E ANCHE DEBORAH FAIT PER L’ENNESIMA VOLTA

è stata messa in castigo da facebook. Il crimine? Questo:
sono musulmano
Eh sì, stavolta è stata proprio cattiva cattiva cattiva. Epperò, nonostante la sua immensa cattiveria nonché giudaica perfidia, quelli di facebook invece sono stati smisuratamente buoni: invece del solito mese di sospensione le hanno fatto lo sconto e le hanno dato solo ventinove giorni.

PS: ma ve lo immaginate se oggi…

barbara

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FACEBOOK, LA SVEZIA, LA RELIGIONE DI PACE, I PENSIONATI ECCETERA ECCETERA

Durante l’interrogatorio, la pensionata ha spiegato: “Mi sono arrabbiata quando ho letto come funziona con gli immigrati e come essi evitino le punizioni per tutto ciò che fanno. Vengono assolti anche se rubano e fanno altre cose. È ingiusto che coloro che commettono gravi crimini possano essere rilasciati…”. La pensionata ha detto che non avrebbe scritto quelle parole se avesse saputo che era illegale. Evidentemente l’ha fatto con la convinzione errata di vivere ancora in uno Stato di diritto democratico. A gennaio, la donna è stata condannata a pagare un’ammenda di 4 mila corone svedesi (443 dollari). Vive con una pensione di soli 7 mila corone svedesi (775 dollari) qui.

Della Svezia prostituita alla religione di pace, della Svezia con interi quartieri in cui non entra neppure la polizia, della Svezia in cui gli stupri aumentano in maniera esponenziale, della Svezia in cui essere ebrei è altamente sconsigliato, si è scritto ripetutamente in questo blog. Adesso sappiamo che la Svezia non è neppure più uno stato di diritto. Non per gli infedeli, per lo meno; diciamo che c’era uno stock di diritti da distribuire, e si è scelto di distribuirli tutti ai fedeli della religione di pace, lasciandone totalmente sprovvisti tutti gli altri. L’aria della non equa distribuzione spira un po’ dappertutto, ma la Svezia, come sempre, è all’avanguardia.

Da noi, per il momento, anche se fortemente sconsigliato, non è, credo, ancora vietato dalla legge. A scoraggiare gli incauti provvede però quella signorina allegra di facebook. L’ultima vittima della serie è Alberto Levy, che per questo post
A. Levy
è stato sospeso per un mese. Gli amici che ne sono a conoscenza vorrebbero diffonderlo, ma non si azzardano a pubblicare il suo post per non rischiare di essere a loro volta sospesi. Per questo ho voluto fare questo post, affinché chi voglia far conoscere la sospensione di Alberto Levy e il motivo per cui è stata messa in atto, lo possa fare condividendo questo post. Come potete vedere, nel titolo e in tutta la prima parte, che compare nelle condivisioni, ho evitato il termine tabù che potrebbe scatenare l’ira del feisbucchiano Minosse che sta orribilmente, e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia.

E per non farci mancare niente, aggiungiamo la Germania, a suo tempo aiutata dalle SS musulmane, che ricambia il favore rifiutando di dichiarare terrorista Hezbollah. Come cantava quel tale, “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”.

barbara

DISCUSSIONE

Gli interlocutori sono due, ma non ritengo necessario distinguerli. Le battute in corsivo sono le mie.

Non credere che Maduro sia tutto quel male che dicono, sai, se il Venezuela è alla fame è unicamente per colpa dell’America, dell’embargo, come Cuba. Il Venezuela interessa all’America perché c’è un mare di petrolio.

Democrazia? Ma quale democrazia! Se ci fosse democrazia ti pare che avrebbero eletto Trump? E da noi? Ti pare che da noi ci sia democrazia?

Sì, ma Putin? [era uscito in mezzo al discorso, troppo contorto perché lo possa ricordare]

Putin non è il male, credimi, in Russia si sta bene, c’è libertà

Centinaia di giornalisti assassinati per avere criticato Putin.

E in Italia allora? C’è libertà di stampa in Italia? C’è correttezza giornalistica? Prendi qualunque canale alla televisione, tutti a criticare i 5 stelle, tutti!

Cioè in Italia criticano il governo e stanno bene, in Russia criticano il governo e vengono fatti fuori…

Ma qui sono pagati per dire menzogne, io dai giornali voglio la verità!

