DAAWA

Come avevo preannunciato qui, pubblico ora un articolo di Yosef Tiles che spiega dettagliatamente che cos’è, come funziona, come si applica la Daawa.

Nella guerra dell’Islam per sottomettere il mondo degli infedeli, l’Islam usa 3 armi di cui 2 allo scoperto 1: Jihad, guerra santa e, in caso sia improponibile, il terrorismo (Irhab). 2: Hijrah, che gli occidentali pensano sia immigrazione mentre gli islamici la interpretano come invasione.
La 3 arma si chiama Daawa: ha diversi significati che tutti insieme vogliono dire: ingannare gli infedeli e sfruttare le loro debolezze per far trionfare l’Islam.
L’origine della Daawa è nel Corano, dove Allah inganna gli infedeli (4:142) (8:30) (86:15/16) (10:21)
Nel Corano si comincia in genere con la cospirazione degli infedeli che cercano di ingannare i mussulmani, ma siccome Allah è il più grande ingannatore (8:30) i mussulmani hanno il diritto/dovere di ritorcere questa arma contro gli altri.
Se Allah inganna gli infedeli lo devono fare tutti i mussulmani!
Quindi immigrano in occidente per distruggere le sue istituzioni dall’interno con l’arma della Daawa.
La base religiosa che sconvolge il codice d’onore arabo deriva dall’Accordo di Khudibia firmato da Maometto con la tribù ebraica dei Quraish della Mecca. Una tregua per 10 anni che nel codice d’onore arabo premaomettano (MURUAH) nessuno si sarebbe sognato di violare. Invece alla prima occasione in cui si sente abbastanza forte, dopo solo 22 mesi, Maometto viola l’accordo e manda i suoi sgherri a massacrare i Quraish uccidendo tutti i maschi, violentando le donne e i bambini, trasformandoli in schiavi sessuali, dopo aver ottenuto una dispensa da Allah. E se questo è legittimo per il profeta di Allah, modello per tutta la razza umana, è ovviamente legittimo per i fedeli mussulmani: firmare un accordo con gli infedeli e violarlo quando lo ritengono opportuno. (pace di Oslo)
Un altro principio fondato da Maometto è la Taqyia: se il mussulmano si trova in un ambiente ostile deve usare la diplomazia dell’inganno con lo scopo di far trionfare l’Islam. Così ottengono un successo incredibile nell’occidente perché gli occidentali, che ignorano questi principi dell’Islam, quando il mussulmano cita un versetto del Corano per dimostrare la natura pacifica dell’Islam, credono che questo versetto esiste proprio con quel significato.
Ci sono tanti siti internet islamici, in diverse lingue, quasi tutti finanziati dai sauditi, che hanno come scopo la diffusione della Daawa. Uno di questi siti in inglese: www.soundvision.com pubblica una guida rivolta agli Imam e ai leader delle comunità islamiche in occidente per insegnare come diffondere la propaganda islamica nel modo più efficace. Il primo campo in cui devono concentrare la propaganda è il campo educativo, specialmente nei campus universitari. Solo negli USA i sauditi finanziano attualmente 67000 studenti sauditi ogni anno, dove devono impegnarsi a far sì che ogni studente infedele del campus frequenti almeno un corso riguardante l’Islam, in cui può apprendere quanto l’Islam sia bello, nobile e pacifico. Nelle scuole dell’obbligo “bisogna”far leggere almeno un versetto del Corano al giorno e far mangiare agli studenti solo cibo Halal. Bisogna far insegnare l’Islam da degli insegnanti infedeli, cristiani ed ebrei, vicini o amici dell’Islam, che possono trasmettere agli studenti il messaggio formidabile dell’Islam.
Bisogna creare in ogni università un centro per la ricerca sull’Islam, o sulla collaborazione tra l’Islam e le altre religioni, i sauditi contribuiscono generosamente alla formazione di questi centri, per convincere gli studenti che l’Islam vuole solo la pace, la solidarietà, che l’Islam è una tolleranza pura, che l’Islam non ha mai perseguitato gli altri, che la Jihad non è ciò che dicono e che i terroristi non sono islamici e non hanno niente a che fare con l’Islam vero. I propagandisti islamici hanno l’ordine di appendere in tutte le facoltà americane un poster di pubblicità all’Islam dove c’è un numero gratuito (800622 ISLAM) a cui qualsiasi studente può telefonare per ricevere le informazioni su quanto l’Islam sia pacifico, umanitario.
