IL NOSTRO FONDO

Karnenu festeggia 70 anni: la storia ripercorsa attraverso le memorie del fondatore

Martina Mieli

“Spero che, in futuro, qualcuno, consultando gli archivi del KKL, vorrà raccontare quanto io ho scritto”. È andata proprio così, è toccata a me! Sono io quel qualcuno a cui il Sig. Fausto Sabatello auspicava. Quando abbiamo deciso il tema di questo numero di Karnenu ho iniziato a rovistare tra i vecchi numeri, storie e personaggi da dove prendere spunto. Con molto dispiacere ho scoperto che i personaggi storici oramai non ci sono più. Ma, quando tra le vecchie carte impolverate, ho trovato le memorie dell’ideatore numero uno della nostra Rivista, quella tristezza si è trasformata in fantasia. È vero, potevo trovare qualcuno che lo aveva conosciuto, qualcuno che ne aveva forse sentito parlare, qualcuno che aveva ricordi confusi delle origini. E invece, proprio l’uomo che ha vissuto “mezzo secolo con il KKL” aspettava me, con un dono prezioso. “Soltanto noi, superstiti tra coloro che avevano visto i primi passi, potevamo scrivere questa storia… Ho deciso all’improvviso di redigere quella parte del passato che ho vissuto, così se uno storico volesse raccontarla, avrà a disposizione la narrazione degli avvenimenti”.
Affascinante, emozionante e commovente è stato sfogliare e leggere una ad una, le pagine che Fausto ha scritto con una vecchia macchina da scrivere. I suoi racconti iniziano esattamente nel lontano 1914, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, anni difficili per lui e la sua famiglia, quando in Italia vi erano ancora scarse notizie sul Sionismo, l’allora Palestina e sul mondo ebraico del Medio Oriente. Degli anni ‘20 parla dell’avvento del fascismo e, in particolare, ricorda quando si formò a Roma un gruppo sionistico non ufficiale. Nel 1926 venne in Italia Enzo Sereni per tenere una conferenza a Roma, cercando consensi ed esprimendo la necessità di contribuire allo sviluppo della Palestina Ebraica. Fu proprio in quella occasione che Fausto ebbe il primo approccio con il mondo del Keren Kayemeth LeIsrael.
“Fui l’unico a rispondere di si, così Enzo e il cugino Attilio Milano mi chiesero un appuntamento per il giorno seguente. Attilio mi affidò un Libro di Famiglia del Fondo Nazionale Ebraico, per la raccolta di offerte in occasioni liete degli ebrei romani. Dovetti cominciare da solo, in occasione del primo matrimonio. Mi ero organizzato il lavoro in modo da portare il Libro, accompagnato da una lettera di spiegazione e auguri, il venerdì per ritirarlo poi il martedì. Il Libro era nuovo, con tutte le pagine bianche; quando andai a ritirarlo con molto batticuore e dubbi sul risultato, accolto dal padre della sposa mi disse di non aver voluto esporre il Libro in casa. Mentre mi avvilivo pensando all’insuccesso del mio primo tentativo, mi diede un biglietto da 500 lire quale offerta della famiglia, con il primo successo tornai a casa. Constatata la possibilità di raccogliere denaro per la Terra di Israele ne fui incoraggiato ed il Libro di Famiglia divenne lo scopo dei miei ideali sionistici”.
Il lavoro che a Fausto sembrava facile, si rivelò invece difficile. L’ambiente non era preparato, pochissimi avevano conoscenza della Palestina, si era già in piena dittatura fascista, erano impauriti e temevano, di essere considerati antinazionali se partecipavano ad una qualsiasi iniziativa sionista. Fausto, si era proposto un principio assoluto: ad ogni cerimonia doveva esserci un Libro di Famiglia.
Il KKL era già presente in quegli anni a Firenze con a capo Giuseppe Viterbo; a Roma invece, a parte la fallita distribuzione del Bossolo Blu non vi era ne una sede ne una commissione. Così Fausto decise di occuparsi anche di questa attività. Insieme a Lello Piattelli e altri – ricorda Bruno Zevi, Augusto Segre, la famiglia Pajalic e alcuni studenti del Collegio Rabbinico – intrapresero la ricerca dei bossoli abbandonati e ne distribuirono dei nuovi. “Compilai elenchi per ogni zona di Roma – racconta Fausto – e stabilii un’apertura trimestrale. Lo slogan di allora era: un Bossolo in ogni famiglia e in ogni negozio ebraico”.
In quel periodo conobbe Haim Weizmann e Menachem Ussishkin “l’uomo di ferro” dell’amministrazione e Presidente dal 1923 del KKL che contribuì ai grandi acquisti di terre. Durante le leggi razziali e la Seconda Guerra Mondiale la situazione in Italia era tragica ma, Fausto non voleva arrendersi alle difficoltà, per un periodo nell’oscurità ha continuato il suo lavoro, che riprese poi con fermento subito dopo la guerra. “Nel 1946 – racconta Fausto – la Brigata Ebraica rientrò in Palestina e lasciò liberi alcuni locali in via Principe Amedeo: presi possesso di una stanza che ammobiliata con due tavoli ed un armadio divenne la prima sede ufficiale del KKL a Roma”. Fausto organizzò una Commissione, composta da lui, Lello Piattelli, Guido Schlesinger, Elisa Alatri; ottenne uno spazio sul bollettino mensile della allora Comunità Israelitica e fece mettere in ogni Sinagoga di Roma una “cassetta per le offerte” destinate al Fondo Nazionale Ebraico. “Negli anni che seguirono la fine della Guerra, quando l’Italia era ancora occupata dalle truppe alleate, cercai – scrive Fausto – ogni modo per aumentare l’attività del KKL. Un mezzo efficace per avvicinare il pubblico ebraico, furono alcune pellicole che ci erano state inviate da Gerusalemme”. Gli eventi organizzati con le proiezioni in varie Comunità italiane erano molto apprezzate e lui cercava sempre nuove attività per coinvolgere e avvicinare più persone possibili. Nel 1947 Fausto fece stampare il primo Lunario del KKL Italia, affiancato poi dal calendario murale (prima uscita nel 1965) ancora oggi presenti come da tradizione in tutte le case.
