IL NOSTRO FONDO

Karnenu festeggia 70 anni: la storia ripercorsa attraverso le memorie del fondatore

Martina Mieli

“Spero che, in futuro, qualcuno, consultando gli archivi del KKL, vorrà raccontare quanto io ho scritto”. È andata proprio così, è toccata a me! Sono io quel qualcuno a cui il Sig. Fausto Sabatello auspicava. Quando abbiamo deciso il tema di questo numero di Karnenu ho iniziato a rovistare tra i vecchi numeri, storie e personaggi da dove prendere spunto. Con molto dispiacere ho scoperto che i personaggi storici oramai non ci sono più. Ma, quando tra le vecchie carte impolverate, ho trovato le memorie dell’ideatore numero uno della nostra Rivista, quella tristezza si è trasformata in fantasia. È vero, potevo trovare qualcuno che lo aveva conosciuto, qualcuno che ne aveva forse sentito parlare, qualcuno che aveva ricordi confusi delle origini. E invece, proprio l’uomo che ha vissuto “mezzo secolo con il KKL” aspettava me, con un dono prezioso. “Soltanto noi, superstiti tra coloro che avevano visto i primi passi, potevamo scrivere questa storia… Ho deciso all’improvviso di redigere quella parte del passato che ho vissuto, così se uno storico volesse raccontarla, avrà a disposizione la narrazione degli avvenimenti”.
Affascinante, emozionante e commovente è stato sfogliare e leggere una ad una, le pagine che Fausto ha scritto con una vecchia macchina da scrivere. I suoi racconti iniziano esattamente nel lontano 1914, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, anni difficili per lui e la sua famiglia, quando in Italia vi erano ancora scarse notizie sul Sionismo, l’allora Palestina e sul mondo ebraico del Medio Oriente. Degli anni ‘20 parla dell’avvento del fascismo e, in particolare, ricorda quando si formò a Roma un gruppo sionistico non ufficiale. Nel 1926 venne in Italia Enzo Sereni per tenere una conferenza a Roma, cercando consensi ed esprimendo la necessità di contribuire allo sviluppo della Palestina Ebraica. Fu proprio in quella occasione che Fausto ebbe il primo approccio con il mondo del Keren Kayemeth LeIsrael.
“Fui l’unico a rispondere di si, così Enzo e il cugino Attilio Milano mi chiesero un appuntamento per il giorno seguente. Attilio mi affidò un Libro di Famiglia del Fondo Nazionale Ebraico, per la raccolta di offerte in occasioni liete degli ebrei romani. Dovetti cominciare da solo, in occasione del primo matrimonio. Mi ero organizzato il lavoro in modo da portare il Libro, accompagnato da una lettera di spiegazione e auguri, il venerdì per ritirarlo poi il martedì. Il Libro era nuovo, con tutte le pagine bianche; quando andai a ritirarlo con molto batticuore e dubbi sul risultato, accolto dal padre della sposa mi disse di non aver voluto esporre il Libro in casa. Mentre mi avvilivo pensando all’insuccesso del mio primo tentativo, mi diede un biglietto da 500 lire quale offerta della famiglia, con il primo successo tornai a casa. Constatata la possibilità di raccogliere denaro per la Terra di Israele ne fui incoraggiato ed il Libro di Famiglia divenne lo scopo dei miei ideali sionistici”.
Il lavoro che a Fausto sembrava facile, si rivelò invece difficile. L’ambiente non era preparato, pochissimi avevano conoscenza della Palestina, si era già in piena dittatura fascista, erano impauriti e temevano, di essere considerati antinazionali se partecipavano ad una qualsiasi iniziativa sionista. Fausto, si era proposto un principio assoluto: ad ogni cerimonia doveva esserci un Libro di Famiglia.
Il KKL era già presente in quegli anni a Firenze con a capo Giuseppe Viterbo; a Roma invece, a parte la fallita distribuzione del Bossolo Blu non vi era ne una sede ne una commissione. Così Fausto decise di occuparsi anche di questa attività. Insieme a Lello Piattelli e altri – ricorda Bruno Zevi, Augusto Segre, la famiglia Pajalic e alcuni studenti del Collegio Rabbinico – intrapresero la ricerca dei bossoli abbandonati e ne distribuirono dei nuovi. “Compilai elenchi per ogni zona di Roma – racconta Fausto – e stabilii un’apertura trimestrale. Lo slogan di allora era: un Bossolo in ogni famiglia e in ogni negozio ebraico”.
In quel periodo conobbe Haim Weizmann e Menachem Ussishkin “l’uomo di ferro” dell’amministrazione e Presidente dal 1923 del KKL che contribuì ai grandi acquisti di terre. Durante le leggi razziali e la Seconda Guerra Mondiale la situazione in Italia era tragica ma, Fausto non voleva arrendersi alle difficoltà, per un periodo nell’oscurità ha continuato il suo lavoro, che riprese poi con fermento subito dopo la guerra. “Nel 1946 – racconta Fausto – la Brigata Ebraica rientrò in Palestina e lasciò liberi alcuni locali in via Principe Amedeo: presi possesso di una stanza che ammobiliata con due tavoli ed un armadio divenne la prima sede ufficiale del KKL a Roma”. Fausto organizzò una Commissione, composta da lui, Lello Piattelli, Guido Schlesinger, Elisa Alatri; ottenne uno spazio sul bollettino mensile della allora Comunità Israelitica e fece mettere in ogni Sinagoga di Roma una “cassetta per le offerte” destinate al Fondo Nazionale Ebraico. “Negli anni che seguirono la fine della Guerra, quando l’Italia era ancora occupata dalle truppe alleate, cercai – scrive Fausto – ogni modo per aumentare l’attività del KKL. Un mezzo efficace per avvicinare il pubblico ebraico, furono alcune pellicole che ci erano state inviate da Gerusalemme”. Gli eventi organizzati con le proiezioni in varie Comunità italiane erano molto apprezzate e lui cercava sempre nuove attività per coinvolgere e avvicinare più persone possibili. Nel 1947 Fausto fece stampare il primo Lunario del KKL Italia, affiancato poi dal calendario murale (prima uscita nel 1965) ancora oggi presenti come da tradizione in tutte le case.