I propagandisti devono insistere che in ogni giornale scolastico vengano inseriti articoli sull’Islam,  su Maometto, su tutto il bene che ha portato all’umanità.
In ogni discussione di qualsiasi argomento storico, etico, scientifico, bisogna coinvolgere e diffondere il contributo dell’Islam.
Bisogna far conoscere tutti i vantaggi dell’Islam, per cui quando gli islamici celebrano il Ramadan, devono chiedere il permesso di festeggiare e fare vacanza per tutti gli studenti, non solo gli islamici, e per farli partecipare alla festa convincerli a digiunare almeno un giorno.
Quando gli islamici celebrano il Id El Fitr, (3 giorni), devono coinvolgere anche gli studenti non islamici.
Per il grande pubblico la guida consiglia di far sapere agli infedeli solo quanto l’Islam sia una religione pacifica, gli argomenti scomodi sono da evitare. La guida insegna agli Imam a prendere parte a qualsiasi evento pubblico, a far parte di tutti i partiti, di tutte le istituzioni locali e nazionali e a diventare un rappresentante dell’Islam.
Quando uno di questi mussulmani riesce a farli eleggere o inserirsi in una istituzione, ha il dovere di impegnarsi per inserire altri islamici o altri amici che possono promuovere l’interesse dell’Islam, specialmente in magistratura e negli apparati legislativi.
La guida indica che devono prendere parte a qualsiasi evento o dibattito, specialmente favorire incontri interreligiosi per creare l’idea che l’Islam, al pari dell’ebraismo e del cristianesimo, vuole solo la pace.
I propagandisti islamici hanno l’ordine di creare quante più ONG possibili e poi devono inserirsi nel mondo dei Media, prenderne possesso. (i sauditi hanno comprato una fetta notevole della Fox, che ora non parla mai male di loro).
I propagandisti islamici ricevono indicazione su come comportarsi in qualsiasi dibattito.
Purtroppo i media occidentali hanno il vizio (anche dopo ogni attentato terroristico) di far sentire sempre “le 2 parti”, equiparando così i rappresentanti del terrorismo islamico con quelli delle istituzioni e a quelli delle vittime.
La guida insegna al propagandista islamico ad attaccare il nemico subito dall’inizio del dibattito usando frasi come: “le tue parole sono fuori da qualsiasi contesto”…”tu non capisci / conosci l’Islam e i suoi valori”…”tu non conosci l’arabo”….”questa è una tua interpretazione, personale ed inaccettabile”… “le cose che dici sono puro razzismo e islamofobia”…”la tua interpretazione del Corano è estremamente imprecisa e noi non abbiamo mai sentito cose del genere”…. e per vincere nel dibattito è sempre utile chiudere con una frase d’effetto “la tua è propaganda sionista”…
La guida insegna che mentre il nemico parla devi sorridere in un modo beffardo e poi dopo che vedi la telecamera su di te, devi attaccare il nemico personalmente, costringendolo a difendersi, e in questo modo si toglie il dibattito dal problema di base, costringendo il conduttore a sospendere il dibattito. Ogni sospensione è una vittoria per gli islamici.
La guida prosegue: non rinunciare mai, e devi sempre esprimere la tua verità. Quando porti il tuo nemico in una situazione difensiva, hai già vinto il dibattito.
Una frase da ripetere sempre è che l’Islam è stato scippato da dei terroristi che non sono islamici e non rappresentano mai l’Islam, ma sono infedeli.
Devi insistere tutto il tempo che l’islam è la religione dei poveri e degli oppressi., mentre il cristianesimo è la religione dei ricchi e l’ebraismo è la religione dei parassiti, che si infiltrano dappertutto con l’intento di dominare.
In fin dei conti la daawa è uno strumento islamico per annientare la libertà di espressione in occidente.
L’occidente “si adegua” perché non capisce, si evitano certe espressioni e certi simboli per non irritare gli islamici.
Lo strumento più formidabile per tacitare i “nemici” è citarli in giudizio.
La guida dice chiaramente: ”chiunque offenda l’islam o i mussulmani, chiunque danneggi l’onore dei mussulmani o li attacca deve essere citato in giudizio”.

