia nei tassi di omicidi totali sia nei tassi di omicidi con armi da fuoco”.
Nel 2019, la polizia ha previsto che il problema continuerà negli anni a venire. “Pensiamo che queste [sparatorie e questa violenza estrema] potrebbero continuare per cinque-dieci anni nelle aree particolarmente vulnerabili”, ha dichiarato nel 2019 il capo della polizia Anders Thornberg. “Le droghe hanno attecchito nella società e la gente comune le compra. C’è un mercato per cui le gang continueranno a battersi”.
“La ricerca mostra”, secondo il rapporto del Brå, “che in Svezia l’aumento della violenza letale con armi da fuoco è fortemente associato ad ambienti criminali nelle aree vulnerabili”.
La polizia svedese è giunta alla stessa conclusione: “Le aree vulnerabili sono un centro per la criminalità organizzata””, ha scritto di recente la polizia svedese . “I criminali delle aree vulnerabili sono esportatori di criminalità in altre parti del Paese”.
La polizia svedese definisce le “aree vulnerabili” come “aree geograficamente limitate che sono caratterizzate da un basso status socio-economico e dove i criminali hanno un impatto sulla comunità locale”.
Secondo l’ultimo rapporto sulle aree vulnerabili, pubblicato il 3 dicembre dalla polizia svedese, ci sono 61 enclave di questo tipo. Alcune di queste aree, secondo la polizia svedese, sono classificate come “aree particolarmente vulnerabili” che presentano livelli di problemi ancora più elevati. Tali problemi sono caratterizzati da “minacce sistematiche e atti di violenza” soprattutto contro testimoni di crimini, da condizioni di lavoro che sono quasi impossibili per la polizia, e da “strutture sociali parallele, dall’estremismo, come le violazioni sistematiche della libertà religiosa o da una forte influenza fondamentalista che limita i diritti umani e la libertà, da persone che viaggiano per prendere parte a combattimenti in aree di conflitto, [e] da un’alta concentrazione di criminali”.
In Svezia, che conta circa 10 milioni di abitanti, 556.000 persone vivono nelle 61 aree vulnerabili, pari al 5,4 per cento della popolazione svedese, secondo il rapporto “Fatti per il cambiamento – un report sulle 61 aree vulnerabili della Svezia”. Tre abitanti su quattro delle aree vulnerabili hanno origini straniere; i Paesi di nascita più comuni sono Siria, Turchia, Somalia, Polonia e Iraq. Secondo il report, il numero di abitanti di origine straniera che vivono in un’area vulnerabile varia. In cinque di queste aree vulnerabili, la proporzione di residenti di origine straniera è pari o superiore al 90 per cento: Rosengård a Malmö, Hovsjö a Södertälje, Fittja a Botkyrka, Rinkeby/Tensta a Stoccolma e Hjällbo a Göteborg. In Svezia, ci sono circa 2,5 milioni di persone di origine straniera; il 16,2 per cento di loro, secondo il rapporto, vive in aree vulnerabili. In un recente comunicato stampa, la polizia svedese ha scritto:
“La principale ragione alla base dell’ondata di sparatorie ed esplosioni è la situazione che prevale nelle aree vulnerabili, dove i residenti si sentono minacciati dai criminali, dove esiste un traffico di stupefacenti e dove i criminali in alcuni luoghi hanno creato strutture sociali parallele”.
La neo premier svedese ha annunciato di essere finalmente pronta a imporre sanzioni più severe per scoraggiare le gang.
“Saranno imposte sanzioni ancora più pesanti per i reati legati alle bande”, ha annunciato la Anderson il 30 novembre, nella sua prima dichiarazione sulla politica del governo.
“Non dovrebbe essere possibile minacciare i testimoni di tacere, ma dovrebbero ricevere il sostegno di cui hanno bisogno per adempiere in sicurezza al loro dovere. Sarà più facile trattenere le persone sospettate di reati gravi. (…) Chi commette più reati dovrebbe essere punito più severamente. Le pene ridotte per i giovani di età compresa fra i 18 e i 20 anni che commettono reati gravi saranno abolite. Le sanzioni dovrebbero riflettere meglio la gravità dei reati, anche quando gli autori sono giovani”.
La riduzione delle pene per i giovani ha rappresentato un grave ostacolo ad affrontare i problemi, perché i giovani sono tra i principali motori della violenza di gruppo, che ora include anche i minori.
In sei delle sette regioni di polizia, le gang utilizzano i bambini di 12 anni per svolgere le loro attività criminali, tra cui la vendita di droga e il trasporto di armi. Secondo quanto riferito dalla polizia, a Stoccolma e a Göteborg centinaia di minori sono coinvolti in atti criminali per conto delle bande. Secondo i capi dell’intelligence svedese, il reclutamento di bambini è aumentato negli ultimi anni e, stando ad alcuni esperti, le bande criminali ora reclutano bambini di appena otto anni.
Ad agosto, la polizia ha arrestato tre adolescenti, di circa 15 anni, per aver sparato e ferito gravemente due uomini e una donna di 60 anni, che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato, nella città di Kristianstad. “Purtroppo questa situazione è diventata una routine”, ha affermato una donna che lavora nell’area. “Se ci sono state sparatorie durante la notte, di solito ce ne sono di più il giorno successivo. (…) Ci si deve preoccupare di intromettersi”.

Judith Bergman è avvocato, editorialista e analista politica. È Distinguished Senior Fellow presso il Gatestone Institute. (Qui)

Sì, lo so, è molto molto molto difficile trovarla…

barbara

SE QUESTO È UN GIUDICE

La vicenda, allucinante, credo sia ormai nota a tutti.

Islam e violenza: l’incredibile decisione del pm di Perugia

IL CASO Se un marito violento picchia la moglie, se la sequestra in casa, le impedisce di uscire anche per lavorare, la sottomette psicologicamente e arriva pure a privarla dei documenti d’identità, rischia una denuncia o il carcere. Se però quel marito è di fede musulmana, allora i reati passano in secondo piano: perché queste condotte rientrano “nel quadro culturale dei soggetti interessati”. A sostenere il principio non è un tribunale islamico, ma un magistrato italiano. Un pubblico ministero di Perugia: lo stesso che ha firmato la richiesta di archiviazione del fascicolo a carico di Abdelilah El Ghoufairi, 39 anni, marocchino e marito della connazionale Salsabila Mouhib, di 33 anni. Dopo anni di vessazioni subìte tra le mura domestiche la donna aveva trovato forza e coraggio di denunciare tutto alla polizia. Ma lunedì scorso il sostituto procuratore Franco Bettini ha firmato una richiesta di archiviazione al gip affermando che «il rapporto di coppia è stato influenzato da forti influenze religiose-culturali alla quale la donna non sembra avere la forza o la volontà di ribellarsi». [Quindi la denuncia nei confronti del marito con annessa fuga da casa non è da considerare una ribellione attestante il fatto che la moglie non era tanto d’accordo col comportamento del marito? Cioè, concretamente, che cosa avrebbe dovuto fare perché Sua Altezza Reale il Signor Giudice Franco Bettini vi configurasse una ribellione? Prenderlo a martellate in testa durante il sonno? Mettergli il veleno per i topi nella minestra? E in questo caso le avrebbe imputato ottomila aggravanti perché ribellarsi al marito è contrario alla loro cultura?]