Dopo la nascita dello Stato di Israele nel 1948, Fausto voleva ampliare il lavoro per adeguarlo alle nuove necessità: “Progettai allora la pubblicazione di un periodico, portavoce del Keren Kayemeth LeIsrael dall’Italia, da far giungere in ogni famiglia ebraica. Mi orientai verso una rivista popolare molto illustrata da fotografie, di facile lettura, priva di ogni aspetto di bollettino parrocchiale, caratteristica della maggior parte delle altre pubblicazioni ebraiche in Italia. La mia proposta fu ascoltata e la Commissione di Milano si assunse il compito della pubblicazione”. La rivista fu chiamata “KARNENU”, ovvero “il nostro Fondo” e il primo numero uscì nel 1948. Fausto riuscì ad ottenere il trasferimento della gestione della Rivista a Roma, dove fu poi, iscritta al Tribunale con lui Direttore Responsabile; la redazione e impaginazione invece fu affidata al Dott. Fabio Della Seta che se ne occupò fino al 1955.
“Il numero seguente doveva uscire a luglio – racconta Fausto – ma non avevamo nessuno in grado di assumerne la redazione. Non volevo che per questo, Karnenu cessasse le pubblicazioni e dichiarai che avrei assunto io l’impegno di continuare la rivista. In breve tempo cercai di studiare i segreti dell’impaginazione, della riduzione delle fotografie e di altri dettagli tecnici di cui non avevo la minima nozione. Raccolsi gli articoli e le notizie necessarie e fui fortunato nella ricerca delle fotografie”. Fausto per circa due mesi lavorò intensamente nelle ore serali e notturne, unici momenti disponibili dopo il suo vero lavoro: a luglio, con un numero più ricco e animato dei precedenti, Karnenu andò in stampa regolarmente.
Dopo l’entusiasmo del suo primo numero, Fausto si rese conto della responsabilità di cui si era fatto carico e ne fece uno degli scopi principali della sua attività futura al KKL. Apprendeva continuamente nuove nozioni, imparava a migliorare l’uso dei caratteri tipografici e dei colori, iniziò a scrivere articoli, ideò disegni e vignette. Valutava come non avere sprechi e risparmiare per le spese postali, iniziò a fotografare lui stesso durante le varie cerimonie, avvenimenti ebraici o viaggi in Israele; voleva rendere il Karnenu ancora migliore. “Pubblicavo le fotografie degli iscritti nel Libro di Famiglia e nei Libri d’Onore del KKL che suscitavano in molti il desiderio di veder pubblicati le vicende della propria famiglia. Questo diede nuovo incremento al Libro di Famiglia e alle offerte di alberi in Israele. Dovetti ben presto – scrive Fausto – dedicare una intera pagina a questi avvenimenti. Fu così che Karnenu divenne un po’ la storia degli ebrei d’Italia. Sfogliando la raccolta infatti vi si trovano nascite, maggiorità, matrimoni. Il Libro di Famiglia che nei primi anni di lavoro avevo introdotto così faticosamente, oggi è divenuto una tradizione”.
Una tradizione ancora oggi, anche a distanza di così tanti anni. I suoi desideri e auspici così hanno preso forma, la rivista Karnenu nel corso del tempo ha raggiunto lo scopo che Fausto Sabatello si era prefissato: “la diffusione della conoscenza dell’opera del Fondo Nazionale Ebraico e di Israele”.
Nelle ultime righe delle sue memorie racconta che nel 1975, quando lasciò il KKL Italia per trasferirsi in Israele, le raccolte erano al terzo posto, subito dopo Stati Uniti e Gran Bretagna nella graduatoria, di tutte le nazioni del mondo dove il Keren Kayemeth LeIsrael era attivo. Incredibile! E pensare che tutto iniziò con quelle famose 500 lire di quel primo Libro di Famiglia!
“Un giorno mi recai a Iodfat, una delle prime zone di piantagione assegnate al KKL Italia. Dalla strada che dovevo percorrere, vidi l’orizzonte chiuso da una catena di colline di cui una parte grigia e brulla come tutte le zone della Galilea ancora non rimboschite. Vicino a queste, altre coperte da alberi, formavano una estesa macchia verde. Erano le Foreste degli Ebrei d’Italia: le gioie e i dolori degli ebrei italiani che attraverso il Keren Kayemeth LeIsrael si erano trasformati in alberi, fonte di vita e prosperità. Avevo avuto il privilegio di partecipare e con la loro visione nella mia mente, posso concludere che il mio lavoro è stato ben ricompensato”. Si concludono così le memorie, scritte nel maggio del 1983, dall’uomo che ha creato la nostra adorata Rivista, dopo un lavoro lungo più di cinquant’anni. Grazie a Fausto e ai suoi emozionanti racconti, ho potuto ripercorrere la vera storia, le vicende. Una testimonianza unica, che è stata raccontata esattamente come desiderava lui. Rimarrà così, viva nei cuori e negli archivi del KKL e, con Karnenu invece, continueremo ad essere presenti nelle case italiane, raccontando la storia di Israele e il lavoro del Keren Kayemeth LeIsrael.

