ZITTI TUTTI

Ora tacciano gli utili idioti dei tagliagole

Stiano zitti adesso. Tacciano quelli che fingono o addirittura ostentano costernazione ad ogni testa che rotola ma si avviluppano nelle formule più sconciamente conniventi, “sono solo fascioislamici”. Stiano zitti quelli che da vent’anni tacciano chiunque di fobico, di razzista se appena si dice spaventato, sconcertato.

Zitti quanti ci insegnavano che i terroristi non vengono con i barconi. Che le Ong sono la parte umana e pura del mondo infame. Che i porti debbono restare aperti, sempre più aperti. Che ogni controllo, verifica, censimento è già nazismo. E che se uno scanna una vecchia o un prete, è solo un malato di nostalgia, come dice la canzone. Al massimo un pazzo, un disadattato, una vittima della sporca società occidentale dell’egoismo e dell’individualismo.

Stiano zitti quelli che si muovono nella solita ambiguità, “ah, vedete, sono giovani di seconda, di terza generazione, sono nati qui, sono cittadini qui” e glissano sulla evidente totale impossibilità di integrarsi da parte di questi macellai. Che sono sempre di più, sempre di più. E sorvolano sulle infinite opportunità di cui hanno goduto, scuole, sanità, diritti ai quali hanno risposto con la violenza fanatica.

Zitti quelli che per ogni cosa scomodano la povertà delle periferie, delle banlieu, come fa fino dire, come se fosse una legittimazione a staccare teste dal collo. Zitti quelli che più a questi signori gli dai e più non basta, non basta mai, come se questo paese dissestato e disastrato fosse un infinito Bengodi.

Zitti quelli che non hanno mai voluto accettare che grandi diritti comportano anche qualche dovere, per esempio non ammazzare la gente per la strada, se questa gente bene o male ti ha accolto, ti aiuta, ti sopporta, se il sistema di questi infedeli ti riceve, ti ospita, ti tiene e ti mantiene.

Zitti quelli che in via Padova a Milano ci trovano “esperimenti sociali” anziché la constatazione del completo fallimento delle loro teorie oniriche.

Zitti quelli che a maggiore violenza vogliono reagire con sempre maggiore comprensione, e arrendevolezza, e cecità. Zitti tutti gli stronzi armati di palloncini, di gessetti, di slogan balordi, di lagne e girotondi, di esibizionismo sulla pelle dei trucidati, di una sola voglia forte, prepotente, violenta: non far niente, accettare tutto, incolparsi sempre per il sangue innocente.

Zitti quelli che non imparano dall’esperienza di mille traumi. Quelli che si amputano la memoria. Quelli che se bruciano una cattedrale ridono compiaciuti perché è il simbolo dell’imperialismo cristiano e in fondo sono tutti monumenti da demolire. Zitti quelli che sono sempre pronti ad incolpare Cristoforo Colombo, le Crociate, il Dio vendicatore della Bibbia.

Zitti quelli che non riescono a dire la parola magica e si rifugiano nelle circonlocuzioni vigliacche, i terrorismi “qualsivoglia”, il profondo dolore “per tutte le vittime”, il qualunquismo solidale per cui “ogni violenza è sbagliata”.

Zitti quelli che hanno imposto l’agenda e travolto la libertà prima di parlare, poi di pensare, infine di capire: lasciandoci solo quella di morire.

Zitta anche l’incredibile ministro della polizia, la Lamorgese che si arrampica sui vetri con le dita cosparse di sapone, nessuno poteva sapere, a nessuno risultava. Bella gente che hanno messo a tutelarci.

Zitti quelli che hanno spedito l’esercito a correr dietro a un vecchio con la mascherina di traverso e non a controllare queste schegge impazzite che non sono schegge, sono parte di un sistema diffuso e micidiale.

Zitta l’Unione europea che non ha saputo e non ha voluto mai intraprendere alcuna iniziativa, soluzione, prospettiva per combattere un terrorismo islamista ormai fuori controllo. Zitta la politica dei marinaretti al servizio di una noglobal troppo ricca e troppo annoiata, la politica surreale di quelli che volevano un tiranno come Erdogan in Europa. Stiano zitti anche quelli che stanno zitti perché un prete, un sagrestano, una anziana, un professore non valgono neppure un cordoglio di facciata.

Zitti i globalisti col culo degli altri, che vogliono sempre più afflussi ma poi li cacciano dai loro quartieri melliflui, dai loro parchi e giardini perché i poveri debbono stare coi poveri e debbono sbudellarsi tra loro.

Zitte le parlamentari cialtrone che vanno a parlare di diritti degli “ospiti” con la borsa griffata che costa come tre anni di affitto ad un povero diavolo che, magari, gli piglia un colpo e quando torna dall’ospedale trova il loculo occupato da una tribù che rifiuta di sgombrare.

Zitti i cardinali elemosinieri con le elemosine altrui, che aiutano gli accoglienti sovversivi a rubare l’energia elettrica e non solo quella. Zitto anche questo papa che non sta con gli ultimi, come sostiene, ma con quelli che gli piacciono, che considera ultimi a modo suo e gli altri li abbandona, nemmeno un pensiero di passaggio se cadono, da cristiani, sotto i fendenti di un coltello da cucina o una scimitarra.

Stiano zitti tutti questi, perché ad ogni testa che rotola cresce la loro complicità morale, la loro responsabilità di irresponsabili, il loro cinismo che li fa restare disumani.

Max Del Papa, 31 ottobre 2020, qui.

Nessuna aggiunta, nessun commento: è perfetto così.

barbara

LA SETE DI GIUSTIZIA DI BLACK LIVES MATTER

(e dei loro leccaculo)

Ecco cosa sta davvero accadendo in America: gli ultimi giorni di Jake Gardner

La notte del 31 maggio scorso, Jake Gardner, 38 anni, ex Marine e veterano disabile dell’Iraq, è al lavoro nel suo bar The Hive, di Omaha, Nebraska, quando vede suo padre spintonato da un gruppo di manifestanti al di fuori del locale. Sembra che il gruppo stesse lanciando sassi e rompendo vetrate, e che l’anziano li avesse ripresi.
Gardner esce dal locale e confronta il gruppo, che diventa aggressivo. Li avverte che è armato e che vuole solo essere lasciato in pace. Le minacce continuano. Gardner gli mostra la pistola che tiene nella cintura e avverte ancora di lasciarlo in pace, mentre indietreggia. Due manifestanti gli saltano addosso facendolo cadere per terra. Gardner estrae la pistola e spara due colpi di avvertimento. I due uomini fuggono.
A questo punto, mentre Gardner è ancora a terra, James Scurlock, 22 anni, gli salta addosso alle spalle passandogli un gomito intorno alla gola. Passano alcuni secondi, Gardner non riesce a liberarsi. Punta la pistola alle sue spalle e spara colpendo Scurlock alla clavicola, uccidendolo. Scurlock aveva precedenti per rapina, violazione di domicilio, possesso illegale di arma da fuoco e aggressione. All’autopsia risulterà positivo a cocaina e metanfetamina.
Subito voci iniziano a circolare sui social media che un “white supremacist” ha ucciso un ragazzo di colore. Poche ore dopo la polizia di Omaha conferma che Gardner è sotto custodia. Iniziano le indagini tra le proteste degli attivisti.
Gardner viene istantaneamente accusato di essere un “noto suprematista bianco”, e si inizia a scavare nel suo social media footprint.
Gardner è un sostenitore di Trump, nel 2016 partecipò alla sua inaugurazione presidenziale. Esiste un video in cui viene intervistato a Washington DC, esprimendo sia il suo supporto al presidente, sia per il diritto a manifestare delle donne della Woman’s March.
Il suo bar, The Hive, ha spesso ospitato eventi del locale Partito Repubblicano. Una volta, in un post su Facebook si è lamentato che i clienti transgender pre-op usassero il bagno delle donne, invece di quello unisex. “Non credo sia chiedere molto”, aveva detto. Gira voce che il suo porto d’armi fosse scaduto, cosa che non trova conferma, ma viene considerato dagli attivisti online una prova di “white privilege”. I membri della rock band 311, sul cui tema The Hive è modellato, condannano pubblicamente Gardner su Instagram.
Alla conclusione delle indagini, il procuratore distrettuale Don Kleine conclude che Gardner ha agito per legittima difesa. Gli attivisti esplodono su internet, minacciando rivolte e ritorsioni. Black Lives Matter mette sotto assedio l’abitazione del procuratore e fa pressioni sul sindaco e sul governatore perché l’indagine venga riaperta.
Il proprietario dell’edificio in cui è situato The Hive sfratta Gardner dopo ripetuti appelli online a dargli fuoco da parte degli attivisti. Gardner viene sfrattato anche dal suo appartamento. L’indirizzo di casa dei suoi genitori viene reso pubblico, così come pure quello degli amici che gli mostrano solidarietà e delle loro famiglie.
Alla fine, il procuratore Kleine cede. Dichiara che “in questa rara circostanza” accetterà una “revisione esterna”. Il giudice assegna il caso ad un procuratore speciale, Frederick Franklin, membro di una associazione legale di soli afroamericani.
Rivisto il caso, Franklin accusa Gardner di omicidio preterintenzionale, tentato assalto, uso di un’arma da fuoco a scopo criminale, e terrorismo.
L’accusa verte su un post lasciato da Gardner su un social media“Just when you think ‘what else could 2020 throw at me?’ Then you have to pull 48 hours of military style firewatch”Firewatch è un termine militare che significa essere in servizio. Franklin interpreta il post come una forma di vigilantismo. E sul fatto che Gardner abbia intimato agli assalitori di suo padre di lasciarli in pace facendo presente di essere armato. Cosa che Franklin interpreta come una minaccia.
Il Grand Jury conferma le accuse. Gli amici di Gardner fanno partire diverse sottoscrizioni per la sua difesa legale su GoFundMe e altre piattaforme. Tutte vengono chiuse in seguito alle proteste degli attivisti. La sottoscrizione su GoFundMe per la famiglia di Scurlock raccoglie circa 65 mila dollari.
Lunedì 21 settembre, il giorno prima di doversi consegnare alla legge per subire il processo, solo, senza casa, senza lavoro, senza denaro per la cauzione o per una difesa legale, Jake Gardner si uccide con un colpo di pistola.
Online alcuni degli attivisti che avevano condotto la campagna contro Gardner celebrano la sua morte. Altri si rammaricano di come abbia trovato il modo per sfuggire alla giustizia.

Max Balestra, Set 2020, qui.

Bancarotta morale, bancarotta sociale, bancarotta legale. Non credo ci siano parole sufficienti per commentare un simile sfacelo. Ma anche noi, nel nostro piccolo, ci diamo da fare, col governo che ha deciso di vendere i nostri culi all’islam.