LA MOTIVAZIONE Una decisione, quella del magistrato inquirente, che ora è destinata a far discutere. Soprattutto alla luce di un passaggio della richiesta di archiviazione stessa, nella quale si legge testualmente: «Le evidenze emerse a seguito delle attività d’indagine non consentono di ritenere configurabile o sostenibile in termini probatori il reato rubricato (maltrattamenti in famiglia, ndr). Dalle dichiarazioni rese, la donna non sarebbe mai stata minacciata di morte, [quindi se io minacciassi il giudice soltanto di fargli saltare tutti i denti non sarei imputabile, giusto?] né avrebbe subìto aggressioni fisiche tali da costringerla alle cure sanitarie». [Interessante criterio per valutare la gravità delle aggressioni fisiche] Poi, la considerazione finale: «La condotta di costringerla a tenere il velo integrale rientra, pur non condivisibile in ottica occidentale, nel quadro culturale dei soggetti interessati». [A me sembrerebbe che uno dei “soggetti interessati” non sia molto d’accordo con le elucubrazioni del Signor Giudice]

LE INDAGINI E dire che prima di arrivare a questa determinazione la vittima degli abusi psicologici e fisici aveva trovato il coraggio di ribellarsi a quel marito-padrone presentandosi al commissariato per denunciare presunte condotte illecite. Accuse ribadite anche a Napoli, dove Salsabila è fuggita trovando rifugio ed ospitalità presso una casa-famiglia, sempre alla Polizia di Stato. Dal suo racconto emerge l’inferno vissuto per oltre cinque anni da lei e dai due figli nella convivenza con il marito, quando vivevano a Tuoro sul Trasimeno, in Umbria. «Da quando siamo arrivati in Italia – ha dichiarato in una nuova denuncia presentata a Napoli, dove è assistita dall’avvocato Gennaro De Falco – oltre ad impormi il velo integrale, quando usciva mio marito mi chiudeva in casa portando con sé le chiavi. Potevo uscire solo se mi sentivo male, per andare in ospedale. Solo in un’occasione mi ha aggredito fisicamente, colpendomi al volto con uno schiaffo. Fu poche ore dopo aver partorito mia figlia, appena rientrata dall’ospedale: pretese alle 4,30 del mattino che gli preparassi la colazione; non lo feci e lui mi diede uno schiaffone, in seguito al quale io svenni».

LE VESSAZIONI Una vita impossibile. E nelle condotte denunciate dalla vittima ci sarebbero dunque anche altri reati: lesioni, violenza privata, sequestro di persona. «Lui non mi ha mai minacciata di morte», ha ammesso la marocchina rispondendo alle domande degli investigatori, aggiungendo però che le pressioni psicologiche erano come morire lentamente ogni giorno. E c’è anche un altro particolare inquietante: il marito ha sequestrato sia i documenti della donna che dei suoi figli. Marito e padre padrone: per capire chi è Abdelilah El Ghoufairi bisogna anche spiegare che l’uomo con un tranello indusse la 33enne a seguirlo in Marocco, dove ottenne il divorzio nel 2020, accollandosi il mantenimento della famiglia senza però mai aver corrisposto gli alimenti dovuti per legge. Ora l’avvocato De Falco ha presentato ricorso contro la richiesta di archiviazione. «Ovviamente – dichiara al Mattino – sono molto fiducioso che il gip ribalti la decisione del pm. Le donne straniere devono avere gli stessi diritti e le stesse tutele di cui godono quelle italiane, al di là delle convinzioni religiose dei loro mariti. Questa storia impone il riconoscimento di diritti e libertà sanciti dalla Costituzione italiana. E gli stranieri che vengono a vivere qui devono imparare a rispettare le leggi ed i princìpi».
Giuseppe Crimaldi, qui.

Il tema è stato ripreso anche da Nicola Porro, e nella discussione fra  i lettori è intercorso questo interessante scambio.

Paolo Zanardo
Le donne islamiche sono tra le più belle al mondo. La loro cultura esalta la femminilità, anche con un burka. La loro vita é dedicata alla famiglia e al piacere del marito sotto tutti i punti di vista. In cambio, il marito si impegna a non farle mai mancare nulla.

barbara
Vero: non le fa mancare le botte, non le fa mancare la clausura, non le fa mancare le umiliazioni, non le fa mancare gli stupri, non le fa mancare la cancellazione della propria identità, non le fa mancare l’imposizione della volontà maritale, non le fa mancare l’aggiunta di una seconda, terza, quarta moglie, ovviamente più giovani di lei che la relegano al ruolo di straccio per pavimenti… Niente le fa mancare.

Paolo Zanardo
Signora Barbara, le consiglio di evitare i luoghi comuni. Non facciamo confusione tra tradizione e religione. La clausura esiste solo nella nostra società religiosa. La donna islamica è libera di andare dove vuole purché accompagnata dal marito, un parente, oppure una persona di fiducia. Le umiliazioni esistono solo nella nostra società. Nell islam, la donna è considerata sacra perché portatrice di vita e in quanto tale rispettata è protetta. Tuttavia essa deve essere conforme alla vergine Maria, per questo deve prediligere vesti e veli in cui identificarsi. L’imposizione maritale non esiste. Esistono diritti e doveri da ambo le parti. Nel Corano si parla anche del divorzio nel caso vengano meno. La poligamia è praticata, ma la prima moglie decide chi, quando e se necessario. Ella ad ogni modo, essendo la prima moglie, avrà diritto sempre di ultima parola sulle altre che dovranno sempre rispettare ed accudirla in ogni sua necessità. L’infibulazione è vietata nel Corano. Tuttavia per alcuni, soprattutto nelle culture tribali africane viene praticata e nei racconti del profeta vengono descritti. Il problema è che alcuni, interpretano come legge anche i racconti del profeta. Tale pratica è di origine egizia.
La religione cattolica e le politiche occidentali non sono esenti cmq da violenze sulle donne, in nome del Altissimo ne abbiamo bruciate un bel po’. Come in ogni cultura e religione (tutte) il problema resta puramente interpretativo di alcuni nella applicazione delle leggi e delle sacre scritture. Le consiglio di evitare i giornali e TV, dove viene alterata la realtà e verità e di informarsi bene prima di emettere sentenze.

Cullà
Ha ragione. Sicuramente le lapidazioni di adultere, gli stupri coniugali sanciti per legge e le punizioni corporali sono fantasie.
Vorrei sentirla spiegare in che modo non poter uscire di casa senza un carceriere al seguito e senza il permesso di un’altra persona non sia clausura ma libertà di movimento. Prego, mi piace il rumore delle unghie sui vetri.

barbara
Io nel mondo islamico ho vissuto e lavorato per un anno. Lei? Non c’è bisogno che risponda: ha già più che a sufficienza risposto il suo commento. Oltre a dimostrare senza la minima ombra di dubbio che il corano non l’ha neanche mai aperto.

Paolo Zanardo
13 anni.

barbara
E in 13 anni è riuscito a non vedere niente?! Più o meno come quell’inviato della Croce Rossa che è riuscito a visitare Auschwitz senza vedere le camere a gas, senza vedere i forni crematori, senza vedere gli scheletri ambulanti, senza sentire la puzza di tonnellate di carne umana bruciata… Identico. Invece di sparare cifre a vanvera, avrebbe fatto molto migliore figura ad ammettere che non ha neanche mai visto un musulmano da vicino.

Paolo Zanardo
Un po’ di confusione signora. Faccia un po’ d’ordine.