Dopo la nascita dello Stato di Israele nel 1948, Fausto voleva ampliare il lavoro per adeguarlo alle nuove necessità: “Progettai allora la pubblicazione di un periodico, portavoce del Keren Kayemeth LeIsrael dall’Italia, da far giungere in ogni famiglia ebraica. Mi orientai verso una rivista popolare molto illustrata da fotografie, di facile lettura, priva di ogni aspetto di bollettino parrocchiale, caratteristica della maggior parte delle altre pubblicazioni ebraiche in Italia. La mia proposta fu ascoltata e la Commissione di Milano si assunse il compito della pubblicazione”. La rivista fu chiamata “KARNENU”, ovvero “il nostro Fondo” e il primo numero uscì nel 1948. Fausto riuscì ad ottenere il trasferimento della gestione della Rivista a Roma, dove fu poi, iscritta al Tribunale con lui Direttore Responsabile; la redazione e impaginazione invece fu affidata al Dott. Fabio Della Seta che se ne occupò fino al 1955.
“Il numero seguente doveva uscire a luglio – racconta Fausto – ma non avevamo nessuno in grado di assumerne la redazione. Non volevo che per questo, Karnenu cessasse le pubblicazioni e dichiarai che avrei assunto io l’impegno di continuare la rivista. In breve tempo cercai di studiare i segreti dell’impaginazione, della riduzione delle fotografie e di altri dettagli tecnici di cui non avevo la minima nozione. Raccolsi gli articoli e le notizie necessarie e fui fortunato nella ricerca delle fotografie”. Fausto per circa due mesi lavorò intensamente nelle ore serali e notturne, unici momenti disponibili dopo il suo vero lavoro: a luglio, con un numero più ricco e animato dei precedenti, Karnenu andò in stampa regolarmente.
Dopo l’entusiasmo del suo primo numero, Fausto si rese conto della responsabilità di cui si era fatto carico e ne fece uno degli scopi principali della sua attività futura al KKL. Apprendeva continuamente nuove nozioni, imparava a migliorare l’uso dei caratteri tipografici e dei colori, iniziò a scrivere articoli, ideò disegni e vignette. Valutava come non avere sprechi e risparmiare per le spese postali, iniziò a fotografare lui stesso durante le varie cerimonie, avvenimenti ebraici o viaggi in Israele; voleva rendere il Karnenu ancora migliore. “Pubblicavo le fotografie degli iscritti nel Libro di Famiglia e nei Libri d’Onore del KKL che suscitavano in molti il desiderio di veder pubblicati le vicende della propria famiglia. Questo diede nuovo incremento al Libro di Famiglia e alle offerte di alberi in Israele. Dovetti ben presto – scrive Fausto – dedicare una intera pagina a questi avvenimenti. Fu così che Karnenu divenne un po’ la storia degli ebrei d’Italia. Sfogliando la raccolta infatti vi si trovano nascite, maggiorità, matrimoni. Il Libro di Famiglia che nei primi anni di lavoro avevo introdotto così faticosamente, oggi è divenuto una tradizione”.
Una tradizione ancora oggi, anche a distanza di così tanti anni. I suoi desideri e auspici così hanno preso forma, la rivista Karnenu nel corso del tempo ha raggiunto lo scopo che Fausto Sabatello si era prefissato: “la diffusione della conoscenza dell’opera del Fondo Nazionale Ebraico e di Israele”.
Nelle ultime righe delle sue memorie racconta che nel 1975, quando lasciò il KKL Italia per trasferirsi in Israele, le raccolte erano al terzo posto, subito dopo Stati Uniti e Gran Bretagna nella graduatoria, di tutte le nazioni del mondo dove il Keren Kayemeth LeIsrael era attivo. Incredibile! E pensare che tutto iniziò con quelle famose 500 lire di quel primo Libro di Famiglia!
“Un giorno mi recai a Iodfat, una delle prime zone di piantagione assegnate al KKL Italia. Dalla strada che dovevo percorrere, vidi l’orizzonte chiuso da una catena di colline di cui una parte grigia e brulla come tutte le zone della Galilea ancora non rimboschite. Vicino a queste, altre coperte da alberi, formavano una estesa macchia verde. Erano le Foreste degli Ebrei d’Italia: le gioie e i dolori degli ebrei italiani che attraverso il Keren Kayemeth LeIsrael si erano trasformati in alberi, fonte di vita e prosperità. Avevo avuto il privilegio di partecipare e con la loro visione nella mia mente, posso concludere che il mio lavoro è stato ben ricompensato”. Si concludono così le memorie, scritte nel maggio del 1983, dall’uomo che ha creato la nostra adorata Rivista, dopo un lavoro lungo più di cinquant’anni. Grazie a Fausto e ai suoi emozionanti racconti, ho potuto ripercorrere la vera storia, le vicende. Una testimonianza unica, che è stata raccontata esattamente come desiderava lui. Rimarrà così, viva nei cuori e negli archivi del KKL e, con Karnenu invece, continueremo ad essere presenti nelle case italiane, raccontando la storia di Israele e il lavoro del Keren Kayemeth LeIsrael.