E nel caso qualcuno ancora non lo avesse fatto, raccomando caldamente la lettura di Eurabia di Bat Ye’or.

barbara

LA JIHAD È APOCALITTICA E VUOLE LA MORTE DI TUTTI GLI EBREI

In medio oriente nessuno vince mai una guerra, siano guerre simmetriche o asimmetriche, mai una vittoria definitiva, assoluta. Sia il Kippur, o lo Shatt el Arab, lo Yemen, la Siria o il Kurdistan. Mai una luce nel tunnel del conflitto tra Israele e Palestina che inizia nel lontano 1920, con la prima rivolta araba contro i sionisti e che vide ancora nel 2003, un inferocito Abu Mazen in una memorabile riunione alla Mukhata mandare a quel paese Yasser Arafat della “Intifada delle Stragi” urlandogli: “Sei l’unico al mondo che non sa vincere una guerra di liberazione!”. Destino gramo che oggi lo stesso Abu Mazen condivide con il defunto rais. La risposta corrente a questa anomalia è banalmente condivisa: tutto ruota attorno alla forzatura dell’impianto di Israele in Palestina, al ritorno dopo 2.000 anni di diaspora del popolo ebraico nel territorio tra il Giordano e il mare, al comprensibile rigetto arabo di un pezzo d’Europa, nel cuore dell’islam. Ma non è così. E’ una risposta falsa. Parziale. Meccanica. La riprova è semplice: non spiega perché ha sempre perso il “partito arabo-palestinese” disposto a chiudere una pace con Israele. Componente che ha avuto i suoi campioni negli anni 20 nel re dell’Iraq Feisal al Hashemi e nel re di Transgiordania Abdullah al Hashemi, compagni d’arme di Lawrence d’Arabia, e successivamente nella potente famiglia palestinese dei Nashashibi, nel premier iracheno Nouri al Said, in re Hussein di Giordania e infine, addirittura, in Anwar el Sadat e Abu Mazen. La ragione vera è spiazzante. Sideralmente estranea alla concezione della politica e quindi della guerra radicata in occidente. In estrema sintesi: l’Apocalisse. E non è uno scherzo. Apocalisse che rende urgente, subito, la costruzione dell’Uomo Nuovo coranico. Utopia condivisa. La peggiore, perché forgiata, per la prima volta nella modernità, nel corpo di una fede millenaria. Un Uomo Nuovo coranico che può maturare solo “con la morte dell’ultimo ebreo”. Di nuovo. E non è un caso. L’Apocalisse di cui la Nakba (la Catastrofe), ovvero la nascita di Israele nel 1948, è stato, appunto, il primo segno: l’Armaggedon, la battaglia nei pressi di Nazareth tra Gog e Magog (e, di nuovo, non è uno scherzo), come sostiene ad abundantiam Hamas e una diffusa pubblicistica araba. Di incombenza dell’Apocalisse, hic et nunc, è intriso il lessico e il messaggio di Osama bin Laden e dei vari salafiti e jihadisti, discepoli di Sayyid Qutb. A essa bisogna rifarsi per comprendere la follia sanguinaria di Abu Bakr al Baghdadi e dei miliziani del suo Califfato dello Stato islamico. Di pulsione verso l’Apocalisse è impregnato tutto lo schema politico di Ruhollah Khomeini che pone la “fede nell’Ultimo Giorno” nel preambolo della sua Costituzione islamica. Ma se questa è la partita, questo lo scenario, se il traguardo è l’Uomo Nuovo, sul corpo straziato e vinto della donna, dell’ebreo, dello Yazidi, e del cristiano, non ci sono mediazioni, compromessi o Westfalia possibili. Al massimo una Hudna, una tregua temporanea al più di 10 anni come prescrive il Canone coranico, prima che il jihad riprenda. Perché deve riprendere. Perché jihad non si traduce con guerra e neanche con guerra santa. Ma con l’ineffabile ciclopico sforzo salvifico per affrontare nella grazia di Allah il Giudizio dell’Ultimo Giorno. Spada alla mano. La stessa dirigenza sionista di Israele ha impiegato quasi 70 anni per prendere atto di avere completamente travisato le motivazioni, la Weltanschauung dell’avversario arabo e palestinese. Convinta, come era per la sua formazione culturale europea, che il problema fosse il possesso della terra. Che il conflitto fosse tra due nazionalismi legittimi. Quindi è stata disposta per ben sei volte, nel 1936, nel 1938, nel 1948, nel 1967, nel 1979 e nel 2001, ad accettare