IERI E OGGI

Israele

Kfar Giladi 1916
Kfar Giladi 1916
Kfar Giladi oggi
Kfar-Giladi oggi
Petah Tikva 1905
Petah Tikva 1905
Petah Tikva 1913
Petah Tikva 1913
Petah Tikva oggi
Petah Tikva oggi 1
Petah Tikva oggi 2
Ramla 1898
Ramla 1898
Ramla oggi
Ramla oggi
Tel Aviv 1909
fond Tel Aviv
Tel Aviv oggi
Tel Aviv oggi 1
Tel Aviv oggi 2
Tel Aviv oggi 3

Gaza

Ieri
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Gush-Katif 2
gush-katif 3
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Oggi
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Gaza oggi 1
Gaza oggi 2
Qui possiamo ammirare in azione i nostri pacifici dimostranti che pacificamente dimostrano in casa propria
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per cui davvero non si capisce per quale ragione quelle belve assetate di sangue dei soldati israeliani gli sparino addosso. E infine, la risposta israeliana.
FAN-BLOWING-WATER-TO-GAZA
Sproporzionata, ovviamente. Poi c’è questo video coi nostri baldi giovani in azione.

E poi dovreste andare qui, dove tra l’altro potrete vedere un paio di video utili a farsi ancor meglio l’idea della situazione. E concludo con la migliore battuta letta in rete su quanto sta succedendo:

Flaminia Sabatello

La nube tossica creata dal rogo dei pneumatici a Gaza verrà dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

barbara

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ISRAELE NOVE (6)

Kfar Giladi

Kfar Giladi
Kfar Giladi terra
è stato uno dei primi Kibbutz fondati in Israele, nel 1916 (il primo era stato Degania, nel 1909) da alcuni membri del movimento Hashomer Hatzair (“il giovane guardiano”) il cui compito principale era quello di occuparsi della sicurezza degli insediamenti ebraici. Si trova in Alta Galilea, al confine col Libano,
Kfar Giladi map
precisamente nella valle di Hula. Il nome definitivo, Kfar Giladi appunto, fu deciso dopo la morte per Spagnola nel 1918 di Israel Giladi, uno dei fondatori. Questa è la prima casa di Kfar Giladi, costruita per i fondatori
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Kfar Giladi 2
Kfar Giladi 3
(decisamente diversa da quella che possiamo vedere qui, nella decima foto).
Nel 1920 il kibbutz viene temporaneamente abbandonato, per dieci mesi, dopo un pesante e vittorioso attacco arabo al vicino insediamento di Tel Hai, che qualche anno dopo verrà assorbito da Kfar Giladi, formando un unico kibbutz.
Oggi, come la maggior parte dei kibbutz, anche Kfar Giladi ha abbandonato la struttura del “kibbutz puro” che si autosostenta unicamente con l’agricoltura; l’agricoltura è ancora attiva, con coltivazioni di mele, avocado, litchi, mais, cotone, grano, patate, allevamento di bovini e pollame e itticoltura, ma l’economia del kibbutz è basata anche sull’albergo (con la tipica struttura della maggior parte degli alberghi costruiti nei kibbutz, ossia tanti piccoli edifici disseminati tra gli alberi) e quattro cave.

La cosa singolare tuttavia, e particolarmente interessante, di questo kibbutz, è la storia delle armi. Ce l’ha raccontata Amnon Nir, vivace settantenne che ci ha fatto da guida in questa storia straordinaria.
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In seguito a un drammatico episodio di aiuti negati in un momento di pericolo estremo, i dirigenti del kibbutz hanno deciso che mai più avrebbero permesso che la loro salvezza dipendesse dalla buona volontà di qualcun altro, e hanno deciso di procurarsi armi sufficienti a far fronte a qualunque imprevisto potesse presentarsi in futuro, e a tenerle nascoste. Quindi sono passati all’azione: procurare le armi e scavare rifugi sotterranei, giurando solennemente di non rivelare il segreto a nessuno. Giuramento ferreamente rispettato fino alla fine. Rispettato fino al punto che quando la moglie di uno di coloro che vi lavoravano ha deciso che ne aveva abbastanza della storiella dei turni di sorveglianza tutte le notti tutta la notte (per non insospettire gli estranei, svolgevano di giorno i loro lavori normali, e lavoravano allo scavo dei rifugi quasi tutta la notte) e gli ha posto l’aut-aut: o mi dici la verità o me ne vado coi bambini, ha scelto di perdere moglie e figli piuttosto che tradire il giuramento. E solo per caso, in tempi piuttosto recenti, alcuni nascondigli sono stati scoperti (si dice che le armi siano state scoperte tutte, ma qualcuno sospetta che in realtà ce ne siano ancora da altre parti). Naturalmente voci sull’esistenza di armi nascoste erano trapelate, ma nessuno è mai riuscito a scoprire dove fossero. Si è presentato anche Ben Gurion, si sono presentati gli inglesi, ma nessuno è potuto penetrare nel nascondiglio. Proprio uno degli inglesi della missione incaricata di trovare le armi, non moltissimo tempo fa, si è trovato nella stanza fotografata qui sopra, e quando gli è stato detto che le armi si trovavano esattamente sotto i suoi piedi, ha rivelato che all’epoca aveva avuto il forte sospetto che le armi potessero essere lì sotto, e che ci dovesse essere una botola, e che questa botola potesse trovarsi sotto questo macchinario,
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ma il macchinario pareva cementato al pavimento, impossibile da spostare. Ciò che non avrebbe mai potuto sospettare era l’esistenza di un perno che tiene bloccato il macchinario, e che, fatto ruotare, lo sblocca,
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cosicché il macchinario scorre
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e lascia libera la botola, con la scala che porta fino al nascondiglio.
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E le armi, per ogni evenienza, se le tengono lì, perché “nella vita non si può mai sapere”. [NOTA: parecchie delle foto sono di Giovanni, soprattutto quelle prese nel nascondiglio in cui, a causa delle condizioni delle mie gambe in seguito all’incidente, e alcuni altri motivi, non sono potuta scendere]

barbara