L’ultima follia del governo: “Stop alla cultura se offende l’Islam”. Lega e Fratelli d’Italia sulle barricate

Ratificata la convenzione di Faro sul patrimonio culturale. Protestano le opposizioni

23 settembre 2020

Stop alla fruizione dell’arte se rischia di “offendere” le culture altrui. E’ uno dei passaggi della Convenzione di Faro approvata dalla Camera dei deputati tra le proteste dei partiti dell’opposizione.
“Con l’approvazione alla Camera della Convenzione di Faro che introduce il concetto della necessità di porre limitazioni della fruizione del nostro patrimonio artistico e culturale per non offendere altrui culture siamo alla più clamorosa resa culturale della nostra civiltà. La sottoscrizione è la Caporetto di una civiltà. La nostra civiltà si fonda sulla libertà della espressione artistica e culturale. La nostra identità culturale e artistica non può essere oggetto di mediazioni. Ancora una volta il governo giallorosso rappresenta la punta più avanzata della cessione identitaria e della sottomissione culturale. Noi difenderemo sempre l’identità italiana e, se qualcuno si sente offeso dai simboli della nostra cultura, ha un solo modo per non sentirsi offeso: scegliere altre Nazioni dove vivere”. Lo afferma Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia e capogruppo FDI in commissione Esteri.
Furiosa anche la Lega: “Con tutti i problemi che hanno gli italiani, i lavoratori e il paese, oggi il Parlamento non viene impegnato a risolverli, ma ad approvare una convenzione che svenderà il nostro patrimonio artistico all’Islam. Dietro l’apparenza delle buone intenzioni, si darà di fatto la possibilità di censurare la nostra arte se altre comunità o singoli si sentiranno offesi come, ad esempio, la comunità islamica. La Convenzione di Faro è un provvedimento gravissimo e pericoloso. Non a caso a ratificarlo è l’Italia e non la Francia, la Grecia o la Gran Bretagna. Un’arma geoculturale potentissima in grado, se utilizzata da alcuni, di cancellare la nostra identità e la nostra libertà” attaccano i parlamentari della Lega Lucia Borgonzoni, responsabile Cultura del partito, e Paolo Formentini, vicepresidente della commissione Affari esteri della Camera. (qui)

Si noti, per inciso, che nessuno degli ebrei che da oltre duemila anni vivono in Italia ha mai protestato per crocifissioni o Madonne con Bambino o nudi più o meno integrali, che pure turbano non poco gli ortodossi, meno che mai minacciato sfracelli, menissimo che mai attuato sfracelli, quindi non stiamo parlando di “altrui culture”, bensì di un’unica cultura: quella di chi ci ha invaso e ora pretende di dettare legge, e di fronte alla quale il nostro governo mette tutti noi a pecorina. E se ci ammazzano, pazienza.

Un fantasma si aggira per l’Europa, un nemico invisibile: e no, non è il coronavirus

Nelle ultime settimane, il nemico invisibile che circola liberamente sulle strade delle nostre città, il fantasma, verrebbe da dire, che si aggira per l’Europa, ha ricominciato a colpire. Duramente. Certo, voi lo vedete sempre di più così, in maniera un po’ folcloristica, coi suoi abiti lunghi, il copricapo, la barba lunga, in alcuni quartieri è anche colorato e vivace (lui, non le loro donne, costrette al nero e a nascondersi sotto scafandri ingombranti e punitivi). E perché dovrebbe darci fastidio? Vi dite da bravi cittadini responsabili e accoglienti.
Però voi non vedete la sua parte invisibile, quella che sfugge perché si mescola alla perfezione nelle nostre allegre società multirazziali. O multirazziste, se preferite. È una parte che colpisce senza distinzione di spazio-luogo, e innescandosi in un tempo random imprevedibile. Sceglie le vittime a caso, come a Birmingham, dove circolava con un cappellino da baseball, che potrebbero indossare milioni di giovani neri o bianchi, una felpa col cappuccio che fa tanto V for Vendetta e un coltello in tasca. Un morto e sette persone ferite, scelte a caso, nella zona della movida di Selly Oak. Le autorità, che sono complici ormai del nemico invisibile, si sono affrettate a dire che non c’è matrice religiosa, ma voi, ipocriti lettori come me, ipocrita scrittore, sapete che il nemico si ispira al suo testo sacro. E che i capi che portano avanti la lotta all’Occidente e all’uomo bianco – in combutta con la sinistra internazionalista che oggi si riconosce sotto il disgustoso simbolo marxista del pugno chiuso di Black Lives Matter – hanno scelto la guerriglia di basso profilo. Andare, come fantasmi, mimetizzarsi, confondersi fra la folla e colpire a casaccio. Non preoccupatevi, dicono quei capi, avete la copertura mediatica adeguata e soprattutto la copertura delle autorità che non vi torceranno un capello (se non per dare un po’ di fumo negli occhi al pubblico terrorizzato; poi i processi arriveranno, sì, forse, chissà; tanto nessuno verrà mai a saperlo perché i mass media amici non riporteranno la eventuale condanna).
Il nemico invisibile ha colpito anche in Italia, Paese che i poveri cittadini in mascherina e guanti, e in attesa del microchip nel cervello del mio mito Elon Musk, stanno ormai abbandonando a sé stesso. Mi verrebbe da dire, ai miei concittadini in mascherina, guanti e terrore negli occhi del virus invisibile (o teleguidato): dai dai che sta arrivando il mio mito Elon, e vi toglierà l’impaccio orrendo di dover vivere una vita autonoma e responsabile, non dovrete più decidere per voi, riceverete direttamente i comandi nei neuroni cerebrali. Vuoi mettere che manco più la tv dovrete accendere?
Il nemico invisibile, dicevo, ha colpito a Como. Il prete degli ultimi, il prete dei diseredati che aiutava, il prete umanissimo e di manzoniana memoria. Il nemico invisibile ha agito seguendo alla lettera i dettami del suo testo sacro che spiega nel dettaglio come conquistarsi la fiducia del nemico e colpirlo proprio nel momento più imprevedibile. Zac, una nuova coltellata in strada, senza motivo (il motivo estorto dagli inquirenti dopo l’arresto del soggetto, definito subito malato di mente, non conta assolutamente nulla; serve a Barbara d’Urso e ai suoi ospiti per farci una puntata mentre si cucinano le lasagne della domenica itagliana).
Il nemico invisibile segue una precisa strategia di guerriglia. Mimetizzarsi. Confondersi. A volte pure integrarsi alla perfezione nel tessuto sociale. Poi, quando meno se lo aspettano (quando meno ce lo aspettiamo noi ipocriti lettori e scrittori) zac, colpirlo.
Stessa dinamica seguita in Svizzera, ai danni di un povero ragazzo portoghese a cena con la ragazza. Vittima scelta a caso, testo sacro come riferimento, e arma bianca ritrovati con lui. Sgozzamento, violenza nemmeno più disumana, trans-umana, forse. Il poveretto è morto dissanguato davanti alla ragazza. Nessuno, fra i media complici del nemico, ne ha parlato. Chiaro, non vorrete disturbare adesso che il virus sembra rinascere dalle sue ceneri come una Fenice (non araba, per carità, dovessimo andare incontro a censura).
Vedete, io sono convinto che la guerra è ormai persa. A dimostrazione di quanto dico, c’è il clima di restrizioni “per ragioni sanitarie” che hanno trasformato il nostro mondo in una versione occidentale del mondo del nemico: una vasta landa di desolazione, gente mascherata col volto coperto, come dottrina religiosa del nemico impone, terrorizzata dall’aria che respira, dall’altro che si avvicina; la musica (elemento fondamentale che il nemico detesta) è sospesa; il divertimento, lo stare assieme (se non per ‘eventi’ decisi dai partiti politici), le feste, le discoteche, cinema e teatri (riaperti più per far vedere che… ma di fatto vuoti), ogni elemento che infastidisce il nemico invisibile è stato colpito al cuore.
Nei quartieri di periferia s’avanzano le truppe cammellate, nei quartieri non più di periferia si affacciano per guardarsi intorno e capire come possono conquistare. In Francia si parla apertamente di porzioni di territorio che il nemico invisibile rivendica. Nel frattempo, timidi segnali di risveglio si intuiscono qua e là. Rasmus Paludan, che i media si sono sbrigati a tacciare di estremismo di destra, ha platealmente bruciato il testo sacro del nemico, causando scontri anche in Svezia, a Malmö, città ormai quasi persa [quasi?], territorio conteso, enclave in trincea. Il presidente francese Macron, in occasione dell’inizio del processo contro l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo, ha detto che in Francia c’è libertà di parola financo di blasfemia (perbacco!). Poca roba. Servirebbero non azioni dimostrative, parole così, dette perché fa l’effetto di una difesa arcigna. Servirebbe ben altro, servirebbe rispondere con una violenza cento volte maggiore alla loro, come diceva il direttore panciuto di quel giornale che oggi è diventato il secondo foglio di riferimento del governo giallo-rosso.
È triste assistere alla sconfitta del genere umano che di più ha apportato all’evoluzione della specie. Noi bianchi, occidentali, europei con radici giudaico cristiane. Triste perché quello stesso esemplare ha dimostrato di possedere un senso di colpa innato che altre razze (o etnie che si voglia) non possiedono. Ed è per questo che vinceranno. Anzi che hanno già vinto.

Adriano Angelini Sut, 24 Set 2020, qui.

E poi il terrorismo sanitario del virus, già. Terrorismo della specie peggiore: quello che sono riusciti a far introiettare a un sacco di gente, che continua a vivere come se la morte galleggiasse nell’aria pronta a colpirli in ogni momento, che vivono come “normale” questo incubo orwelliano in cui siamo stati scaraventati, che si astengono dai contatti umani, che marciano fieramente per la strada con la mascherina inastata, non importa quanto lontani da chicchessia – e, come dice il geniale amico Fulvio, portare la mascherina per andare per la strada è come mettersi il preservativo per farsi una sega. Potrebbe, tutto questo, bastare? Potrebbe, ma a loro non basta: perché se ti azzardi a protestare quando vorresti rispettare le regole da loro imposte ma che loro rendono impossibile rispettare, che cosa succede? Che ti zittiscono e tentano di intimidirti, addirittura nella persona della presidente della Camera del Senato, guardare per credere:

barbara

LA MATEMATICA, QUESTA SCONOSCIUTA

A proposito di religioni e di chiese e di incendi e altre simili amenità.

Il mistero delle chiese bruciate in Francia: 21 in due anni e oltre mille atti anti-cristiani nel solo 2019

 di Marco Cesario, 20 Lug 2020

Continua la misteriosa e persistente ecpirosi degli edifici cristiani in Francia. Dopo Nôtre-Dame e Saint Sulpice a Parigi, dopo Saint Denis, Grenoble, Tolosa, Rennes, Nancy, Pontoise, è la volta della splendida cattedrale gotica dei Santi Pietro e Paolo a Nantes, edificata tra il 1434 ed il 1891. Un violento incendio è scoppiato a livello del grande organo. Soltanto dopo circa tre ore i vigili del fuoco sono riusciti a domare le fiamme ma l’organo è andato completamente distrutto. L’organo dominava maestosamente la navata centrale dalla sua alta galleria eretta nel 1620, a cui si accede da una scalinata di ben 66 gradini, ed era opera del maestro Girardet. Un’inchiesta criminale è stata avviata in quanto l’incendio potrebbe essere doloso, come ha ribadito Pierre Sennes, procuratore di Nantes, menzionando una probabile origine dolosa, avendo i pompieri individuato tre diversi focolai [e certo, con tre diversi focolai “potrebbe”]. Interrogato sui primi elementi dell’indagine, il procuratore ha confermato l’arrivo, già sabato pomeriggio, di periti antincendio del laboratorio forense, incaricati di esaminare l’innesco dell’incendio e la configurazione dell’impianto elettrico della cattedrale.