o offrire un compromesso prima agli arabi e poi ai palestinesi, nella formula nota come “Pace contro Territori”. Ma, prima il Gran Mufti alleato di Hitler, che eliminò prima dalla scena palestinese i Nashashibi e mandò a uccidere re Abdullah di Transgiordania, poi Nasser, infine Arafat e oggi Hamas, hanno sempre rifiutato ogni compromesso, mirando solo alla distruzione di Israele. E fu proprio la scelta della leadership israeliana – incredibile se vista con gli occhi di oggi – di appoggiare Hamas per contrastare l’Olp di Arafat, il punto di svolta di Israele, che tardivamente comprese che il conflitto in cui era impegnato da 70 anni era sì intriso di nazionalismo, ma che la sua ricomposizione era impossibile per ragioni teologiche. Millenaristiche. Ragioni che finiscono a impregnare di sé anche la tattica e la strategia militare palestinese e jihadista, a partire dalla recente pratica del martirio – incomprensibile senza un riferimento apocalittico cogente- per arrivare sino alle demenziali scelte militari di Hamas e di jihad islamica di questi giorni. “Appoggiare e favorire Hamas per anni è stato un errore fatale”. Questa frase di Yitzhak Rabin è dunque fondamentale oggi per capire il gorgo tra Israele e Hamas. Nei fatti, per quasi un decennio tre premier, Menachem Begin, Itszaac Shamir e lo stesso Rabin, impregnati di logica politica europea, equivocarono a tal punto la natura e strategia di Hamas che ne favorirono il radicamento in Cisgiordania e a Gaza. La ragione dell’appoggio del governo di Gerusalemme a Hamas era iscritta tutta nella logica degli accordi di Camp David del 1979 tra Menachem Begin e Anwar al Sadat. Ipocritamente dimenticati dalla pubblicistica occidentale, quegli accordi chiudevano l’unica guerra araba condotta da Sadat non con il fine di “distruggere l’entità sionista”, ma di recuperare al territorio nazionale egiziano il Sinai, di definire uno status quo definitivo tra Israele e Egitto e di risolvere la questione palestinese escludendo i “terroristi dell’Olp”. Valutazione comune di Gerusalemme e del Cairo. La road map definita da Sadat e Begin nel 1979 non riguardava soltanto i rapporti tra di due stati, ma anche una soluzione saggia ed equilibrata – tutta “europea” – della questione dei Territori occupati da Israele nel 1967. Il baricentro era semplice e accorto: favorire la formazione di una classe dirigente palestinese attraverso un sempre più marcato esercizio di effettive autonomie amministrative locali suffragate dal voto popolare. Un “nation building” graduale. Obiettivo focale – e di interesse comune per Begin e Sadat – era di contrapporre alla Olp terrorista e sradicata dal territorio, una nuova generazione di rappresentanti palestinesi educati alla amministrazione delle città e dei villaggi. Una soluzione tutta dentro la “logica di Westfalia”, di solido compromesso, fatta fallire nel giro di tre anni dall’irrompere delle forze jihadiste e apocalittiche. In questa prospettiva, i governi israeliani del Likud e del Labour concessero appoggio pieno alle “Village Leagues”, nuove strutture di base palestinesi imperniate sulle moschee in cui egemoni erano i Fratelli musulmani (che daranno vita ad Hamas solo nel 1988). Il principio trainante era favorire il dispiegarsi del loro welfare islamico per un percorso armonico di miglioramento delle condizioni di vita dei Territori, gestito da una prima generazione di leader palestinesi non terroristi eletti a capo di strutture amministrative autonome. Per comprendere questo fraintendimento pieno dei leader israeliani della natura di Hamas, che spiega perché ancora oggi, fuori Israele, molti non mettano bene a fuoco né Hamas, né la questione palestinese, si deve leggere la bellissima orazione funebre che nel 1956 Moshe Dayan dedicò al suo giovane amico Roy Rotenberg, rapito, torturato e ucciso da fedayn palestinesi di Gaza. Parole intrise di omerica pietas, di intima comprensione delle ragioni del nemico “rinchiuso dentro i cancelli