Chiara M
“Un po’ di confusione signora”
Sessismo?
Quando non si sa più cosa dire?

barbara
Vede, caro, se lei non fosse così ricco di ignoranza saprebbe, per esempio, che nell’islam la donna non può chiedere il divorzio, e che quello dell’uomo non è esattamente quello che noi chiamiamo divorzio, bensì un puro e semplice ripudio: pronuncia per tre volte la formula “io ti ripudio, io ti ripudio, io ti ripudio” e la moglie, ormai ex, deve immediatamente lasciare la casa con nient’altro che quello che ha addosso. Saprebbe che la vergine Maria vestiva esattamente come vestivano tutte le donne duemila anni fa e che da allora sono passati, per l’appunto, duemila anni. Saprebbe che il Corano, lungi dal condannare le mutilazioni genitali, si limita a invitare a non andarci troppo pesante – e poche cose al mondo sono soggettive e interpretabili quanto il concetto di “troppo”. Saprebbe – evitando così di sbeffeggiare quelli che “confondono Corano e Sharia” – che la Sharia è rigorosamente basata su Corano e Hadith, e non a caso nell’islam è considerata giusta per il matrimonio delle “donne” l’età di nove anni, quella in cui il noto pedofilo ha stuprato la moglie Aisha, sposata quando lei aveva sei anni e lui cinquanta. E magari si chiederebbe a quale tribunale si dovrebbe rivolgere una moglie per denunciare il marito che viene meno ai propri doveri, dal momento che in tribunale la sua testimonianza vale la metà di quella di un uomo – tanto perché sia chiaro quanto è sacra la donna nell’islam. E saprebbe che nella guerra alla stregoneria sono stati bruciati streghe e stregoni, e che si è smesso un bel po’ di secoli fa: quanto tempo è passato dall’ultima lapidazione nel mondo islamico? E saprebbe che nell’islam non esiste alcun problema interpretativo, dato che il Corano è considerato “increato”, ossia l’equivalente di Allah, e pretendere di interpretare Allah è pura eresia, ossia crimine da punire con la pena capitale.
Molto carina, infine, l’idea che le caratteristiche fisiche delle persone dipendano dalla religione (“le donne islamiche sono tra le più belle al mondo”): e mi dica, se una cozza si converte all’islam diventa automaticamente una seconda Rita Hayworth?

PS: sarebbe interessante, dato che oltre che esperto di islam si dichiara anche buddista, vedere un confronto fra lei e un buddista vero in tema di buddismo.

Quest’ultimo commento però nel sito non lo potete leggere perché è finito, chissà perché, in moderazione, e da ore se ne sta lì, invisibile al pubblico. Fra i commentatori poi è comparso anche un italiano convertito all’islam, e una volta di più si constata che quando uno si converte la prima cosa che impara è, a quanto pare, il frignamento  sull’islamofobia.  E mentre il governo sembra stia meditando di rinchiuderci un’altra volta perché se uno va a fare il sub a trecento metri dalla riva rischia di scatenare un nuovo focolaio e mandare in tilt l’intero sistema sanitario italiano, questi qua continua a lasciarli sbarcare a centinaia e a migliaia.

barbara

IL PRESTIGIOSO PREMIO NOBEL

Quello che per la letteratura viene dato a Dario Fo e a Bob Dylan (e io ci metterei anche Quasimodo, che come “poeta” per me sta allo stesso livello di quei due, se non al di sotto). Quello che per la pace viene dato a una signora africana che ha piantato degli alberi (sic!) e che sostiene a spada tratta le mutilazioni genitali femminili. E a Barack Hussein Obama – preventivamente, cosa che non sta né in cielo né in terra, cioè praticamente glielo hanno dato perché è negro, altre spiegazioni non si trovano – il peggior nemico della pace mondiale dopo Hitler, che ha leccato il culo a tutti i peggiori fondamentalisti islamici e voltato il proprio, di culo, a tutti i più sinceri amici, che ha lasciato affondare e massacrare gli studenti dell’Onda Verde in Iran, al quale Iran ha regalato su un piatto d’argento la bomba atomica finalizzata a cancellare Israele dalla faccia della terra, che ha fatto scatenare le cosiddette primavere arabe con un bilancio, molto provvisorio, di molte centinaia di migliaia di morti. Eccetera. E al terrorista Arafat. E all’Onu, per le cui nefandezze non basterebbe un libro delle dimensioni di Guerra e pace, e, in particolare, nella persona di Kofi Annan. Ecco, quel premio Nobel lì. A chi sarà mai andato quest’anno quello per la letteratura?

Nobel a Gurnah contro il colonialismo. Quello europeo, non quello arabo

Il premio Nobel per la letteratura è stato conferito allo scrittore tanzaniano Abdulrazak Gurnah. Nelle motivazioni c’è la sua “intransigente e compassionevole analisi” degli effetti del colonialismo. Di quale colonialismo si parla? Di quello europeo. Eppure il colonialismo arabo a Zanzibar, in 13 secoli, deportò 12 milioni di schiavi. 

Il premio Nobel 2021 per la letteratura è stato conferito allo scrittore tanzaniano Abdulrazak Gurnah, residente dal 1967 in Gran Bretagna dove ha insegnato inglese e letterature post coloniali presso l’università del Kent fino alla pensione. Gurnah è autore di dieci romanzi e di diversi racconti e saggi. I suoi personaggi, spiega la fondazione Nobel “si trovano in uno iato tra culture e continenti, tra una vita che era e una vita emergente” con il merito di “rifuggire dalle descrizioni stereotipate” e di “aprire il nostro sguardo su un’Africa orientale culturalmente diversificata, sconosciuta a molti in altre parti del mondo”.

La fondazione Nobel ha ragione. Le coste e le isole dell’Africa orientale sono state nei secoli uno straordinario luogo di incontro di etnie, culture e religioni. In quelle del Kenya e del Tanzania è nata e si è sviluppata la società swahili, urbana, una delle poche realtà africane proiettate verso l’esterno, con regolari rapporti commerciali lungo l’Oceano Indiano, fino in Cina, già a partire dall’VIII Secolo, con una lingua antica come quella italiana. Che sia un “melting pot”, un crogiuolo di culture ed etnie, come sostengono alcuni antropologi è opinabile. L’evidenza, lì come in altri contesti, è piuttosto di una supremazia della componente più forte: in questo caso, imposta dalla popolazione arabo-islamica – i Waswahili – e subita dalle tribù bantu originarie e da ogni altra componente via via aggiuntasi, almeno finché la regione non è stata colonizzata da Gran Bretagna e Germania alla fine del XIX Secolo.

Abdulrazak Gurnah è nato nel 1948 a Zanzibar, l’isola da cui per secoli gli arabi, la cui colonizzazione del continente africano è iniziata subito dopo la morte di Maometto nel 632, hanno controllato le coste africane e gestito il commercio sia con l’interno del continente sia con i Paesi asiatici. Gli schiavi erano una delle merci: uomini, donne e bambini comprati o catturati, più di dodici milioni di persone nell’arco di 13 secoli. La tratta degli schiavi è stata proibita sulla costa swahili dalla Gran Bretagna all’inizio del XX Secolo, ma il risentimento, il desiderio di rivalsa delle popolazioni bantù è rimasto vivo. Non si spiega diversamente la feroce rivolta delle popolazioni bantu di Zanzibar che nel 1964, istigate da due partiti di ispirazione comunista (Che Guevara all’epoca si stava illudendo di fare dell’Africa il centro da cui iniziare la rivoluzione comunista mondiale), hanno ucciso da 5mila a 12mila Waswahili su un totale di 22mila. Abdulrazak Gurnah e i suoi famigliari sono tra i sopravvissuti che hanno lasciato l’isola non appena hanno potuto, finendo per ottenere asilo in Gran Bretagna.