Ecco: questo è il KKL, questa è una parte della sua storia, e questo è ciò che, ancora una volta, andrò a vedere. Parto tranquilla perché l’Iran, col culo che gli ha fatto Israele, ci penserà un po’ prima di rialzare la testa, e Hamas, col culo che gli ha fatto Israele militarmente, e l’Egitto, spalleggiato dalla Russia, diplomaticamente, di attacchi seri non ne farà. Precisando peraltro che partirei comunque, e sarei tranquilla comunque.

Come noto, quando esco di casa stacco completamente, non mi trascino dietro cordoni ombelicali, quindi fino al ritorno non sarò in rete, non vedrò i vostri eventuali commenti e non potrò approvare eventuali commenti in moderazione, e voi avrete pazienza. Continuate però a venire qui, perché vi ho programmato un po’ di cose per non farvi soffrire troppo. E ora su, cantiamo tutti insieme per celebrare la nostra amata Israele

A presto

barbara

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NOI PER LUCOLI 3

Ovvero dove vi faccio ascoltare Emanuela e vedere il giardino.

Da vedere anche questo e questoe poi questo (interessante, per gli amanti della natura, tutto il sito)

barbara

NOI PER LUCOLI 2

Ovvero il racconto di Emanuela parte seconda, dove però si racconta il prima, cioè come è nato tutto questo.