La cattedrale di Nantes è l’ennesimo edificio religioso cristiano andato in fiamme per cause quasi sempre dolose. Checché [checché?] si siano additati di volta in volta i sistemi anti-incendio, il corto circuito, la vetustà degli impianti elettrici, la sbadataggine dei dipendenti o la lentezza dell’intervento dei vigili del fuoco, le cause sono nella maggior parte dei casi criminali. Lo dice un rapporto stilato dall’Osservatorio del Patrimonio Religioso (OPR) che in Francia ha elencato ben 21 chiese colpite da incendi e tentativi di incendio nell’arco di due anni, di cui almeno 15 di origine dolosa come dimostrato dalle inchieste effettuate dalla magistratura (solo in 6 casi dunque si presume l’origine accidentale [ecco, dici bene: si presume]). Di questi 15 incendi dolosi, 11 hanno causato danni considerati minori – che vanno da libri e documenti inceneriti, a tele d’altare bruciate o sagrestie danneggiate dalle fiamme, fino ad alcuni preziosi lavori di falegnameria perduti per sempre. Alcuni incendi sono stati accompagnati anche da atti di vandalismo su reliquie, statue, quadri, candelabri.

Quattro incendi dolosi hanno invece causato danni molto gravi: abbiamo già detto dell’organo della cattedrale di Nantes, che si aggiunge alla distruzione parziale di Nôtre-Dame – con il suo tetto composto da querce secolari e vecchio di oltre mille anni (la cosiddetta Forêt) andato in fumo e la Flêche di Viollet-le-Duc crollata – al portale del Settecento della chiesa di Saint Sulpice a Parigi completamente distrutto, all’interno devastato della chiesa Santa Brigida a Plappeville, e alla chiesa di San Giacomo di Grenoble, andata interamente distrutta da un incendio, tranne il campanile e la sua croce che rimangono ancora in piedi. Difficile oggi stabilire un’origine univoca di questi atti criminali [eh sì, moooolto difficile], che sembrano comunque inquadrarsi in una generale e diffusa ostilità verso tutto ciò che è cattolico o cristiano [gli atei nutrono una grande ostilità nei confronti di tutto ciò che è cattolico o cristiano, ma non ho mai sentito che abbiano l’abitudine di andare a incendiare le chiese].

A suffragare questa tesi un rapporto del Ministero degli interni, pubblicato nel gennaio scorso, che recensisce tutti gli atti antireligiosi, antisemiti, razzisti e xenofobi commessi su suolo francese. Le cifre del ministero sono impressionanti: nel solo 2019 sono stati recensiti ben 1.052 atti anti-cristiani, contro 687 atti antisemiti e 154 atti islamofobi. Leggendo i media in Francia sembra che gli atti antisemiti ed islamofobi siano di gran lunga superiori, dato che ricevono una copertura vasta e capillare e a volte anche sproporzionata, ma è chiaramente una percezione deformata della realtà, in quanto sono gli edifici religiosi cattolici a subire devastazioni e saccheggi maggiori (se guardiamo alle cifre annue del ministero), senza che per altro ciò sia veicolato dai media mainstream e senza che vi sia una presa di coscienza a livello civile. [La matematica non è il tuo forte, vero ragazzo? Ma non preoccuparti, ti aiuto io. I cristiani – quelli che si dichiarano cristiani, non semplicemente i cristiani per caso in quanto battezzati alla nascita e nient’altro – rappresentano il 60% della popolazione e, in base alle cifre che hai riportato, hanno subito il 56% di tutti gli attacchi di matrice religiosa (un quindicesimo in meno della loro proporzione); i musulmani sono il 9% della popolazione e hanno subito il 7,9% di tutti gli attacchi di matrice religiosa (un ottavo in meno della loro proporzione); gli ebrei sono lo 0,6% della popolazione e hanno subito il 35% degli attacchi di matrice religiosa (sessanta volte, ossia il 6000% in più della loro proporzione): sono un centesimo dei cristiani e gli attacchi che hanno subito sono i 5/8 di quelli dei cristiani. Vedi un po’ tu. Non è che il fatto che la cristianità è pesantemente sotto attacco sia una buona ragione per raccontare le balle sul resto. In ogni caso, come sempre, i dati dimostrano che i soliti musulmani chiagni e fotti sono quelli che frignano più a vanvera di tutti] Anche la politica si disinteressa completamente del problema ed anzi in un eccesso di politicamente corretto crea scompensi anche nella cosiddetta laicità alla francese: l’esempio del presidente Macron che rompe il digiuno per il Ramadan con responsabili della comunità musulmana francese (nel 2017) ed invece non fa neppure un augurio ai cristiani per il Natale la dice lunga sulla sproporzione nel trattamento.

Ma torniamo agli incendi dolosi e non accidentali. Mentre sulla cattedrale di Nantes la polizia ha già individuato un probabile sospetto, l’inchiesta sull’incendio di Nôtre-Dame sembra sia ad un punto morto. Nonostante la pista più accreditata al momento sia quella di un corto circuito elettrico nel dispositivo che azionava gli ascensori dell’impalcatura [posso fare una grassa risata?], altri elementi potrebbero invece far pendere la bilancia verso l’atto criminale. “L’indagine in corso è complessa, colossale”, ha ammesso il pubblico ministero parigino Rémy Heitz in un’intervista ad Europe 1. Nel corso delle indagini preliminari, concluse in poco più di due mesi, la procura di Parigi ha tenuto circa 100 udienze di testimoni e ha redatto 1.125 atti processuali. Quando a giugno aveva trasmesso gli atti a tre giudici istruttori, con più ampie prerogative, il procuratore aveva indicato di aver favorito la pista della sigaretta mal spenta o un malfunzionamento elettrico. Ma potrebbero esserci nuove prove a sostegno dell’ipotesi criminale. In un rapporto presentato il 22 ottobre 2019, il Laboratorio Centrale della Prefettura di Polizia (LCPP) ha raccomandato, secondo una fonte giudiziaria, di effettuare ulteriori indagini sull’area in cui è scoppiato l’incendio. Ma molte zone restano tutt’ora inaccessibili e l’inchiesta sembra ad un punto morto. Ad oggi, la causa precisa dell’incendio rimane sconosciuta.

Altri incendi invece, che inizialmente i media avevano liquidato come accidentali, si sono poi rivelati dolosi dopo le inchieste della magistratura. I numeri dunque certificano una situazione ben peggiore di quanto i media raccontino o di quanto si possa immaginare anche a livello di percezione di pericolo. Oltre mille atti ostili in un solo anno e 21 chiese bruciate in due anni sono cifre che ci aspetteremmo in Paesi come l’Egitto, o dove i cristiani vengono normalmente perseguitati, ma non ce li aspetteremmo certo in Francia, nel cuore dell’Europa e in uno dei Paesi che per primo abbracciò la religione cristiana. Ma forse è pur vero che oramai la Francia – cattolica per quasi 1.300 anni (dalla conversione di Clodoveo nel 496 d.C. alla presa della Bastiglia nel 1789) – non è più un Paese per cattolici. (qui)

Intendiamoci, l’ho scelto perché è un articolo sostanzialmente fatto bene, con le cose giuste al posto giusto, ma i numeri sparati come freccette al luna park proprio non si possono sentire, anche perché la cavolata degli attacchi agli ebrei che “sembrerebbero di più” perché ricevono maggiore copertura dai media mainstream è talmente mastodontica che dovrebbe saltare agli occhi anche di chi non mastica matematica come pane quotidiano.

Degli attacchi ai luoghi e ai simboli di culto cristiani in Francia si è già parlato in questo blog qui e qui. Probabilmente anche da altre parti, che però non ho voglia di andare a cercare.

barbara

SIAMO SOTTO ATTACCO

La nostra civiltà è sotto attacco, da parte dell’islam

Giulio Meotti

Notre Dame, Saint Denis, Rennes, Saint Sulpice a Parigi, Nancy, Pontoise e ora Nantes, la città dei Duchi… Benvenuti in un anno di roghi alle cattedrali e basiliche di Francia e restando solo alle più importanti. Le immagini che vediamo contorcersi riflesse come fantasmi negli incendi che hanno colpito un patrimonio millenario – il più importante d’Europa dopo quello italiano – si uniscono a mostrarci la decivilizzazione in corso.
incendi chiese
Ci vuole cuore, testa, amore per la storia, coraggio intellettuale, apertura a un fede anche quando non è vissuta appieno, senso del tragico, per capire che ci troviamo di fronte a un passaggio storico, forse di consegne. Ho ripensato ad Agostino, che quando seppe del sacco di Roma disse di aver visto le stelle cadere in mare.

Perché le chiese, al di là del patrimonio artistico, sono la nostra civiltà. Credenti, non credenti, atei convinti, se pensiamo che non mentire, non rubare, non uccidere abbiano un valore assoluto e non siano attenzioni dovute a chi appartiene alla nostra religione/razza/cultura con autorizzazione a sbizzarrirci a piacimento con le altre, lo dobbiamo alla civiltà giudaico-cristiana. Che loro, gli islamici, stanno annientando. E a chi pretende di venirmi a raccontare che “non c’è un unico islam” rispondo: quando “gli altri islam” saranno insorti contro i tagliagole e li abbiano estromessi dalla società civile, ne riparleremo. Fino a quel momento io mi rifiuto di chiudere gli occhi di fronte alla realtà, quella delle infinite chiese bruciate e quella di storie come questa. E, ciliegina sulla torta, mettiamoci anche la signora Hidalgo, sindaco di Parigi, da sempre nemica acerrima del cristianesimo e baciatafanario  dell’islam, che ha deciso che il 15 agosto resta sempre festa “di precetto”, e non si lavora, ma non più in onore della Madonna Assunta, bensì dei gatti.

La nostra salute è sotto attacco, da parte del governo (e della magistratura)

Che sta importando a rotta di collo clandestini positivi al coronavirus, che poi se ne vanno per conto proprio e scorrazzano per la penisola in lungo e in largo, che ha istituito, a quanto pare, un salvacondotto (cliccare sull’immagine per ingrandire),
salvacondotto covid
e con un ministro dell’interno che addirittura se ne va in Libia per concordare (a nome di chi? Su mandato di chi?) che ci portiamo a casa tutti coloro che si trovano nei centri di detenzione libici. Per prevenire gli ingressi illegali, dice, e quindi li dichiariamo legali ad honorem e di illegali non ce ne sono più. E per combattere le reti di trafficanti. Sostituendoci a loro. Poi quando ne saranno arrivati in numero sufficiente per scatenare una nuova ondata di epidemia, il governo potrà tornare a rinchiuderci in gattabuia e annullare le elezioni previste per settembre.

Le nostre forze dell’ordine sono sotto attacco, da parte del governo
Gianni Tonelli
La nostra economia è sotto attacco, da parte del governo
Castelli
Ed è pure recidiva. Quasi quasi le sciolgo all’urna un cantico che forse non morrà:

Con questa faccia da cretina
sono soltanto una gallina
come a voi chiaro apparirà.

So dire solo puttanate
e una montagna di cazzate
perché il cervello non l’ho più.

Sono imbecille e scema assai
di sproloquiar non smetto mai
perché io altro non so far.