Il protagonista di Paradise, il romanzo che lo ha fatto conoscere al grande pubblico anglofono nel 1994, è un ragazzino venduto dal padre per pagare un debito. Descrive  una situazione comune un tempo. Di solito erano le famiglie bantu dell’entroterra swahili a vendere i figli, preferibilmente le femmine, in caso di necessità. Oppure, durante una carestia, scambiavano un figlio con del mais che ai Waswahili della costa non mancava mai. Forse è questo mondo che Gurnah racconta nei suoi libri, insieme alla sua personale esperienza di profugo. La fondazione del Nobel ha deciso di conferirgli il premio “per la sua intransigente e compassionevole analisi degli effetti del colonialismo e del destino del rifugiato nel divario tra culture e continenti”.

Ma quando, riferendosi all’Africa, si dice “colonialismo”, senza specificare, si intende sempre unicamente il colonialismo europeo, non altri, di cui si dimentica o si rifiuta di ammettere l’esistenza. Forse quindi alla fondazione Nobel, di Gurnah, è piaciuto che nei suoi libri descriva i traumi culturali e sociali prodotti dall’impatto con la società occidentale, non quelli patiti a causa della colonizzazione arabo-islamica che pure tante sofferenze ha inflitto e continua a infliggere in Africa, dove l’intolleranza islamica, combinata con il tribalismo, fa vittime e danni anche quando non assume i caratteri estremi del jihad. 

Quanto ai rifugiati e al loro destino, l’ammirazione per l’analisi “intransigente e compassionevole” contenuta nei libri di Gurnah sarebbe condivisibile se non fosse che, come ormai fanno in tanti, lui confonde rifugiati ed emigranti illegali. “L’Europa dovrebbe accogliere gli emigranti con compassione invece che fermarli con il filo spinato – ha detto all’agenzia di stampa Reuters che lo ha intervistato il giorno in cui ha vinto il Nobel – e attualmente il governo britannico si comporta in modo davvero molto brutto con i richiedenti asilo e con chi chiede di entrare nel paese”. Non è che Gurnah non capisca la differenza. Come tutti i sostenitori dei “porti aperti”, delle frontiere aperte la conosce e semplicemente non la accetta. “Sembra così sorprendente al governo britannico – dice – che della gente che arriva da luoghi difficili voglia venire in un paese ricco? Perché si meraviglia tanto? Chi non vorrebbe venire in un paese più prospero? C’è della cattiveria nella sua risposta”.

E, seduto nel suo giardino di Canterbury, all’ombra di un acero – così lo descrive Reuters – parla in toni lirici dell’esperienza di emigrare, di lasciarsi alle spalle la famiglia e una parte della propria vita per vivere in una nuova società in cui si sentirà sempre in parte un estraneo. 

Anna Bono, qui.

Anna Bono è stata ricercatore in Storia e istituzioni dell’Africa presso il Dipartimento di culture, politica e società dell’Università di Torino fino al 2015. Dal 1984 al 1993 ha soggiornato a lungo in Africa svolgendo ricerche sul campo sulla costa swahili del Kenya. Dal 2004 al 2010 ha diretto il dipartimento Sviluppo Umano del Cespas, Centro europeo di studi su popolazione, ambiente e sviluppo. Fino al 2010 ha collaborato con il Ministero degli Affari Esteri nell’ambito del Forum Strategico diretto dal Consigliere del Ministro, Pia Luisa Bianco. Collabora con mass media prevalentemente di area cattolica.

Già, toccare i responsabili del peggiore schiavismo, in atto ininterrottamente da quasi un millennio e mezzo; del peggiore stragismo, in atto ininterrottamente da quasi un millennio e mezzo; del peggiore colonialismo, che in quasi un millennio e mezzo ha ormai invaso circa un quarto del pianeta

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e che, a differenza del colonialismo europeo da un pezzo morto e sepolto, sta continuando tuttora a espandersi guadagnando quartiere dopo quartiere tutte le nostre principali città e capitali – toccare quelli, dicevo, provare a pestare i calli a quei signori lì, richiede coraggio, che il Nostro evidentemente non ha. Molto più facile prendere a schiaffoni chi ti ha accolto, in fuga dalla rabbia di coloro che la tua etnia aveva oppresso e sfruttato colonialmente per secoli; molto più comodo sputare sul piatto che ti è stato offerto quando non avevi niente; molto più redditizio mordere la mano che ti ha nutrito senza chiedere niente in cambio. Com’era quel vecchio proverbio? Quando la merda monta in scranno, o fa puzza o fa danno. Soprattutto quando viene addirittura messa sul piedistallo dal Merdaio Supremo.

barbara

E ORA STATE A SENTIRE QUESTA

che è fenomenale.

La Nuova Zelanda, la strage di Christchurch e il paradosso dell’antirazzismo

Il film “They are us”, che esalta il sostegno di un paese intero alla comunità islamica dopo la strage del 2019, viene criticato dai musulmani: «I bianchi non possono parlare di noi»

Degli incredibili cortocircuiti della nouvelle vague dell’antirazzismo e del politicamente corretto, quello che ha affossato in Nuova Zelanda il progetto di film They are us è forse uno dei più eclatanti. La pellicola, annunciata settimana scorsa, doveva raccontare la strage di Christchurch del marzo 2019, nella quale morirono 51 musulmani per mano del terrorista islamofobo Brenton Harrison Tarrant. L’obiettivo del film, prodotto da FilmNation Entertainment, era quello di raccontare «non tanto l’attentato ma la risposta all’attentato», mostrando come «un atto di odio senza precedenti è stato sommerso da un’ondata di amore e di sostegno», aveva dichiarato il famoso regista neozelandese Andrew Niccol.

«Loro siamo noi»

Per questo, figura centrale del film doveva essere la premier Jacinda Ardern (impersonata da Rose Byrne), celebrata in tutto il mondo per la sua pronta risposta alla strage: condanna del suprematismo bianco, visite ai familiari delle vittime con tanto di hijab in segno di rispetto verso i musulmani, riforma sull’uso delle armi, oltre a un famoso discorso in Parlamento nel quale pronunciò anche la frase utilizzata per il titolo del film:

«Il 15 marzo è stato il giorno in cui un semplice atto di preghiera, di pratica del loro credo musulmano e della loro religione, ha portato alla perdita delle vite dei loro cari. Quei cari erano fratelli, sorelle, padri e bambini. Erano neozelandesi, sono noi. E poiché loro sono noi, noi, come nazione, li piangiamo. Sentiamo un forte obbligo nei loro confronti. E, signor presidente, abbiamo tanto bisogno di dire e di agire».

I «bianchi» devono solo tacere

Tutto si aspettavano gli autori del film tranne che ricevere una valanga di proteste da parte della comunità musulmana neozelandese. L’Associazione giovanile nazionale islamica della Nuova Zelanda ha infatti lanciato una petizione, al momento firmata da 67 mila persone, per chiedere che la pellicola non venga girata. Secondo i musulmani è inaccettabile che «il film si concentri su voci di persone bianche», reinterpretando nell’ottica dei bianchi «la violenza orribile perpetrata contro le comunità musulmane». Lo stesso regista Niccol è colpevole di «whitewashing»: «Un uomo bianco che non ha sperimentato su di sé il razzismo e l’islamofobia non dovrebbe condurre né ricavare profitti dal racconto di una storia che non è la sua». È anche «inappropriato che al centro del film ci sia la premier Jacinda Ardern, una donna bianca».
Insomma, non conta se Niccol è neozelandese, non conta se la tragedia ha toccato lui come tutti gli altri cittadini della Nuova Zelanda, non conta se la premier Ardern ha agito prontamente per onorare e difendere i musulmani, per ricordare che sono cittadini neozelandesi come tutti gli altri, che la differenza di credo non costituisce una linea di demarcazione e che non c’è alcuna divisione tra “noi” e “loro”, ma soltanto “noi”. Secondo i musulmani neozelandesi, la linea di demarcazione c’è: i bianchi parlino delle cose dei bianchi e i musulmani delle cose dei musulmani.