Terremoto del 2009 io e Fabrizio siamo due generosi e ci siamo messi in moto per raccogliere fondi per il piccolo paese di Lucoli che è a 14km dall’Aquila, dove i borghi erano distrutti e dove avevano predisposto tre tendopoli, parliamo di circa 900 abitanti.
Io mi occupo di project management, scrivo progetti, strutturandoli per fasi di avanzamento lavori, obiettivi e finalità, ho cominciato a lavorare con il sindaco per orientare la solidarietà che arrivava da ogni dove.
Abbiamo trovato i fondi per un poliambulatorio e per un Civil Centre (donazione di tre milioni di Euro). Però qualcosa non funzionava, tutto troppo lento, i soldi si perdevano in rivoli non identificati.
Degli amici di Roma ci hanno presentato il KKL abbiamo cominciato a pensare ad un memoriale alberato. Il sindaco (in fine mandato) ci indicò un’area di 6 ettari, una collina meravigliosa, ottenemmo la delibera politica. Cominciammo a progettare l’opera e per tale motivo venne un architetto da Gerusalemme che ospitammo in Abruzzo. Il progetto era singolare: gli alberi avrebbero disegnato il profilo delle antiche mura della Città dell’Aquila, che fu fondata su quattro quartieri
QUARTI_pieni
e uno di questi, fu fondato proprio dalla comunità di Lucoli (il paese che ora tributava, con il memoriale, l’omaggio ai morti del terremoto). Gli alberi prescelti erano ornielli, aceri montani, maggiociondoli.
simulazione percorsi
Cambiò il sindaco e il nuovo, come accade nelle nostre realtà, non facilitò, ignorò e ci lasciò in balia di un Ufficio Tecnico insidioso e il risultato fu che ci chiesero circa 8mila Euro per la sdemanializzazione dell’area. Invece di essere aiutati visto che investivamo per la comunità.
Facemmo scrivere da un avvocato che rinunciavamo alla destinazione.
Mettemmo gli occhi su un bosco plurisecolare sempre nella zona, ma appartenente al clero, facemmo domanda, ma la politica del “o con noi o nulla” arrivò (si misero d’accordo i geometri dell’Istituto e del Comune) e ci chiesero 1000 Euro di fitto mensili per 3 ettari con querce di 300 anni. Declinammo, siamo una Onlus.
E così dopo un anno di lavoro e la maturata consapevolezza della melma imperante nelle amministrazioni locali, fummo accolti da un Parroco siciliano (anche lui non autoctono ed isolato), Abate di un’abbazia dell’anno mille, unico Signore anche del terreno circostante (per giurisdizione l’Abbazia è fuori anche dal controllo dell’Arcidiocesi dell’Aquila) ci diede 3mila metri.
terreno
Ma il progetto non poteva essere lo stesso: non più 309 alberi ma solo 70.
E così l’ordine degli agronomi di Roma predispose il progetto per i “frutti antichi”, un vivaista appassionato ricercatore di vecchie specie ci fornì le piante. Il costo del progetto, completamente autofinanziato, 13.000 Euro.
Questa immagine rappresenta il lay out attuale.
perimetro_area_giardino
Abbiamo comunque bonificato un terreno incolto, lo abbiamo spianato e recintato.
La popolazione locale non ha accettato questo monumento verde visto che a Lucoli non c’erano state vittime per il sisma, non lo capiscono, gli alberi e l’ambiente non sono un valore ce ne sono tanti…..
Nessuno è profeta in patria.
Gli alberi sono adottati, l’astronauta Paolo Nespoli ha adottato un pero.
nespoli
Molte le adozioni di stranieri: Lee Briccetti, ad esempio (Direttore della Poets House di New York) Leslie Korrick (professore dell’Università di Toronto), ogni albero ha la targa di riferimento di chi lo ha adottato.
sue cooper
Noi ci siamo trasformati in agricoltori, le piante ci tengono in catene, ma comunicano alle anime sensibili e ci chiedono di rinnovare in ogni momento della loro vita la custodia della memoria di quelle vite strappate dal terremoto orco. In un tempo contemporaneo centrato sui “flash” e sui “tweet” della vita questa nostra dedizione, continuata e ti assicuro sofferta, mi appare rivoluzionaria.
Abbiamo comunque un grande alleato: lo spirito di un antico eremita vissuto nel 1154 proprio nell’Abbazia circostante (per 25 anni, poi si ritirò nei boschi), San Franco è legato alle sorgenti e all’acqua, lui ci deve aver preso a benvolere….perché nel Giardino della Memoria non c’è acqua…..nessuno ci ha fatto un’utenza, ma le piante vegetano rigogliose! Nei momenti di grande caldo portiamo l’acqua con le cisterne.
Portiamo ogni tanto dei bimbi per fare attività didattica sul frutteto.
bambini
Se la vedi te ne rendi conto subito: Emanuela è un caterpillar. Dolcissima, ma caterpillar, se decide di partire parte, se decide di arrivare arriva, e niente la può fermare (che fortuna averla incontrata!)

barbara

 

NOI PER LUCOLI 1

Ovvero il racconto di Emanuela parte prima. Che in realtà sarebbe quella finale, ma la metto per prima così si sa di che cosa stiamo parlando.

Il giardino della memoria dell’Abbazia di San Giovanni Battista a Lucoli: un monumento vivo realizzato dopo il terremoto del 2009 insieme al Keren Kayemeth LeIsrael di Gerusalemme

