E QUANDO (12/2)

E quando nella casa (casetta. Casettina. In effetti il mio appartamento è più grande) di Ben Gurion in mezzo al deserto (oggi non più, ma a quel tempo lo era) Franco ha proposto di cantare tutti insieme HaTikvah. Ho chiesto espressamente l’autorizzazione a cantare anch’io (per metà della mia vita ho pensato di essere la persona più stonata del pianeta. Poi è salito alla ribalta Jovanotti e mi sono dovuta autorelegare al secondo posto. Che è comunque una posizione non da poco). HaTikvah è una cosa talmente emozionante che mi emoziono perfino quando, stonatissima, la canto io. E quelle cinquanta persone strette in una stanza, alcune intonate e alcune no, appassionate, emozionate, unite in quel coro spontaneo, mi hanno fatto pensare – spero che a qualcuno l’accostamento non appaia irrispettoso – a quest’altro coro,

soprattutto per le parole finali del rabbino: “Am Israel chai, the children of Israel still live”: loro erano vivi, e dopo settantadue anni noi eravamo lì, in Terra d’Israele, in mezzo al deserto fatto fiorire anche da loro e dagli altri sopravvissuti, vivi, a testimoniare la realizzazione di quella speranza.

E quando presso la tomba di Ben Gurion mi sono fatta un mezzo pianto insieme a Simonetta, perché certe emozioni sono troppo forti per riuscire a restare dentro, soprattutto quando si è vicini a qualcuno che le condivide, e in qualche modo devono uscire. Poi naturalmente abbiamo smesso, ed eccoci qui, belle e sorridenti.
con Simonetta

E quando ho chiesto ad Avi,
Avi 1
Avi 2
il nostro addetto alla sicurezza e paramedico, mitra in spalla e zaino di pronto soccorso al seguito, di misurarmi la pressione perché in questo periodo è molto ballerina e devo tenerla controllata per potere, in caso di necessità, aggiustare il dosaggio delle pastiglie, e lui ha risposto “Se vuoi vengo a misurartela in camera tutte le sere” (ohibò, è vero che mi sono sempre piaciuti giovani e che il mio ex più giovane potrebbe essere mio figlio, ma di questo potrei tranquillamente essere la nonna) (che comunque se ci fosse stato il minimissimo sospetto che lui parlasse sul serio, se ci fosse stato il minimissimo sospetto che io potessi prendere in considerazione l’idea, ad entrambi sarebbero stati cavati gli occhi seduta stante) (e avrei anche dovuto darle ragione).

E quando Emanuela ha incominciato a raccontare. È stato a Timna, durante la cena, che abbiamo consumato nel ristorante presso questo laghetto (foto di Martina),
lago Timna
arrivandoci per questo sentiero costeggiato da grandi candele di citronella.
sentiero lago Timna
Ha incominciato a raccontare, dicevo, e ho pensato eccone un’altra che vuole far sapere quanto è brava. E ha continuato a raccontare e ho pensato ah beh, però. Ed è andata avanti a raccontare e più andava avanti più mi diventava difficile contenere l’emozione. E sempre più diventava chiaro che non stava facendo la bella statuina, ma trasmettendo – con modestia, con umiltà – una conoscenza che nessuno di noi aveva. Quando ha finito di raccontare le ho chiesto di scrivere quello che aveva raccontato, per metterlo nel blog. Metterò anche le foto, e un video, e i link ai documenti, ma il racconto voglio che sia quello suo, palpitante, emozionato ed emozionante, come lo abbiamo sentito noi, in quella notte in mezzo al deserto, perché le azioni che danno un senso alla parola “umanità” non vanno mai nelle prime pagine dei giornali, ed è quindi giusto trovare per loro altri spazi.

E quando alla cena di Shabbat abbiamo cantato Shalom Aleichem e mi è tornata alla mente la volta che è stata cantata nel mikveh di Siracusa,
mikveh Siracusa
con voce bassa e profonda che riecheggiava tra le volte, io appoggiata a una di quelle colonne, e improvvisamente dal petto mi è scoppiato fuori un grosso singhiozzo.

E quando Shariel Gun, direttore generale del KKL Italia, appena saliti sull’autobus che dal Ben Gurion ci avrebbe portati al mar Morto, ha provveduto a informarci che “sull’autobus c’è uaifai, che immagino che in Italia si dirà vafa”, e io non solo non ho capito la battuta, ma non ho neanche capito che era una battuta, fino a quando un compagno di viaggio non mi ha detto che “ci ho messo un po’ prima di capire la battuta del vaf(f)a che si dice in Italia”.

