VEDERE CON LA MENTE

Emma Castelnuovo: 12 dicembre 1913 – 13 aprile 2014

“Emma Castelnuovo, la matematica che vedeva con la mente”, di Michele Emmer

«Nel 1932 mi iscrivo all’Università, matematica e fisica: Ero sempre andata male in matematica: ho avuto per gli otto anni di scuola secondaria un insegnamento formale e ripetitivo. Mi iscrivo a matematica e fisica con l’idea di passare a fisica: dopo un anno, sono passata a matematica. Nel 1934-35 al 3° anno seguo il corso di Federico Enriques. Ho ancora i quaderni di appunti, anche se era impossibile prendere appunti. Il nostro era un continuo esercizio a vedere con la mente». Chi scrive queste parole ha avuto Enriques come zio, Guido Castelnuovo come padre, due dei più importanti matematici italiani del novecento, ben noti nel mondo. Emma Castelnuovo, che di lei si tratta, ha avuto una vita piena di interessi e di idée. Una vita attivissima che si è interrotta a 100 anni domenica 14 aprile.
Raccontava Emma: «Nel 1938 fu proibito in Italia, ai bambini, ai ragazzi, ai giovani ebrei di frequentare le scuole pubbliche e l’università. E fu proibito, naturalmente, ai professori ebrei di insegnare. Nelle grandi città come Roma, Milano fu organizzata una scuola ebraica elementare e secondaria. Gli insegnanti erano di ruolo, allontanati dalle scuole pubbliche; io ero fra questi: avevo vinto il concorso nell’agosto del ’38, e avevo perso il posto pochi giorni dopo». Negli anni 1941-43 a Roma funzionò una università clandestina in cui insegnarono diversi matematici.
Una delle grandi idée di Emma Castelnuovo è stata quella di far «vedere con la mente» il maggior numero di persone. «L’obiettivo del libro è quello di far capire qualcosa di matematica e anche qualcosa del modo di ragionare del matematico a chi ha frequentato, e anche male, la scuola dell’obbligo». Ha scritto nella presentazione del suo libro Pentole, ombre, formiche: in viaggio con la matematica (La Nuova Italia, 1993). Un viaggio «per soddisfare le curiosità partendo da qualche teoria suggerita da problemi di pentole, da osservazioni sulle ombre, e da riflessioni fatte da una formica pensierosa». Con lo scopo, che è stata da sempre la missione di Emma, di «abituare i ragazzi alla ricerca autonoma, proponendosi di svilupparne le possibilità di osservazione, l’intuizione, il senso critico, e, in generale, alcune fondamentali attitudini di pensiero. Ciò è particolarmente utile nella vita di oggi che, diventando sempre più complicata, rischia di non essere compresa da una larga massa di persone, in tal modo relegate a un atteggiamento puramente passivo». Parole scritte nel 1975 nella presentazione di quel libro straordinario Matematica nella realtà (Con Mario Barra, Bollati Boringhieri) che raccoglieva i materiali delle prime mostre di matematica realizzate da Emma Castelnuovo nell’aprile del 1974 alla scuola media Tasso di Roma.
Ecco che cosa rispondeva anni fa alla domanda su a che cosa serve la matematica nella società: «Mi sembra una domanda assurda, lo sappiamo benissimo che serve moltissimo, però l’insegnamento della Matematica è rimasto molto arretrato. Direi che l’Italia, per quello che riguarda l’insegnamento della Matematica nella scuola media è fuori di dubbio sia stata all’avanguardia per i programmi del ’79. Quei programmi sono ben noti perché sono dei programmi non specifici, non dettagliati, ma dalle idee larghe. A qualche insegnante possono rimanere difficili proprio perché non ci sono i dettagli, ad altri, agli insegnanti aperti, riescono belli e interessanti proprio perché sono aperti e uno può insegnare come vuole. L’Italia, dobbiamo tutti riconoscerlo, ha sempre avuto una grande libertà nella scuola secondaria e uno può fare, e infatti l’ho fatto, le pazzie che vuole. Comunque, oggi come oggi, quello su cui si deve insistere a mio avviso è la fantasia che occorre per fare il matematico, perché, con i mezzi formidabili che abbiamo, ci sono tante, a volte troppe, informazioni e bisogna saperle scegliere, e ci vuole anche il posto per l’intuizione e la fantasia del matematico». Senza grandi proclami, senza alte grida e facili entusiasmi Emma Castelnuvo si è da sempre proposta di far comprendere come si può «vedere con la mente». L’utopia di credere nelle capacità dell’umanità tutta. E sappiamo quanto bisogno abbiamo di utopie. Addio Emma.