Oggi è un posto che dà pace e la pace è il presupposto per arrivare alla consapevolezza, a capire meglio ciò che abbiamo intorno e ciò che abbiamo dentro di noi.
Le persone che hanno fondato NoixLucoli hanno pensato ad una collezione viva per ricordare quelli che vivi rimarranno nel nostro pensiero, parlo di quei 309 del terremoto d’Abruzzo del 2009. Abbiamo pensato che era delicato e perché no ecologico onorare la vita con vita ed ecco il perché della costituzione di questo giardino-frutteto di antiche varietà. Anche il KKL Italia ha voluto partecipare, volendo fare un omaggio alla Città dell’Aquila che, durante la seconda guerra mondiale, aveva salvato molte persone di religione ebraica nascondendole.
E’ stato un lavoro estenuante durato due anni ci siamo persi tra burocrazia, paludamenti amministrativi e nostra inesperienza (facciamo altro nella vita cittadina).
Il progetto ha visto compimento con una ricca collezione di piante appartenenti alla categoria dei “frutti antichi” ricercate e selezionate nei poderi abbandonati dell’Appennino Abruzzese.
elenco piante 1
elenco piante2
C’era un tempo, non lontanissimo, in cui le varietà locali di frutta erano una risposta adattativa alle condizioni del luogo. Una varietà era idonea a “quel” sito e non ad altro. C’era un tempo in cui nell’orto erano presenti varietà diverse di specie diverse che, in successione, assicuravano frutta per un lungo periodo dell’anno e quando finiva la fruttificazione erano materia prima di marmellate e conserve.
Poi arrivò un tempo, detto globalizzazione-con-allegata-grande-distribuzione, in cui la frutta doveva andar bene per tutti: Nord-Sud-Est-Ovest. La caratteristica fondamentale della frutta da produrre era fondata sull’aspetto (bellezza, colore e pezzatura) e la conservabilità nel trasporto e nelle camere frigorifere. Non più indispensabile risultava quell’insieme di qualità che descrive il “frutto buono”.
Questi sentimentalismi non erano e non sono previsti nella globalizzazione perché il fondamento è che oggi poche varietà (peraltro fortemente imparentate dal punto di vista genetico) debbono valere per tutti, per tutto, ovunque, in modo tale di uniformare tecniche di allevamento e di conservazione prima della vendita. Vuoi che una mela che non sa di niente divenga più saporita? Gli metti uno sciroppo, un top-dressing, un cioccolato liquido.
Questo gruppo di amici che volevano ricordare il terremoto con un’opera della natura avevano una consapevolezza diversa: volevano ritrovare la variabilità genetica del territorio abruzzese ed il suo “paesaggio gustativo e olfattivo annidato nella memoria”.
Siamo convinti e sottolineiamo che davanti a qualsiasi minaccia la vita avrà qualche chance solo se ci saranno persone o comunità che riusciranno a convivere col cambiamento, a sopravvivere ed a trasmettere quei geni che hanno consentito l’adattamento. La diversità della vita, ovvero la biodiversità, è un’assicurazione per tutti noi, è una enorme cassaforte APERTA e ALL’APERTO pronta a offrire quel che serve per affrontare eventuali avversità.

Emanuela Mariani
Lucoli 1
Lucoli 2
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Lucoli 5
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Lucoli 8
Poi leggerete il resto alla prossima puntata, e si chiariranno anche tutti i dettagli.

barbara

 

E QUANDO (12/2)

E quando nella casa (casetta. Casettina. In effetti il mio appartamento è più grande) di Ben Gurion in mezzo al deserto (oggi non più, ma a quel tempo lo era) Franco ha proposto di cantare tutti insieme HaTikvah. Ho chiesto espressamente l’autorizzazione a cantare anch’io (per metà della mia vita ho pensato di essere la persona più stonata del pianeta. Poi è salito alla ribalta Jovanotti e mi sono dovuta autorelegare al secondo posto. Che è comunque una posizione non da poco). HaTikvah è una cosa talmente emozionante che mi emoziono perfino quando, stonatissima, la canto io. E quelle cinquanta persone strette in una stanza, alcune intonate e alcune no, appassionate, emozionate, unite in quel coro spontaneo, mi hanno fatto pensare – spero che a qualcuno l’accostamento non appaia irrispettoso – a quest’altro coro,

soprattutto per le parole finali del rabbino: “Am Israel chai, the children of Israel still live”: loro erano vivi, e dopo settantadue anni noi eravamo lì, in Terra d’Israele, in mezzo al deserto fatto fiorire anche da loro e dagli altri sopravvissuti, vivi, a testimoniare la realizzazione di quella speranza.

E quando presso la tomba di Ben Gurion mi sono fatta un mezzo pianto insieme a Simonetta, perché certe emozioni sono troppo forti per riuscire a restare dentro, soprattutto quando si è vicini a qualcuno che le condivide, e in qualche modo devono uscire. Poi naturalmente abbiamo smesso, ed eccoci qui, belle e sorridenti.
con Simonetta

E quando ho chiesto ad Avi,
Avi 1
Avi 2
il nostro addetto alla sicurezza e paramedico, mitra in spalla e zaino di pronto soccorso al seguito, di misurarmi la pressione perché in questo periodo è molto ballerina e devo tenerla controllata per potere, in caso di necessità, aggiustare il dosaggio delle pastiglie, e lui ha risposto “Se vuoi vengo a misurartela in camera tutte le sere” (ohibò, è vero che mi sono sempre piaciuti giovani e che il mio ex più giovane potrebbe essere mio figlio, ma di questo potrei tranquillamente essere la nonna) (che comunque se ci fosse stato il minimissimo sospetto che lui parlasse sul serio, se ci fosse stato il minimissimo sospetto che io potessi prendere in considerazione l’idea, ad entrambi sarebbero stati cavati gli occhi seduta stante) (e avrei anche dovuto darle ragione).