Non mi sembra che le due cose siano sovrapponibili

[segue lunga diatriba, alla fine mi arrendo all’evidenza: sto parlando con un cretino – proseguo unicamente perché stiamo parlando in spagnolo ed è una delle poche opportunità che ho di tenermi in esercizio]

Poi dicono le donne musulmane: ma qui da noi abbiamo la parità forse?

No, scusa, ma qui mi incazzo sul serio: sposate e immediatamente stuprate a nove anni, divieto di uscire senza un accompagnatore maschio, mutilazioni genitali, lapidazione per rapporti sessuali fuori dal matrimonio, fra cui è compreso lo stupro, impossibilità di scegliere la propria vita, il tutto sancito per legge, e tu mi vieni a fare di questi paragoni?!

Non faccio nessun paragone, dico solo che prima di guardare le magagne degli altri dovremmo guardare le nostre: sono libere le donne da noi? Mercificazione del corpo, prostituzione,  donna oggetto, usata per la pubblicità, è parità questa?

Forse ti sfugge una cosa: se mi prostituisco lo scelgo io e i soldi li intasco io, sono padrona del mio corpo e dei soldi che ci guadagno. Nessuno decide cosa devo fare e come mi devo vestire, io decido che lavoro fare, io decido se sposarmi o no, e con chi, io vado dove mi pare, trombo quanto mi pare con chi mi pare, senza conseguenze di alcun genere. E se uno mi mena lo denuncio.

E prima che qualcuno intervenga quello ti ammazza.

Vengono ammazzate quelle che stanno lì anni a prendere botte; quelle che se ne sono andate al primo schiaffo sono tutte qui a raccontarlo.

E il metoo? [bello questo passaggio, vero? Tra l’altro aveva detto toome, vabbè]

Quella pagliacciata di donne che per anni l’hanno data in cambio di soldi e carriera e adesso dopo vent’anni scoprono di essere state violentate?

Perché l’uomo di potere

Scusa, stiamo parlando d’altro

Ah, per te non conta niente l’immoralità del

Stiamo parlando d’altro. Se vuoi ne possiamo parlare, ma adesso stiamo parlando di donne che l’hanno data volontariamente e adesso si inventano di essere state violentate

E col potere dei soldi si comprano le donne

Stiamo parlando di un’altra cosa, di donne che

E se tutte le donne facessero altrettanto e si prostituissero

Cazzo, ma sei capace di seguire un ragionamento sì o no? No, eh. E allora continua da solo.

Mi sono alzata, ho preso la giacca e me ne sono andata. Il vaffanculo non l’ho detto, ma dovevo averlo scritto a caratteri giganteschi sulla faccia. Non avrei dovuto farlo, mi è stato detto. Si può anche dire cortesemente non sono d’accordo. Così si rischia di rovinare l’atmosfera.
E sì che avevano parlato chiaro i nostri saggi: Mai discutere con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza.

Vabbè, cerchiamo di rimetterci un po’ in sesto il fegato, va’.

barbara

MISCELLANEA 2

Molto mista e molto sparsa.

La signora Ilhan Omar, tanto per cominciare. Ne avrete sicuramente sentito parlare: è quella bellissima signora somala
Ilhan Omar
(quello somalo è oggettivamente uno dei popoli più belli del mondo) eletta nelle file del partito democratico, negli Stati Uniti. Viene definita afroamericana, ma il termine è abbastanza improprio, in quanto si riferisce normalmente ai discendenti degli schiavi africani mentre in realtà, esattamente come per Obama, col piffero che l’avrebbero eletta se fosse discendente di schiavi. È nata a Mogadiscio, e magari l’avrò anche vista, bimbetta di cinque-sei anni, nel corso dei miei due semestri lì. Magari potrebbe anche essere stata figlia di qualche mia studentessa. Per inciso c’è un dettaglio interessante nella sua biografia: quando aveva dieci anni, in Somalia è iniziata la terribile guerra civile che per molti anni ha devastato l’intero Paese, che ancora da quella tragedia non si è ripreso. È iniziata la guerra, dicevo, e la sua famiglia è scappata e si è rifugiata in un campo profughi in Kenia, ossia appena passato il confine. Perché chi scappa dalla guerra, chi scappa veramente dalla guerra, non si sposta di diecimila chilometri, non attraversa mari e deserti: chi scappa veramente dalla guerra passa il confine e si ferma lì. Ma non è di questo che volevo parlare. Il motivo per cui la signora Ilhan Omar è salita agli onori della cronaca è il fatto che un giorno sì e l’altro pure si lancia in poderose invettive anti israeliane e antisemite. E succede che a qualcuno sia venuta l’idea di volerla criticare, e qui arrivo al punto, al motivo per cui mi sono messa a parlare di lei: lo sapete perché la criticano? Scommetto di no, e quindi ve lo dico io: la criticano perché è donna, nera e musulmana. Unicamente per questo; a lei, per lo meno, sembra non venire in mente nessun altro motivo per cui a qualcuno potrebbe venire la bizzarra idea di volerla criticare.