E quando mi sono messa a raccontare a una compagna di viaggio un certo episodio, e per chiarire le circostanze ho spiegato che fino a non molto tempo fa vivevo in mezzo alle Alpi e lei mi interrompe dicendo: “Tu hai tenuto una conferenza a Udine!”

E quando la signora P., ultraottantenne (un bel po’ ultra, credo) si è incazzata con me e con Marisa e si è messa a strepitare “io mi sono rotta i coglioni, cazzo!” (Poi Pierre, un po’ per l’impegno che ci ha messo, un po’ per talento naturale, non solo l’ha rabbonita, ma alla fine è riuscito anche a farla ridere, anche se cercava testardamente di continuare a fare il muso)

E questi siamo tutti noi, alle spalle il deserto e davanti le tombe di Ben Gurion e di sua moglie Paula (purtroppo il sistema che mi aveva insegnato Giovanni per rendere le immagini cliccabili per ingrandire non funziona più. Se lui o chiunque altro mi può insegnare un sistema alternativo gliene sarò grata)
tutti Sde Boker
barbara

ISRAELE DIECI (11)

La foresta di Baram

La foresta di Baram si trova in Alta Galilea, nell’estremo nord di Israele, al confine col Libano.
mappa Baram
Questa foresta è stata affidata all’Italia, ossia agli amici italiani del KKL che vi fanno piantare alberi alla memoria dei loro cari. Noi non abbiamo visitato la foresta, ci siamo solo fermati nella zona in cui sono le targhe con i nomi dei donatori che hanno contribuito con almeno 2000 euro (con una donazione di 10 euro si fa piantare un albero. È con questo sistema, con queste donazioni, che Israele è diventata l’unico Paese al mondo ad essere entrato nel XXI secolo con più alberi di quanti ne avesse all’inizio del XX), per recitare il kaddish (la preghiera per i morti) per la moglie di uno dei partecipanti al viaggio. Le foto che vedete qui di seguito le ho scattate intorno al punto in cui ci trovavamo.
Baram 1
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Baram 3
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barbara

STO IMPARANDO

A fare la spesa mi accompagna regolarmente la mia badante a ore, dato che non posso chinarmi, non posso sollevare e portare pesi, non posso fare sforzi di alcun genere. A volte però capita che in un giorno in cui lei non c’è ho bisogno di una o due cose leggere: un cespo di insalata, due pomodori, il burro, il latte. Il latte, ecco: le altre cose sono tutte raggiungibili, il latte no. Quello che prendo io, ossia il più economico, che è anche quello che viene da più lontano cioè dall’Austria, sta al piano terra, a dieci centimetri dal pavimento, e non lo posso prendere, quindi bisogna che fermi il primo che passa e gli chieda il favore di prendermelo. Ecco, la cosa che sto faticosamente imparando è questa: chiedere aiuto. Non l’ho mai fatto. Non sono mai stata capace di farlo. A causa di questa mia incapacità mi sono trovata in situazioni a volte anche abbastanza drammatiche. In molte cose me la so cavare benissimo da sola, dal cambiare una presa di corrente al ricaricare la batteria dell’auto, ma in tutte no, naturalmente. E in quelle che no, se non capitava per caso qualcuno a offrirmi aiuto spontaneamente, non ne uscivo. Adesso, che la situazione di avere bisogno di aiuto è così frequente, mi sono dovuta decidere a imparare. Le prime volte balbettavo, il che mi metteva ancora di più in imbarazzo, a volte ero costretta a ripetere perché farfugliavo così penosamente che quello che usciva dalla mia bocca era proprio incomprensibile. Ma pian piano sto imparando. Adesso riesco quasi sempre a dirlo tutto di fila “mi scusi, per favore, mi potrebbe prendere quel cartone di latte lì?” Il busto è ben visibile, non ho bisogno di spiegare perché non lo faccio da sola. Poi c’è che a volte ho l’impressione che un sacco di persone abbiano una tale voglia di gentilezza da essere grati non solo quando la ricevono, ma addirittura quando viene loro offerta l’opportunità di darla.
Vabbè, con tutto sto gran guaio – che poi mi è venuto in mente che è stato qui che ho mandato a puttane la vertebra. Poi l’ultimo giorno in Israele abbiamo piantato un alberello (uno ciascuno, cioè) in una foresta del KKL e non potendomi inginocchiare per via delle ginocchia distrutte dall’incidente sono stata lì un tempo infinito (il terreno era scosceso e sassoso) a picconare tutta curva in avanti, e lì le ho dato il colpo di grazia. A questo punto bastava soffiarci sopra perché andasse in due pezzi, e così è stato – con tutto sto gran guaio, dicevo, che oltre a tutto il resto mi costerà sicuramente anche il viaggio in Israele di settembre, almeno una cosa buona è venuta. Poi mi resta da capire perché sessanta giorni di busto mi abbiano portato via sei chili senza che abbia fatto niente per perderli, in aggiunta ai nove chili persi nei quattordici mesi precedenti, senza che abbia fatto niente per perdere neanche quelli, ma questa è un’altra storia.