E quando Emanuela ha incominciato a raccontare. È stato a Timna, durante la cena, che abbiamo consumato nel ristorante presso questo laghetto (foto di Martina),
lago Timna
arrivandoci per questo sentiero costeggiato da grandi candele di citronella.
sentiero lago Timna
Ha incominciato a raccontare, dicevo, e ho pensato eccone un’altra che vuole far sapere quanto è brava. E ha continuato a raccontare e ho pensato ah beh, però. Ed è andata avanti a raccontare e più andava avanti più mi diventava difficile contenere l’emozione. E sempre più diventava chiaro che non stava facendo la bella statuina, ma trasmettendo – con modestia, con umiltà – una conoscenza che nessuno di noi aveva. Quando ha finito di raccontare le ho chiesto di scrivere quello che aveva raccontato, per metterlo nel blog. Metterò anche le foto, e un video, e i link ai documenti, ma il racconto voglio che sia quello suo, palpitante, emozionato ed emozionante, come lo abbiamo sentito noi, in quella notte in mezzo al deserto, perché le azioni che danno un senso alla parola “umanità” non vanno mai nelle prime pagine dei giornali, ed è quindi giusto trovare per loro altri spazi.

E quando alla cena di Shabbat abbiamo cantato Shalom Aleichem e mi è tornata alla mente la volta che è stata cantata nel mikveh di Siracusa,
mikveh Siracusa
con voce bassa e profonda che riecheggiava tra le volte, io appoggiata a una di quelle colonne, e improvvisamente dal petto mi è scoppiato fuori un grosso singhiozzo.

E quando Shariel Gun, direttore generale del KKL Italia, appena saliti sull’autobus che dal Ben Gurion ci avrebbe portati al mar Morto, ha provveduto a informarci che “sull’autobus c’è uaifai, che immagino che in Italia si dirà vafa”, e io non solo non ho capito la battuta, ma non ho neanche capito che era una battuta, fino a quando un compagno di viaggio non mi ha detto che “ci ho messo un po’ prima di capire la battuta del vaf(f)a che si dice in Italia”.

E quando mi sono messa a raccontare a una compagna di viaggio un certo episodio, e per chiarire le circostanze ho spiegato che fino a non molto tempo fa vivevo in mezzo alle Alpi e lei mi interrompe dicendo: “Tu hai tenuto una conferenza a Udine!”

E quando la signora P., ultraottantenne (un bel po’ ultra, credo) si è incazzata con me e con Marisa e si è messa a strepitare “io mi sono rotta i coglioni, cazzo!” (Poi Pierre, un po’ per l’impegno che ci ha messo, un po’ per talento naturale, non solo l’ha rabbonita, ma alla fine è riuscito anche a farla ridere, anche se cercava testardamente di continuare a fare il muso)

E questi siamo tutti noi, alle spalle il deserto e davanti le tombe di Ben Gurion e di sua moglie Paula (purtroppo il sistema che mi aveva insegnato Giovanni per rendere le immagini cliccabili per ingrandire non funziona più. Se lui o chiunque altro mi può insegnare un sistema alternativo gliene sarò grata)
tutti Sde Boker
barbara

ISRAELE DIECI (11)

La foresta di Baram

La foresta di Baram si trova in Alta Galilea, nell’estremo nord di Israele, al confine col Libano.
mappa Baram
Questa foresta è stata affidata all’Italia, ossia agli amici italiani del KKL che vi fanno piantare alberi alla memoria dei loro cari. Noi non abbiamo visitato la foresta, ci siamo solo fermati nella zona in cui sono le targhe con i nomi dei donatori che hanno contribuito con almeno 2000 euro (con una donazione di 10 euro si fa piantare un albero. È con questo sistema, con queste donazioni, che Israele è diventata l’unico Paese al mondo ad essere entrato nel XXI secolo con più alberi di quanti ne avesse all’inizio del XX), per recitare il kaddish (la preghiera per i morti) per la moglie di uno dei partecipanti al viaggio. Le foto che vedete qui di seguito le ho scattate intorno al punto in cui ci trovavamo.
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barbara