La Ardern sminuisce se stessa

La stessa premier, Ardern, si è affrettata a prendere le distanze dal film che la elogiava per il suo pronto intervento a difesa della comunità islamica con parole incredibili: «Ci sono molte storie sugli eventi del 15 marzo che potrebbero essere raccontate e non penso che la mia sia una di quelle».
Anche la produttrice del film, Philippa Campbell, ha abbandonato la produzione della pellicola: «Non voglio essere coinvolta in un progetto che provoca un tale disagio». Parole che stonano con il lancio del film, durante il quale la produzione aveva dichiarato, come confermato anche dalla petizione, di aver contattato molti musulmani della Nuova Zelanda per scrivere la sceneggiatura.

L’antirazzismo vuole dividere

They are us sarà sicuramente ritirato e difficilmente uscirà nelle sale, almeno nella forma in cui era stato progettato. Alla luce della piega che hanno preso gli eventi, fanno sorridere le parole pronunciate da Niccol il giorno della presentazione: «Il film riguarda la nostra comune umanità, è questo il motivo per cui penso che il film parlerà alle persone del mondo intero. È un esempio di come dovremmo rispondere quando c’è un attacco contro altri esseri umani come noi».
Questa visione, forse ingenua, non è aggiornata ai recenti sviluppi del movimento antirazzista, che ha preso le mosse dalle proteste di Black Lives Matter negli Stati Uniti. Non c’è più una «comune umanità», neanche tra persone legate dalla stessa cittadinanza all’interno dello stesso paese. Ci sono i bianchi, i neri, i musulmani, i cristiani. Tutti divisi, uniti soltanto da un rapporto di incomunicabilità reciproca. Tanto che un neozelandese bianco non può permettersi di occuparsi di una tragedia che ha coinvolto neozelandesi musulmani. Alle origini del movimento antirazzista, l’obiettivo era rivendicare la comune cittadinanza e umanità che rende tutti uguali al di là del colore della pelle. Oggi lo stesso movimento antirazzista persegue l’obiettivo opposto. E ai malcapitati di turno, colpevoli senza appello del più grave dei crimini, il “whitewashing”, non resta che cospargersi il capo di cenere. E scusarsi per aver cercato di unire ciò che a molti, anche con una notevole dose di autolesionismo, conviene che resti diviso.
Leone Grotti 16 giugno 2021, qui.

No scusate, datemi pure della cinica, ma a me viene da rotolarmi dalle risate: fratelli i nostri fratelli hanno ucciso i nostri fratelli siamo tutti fratelli, e quelli coosaaa?! Noi purissimi musulmani fratelli di voi pezzi di merda infedeli bianchi? È quello che succede quando ci si ostina a chiudere gli occhi di fronte alla realtà, e quando la realtà gli piomba addosso cosa fanno? Si scusano! Abbiamo sbagliato! Perdonateci! Non lo faremo mai più! Già tutto previsto, del resto (vedi anche il primo commento), non perché qui si abbiano doti profetiche, ma semplicemente perché io non tengo gli occhi chiusi, e quello che ho davanti lo vedo e lo guardo bene in faccia.
La prossima cosa invece mi scatena la voglia di prendere un bazooka. Sempre contro i buoni di professione, beninteso, i progressisti con la menzogna incorporata. Qualche giorno fa avevo letto che in Ungheria, dove regna il fascistissimo Viktor Orban, è stata approvata una legge ferocemente omofoba, e uno si chiede: cosa avrà mai combinato di nuovo il fellone? Froci in galera? Frustate sulla pubblica piazza? Castrazione cruenta senza anestesia? Bene, ha combinato quello che segue.

No a pedofilia e gender, ma i media attaccano l’Ungheria

Il Parlamento ungherese approva una rigorosa legge antipedofilia, con aggravi di pena per pedofili e autori di pornografia infantile. Un emendamento vieta l’indottrinamento Lgbt verso i minorenni e si scatena il finimondo, con articoli-fotocopia da parte del mainstream mediatico globale, dalla Reuters alla Bbc.

L’Ungheria approva una durissima legge antipedofilia, in un paragrafo si vieta indottrinamento gender e transgender sino ai 18 anni e scoppia un imbarazzante finimondo mediatico. Martedì 15 giugno, il Parlamento ungherese ha approvato con una maggioranza schiacciante, con un solo voto contrario (157-1), le nuove norme restrittive contro la pedofilia. Le minoranze, unite in una grande coalizione con l’obiettivo di sconfiggere Orban il prossimo anno, si sono spaccate alla prima prova parlamentare. Le forze democratiche di sinistra e liberali non hanno partecipato al voto, mentre i rappresentanti dell’estrema destra di Jobbik hanno votato a favore del provvedimento.

La maggioranza che guida l’Ungheria da più di un decennio, ne abbiamo parlato altre volte, negli ultimi anni ha moltiplicato le proprie misure per la famiglia e promosso norme che proteggono la natura biologica umana, la genitorialità, il diritto dei bambini di avere una mamma e un papà.

Lo scorso 4 giugno, il Governo Orban presentava in Parlamento la nuova proposta di legge per combattere la pedofilia, introducendo un registro pubblico dei criminali pedofili e incrementando le pene per i reati di pedofilia. Nel dibattito di quel giorno, non si parlava di divieti verso l’indottrinamento Lgbt, eppure già si doveva prendere atto della spaccatura delle opposizioni: Jobbik si diceva favorevole, le sinistre democratiche e liberali erano molto critiche. Le coincidenze sono importanti. L’8 giugno, inopinatamente, l’ex presidente degli Usa, Barack Obama, rilasciava un’intervista alla CNN che faceva il giro del mondo mediatico nei giorni successivi, nella quale si soffermava su Polonia e Ungheria, descrivendo il Governo Orban come un “esempio di distruzione della democrazia”. Il 9 giugno il Governo Orban presentava alcuni emendamenti alla legge antipedofilia, tra essi anche l’emendamento contro l’indottrinamento Lgbt verso i minori. La notizia dell’emendamento infuocava i mass media internazionali, dopo che la Reuters ne dava notizia e la colorava con gli strali delle organizzazioni Lgbt.

Articoli-fotocopia che riprendevano le dichiarazioni delle lobby Lgbt si moltiplicavano per tutta la giornata: Associated Press (l’Ungheria vuol bandire l’omosessualità per i minori di 18 anni), Amnesty International (attacco frontale alle persone Lgbt), BBC (vietata la letteratura Lgbti ai minorenni). Dimenticato il contrasto alla pedofilia, si cavalcava la protesta Lgbt, invocando azioni internazionali in difesa dello “stato di diritto” e il 14 giugno la commissaria per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović, invitava, con un comunicato ufficiale, il Parlamento ungherese ad opporsi agli emendamenti che avrebbero “vietato ogni discussione sull’identità di genere e la diversità sessuale” con i ragazzi. Lo stesso giorno, poche migliaia di persone, sostenute da Amnesty International e Human Rights Watch, si riunivano davanti al Parlamento per protestare contro la legge antipedofilia e l’emendamento antindottrinamento. La notizia delle manifestazioni veniva ripresa con enfasi dal tam-tam del politically correct mondiale, dal sito di notizie europee Euractiv a France24, dal Washington Post a USNews, al Times of India… Il mondo doveva conoscere l’unica fake news: l’Ungheria stava per vietare alle persone Lgbt di esser tali, con un legge simile alle norme ‘omofobiche’ approvate in Russia.