Ecco: questo è il KKL, questa è una parte della sua storia, e questo è ciò che, ancora una volta, andrò a vedere. Parto tranquilla perché l’Iran, col culo che gli ha fatto Israele, ci penserà un po’ prima di rialzare la testa, e Hamas, col culo che gli ha fatto Israele militarmente, e l’Egitto, spalleggiato dalla Russia, diplomaticamente, di attacchi seri non ne farà. Precisando peraltro che partirei comunque, e sarei tranquilla comunque.

Come noto, quando esco di casa stacco completamente, non mi trascino dietro cordoni ombelicali, quindi fino al ritorno non sarò in rete, non vedrò i vostri eventuali commenti e non potrò approvare eventuali commenti in moderazione, e voi avrete pazienza. Continuate però a venire qui, perché vi ho programmato un po’ di cose per non farvi soffrire troppo. E ora su, cantiamo tutti insieme per celebrare la nostra amata Israele

A presto

barbara

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E QUANDO (12/2)

E quando nella casa (casetta. Casettina. In effetti il mio appartamento è più grande) di Ben Gurion in mezzo al deserto (oggi non più, ma a quel tempo lo era) Franco ha proposto di cantare tutti insieme HaTikvah. Ho chiesto espressamente l’autorizzazione a cantare anch’io (per metà della mia vita ho pensato di essere la persona più stonata del pianeta. Poi è salito alla ribalta Jovanotti e mi sono dovuta autorelegare al secondo posto. Che è comunque una posizione non da poco). HaTikvah è una cosa talmente emozionante che mi emoziono perfino quando, stonatissima, la canto io. E quelle cinquanta persone strette in una stanza, alcune intonate e alcune no, appassionate, emozionate, unite in quel coro spontaneo, mi hanno fatto pensare – spero che a qualcuno l’accostamento non appaia irrispettoso – a quest’altro coro,

soprattutto per le parole finali del rabbino: “Am Israel chai, the children of Israel still live”: loro erano vivi, e dopo settantadue anni noi eravamo lì, in Terra d’Israele, in mezzo al deserto fatto fiorire anche da loro e dagli altri sopravvissuti, vivi, a testimoniare la realizzazione di quella speranza.