Poi c’è Martina Navratilova, la famosa ex tennista, omosessuale dichiarata da decenni, sposata da alcuni anni con la sua compagna storica. Ha detto che non è giusto che i trans competano come donne dato che, qualunque cambiamento abbiano operato sulle forme del loro corpo, restano geneticamente uomini, con muscolatura da uomini, con forza da uomini, e quindi le “altre” donne sono automaticamente destinate a essere sconfitte. Riuscite a trovare qualcosa di sbagliato in queste parole? No, eh? Beh, si è scatenato un finimondo planetario ed è stata cacciata dall’associazione pro-lgbt. E non può non venire in mente la mitica Loretta.

Poi c’è Padre Antonio César Fernández,
Antonio Cesar Fernandez
salesiano spagnolo ucciso dai jihadisti in Burkina Faso. A parte le pubblicazioni religiose, ne ha parlato unicamente Libero.

Poi c’è la TAV che è meglio non farla perché se no lo stato ci rimette le accise sulla benzina. Per cui giustamente
accise
Poi c’è il presidente tedesco Steinmeier che si congratula con l’Iran per i 40 della Rivoluzione islamica.
Steinmeier
Pisciando allegramente su esecuzioni di massa, torture, persecuzione delle donne e delle minoranze, drammatica riduzione della comunità ebraica passata da 65.000 a 8.000 persone, persecuzione dei cristiani, forche per i gay, uccisione di centinaia di dissidenti e scrittori anche all’estero, negazione dell’Olocausto (niente, la Germania il vizio non lo perderà mai).

Poi ci sono i partigiani, quelli che settantacinque anni fa combattevano in montana per liberare l’Italia dal nazifascismo (poi magari c’erano anche quelli che si occupavano piuttosto di far fuori i partigiani cattolici e quelli monarchici, ma non è il caso di sottilizzare: Porzus dopotutto è uno sputo di paesucolo di ventisei abitanti, perché mai ce ne dovremmo ricordare?) e che baldi e indomiti, oggi come allora combattono per liberare l’Italia
partigiani
(dagli italiani?).

Poi c’è l’antisemitismo che cresce a manetta
antisem-Francia
antisem-Germania
antisem-UK
e che sta facendo fuggire gli ebrei dall’Europa a decine di migliaia: dove? In Israele, soprattutto. Non è fantastico? Più si accaniscono sugli ebrei col pretesto di Israele, e più arricchiscono Israele di braccia e di cervelli!

E poi c’è Finkielkraut,
Finkielkraut aggredito 1
il cui caso dimostra come non mai quanto sia vero che l’abito non fa il monaco. Perché sarà pur vero che indossano, i suoi aggressori, i gilet gialli, ma il fatto è che quelli che gli urlano “sporco ebreo” e “la Francia è nostra” sono inequivocabilmente arabi. E musulmani. Girando per la rete però ho scoperto una verità che a noi sprovveduti era sfuggita, ma che a quelli che tengono sempre gli occhi ben aperti è risultata subito chiara: “L’ATTACCO” CONTRO ALAIN FINKIELKRAUT RIVELA IL NOCCIOLO DURO DEL POTERE SIONISTA IN FRANCIA (no, il link non ve lo metto, perché non voglio regalargli clic). Il nesso per la verità mi sfugge un pelino, ma dev’essere una faccenda più o meno come quella della Shoah che non è mai esistita e comunque se la sono fatta gli ebrei da soli per i loro loschi fini. E dunque più gli ebrei vengono attaccati, più si dimostra irrefutabilmente la loro luciferina potenza. Prima di chiudere il discorso vorrei soffermarmi ancora un momento su questa immagine di Finkielkraut al momento dell’attacco,
Finkielkraut aggredito 2
che mi ricorda in modo impressionante l’ultima immagine di questo video, già una volta proposto in passato.