Nei giorni in cui i giornali mondiali riportavano le critiche del G7 contro l’autoritarismo di Russia e Cina, la macchina del fango imponeva la somiglianza autoritaria tra Putin e Orban; Orban, il distruttore della democrazia (come descritto da Obama).

Tuttavia, dal voto finale del 15 giugno emergono due verità. Primo, la coalizione delle opposizioni appunto si è spaccata su un tema cruciale per qualunque governo futuro, con i Socialisti contrari e Jobbik che ha votato a favore della legge antipedofilia. Secondo, nonostante la grancassa mediatica, dalla Reuters in giù, si contestano la lotta alla pedofilia e un governo che si oppone ai dogmi innaturali della dottrina Lgbt. La legge approvata cosa dice? Si crea un “database elettronico” pubblico che conterrà i nomi dei pedofili e consentirà ai genitori e altri parenti delle vittime di denunciare; il Codice penale modificato garantisce che gli autori di pornografia infantile ricevano una pena detentiva di 20 anni senza possibilità di libertà vigilata (se le vittime hanno meno di 12 anni di età). Altri aggravi di pena includono gli abusi sessuali sui bambini, le molestie o le violenze commesse da funzionari pubblici o soggetti recidivi. Nei casi di reati gravi di pedofilia, la prescrizione non si applica più. Il divieto permanente di impiego per i pedofili nella sanità o nell’educazione viene esteso ai lavori legati al tempo libero dove potrebbero esserci minori, come spiagge, parchi di divertimento, zoo e associazioni sportive.

I pedofili saranno banditi dai posti di governo o di leadership politica. Per quanto riguarda l’educazione sessuale nelle scuole, il materiale non deve contenere nulla che miri a cambiare genere o a promuovere l’omosessualità. Oltre agli insegnanti della scuola, solo le persone o le organizzazioni incluse in un registro ufficiale, continuamente aggiornato, possono tenere lezioni di educazione sessuale. Inoltre, il diritto di un bambino di identificarsi secondo il suo sesso alla nascita è custodito dalla legge (“…l’Ungheria protegge il diritto dei bambini a un’autoidentità corrispondente al loro sesso alla nascita…”) sotto l’egida del sistema di protezione dell’infanzia. È vietato promuovere materiali rivolti ai giovani al di sotto dei 18 anni che abbiano un contenuto pornografico o che promuovano l’omosessualità o un’identità di genere diversa dal sesso alla nascita. Lo stesso vale per le pubblicità. Le stazioni televisive saranno obbligate a segnalare l’avviso di divieto di visione per gli under 18 per i film e la programmazione con contenuti che si discostano dalle restrizioni della legge, mentre l’Autorità vigilante sui mass media sarà tenuta a vigilare ed eventualmente sanzionare chi commette le violazioni.

Un ottimo provvedimento, quindi. Ma che fanno i paladini dei “diritti umani”? Human Rights Watch chiede che il presidente della Repubblica ungherese ponga il veto e fermi questa legge antipedofilia. Si tenta di falsificare la realtà, ma i vergognosi fatti di questi giorni parlano da soli.
Luca Volonté, qui.

Se solo pensiamo che il più giovane transessuale ha tre anni perché già da quando aveva 18 mesi i genitori hanno notato segni inequivocabili del fatto che si sentiva di un sesso diverso da quello biologico, a quello che la mamma ha “accontentato” trattandolo da bambina perché ha sempre mostrato preferenza per il colore rosa (è noto che la preferenza del rosa per le femmine e dell’azzurro per i maschi è genetica, e chissà che razza di genetica avranno mai i cinesi che usano – o almeno usavano in passato, adesso non so – l’azzurro per le femmine e il rosso per i maschi), i bombardamenti di ormoni per bloccare la pubertà praticati a scuola anche contro la volontà dei genitori, se pensiamo a tutto questo abbiamo davvero il diritto, nonostante qualche possibile esagerazione, di criticare l’Ungheria per questa legge? Senza dimenticare che il dominio assoluto del pensiero unico comunista l’Ungheria, così come tutti gli stati satelliti dell’Unione Sovietica, lo ha conosciuto fin troppo bene sulla propria pelle per interi decenni, per avere voglia di rischiare una ricaduta.(E tenetevi pronti per quello che vi preparo per domani)

barbara

IDIOTI E PER GIUNTA COPIONI

Le scuole in America cancellano le feste cristiane 

I giacobini in Francia divisero il tempo in unità “razionali e naturali”. Nel calendario ci misero le festività patriottiche ispirate a valori civili: Virtù, Genio, Lavoro, Remunerazione. Santa Cecilia divenne il giorno della rapa, Santa Caterina il giorno del maiale, Sant’Andrea il giorno della zappa… E fra una testa e l’altra che ghigliottinavano, anche l’ape regina divenne “l’ape che depone le uova” [e dunque, oltre che coglioni, i nostri contemporanei politicamente corretti, sono anche incapaci di essere originali], la Chiesa di San Lorenzo divenne il tempio del Matrimonio e della Fedeltà, Notre Dame il tempio della Ragione e Montmartre divenne Monte Marat…

In America da oggi le feste si chiameranno “giorni liberi” [e questi sì che sono cambiamenti epocali!]. Racconta Newsweek che è la decisione del consiglio scolastico di Randolph Township nella contea di Morris, New Jersey, che ha votato all’unanimità per rimuovere i nomi delle festività dal calendario accademico. Basta Natale, Pasqua, Giorno del Ringraziamento e Memorial Day, così come le festività ebraiche come Rosh Hashanah e Yom Kippur. “Se non abbiamo nulla sul calendario, non avremo nessuno con i sentimenti feriti o qualcosa del genere”, ha detto il membro del consiglio Dorene Roche. [GRANDE! Smettiamo di parlare e non avremo nessuno che si sentirà offeso, smettiamo di compiere qualunque gesto e non avremo nessuno che potrà risentirsi, suicidiamoci in massa tutti sette miliardi e otto, e sulla Terra la pace regnerà sovrana. Ma vaffanculo, va’]

E’ la decisione presa anche dal più grande distretto scolastico dello stato americano del Maryland, Montgomery County, racconta il Washington Post. Lì è cominciato quando un gruppo di musulmani ha chiesto di inserire la festa dell’Eid. Per non scontentare nessuno, o meglio per erigere il multiculturalismo a politica di stato, ha cancellato anche il Natale e il Venerdì santo, Yom Kippur e Rosh HaShanà. Stessa scelta di alcune scuole in California: via le festività cristiane.

Questo delirio “inclusivo” arriverà anche in Europa. Anzi, è già qui.

L’Osservatorio della laicità in Francia – l’organo istituito dal presidente François Hollande per coordinare le sue politiche neolaiciste – ha proposto di eliminare alcune feste nazionali cristiane per far posto a quelle islamiche. L’annuale processione a lume di candela di Santa Lucia (“Sankta Lucia”), una tradizione cristiana svedese che si celebra da centinaia di anni, “sta scomparendo”. Uddevalla, Södertälje, Koping, Umeå e Ystad sono alcune del crescente numero di città che non ospitano più questa bella manifestazione culturale. Secondo Jonas Engman, un etnologo del Museo nordico, l’interesse sempre minore per la processione di Santa Lucia accompagna una disaffezione radicale verso la cultura della Svezia cristiana. Dame Louise Casey, “zar” dell’integrazione del governo britannico, ha avvertito che “le tradizioni come la celebrazione del Natale scompariranno”. In Belgio, la democrazia più islamizzata d’Europa, a Holsbeek, alle porte di Bruxelles, non è stato allestito il presepe per “non offendere i musulmani” [Non ho capito: se Gesù, Issa in arabo, è un profeta musulmano (e palestinese, non dimentichiamolo!), che cosa c’è che non va bene nel festeggiare la sua nascita?]. Come riportato dal quotidiano La Libre, i calendari scolastici della comunità francofona del Belgio stanno utilizzando una nuova terminologia: la festa di Ognissanti (Congés de Toussaint) viene chiamata “congedo di autunno”; le vacanze di Natale (Vacances de Noël) diventano “vacanze d’inverno” e le vacanze di Pasqua (Vacances de Pâques) sono diventate “vacanze di primavera” (Vacances de Printemps).

