LA GUERRA È PACE, LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ, L’IGNORANZA È FORZA

E il razzismo più becero è antirazzismo.

L’America in rivolta perché a scuola i Dem dividono i bambini in base alla razza

L’America è in rivolta per la “teoria critica della razza” nelle scuole pubbliche. Una oscura ideologia accademica formulata negli anni Settanta, spiega il Wall Street Journal, è oggi al centro del dibattito politico. I legislatori della California e dei distretti scolastici di Washington e dell’Oregon l’hanno introdotta nel curriculum; i legislatori del Texas, dell’Idaho, dell’Oklahoma e, più recentemente, della Florida, hanno vietato agli insegnanti di promuovere in classe la teoria critica della razza. 
Cosa sia lo spiega su Usa Today il ricercatore che segue questo filone da un anno, Christopher Rufo del Manhattan Institute. “La teoria della razza critica è una disciplina accademica che afferma che gli Stati Uniti sono stati fondati sul razzismo, sull’oppressione e sulla supremazia bianca e che queste forze sono ancora alla radice della nostra società. Riformula la vecchia dialettica marxista di oppressore e oppresso, sostituendo le categorie di classe di borghesia e proletariato con le categorie di bianco e nero. Ma la conclusione fondamentale è la stessa: per liberare l’uomo, la società deve essere trasformata attraverso la rivoluzione morale, economica e politica”. 
Una forma di “marxismo basato sulla razza”, scrive Rufo, che fa molti esempi della sua penetrazione. A Cupertino, in California, una scuola ha costretto i ragazzi di terza elementare a decostruire le loro identità razziali e sessuali e classificarsi in base al loro “potere e privilegio”. A Springfield, nel Missouri, una scuola media ha costretto gli insegnanti a collocarsi su una “matrice di oppressione”. “Maschi, cristiani, etero di lingua inglese sono i più grandi oppressori”. A Filadelfia, una scuola ha costretto gli alunni di quinta elementare a celebrare il Black Communism e simulare un raduno del Black Power. A New York, un preside di una scuola pubblica ha inviato ai genitori materiale sostenendo la completa “abolizione dei bianchi”. A Portland, in Oregon, gli studenti sono istruiti sulla giustizia razziale in termini di “rivoluzione e/o resistenza”. In pratica, scrive Rufo, la teoria critica della razza nelle scuole è una forma di razzismo approvato dallo stato. 
La Stanford University ha obbligato i dipendenti a partecipare a “gruppi di affinità” basati sulla razza per riflettere sui propri pregiudizi. Due ebrei hanno denunciato la Commissione sulle pari opportunità per essere stati costretti a partecipare al gruppo dei bianchi, i quali hanno dovuto discutere il loro “privilegio razziale in quanto bianchi” e le “responsabilità dei bianchi”. Rufo ha anche diffuso i documenti relativi alle “sessioni di formazione” imposti dalla città di Seattle: dipendenti comunali e comuni cittadini vengono invitati a elaborare i loro white feelings, sentimenti di “tristezza, vergogna, paralisi, confusione, negazione”. 
“Se insegniamo che in qualche modo la fondazione degli Stati Uniti d’America era in qualche modo imperfetta, era corrotta, era razzista, è davvero pericoloso”, ha detto l’ex segretario di Stato Mike Pompeo a “The Cats Roundtable”. “Colpisce le… fondamenta stesse del nostro Paese. Si chiama teoria critica della razza, ma alla fine stanno attaccando le intese centrali che abbiamo condiviso insieme per 245 anni e tentano di dividere il Paese”. “Non dovrebbe essere difficile capire che risolvere il vecchio razzismo con un nuovo razzismo produrrà solo più razzismo” scrive anche Bret Stephens sul New York Times
Ma voci di rivolta contro questa ideologia arrivano anche dal mondo afroamericano. “I democratici lavorano notte e giorno per mantenere in buona salute l’ideologia della razza”. Lo scrive Barrington Martin II su Newsweek, che definisce la teoria critica della razza “un enorme business e fornisce un importante capitale politico ai democratici che desiderano far credere ai neri americani che il razzismo è onnipresente”. È in nome della teoria critica della razza che “stanno indottrinando questa generazione, invitando i nostri figli a guardarsi per il colore della pelle”. 
E non se ne esce. Come dice il ricercatore James Lindsay, uno dei principali critici di questa teoria: “Noti la razza? E’ perché sei razzista. Non la noti? E’ perché sei privilegiato, quindi razzista”. Nel dubbio non resta che inginocchiarsi.
Giulio Meotti

Sapevamo con certezza che con Biden, ossia il quadrumvirato (anche se in realtà sarebbe un triginato + un monovirato) Obama-Harris-Pelosi-Clinton alla Casa Bianca sarebbe iniziato un disastro planetario, sia per la pace mondiale che per la pace sociale interna, ma difficilmente si poteva immaginare che il disastro sarebbe stato di proporzioni così immani e di così rapida attuazione. Chi è credente preghi, chi non lo è si inventi qualche scongiuro o formula magica, perché il prossimo futuro lo vedo proprio nero nero, e non so se e fino a che punto sarà reversibile.

barbara

TORNIAMO UN MOMENTO IN AMERICA

Con le ultime di cronaca (anzi, le penultime: le ultime arriveranno domani).

Il verdetto di Derek Chauvin sigilla il patto del diavolo tra l’America e BLM

I radicali vogliono usare il processo nello stesso modo in cui hanno usato la morte di George Floyd.

Questo articolo è adattato dal commento di apertura di Tucker Carlson dell’edizione del 21 Aprile 2021 di “Tucker Carlson Tonight”.