Tremate, tremate, le belve son tornate.

barbara

LA SCELTA DI UN EBREO

[…]
Poiché Didier e Mony non possono lasciare il Quai des Orfèvres col rischio di perdere una chiamata, verso le tredici mio genero porta loro dei panini. Pranzano dunque tutti e tre lì, con i negoziatori della BRI in un piccolo ufficio trasformato in sala d’ascolto. Improvvisamente il cellulare di Didier suona. La polizia inserisce la registrazione e il mio ex-marito risponde.
Dall’altra parte del filo un uomo canta.
Canta in una lingua straniera, per circa un minuto, o piuttosto scandisce senza pause delle parole che sembra conoscere a memoria.
Non parla, non chiede niente.
Solamente canta.
Canta in arabo.
– Avete sentito? chiede Didier una volta terminata la comunicazione.
– Che cosa diceva? chiede David.
Un poliziotto di origine magrebina risponde:
– È arabo. Ha letto un passo del Corano.
Didier, David e Mony sono sconvolti. Tutti, ovviamente, pensano alla foto di Ilan che abbiamo ricevuto. Ammanettato, legato, imbavagliato.
Pensano a questa immagine insopportabile, e nella loro mente si sovrappongono allora quelle dei nostri giornalisti presi in ostaggio all’altro capo del mondo da parte dei fondamentalisti islamici… Come non fare il collegamento? Il rapitore chiama dall’Africa, è possibile che Ilan sia tenuto in una casa di un sobborgo di Abidjan? È possibile che sia nelle mani di questi fanatici religiosi? Ma perché hanno scelto lui? A Parigi?
Finora hanno parlato solo di denaro, ora si mettono a sostenere una causa politica o religiosa?
Come promesso, il rapitore richiama. Questa volta, parla in francese.
Non canta più. Ritorna sulle istruzioni che aveva dato a Didier quella mattina, vale a dire un primo pagamento di 50.000 euro. Ora dice che non bastano e pretende di nuovo 450.000 euro.
Didier ripete ciò che gli sussurrano i negoziatori:
– Non dispongo di questa cifra.
– Non hai che da chiedere alla comunità ebraica, ribatte l’uomo prima di interrompere la comunicazione.
La comunità ebraica? Cos’ha a che fare la comunità ebraica con questa storia? E poi, come lo sa, il rapitore, che siamo ebrei? Noi non siamo ortodossi, niente nel nostro aspetto permette di dire di che religione siamo.
Ilan non porta né la kippà, né alcun altro segno esteriore di appartenenza religiosa. Quando lo hanno rapito, portava dei jeans scoloriti, un paio di scarpe da ginnastica e un giubbotto di pelle. Come qualsiasi ragazzo della sua età!
Il rapitore sa che Ilan è ebreo, perché ha intenzionalmente scelto un ebreo. Me ne convinco nel momento stesso in cui David e Mony mi riferiscono la loro giornata al Quai des Orfèvres. E ne sono convinta perché
l’altro ragazzo, che avrebbe potuto essere al posto di Ilan, Marc K., è ebreo anche lui. Non è un venditore di telefoni che voleva rapire, a che scopo? Voleva un ebreo. Tutti i giovani ebrei, che lavorino o no in negozi di telefonia, erano potenziali obiettivi. Altrimenti, perché il rapitore ci suggerirebbe ora di sollecitare la comunità ebraica?
Il comandante di polizia, a cui comunico le mie conclusioni, ritiene che mi sbagli. Il rapitore recita il Corano, nomina la comunità ebraica, Marc K., scampato per un pelo all’agguato, è ebreo anche lui, e il comandante mi dice che sono sulla strada sbagliata?! Perché si rifiuta di guardare in faccia la realtà? Perché si ostina a questo modo, sapendo che Ilan non è il primo ebreo ad avere incrociato la strada con delinquenti di questo stampo? Prima c’è stata la storia dei medici, poi Michaël D.
[…]
Trovano Michaël D. disteso sul pavimento, il viso coperto di sangue, caviglie e mani legate da manette.