L’Unità 17.04.14

Chi fosse interessato a saperne di più su questa straordinaria persona, può andare a leggere qui.
Emma Castelnuovo
barbara

MI STUPISCO DEL LORO STUPORE

Mi riferisco all’uscita di Berlusconi. E alla presa di posizione più o meno unanime contro le sue vergognose affermazioni. Ma, io mi chiedo, davvero qualcuno riesce ancora a sorprendersi  di quello che esce dalla bocca di quest’uomo? (Sì vabbè, uomo, insomma…) Stiamo parlando – limitandoci al tema in questione e tralasciando la sconfinata mole di ciò che ha detto e fatto in innumerevoli altri campi – dell’individuo che ha devotamente baciato le mani a uno dei peggiori nemici di Israele, che ha reso il proprio Paese completamente judenrein.

Stiamo parlando dell’individuo che si diletta a intrattenere il proprio pubblico raccontando immonde barzellette antisemite. Stiamo parlando dell’individuo che dopo essere stato in Israele ha fatto visita ad Abu Mazen rispondendo alle sue domande come solo un colossale coglione può fare. Stiamo parlando dell’individuo che all’Europarlamento si è esibito in quella squallida, ignobile sceneggiata del kapò.

E ci vogliamo meravigliare se adesso se ne esce a riabilitare Mussolini? Ma per piacere!

barbara

UNA COSA DA NIENTE

Ve ne avevo già parlato qui. Oggi ve ne riparlo per informarvi che ora è disponibile anche come e-book su Amazon, al prezzo di euro 3,99, per tutti coloro che hanno un po’ meno soldi a disposizione ma non vogliono rinunciare alla buona lettura.

barbara

UNA COSA DA NIENTE

Trasse fuori dal cassetto una scheda e la inserì nella macchina da scrivere.
“Nome e cognome.”
Della Pergola glie li disse, ma vide la mano del Responsabile bloccarsi sopra i tasti.
L’uomo sollevò lentamente lo sguardo su di lui e arricciò il naso per manifestare tutta la sua perplessità.
“Razza?”
Della Pergola scosse il capo senza parlare.
Il Responsabile sospirò. Era sconcertato. Un contegno responsabile da parte di quell’ebreo, avrebbe evitato a entrambi l’imbarazzo di una scena penosa.
“Questa è una scuola ariana,” disse con sussiego, “non accettiamo studenti di razza ebraica.”
Estrasse di tasca le cinque banconote e le dispose di nuovo sul tavolo, una accanto all’altra.
Della Pergola non le toccò.
“Voglio solo imparare un po’ di inglese. Non vi creerò alcun problema.”
Il Responsabile intrecciò le mani e socchiuse gli occhi, sospirando.
“Vi prego di non insistere. Abbiamo delle disposizioni ministeriali.”

Già: le disposizioni. Le norme. Le regole. La legge. Niente di personale, per carità, ma se sei di razza ebraica non puoi pretendere di essere trattato come una persona normale. Anzi, se avessi un maggiore senso di responsabilità, eviteresti di creare situazioni così penose e imbarazzanti.
Gli italiani e le leggi razziali, questo il tema dei dodici bellissimi racconti di Mario Pacifici (che i miei lettori più fedeli conoscono bene per averne già letti, in questo blog, uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto): gli italiani di fronte ai propri connazionali colpiti dalle leggi razziali, estromessi dalla scuola, dall’esercito, dai ministeri; estromessi, a poco a poco, da tutta la vita sociale ed economica e, alla fine, dalla vita tout court. E, ad onta della consolidata fama di “italiani brava gente”, il comportamento della maggior parte di loro non è stato propriamente esemplare. Più per pigrizia e indifferenza, che per vera e propria ostilità, nella maggior parte dei casi, o per comodità: se si libera una cattedra, o un primariato, perché non approfittarne? Non le ho mica fatte io queste leggi, no? E se vogliamo costruire l’Impero varrà pur la pena di fare qualche piccolo sacrificio. E poi, cosa saranno mai queste leggi, queste limitazioni per gli ebrei? Una cosetta da niente, appunto, come non troppo tempo fa ha saggiamente spiegato, quasi con le stesse parole, il nostro amato Sovrano, il pretendente al Trono d’Italia, Sua Maestà Vittorio Emanuele IV, ora felicemente rientrato nel Patrio Suolo.
Dodici racconti bellissimi: l’ho già detto, ma lo voglio ripetere. E credo proprio che li dovreste leggere.