E la mia anima si sa
dritta all’inferno finirà
è sicurissimo oramai.

La nostra libertà di pensiero, di parola e di culto è sotto attacco, da parte delle autorità istituzionali
contro famiglia
La nostra cultura è sotto attacco, da parte dei “progressisti”

musicisti
Ma che nessuno ceda alla tentazione di dire che non ci resta che piangere. Perché c’è ancora una cosa che ci resta: COMBATTERE!

barbara

OGGI SOLO FIGURE

o quasi. Così fate prima e non vi stancate gli occhi (però anche domani, che sono troppe e tutte insieme mi fate indigestione)

 Comincio con la pagina culturale 1
Cairo 60-15
(delle magnifiche sorti e progressive si era già parlato qui e qui)
e la pagina culturale 2
bacia piedi
La kabylie

Amin Zaoui

In tutta franchezza: cosa sarebbe successo, sui social media, se una donna di casa nostra avesse baciato e in diretta il suo legittimo marito sulla bocca o anche sulle guance: sarebbe stata linciata. Tutti avrebbero chiesto la propria testa e quella del proprio legittimo marito. Sarebbe stata boicottata da tutte le vicine e i vicini. Sarebbe stata sassi dai bambini del quartiere, molestata dai giovani e dai meno giovani del quartiere. Il canale tv sarebbe stato processato. Le associazioni di beneficenza avrebbero sporto denuncia contro lei e il suo legittimo marito… Per contro, una donna di casa nostra, in diretta sul set di un canale tv, che abbraccia i piedi di suo marito, in un movimento di umiliazione, come a L’epoca della tratta negriera, l’era di El Ama, e in una posizione fisica vergognosa e spregevole, questo spettacolo disgustoso non ha provocato alcuna denuncia, nessuna indignazione da parte della società civile o intellettuale… tranne qualche voce..

Passo alle Grandi Domande dell’umanità
statue
perché
che ci conducono al Pensiero Unico dominante
free speech
polcorryy
e poi all’attualità:

Max Ferrari

Per Philippe Monguillot e Jessica Whitaker non si è inchinato nessuno. Il primo, ucciso sul bus che guidava a Bayonne da 4 “giovani francesi” (Mohammed, Moussa, Selim e Muhammad) cui aveva chiesto di mettere la mascherina (ma si sa che le limitazioni Covid valgono solo per alcuni…) la seconda ammazzata ad Indianapolis perché incrociando una manifestazione di Antifa e BLM aveva osato dire che “Tutte le vite valgono”. Le hanno sparato per dimostrare che si sbagliava. E infatti per lei, 24 anni, nessuno ha pianto. Funziona così il mondo petaloso della sinistra.
Jessica Doty Whitaker
Poi vi porto a Lampedusa
Lampedusa
e vi ci faccio fare un giro

e poi vi faccio ascoltare un signore intensamente colorato: ascoltate lui e guardate le facce dei buoni di professione

E chiudiamo, per oggi, con l’angolo dell’umorismo.

Angolo dell’umorismo 1

 

E angolo dell’umorismo 2
Di Maio Draghi
Che poi, a ben guardare

di-maio mussolini
D’altra parte dicono che tutti a questo mondo abbiamo un perfetto sosia
bestie gemelle
e qualcuno, come il signore coi piedini azzurri, ne ha addirittura due.
terzo
barbara

SEGUENDO LA LOGICA

Se un bianco non può doppiare un attore nero, né interpretare Otello dipingendosi la faccia di nero (oggettivamente, non è che l’Europa pulluli di doppiatori neri o attori teatrali neri, meno che mai cinquant’anni fa o cento anni fa) perché si tratta di indebita appropriazione culturale, perché, si chiede l’amico Shevathas, un negro dovrebbe poter fare il programmatore?

Sempre restando in tema di antirazzismo, che noi adoriamo con tutta la nostra anima, con tutto il nostro corpo e con tutta la nostra mente, non possiamo che applaudire, meglio se in piedi, l’iniziativa della Mercedes:

La Mercedes cambia look e lo fa ribadendo il suo impegno nella lotta al razzismo e a ogni forma di discriminazione: nel 2020 le W11 della scuderia campione del mondo in carica avranno una livrea nera al posto della tradizionale argento.
mercedes-nera
Che a me poi verrebbe da chiedermi in che modo cambiando il colore dell’auto si aiuteranno i negri di Harlem a uscire dal ghetto ed emanciparsi, ma si sa che io sono una brutta persona, e per mimetizzarmi e non farmi troppo notare applaudo anch’io. E altrettanto entusiasticamente e inpiedamente applaudiamo anche i nostri eroici piloti di Formula 1 che non esitano a inginocchiarsi in segno di… Boh, questo non lo so: non si può mica sapere tutto nella vita, no?

Piloti ricoperti d’oro da regimi autoritari e razzisti ci spiegano l’antirazzismo

Alla partenza del Gran Premio d’Austria di Formula Uno di questa domenica abbiamo assistito, cosa alquanto irrituale nel contesto sportivo automobilistico, ad un atto politico organizzato dal campione del mondo Lewis Hamilton per sostenere l’”anti-razzismo”, ma anche nei fatti, apertamente, il movimento Black Lives Matter.
Il clou è stato rappresentato dalla foto di gruppo dei piloti di Formula Uno con la maggior parte di essi inginocchiati al momento dell’inno nazionale, secondo il gesto reso celebre negli ultimi anni, ma soprattutto nelle ultime settimane, dalla campagna del movimento radicale “nero”.
È legittimo chiederci, certo, contro quale “razzismo” i piloti manifestino. E la risposta è facile. Puntano il dito contro il “razzismo” americano o in generale occidentale. Cioè puntano il dito, paradossalmente, contro l’unica parte del mondo che il razzismo è stata, nel tempo, in grado di riconoscerlo e in grandissima parte di superarlo – contro l’unica parte del mondo verso la quale persone di ogni razza ed etnia ogni anno accorrono alla ricerca di quei diritti e di quelle opportunità che non si vedono riconosciute dai propri compatrioti nelle terre natali.
E mentre punta il dito contro l’America e l’Occidente, la Formula Uno stabilisce un fondamentale accordo di sponsorizzazione con la compagnia petrolifera dell’Arabia Saudita. E si fa ricoprire di soldi da Paesi autoritari, razzisti e nemici dei diritti umani come la Russia, il Barhain, gli Emirati Arabi, la Cina o il Vietnam.
Hamilton non si inginocchia per il fatto che la Cina reprima i diritti degli hongkongesi o che sterilizzi forzatamente le donne della minoranza uigura, Non si inginocchia per l’oppressione dei montagnard in Vietnam, né per la persecuzione degli sciiti in Barhain, Quando si troverà a correre in quei Gran Premi, non ci saranno pugni chiusi, ma i sorrisi di sempre.
Con che coerenza, allora, ci si tappano gli occhi contro le più palesi violazioni di diritti e ci si scaglia invece proprio contro il Paese al mondo che conferisce più opportunità a qualsiasi minoranza?
A pensarci bene, forse, in realtà una coerenza c’è. La genuflessione di domenica in nome dell’”anti-razzismo” forse è più parente di quanto si pensi delle genuflessioni alla Cina, al Vietnam o al Barhain. In entrambi i casi semplicemente si va dove sono i soldi. In Occidente i soldi stanno con la gigantesca macchina di marketing del “virtue signalling” e del “politicamente corretto”, in altri Paesi stanno con i relativi regimi statali. E non c’è nessuna necessità di scegliere tra i soldi garantiti dall’opportuno “lip service” al progressismo occidentale e quelli del “lip service” ai peggiori sistemi autoritari del resto del mondo – perché tanto non c’è alcuna vero conflitto tra queste due sfere che si rispettano perfettamente in nome di una sorta di amorale “cujus regio, ejus religio”.
È come per la Lega Calcio che si proclama in prima linea nella battaglia per i diritti delle donne e contro il femminicidio ed allo stesso tempo decide di andare a disputare la finale della Supercoppa italiana a Riyadh con tanto di segregazione sugli spalti. Qualcuno forse ci ha visto una contraddizione?
Ma la perfetta recita “anti-razzista” del Gran Premio austriaco ha avuto, a suo modo, la sua piccola nota stonata. Sei piloti – Charles Leclerc, Max Verstappen, Kimi Raikkonen, Daniil Kvyat, Antonio Giovinazzi e Carlos Sainz Jr – hanno rotto le righe e non si sono inginocchiati. E forse, più degli altri quattordici, il vero segnale lo hanno mandato loro: c’è anche chi, non senza qualche rischio personale in termini di immagine, è disposto a sostenere che la sostanza dei valori e dei comportamenti vale più dell’adesione a riti conformisti di sottomissione al “verbo di successo”.
E alla fine Charles Lecrerc, il “principino” monegasco della Ferrari, è persino arrivato davanti ad Hamilton.

Marco Faraci, 7 Lug 2020, qui.

Ebbene sì, purtroppo questa bellissima festa antirazzista antifascista antituttelecosebrutte, è stata guastata da un branco di fascisti razzisti (e secondo me anche leghisti populisti sovranisti) che sono rimasti in piedi,
piloti
cose che proprio non si possono vedere che uno si chiede ma che problemi ha la gente? (Ci avete fatto caso? È la moda linguistica del momento: quando si vede un comportamento che a qualcuno appare follemente incomprensibile, tipo camminare per la strada a ottocento metri dalla persona più vicina senza mascherina, pretendere, da parte di qualche genitore, che a settembre la scuola riparta, rifiutarsi di dire avvocata sindaca ministra ingegnera, la sconsolata domanda che parte è: “Ma che problemi ha la gente?”)

Restiamo in materia di antirazzismo e logica ferrea? Ma sì, restiamoci! Ed ecco questa gentile signora che con inoppugnabili argomenti scientifici ci spiega che i bianchi (la razza bianca? gli sporchi bianchi? I bianchi di merda?) sono un errore genetico recessivo (sic!) e usano il suprematismo bianco per difendersi, perché sanno benissimo che i negri, avendo la genetica dominante, sono destinati a dominare e non appena conquisteranno il potere faranno sparire i bianchi dalla faccia della terra. Leggere per credere.

E ancora un esempio di antirazzismo militante:

Fulvio Del Deo

Atalanta, Georgia.

Secoriea ha 8 anni ed è insieme alla sua mamma Charmaine. Sono in macchina con un’amica e vorrebbero andare a fare compere in un negozio. Lungo la strada incontrano i manifestanti “antirazzisti” che non vogliono farla passare. Loro sono tipe toste e non si lasciano intimidire da ipocriti fighetti che giocano alla rivoluzione. Non sanno però che i fighetti sono cinici e spietati e, come i loro predecessori nazisti, devono ubbidire all’ordine di farsi ubbidire. Così sparano e uccidono la bimba.

Dice ma quelle sono nere,
Sicoriea
mamma Sicoriea
di sicuro si vedeva anche attraverso i vetri della macchina che sono nere, se ce l’hanno coi bianchi perché sparare a loro? E dai su, non fatela tanto lunga, con tutti i boveri negri ammazzati dai bianchi cosa sarà mai una in più o una in meno.