Ha ragione Charles Consigny quando sul settimanale Le Point scrive che “a forza di questa tabula rasa del nostro passato faremo piazza pulita del nostro futuro”.

Ci stanno rubando tutto. Guardiamoci almeno qualche minuto di Santa Lucia, prima che la caccino anche da Youtube.

barbara

UN PAIO DI DOMANDE INDISCRETE

Bisogna dire “genitore che partorisce”, perché la parola “madre” è discriminatoria nei confronti delle “ragazze col cazzo” come a volte amano dichiararsi con grandi cartelli, che madri non possono essere. Ma queste ragazze col cazzo che non possono diventare madri, possono per caso partorire? Qual è il guadagno nell’orrenda sostituzione? Se vanno in crisi per il sostantivo che indica ciò che non potranno mai essere, ci andranno di meno con il verbo che indica ciò che non potranno mai fare? Perché non ci son santi ragazzi, se non nasci con vagina utero tube ovaie e un bel XX, puoi farti castrare e pompare di ormoni quanto ti pare, e farti chiamare Loretta fino allo sfinimento, ma di partorire te lo sogni.
E quelle donne nate donne, rimaste donne, che si sentono donne, che possono benissimo diventare madri adottando ma non possono partorire  a causa di un’isterectomia, di un’ovariectomia bilaterale, di tube non pervie, perché affette da sindrome di Turner o altro ancora, come dobbiamo chiamarle? Se madri no perché se no i trans poverini poverini si avviliscono, dobbiamo chiamare anche loro genitori che partoriscono aggiungendo al danno la beffa – la presa per il culo, per chiamare le cose col loro nome – oltre alla palese falsità?

E poi non bisogna dire donna, bensì mestruante. I trans non “mestruano”, ovviamente, perché gli uomini non mestruano, da che mondo è mondo, e quindi invece che con l’aborrito “uomo” li chiamiamo col bellissimo “non mestruante”. Però anch’io sono non mestruante, da una ventina d’anni: sono equiparabile a un trans? Anche se ho vagina e ovaie e non pisello e palle? Anche se non ho avuto bisogno di pomparmi di ormoni per avere le tette? Anche se ho XX e non XY? E, per inciso, anche le figlie della mia vicina che vanno all’asilo sono sicuramente non mestruanti, epperò non mi sembra che assomiglino molto a dei trans.

La prossima domanda la faccio fare all’amico
Renato Miele

Domanda ingenua: perché nel caso di Saman, la ragazza pachistana di cui si sospetta [di cui ora è certa] l’uccisione, non si è ancora sentita la parola FEMMINICIDIO?

È una domanda difficile, e dubito che qualcuno riuscirà a trovare una risposta.

Qualcuno  suo tempo ha ammonito che quando si bruciano i libri, prima o poi si bruceranno le persone. Nel 1933 hanno bruciato i libri

e meno di dieci anni dopo bruciavano le persone in quantità industriale. Adesso stanno decapitando le statue.

USA COLUMBUS STATUE BEHEADING

Fra quanto tempo…? Ah no, che domanda stupida: è da quel dì che i seguaci della religione di pace stanno decapitando le persone in quantità industriale e addestrando anche i bambini a tale nobile attività. A casa loro? No, cari, anche a casa nostra, dove le anime belle continuano a predicare accoglienza.

barbara

IL J’ACCUSE DELLA MUSULMANA

Questo articolo è di tre anni e un mese fa.

Il grande j’accuse della musulmana Sonia Mabrouk

Roma. In un ritratto, Le Monde la chiama “l’anticonformista”. Ex redattrice di Jeune Afrique, Sonia Mabrouk è una musulmana tunisina e uno dei volti in ascesa del giornalismo televisivo francese, la star di “Public Sénat”. Cresciuta nel porto di Tunisi La Goulette, da piccola Mabrouk frequentava Habib Bourguiba, suo nonno era ministro e uno zio ambasciatore a Parigi. Ma nonostante questo milieu, la giornalista e scrittrice ha un motto inusuale: “Combattere il conformismo”.
Adesso Mabrouk pubblica il secondo libro da Plon, Dans son cœur sommeille la vengeance. Il cuore è quello dei convertiti francesi all’islam e la vendetta è quella che consumano contro la cultura occidentale. “Le nostre strade sono disseminate di soldati ma le nostre menti sono deboli” pensa Lena, protagonista del romanzo. Il suo alter ego è Amra, foreign fighter in Siria, che le dice: “Dubitate di tutto, anche di voi stessi. L’islam è molto più sicuro del vostro cristianesimo. La vostra società è senza fiato, tutto crolla, la civiltà marcisce dalla testa, come il pesce. E sarà sostituita. Le vostre chiese sono vuote. Vuote! Le trasformeremo in moschee. La vostra cultura si spegne, la vostra spiritualità si spezza, le vostre tradizioni spariscono”.
Amra lo ha imparato in carcere. “L’islam crescerà e conquisterà più territori, cuori e menti. Faremo molti bambini che brandiranno la religione con orgoglio. E finirete per convertirvi”. L’occidente, scrive Mabrouk tramite Amra, è in vendita. “Tutto. I vostri ideali, i vostri princìpi, le vostre terre. I vostri soldati si nascondono dietro gli schermi, bombardano da aerei sofisticati e non metteranno mai piede in terra nemica, spaventati. In questa guerra asimmetrica, sarete i vinti della storia”.
In una intervista al settimanale Valeurs Actuelles di questa settimana, Mabrouk spiega cosa l’ha spinta a scrivere il libro: “La civiltà sopravviverà se i valori cristiani saranno difesi” dice la giornalista franco-tunisina. Mabrouk non pensa sia finita. “C’è chi tende a vedere la civiltà cristiana come un’immensa fragilità. Credo che di fronte all’islam politico conquistatore, questa apparente fragilità diventi una forza. Qualcosa mi colpisce quando vedo le chiese in Francia: non sono affatto vuote! Vedo famiglie, bambini, sanno bene cosa ci stanno facendo lì. Per troppo tempo, i programmi televisivi hanno sostenuto i sostenitori dell’islam politico”. I terroristi hanno un vantaggio: “Sono capaci di morire per le proprie idee. Ma lo ha fatto anche Arnaud Beltrame (il poliziotto sgozzato dall’Isis a Trèbes, ndr) e mi ha profondamente segnato. Il movimento con cui la Francia ha acclamato quest’uomo dimostra che nulla è perduto. E incarna, con il suo gesto, un progetto spirituale inaudito e noi, nei media, non ne parliamo, abbiamo paura. Quando torno in Tunisia e sento il muezzin, mi succede qualcosa, non potrei spiegarlo, è irrazionale. Oggi parliamo di lotta al terrorismo, ma i mezzi non sono sufficienti. Nel libro, Lena lo comprende. Mi chiedo come possa farlo un paese”. Che se lo chieda una musulmana e non gli occidentali ci dice già moltissimo. Forse troppo.
Giulio Meotti,  13 mag 2018, qui.