Mario Pacifici, UNA COSA DA NIENTE e altri racconti, Edizioni Opposto


barbara

E MI DOMANDO

Quando riferisce di un partito che vuole far inserire nella costituzione l’abolizione dell’uguaglianza fra uomo e donna, perché la signora Viviana Mazza, giornalista – o sedicente tale – del Corriere della Sera, lo definisce “partito islamico moderato”? È forse il partito stesso a definirsi tale? Sì? E allora? Se parlo della mia collega L., che dice di rispettare il ramadan, sono forse obbligata, ogni volta che la nomino, ad aggiungere “quella che rispetta il ramadan”, anche se poi io senza sigaretta in bocca non l’ho mai vista?

E poi mi domando: perché il signor Morsi, signore e padrone dell’Egitto, dopo aver silurato il precedente capo di stato maggiore ha scelto quello che aveva sottoposto le donne che protestavano al test di verginità? Voleva dimostrare, aveva spiegato all’epoca, che le donne che vanno in piazza a protestare sono tutte puttane; e infatti, aveva annunciato trionfante, nessuna di loro era risultata vergine. Peccato – oltre alla vergogna del fatto in sé – che i test non fossero stati fatti al momento dell’ingresso in caserma, bensì immediatamente prima di lasciarla…

E poi ancora mi domando: che differenza c’è fra le leggi razziali del ’38 che vietavano l’adozione di testi scolastici di cui l’autore, o uno degli autori, fosse ebreo, o che fossero illustrati da un ebreo, o stampati in una tipografia di proprietà di un ebreo, o pubblicati da una casa editrice di proprietà di un ebreo, e questa porcata qui?

(No, le domande non vanno in vacanza a ferragosto. E neanche l’indignazione)

barbara

LA GERMANIA SAPEVA

E loro che cosa avevano sentito esattamente?
Che gassavano gli ebrei, e anche gli stranieri. Davvero, si sapeva che li gassavano.

Veniva usato proprio questo termine?
Gassare. Sì.

Quando veniste a sapere dai sacerdoti che li gassavano, eravate in casa vostra?
Sì, in casa nostra. Ho già detto che era un punto di ritrovo di cui i nazisti erano al corrente. Sapevano che mio padre continuava a incontrarsi con gruppi di oppositori.

Lo sentì dire personalmente da quei sacerdoti?
Sì. In casa nostra si parlava solo di politica, a pranzo o durante la giornata. Non ricordo che si conversasse di altri argomenti. Crebbi in quel clima. I sacerdoti sapevano che da noi non sarebbero mai stati considerati dei traditori per quello che riferivano.

Ma loro da dove ricavavano le informazioni. Ve lo dicevano?
No, non ce lo dicevano. Le notizie sulle atrocità venivano fuori nel corso della conversazione.

Ne sentì parlare anche durante la guerra, diciamo nel 1942 o nel 1943?
Sì, e con parecchi particolari. Ma quando la cosa iniziò, dopo la Notte dei cristalli, tutti sapevano che sarebbe successo qualcosa di orribile. Forse dire «tutti» è eccessivo, ma certo lo sapevano tutti coloro che noi frequentavamo abitualmente.
La notizia arrivò anche all’università. Frequentavo le lezioni di anatomia del professor August Hirt, che in seguito si trasferì a Strasburgo. Era un uomo repellente. Ci raccontò che andava nei campi di concentramento a prendere i crani degli ebrei per misurarli. Misurare crani era il suo hobby. Quando ne trovava uno che gli interessava, l’ebreo veniva ucciso.

E lo diceva apertamente durante le lezioni?
Lo diceva apertamente durante le lezioni. E tra gli studenti c’erano quelli che lo applaudivano. Pensavano che fosse una cosa eccezionale.