L’ex ufficiale di polizia Derek Chauvin è stato condannato martedì per tutti i capi d’accusa. Il processo è andato avanti per più di un mese. A volte, la testimonianza è stata complessa e tecnica. Ma al centro del caso, c’era sempre solo un pezzo di prova rilevante: la videocassetta della morte di George Floyd in una strada di Minneapolis lo scorso maggio.
Se non avete visto il nastro di recente, rimane scioccante come il giorno in cui è stato girato. Guardatelo, e potrete vedere che George Floyd sa in qualche modo che sta per morire, e alla fine, lo fa. È sconvolgente. Milioni di americani l’hanno visto e sono rimasti inorriditi. Molti hanno deciso mentre lo guardavano che l’agente Chauvin deve aver commesso un atto di brutalità criminale.
Quindi non è davvero sorprendente che la giuria abbia concluso la stessa cosa. Le immagini di quel nastro sembravano raccontare tutta la storia. Infatti, anche se nessuno fuori dall’aula avesse visto quel nastro, è possibile che Derek Chauvin sarebbe stato comunque condannato. Il nastro è così potente. È assolutamente possibile.
Sfortunatamente, non lo sappiamo. Possiamo solo specularci sopra, perché alla fine non è quello che è successo realmente. Il video di George Floyd ha fatto il giro del mondo. È diventato il fulcro di un nuovo movimento politico. Gli attori politici sfruttarono l’emozione per quel video e la morte di Floyd per controllare il paese e cambiarlo per sempre. E poi, e questa è la chiave, nell’ultimo mese, alcune di queste stesse persone sono andate oltre. 
Hanno lavorato per cambiare il risultato del processo di Derek Chauvin. Questa è l’unica cosa che non possiamo mai permettere, indipendentemente da come ci sentiamo su un caso specifico. I paesi civilizzati hanno sistemi di giustizia imparziali. Questo è il loro segno distintivo. È ciò che separa i paesi in cui vorresti vivere da quelli che non vorresti nemmeno visitare. I paesi civilizzati richiedono, soprattutto, che ogni cittadino sia tenuto allo stesso standard di legge di ogni altro cittadino – e questo vale indipendentemente da quanto popolare o impopolare possa essere un particolare imputato. Si applica a prescindere dal presunto crimine. I paesi civilizzati non tollerano l’intimidazione della giuria. Se la vedi, la fermi. Non permettono alla minaccia di violenza di influenzare l’esito di un processomai. In nessuna circostanza. Sarebbe l’opposto della giustizia. Sarebbe la legge della folla.
L’America si sforzava di essere così. Eppure, proprio martedì, abbiamo visto il presidente degli Stati Uniti dare il suo sostegno all’accusa di Chauvin anche quando la giuria di Minneapolis stava ancora deliberando sul caso.
Abbiamo visto uno dei più potenti membri del Congresso dire a un gruppo di persone arrabbiate che avrebbero dovuto agire con violenza se la giuria avesse osato assolvere. Abbiamo visto la città di Minneapolis riconoscere la responsabilità per la morte di George Floyd proprio nel mezzo del processo, prima che l’avvocato di Chauvin potesse persino riassumere il suo caso.
Più inquietante di tutto, abbiamo visto dei teppisti minacciare di morte un testimone della difesa – spargendo sangue sulla porta di quella che pensavano fosse la sua casa – e poi farla franca. Nessuna autorità sembrava particolarmente interessata a catturarli.

Sono stati atti terrificanti. Non importa se pensate che Derek Chauvin sia colpevole e meriti quello che ha avuto. Non importa per chi avete votato. Non importa cosa pensiate di qualsiasi altra cosa. Vedere le folle che cercano di influenzare questo processo dovrebbe scioccarvi e inorridire almeno quanto il video di George Floyd. Questo è un paese che si muove all’indietro, e ad alta velocità [ossia a quando venivano minacciati (e se del caso attuati) sfracelli se qualcuno avesse osato spendere una parola a favore del negro accusato – o anche solo sospettato – non importa se a ragione o a torto, di avere violentato una ragazza bianca. E tutti noi siamo convinti che fossero tempi orribili; come mai qualcuno trova che la stessa identica cosa, a parti invertite, sia invece sacrosanta?]. Ma la cosa strana è che la maggior parte delle persone non sembra né scioccata né turbata da tutto questo. Sembravano sollevati dal verdetto. Avevano, naturalmente, visto gli edifici distrutti. Hanno visto le truppe per le strade. Avevano capito molto bene cosa avrebbe significato un’assoluzione. Credevano che una condanna, giustificata o no, avrebbe comprato la pace nel paese.
Molte persone lo pensavano, e non solo i cinici. La maggior parte della gente, compresi molti Repubblicani, lo diceva. Se avessimo obbedito a Maxine Waters e ignorato il sangue di maiale, si sperava che il caos sarebbe finito. E si poteva capire perché si sentivano così. Dopo 11 mesi di violenza e intimidazione per lo più incontrollata da parte di BLM, gli americani hanno deciso di pagare il riscatto. Hanno inteso Derek Chauvin come un sacrificio per i peccati di una nazione. In televisione, ci hanno detto che questo era il caso, e nei termini più chiari. L’America è sotto processo, ci hanno detto. Non è solo Chauvin, un poliziotto di Minneapolis alla sbarra. Siamo tutti noi – la nostra storia, la nostra cultura, il nostro sistema.
L’abbiamo interiorizzato e l’abbiamo assecondato. Ma siamo stati sciocchi ad assecondarlo. Un paese saggio si regge sui suoi principi. Affronta le folle urlanti. Non obbedisce alle folle perché le folle non sono mai sazie. Non importa quali richieste tu esegua, loro chiederanno sempre di più. E ora infatti chiedono di più, non a caso. Ecco le due persone più potenti degli Stati Uniti reagire al verdetto. Tenete a mente che nessuno ha mai dimostrato che la razza o il colore della pelle abbia giocato un ruolo nella morte di George Floyd. Se avete guardato il processo, lo sapete. Ma queste persone non hanno guardato il processo. Non sono interessati ai dettagli. Il loro piano è di usare il processo come hanno usato George Floyd.

Kamala Harris“Una misura di giustizia non è la stessa cosa di una giustizia uguale. Questo verdetto ci porta un passo avanti e il fatto è che abbiamo ancora del lavoro da fare. Dobbiamo ancora riformare il sistema.”

Joe Biden“Nessuno dovrebbe essere al di sopra della legge. E il verdetto di oggi manda questo messaggio. Ma non è abbastanza. Non possiamo fermarci qui.”