barbara

LA VOLTA CHE KARMENIZKI PIANSE

Ci sono momenti che si fissano per sempre nella storia di un popolo. Uno di questi momenti fondanti si verificò il 29 dicembre 1901 a Basilea, fuori dalla sala del casinò in cui si era riunito il quinto Congresso Sionista. In quel momento, Johan (Yona) Karmenizki scoppiò a piangere. Karmenizki, ingegnere elettrico, industriale e sionista attivo, piangeva perché i delegati del Congresso avevano deciso di votare contro l’istituzione del Keren Kayemeth LeIsrael. ll giurista Max Bodenheimer aveva chiesto una precisa formulazione giuridica degli scopi del Fondo, prima della sua approvazione: 81 delegati votarono contro e 54 a favore.
ll quinto Congresso Sionista aveva messo ai voti un’idea formulata qualche anno prima da Zvi Hermann Schapira, un professore di matematica all’Università di Heidelberg. Nel 1897 Schapira salì sullo scranno del primo Congresso Sionista e propose di raccogliere del denaro da tutti gli ebrei del mondo, per istituire un fondo ebraico. Due terzi del denaro raccolto avrebbero costituito un fondo per l’acquisto di terre, mentre il restante terzo sarebbe stato dedicato alla conservazione delle terre acquistate. Un ulteriore principio fissato da Schapira era che la terra acquistata rimanesse di proprietà del Fondo. Ma Schapira morì otto mesi dopo la sua proposta.
Tornando al quinto Congresso, Karmenizki pianse perché di volta in volta aveva visto come i delegati respingessero l’istituzione del Fondo. Egli riteneva infatti che soltanto per mezzo di un Fondo Nazionale sarebbe stato possibile far ritornare il suolo della Terra d’Israele al Popolo Ebraico. Credeva che soltanto in questo modo si potesse cambiare la realtà del Popolo che viveva in esilio da duemila anni. Al momento della votazione Theodor Herzl stava fuori dall’aula dell’assemblea plenaria, qualcuno corse a raccontargli delle lacrime di Karmenizki, e Herzl si affrettò a ritornare in sala. Quando Herzl voleva qualcosa, non c’era nulla che potesse sbarrargli la strada. Trovò un difetto tecnico nella votazione e chiese una nuova votazione. Dopo un lungo dibattito si rivolse agli astanti esclamando: “Questa volta non vogliamo sciogliere l’assemblea senza aver compiuto l’opera. Sta a voi decidere se rinviare l’istituzione del Fondo per altri due anni, o anche fino alla venuta del Messia”.
Tutta l’aula urlò “No”.
Herzl mise nuovamente la questione al voto, stabilendo che “Il Fondo è proprietà del Popolo Ebraico tutto”. Al momento della votazione sull’aula calò il silenzio. Pochi minuti dopo Herzl annunciò i risultati della votazione: 105 voti a favore, 82 contrari. Il 29 dicembre 1901, alle ore 19:40, nacque il Fondo Nazionale Ebraico. Yona Karmenizki si asciugò le lacrime e fece la prima donazione: 10 Lire sterline; gesto immortalato sulla prima pagina del primo volume del Libro d’Oro del KKL. Anche Bodenheimer, nonostante la sua opposizione iniziale, fece una generosa donazione. Il Popolo d’Israele era passato così dalla fase delle parole sul Sionismo alla fase dei fatti.
Ya’acov Shkolnik