Quando ve ne parlò?
Be’, dunque, io iniziai l’università nel 1940, quindi doveva essere negli anni tra il 1940 e il 1942. Hirt aveva bisogno dei crani e misurarli era il suo hobby. Quindi andava nei campi di concentramento a cercarli, anche tra i vivi. Non diceva che ammazzavano le persone, ma era ovvio che fosse così, in quanto solo i crani dei morti si possono misurare con precisione.

Gli studenti ne parlavano?
Le ragazze poco. Waltrud e io, però, ne parlavamo sia tra noi sia con i nostri amici e con le persone che condividevano le nostre idee politiche.

Ma lei ci credeva?
Sì.
(Testimonianza di Hiltrud Kühnel, pp. 204-205)

Quando lavorava a Saarbrücken nel 1942-1943, aveva idea di che cosa sarebbe successo agli ebrei?
Devo raccontarle un fatto. Durante la guerra i miei genitori furono sfollati a Hameln e io, in un modo o nell’altro, venni a saperlo. Dato che avevo la moto, decisi di andare a trovarli e portai anche una persona con me. Al ritorno passammo per la Turingia e ci fermammo in una città, non ricordo quale, non ci feci caso. Uno strano odore aleggiava nell’aria. «Che cos’è quest’odore?» chiedemmo. «Laggiù c’è un campo di concentramento, bruciano i cadaveri e fanno il sapone con gli ebrei» ci fu risposto.
Nei campi c’erano gli ebrei, ma non solo. C’erano pure i comunisti. Anche nella nostra città sparirono delle persone, alcune delle quali erano malate. Era tutto organizzato dal partito. Era il partito che le faceva sparire.

Intende riferirsi agli handicappati?
Sì, come pure agli epilettici e così via. Quel genere di malati. Sparirono tutti. Era risaputo. Oggi nessuno vuole ammetterlo, ma si sapeva.

Che cosa si sapeva?
Che li mandavano nei campi di concentramento.

Gli ebrei, gli handicappati o entrambi?
Tutti quanti. Gli ebrei venivano arrestati esattamente come gli altri. Sparivano. Vivevo in un centro in cui tutti si conoscevano. C’erano due famiglie di ebrei. All’improvviso scomparvero. Erano svanite nel nulla? Giocavo in una squadra di calcio di cui faceva parte un ebreo. Di mestiere faceva il panettiere. Si era trasferito da una cittadina che si trovava non lontano dalla nostra. Fu denunciato e poi arrestato perché era ebreo. E dove lo mandarono? La gente sapeva anche quello.

Tutti sapevano ma in seguito negarono e dichiararono che non ne sapevano nulla. Si parlava del fatto che gli ebrei venivano sterminati?
Lo si sapeva.

Lo si sentiva dire o lo si vedeva?
Diciamo che non si trattava solo degli ebrei. Anche altri venivano arrestati.

Va bene, ma gli ebrei non venivano solo arrestati, venivano sterminati.
Da noi ci fu un solo caso: un baldo giovane che era stato arruolato nelle Ss e assegnato a un campo di concentramento. Ma non ce la fece e venne fucilato, benché appartenesse alle Ss. E anche questo era risaputo nella nostra città.

Ma si parlava di dove andavano a finire gli ebrei? Molti dicono che nessuno ne parlava.
Mentono.

Lei ha detto che tutti sapevano.
Sì, tutti.

Ma come? Quindi se ne parlava?
Sì, certo. La gente veniva arrestata e mandata nei campi di concentramento. Gli handicappati, i malati…

Ha detto che si sapeva che gli ebrei, cioè le loro ossa, venivano utilizzati per fare il sapone?
Lo si sentiva dire dai soldati che li gassavano.

Dicevano che li gassavano? Dicevano anche questo?
Gassati. Li uccidevano e utilizzavano le ossa per fare il sapone, come se quella gente non valesse niente di più.
(Testimonianza di Ernst Walters, pp. 224-225)

Sebbene questi sopravvissuti siano diversi per età e sesso e siano stati deportati da località diverse e in tempi diversi in ghetti e campi di concentramento diversi, una cosa che quasi tutti hanno in comune è il fatto che la loro deportazione è avvenuta alla luce del sole. […]
Ma che cosa vuol dire esattamente «alla luce del sole»? In questo contesto significa che la loro deportazione è stata effettuata in modo che altre persone potessero assistervi e che la notizia di quanto stava accadendo si è diffusa attraverso il passaparola nel circondario. […]
Lungi dall’essere avvolte nel silenzio, le deportazioni di solito avevano luogo in pieno giorno e sotto gli occhi di un buon numero di comuni cittadini, dal momento che gli ebrei venivano trasferiti a bordo di camion scoperti o erano costretti ad attraversare a piedi le strade principali della città per raggiungere le stazioni ferroviarie dove venivano radunati e spediti alla loro destinazione finale.
(p. 319)