Ma non è abbastanzaNon possiamo fermarci qui“. “Dobbiamo riformare il sistema“. Non dicono come, ma il loro intento è evidente. Fanno sul serio.
Così si scopre che la condanna di Derek Chauvin non è stata la fine della rivoluzione. Non è stata la fine di ciò che abbiamo visto nell’ultimo anno dalla morte di George Floyd. Era solo l’inizio della rivoluzione. Il procuratore generale ha annunciato che l’indagine sulla morte di George Floyd – supervisionata, presumibilmente, dalla razzista dichiarata Kristen Clarke della Divisione dei Diritti Civili – è “in corso”. In corso? Non abbiamo appena avuto un processo di un mese che ha presentato tutte le prove? Sì, l’abbiamo fatto. Ma ancora una volta, quello era solo l’inizio.
Quindi cosa possiamo aspettarci dopo? Difficile saperlo esattamente, ma ci sono dei segnali. Gli attivisti di BLM, per esempio, hanno celebrato il verdetto su Chauvin a New YorkGeorge Floyd è morto a 1.200 miglia da New York, in una regione completamente diversa. Presumibilmente, non conoscevano Floyd. Probabilmente non hanno assistito al processo. Ma per gente come questa, la giustizia per George Floyd non è il punto. Il punto è un conflitto etnico senza fine.

manifestanti hanno urlato “Stay the f— out of New York“, “Non vi vogliamo qui”, “Non vogliamo i vostri c—o di soldi” e “Non vogliamo le vostre c—o taqerias di proprietà di c—ni di uomini bianchi!” fuori da un ristorante di Brooklyn.
Le persone con il colore della pelle sbagliato ora devono lasciare New York City. Non possono possedere ristoranti. Questo è quello che hanno appena detto. Tutti fanno finta di non notare che l’hanno detto, ma l’hanno fatto. Il punto è che la gente non parlava così in pubblico e quando lo faceva veniva come minimo rimproverata. Non si può avere una nazione multietnica unita se la gente urla cose del genere per strada senza che nessuno sia in disaccordo con loro. Allora perché lo stanno facendo ora? Lo stanno facendo per una semplice ragione: ottiene risultati. Il radicalismo funziona. La violenza funziona. Questa è la lezione. Abbiamo insegnato alla folla questa lezione. E almeno un attivista del BLM è disposto a dirlo ad alta voce:
L’attivista BLM Hawk Newsome: “È stato un misto di protesta violenta e non violenta che ha portato a questo risultato. Questa è la linea di fondo. L’America non ci ascolta quando marciamo pacificamente. Non sto dicendo che la gente tornerà in strada, ma l’America deve sapere che se continuate a permettere che ci uccidano per strada senza giustizia, noi scateneremo l’inferno in America.”

È così semplice: le proteste violente ottengono risultati. Questa è una minaccia, ovviamente. Ma è anche, purtroppo, vero. I disordini funzionano. Quando si bruciano le città, si ottiene ciò che si vuole. Ti arricchisci con le elargizioni delle aziende. Ottieni i verdetti della giuria che hai richiesto. I rivoltosi lo sanno molto bene, anche se il resto di noi non lo ammette. Permettendo di dare fuoco ai Wendy’s, di saccheggiare Macy’s e di distruggere le stazioni di polizia, noi altri abbiamo rinunciato al nostro potere di cittadini e lo abbiamo consegnato alle persone più violente, irragionevoli e meno produttive del paese. Perché dovremmo fare una cosa del genere? Forse gli storici saranno in grado di spiegarlo. Nel frattempo preparatevi per la prossima fase. Ma, ancora una volta, non illudetevi. La condanna di Derek Chauvin non ha regolato i conti. Ha semplicemente aumentato il debito.
Il razzista accademico del Partito Democratico, Henry Rogers – ora noto come Ibram X. Kendi – ci ha fatto sapere che Derek Chauvin era solo l’inizio. La trasformazione nazionale è in arrivo.
Ibram X. Kendi“E adesso? Chauvin è diretto in prigione, ma l’America è diretta verso la giustizia? La giustizia sta condannando un poliziotto o l’America? È facile dare la colpa a singoli agenti come Derek Chauvin, ma il problema è strutturale. Il problema è storico… La giustizia ha condannato l’America. Ora dobbiamo mettere solo il tempo per trasformare questa nazione.”

[lo so che non sta bene, ma… sarà poco brutto?]

Quindi, siamo stati tutti condannati per omicidio. E a proposito, non potete incolpare Ibram X. Kendi. Quel tipo ha ricevuto molti milioni di dollari dai nostri capitani d’impresa. È stato incubato all’interno dell’accademia. Forse stai pagando la retta per contribuire al suo stipendio. Perché lo stai facendo? Perché il resto di noi lo fa mentre lui chiede di punirci per un omicidio che non abbiamo commesso?
Quindi questa trasformazione che Ibram X. Kendi chiede, come sarà esattamente? Qual è la forma di questa riforma che verrà? Bree Newsome ha alcune idee. Newsome è una delle più famose attiviste BLM del paese. Mercoledì mattina, ha annunciato che d’ora in poi gli agenti di polizia non dovrebbero essere autorizzati a interrompere le faide con i coltelli.

“Gli adolescenti hanno fatto risse, comprese quelle con i coltelli, per secoli. Non abbiamo bisogno che la polizia affronti queste situazioni presentandosi sulla scena e usando un’arma contro qualcuno degli adolescenti.”

“Tutti dovrebbero essere spaventati dal fatto che l’élite [bianca] al potere abbia fatto un lavoro così ben riuscito non solo per disconnetterci dai mezzi di autosufficienza di base, ma anche per convincerci che abbiamo bisogno di ufficiali [bianchi] armati per gestire i nostri figli e le comunità”

ha scritto su Twitter.
Potete girare gli occhi dall’altra parte, a Ibram X. Kendi, o al presidente e alla vicepresidente, o a Bree Newsome e a persone come lei, ma state pur certi che l’amministrazione Biden non lo farà. Prende ogni parola molto seriamente. E ciò significa che il vostro quartiere potrebbe presto vedere riforme come questa. Cosa succederà allora?
Beh, se vivete in un quartiere benestante, starete assolutamente bene, perché assumerete la sicurezza privata. E ci saranno molti poliziotti americani desiderosi di diventare guardie di sicurezza private perché pagano meglio e non devono ascoltare Ibram X. Kendi. Ma per tutti gli altri, cosa succederà?
Bene, ecco alcuni dati, e vengono da, tra tutti i posti, il sito web Vox, che cita il seguente studio:

“Dal 2014 al 2019, [un ricercatore] ha monitorato più di 1.600 proteste BLM in tutto il paese, in gran parte nelle grandi città, con quasi 350.000 manifestanti“. Il risultato è stato che ci sono state “circa 300 sparatorie mortali per mano della polizia in meno nei luoghi del censimento che hanno visto le proteste di BLM“.