E quando presso la tomba di Ben Gurion mi sono fatta un mezzo pianto insieme a Simonetta, perché certe emozioni sono troppo forti per riuscire a restare dentro, soprattutto quando si è vicini a qualcuno che le condivide, e in qualche modo devono uscire. Poi naturalmente abbiamo smesso, ed eccoci qui, belle e sorridenti.
con Simonetta

E quando ho chiesto ad Avi,
Avi 1
Avi 2
il nostro addetto alla sicurezza e paramedico, mitra in spalla e zaino di pronto soccorso al seguito, di misurarmi la pressione perché in questo periodo è molto ballerina e devo tenerla controllata per potere, in caso di necessità, aggiustare il dosaggio delle pastiglie, e lui ha risposto “Se vuoi vengo a misurartela in camera tutte le sere” (ohibò, è vero che mi sono sempre piaciuti giovani e che il mio ex più giovane potrebbe essere mio figlio, ma di questo potrei tranquillamente essere la nonna) (che comunque se ci fosse stato il minimissimo sospetto che lui parlasse sul serio, se ci fosse stato il minimissimo sospetto che io potessi prendere in considerazione l’idea, ad entrambi sarebbero stati cavati gli occhi seduta stante) (e avrei anche dovuto darle ragione).

E quando Emanuela ha incominciato a raccontare. È stato a Timna, durante la cena, che abbiamo consumato nel ristorante presso questo laghetto (foto di Martina),
lago Timna
arrivandoci per questo sentiero costeggiato da grandi candele di citronella.
sentiero lago Timna
Ha incominciato a raccontare, dicevo, e ho pensato eccone un’altra che vuole far sapere quanto è brava. E ha continuato a raccontare e ho pensato ah beh, però. Ed è andata avanti a raccontare e più andava avanti più mi diventava difficile contenere l’emozione. E sempre più diventava chiaro che non stava facendo la bella statuina, ma trasmettendo – con modestia, con umiltà – una conoscenza che nessuno di noi aveva. Quando ha finito di raccontare le ho chiesto di scrivere quello che aveva raccontato, per metterlo nel blog. Metterò anche le foto, e un video, e i link ai documenti, ma il racconto voglio che sia quello suo, palpitante, emozionato ed emozionante, come lo abbiamo sentito noi, in quella notte in mezzo al deserto, perché le azioni che danno un senso alla parola “umanità” non vanno mai nelle prime pagine dei giornali, ed è quindi giusto trovare per loro altri spazi.

E quando alla cena di Shabbat abbiamo cantato Shalom Aleichem e mi è tornata alla mente la volta che è stata cantata nel mikveh di Siracusa,
mikveh Siracusa
con voce bassa e profonda che riecheggiava tra le volte, io appoggiata a una di quelle colonne, e improvvisamente dal petto mi è scoppiato fuori un grosso singhiozzo.

E quando Shariel Gun, direttore generale del KKL Italia, appena saliti sull’autobus che dal Ben Gurion ci avrebbe portati al mar Morto, ha provveduto a informarci che “sull’autobus c’è uaifai, che immagino che in Italia si dirà vafa”, e io non solo non ho capito la battuta, ma non ho neanche capito che era una battuta, fino a quando un compagno di viaggio non mi ha detto che “ci ho messo un po’ prima di capire la battuta del vaf(f)a che si dice in Italia”.

E quando mi sono messa a raccontare a una compagna di viaggio un certo episodio, e per chiarire le circostanze ho spiegato che fino a non molto tempo fa vivevo in mezzo alle Alpi e lei mi interrompe dicendo: “Tu hai tenuto una conferenza a Udine!”