STO IMPARANDO

A fare la spesa mi accompagna regolarmente la mia badante a ore, dato che non posso chinarmi, non posso sollevare e portare pesi, non posso fare sforzi di alcun genere. A volte però capita che in un giorno in cui lei non c’è ho bisogno di una o due cose leggere: un cespo di insalata, due pomodori, il burro, il latte. Il latte, ecco: le altre cose sono tutte raggiungibili, il latte no. Quello che prendo io, ossia il più economico, che è anche quello che viene da più lontano cioè dall’Austria, sta al piano terra, a dieci centimetri dal pavimento, e non lo posso prendere, quindi bisogna che fermi il primo che passa e gli chieda il favore di prendermelo. Ecco, la cosa che sto faticosamente imparando è questa: chiedere aiuto. Non l’ho mai fatto. Non sono mai stata capace di farlo. A causa di questa mia incapacità mi sono trovata in situazioni a volte anche abbastanza drammatiche. In molte cose me la so cavare benissimo da sola, dal cambiare una presa di corrente al ricaricare la batteria dell’auto, ma in tutte no, naturalmente. E in quelle che no, se non capitava per caso qualcuno a offrirmi aiuto spontaneamente, non ne uscivo. Adesso, che la situazione di avere bisogno di aiuto è così frequente, mi sono dovuta decidere a imparare. Le prime volte balbettavo, il che mi metteva ancora di più in imbarazzo, a volte ero costretta a ripetere perché farfugliavo così penosamente che quello che usciva dalla mia bocca era proprio incomprensibile. Ma pian piano sto imparando. Adesso riesco quasi sempre a dirlo tutto di fila “mi scusi, per favore, mi potrebbe prendere quel cartone di latte lì?” Il busto è ben visibile, non ho bisogno di spiegare perché non lo faccio da sola. Poi c’è che a volte ho l’impressione che un sacco di persone abbiano una tale voglia di gentilezza da essere grati non solo quando la ricevono, ma addirittura quando viene loro offerta l’opportunità di darla.
Vabbè, con tutto sto gran guaio – che poi mi è venuto in mente che è stato qui che ho mandato a puttane la vertebra. Poi l’ultimo giorno in Israele abbiamo piantato un alberello (uno ciascuno, cioè) in una foresta del KKL e non potendomi inginocchiare per via delle ginocchia distrutte dall’incidente sono stata lì un tempo infinito (il terreno era scosceso e sassoso) a picconare tutta curva in avanti, e lì le ho dato il colpo di grazia. A questo punto bastava soffiarci sopra perché andasse in due pezzi, e così è stato – con tutto sto gran guaio, dicevo, che oltre a tutto il resto mi costerà sicuramente anche il viaggio in Israele di settembre, almeno una cosa buona è venuta. Poi mi resta da capire perché sessanta giorni di busto mi abbiano portato via sei chili senza che abbia fatto niente per perderli, in aggiunta ai nove chili persi nei quattordici mesi precedenti, senza che abbia fatto niente per perdere neanche quelli, ma questa è un’altra storia.

barbara

LA VOLTA CHE KARMENIZKI PIANSE

Ci sono momenti che si fissano per sempre nella storia di un popolo. Uno di questi momenti fondanti si verificò il 29 dicembre 1901 a Basilea, fuori dalla sala del casinò in cui si era riunito il quinto Congresso Sionista. In quel momento, Johan (Yona) Karmenizki scoppiò a piangere. Karmenizki, ingegnere elettrico, industriale e sionista attivo, piangeva perché i delegati del Congresso avevano deciso di votare contro l’istituzione del Keren Kayemeth LeIsrael. ll giurista Max Bodenheimer aveva chiesto una precisa formulazione giuridica degli scopi del Fondo, prima della sua approvazione: 81 delegati votarono contro e 54 a favore.
ll quinto Congresso Sionista aveva messo ai voti un’idea formulata qualche anno prima da Zvi Hermann Schapira, un professore di matematica all’Università di Heidelberg. Nel 1897 Schapira salì sullo scranno del primo Congresso Sionista e propose di raccogliere del denaro da tutti gli ebrei del mondo, per istituire un fondo ebraico. Due terzi del denaro raccolto avrebbero costituito un fondo per l’acquisto di terre, mentre il restante terzo sarebbe stato dedicato alla conservazione delle terre acquistate. Un ulteriore principio fissato da Schapira era che la terra acquistata rimanesse di proprietà del Fondo. Ma Schapira morì otto mesi dopo la sua proposta.
Tornando al quinto Congresso, Karmenizki pianse perché di volta in volta aveva visto come i delegati respingessero l’istituzione del Fondo. Egli riteneva infatti che soltanto per mezzo di un Fondo Nazionale sarebbe stato possibile far ritornare il suolo della Terra d’Israele al Popolo Ebraico. Credeva che soltanto in questo modo si potesse cambiare la realtà del Popolo che viveva in esilio da duemila anni. Al momento della votazione Theodor Herzl stava fuori dall’aula dell’assemblea plenaria, qualcuno corse a raccontargli delle lacrime di Karmenizki, e Herzl si affrettò a ritornare in sala. Quando Herzl voleva qualcosa, non c’era nulla che potesse sbarrargli la strada. Trovò un difetto tecnico nella votazione e chiese una nuova votazione. Dopo un lungo dibattito si rivolse agli astanti esclamando: “Questa volta non vogliamo sciogliere l’assemblea senza aver compiuto l’opera. Sta a voi decidere se rinviare l’istituzione del Fondo per altri due anni, o anche fino alla venuta del Messia”.
Tutta l’aula urlò “No”.
Herzl mise nuovamente la questione al voto, stabilendo che “Il Fondo è proprietà del Popolo Ebraico tutto”. Al momento della votazione sull’aula calò il silenzio. Pochi minuti dopo Herzl annunciò i risultati della votazione: 105 voti a favore, 82 contrari. Il 29 dicembre 1901, alle ore 19:40, nacque il Fondo Nazionale Ebraico. Yona Karmenizki si asciugò le lacrime e fece la prima donazione: 10 Lire sterline; gesto immortalato sulla prima pagina del primo volume del Libro d’Oro del KKL. Anche Bodenheimer, nonostante la sua opposizione iniziale, fece una generosa donazione. Il Popolo d’Israele era passato così dalla fase delle parole sul Sionismo alla fase dei fatti.
Ya’acov Shkolnik