OK, ma ecco il costo di tutto questo: “[Lo studio] indica anche che queste proteste sono correlate con un aumento del 10[%] degli omicidi nelle aree che hanno visto le proteste del BLM. Ciò significa che dal 2014 al 2019, ci sono stati da qualche parte tra 1.000 e 6.000 omicidi in più di quanto ci si sarebbe aspettato se i luoghi con le proteste avessero avuto la stessa tendenza dei luoghi che non hanno avuto proteste”.

Ascoltare la matematica? Grazie a BLM, dice questo ricercatore, la polizia ha sparato a circa 300 sospetti in meno. In cambio, ci sono stati fino a 6.000 nuovi omicidi, molti di innocenti e bambini. Questo è il patto che abbiamo fatto, ed abbiamo appena raddoppiato. (qui)

FoxNews.com

Fischia il vento e infuria la bufera,
scarpe rotte e pur bisogna andar
a conquistare la rossa primavera
dove sorge il sol dell’avvenir.

E se tutti gli altri resteranno travolti dalla bufera, poco importa: quello che conta è il trionfo dell’idea, no?

barbara

CHI BEN COMINCIA È A METÀ DELL’OPERA

Poi il titolo ve lo spiego dopo.

Biden Hiden riscrive la storia sul Coronavirus mentendo pubblicamente agli americani nel suo primo discorso alla nazione

Joe Biden parla della pandemia di COVID-19 durante un discorso in prima serata dalla East Room della Casa Bianca, giovedì 11 marzo 2021, a Washington, D.C.
Nel suo primo discorso alla nazione in prima serata, Biden Hiden ha parlato del Coronavirus e di come è stata gestita la pandemia, criticando pesantemente quanto fatto dall’Amministrazione di Donald Trump, ma finendo per mentire spudoratamente, come evidenziato dal The Washington Times in suo articolo, di cui riportiamo la traduzione integrale.

Biden reinventa la storia, le bugie nel primo discorso in prima serata

“Un anno fa, siamo stati colpiti da un virus che è stato accolto con il silenzio e si è diffuso senza controllo. Negazionismi per giorni, settimane, poi mesi, che hanno portato a causare ancora più morti”, ha detto il Joe Biden nel suo primo discorso alla nazione giovedì sera.
Menzogne palesi.
Già il 6 gennaio del 2020, il Centers for Disease Control and Prevention (CDC), sotto la guida dell’allora presidente Trump, ha emesso un avvertimento sui viaggi per Wuhan, in Cina, a causa della diffusione del Coronavirus.
Il 20 gennaio, il giorno in cui i cinesi hanno finalmente ammesso che il virus poteva essere trasmesso da uomo a uomo, gli Stati Uniti hanno annunciato che stavano già lavorando allo sviluppo di un vaccino.
Il 29 gennaio, Donald Trump ha formato una task force sul Coronavirus alla Casa Bianca e due giorni dopo ha dichiarato un’emergenza per la salute pubblica e ha limitato i viaggi da e verso la Cina.
Forse il signor Biden non stava prestando attenzione in quel momento – i Democratici, dopo tutto, erano ossessionati dall’impeachment di Donald Trump.
Quando il Coronavirus ha finalmente catturato l’attenzione dei Democratici (dopo l’assoluzione del signor Trump nel processo di impeachment) sono andati all’attacco, compreso il signor Biden, che ha definito “xenofobe” le azioni del presidente che vietavano i viaggi da e verso la Cina.
“Questo non è il momento per i record di isteria e xenofobia di Donald Trump – xenofobia isterica – e dell’allarmismo a guidare le scelte invece della scienza”, aveva detto il signor Biden al tempo.
Ron Klain, ora capo dello staff della Casa Bianca, aveva invece applaudito la Cina. “Penso che quello che si dovrebbe dire della Cina è che è stata più trasparente e più candida di quanto non sia stata durante le epidemie passate”, ha detto. Il signor Biden e il signor Klain non avrebbero potuto avere più torto. Il signor Trump ha subito pesanti colpi dal punto di vista delle pubbliche relazioni, ma così facendo ha salvato migliaia di vite americane.
A febbraio, mentre il signor Trump aveva giurato nel suo discorso sullo Stato dell’Unione di “prendere tutte le misure necessarie” per proteggere gli americani dal Coronavirus e lavorava con la FDA e sull’ampliamento di una partnership con il settore privato per “accelerare lo sviluppo” di un vaccino contro il Coronavirus, il signor Klain aveva minimizzato la gravità dell’epidemia.
“Una grave epidemia – ora, il Coronavirus può essere questo o può non essere questo. Le prove suggeriscono che probabilmente non lo sia”, aveva detto il signor Klain.
Il dottor Zeke Emanuel, che era consigliere della campagna di Biden, ha detto che “molti degli esperti stanno dicendo, ‘bene, il periodo caldo sta per arrivare e, proprio come con l’influenza, il Coronavirus sta per scemare e può spostarsi nell’emisfero meridionale’”.
E ha aggiunto, “al momento, la maggior parte delle persone sta pensando che ci potrebbe essere un po’ di reazione eccessiva da parte di molti, forse anche del nostro stesso paese. Se si guardano i numeri spassionatamente, ci sono poco più di 1.000 casi fuori dalla Cina”.
Sbagliato e ancora più sbagliato.
Il 24 febbraio, l’amministrazione Trump ha inviato una lettera al Congresso chiedendo almeno 2,5 miliardi di dollari per aiutare a combattere la diffusione del Coronavirus. Nello stesso periodo, la presidente della Camera Nancy Pelosi passeggiava per la Chinatown di San Francisco “alleviando le paure della gente” sul virus.
A marzo, quando molti media stavano ancora minimizzando il virus e criticando la risposta “xenofoba” del Presidente, il signor Trump ha donato il suo stipendio del quarto trimestre per combattere il Coronavirus e la sua amministrazione ha annunciato l’acquisto di circa 500 milioni di respiratori N95 in un periodo di 18 mesi per rispondere all’epidemia.
Il 4 marzo, il giorno in cui la CNN ha finalmente ammesso che il Coronavirus potrebbe essere più mortale dell’influenza, l’allora segretario alla salute e ai servizi umani Alex Azar annunciava che l’HHS stava trasferendo 35 milioni di dollari al CDC per aiutare le comunità statali e locali più colpite dal Coronavirus. Quattro giorni dopo, il signor Trump ha firmato una legge da 8,3 miliardi di dollari per combattere l’epidemia, con la maggior parte dei soldi da destinare alle agenzie federali, statali e locali.
Il 9 marzo, il signor Biden ha tenuto un comizio al chiuso in Michigan, apparentemente disinteressato al problema del virus che si stava diffondendo. Il 12 marzo, sempre il signor Biden aveva twittato: “Un muro non fermerà il Coronavirus. Vietare tutti i viaggi dall’Europa – o da qualsiasi altra parte del mondo – non lo fermerà”.
Di nuovo, sbagliato.
Mentre la maggior parte dei media mainstream e la campagna di Joe Biden erano troppo preoccupati a disquisire sull’origine del virus e perché fosse sbagliato che alla Casa Bianca fosse stato soprannominato “il virus della Cina” o “il virus di Wuhan”, l’amministrazione Trump stava lavorando per accelerare i test, accelerare lo sviluppo di potenziali vaccini e sviluppare un piano di distribuzione, ottenere attrezzature di protezione personale (PPE) per distribuirle agli Stati che ne avevano bisogno e stava preparandosi all’uso del Defense Production Act.
Sì, ci sono stati degli intoppi lungo la strada. Sì, ci sono state alcuni falsi ricorsi alla speranza rispetto ad alcune terapie. Sì, il signor Trump si è concentrato più sulle cose positive nelle sue dichiarazioni pubbliche che sul quelle negative. Eppure, la sua amministrazione stava lavorando instancabilmente e tenacemente per arginare la diffusione del virus, e per sviluppare un vaccino in tempi record.
E l’hanno fatto. L’operazione Warp Speed è stata un successo sorprendente – un successo di cui l’attuale presidente Joe Biden si sta giovando. Anche se non si può dire che non ci siano stati degli scettici all’epoca.
“Il vaccino contro il Coronavirus potrebbe arrivare quest’anno“, aveva detto Donald Trump. “Gli esperti dicono che avrebbe bisogno di un ‘miracolo’ per avere ragione”, riportava l’NBC il 15 maggio.
Meno male che il miracolo è arrivato.
Invece di incolpare l’amministrazione Trump nel suo primo discorso alla nazione, il signor Biden avrebbe dovuto dire solo “grazie“.
Ma immagino che questo avrebbe richiesto di voler effettivamente unire il paese – non di cogliere l’opportunità per demonizzare il suo avversario politico.