E ancora in tema di violenza e di logica:

Fulvio Del Deo

Ricordate quando succedeva solo in Israele, che i palestinesi tiravano sassi alle auto e voi dicevate: “E’ per via dell’occupazione, quelli hanno preso la loro terra…”
E adesso perché non dite lo stesso?
Su, ripetete con me: “Ci ammazzano, ci fanno a pezzi e ci mettono nel trolley, ci pisciano addosso, ci spaccano la testa col machete, ci tirano i sassi ecc., perché abbiamo preso la loro terra!”

E ancora

Lorenzo Capellini Mion

Solo per ricordare che i luoghi di contagio del virus di Wuhan siano i bar, i ristoranti, i piccoli negozi, le spiagge, le chiese, i seggi elettorali e i comizi di Trump.
per protestare 1
per protestare 2
Pagliacci

Poi godiamoci questo spezzoncino di politica interna

E concludiamo la carrellata con Silvietta nostra, che finalmente ha concesso la sua prima intervista. A chi? Al giornale dei Fratelli Musulmani, ovvio!

“PER ME IL MIO VELO È UN SIMBOLO DI LIBERTÀ” – PER LA PRIMA VOLTA SILVIA ROMANO (PARDON, AISHA) PARLA DELLA CONVERSIONE E DELLA PRIGIONIA: “COPRENDO IL MIO CORPO SO CHE UNA PERSONA POTRÀ VEDERE LA MIA ANIMA” – “NEL MOMENTO IN CUI FUI RAPITA, INIZIAI A PENSARE: È UN CASO O QUALCUNO LO HA DECISO? QUESTE PRIME DOMANDE CREDO MI ABBIANO GIÀ AVVICINATO A DIO” – “PENSAVO DI ESSERE LIBERA PRIMA, MA SUBIVO UN’IMPOSIZIONE. SENTO DENTRO CHE DIO MI CHIEDE

1 – SILVIA ROMANO SI RACCONTA DOPO IL SEQUESTRO: “VI SPIEGO PERCHÉ HO DECISO DI CONVERTIRMI ALL’ISLAM”

Sono passati quasi due mesi da quando Silvia Romano è stata liberata ed è tornata in Italia. Era il 9 maggio scorso quando il premier, Giuseppe Conte, rivelò che la cooperante milanese, rapita nel novembre del 2018 mentre si trovava in Kenya con l’associazione Africa Milele, e tenuta prigioniera per oltre un anno e mezzo

Oggi, Silvia, che intanto si è convertita all’Islam e si fa chiamare Aisha, ha raccontato per la prima volta i mesi della prigionia e la decisione di diventare musulmana. Lo ha fatto rilasciando una lunga intervista al giornale online La Luce, di cui è direttore Davide Piccardo esponente della comunità islamica di Milano.

La decisione di partire per il Kenya

“Prima di essere rapita – ha dichiarato la ragazza – ero completamente indifferente a Dio, anzi potevo definirmi una persona non credente; spesso, quando leggevo o ascoltavo le notizie sulle innumerevoli tragedie che colpiscono il mondo, dicevo a mia madre: vedi, se Dio esistesse non potrebbe esistere tutto questo male”.
E neppure il volontariato era tra le sue priorità: “Fino alla fine del mio terzo ed ultimo anno di università, non avevo un particolare interesse nel partire e andare a fare volontariato. Verso la fine della tesi mi interessai moltissimo all’argomento che stavo trattando: la tratta di donne ai fini della prostituzione, da lì ho avuto uno scatto nei confronti delle ingiustizie.
Ho sentito il bisogno di andare e mettermi in gioco aiutando l’altro nel concreto. L’idea di continuare a studiare e rimanere qui non mi andava, volevo fare un’esperienza vera, per crescere e per aiutare gli altri”.
Così è nata l’idea di andare in Kenya [a far giocare i bambini, che come tutti sanno è il primo dei bisogni del terzo mondo]. Un’esperienza che le ha letteralmente cambiato la vita. “Nel momento in cui fui rapita, iniziando la camminata, iniziai a pensare: io sono venuta a fare volontariato, stavo facendo del bene, perché è successo questo a me? Qual è la mia colpa? [Perché, prima era convinta che le cose brutte capitassero solo alle persone cattive? Che era scema l’avevamo capito da quel dì, ma fino a questo punto?!]
È un caso o qualcuno lo ha deciso? – ha continuato Silvia -. Queste prime domande credo mi abbiano già avvicinato a Dio, inconsciamente. Ho iniziato da lì un percorso di ricerca interiore fatto di domande
È così che ha cominciato un percorso di avvicinamento alla religione: “Il passaggio successivo è avvenuto dopo quella lunga marcia, quando già ero nella mia prigione; lì ho iniziato a pensare: forse Dio mi ha punito.
Un altro momento importante è stato a gennaio, ero in Somalia in una stanza di una prigione, da pochi giorni. Era notte e stavo dormendo quando sentii per la prima volta nella mia vita un bombardamento, in seguito al rumore di droni. In una situazione di terrore del genere e vicino alla morte iniziai a pregare Dio chiedendogli di salvarmi perché volevo rivedere la mia famiglia.
Gli chiedevo un’altra possibilità perché avevo davvero paura di morire. Quella è stata la prima volta in cui mi sono rivolta a Lui. Poi a un certo punto ho iniziato a pensare che Dio, attraverso questa esperienza, mi stesse mostrando una guida di vita, che ero libera di accettare o meno”.

Il velo come simbolo di libertà: “Mi sento protetta da Dio”

Infine, ha concluso la giovane milanese: “Sicuramente dopo aver accettato la fede islamica guardavo al mio destino con serenità nell’anima, certa che Dio mi amasse e avrebbe deciso il bene per me. Quando provavo paura per l’imminenza della morte o ansia per non avere notizie della mia famiglia e del mio futuro, trovavo consolazione nelle preghiere”.
Sulla questione velo, che ha indossato sin dal suo ritorno in Italia a maggio, ha detto: “Per me il velo è simbolo di libertà.
silvia
Quando vado in giro sento gli occhi della gente addosso; non so se mi riconoscono o se mi guardano semplicemente per il velo; in metro o in autobus credo colpisca il fatto che sono italiana e vestita così. Ma non mi dà particolarmente fastidio. Sento la mia anima libera e protetta da Dio“. (Qui. Segue il testo integrale dell’intervista, nel caso qualcuno avesse voglia di papparselo, che comunque secondo me ne vale la pena. Poi magari ci sarebbe anche questo)

E chiudo con questa cosa, che non c’entra niente ma la trovo bellissima.
ennio Ezio
barbara

IN PRATICA FUNZIONA COSÌ

scusa
e poi così:

Gennaro Rossi

Quindi se sei occidentale sei colpevole del fatto che 50 anni fa non avevi la morale prevalente del 2020.
Se però sempre nel 2020 sei musulmano e hai una morale identica a quella dei tuoi avi del 1440 [penso che si tratti di una svista da parte dell’autore e che intendesse dire come 1400 anni fa, quando è nato l’islam] allora vai tollerato e anzi integrato perché altrimenti il razzista è sempre l’occidentale. [Altra svista: è l’occidentale che si deve integrare, se non vuole essere razzista fascista islamofobo eccetera]

Un’altra cosa interessante è che questa è la divisa del pacifista,
maglia che
e questo è il signore raffigurato sulla divisa:

«L’odio come fattore di lotta; l’odio intransigente contro il nemico, che permette all’uomo di superare i suoi limiti naturali e lo trasforma in una efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così: un popolo senza odio non può distruggere un nemico brutale. Bisogna portare la guerra fin dove il nemico la porta: nelle sue case, nei suoi luoghi di divertimento. Renderla totale. Non bisogna lasciargli un minuto di tranquillità […] farlo sentire come una belva braccata.»

(dal Messaggio alla Tricontinental il 16 aprile 1967, articolo di Ernesto Guevara pubblicato in quattro lingue, ovverosia spagnolo, inglese, francese e italiano)

In merito poi alle distruzioni, ho trovato qui questo pensiero:

Se cancelliamo i segni del passato, come facciamo ad essere sicuri di aver fatto dei passi avanti?

E la signora si sbaglia, ma proprio di brutto: i segni del passato vengono cancellati allo scopo preciso di impedire che ci si accorga dei loro prodigiosi balzi all’indietro.

Concludo con una riflessione mia, che dovrebbe essere perfino banale tanto è ovvia, ma dato che la storia non ha mai insegnato niente a nessuno, la propongo: da che mondo è mondo, le rivoluzioni violente o non hanno cambiato alcunché, come la rivoluzione francese, che dopo trecentomila ghigliottinati, per lo più poveracci innocenti, è stata seguita dalla restaurazione, o hanno portato l’inferno in terra come quella russa e quella cinese. Quindi la domanda giusta non è che cosa vogliano, concretamente, gli sfasciacarrozze in azione in queste settimane, bensì se il loro obiettivo sia non cambiare niente, ossia continuare a fare la loro comoda vita da fancazzisti chiagni e fotti – perché quelli che lavorano non solo non sono in giro a distruggere, ma protestano vivamente contro tutto questo – o di portare l’inferno in terra.

Detto questo, visto che una rivendicazione non si nega a nessuno…
strozzapreti
barbara

FINALMENTE L’HO LETTA

Parlo della “bellissima” – come è stata universalmente definita – lettera di Maryan Ismail a Silvia Romano. Avendo un’idea di che cosa potevo aspettarmi, ho preso una dose doppia di gastroprotettore e mi sono buttata. Eccovela, con qualche commento e qualche puntualizzazione da parte mia.

LETTERA A SILVIA ROMANO

Ho scelto il silenzio per 24 ore prima di scrivere questo post.

Eh, 24 ore! Questi sì che sono silenzi che pesano. Soprattutto se sono stati meditatamente scelti.

Quando si parla del jihadismo islamista somalo mi si riaprono ferite profonde che da sempre cerco di rendere una cicatrice positiva. L’aver perso mio fratello in un attentato e sapere quanto è stata crudele e disumana la sua agonia durata ore in mano agli Al Shabab mi rende ancora furiosa, ma allo stesso tempo calma e decisa.
Perché? Perché noi somali ne conosciamo il modus operandi spietato e soprattutto la parte del cosiddetto volto “perbene”. Gente capace di trattare, investire, fare lobbyng, presentarsi e vincere qualsiasi tipo di elezione nei loro territori e ovunque nel mondo.
Insomma sappiamo di essere di fronte a avversari pericolosissimi e con mandanti ancor più pericolosi.
Ora la giovane cooperante Silvia Romano, che è bene ricordare NON ha mai scelto di lavorare in Somalia,

che ha però scelto di andare vicino al confine con la Somalia, che si sa battuto dagli Al Shabaab, che si sa essere pericoloso, che le era stato detto essere pericoloso ma lei ha scelto di ignorare gli avvertimenti e di andarci lo stesso – non che questo alleggerisca le colpe dei carnefici, ma sicuramente appesantisce le responsabilità della vittima, soprattutto considerando quanto ci sono costate le sue scelte, in termini economici, in termini di politica internazionale e in termini morali, considerando le vittime che quel denaro in mano ai terroristi provocherà

ma si è trovata suo malgrado in una situazione terribile, è tornata a casa.
Non è un caso che per mesi ho tenuto la foto di Silvia Romano nel mio profilo fb. Sapevo a cosa stava andando incontro.
Si riesce soltanto ad immaginare lo spavento, la paura, l’impotenza, la fragilità e il terrore in cui ci si viene a trovare?
Certamente no, ma bastava leggere i racconti delle sorelle yazide,

ecco, le yazide sinceramente non le metterei nel mucchio: le yazide – donne, ragazze, bambine – vengono rapite in quanto non musulmane, vengono rapite per subire stupri di massa ed essere poi vendute o ai combattenti della “guerra santa”, o ai bordelli.

curde, afgane, somale, irachene, libiche, yemenite per capire il dolore in cui si sprofonda.
Comprendo tutto di Silvia.