Forse qualcuno di quei tedeschi, di quelle decine di milioni di tedeschi che dopo la guerra hanno accoratamente giurato di non avere mai sospettato l’orribile fine dei propri concittadini ebrei, forse qualcuno dice la verità. Qualcuno. Forse. (E neanche in Italia, del resto, qualcuno poteva far finta di credere che dopo questo gli ebrei fossero destinati a vivere)

Eric A. Johnson – Karl-Heinz Reuband, La Germania sapeva, Mondadori

barbara

Marche da bollo

Ogni tanto capita che mi avanza un po’ di Tizio della Sera, e allora lo metto da parte. Lo incarto accuratamente, che resti ben bene al riparo dall’umidità e dagli sbalzi di temperatura, ogni tanto vado a controllare che sia sempre in buono stato, ché rovinare i Tizi della Sera è un crimine contro l’umanità, e poi torno a riporlo con cura. Fino a quando non viene il momento giusto per servirlo, fresco come il primo giorno. Come questo pezzo di un paio di mesi fa.

Un’altra giornata è conclusa. Dato che la notizia di cui il Tizio della Sera è appena venuto a conoscenza riguarda l’imminente asta editoriale per i diari di Mengele, e la notizia è stata incamerata mentre il Tizio stava per affrontare l’amata pasta alla checca, notoriamente un primo piatto romano a base di mozzarella, pomodoro a crudo e basilico, ma essendo la mozzarella in questione un fior di latte molisano, quello che segue è il resoconto di un microtrauma domestico  all’ora di cena, essendo che i ricordi di un’immensa carriera criminale sono un immenso business e i ricordi di una persona qualunque oblio da quattro soldi.  E quando il nostro sente al giornale radio –  la sera il Tizio sente le notizie perché se le vede poi non dorme – dell’asta editoriale inizia a tossire sia per il fatto di Mengele che per il peperoncino calabrese che lui metterebbe anche sulle meringhe (una volta lo ha fatto con grande soddisfazione). Dopo aver bevuto un sorso di birra fresca e aver calmato la tosse, il Tizio prende a domandarsi in base a quale criterio verrà battuto all’asta il prezzo iniziale dei diari. Nessuno conosce l’opera, riflette il Tizio: e se poi non facesse venire gli incubi come tutti sperano? La domanda su quale criterio fonderà il valore economico dei diari potrebbe avere risposta andando in Rete, guardando sull’enciclopedia, chiedendo a quel suo amico che fa lo storico – ma purtroppo ricomincia a tossire. Mengele gli fa questo effetto. E dire che non è così con altri cognomi come Mariottelli, Gonfiantini, o La Carota del terzo piano. Con Mengele è diverso, non c’è la stessa confidenza che con Rodolfo Gonfiantini che gli presta sempre le uova. C’è da dire che purtroppo il Tizio non è consapevole di niente che lo riguardi, come l’esistenza della gigantesca paura che sta accovacciata dentro di lui e si vede dal suo sorriso storto. E anche se tutti dicono che quello psicopatico di Menghele è affogato trentatré anni fa nell’Atlantico a pochi metri dalla riva brasiliana, il Tizio non è sicuro che quello sia morto: potrebbe essere sopravvissuto ingoiando una medusa gigante e rimanendo a galla per decenni con tutta la dose tossica intatta. Ma il Tizio continua a non capire quale possa mai essere il criterio che definisce il valore economico dei diari di Josef Mengele. E’ vero che si tratta di un materiale storico, ma qualcosa gli suggerisce che il parametro sia quanto la psicanalisi chiama perversione e dunque il mercato prodotto, cioè vendere cosa pensasse quello mentre faceva l’impossibile sui corpi di uno stellare numero di esseri umani vivi. Mentre se oggi un tedesco che di cognome faccia Goethe, proponesse il suo diario agli editori di Mengele, verrebbe filtrato al telefono da una solerte redattrice. 