WashingtonTimes.com

LUCA MARAGNA, 12 MARZO 2021, qui.

E se ne avete tempo e voglia, potete ammirarlo in tutto il suo fulgore.

Il titolo si riferisce all’obiettivo di Biden – o meglio dei suoi burattinai – che è chiaramente quello di smantellare gli Stati Uniti. Iniziando da quello che aveva made America great again. E dunque ha cominciato il lavoro cancellando la persona, cancellando dalla memoria propria e degli americani tutto ciò che aveva fatto. Ed è stato proprio un esordio col botto. Dopodiché si passa a smantellare l’esercito, l’economia e il benessere, e poi anche

Lorenzo Capellini Mion

Lafayette, Louisiana

Con una furia ideologica senza precedenti la nuova Amministrazione continua a perseguire un’agenda politica a discapito dei propri cittadini e ha annullato la vendita di 80 milioni di acri (circa 32 milioni di ettari) di contratti di locazione petrolifera del Golfo del Messico distruggendo migliaia di posti di lavoro.
Una mossa devastante per uno Stato in cui circa 250.000 persone, che equivalgono ad altrettante famiglie, lavorano nell’industria petrolifera e non è un caso isolato visto che sono già 21 gli Stati che si stanno opponendo alla nuova politica energetica che come punta di diamante ha visto il folle blocco del progetto Keystone XL Pipeline che ha mandato su tutte le furie anche il Canada.
Nel frattempo il prezzo dei carburanti ha subito un impennata impressionante e gli Stati Uniti stanno perdendo la piena indipendenza energetica conquistata sotto l’Amministrazione dell’uomo arancione cattivo che nel contempo aveva migliorato tutti i parametri con cui si calcolano i danni ambientali.
E normalmente questa è la strada che conduce ad un’altra guerra su vasta scala in Medioriente, dove per esempio le forze statunitensi si stanno nuovamente riversando in massa in Siria.
Però non twitta nulla che disturba le anime belle.

il territorio nazionale, la diplomazia internazionale (Interessante il fatto che l’articolo sembra dare credito alla leggenda che Trump sarebbe stato eletto grazie alla Russia. Il giorno che i dem si inventeranno che è stato eletto grazie all’azione combinata di gatto Silvestro e Braccio di ferro finanziati da Cenerentola, i giornali lo pubblicheranno come verità di vangelo). Con conseguenze immediate, naturalmente:

Mosca richiama il proprio ambasciatore a Washington, “allo scopo di analizzare a fondo cosa fare riguardo le relazioni con gli Usa. Per noi la cosa importante è capire in quale maniera si possano riallacciare legami russo-americani, condotti in sostanza da Washington in un vicolo cieco. Non vorremmo che si giungesse a un degrado irreparabile.”

Potrebbe bastare definirlo assassino? Potrebbe, ma non al signor Biden:

“Il prezzo che pagherà, beh, lo vedrete a breve”

È una minaccia? Un’intimidazione? La bravata del bambino scemo che dice a quello più grande “ti do un pugno che ti spacco la faccia”? Un po’ poco, qualunque cosa sia, per impressionare un funzionario del KGB, che risponde, con la gelida imperturbabilità del funzionario del KGB

(i sottotitoli in realtà non sono corretti: non dice “chi lo dice sa di essere” come dicevamo noi da bambini, bensì “io gomma, tu colla”, vale a dire che le offese che mi lanci, su di me rimbalzano e si attaccano a te. Più qualche altra imprecisione) L’augurio di buona salute comunque ha immediatamente prodotto i suoi effetti:

Ma volendo si potrebbe anche dire “… e come è duro calle lo scendere e salir per l’altrui scale”. Guarda per esempio questa come è carina

Dopodiché arriva l’ineffabile organo ufficiale dell’Unione delle Comunità ebraiche che ineffabilmente scrive:

“Biden sta mantenendo le promesse”. In una intervista con La Stampa, lo scrittore Nathan Englander esprime il proprio apprezzamento per Joe Biden: “Ha trovato un Paese diviso e fatto a pezzi da Trump, dove i neonazisti manifestavano impuniti a Charlottesville e un’ordata di folli criminali ha invaso indisturbata Capitol Hill con la bandiera degli Stati Confederati. Di fronte a questa situazione spaventosa Biden sta mantenendo le promesse fatte in campagna elettorale”. (qui)

E, a proposito della lotta al Covid:

“Partita male (con Trump) ha pagato un prezzo alto ma si riprende e recupera” (qui)

(I sinistri, cristiani, ebrei o atei che siano, non si smentiscono mai)
Per quanto riguarda il caso Putin, naturalmente Putin è un assassino, nessuna persona ragionevole potrebbe avere qualche dubbio. Ma il punto non è se Putin sia o non sia un assassino, o se fra i personaggi a cui Biden ha stretto e stringerà la mano ce ne siano di peggiori: il punto è che io posso dire che Putin è un assassino, un capo di stato – ma anche un qualsiasi politico di rango inferiore – no. Sono tuttavia convinta che la triade che tira i fili stia lasciando intenzionalmente che faccia una gaffe dietro l’altra, crei un incidente dietro l’altro, si renda ridicolo e si mostri inaffidabile, in modo che il mondo intero, quando sarà il momento, sia pienamente convinto che quell’uomo non è in grado di reggere uno stato – neanche se si trattasse di San Marino – e sia pronto a trovare ragionevole la sua messa a riposo e sostituzione. Forse, addirittura, senza neppure accorgersi che è esattamente a questo scopo che il burattino è stato messo sul palcoscenico. D’altra parte non c’era altro modo per fare arrivare a quel posto una donna che alle primarie è stata una delle persone meno votate. Perché per fare carriera i pompini possono indubbiamente essere utili, ma per arrivare ai vertici, se non hai le doti di una Teodora, ti servono giochi molto più sporchi.

barbara

VEDIAMO IN DETTAGLIO IL MEDIO ORIENTE

I probabili riflessi negativi della vittoria di Biden sulla situazione del Medio Oriente

Dal 20 gennaio del 2021, per quattro anni, sul palcoscenico della politica americana reciteranno [forse!] due nuovi attori principali, il presidente Joe Biden e la vice-presidente Kamala Harris. Il suggeritore sarà Barack Obama. Questo è ciò che si profila dopo le elezioni presidenziali del 3 novembre, che hanno visto la sconfitta [forse!] di Donald Trump: una sconfitta che mette in pericolo tutti i risultati politici raggiunti da Trump nell’arena mediorientale. È per questa ragione che i nemici dell’ex presidente americano presenti nel Medio Oriente pregustano un cambio di rotta radicale nella politica americana verso la regione.
Il regime di Teheran, durante i quattro anni trascorsi, era stato sottoposto a una politica stringente, sul piano politico ed economico, da parte dell’Amministrazione repubblicana. In primo luogo, Trump aveva ritirato gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare, il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), firmato dall’Iran, dall’Unione Europea, dai paesi componenti il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti), un accordo fortemente voluto dallo stesso Obama, ma che si era rivelato ben presto una cortina fumogena dietro la quale Teheran aveva continuato a sviluppare il suo progetto nucleare, come più volte denunciato da Netanyahu. A tutto ciò si erano aggiunte, da parte di Trump, sanzioni economiche sempre più pesanti al regime degli ayatollah, sanzioni che avevano messo in ginocchio Teheran e fortemente ridimensionato il peso della sua presenza politica nel Medio Oriente. Quest’operazione aveva rappresentato la base di partenza di una politica ad ampio raggio verso i paesi arabi sunniti, desiderosi di avere una protezione significativa contro le ambizioni egemoniche del regime sciita iraniano nel Medio Oriente. Tuttavia, questa politica aveva una prospettiva di ben più vaste finalità. Il coordinamento tra Netanyahu e Trump ha avuto lo scopo di raccogliere e sviluppare le aperture che il mondo arabo sunnita aveva mostrato di essere disposto a condividere con Israele. Da ciò è scaturita una fitta serie di incontri ad alto livello tra i rappresentanti di Israele e quelli dei paesi arabi, con la regia di Mike Pompeo, Segretario di Stato di Trump, gli Accordi di Abramo, firmati da Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, oltre alla volontà di altri Stati arabi di unirsi ad essi. La mappa del Medio Oriente stava, così, subendo una trasformazione epocale, foriera di una vera pacificazione della regione su basi stabili di collaborazione economica e politica. Ora, con l’avvento dei democratici alla Casa Bianca, questa situazione potrà subire mutamenti molto importanti, gravidi di conseguenze di segno opposto rispetto agli esiti fin qui raggiunti.
La ragione di tutto questo sta nella molto probabile formazione di un governo democratico alla Casa Bianca caratterizzato da una visione politica di sinistra. Il fatto stesso che un personaggio come Kamala Harris sia ora vice-presidente degli Stati Uniti, su suggerimento di Obama, sta a dimostrare la tendenza che potrà assumere il nuovo governo democratico sui problemi del Medio Oriente. Ma, dietro la figura di Harris, vi è tutto un mondo politico democratico che tende a influenzare, in modo diretto o indiretto, le decisioni di Biden nei suoi rapporti con Israele, con i palestinesi e con l’intero mondo arabo della regione in una direzione opposta rispetto ai risultati raggiunti dall’Amministrazione Trump. In primo luogo, con l’Iran. Il regime di Teheran nutre la speranza – fondata – che l’Amministrazione Biden reinserisca nuovamente gli Stati Uniti nel Jcpoa e azzeri le sanzioni economiche nei suoi confronti. Le conseguenze, in questo caso, sarebbero molto gravi. Il regime degli ayatollah riacquisterebbe fiducia nei suoi progetti regionali, oltre al fatto che il miglioramento progressivo delle condizioni economiche del paese potrebbe tacitare l’opposizione interna e ottenere di nuovo il sostegno della popolazione. In secondo luogo, il problema palestinese riacquisterebbe una centralità che potrebbe avere ripercussioni sui rapporti tra Israele e il mondo arabo sunnita. Infine, la Russia e la Cina, soddisfatti dai risultati elettorali americani, potrebbero avere spazi di manovra più ampi nel Medio Oriente, a danno dell’attuale posizione di Gerusalemme.
Antonio Donno, qui.