Non è un’affermazione un po’ temeraria?

Al suo posto mi sarei convertita a qualsiasi cosa pur di resistere, per non morire. Mi sarei immediatamente adeguata a qualsiasi cosa mi avessero proposto, pur di sopravvivere.
E in un nano secondo.
Attraversare la savana dal Kenya e fin quasi alle porte di Mogadiscio in quelle condizioni non è un safari da Club Mediterranee… Nossignore è un incubo infernale, che lascia disturbi post traumatici non indifferenti.
Non mi piacciono per nulla le discussioni sul suo abito (che per cortesia non ha nulla di SOMALO,

ok, finalmente ne hai detta una di giusta

bensì è una divisa islamista che ci hanno fatto ingoiare a forza),
né la felicità per la sua conversione da parte di fazioni islamiche italiane o ideologizzati di varia natura.
La sua non è una scelta di LIBERTA’, non può esserlo stata in quella situazione.
Scegliere una fede è un percorso così intimo e bello, con una sua sacralità intangibile.
E poi quale Islam ha conosciuto Silvia?
Quello pseudo religioso che viene utilizzato per tagliarci la testa? Quello dell’attentato di Mogadiscio che ha provocato 600 morti innocenti? Quello che violenta le nostre donne e bambine? Che obbliga i giovani ad arruolarsi con i jihadisti? Quello che ha provocato a Garissa 148 morti di giovani studenti kenioti solo perché cristiani? Quello che provoca da anni esodi di un’intera generazione che preferisce morire nel deserto, nelle carceri libiche o nel Mediterraneo pur di sfuggire a quell’orrore? Quello che ha decimato politici, intellettuali, dirigenti, diplomatici e giornalisti?
No non è Islam questa cosa.
E’ NAZI FASCISMO, adorazione del MALE.
E’ puro abominio.
E’ bestemmia verso Allah e tutte le vittime.

Ecco, me lo si lasci dire: non se ne può più. Non se ne può più di questa leggenda bianca di un islam buono tutto amore e pace che i cosiddetti estremisti avrebbero violentato. Non se ne può più di questa disgustosa menzogna. Vogliamo ignorare che quell’abominio disumano che usurpa il nome di religione è vissuto di violenza e inganno dal giorno stesso della sua nascita? Vogliamo ignorare che di tutto ciò che oggi chiamiamo “il mondo arabo” ogni centimetro fuori dalla penisola araba è stato invaso, occupato, arabizzato e islamizzato a suon di massacri, deportazioni, stupri etnici e conversioni forzate? Vogliamo ignorare che l’slam si è poi espanso anche oltre, in Iran, Afghanistan, Pakistan, Indonesia, Malaysia, Somalia e altri ancora, e a parti significative di altri stati? Vogliamo dimenticare che ovunque sono arrivate, le orde islamiche hanno cancellato civiltà, culture, spesso le lingue, quasi sempre i nomi? (In tutta la Somalia si riescono a riempire tutte le dita delle mani con le persone che abbiano un nome somalo anziché arabo? Io in un anno intero ne ho conosciuta una, Olumo). Vogliamo ignorare che in Indonesia stanno propagandando a tappeto le mutilazioni genitali che non avevano mai fatto parte delle tradizioni locali? E vogliamo ignorare un “libro sacro” che veniva aggiornato da una provvidenziale visita dell’arcangelo Gabriele ogni volta che si verificava una situazione nuova che richiedeva norme specifiche? Vogliamo ignorare che questo libro sacro raccomanda di firmare trattati di tregua quando il nemico è troppo forte per poterlo vincere in battaglia e di violare il trattato quando si sia diventati forti abbastanza, avendo occupato tutto il tempo a riarmarsi mentre il nemico, fidandosi del trattato perché non sapeva con che razza di serpi aveva a che fare, non lo ha fatto? Vogliamo ignorare la taqiyya, ossia il mentire agli infedeli per meglio perseguire i propri scopi, come quelli delle torri gemelle che bevevano alcolici e andavano a puttane in modo da portare avanti i propri piani di strage senza suscitare sospetti? Vogliamo ignorare che per ebrei e cristiani e tutta la gente civile, religiosa o no, credente o no, non mentire non rubare non uccidere significa non mentire non rubare non uccidere, mentre per l’islam significa non mentire a un musulmano, non rubare a un musulmano, non uccidere un musulmano (a meno che non sia un musulmano tiepido, o un musulmano di un’altra corrente)? Jihadisti e tagliagole violentatori del “vero” islam? Jihadisti e tagliagole stanno rispettando alla lettera il cosiddetto libro sacro fabbricato da un assassino pedofilo. E, a questo proposito, non mi si venga a dire che non si deve giudicare col metro di oggi: in tutte le società antiche le ragazze venivano fatte sposare giovanissime, appena raggiunta la pubertà, ma NON a sei anni. E, considerando che nel corso del tempo l’età della pubertà si è andata abbassando, non è molto credibile che l’avesse raggiunta a nove anni, quando l’ultracinquantenne cominciò a stuprarla. E quanto gli Al Shabaab siano musulmani esemplari, ascoltiamo che cosa dice l’imam:

I simboli, sopratutto quelle sul corpo delle donne hanno un grande valore. E quella tenda verde NON ci rappresenta.

Non rappresenta la Somalia, certo, ma l’islam sì.

Quando e se sarà possibile, se la giovane Silvia vorrà, mi piacerebbe raccontarle la cultura della mia Somalia. La nostra preziosa cultura matriarcale,

HAHAHAHAHAHAHA! Matriarcale?! Una società in cui l’ordine gerarchico è l’uomo, il cammello, la capra, la donna. Una società in cui la donna vale ancora meno che in Iran o in Arabia Saudita. L’unico ambito in cui le donne sono sovrane è l’infibulazione, in cui agiscono con una ferocia che non ha pari nel mondo degli umani.

fatta di colori, profumi, suoni, canti, cibo, fogge, monili e abiti.
Le nostre vesti e gioielli si chiamano guntino, dirac, shash, garbasar, gareys, Kuul, faranti, dheego, macawis, kooffi.

E balambalis: farfalla.

I nostri profumi si chiamano cuud, catar e persino barfuum (che deriva dall’italiano).
Ho l’armadio pieno delle stoffe, collane

anch’io, ma sinceramente non so quanto questo abbia a che fare con la questione che si sta trattando

e profumi della mia mamma. Alcuni di essi sono il mio corredo nuziale che lei volle portarsi dietro durante la nostra fuga dalla Somalia.
Adoriamo i colori della terra e del cielo.

Ricordo una volta che stavamo scendendo dall’università
università Mogadiscio
– eravamo cinque insegnanti, quattro italiani e un somalo – uscendo da una curva il collega che guidava ha inchiodato di colpo. Nessuno di noi italiani ha chiesto perché: eravamo tutti a bocca aperta di fronte al colore mozzafiato del cielo al crepuscolo, che era quello che aveva indotto il collega a frenare. Dopo qualche momento il collega somalo chiede: “Perché ti sei fermato?” “C’è una luce pazzesca!” Lui si è guardato intorno per qualche istante, perplesso, poi alla fine ha detto: “
Ah sì, là in fondo c’è una casa con la luce accesa”.

Abbiamo una lingua madre pieni di suoni dolci , di poesie, di ninne nanne, di amore verso i bimbi, le madri, i nostri uomini e i nonni.

Un giorno, parlando con una studentessa, ho detto qualcosa come “tu che sei madre di due figli…” e lei, giuliva: “No no, uno!” “? Come uno, se ti ho incontrata in centro la settimana scorsa con due bambini e hai detto che erano i tuoi figli?” E lei, sempre giuliva: “Ah sì, ma uno è morto”.

Abbiamo anche parti terribili come l’infibulazione (che non è mai religiosa, ma tradizionale), ma le racconterei come siamo state capaci di fermare un rito disumano.

COOSAAA????????? Io ci sono stata praticamente alla vigilia della guerra civile, cioè più o meno un paio d’anni prima della fuga di Maryan, e il 100% delle donne erano infibulate, e il 100% delle bambine venivano infibulate, anche le figlie di laureati in Italia o negli Stati Uniti, anche le figlie di medici, tutte, perché “nessun uomo somalo sposerebbe una donna non cucita, una donna non cucita è una sharmutta (puttana)”. Lo si chieda ad Ayaan Hirsi Ali, lo si chieda a Pia Grassivaro Gallo che ha condotto le sue ricerche sul campo negli anni Ottanta. Fermata l’infibulazione? Ma di cosa va blaterando questa?

Come e perché abbiamo deciso di non toccare le nostre figlie, senza aiuti, fondi e campagne di sostegno.
Ma soprattutto le racconterei di come siamo stati, prima della devastazione che abbiamo subito, mussulmani sufi e pacifici,

la Somalia che ho conosciuto io, prima della devastazione che ha subito ad opera dei signori della guerra (somali, comunque, non è che venissero da Marte), era sunnita.

mostrandole il Corano di mio padre scritto in arabo e tradotto in somalo..

Ehm… La lingua somala è stata costruita a tavolino, elaborando le centinaia di dialetti tribali, intorno alla metà degli anni Settanta del XX secolo – ho avuto la fortuna di conoscere personalmente la persona che ha dato un grandissimo contributo a tutto questo e alla creazione dell’Università Nazionale Somala, la meravigliosa professoressa Daniela Bertocchi Lugarini. Fino a quel momento esistevano solo i dialetti, e come lingue veicolari venivano usati l’inglese a nord e l’italiano a sud, e occasionalmente l’arabo, lingue usate anche per le comunicazioni scritte, dato che, non esistendo una lingua somala, non esisteva ovviamente neppure un somalo scritto. E da quel momento si sono cominciati a redigere in lingua somala documenti, libri scolastici eccetera. Davvero è credibile un corano arabo-somalo con testo a fronte pochissimi anni dopo?

Di quanti Imam e Donne Sapienti ci hanno guidato.

Qualche anno dopo a Padova ho incontrato una mia studentessa, che studiava medicina. Poi torni? le ho chiesto. Scherzi?! mi ha risposto: fare il medico lì, che se in sala operatoria vedo il collega che sbaglia devo lasciargli ammazzare il paziente perché una donna non ha il diritto di dire a un uomo che sta sbagliando?
Sia ben chiaro: non ho il minimo dubbio che ci siano state donne somale potenzialmente capaci di diventare sapienti, ma qualcuno immagina che in una società del genere una donna abbia la possibilità di emergere come tale? C’è comunque il fatto che in un intero anno mai ho sentito parlare di una sola donna sapiente, maiuscola o minuscola che si voglia.

Della fierezza e gentilezza del popolo somalo.

Con le camere di tortura, dove la polizia era in grado di estorcere qualunque confessione, e che tutti trovavano assolutamente giuste.