Jona Karmenizki

Chi fosse nuovo da queste parti e volesse sapere qualcosa di più sull’epopea del KKL può andare qui e leggere il mio resoconto dell’ottavo viaggio in Israele, organizzato appunto dal KKL.
Poi, visto che l’anno è appena iniziato e che voi non avete niente da fare, andate a leggervi anche un po’ di previsioni.

barbara

BEMIDBAR 4

Netiv HaAsara

Netiv HaAsara è un moshav a ridosso della striscia di Gaza, nel deserto del Negev.
Netiv HaAsara 1
Netiv HaAsara 2
(clic per ingrandire)
È stato costruito nel 1982, per reinsediarvi settanta famiglie evacuate dal villaggio recante lo stesso nome nel Sinai, da cui erano state evacuate nell’ambito degli accordi di pace di Camp David con l’Egitto. Gaza è lì, a 400 metri di distanza.
Gaza
Come più o meno dappertutto in Israele, anche qui si vede del verde,
verde 1
verde 2
ma le coltivazioni vengono effettuate per lo più nelle serre,
serre
a causa dell’aridità del terreno desertico. Dal 2005, dopo la tragedia (o dovrei piuttosto dire crimine?) della deportazione degli oltre ottomila ebrei di Gush Katif, nella striscia di Gaza, da parte del governo di Ariel Sharon, gli abitanti di Netiv HaAsara vivono nel terrore quotidiano dei terroristi e dei cecchini che non hanno più alcun ostacolo per introdursi nelle case del moshav e portarvi morte e terrore. Per i missili il tempo a disposizione non è di quindici secondi, come nei centri più vicini di cui siamo soliti sentir parlare, bensì di tre, come viene ricordato in questo ottimo reportage, e non c’è la copertura di Iron Dome perché, proprio per l’estrema vicinanza, il sistema non ha il tempo di entrare in azione. Per difendersi almeno dagli attacchi di terra, il mohav è stato circondato da muri
muro 1
muro 2
e recinzioni,
recinzione 1
recinzione 2
recinzione 3
e per avere sempre un riparo a portata di mano dai missili si sono costruiti un’infinità di rifugi, che tuttavia non mettono il villaggio al riparo dai tunnel: uno usciva proprio qui, in mezzo a questo campo.
tunnel
Ora è in programma l’espansione del villaggio per dare spazio all’accrescimento naturale e per accogliere nuove famiglie; in questo momento si sta lavorando alla preparazione del terreno,
espansione 1
espansione 2
espansione 3
espansione 4
sempre con l’attiva collaborazione del KKL.
KKL
Conoscendo la straordinaria intraprendenza israeliana, possiamo essere certi che chi vi andrà fra qualche mese potrà già vedere un paesaggio molto diverso.
Questa è Smadar,
Smadar
tra i fondatori del moshav, dalla bellezza assoluta nonostante i molti anni sulle spalle e la vita durissima che da sempre conduce. E questo è un video che ho trovato in rete in cui risalta una delle più singolari caratteristiche di Israele: la straordinaria serenità che si respira anche nei luoghi dove più si scatena il terrore portato da chi ha scelto di sposare la morte anziché la vita.

barbara

BEMIDBAR 3

Il monte Hiriya – Parco Sharon

Il Parco Ariel Sharon – della cui costruzione il lavoro sul monte Hiriya rappresenta il primo passo – a rigor di termini, non dovrebbe rientrare nel capitolo “deserto”, essendo praticamente alle porte di Tel Aviv,
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ma ci rientra in pieno in senso morale, dato che fino a pochi anni fa, prima di diventare quello che è, era una discarica: una montagna alta 60 metri su una superficie di 450.000 m² per un totale di 16 milioni di metri cubi, con un incremento quotidiano di 3000 tonnellate di rifiuti domestici. Con tutto ciò che una discarica, soprattutto di quelle dimensioni, porta con sé: tanfo insopportabile, pantegane, esalazioni di gas, incendi, esplosioni.
Hiriya 1
Hiriya 2
Solo nel 2001 è stato deciso di procedere alla bonifica, con una serie di opere tuttora in corso, e dallo scorso maggio l’area è stata aperta al pubblico, che ora può ammirare panorami come questi.
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Tutto ciò che è stato costruito nel parco, è stato fatto con materiali reperiti nella discarica;
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discarica che è tuttora in funzione, solo che oggi tutto il materiale che vi affluisce, viene riciclato.

