QUALCHE CONSIDERAZIONE PERSONALE

Sento spesso accusare di ipocrisia quelli che, come Orsini, a ogni considerazione sulla guerra e su che cosa l’ha provocata premettono regolarmente la condanna dell’aggressione russa all’Ucraina: ebbene, di questa colpa, dell’ipocrisia, posso in tutta onestà considerarmi innocente: mai mi sono sognata di condannare l’aggressione della Russia, così come mai mi sono sognata e mai mi sognerei di condannare l’aggressione israeliana all’Egitto e alla Giordania nel ’67. L’unico errore che imputo a Putin è lo stesso degli alleati nel ’38: non essere intervenuti subito, concedendo alla Germania nazista un intero anno per armarsi fino ai denti. Allo stesso modo Putin ha concesso ben otto anni alla cricca Obama-Biden-Clinton-Nuland-Pelosi (e ora anche Harris) di armare fino ai denti l’Ucraina nazista. Nessun aggressore e nessun aggredito dunque? Beh no, non proprio: l’aggressore è stato, per otto lunghi anni, l’Ucraina nazista e l’aggredito la popolazione del Donbass, bombardata e massacrata per otto interi anni.

Poi c’è l’altra cosa buffa, dei mass media che mostrano orripilati il Donbass in macerie, scenario che ci riporta al Libano del 1982: dopo il famoso Settembre Nero, la sanguinosa repressione messa in atto da re Hussein di Giordania contro i palestinesi di Arafat, che avevano creato un vero e proprio stato nello stato, con una propria polizia, propri posti di blocco che esigevano il pizzo per lasciar passare i viaggiatori, e violenze di ogni genere, e si accingevano a provocare un colpo di stato per rovesciare la monarchia e prendere il potere, dopo questo, dicevo, la maggior parte di loro si sono rifugiati in Libano, all’epoca lo stato più ricco, moderno, libero e, insieme a Israele, l’unico democratico del Medio Oriente (Beirut era chiamata la Parigi del Medio Oriente). Arrivati qui hanno immediatamente scatenato una guerra civile che ha provocato, si calcola, 160.000 morti, su una popolazione di meno di due milioni e mezzo, e ridotto lo stato in macerie. Dodici anni dopo Israele, per fermare lo stillicidio di attacchi terroristici sul proprio territorio da parte dei palestinesi con base in Libano, si sono finalmente decisi a intraprendere una guerra contro di loro. A questo punto si sono improvvisamente svegliati un sacco di giornalisti che si sono precipitati lì, hanno trovato il Libano ridotto in macerie da dodici anni di terrorismo palestinese e guerra tra le varie fazioni, e hanno detto cazzarola, guarda che razza di macello hanno fatto sti fetenti di Israeliani. Già, la storia si ripete, praticamente identica, con interi quartieri del Donbass ridotti in macerie, abitazioni scuole asili ospedali dai bombardamenti ucraini, e i nostri mass media venduti ci mostrano le distruzioni “causate dai bombardamenti russi”, e poco contano le decine, se non centinaia, di ore di filmati che, a partire dal 2014 documentano le sistematiche distruzioni operate dagli ucraini e le testimonianze delle vittime – e magari non sarà proprio esattamente una farsa questa ripetizione della storia, ma col comico in guêpière e tacco dodici, anche se la tragedia sicuramente non manca, direi che non ne siamo troppo lontani.

Una delle cose più oscene che ho letto da parte dei filonazisti è lo sbeffeggiamento delle testimonianze sui crimini degli ucraini “fatte da russofoni in territorio russofono a giornalisti russi”. Ora: le vittime dei crimini ucraini sono i russofoni: chi altro dovrebbe testimoniarle? I russofoni vivono in territorio russofono: dove altro dovrebbero renderle le testimonianze? Quanto ai giornalisti, sia io che tutti gli altri che se ne sono occupati abbiamo pubblicato interviste di Giorgio Bianchi, italiano, Vittorio Rangeloni, italiano, Patrick Lancaster, americano. Quindi questi signori oltre che deficienti sono anche in palese malafede: non solo negano ciò che avviene sul territorio, ma falsificano anche quello che hanno visto coi propri occhi e sentito con le proprie orecchie. Oppure non hanno guardato nessuno di queste decine di video perché tanto “si tratta di propaganda russa” ma ne parlano come se li avessero visti inventandone i contenuti. Feccia immonda, e la qualifica di osceni la meritano tutta.

Una cosa che ho capito con sette anni di ritardo. La prima signora che ho avuto per pulire la casa quando sono venuta ad abitare qui mi era stato detto che era ucraina, sennonché una volta che l’ho sentita parlare al telefono mi è venuto un dubbio e le ho chiesto: “Ma lei è ucraina o russa?”, e lei ha risposto: “Ucraina, ma parlo russo”. Avevo pensato che intendesse dire che stava parlando russo in quel momento; solo adesso ho capito che intendeva tutt’altro.