–  Pronto. Sono Porno 180. Lei si chiama?
–  Goethe.
–  Come?
–  Goethe.
– Gatto? Era meglio Topo.
– Goethe!
– Mamma mia, perché non si fa chiamare Melanio?
– No no, mi chiamo Goethe.
– Ghetto? Peggio mi sento.
– No. Goethe.
– Ciccio, fammi lo spelling.
– Goethe: gi come Giotto, poi o tonda come il famosa tondo di Giotto…
– Senti, deciditi: o Ghetto o Gotta!   
– Veramente mi chiamo Goethe.
– Ohhh, e ci voleva tanto? Lince.
– No: Goethe.
– Vabbè: Ceffo. Casomai al momento di stampare vediamo in questura. E allora, di che parla l’opera?
– Il titolo sarebbe “Le affinità elettive”…
– Eh?!…Ma ti sembra un titolo “Le affinità elettive”?  Rogo è un titolo, Mutande è un titolo, Testa di rana è un titolo, Il mio flipper è nato a Malaga, è un titolo. “Le affinità elettive” è una risciacquatura di nocciole. Di che parla questa sleppa?
– Ecco, sarebbe la storia di due coppie che…
– …Due coppie …finalmente roba. Chi sono?
– Edoardo, Carlotta, Ottilia e il Capitano.
– Perfetto. Hanno un telefono, l’email, o le trovo su Facebook?
– No, si svolge tutto in un’epoca in cui il telef…
– Va beh, niente telefono. Target?
–  Come sarebbe target?
– Sì, l’opera a che tipo di maniaco si rivolge?
– Che?
– Feticisti, coreani che si legano al letto con le manette a molla…capito?
– No. Mi spieghi.
– Ascolta nonno, questa Carlotta, il Capitano che fanno nel libro?…Odorano le pantofole, si pettinano con le tibie di un santo, si spalmano la panna cotta sulla nuca?
– No, proprio per niente. 
– Ossignore, ma che è un libro di scuola?
– No, è un rom…
– Zingari???…No zingari e sionisti no, piuttosto 500 pagine su Lampedusa.
– Senta io ho scritto un romanzo, e lo capirebbe se mi facesse finire.
– Romanzo?…Un romanzo?!!…Che palle…Sentiamo un po’…muore qualcuno durante la prima copula, incendiano la casa…il garage…la baracca, il cassonetto, la panchina…
– No.
– Prende fuoco il pigiama?
– No.
– Impiccano la sorella?
– No.
– Il cugino del Capitano crepa?
– No.
– Sbucciano la madre in un pentolone d’acqua calda?
– No.
– Ghetto, ma lei dove vive!
– Abito a Weimar.
– Wei che?
– Weimar, Germania.
– Cosa, lei è tedesco?
– Sì.
– Eccezionale. Poteva dirlo prima! Non è che ha scritto un diario?
– Non esattamente.
– Comunque, se è tedesco, spero almeno che la sua sia roba nazi. 
– Nazi?
– Crudeltà gratuita, strapotere, eccidi come se piovesse, superiorità e molto sentimento acefalo.
– No. E’ un romanzo e in un certo senso è un’opera spirituale.
– Senti, noi collo spirito ci stropicciamo le mele.
– La frutta?
– No, il retro.
– Davvero?
– Sì. La saluto.
– Aspetti, se vi interessasse questa mia opera, potremmo incontrarci… ho i primi cinque capitoli… li ho appena scritti…
– Senti questa è una casa editrice, non il patataio. 
– Come sarebbe?
– Se vogliamo pubblicare scrittori geniali, prima di lei c’è lo zio di Avetrana.
 
Mussolini, ha detto a Montecitorio la Alessandra che lavora lì senza una ragione vera e propria dato che non si occupa della manutenzione dei sedili, è stato condannato senza un regolare processo. Mentre le leggi razziali, la soppressione dei sindacati, le deportazioni, le fucilazioni, l’assassinio di Matteotti, il confino ai dissidenti, la campagna di Russia e la guerra in Etiopia hanno utilizzato la regolare marca da bollo.  
Ci si potrebbe fare un best seller. 

Il Tizio della Sera

Praticamente come i missili di hamas: tutti con la marca da bollo anche loro, al contrario delle solite sproporzionate, sanguinarie, spietate e soprattutto illegittime risposte di Israele.

barbara