di Gaza”, che ancora una volta, inseriscono il conflitto in una drammatica questione di terra, di una patria ambita da due popoli in lotta feroce tra di loro. Questa è stata la percezione che Israele ha avuto sino agli anni Duemila. E questo spiega il “fatale errore” di Begin, Shamir e Rabin nei confronti di Hamas. E che sia essenzialmente una tragica questione di terra è quanto credono tutt’oggi coloro (e penso agli amici Adriano Sofri e Gad Lerner) che non riescono a comprendere quello che Israele, seppure in ritardo, ha compreso. Ma non è così. Non è soltanto questo. E’ altro. E terribile. Un orrore che emerse alla luce proprio quando Anwar al Sadat nel 1981 pagò con la vita per avere abbandonato il rifiuto apocalittico di Israele e cercato il compromesso per l’Egitto e per il popolo palestinese. Quell’attentato, in cui fu coinvolto Ayman al Zawahiri, segnò l’inizio di al Qaida. Fu il punto di svolta mai ricordato in Europa e nemmeno dai tanti Amos Oz, Yehoshua e Grossman – le coscienze infelici di Israele – in cui fallì una straordinaria occasione di pace tra arabi ed ebrei che aveva però il torto di essere sottoscritta dalla destra nazionalista israeliana di Begin e dal “faraone” Sadat. Il dramma, di cui oggi paghiamo tutti le conseguenze, è che quell’attentato e l’abbandono della logica europea di compromesso definita da Begin e Sadat, fu favorito da complici insospettabili. In primis la Lega araba che espulse l’Egitto per tradimento, ispirata da un Arafat che applaudì la morte del traditore Sadat. Ma una colpa enorme ebbe anche l’Europa che nel settembre del 1980, presidente il premier italiano Francesco Cossiga, con la dichiarazione di Venezia ruppe con gli Stati Uniti e con Israele e riconobbe di fatto l’Olp e Arafat come legittimi rappresentanti della Palestina. Il Vecchio continente era affamato di petrolio (balzato a 100 dollari a causa della rivoluzione di Khomeini del 1979) e barattò il suo appoggio ad Arafat con la sua implicita opposizione al piano di pace Begin-Sadat. Scelta infausta che impose definitivamente la demenziale leadership di Arafat sulla questione palestinese con conseguenze devastanti: incluso il suo tentativo di impadronirsi del controllo del Libano nel 1982 e il suo appoggio all’annessione del Kuwait tentata da Saddam Hussein nel 1990. Il “rifiuto arabo di Israele” (con buona pace di Maxime Rodinson e Sergio Romano) è in realtà irrisolvibile, dal lato palestinese, essenzialmente a causa di un apriori teologico e apocalittico, incarnato già dal Gran Mufti (ma da lui non strutturato, a causa della sua crassa ignoranza) perfettamente enucleati dallo Statuto di Hamas: “Hamas crede che la terra di Palestina sia un sacro deposito (waqf), terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa. Nessuno Stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel loro insieme, nessun re o presidente, né tutti i re e presidenti messi insieme, nessuna organizzazione, né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di essa, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del giudizio. Chi, dopo tutto, potrebbe arrogarsi il diritto di agire per conto di tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio? Questa è la regola nella sharia, e la stessa regola si applica a ogni terra che i musulmani abbiano conquistato con la forza, perché al tempo della conquista i musulmani la hanno consacrata per tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio”. “Dobbiamo instillare nelle menti di generazioni di musulmani l’idea che la causa palestinese è una causa religiosa, e deve essere affrontata su queste basi. La Palestina include santuari islamici come la moschea di al Aqsa, che è collegata alla Santa Moschea della Mecca da un legame che rimarrà inseparabile fino a quando i Cieli e la Terra non passeranno, dal viaggio del Messaggero di Allah fino alla stessa moschea di al Aqsa, e alla sua ascensione da essa”. In questa concezione apocalittica, netta e inequivocabile è