Va aggiunto il fatto che un Iran non più sottoposto a sanzioni, oltre a procedere ancora più speditamente verso l’atomica, vedrà migliorare la propria situazione economica, ed è altamente probabile che grazie  a questo torni ai livelli precedenti il finanziamento del terrorismo internazionale. Forse gli accordi già stabiliti con Israele da Emirati Arabi Uniti, Barhain e Sudan resisteranno (forse), ma quanti, fra quelli che stavano meditando di seguire l’esempio – a cominciare dal Libano, tuttora sotto la pesante tutela della Siria che è a sua volta legata a doppio filo con l’Iran – avranno il coraggio di sfidare un Iran di nuovo potente?

Abbas spera che Joe Biden abbia la memoria corta

È successo quattro anni fa. E’ martedì 8 marzo del 2016. Joe Biden, allora vicepresidente degli Stati Uniti in tournée nella regione, è appena arrivato in Israele e si reca direttamente al Centro per la Pace Shimon Peres, situato a Jaffa, per abbracciare calorosamente il suo venerabile fondatore. A poche centinaia di metri da lì, la folla si accalca sul lungomare nonostante la tensione per la sicurezza; due altri attentati terroristici avevano già marchiato quella mattina, uno a Gerusalemme e l’altro a Petah Tikvah. Bashar Masalha, un palestinese di ventidue anni che si trovava illegalmente in Israele, tira fuori un grosso coltello e inizia a colpire alla cieca i passanti. Prima di essere ucciso dalle forze dell’ordine, accoltella quattro turisti russi tra cui una donna incinta, un arabo che riesce a schivare il colpo e a fuggire, sei israeliani – uno di loro si salva colpendo violentemente l’aggressore con la sua chitarra – e Taylor Allen Force, uno studente americano di 29 anni che muore per le ferite riportate. Sui social network arabi si diffonde una vera e propria esplosione di gioia. Canti patriottici e foto dell’ “eroe” Masalha sono trasmessi in continuazione dalla televisione di Hamas a Gaza. La stampa mondiale, già mobilitata per la visita del vicepresidente, dà ampia copertura all’attacco e in particolare alla morte del giovane americano, che ha combattuto per il suo Paese in Iraq e Afghanistan. Il giorno successivo, Joe Biden va a Ramallah. Spera che Abu Mazen condanni l’attacco di Giaffa. Ma non è così. Il Presidente dell’Autorità Palestinese si accontenta di porgergli le sue condoglianze per la morte del giovane americano e di lui solo, mentre contemporaneamente la televisione ufficiale della suddetta Autorità trasmette un commovente omaggio all'”eroico Bashar Masalha” che ha dato la sua vita per la suprema gloria di Allah. Colui che era allora solo il vicepresidente di Barak Obama, rilascia una ferma dichiarazione, in cui esige che la leadership palestinese condanni gli attacchi terroristici contro degli israeliani e in particolare l’attentato del giorno prima, aggiungendo: “Lasciatemi dire con la massima fermezza che gli Stati Uniti condannano questi atti e condannano la mancata condanna di questi atti.” Ma le autorità di Ramallah respingono recisamente la sua richiesta. Quattro anni dopo, a Ramallah non è cambiato nulla: Abbas continua a incoraggiare ed a ricompensare il terrorismo. Il Politecnico di Palestina è stato appena dotato di un portale monumentale inneggiante alla gloria del terrorista Salah Khalaf, meglio conosciuto con il nome di Abu Iyad, il fondatore di Settembre Nero e il responsabile del massacro di undici atleti israeliani durante il Giochi Olimpici di Monaco nel 1972. Situata non lontano da Hebron, questa istituzione, che conta più di 6.000 studenti, ha lo scopo di formare l’élite dei giovani palestinesi e i leader di domani. Nel frattempo a Washington, Joe Biden che aveva affermato con tanta forza la propria determinazione e quella americana, è in procinto di diventare Presidente. Tuttavia Mahmoud Abbas probabilmente non ha nulla da temere. La signora Kamala Harris, pronta ad assumere la carica di vicepresidente se la vittoria di Biden viene confermata, il 31 ottobre scorso ha dichiarato in un’intervista al settimanale bilingue “The Arab American News” che la nuova amministrazione americana sarebbe pronta a riannodare, immediatamente e senza condizioni, i rapporti con i palestinesi e a fornire loro, senza indugio, assistenza economica e umanitaria. Ricordiamoci che in memoria del giovane americano assassinato, il Congresso americano ha approvato il Taylor Force Act che pone fine a qualsiasi aiuto americano all’Autorità Palestinese fintanto che quest’ultima continuerà a pagare gli individui colpevoli di terrorismo e le famiglie dei terroristi uccisi. La legge è entrata in vigore dopo essere stata firmata dal Presidente Trump il 23 marzo del 2018.
Michelle Mazel (qui)

Aggiungo un paio di cose extra. La prima relativa alle chiacchiere da mercato del pesce che continuano a diffondersi senza sosta.

Lion Udler

È stata smentita la notizia della #CNN secondo la quale il consigliere di #Trump Jared #Kushner l’avrebbe consigliato di accettare la sconfitta, il contrario è vero, l’aveva consigliato di procedere in ogni Stato dove ci sarebbero brogli elettorali.
Altre fake news che i media progressiste difendono senza alcuna fonte, che Melania sta contando i giorni per il divorzio…
E a proposito del “distacco” di Melania dal marito, del suo dissenso nei confronti della decisione di smascherare i brogli, dei propositi di divorzio:

La seconda sugli amori giovanili, e mai rinnegati, del signor Biden.

Nel 2007, Biden, nel suo libro Promesse da mantenere scriveva: ”Dal 1945 al 1980, Josip Broz Tito ha governato la Jugoslavia con personalità, determinazione e un’efficiente polizia segreta. L’astuto vecchio comunista mantenne insieme una federazione etnicamente e religiosamente mista”. E ancora: “Ci è voluto un certo genio per tenere insieme quella federazione multietnica e quel genio in particolare era Tito”. (qui)

La terza sull’ennesima colossale porcata messa in atto per non rischiare di offrire un vantaggio a Trump – e pazienza se per questo ritardo dovrà morire qualche americano in più.