Il 6 gennaio Michaël D. presenta la denuncia. L’inchiesta in flagranza di reato è chiusa il 20 gennaio – il giorno in cui viene rapito Ilan – e inviata il 25 alla procura del TGI di Créteil. Il 28 il giudice istruttore di questo tribunale invia una rogatoria al SDPJ 94, poi, il 7 febbraio, passa la competenza del caso al giudice istruttore di Parigi incaricato del sequestro di Ilan. Il quale, a sua volta, invia una rogatoria alla polizia criminale in modo da poter indagare parallelamente sull’aggressione a Michaël D., nell’ipotesi che i suoi aggressori siano gli stessi di mio figlio.
La polizia dunque ha fatto presto a collegare modi operativi così simili: la presenza di un’esca, i negoziati con caselle di posta elettronica appositamente create a questo scopo e la vicinanza geografica delle aggressioni – Arcueil e Bagneux per Michaël D., Sceaux per Ilan. Ma sembra che sia sfuggito agli investigatori il più importante dei punti in comune di questi diversi casi: non si sono accorti che tutte le vittime erano ebree. I medici ricattati, Marc K., Michaël e Jimmy D., Ilan. No, non se ne sono resi conto, supporre una cosa simile era troppo insopportabile. Come supporre  che in Francia, nel 2006, un ebreo poteva anche rischiare la vita solo perché ebreo?
Il martedì 17 gennaio il presunto capo della banda ha dunque portato la sua esca sul Boulevard Voltaire, e le ha indicato i negozi di telefoni come negozi appartenenti ad ebrei. «Lo sapeva, ha detto la ragazza, perché aveva verificato che di sabato, giorno di shabbat, molti negozi di Sentier e Boulevard Voltaire erano chiusi.» E voleva rapire un ebreo, perché, secondo lui, «gli ebrei sono ricchi, appartengono ad una comunità molto unita, disposta a pagare». Semplici pregiudizi, hanno detto alcuni. Come hanno potuto sottovalutare la gravità di questo discorso? Mio figlio ne è morto, di questi pregiudizi, come milioni di ebrei prima di lui. Chiunque sia dotato di memoria sa che questo fantasma è il fondamento stesso dell’antisemitismo.
Il mito dell’ebreo e del denaro è stato il tema centrale della propaganda nazista, il leitmotiv della stampa e della radio fasciste, il delirio dei collaborazionisti che senza vergogna mandavano a morte i loro connazionali. Ma qualcuno oggi ci dice che quelli che gridavano «l’ebreo pagherà, lui può pagare» non hanno niente a che fare con i delinquenti di Bagneux.
[…]
Quanto odio sarà occorso a questi giovani per sequestrare Ilan per tre settimane, affamarlo, torturarlo, picchiarlo, bruciarlo, e infine abbandonarlo in un bosco come un cane… Un odio senza limiti. Un odio assoluto per gli ebrei, che il presunto capo della banda diceva essere «i re». «Per lui, ricorda l’esca, gli ebrei divoravano i soldi dello stato, e lui, siccome era nero, era considerato dallo stato come uno schiavo.»
Questo fantasma, che ho sentito in bocca a un comico, ha dunque fatto strada… ha contagiato le menti di questi giovani, fino al punto di farne dei barbari. Ci sono parole che uccidono. E pure delle immagini. Quelle di questi islamici che riversano il loro odio antisemita sui canali satellitari, come non comprendere che abbiano influenzato il rapitore di Ilan? Come non capire che questo uomo, che ha cantato al telefono un passo del Corano e che ha poi chiesto di sollecitare la comunità ebraica, è dominato dallo stesso odio antiebraico di questi folli di Dio?
Coloro che ancora ne dubitassero, avrebbero dovuto vederlo, il 17 ottobre 2007, davanti alla XVI sezione penale del tribunale di Parigi. Comparendo per «oltraggio a magistrati» dopo aver inviato una lettera di insulti alla giudice, accompagnata da una foto di un kamikaze palestinese che si era fatto esplodere in una discoteca di Tel Aviv, Youssouf Fofana, con in testa un fez bianco, si è alzato in piedi e ha gridato: «A nome dei musulmani e degli africani vittime dei terroristi sionisti, i barbuti in kippà, Inshallah, ci sarà un commando che mi verrà a liberare.»
Ha buscato un anno di prigione, che ha salutato al grido di «Allah Akhbar».

Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp. 44-50

All’alba del 13 febbraio di tredici anni fa giungeva a termine il martirio di Ilan Halimi, selezionato in quanto ebreo, rapito, deportato in un gelido scantinato, affamato, torturato e infine bruciato. Nella “Francia dei Lumi”. Nella Francia delle ghigliottine e delle tricoteuses. Nella Francia di Vichy e del Vel’d’hiv’. Nella Francia, oggi, degli assalti alle sinagoghe, ai cimiteri, ai singoli ebrei. Degli ebrei sempre più in fuga. E con Ilan, ancora non hanno finito.

barbara

I 40 ANNI DALLA CACCIATA DELLO SCIÀ DI PERSIA

Il Giornale, 18 gennaio 2019

(Gerusalemme) La rivoluzione di 40 anni fa fu una marea che travolse le piazze: la gente infuriata dopo il fortissimo contraccolpo provocato dalla contrazione dei consumi dopo il boom della rivoluzione del petrolio del ’73 e del conseguente disagio sociale, si vendicò sulle aspirazioni moderniste dello Scià Reza Pahlavi, facendone il nemico pubblico numero uno. Con le sue giacche bianche e oro, con le sue bellissime mogli (prima Soraya, poi Farah Dhiba), le feste in cui parlava in varie lingue con i diplomatici del mondo, l’atteggiamento filoamericano, Pahlavi suscitò un’ira che ne fece un obiettivo da distruggere per la folla esaltata dai discorsi infiammati che Khomeini spediva su nastro dall’esilio parigino. Khomeini appariva forse a Pahlavi come un vecchio pazzo che bastava esorcizzare con la lontananza e comunicò forse la stessa sensazione a Jimmy Carter che non se ne curò, anzi lo favorì con un atteggiamento simile a quello degli Usa con la Primavera araba.
«Lo Scià era un personaggio complicato – dice la giornalista Ruthie Blum autrice di To hell in a handbasket: Carter, Obama and the Arab Spring – che a lato della repressione coltivava un’aspirazione che fu colpevolmente ignorata dal mondo democratico: l’occidentalizzazione del suo Paese». Per attuarla Pahlavi non risparmiò vessazioni ai suoi oppositori, prigioni e torture: «E tuttavia cercò di aprire la strada all’emancipazione femminile – insiste la Blum -, su cui poi gli Ayatollah si sono presi la peggiore vendetta. Ma più di tutto cercò di aprire la porta al mondo, cosa che gli americani non hanno capito sbagliando tutto fino all’occupazione dell’ambasciata del 4 novembre 1979, quando si apre un’era di conflitto per le aspirazioni imperialistiche di Khomeini». Khomeini ha già spiegato nei suoi testi che tipo di società intende istituire e quanto per lui sia importante fare dell’Iran la base della conquista del mondo: l’unico a capirlo leggendolo in farsi è il grande storico Bernard Lewis, che non viene ascoltato. Ma i moti di piazza non sono sempre forieri di giustizia e libertà come ama pensare il mondo progressista del tempo: i corrispondenti di quasi tutti i giornali si entusiasmano, si lanciano in condanne dello Scià mentre lodano la rivoluzione. Manca del tutto una coscienza mediorientalista per spiegare quello che sta succedendo e che sarà poi destinato ad azzannare il mondo occidentale fino a oggi. Ma è difficile capire: gli iraniani non sono arabi, e quindi per loro, a differenza dei sunniti, la Jihiliyya, o «epoca dell’ignoranza» preislamica, non è fonte di vergogna: per gli sciiti iraniani gli arabi sono «bevitori di latte di cammella e mangiatori di lucertole che osano aspirare al trono divino». L’ambizione sciita si organizza oltre che sulla religione, anche sulla memoria dell’impero persiano: eredi di un passato imperiale col culto del martirio e anche della Taqiyya, la dissimulazione. Questo, li ha poi resi abilissimi negoziatori sulla questione atomica. Nel 1979 Khomeini che si prepara a tornare a Teheran istituisce la Repubblica Islamica e con essa una Costituzione che chiama alla «continuazione della rivoluzione in casa e fuori». E spiega: «Non è per patriottismo che agiamo, patriottismo è un altro nome del paganesimo.
Lasciate che questa terra bruci, che vada in fumo se l’Islam potrà emergerne trionfante nel resto del mondo». L’Iran che caccia Pahlavi lo fa in uno scontro aperto col mondo occidentale, usando il terrorismo che non ha mai disapprovato senza tuttavia rivendicarlo. Una tecnica raffinata che arriva fino alla progettazione della bomba atomica e che ha visto nell’America, sostenitrice dello Scià, il suo primo nemico e in Israele la bestia satanica da distruggere. Lo Scià era un personaggi controverso, persino il figlio me ne diede conto in un’intervista. Ma ben più controversa è la sua deposizione mentre l’Iran si organizza sulla base del khomeinismo e dell’uso intensivo delle Guardie della Rivoluzione per conquistare dapprima il Medio Oriente e poi il mondo, e per reprimere la gente iraniana che non ne può più. Donne e dissidenti soffrono molto di più adesso che al tempo dello Scià, l’odio per l’Occidente è certamente molto più ardente. L’Iran, nonostante le grandi difficoltà economiche e la guerra permanente, pure dopo 40 anni di regime degli Ayatollah, continua ad ambire al cambiamento, a un futuro migliore. I suoi diritti civili, quelli delle donne, degli omosessuali, dei dissidenti gridano giustizia. Forse anche i suoi soldati e ufficiali inviati in Libano, in Siria, in Irak, in Yemen, vorrebbero tornare a lavorare per il bene del loro grande Paese invece che per la rivoluzione islamica mondiale. Tutto questo si chiama regime change, e certamente molta parte della popolazione ci spera.