Non manca il chiosco dei gelati, in stile far west.
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L’ultimo arrivato, completato una settimana prima del nostro arrivo, è il parcheggio per i disabili (lui è l’addetto alla nostra protezione, e al pronto soccorso),
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ma praticamente non passa giorno che non venga messo in cantiere o completato qualcosa di nuovo.
Poi, se vi capita un colpo di fortuna, può accadervi di vedere un’aquila volteggiare,
aquila
o un’eclissi parziale di Barbara.
eclissi
E adesso, visto che non avete niente da fare, andate a leggere anche questo.

barbara

IL VIAGGIO

Il viaggio era organizzato dal KKL (Keren Kayemet LeIsrael, fondo nazionale ebraico), fondato da Theodor Herzl nel 1901, che ha piantato in Israele oltre 240 milioni di alberi, costruito 180 dighe e bacini artificiali per la conservazione dell’acqua piovana, sviluppato tecnologie per il riciclo dell’acqua ad uso agricolo e industriale, prosciugato paludi, dissodato pietraie, coltivato e popolato il deserto (che rappresenta il 60% di quel microscopico frammento della Palestina mandataria – originariamente destinata a diventare tutta intera lo stato ebraico – sopravvissuto ai successivi furti di territorio perpetrati ai danni degli ebrei), creato più di 1000 parchi, costruito strade sicure dagli attacchi palestinesi contro i civili in transito e rifugi antimissile, bonificato aree inquinate… In pratica, quello che ha trasformato una terra desolata (“Non c’è un solo villaggio per tutta la sua estensione (valle di Jezreel) – non per 30 miglia in qualsiasi direzione… si può viaggiare per 10 miglia e non incontrare più di 10 esseri umani. Se cercate un perfetto stato di solitudine che vi renda mesti, venite in Galilea… Nazareth è desolata… Gerico giace in uno sgretolamento rovinoso… Betlemme e Betania nella loro povertà e umiliazione… inaccudite da anima vivente. Un paese desolato il cui terreno fertile è sufficientemente ricco, ma è dato interamente all’erbacce… una silenziosa e funerea estensione… una desolazione… Non abbiamo mai visto un essere umano sulla strada… raramente un albero o un cespuglio da qualche parte. Perfino gli ulivi e i cactus, quegli amici sicuri di un terreno incolto, hanno per lo più abbandonato il paese. La Palestina siede con sacchi su ceneri, desolata e brutta”. Mark Twain, The Innocents Abroad 1867) in un giardino.
Noi, insieme alle delegazioni di trenta Paesi (fra cui, per la prima volta, anche la Cina) abbiamo visitato alcune delle straordinarie realizzazioni a cui il KKL, grazie anche al contributo di tutti noi, ha dato vita. E adesso, grazie alla vostra musa, ne potrete avere un assaggio anche voi (non completo, ahimè, perché proprio nel giorno più “tosto” ho dimenticato la macchina fotografica in albergo…).
introduzione 1
introduzione 2
introduzione 3
introduzione 4
introduzione 5
barbara