Jona Karmenizki

Chi fosse nuovo da queste parti e volesse sapere qualcosa di più sull’epopea del KKL può andare qui e leggere il mio resoconto dell’ottavo viaggio in Israele, organizzato appunto dal KKL.
Poi, visto che l’anno è appena iniziato e che voi non avete niente da fare, andate a leggervi anche un po’ di previsioni.

barbara

BEMIDBAR 4

Netiv HaAsara

Netiv HaAsara è un moshav a ridosso della striscia di Gaza, nel deserto del Negev.
Netiv HaAsara 1
Netiv HaAsara 2
(clic per ingrandire)
È stato costruito nel 1982, per reinsediarvi settanta famiglie evacuate dal villaggio recante lo stesso nome nel Sinai, da cui erano state evacuate nell’ambito degli accordi di pace di Camp David con l’Egitto. Gaza è lì, a 400 metri di distanza.
Gaza
Come più o meno dappertutto in Israele, anche qui si vede del verde,
verde 1
verde 2
ma le coltivazioni vengono effettuate per lo più nelle serre,
serre
a causa dell’aridità del terreno desertico. Dal 2005, dopo la tragedia (o dovrei piuttosto dire crimine?) della deportazione degli oltre ottomila ebrei di Gush Katif, nella striscia di Gaza, da parte del governo di Ariel Sharon, gli abitanti di Netiv HaAsara vivono nel terrore quotidiano dei terroristi e dei cecchini che non hanno più alcun ostacolo per introdursi nelle case del moshav e portarvi morte e terrore. Per i missili il tempo a disposizione non è di quindici secondi, come nei centri più vicini di cui siamo soliti sentir parlare, bensì di tre, come viene ricordato in questo ottimo reportage, e non c’è la copertura di Iron Dome perché, proprio per l’estrema vicinanza, il sistema non ha il tempo di entrare in azione. Per difendersi almeno dagli attacchi di terra, il mohav è stato circondato da muri
muro 1
muro 2
e recinzioni,
recinzione 1
recinzione 2
recinzione 3
e per avere sempre un riparo a portata di mano dai missili si sono costruiti un’infinità di rifugi, che tuttavia non mettono il villaggio al riparo dai tunnel: uno usciva proprio qui, in mezzo a questo campo.
tunnel
Ora è in programma l’espansione del villaggio per dare spazio all’accrescimento naturale e per accogliere nuove famiglie; in questo momento si sta lavorando alla preparazione del terreno,
espansione 1
espansione 2
espansione 3
espansione 4
sempre con l’attiva collaborazione del KKL.
KKL
Conoscendo la straordinaria intraprendenza israeliana, possiamo essere certi che chi vi andrà fra qualche mese potrà già vedere un paesaggio molto diverso.
Questa è Smadar,
Smadar
tra i fondatori del moshav, dalla bellezza assoluta nonostante i molti anni sulle spalle e la vita durissima che da sempre conduce. E questo è un video che ho trovato in rete in cui risalta una delle più singolari caratteristiche di Israele: la straordinaria serenità che si respira anche nei luoghi dove più si scatena il terrore portato da chi ha scelto di sposare la morte anziché la vita.

barbara