Fiamma Nirenstein

Era la fine di dicembre 1978, cena in casa di amici; si commentano le sollevazioni in Iran, forse si instaurerà una vera democrazia, diciamo. Solo uno dice: scordatevelo, andranno al potere i religiosi più fanatici. Per chi avesse elementi sufficienti, evidentemente, era già allora possibile capire come sarebbe andata a finire. E pensare che ancora oggi c’è chi non solo si rifiuta di capire, ma addirittura fa carte false (letteralmente) per regalargli l’atomica, e si scatena il finimondo, con ogni pretesto, per azzoppare chi sta tentando di levargliela dalle mani.

barbara

A PROPOSITO DELLE DUE RAGAZZE

violentate e decapitate in Marocco, rubo ancora una volta, anzi, ancora due volte, la parola a Giulio Meotti

Ho appena visto il video della decapitazione delle due ragazze scandinave in Marocco. L’umanità ha una tendenza naturale ad abituarsi alle peggiori atrocità. E in quindici anni di giornalismo ne ho visti tanti di macellamenti simili: soldati americani, fedeli cristiani, giornalisti ebrei… E non ho mai abbassato lo sguardo di fronte a questa terribile Gorgone jihadista. Ho letto ogni dettaglio di come hanno evirato gli atleti israeliani a Monaco ’72 e hanno fatto bere la pipì ai bambini di Beslan prima di ucciderli. Ma con il video delle due ragazze non ce l’ho fatta e ho tolto l’audio, dopo aver sentito le prime urla mentre le staccavano la testa, facendo fatica con l’osso del collo. Sarà irrazionale, ma con una donna è diverso. Neppure ai maiali i contadini di una volta, delle mie terre, impartivano una morte simile. Nel video si vede una ragazza sola, a terra, in mutande, con una maglietta, nelle mani di un branco di animali. Pensavo ai loro genitori mentre scorrevano le immagini. Non c’è molto da commentare. Se non sperare che i loro assassini vengano trovati e uccisi. E che l’Occidente, cui è rivolto quel video, capisca una volta per tutte che non è possibile negoziato, debolezza o codardia con l’ideologia di chi fa questo, ma soltanto la guerra.

Io ho visto quello di Daniel Pearl, che doveva essere pesantissimamente drogato e non ha avuto alcuna reazione. Poi non ne ho visti altri. È bene che qualcuno abbia il coraggio – lo stomaco, più che altro – di farlo, ma quella non sono io. Quanto al post di Giulio Meotti, concordo pienamente con la conclusione: contro questa barbarie c’è solo la guerra. E aggiungo questa sua ulteriore riflessione.

Ieri notte ho fatto un sogno. Ero un estremista islamico che pensava fra sé e sé: “Strani questi occidentali. Ci siamo schiantati con gli aerei nei loro grattacieli a New York; li abbiamo macellati nei teatri e nei ristoranti di Parigi, nei treni di Madrid, negli autobus e nella metro di Londra, nelle strade di Nizza e Stoccolma e Berlino e Barcellona, all’aeroporto di Bruxelles, nei centri ebraici di Tolosa e Roma, negli alberghi di Mumbai, nelle spiagge di Sousse e Sharm; abbiamo ucciso i loro vignettisti e li abbiamo costretti a non disegnare e a scrivere più nulla; abbiamo messo in fuga i loro ebrei; abbiamo portato in tribunale i loro scrittori; abbiamo costretto a girare sotto scorta i loro giornalisti; abbiamo trasformato i loro mercatini di Natale in bunker; abbiamo violentato le loro donne a Colonia; ne abbiamo cacciato i fratelli cristiani dalle terre di origine; abbiamo cambiato i connotati di alcune loro bellissime città facendole assomigliare alla nostra casbah e riempiendole di denaro e moschee e veli e spose bambine e mutilazioni genitali e delitti d’onore; abbiamo pure fatto a pezzi due loro ragazze in Marocco. Sono vent’anni che diamo loro la caccia, che li sbraniamo, che li attacchiamo per quello che sono ovvero giudeo-cristiani-illuministi. Abbiamo ucciso non so quanti dei loro bambini. Li abbiamo costretti a togliersi anche le scarpe prima di salire su un aereo. Ma questi occidentali ancora non hanno capito e continuano a dire che è solo colpa loro, il petrolio, il razzismo, Guantanamo, la disoccupazione, le crociate, certi giornalisti cattivi, Israele, le guerre, che noi non conosciamo davvero l’Islam, che dobbiamo andare da uno psicologo e che tutto andrà bene, perché vogliamo tutti le stesse cose e che, comunque, non avremo mai il loro odio”. Poi mi sono svegliato. Non era un sogno. Era tutto terribilmente vero.