la posizione e il destino degli ebrei – non degli israeliani! degli ebrei – secondo un hadith riportato da al Bukhari el Muslim, i più autorevoli raccoglitori dei “Detti” del Profeta non contenuti nel Corano, baricentro dello Statuto di Hamas: “Il Profeta dichiarò: ‘L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo; ma l’albero di Gharqad non lo dirà, perché è l’albero degli ebrei’”. Scritto dallo sheik Yassin nel 1988 questo Statuto è tanto noto, quanto considerato poco più che folclore macabro da dotti analisti e dalle cancellerie europee. Un pleonasma retorico. Sorte non dissimile da quella che ebbe il “Mein Kampf” nel 1938 di Monaco. Questo dettato apocalittico è invece la radice vera e insuperabile del rifiuto arabo di Israele, che si manifestò in nuce – ma nemmeno i sionisti la compresero – sin dal 1920, con la leadership del Gran Mufti di Gerusalemme. In piena, totale sintonia apocalittica col suo prezioso e ammirato alleato, quell’Adolf Hitler che lo ospitò a Berlino, non per comune convenienza strategica anti inglese, come sostiene Sergio Romano, ma per “la profonda condivisione delle nostre prospettive e strategie, inclusa la soluzione del problema ebraico”, come declamò lo stesso Gran Mufti. Solo se si guarda a questo nodo non negoziabile e teologico, si comprende la follia di una posizione araba che ha sempre rifiutato ogni spartizione binazionale del mandato britannico sulla Palestina, dalla Commissione Peel, al Libro Bianco, alla risoluzione Onu del 1947. Solo se si legge lo Statuto di Hamas si comprende l’apparente mistero della sciagurata leadership di Yasser Arafat che univa nella sua stessa persona – con genialità maligna – l’ispirazione nazionalista e la disponibilità al compromesso sulla terra che oggi è incarnata da Abu Mazen, con il rifiuto massimalistico e teologico di Hamas. Sino alla follia del rifiuto degli accordi di Taba del gennaio 2001 con i quali Ehud Barak premier gli riconsegnava il 95 per cento dei Territori. Infine, ma non per ultimo, solo se si intende la pregnanza di un mandato apocalittico pregnante – qui e ora – si comprende la perversa santificazione araba del martirio, così come la ferocia dell’unico movimento di liberazione al mondo che nasconde le proprie batterie di missili dentro o accanto a moschee, scuole e ospedali. Una verità così complessa, contorta e inquietante che lo stesso Israele ha faticato a metterla a fuoco. Non prima della Intifada delle Stragi iniziata nel 2001. Ma sbaglia chi pensa che tutto questo riguardi solo lo specifico della Palestina, di Gaza e di Hamas. In realtà, i 4-5 milioni di musulmani uccisi da musulmani negli ultimi 50 anni – un numero di vittime comparabile con la Prima guerra mondiale – sono vittime di un meccanismo similare. Lo sono le migliaia di sciiti massacrati dai sunniti in Iraq, Pakistan e Afghanistan, e viceversa. Così come lo sono le 18 mila vittime degli ultimi tre anni di attentati di kamikaze. Tutti musulmani uccisi da musulmani. Con le due fasi della decolonizzazione (la prima, dai turchi, iniziata nel 1918, la seconda dagli europei, consolidata negli anni 50), si è dimostrato che ogni conflitto in terra d’islam non può essere ricomposto in un alveo politico, secondo lo schema di Westfalia. A partire dai massacri di centinaia di migliaia di morti innescati dalla divisione dell’India e del Pakistan del 1948, per arrivare – per via breve – sino ai Boko Haram e alle stragi di cristiani e Yazidi dei miliziani del Califfato di Mosul di oggi, si è verificato che le tante, ovvie, comuni, tensioni razziali, etniche, tribali o religiose che coinvolgono i popoli musulmani, vengono prima enfatizzate, poi cronicizzate dalla concezione islamista della storia così ben sintetizzata nello Statuto di Hamas. Ogni guerra per la “terra” diventa guerra per la “vera fede” e per il suo trionfo nell’Ultimo Giorno. Nel nome di una Apocalisse non più solo immanente, ma imminente. Domani…
Carlo Panella (Il Foglio, 12 agosto 2014)