QUESTA È LA FOTO UFFICIALE

con la rappresentante del ministero del turismo – con le sopracciglia spettinate (io, naturalmente, non lei), col naso irrimediabilmente storto dall’incidente e con la prova evidente che devo proprio dimagrire (non mi ero mai resa conto in modo così chiaro di come sia oscenamente ingrassata) – e grazie a Maurizio Turchet per la foto.
diploma
Vabbè, visto che questa immagine si riferisce all’inizio del viaggio, adesso vi racconto un po’ di cose a cui avevo, in altra occasione, accennato di sfuggita.
Fra le visite in programma c’era Dimona – non la centrale nucleare, naturalmente, bensì l’adiacente impianto di riciclo delle scorie nucleari, produzione di energia solare ecc., che era comunque un’attrattiva di prim’ordine, e infatti ho poi appreso di non essere stata la sola ad essermi iscritta al viaggio soprattutto per quello. Il tutto presentato da un esperto, dopo un ricevimento con rinfresco. Bene, appena arrivati ci viene detto che Dimona non si farà, perché manca il permesso, e io ovviamente mi incazzo come una belva contro l’organizzatore e contro l’agenzia, perché non si può mettere in programma una cosa e non assicurarsi che si possa fare: è roba da peracottari! Poi comunque in un secondo momento la versione viene cambiata e diventa: per tutta la durata della guerra il personale è stato trattenuto e adesso che la guerra è finita li hanno mandati tutti in vacanza e quindi non c’è nessuno a riceverci. Una storiella per la quale l’unico commento possibile è: fa cagare.
Il primo giorno, a Tel Aviv, era prevista la visita con “panorama 360 gradi dall’ultimo piano rotondo di Azrieli”. Non si fa, perché lì vengono ospitati degli eventi e quel giorno c’è appunto un altro evento e noi non ci possiamo andare (su una superficie di 881 m² non c’è modo di far entrare altre venti persone?!).
A Gerusalemme c’è da visitare il museo d’Israele, ma la guida ci informa che quel giorno – se ne era dimenticato – il museo è aperto solo a partire dalle 4 del pomeriggio e quindi invita tutti ad andare in giro per conto proprio e a farsi trovare lì alle 5 (sic!)
A Gerusalemme è prevista anche una visita al KKL dove si pianterà un albero e si potrà lasciare un’offerta: non si può fare, veniamo informati, perché proprio il giorno prima è iniziato l’anno sabbatico, durante il quale non è consentito piantare. Con un po’ di buon senso sarebbe potuto venire in mente che un evento religioso che si chiama “anno” non può cominciare in un giorno qualsiasi, ma la cosa ci era stata sbattuta lì con una tale sicurezza che non è venuto in mente a nessuno. Comunque io e alcuni altri proponiamo di andare lo stesso, fare qualche foto e lasciare la nostra offerta, senza piantare alberi: veniamo totalmente ignorati. Sono stata proprio io, dopo il ritorno, leggendo e poi traducendo questo articolo, ad accorgermi della balla che ci era stata propinata, e ne ho immediatamente informato l’organizzatore, che ha a sua volta informato l’agenzia. Un’indagine in loco ha appurato che il tutto era stato gestito dalla guida, e che al KKL ci aspettavano. A questo punto, colta da dubbio, ho chiesto chi avesse preso contatto per Dimona e la torre, se la guida o l’organizzatore, ed è risultato che aveva fatto tutto la guida. Da amici che ho incontrato a Gerusalemme ho anche appreso che in quel museo in quel giorno un ingresso – quello dei privati, credo – apre effettivamente alle 4, mentre l’altro, per i gruppi, apre regolarmente alle 9 di mattina: evidentemente la guida aveva da fare per affari suoi fino alle 5, e ci ha cambiato il programma di sua iniziativa. E dunque il nostro organizzatore e accompagnatore, il bravo Eyal Mizrahi (a proposito, andate qui e fate il vostro dovere: è un ordine!) era del tutto innocente.
Poi aggiungiamo le visite al mercatino delle pulci a Tel Aviv e a Mahane Yehuda a Gerusalemme, che da visite sono state trasformate in toccata e fuga – molto più fuga che toccata, a dirla tutta. Aggiungiamo che il signore che abbiamo avuto l’onore di avere come guida era isterico, aggressivo e maleducato. Aggiungiamo che non ha mai fatto niente per nascondere la propria ostilità nei confronti dell’accompagnatore, col quale ha scatenato più di una lite furiosa sull’autobus, ossia di fronte a tutto il gruppo, provocando nei presenti un notevole disagio. Aggiungiamo che ottenere da lui una risposta a tono, su qualunque argomento, era più arduo che ottenerne una comprensibile dalla Sibilla cumana. Aggiungiamo che ogni tanto nelle sue spiegazioni faceva riferimento alle Scritture, e ogni volta che lo faceva, nonostante si fosse presentato come ebreo, mostrava un’ignoranza in materia decisamente imbarazzante. Aggiungiamo che nonostante la mancia – una cospicua mancia – fosse già stata calcolata nel prezzo che avevamo pagato per il viaggio, ha avuto la faccia di bronzo di andare a chiedere all’accompagnatore se non fossimo disposti a dargli anche una mancia supplementare.
Detto tutto questo, la conclusione, come per quell’altra cosa, è: se lo conosci lo eviti. Se decidete di organizzare per conto vostro un viaggio in Israele e vi viene proposto come guida un signore con le iniziali S. C., girate alla larga.
Poi, nonostante la guida – e grazie all’organizzatore e accompagnatore – il viaggio è stato bellissimo, però queste cose andavano dette, ecco.
Gerico
barbara