E quando la signora P., ultraottantenne (un bel po’ ultra, credo) si è incazzata con me e con Marisa e si è messa a strepitare “io mi sono rotta i coglioni, cazzo!” (Poi Pierre, un po’ per l’impegno che ci ha messo, un po’ per talento naturale, non solo l’ha rabbonita, ma alla fine è riuscito anche a farla ridere, anche se cercava testardamente di continuare a fare il muso)

E questi siamo tutti noi, alle spalle il deserto e davanti le tombe di Ben Gurion e di sua moglie Paula (purtroppo il sistema che mi aveva insegnato Giovanni per rendere le immagini cliccabili per ingrandire non funziona più. Se lui o chiunque altro mi può insegnare un sistema alternativo gliene sarò grata)
tutti Sde Boker
barbara

LA VOLTA CHE KARMENIZKI PIANSE

Ci sono momenti che si fissano per sempre nella storia di un popolo. Uno di questi momenti fondanti si verificò il 29 dicembre 1901 a Basilea, fuori dalla sala del casinò in cui si era riunito il quinto Congresso Sionista. In quel momento, Johan (Yona) Karmenizki scoppiò a piangere. Karmenizki, ingegnere elettrico, industriale e sionista attivo, piangeva perché i delegati del Congresso avevano deciso di votare contro l’istituzione del Keren Kayemeth LeIsrael. ll giurista Max Bodenheimer aveva chiesto una precisa formulazione giuridica degli scopi del Fondo, prima della sua approvazione: 81 delegati votarono contro e 54 a favore.
ll quinto Congresso Sionista aveva messo ai voti un’idea formulata qualche anno prima da Zvi Hermann Schapira, un professore di matematica all’Università di Heidelberg. Nel 1897 Schapira salì sullo scranno del primo Congresso Sionista e propose di raccogliere del denaro da tutti gli ebrei del mondo, per istituire un fondo ebraico. Due terzi del denaro raccolto avrebbero costituito un fondo per l’acquisto di terre, mentre il restante terzo sarebbe stato dedicato alla conservazione delle terre acquistate. Un ulteriore principio fissato da Schapira era che la terra acquistata rimanesse di proprietà del Fondo. Ma Schapira morì otto mesi dopo la sua proposta.
Tornando al quinto Congresso, Karmenizki pianse perché di volta in volta aveva visto come i delegati respingessero l’istituzione del Fondo. Egli riteneva infatti che soltanto per mezzo di un Fondo Nazionale sarebbe stato possibile far ritornare il suolo della Terra d’Israele al Popolo Ebraico. Credeva che soltanto in questo modo si potesse cambiare la realtà del Popolo che viveva in esilio da duemila anni. Al momento della votazione Theodor Herzl stava fuori dall’aula dell’assemblea plenaria, qualcuno corse a raccontargli delle lacrime di Karmenizki, e Herzl si affrettò a ritornare in sala. Quando Herzl voleva qualcosa, non c’era nulla che potesse sbarrargli la strada. Trovò un difetto tecnico nella votazione e chiese una nuova votazione. Dopo un lungo dibattito si rivolse agli astanti esclamando: “Questa volta non vogliamo sciogliere l’assemblea senza aver compiuto l’opera. Sta a voi decidere se rinviare l’istituzione del Fondo per altri due anni, o anche fino alla venuta del Messia”.
Tutta l’aula urlò “No”.
Herzl mise nuovamente la questione al voto, stabilendo che “Il Fondo è proprietà del Popolo Ebraico tutto”. Al momento della votazione sull’aula calò il silenzio. Pochi minuti dopo Herzl annunciò i risultati della votazione: 105 voti a favore, 82 contrari. Il 29 dicembre 1901, alle ore 19:40, nacque il Fondo Nazionale Ebraico. Yona Karmenizki si asciugò le lacrime e fece la prima donazione: 10 Lire sterline; gesto immortalato sulla prima pagina del primo volume del Libro d’Oro del KKL. Anche Bodenheimer, nonostante la sua opposizione iniziale, fece una generosa donazione. Il Popolo d’Israele era passato così dalla fase delle parole sul Sionismo alla fase dei fatti.
Ya’acov Shkolnik

Jona Karmenizki

Chi fosse nuovo da queste parti e volesse sapere qualcosa di più sull’epopea del KKL può andare qui e leggere il mio resoconto dell’ottavo viaggio in Israele, organizzato appunto dal KKL.
Poi, visto che l’anno è appena iniziato e che voi non avete niente da fare, andate a leggervi anche un po’ di previsioni.

barbara