Niram Ferretti

IL PRIMO MIRACOLO DELL’ERA BIDEN

Ma che strano, l’annuncio di un probabile vaccino contro il Covid 19, fatto dall’americana Pfizer e dalla tedesca Biontech, efficace, dicono, al 90%, giunge proprio adesso che Joe Biden risulta il vincitore delle presidenziali 2020.
Una settimana fa brancolavano nel buio, e poi, puff, improvvisamente, è giunto il risultato, proprio ora, nell’era escatologica che si inaugura con Joe Biden. Questo è il segno tangibile che è davvero cominciata.
Chissà se l’annuncio, fatto una settimana fa, avrebbe modificato l’esito del voto? Ma la storia, lo sappiamo, non si fa con i se.

La quarta la aggiungo io: ma tutti quei begli spiriti che gridavano inorriditi indignati disgustati per l’immorale arrivo alla Camera di Mara Carfagna grazie, si diceva, ai pompelmi offerti a Berlusconi, sulla sfolgorante carriera politica di una totalmente sconosciuta, fino all’altro ieri, Kamala Harris, nessun moralista ha qualcosa da ridire?

barbara

DEDICATO ALLE SIGNORINE METOO

che dopo vent’anni non si ricordan più.

La seconda parte, per chi non la conoscesse, è il seguito di questa.

Passando a un campo diverso, ma occasionalmente raggiungibile con le stesse modalità, ricordo l’indignazione per la presenza di Mara Carfagna alla Camera ottenuta, si diceva, grazie ai pompini fatti a Berlusconi, e ricordo, in particolare, la rabbia scomposta, isterica e sgangherata di Sabina Guzzanti. Ora, io non so se la Carfagna abbia effettivamente fatto pompini a Berlusconi, io dopotutto non c’ero e non ho visto video in merito, e, in caso affermativo, se sia stato Berlusconi a farla entrare lì per premio, ma mettiamo pure che la risposta sia sì per entrambe le ipotesi. Bene. Io allora mi chiedo: e santa Nilde Iotti, a quanto pare famosa per saper far certi lavoretti da resuscitare un morto, come altro ci è arrivata alla Camera? E per lei neanche un sopracciglio sollevato? E Kamala Harris che diventerebbe vice presidente degli Stati Uniti se ci toccasse la sciagura di un Biden presidente, dove sarebbe quella se non avesse passato anni a riscaldare la vecchiaia di un vecchio senatore? Non solo a destra tutte le colpe e a sinistra tutte le ragioni, a destra tutta la cattiveria e a sinistra tutta la bontà, a destra tutti i carnefici e a sinistra tutte le vittime, ma anche a destra tutti i vizi e a sinistra tutte le virtù. Anche se giureresti che queste virtù siano precise sputate ai vizi della destra.

barbara

CINQUANTA E PASSA SFUMATURE DI NERO

Dunque c’è questa tizia, Kamala Harris, senatrice californiana, diciamo nera, che nera in realtà io non la direi proprio,
kamala-harris
io a fine estate sono più scura, per dire, per non parlare della ragazza sarda che mi fa le pulizie che quanto a colore le mangia la pappa in testa anche in inverno, ma siccome è vietatissimo dire negra che sarebbe una specie di etnia perché le razze non esistono ma le etnie sì che comprendono anche il colore per cui non si capisce mica tanto bene in che cosa esattamente differiscano dalle razze ma è meglio che lasciamo perdere che se no ci incartiamo e non ne usciamo più, insomma c’è questa Kamala Harris che sarebbe una specie di nera ma forse dopotutto è meglio se diciamo negra, visto che nera non lo è proprio così ci capiamo meglio, che dovrebbe candidarsi coi democratici alle prossime presidenziali, che uno dice acchebbello, chissà come saranno contenti i negri e come la voteranno in massa. Col piffero. Perché la povera Kamala è sì negra, ma non negra negra – che mi assomiglia un po’ a quella “poesia” di Alda Merini che ci sono le donne e poi ci sono le donne donne sulla quale Alda Merini la cosa più saggia l’ha detta il mitico toscano irriverente che odia Salvini e Trump peggio che le piattole ma resta mitico lo stesso, e cioè che fa cagare a spruzzo – cioè non ha diritto al titolo nobiliare di afroamericana perché suo padre è giamaicano e quindi non è discendente degli schiavi per cui non può rappresentarli. Che magari uno si immagina che il presidente di una nazione dovrebbe rappresentare tutti i cittadini e magari è anche così solo che ci sono i cittadini e poi ci sono i cittadini cittadini che sono i negri che valgono doppio e poi ci sono i cittadini cittadini cittadini che sono i negri negri che valgono triplo, e sono cose di cui non si può non tenere conto. Ma poi forse però non è così, per la Harris voglio dire, perché magari in realtà anche suo padre potrebbe avere quell’origine lì visto che tanti schiavi venivano portati anche nelle isole caraibiche, controbattono gli storici della razza, che è quella roba che non esiste, cerchiamo di non dimenticarlo, però ha gli storici che la studiano e sentenziano in merito, che sarebbe come dire che l’astrologia non ha alcuna validità scientifica però per decidere il valore e l’affidabilità di un candidato sentiamo anche che cosa dicono gli esperti in astrologia. Che uno si aspetterebbe che qualcuno dicesse scusate, ma in un presidente vi interessa che sia onesto, che sia abile, che sappia fare, o di che colore è? Invece no, Kamala viene sostenuta a suon di “ma forse è negra negra anche lei e non solo negra”, cioè L’UNICA cosa che conta è il colore, con buona pace del povero Martin Luther King. Che poi comunque alla base di tutto questo bordello che cosa c’è? Follow the money suggeriva Giovanni Falcone: i negri negri afroamericani autentici discendenti dagli schiavi, vogliono i risarcimenti per le sofferenze subite dai loro bis-bis-bis-bis-bis-bisnonni, ed essendo già rimasti scottati con Obama che è negro ma non negro negro per cui non si è sufficientemente identificato con loro e non ha fatto la legge in merito, non vogliono correre altri rischi mandando alla Casa Bianca una che è negra una volta sola. (qui) Che se poi davvero dovesse venire approvata una simile legge delirante, spero che a questo punto si sveglino anche i bianchi, schiavizzati in numero decisamente maggiore rispetto ai negri, e chiedano adeguati risarcimenti agli arabi.

barbara