Non siamo in molti ad avere capito che il problema non è territoriale e che la cessione di territori, lungi dal risolverlo, non fa altro che aggravarlo. E in meno ancora ad avere il coraggio di dirlo. Ben venga dunque questa splendida analisi di Carlo Panella, anche se dubito che chi ha deciso di tenere ben serrati gli occhi possa essere indotto ad aprirli: la speranza, dopotutto, è l’ultima a morire (l’ultima. Ma poi alla fine tocca veder morire anche lei, mi sa).

barbara

TROFEO DI GUERRA

trofeo
Quello che Khaled Sharrouf e suo figlio brandiscono fieramente – il bambino con entrambe le mani, perché evidentemente troppo piccolo per riuscirci con una sola – è un trofeo di guerra: una testa mozzata. Qui qualche altro dettaglio (se qualcuno conta sulle prossime generazioni perché le cose vadano meglio, se lo scordi).

barbara

BERGOGLIO BUGGERATO (e gli sta bene)

Vittoria islamica in Vaticano: il papa è caduto in una trappola nella sua preghiera inter-religiosa

Il jihad declamato nei giardini del Vaticano

Invitato in Vaticano a pregare per la pace, il rappresentante musulmano non ha potuto fare a meno di aggiungere un versetto che invita alla guerra. Letto sul blog d’Yves Daoudal:
“Bernard Antony è stato il primo francofono a notarlo e a commentarlo, ed è ancora l’unico nel momento in cui lo scrivo. Era stato messo in guardia da una musulmana convertita, stupefatta di sentire il rappresentante musulmano, nei giardini del Vaticano, durante la preghiera per la pace, recitare (ovviamente in arabo) le ultime parole della seconda sura: “Tu sei la nostra guida, concedici la vittoria sui popoli infedeli”.
La seconda sura, la più lunga, è una specie di riassunto pot pourri del Corano e della sharia. È molto condiscendente verso il jihad, ma è soprattutto antiebraica e anti cristiana. È in questa sura che si trova scritto (versetto 191): “ed uccideteli ovunque li incontriate (…) l’associazione è più grave dell’omicidio (…) e combatteteli finché non ci sia più associazione e la religione sia solo per Allah. (L’associazione è la Trinità).
Uno scrittore egiziano – tedesco, Hamed Abdel-Samad, anch’egli stupefatto di ascoltare queste parole, ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Nei giardini del Vaticano il chierico musulmano conclude la sua preghiera col versetto: “Che Allah ci aiuti a riportare la vittoria sugli infedeli. Io chiamo questa una preghiera per la pace!”
(…) È inutile chiedersi chi ha lasciato passare questo appello alla vittoria sui popoli kafir (o kufar). Il testo delle preghiere era stato pubblicato in molte lingue, e naturalmente questo versetto non c’era. È il rappresentante musulmano che, all’ultimo momento, ha aggiunto ciò che doveva aggiungere per essere un buon musulmano…”

(Observatoire de l’islamisation, 13 giugno 2014 . trad. Emanuel Segre Amar, in “Notizie su Israele”)

E dunque il rapimento dei tre ragazzi israeliani può vantarsi di godere della santa benedizione del papa.
Sul rapimento, comunque, continuo a pensare quello che pensavo all’epoca del rapimento di Gilad Shalit: queste situazioni non si risolvono con cartelloni e appelli e preghiere, bensì con un semplicissimo ultimatum: o entro 24 ore ci restituite i ragazzi VIVI e in buone condizioni, o entriamo con tutto (TUTTO) l’esercito e facciamo terra bruciata. E vedete di non dimenticarvi che abbiamo anche Dimona. Fine del comunicato.

barbara

L’ISLAM IN EUROPA

Il prestigioso giornalista israeliano di Canale 10, Tzvi Yejezkeli ha preparato una serie di 4 puntate sulle comunità arabe musulmane in Europa. Yejezkeli proviene da una famiglia di ebrei iracheni, è specialista del mondo arabo e, attualmente, analista per conto di vari mezzi di comunicazione.
Hatzad Hasheni (La faccia della verità) è un progetto di diplomazia pubblica fondato da Macabi CLAM nel 2010. Attualmente il programma è in atto in 18 Paesi, con migliaia di persone di lingua spagnola e portoghese. Hatzad Hasheni vi offre questo importante materiale giornalistico (traduzione dallo spagnolo mia)

E infatti

barbara