Questo articolo è di un mese fa.

“Ogni due settimane in Francia nasce una moschea e scompare una chiesa”

“Una chiesa scompare in Francia ogni due settimane, bruciata, venduta, abbattuta”. È la conclusione agghiacciante di Edouard de Lamaze, presidente dell’Observatoire du patrimoine religieux di Parigi, l’organizzazione più importante che monitora lo stato dei luoghi di culto nel paese più travolto dallo choc di civiltà.Lamaze sta lanciando l’allarme sui media sulla scomparsa degli edifici religiosi in un paese noto come “la figlia maggiore della Chiesa”, da quando il re Clodoveo I abbracciò il cattolicesimo nel 496. L’appello di Lamaze è arrivato dopo che un incendio ha distrutto la chiesa di Saint-Pierre del XVI secolo a Romilly-la-Puthenaye, in Normandia, nel nord della Francia. L’incendio è avvenuto il 15 aprile, esattamente due anni dopo quello che ha devastato la cattedrale di Notre-Dame a Parigi. Oltre a spiegare che un edificio religioso scompare ogni due settimane – per demolizione, trasformazione, distruzione da incendio o crollo – Lamaze ha detto che “due terzi degli incendi nelle chiese sono dovuti ad atti dolosi. “Anche se i monumenti cattolici sono ancora avanti, una moschea viene eretta ogni quindici giorni in Francia, mentre un edificio cristiano viene distrutto allo stesso ritmo”, ha detto Lamaze. “Crea un punto di svolta sul territorio che dovrebbe essere preso in considerazione”. 
Lamaze dice anche che in media ogni giorno vengano presi di mira più di due monumenti cristiani. Nel solo 2018 sono stati registrati 877 attacchi a luoghi di culto cattolici in tutto il Paese. “Queste cifre sono quintuplicate in soli dieci anni”, ha detto Lamaze, osservando che 129 chiese erano state vandalizzate nel 2008. “All’inizio degli anni ’70, lo scrittore e giornalista Michel de Saint Pierre pubblicò un libro dal titolo ‘Chiese in rovina, Chiesa in pericolo’, in cui lanciava già l’allarme. Ma da allora la situazione è decuplicata, addirittura centuplicata”. 
Al di là dell’aspetto religioso, conclude Lamaze, è in gioco la cultura del paese, “perché questi gioielli di arte e architettura sono parte integrante dello spirito e della grandezza della Francia. E se continuiamo così, un giorno la nostra eredità sarà completamente distrutta. Perderemo tutto”. 
Nel 1904 Marcel Proust, l’autore di Alla ricerca del tempo perduto, agnostico, pubblicava un saggio che iniziava così: “Supponiamo per un istante che la religione cattolica sia spenta da secoli, che le tradizioni del suo culto siano perdute. Sole, monumenti fatti inintelligibili ma rimasti mirabili, di una fede obliata, sopravvivono le cattedrali, mute e dissacrate…”.
Nel 2021 non c’è bisogna di troppa immaginazione. Basta aprire gli occhi…
Giulio Meotti, 5 mag 2021.

Profetica da un verso, troppo ottimista dall’altro la giornalista musulmana. E non è questione di essere o non essere religiosi, essere o non essere credenti, e addirittura neanche di essere o non essere cristiani: è semplicemente un dato di fatto che solo il cristianesimo può salvare il mondo dalla catastrofe.

barbara

MINESTRONE DI VERDURE POLITICAMENTE CORRETTE

Anzi correttissime. Comincio con la gravissima emergenza omofobia, che ci sta togliendo il sonno

ll

E infatti

Una splendida lezione di correttezza al malefico BoJo:

E anche il mondo dei motori si adegua alla correttezza politica:

e quello delle favole

e dei rapporti famigliari

(ma com’è che a nessuna vedova o ragazza madre è mai venuto in mente di chiedere l’abolizione della festa del papà?)

per non parlare delle manifestazioni sociali,

dei giochi dei bambini

dei criteri per concedere le interviste

(certo che anche con le cozze vale il detto che Dio le fa e poi le accoppia)

e nella politica americana

Poi vi mostro un magnifico esempio di educazione politicamente corretta

di emoticons politicamente corretti

di diritto alla difesa politicamente corretto

Proseguo con quattro importanti lezioni

(giusto e sbagliato non dipendono dai numeri)

e le profezie dei nostri due migliori profeti

(in Italia abbiamo circa 9000 posti in terapia intensiva; il 28 maggio i posti occupati erano 1142; il 29 maggio 1095; il 30 maggio 1061; il 31 maggio 1033; il 3 giugno 989)

Concludo con una lezione sui sintomi del covid

un’esibizione di striptease estremo

un saluto molto molto politicamente corretto, inclusivo e zaniano (zanoso? zanesco? azzannato?)

e una pazza scriteriata talmente folle da credere che solo le donne abbiano il ciclo, al punto da metterlo addirittura nel titolo

Roba da matti.

barbara

OGNI MEDAGLIA HA SEMPRE DUE FACCE

La Svezia per esempio ha questa

E poi ha questa

La Svezia apre alle spose bambine per “motivi speciali”

La socialdemocrazia capitola alla sharia e rigetta l’abolizione totale del matrimonio con minorenni. “E’ realtà nel paese”. Il relativismo morale li ha resi ciechi e paralizzati  

Il governo svedese dice sì ai matrimonio con le minorenni se ci sono “ragioni speciali”. E’ quanto afferma un disegno di legge che dovrebbe entrare in vigore il 1 luglio. L’opposizione di destra aveva chiesto il divieto totale di tutte le forme di matrimonio precoce. “Abbiamo ragazze e ragazzi in Svezia oggi, cioè cittadini svedesi, che convivono, che fanno sesso, che vivono insieme e che hanno figli insieme”, ha commentato invece il deputato socialdemocratico Hillevi Larsson.
La nuova proposta di legge abolisce l’attuale requisito di 18 anni per i matrimoni contratti in base al diritto straniero. Il governo lascerà alla magistratura decidere quali dovrebbero essere i “motivi speciali”. Secondo il testo giuridico, l’esenzione si applica se entrambe le parti hanno oggi più di 18 anni e la sposa era minorenne quando è stata sposata in Siria o in Afghanistan o in Somalia, prima di arrivare in Svezia. Nel 2016 si registrarono 132 matrimoni in cui la sposa era minorenne. In molti paesi africani si arriva a tassi del 50 per cento di matrimoni con minorenni. “È del tutto malato che non si possa semplicemente dire di no a qualcosa di così bizzarro come uomini adulti che hanno il diritto di sposare le bambine”, aveva detto Jimmie Åkesson, leader della destra dei Democratici svedesi. 
“Sentiamo parlare di questi casi tutto il tempo”, ha detto Sara Mohammad, fondatrice di GAPF, un’organizzazione svedese che si batte contro i matrimoni precoci. “Dobbiamo proteggere queste ragazze e abbiamo bisogno che la Svezia mostri al mondo che i matrimoni precoci non vanno bene”. Sara è arrivata in Svezia nel 1993 dopo essere fuggita dall’Iraq, dove suo fratello ha cercato di spararle dopo che era scappata dal suo matrimonio precoce. “Se la Svezia dimostra che questi matrimoni non sono consentiti, la maggior parte delle ragazze in matrimoni forzati non sceglierà di tornare dai propri mariti”, aveva detto alla Reuters. “Il governo deve dimostrare a queste ragazze che le proteggerà”.
Ma il relativismo morale li ha resi ciechi e paralizzati.
Giulio Meotti

Che è la stessa che abbiamo visto una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette (ma forse anche di più) volte.

barbara