Credo valga la pena di ricordare ogni tanto le sagge e, temo, profetiche, parole di Mordechai Horowitz: «Gli arabi amano i loro massacri caldi e ben conditi…e se un giorno riusciranno a “realizzarsi”, noi ebrei rimpiangeremo le buone camere a gas pulite e sterili dei tedeschi….».

Vorrei dire ancora due parole su questo insulso e sconclusionato articolo (pare che i giornali femminili stiano diventando sempre più insulsi e sconclusionati, oltre che inutili), che parte con condivisibili considerazioni sul prezzo che accade di dover pagare quando, in nome della libertà, si sceglie di viaggiare da soli in luoghi pericolosi, soprattutto quando si tratta di donne (e cita come esempio il caso di Pippa Bacca), per poi concludere polemizzando con chi richiama l’attenzione sul fatto che una maggiore prudenza non guasterebbe. Meno male che i giornali femminili ho smesso di leggerli da almeno un quarto di secolo.

Quanto a quelli che ci invitano a non generalizzare, a ricordare che dopotutto gli estremisti sono una minoranza, che l’islam moderato esiste, che non si può fare di tutta l’erba un fascio, che da noi è pieno di musulmani onesti che lavorano dalla mattina alla sera, che… potrà essere utile un’occhiata a questo
reazioni decapitate
barbara

MISCELLANEA

1. Prossimamente anche da queste parti
big brother
dove comunque i blocchi su FB sono già da molto la regola.

2. Le priorità

Perdonaci Asia Bibi, perché leggo che trascorrerai un altro Natale chiusa in una stanza assieme ai tuoi ex carcerieri. Perdonaci, ma gli inglesi se la fanno sotto della reazione dei propri musulmani se ti accogliessero. Perdonaci, ma per il Vaticano è solo “un problema interno del Pakistan”. Perdonaci, ma per le femministe è prioritario non far morire la Carmen di Bizet per combattere il femminicidio. Perdonaci, ma per i giornalisti ormai è solo tutto un farsi i pompini a vicenda, come direbbe Mr Wolf in Pulp Fiction. Perdonaci, ma per la nostra classe politica l’impegno a tirarti fuori è durato il tempo di un tweet raccatta voti. Perdonaci, ma non ce la facciamo davvero più in Occidente a batterci per qualcosa che non sia l’apertura domenicale dei negozi e la coperta scaldasonno. Ma tranquilla, cara Asia Bibi, la pagheremo cara. Giulio Meotti

3. La vergognosa apartheid antipalestinese
Questo è Muhammad Wahaba,
Muhammad Wahaba 1
bambino palestinese del campo profughi “Al-Bard” in Libano. E’ morto
Muhammad Wahaba 2
a causa del rifiuto degli ospedali libanesi di prestargli, in quanto palestinese, le cure mediche di cui aveva bisogno (e mentre gli ospedali libanesi si rifiutano di curare palestinesi, migliaia di palestinesi vengono accolti ogni giorno negli ospedali israeliani). Alla fine di questo post qualche ragguaglio sulla condizione dei palestinesi in Libano.

4. I tunnel libanesi
che penetrano in territorio israeliano: guardate come sono belli!
tunnel 2
tunnel 3
tunnel 4
E come potrebbero non esserlo, con tutti i milioni di dollari che ci hanno investito! (Ma una penetrazione armata in uno stato sovrano non era un’azione di guerra, una volta? O forse lo è anche adesso ma si fa eccezione quando si tratta di Israele?)

5. Nel frattempo hamas
manda in scena i suoi deliziosi bambini
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6. E intanto dall’Europa gli ebrei continuano a scappare a decine di migliaia.

barbara