E infine ho trovato immorale e devastante l’esibizione dell’arrivo di Silvia data in pasto all’opinione pubblica senza alcun pudore o filtro.

Questo sì, e aggiungerei oscena.

In Italia nessun politico al tempo del terrorismo avrebbe agito in tal modo nei confronti degli ostaggi liberati dalle Br o da altre sigle del terrore.
Ti abbraccio fortissimo cara Silvia, il mio cuore e la mia cultura sono a tua disposizione..

Sicura che non ti rifiuterebbe come kafirah con quegli abiti estremamente pudichi ma irrimediabilmente occidentali e quei capelli liberi?

barbara

SPIGOLATURE 6

Ancora una volta parto con un antipastino leggero, anzi due, uno in Italia, dove per fortuna il senso dell’umorismo non è ancora del tutto morto
brioches
e uno in Israele, dove le mascherine sono obbligatorie
mascherina IL
Passiamo al consommé che, come facilmente comprensibile anche da chi non conosca il francese, significa consumato. Resta da decidere chi o che cosa sia il consumato: il signor Arcuri, consumato attore specializzato in ruoli di fotti-popolo italiano? Il popolo italiano consumato fino all’esaurimento da un governo di cialtroni e farabutti? I farmacisti, coi nervi consumati dall’infinita richiesta di mascherine che non sono stati messi in condizione di poter fornire? Le mascherine, consumate in due ore a causa di un esperto incapace di mantenere le promesse? A voi la scelta.

 

E ora, per riprenderci dalla batosta delle mascherine e di tutto il bordello che vi gira intorno, una bella carbonara, ricca, saporita, nutriente, la meravigliosa notizia che ci ripagherà di tutte le sciagure e di tutte le amarezze: dopo tanti “esperti” da strapazzo abbiamo finalmente un’esperta vera, a prova di bomba
greta-covid
(qui l’articolo)

È arrivato il momento del secondo. Ci sarebbe un arrostino, che però si è cucinato un po’ troppo e si è seccato: è un po’ duro da masticare, ma magari, mentre mastichiamo, abbiamo il tempo di riflettere un po’.

“QUELLO CHE SILVIA ROMANO FACEVA IN KENYA NON AVEVA NESSUN IMPATTO SU NESSUNO” – EDWARD LUTTWAK

Da “la Zanzara – Radio24”

“Anni fa una brava persona è morta per salvare una donna andata in Iraq per scrivere male dei soldati italiani in Iraq. Vorrei dire che gli operativi dell’Aise sono operativi sul serio e chiunque critichi queste cose, non deve criticare loro. I loro colleghi di altri servizi sono molto operativi nei film, ma in pratica non sono operativi. Il peggior aspetto di questo è la collaborazione con i servizi turchi, gli agenti di Erdogan e dell’islamismo. Gli italiani avrebbero dovuto sputargli in faccia, a questi del servizio turco. Questa è una cosa terribile”.

Lo dice Edward Luttwak, politologo americano, a La Zanzara su Radio 24. “Queste persone italiane che si auto nominano Ong – dice Luttwak –  e che vanno a mettersi nei guai, non hanno diritto di esigere questi grandi sforzi. Più dei soldi c’è il rischio per il personale, che non sono lì per fare le bambinaie di queste disgraziatissime persone che vanno proprio lì dove c’è il pericolo. Vi assicuro che quello che questa signora faceva in Kenya non aveva nessun impatto su nessuno.

Io vi do una lista di quartieri a Napoli dove c’è un enorme bisogno di lei… invece lei va a fare  un’avventura personale e poi si fa salvare dallo Stato italiano, e poi com’è successo quella volta con quelle due disgraziatissime Simone, il padre diceva che se vogliono poi tornare in Iran, non è che le blocco. Hanno il diritto di farlo. E così ogni volta lo Stato italiano va lì e paga milioni”.

“Queste  Ong – aggiunge Luttwak –  sono ragazze e ragazzi che vanno in giro con Toyota Land Cruiser da 70.000 dollari, parlano a vanvera, non parlano la lingua, non sanno fare sono alcune ong importanti accreditate? La parola ong vuol dire non governativa. Vuol dire cioè che non è sorvegliata da nessuno. Questi sono giovanotti e giovanotte che non hanno una collocazione nella loro società, e sotto il nome di ong vanno a vanvera nel mondo. Ero in Bolivia e nell’Amazzonia boliviana, ho la mia fattoria di mucche. E vedo questi sbandati delle ong che vanno in giro a fare programmi cretini e poi scompaiono. Raccolgono soldi da qualche cretino e poi scompaiono. Sono una piaga”.

Silvia Romano si vuol far chiamare Aisha: “Un po’ di rispetto, Aisha è la moglie di Mohammed. L’ha sposata quando Aisha aveva sei anni, ma nella biografia ufficiale spiegano che non ha consumato fino all’età di nove anni. Quindi è un glorioso nome Aisha. Un orrore?  No, è una cosa bellissima. Adesso sento che questa vuole ritornare lì per farsi catturare di nuovo per essere liberata di nuovo. E magari c’è un genitore in giro, come ha fatto con le due disgraziatissime, che dice se mia figlia vuole ritornare io non è che la blocco.

Se dovremmo impedire a queste persone di tornare lì? No, no, bisogna pubblicare una notizia oggi, in giro per il mondo, che se tu sei un cittadino italiano, che ti chiami ong o non ti chiami ong, Ciro o Giro, tu devi contattare il consolato italiano più vicino, e se il consolato ti avvisa che è pericoloso essere dove sei, se tu non ritorni a casa il consolato italiano non può più tutelarti”.

Molti italiani sono rimasti infastiditi nel vedere la Romano vestita in maniera islamica? Tu sei un razzista del peggior tipo, sei un anti islamico. Lei si chiama Aisha che era la moglie di Mohammed. Che ha sposato a sei anni, consumato a nove. Questa è una parte importante. Io sto citando la biografia ufficiale del mondo religioso islamico. Lui ha detto guarda che non sono un pedofilo perché non ci ho fatto niente fino all’età di nove anni. Ma a me preoccupa solo un fatto, di aver collaborato coi puzzolenti turchi, i peggiori turchi del mondo, ci sono turchi belli e brutti. I più brutti sono quelli del servizio turco”. (qui)

Come ha ricordato qualcuno, lei era lì per intrattenere bambini (e, come ha ricordato Silvana De Mari e come tutti noi possiamo verificare girando per google immagini, farsi i selfie col negretto), perché sicuramente non si sono donne africane capaci di badare a un gruppetto di bambini. E siamo arrivati al dessert, per il quale propongo una bella torta alla panna, ben sostanziosa.

Urgono uomini seri

C’è aria di guerra civile in Italia. Una brutta aria di odio e d’insofferenza. Si sta scavando un fossato incolmabile tra italiani. Riassumo gli ingredienti o le stazioni che portano all’odio radicale. In primis le restrizioni e i divieti anche assurdi hanno lasciato un segno e una scia sul corpo e la mente degli italiani; poi le carenze sanitarie più elementari unite alle clamorose cialtronerie di commissari, ministri e task force; aggiungi la mancanza assoluta di strategia, prevenzione e test per governare il futuro ma tutto è affidato ai cittadini e alle loro limitazioni. Poi la drammatica situazione economica e sociale per famiglie e imprese, le tante aziende che non apriranno, i tanti che non riavranno il lavoro, l’impossibilità di far rinascere esercizi con quelle restrizioni, quei costi e quelle cadute. Intanto una legge libera fior di delinquenti dalle carceri e persino criminali in cella d’isolamento, che non erano a rischio di contagio; proprio mentre venivano inseguiti sulle spiagge come criminali innocui bagnanti, sporadici avventori o isolati corridori. Unisci questo quadro alla vanesia, fanfarona, irritante esibizione del governo, gli show inconcludenti su aiuti che non arrivano mai.

Se a tutto questo unisci vicende dell’assurdo come la liberazione di Silvia Romano, con pagamento ai terroristi per finanziare le loro imprese e le loro armi, il ritorno dell’ostaggio da moglie di uno di loro e credente nella religione dei suoi stessi carcerieri nella versione più feroce e antioccidentale, insieme all’autoincensarsi del governo che sfrutta l’occasione per farsi uno spot e una passerella, col premier e il ministro degli esteri che sgomitano per prendersi la vetrina, il codazzo di media allineati e vescovi inclusi, ti accorgi che la polveriera sta per esplodere. Non c’è più dissenso ma disprezzo, livore.

Su quest’ultimo caso ho letto giudizi sprezzanti che trasudano odio tra due Italie che non si parlano più ma si sputano, si schifano, si disprezzano. Agli uni pare civile, umano e misericordioso gioire per il ritorno a quelle condizioni dell’ostaggio e pare invece bestiale, infame e incivile chi ne mostra il conto, il rischio, la beffa. Agli altri, e ci sono anch’io tra questi, magari con toni e argomenti un po’ diversi, pare assurdo che una prigioniera torni con la divisa dei suoi carcerieri, che vanti il trattamento ricevuto, che ostenti anche nelle vesti il disprezzo per il mondo in cui è tornata e che ha pagato il riscatto e rischiato vite umane per riportarla a casa. Ma poi leggi i commenti dell’altro versante, anche di persone fino a ieri abbastanza equilibrate che provano schifo per chi fa queste elementari considerazioni, per chi ricorda le vittime del terrorismo e le volte che non abbiamo voluto pagare riscatti per non cedere ai terroristi, lasciando morire anche leader nazionali. A vergognarsi, per costoro, dovrebbe essere chi lo denuncia…

Allora ti accorgi che qualcosa si è rotto, il malessere sta facendo saltare i nervi a tutti e ci sono due vulcani pronti a eruttare, l’un contro l’altro armati. C’è un’aria terribile. Lo vedo anche nel mio caso personale, lo riconosco: non riesco più neanche ad ascoltare programmi come quello della “vipera tirolese” o simili, a vedere i tg filogovernativi o ad ascoltare, solo ad ascoltare, la voce del gagà di governo, di gigino, di fofò, della sinistreria assortita. Sono stato spesso all’opposizione, in aperto dissenso, non mi sono mai risparmiato nelle polemiche. Ma non mi era mai capitato di scendere a questi livelli d’insofferenza radicale e vedo che sta capitando anche dall’altro versante. Ed entrambi riteniamo di avere piena ragione.

Ma che ci sta succedendo? Dove ci porterà questo clima se si aggraveranno, come temono in tanti, le condizioni sociali ed economiche del paese e la depressione diffusa muterà in rabbia? Il dissenso verso questo governo ormai va ben oltre la critica e la richiesta di farlo cadere. La gente vorrebbe vederli sparire, mandarli a casa a calci nel sedere, se non in galera, perlomeno nello stesso carcere in cui è stato confinato il popolo italiano oltremisura. Penso alla sventura di un paese che sta attraversando il peggior momento della sua storia repubblicana col peggior governo che potesse capitare. Con più incapaci, cialtroni, quaquaraquà, ignoranti e presuntuosi mai avuti nella sua pur assortita storia.

Come pensate che si possa ricucire questo paese e riportare nella normale vita di una democrazia i dissensi e le divergenze? So che molti di voi sognano una svolta radicale, una sterzata elettorale, un’inversione di marcia. Lo capisco, d’istinto lo dico anch’io. Ma lasciate che vi dica una cosa: siamo arrivati a un punto che non si tratta più di destra e sinistra, di sovranisti e globalisti, di populisti e no. Urge affidare il paese nelle mani di persone serie. Abbiamo un elementare assoluto bisogno di gente seria. Seria, non dico altro. Una parola semplice e complicata. Serietà. Persone consapevoli della loro responsabilità, che non vendono fumo, che spengono gli odii, che mantengono gli impegni assunti, non vogliono raggirare nessuno. Voi direte sì, ma devono essere capaci, competenti, adeguati. Basta che siano seri. Perché una persona seria se capisce di non essere all’altezza non si assume il compito di guidare un paese, e in questo momento poi; e una persona seria nei campi in cui non ha competenza, si affida a persone serie, li investe di serie responsabilità. I buffoni, i mestatori e i dilettanti al potere sono gente priva di serietà.

Noi abbiamo bisogno di gente seria, il coraggio della serietà. Altrimenti quelli “seri” arriveranno da fuori. Poi ragioniamo sul resto, ma è necessario che al più presto si concordi un cambio di guardia per un governo autorevole composto da gente seria. Perché la situazione, come si usa dire, è grave ma non è seria.

MV, La Verità 13 maggio 2020, qui.

Aria da guerra civile. Ed ecco questa scena ripresa a Salerno, dove una donna è stata sorpresa dalle forze dell’ordine senza mascherina, diciamo una grappa ad almeno 50° buttata giù nello stomaco in un’unica sorsata e fatta lì esplodere:

 

Sì, l’esasperazione è ormai arrivata a un punto tale che non si ha neppure più paura delle possibili conseguenze. E non è interessante constatare che se si ribellano decine di persone tutte insieme, quei vigliacchi non hanno il coraggio di fare niente, esattamente come non fanno niente agli africani che spacciano, capaci di scatenarsi solo con il singolo, tanto più impreparato a difendersi quanto più consapevole di non avere commesso alcun illecito, per non parlare di reato? Prendiamone nota, e facciamone buon uso.

barbara

RULA JEBREAL E IL SUO COMMOVENTE MONOLOGO

Le vere donne violate di cui Rula non parlerà mai

di Lorenza Formicola

Succede che Sanremo finisce e che gli abiti sbrilluccicanti, che devono fare scena e rima con le parole da mettere al posto giusto perché nessuno deve sentirsi offeso, ritornano negli armadi. E succede che la protagonista del monologo che la critica ha giudicato da Oscar, Rula Jebreal, finisce di nuovo in prima pagina. Perché si può diventare l’eroina del giusto, del vero, del bello e del puro, per poi un attimo dopo prendere in giro sull’aspetto fisico il maschio bianco, il presidente Trump. Non le sue idee, non le sue parole, ma la sua esteriorità.

La Jebreal con una foto pubblicata su Twitter vorrebbe umiliare il presidente Usa e sbugiardare i capelli incollati alla testa e il colorito sistemato con il trucco. Fermo restando che la foto postata dalla Jebreal non sarebbe neanche l’originale, viene da notare subito due cose: che non c’è niente di più odioso che cercare di screditare qualcuno criticando il suo aspetto fisico e la contraddizione di un gesto che, se avesse avuto come protagonista il trucco e i capelli di una signora, sarebbe diventato la prova della “violenza sulle donne”. Già quella violenza tanto stigmatizzata e che ha commosso il mondo intero – giurano i titoli di giornale -, ma resta avvolta da un bel velo di patinata ipocrisia. Lasciamo perdere, infatti, chi bullizza l’aspetto fisico di Trump o di chi per esso. E, per una volta, invece di parlare di tutti, e quindi di nessuno, andiamo in fondo alla verità dell’argomento.

Chi sa o si ricorda di Rotherham? La cittadina inglese dove per anni almeno 1400 ragazze minorenni sono state aggredite sessualmente, molestate o violentate da gang di maschi islamici.

Per sedici anni i fatti sono stati taciuti da istituzioni negligenti e timorose di essere accusate di “razzismo” o “islamofobia”. Dagli assistenti sociali alla polizia fino ai giudici nessuno ha voluto sfiorare un argomento che avrebbe voluto dire denunciare il barcone del multiculturalismo.

Mohammed Shafiq, a capo di una organizzazione giovanile musulmana, la Ramadhan Foundation, confiderà al Daily Mail che “gli asiatici non tendono ad andare con ragazze delle loro comunità, perché qualcuno potrebbe venire a bussare alla loro porta. Non vogliono padri o fratelli, o leader delle comunità che si scaglino contro di loro”.

Nel 2015, un anno dopo che lo scandalo scoppiasse, la British Muslim Youth in un messaggio su internet ancora ordinava ai giovani musulmani di boicottare le indagini delle forze dell’ordine, magari facendo scoppiare qualche bella rivolta contro gli “islamofobi”. Eppure nessun discorso contro la violenza sulle donne ha mai osato denunciare fatti simili. Che poi non sono accaduti solo a Rotherham, ma anche a Oxford, e poi Bristol, Derby, Rochdale, Telford, Peterborough, Keighley, Halifax, Banbury, Aylesbury, Leeds, Burnley, Blackpool, Middlesbrough, Dewsbury, Carlisle… Sono più di 15 le città di una delle patrie per eccellenza del “multikulti”, il Regno Unito, in cui musulmani di origine pakistana e afghana andavano a caccia di bambine bianche.

“Per gli abusi sessuali si sono serviti di coltelli, mannaie, mazze da baseball, giocattoli sessuali… Gli abusi erano accompagnati da comportamenti umilianti e degradanti  – quanta delicatezza e parsimonia di giudizio! ndr – come mordere, graffiare, urinare, picchiare e ustionare le ragazzine. Le violenze sessuali sono state compiute spesso da gruppi di uomini e, a volte, la tortura è andata avanti per giorni e giorni. […] I luoghi in cui sono state effettuate le violenze spesso erano case private di Oxford. Gli uomini che pagavano per violentare le ragazze non erano sempre di Oxford. Molti venivano, appositamente, anche da Bradford, Leeds, Londra e Slough. Spesso previo appuntamento”, si leggerà in un estratto del rapporto della procura inglese alla fine di uno dei tanti processi degli ultimi anni. Tanti altri sono ancora in corso. E chissà  perché nessuno ne scrive.

“Tutte le donne bianche sono buone solo a una cosa. Per gli uomini come me sono da abusare e utilizzare come spazzatura. Nient’altro”, è un altro degli imputati, uno della gang islamica, a parlare.

Ed è meglio non approfondire i numeri, perché quelli lì sono davvero agghiaccianti.

La stessa Svezia che i media hanno continuato a difendere dagli “attacchi insensati” di Donald Trump; la Svezia dell’Ikea che ci ricorda ogni giorno che, a conti fatti, vale tutto, l’importante è sentirsi se stessi; la Svezia che ancora qualcuno osa portare a modello di integrazione e oasi di pace. Quella Svezia lì, come il Regno Unito, ha visto perpetrare abusi sessuali di massa da immigrati islamici nell’occasione di due affollatissimi festival musicali nazionali.

E sempre a proposito di violenza sulle donne, quanti monologhi sono stati fatti dopo il capodanno di Colonia del 2016? E sulle misure adottate per gli anni successivi? Sarebbe stato bello ascoltare, poi, monologhi sulla solidarietà femminile quando la deputata laburista Sarah Champion è stata costretta alle dimissioni. Perché dopo anni di denunce aveva osato scrivere un editoriale in cui denunciava le bande di pakistani che, a zonzo per il Paese, violentano le ragazzine bianche. Considerazioni troppo disdicevoli per la sinistra inglese. E cosa dire ancora delle oltre mille ragazze cristiane e indù che, ogni anno, vengono rapite, violentate, convertite forzatamente all’islam e costrette a sposare un musulmano molto più grande. Una barbarie che si compie con la complicità delle autorità. Solo qualche giorno fa l’Alta Corte del Sindh ha deciso che il matrimonio di una 14 enne cristiana con un musulmano – malgrado rapimento, violenza e tutto il resto – è da ritenersi valido.

Il Pakistan può continuare tranquillamente a perseguitare i cristiani, a favorire il rapimento e lo stupro delle ragazze cristiane, a uccidere chi chiede di non essere discriminato, tanto nessuno farà mai un monologo o una denuncia come si deve da nessun palco con una certa eco. E nessuno racconterà  delle torturatrici della polizia religiosa istituita dall’Isis a Raqqa. Dove l’organizzazione terroristica aveva istituito una vera gestapo al femminile.

Donne che torturano altre donne e una sola la parola d’ordine: rapire, colpire, torturare e uccidere le infedeli, le donne crociate o semplicemente senza velo. La violenza sulle donne è una cosa seria, ma di quella vera e diffusa nessuno ne parlerà mai, perché troppo brutale per i discorsi che devono piacere a tutti quelli che piacciono. Troppo complessa per l’evanescente ideologia di cui è imbevuta quella approvata dal pensiero unico. (qui)

E non è ancora tutto. Anzi, questo è ancora il meno

RULA JEBREAL HA RACCONTATO UNA MAREA DI BALLE SULLA SUA VITA? NEL 2011 DESCRIVEVA SUO PADRE COME UN EROE, MA PER FARE LA FENOMENA A SANREMO LO HA DESCRITTO COME UN MOSTRO

di Gianluca Baldini (tratto dal web)

Rula Jebreal sul palco di Sanremo ha raccontato di sua madre, morta suicida dopo anni di soprusi subiti dal padre.
Rula lacrime
Bene, in questa intervista recuperata dal webarchive (CLICCA QUI PER IL LINK) raccontava una storia profondamente diversa, dipingendo il padre come un santo che aveva subito le follie di una madre alcolizzata e promiscua e che aveva cercato in ogni modo di salvarla nonostante le sofferenze arrecate e le corna.
Il discorso di Rula è stato scritto da Selvaggia Lucarelli (evidentemente Rula non era in grado di scriverlo da sola), ma l’ha letto lei, avallando quella versione ritoccata.
Raccontando che il padre era uno stupratore e la madre una vittima.
Quale sia la verità lo sa solo lei, ma questo interessante aneddoto mette in evidenza l’ipocrisia, la falsità e l’opportunismo di questa donna, che infanga la memoria dei suoi cari per fare spettacolo.
Quando ho pubblicato la foto della Jebreal con Weinstein
jebreal-weinstein 1
jebreal-weinstein 2
qualcuno tra i miei contatti si era risentito.
Così ho dovuto spiegare che lei è una cara amica di Weinstein, che fu produttore del suo film e amico intimo dell’ex di Rula, nonché regista del medesimo film Julian Schnabel.
A casa di Schnabel si tenevano i festini in cui Weinstein incontrava le sue vittime (questo sostengono un certo numero di accusatrici) e in quella casa Rula ci ha vissuto per anni.
Sarà per questo che nel pieno dello scandalo #metoo si è tenuta a debita distanza dal dibattito social.
C’è altro da aggiungere? (qui)

No, in effetti. Al primo momento qualcosa pensavo di aggiungere, ma mi rendo conto che non ci sono aggettivi adeguati a qualificare questo essere che non solo mi rifiuto di chiamare donna, ma che ho anche qualche difficoltà a considerare umano.

barbara