Poi ci sarebbe Israele. Che da sempre quando ha bisogno di colpire armi iraniane o terroristi in Siria si fa il suo bel bombardamento, e la Russia guarda da un’altra parte. Poi arriva la guerra, Israele si accoda al gregge e fa la sua brava “condanna dell’aggressione”, e va bene, manda tonnellate di materiale sanitario, ambulanze antiproiettile, un attrezzatissimo ospedale da campo, e va bene – al guitto no però, al punto che vi sbraita addosso, dice che dovete fare di più, fa paragoni con la Shoah, cosa che ha sollevato ovviamente critiche, ma niente di paragonabile al putiferio scatenato dalle dichiarazioni di Lavrov, che sicuramente non erano più gravi di quelle. Vabbè. Poi un bel giorno vi mettete a mandare anche armi – anche combattenti, sembra, ma di quelli non è detto che il governo sia responsabile – e la musica, in Siria, ovviamente cambia. E tutti i filoisraeliani in giro per il mondo si incazzano con Putin. Ma grandissime teste di cazzo, voi e il governo israeliano, dopo che per anni vi ha lasciato fare in Siria tutto quello che volevate, dovrebbe ringraziarvi che mandate armi a quelli che gli sterminano la sua gente? Tutti contenti del nuovo governo frutto del “chiunque tranne Netanyahu” – gemello del “chiunque tranne Trump” – e da una parte come dall’altra i risultati si sono visti. Ho sentito gente entusiasta: “Per la prima volta siedono vicino destra, sinistra e arabi”, col bel risultato che si sta scatenando un livello di terrorismo come non si vedeva da un pezzo, e non potete reagire se no gli arabi si incazzano e vi fanno cadere il governo. E come se non bastasse vi mettete anche ad armare i nazisti, ma andate affanculo, mastodontiche teste di cazzo! Vi siete sempre rifiutati di riconoscere il genocidio armeno per non fare incazzare la Turchia che era l’unico stato mediorientale a non essere in guerra con voi perché la morale è una bella cosa ma le esigenze dello stato vengono prima, e adesso vi andate a sputtanare coi nazisti? E riandate affanculo, va’.

Comunque sembra che si stia cominciando ad accorgersi che la guerra per l’Ucraina è persa e non vi sono possibilità di recupero, il che era chiaro fin dall’inizio ed è, oltre che logico, anche giusto, e dunque, a meno che qualcuno non si illuda, come quegli altri nazisti 77 anni fa, che sia in fase di messa a punto una super arma segreta che sbaraglierà il nemico in men che non si dica, il comico non ha altra scelta che la resa. Non è che sia la scelta più ragionevole: è proprio l’unica, non ce ne sono altre. E il massimo che potrà ottenere sarà esattamente quello che Putin aveva chiesto per vent’anni, e ancora, per l’ultima volta, quattro giorni prima della guerra. Ma qualcuno, preso da delirio di onnipotenza, ha preferito puntare più in alto e giocare al tavolo della roulette svariate migliaia di vite, come già ricordato qui. Ma qualcuno, come dicevo, sta forse cominciando a svegliarsi.

NYT: urge un ritorno al realismo sulla guerra ucraina

Il comitato editoriale del New York Times, organo di riferimento del partito democratico, chiede a Biden di chiudere la crisi ucraina. Si tratta forse dell’intervento più autorevole in tal senso apparso sui media americani, da cui la sua importanza.
“La guerra in Ucraina si sta complicando e l’America non è pronta” è il titolo dell’editoriale del giornale della Grande Mela che, pur elogiando il sostegno che l’America ha fornito a Kiev, chiarisce che ora la guerra è entrata in una fase nuova e gli obiettivi dell’amministrazione Biden stanno diventando sempre meno chiari.
I suoi esponenti, infatti, in più occasioni si sono profusi in improvvide dichiarazioni che rendono nebulosi gli obiettivi di tale aiuto, che non possono essere identificati con la sconfitta della Russia, perché ciò è irrealistico e rischia di scatenare escalation, anche nucleare.
Tali obiettivi devono essere rivisti anche nel più ristretto ambito del conflitto ucraino. Così il Nyt: “Una vittoria militare decisiva per l’Ucraina sulla Russia, che vedrebbe l’Ucraina riconquistare tutto il territorio che la Russia ha conquistato dal 2014, non è un obiettivo realistico. Sebbene la pianificazione e le capacità militari della Russia siano stati sorprendentemente modesti, la Russia rimane troppo forte e Putin ha investito troppo prestigio personale nell’invasione per fare marcia indietro”.
“Gli Stati Uniti e la NATO sono già profondamente coinvolti, militarmente ed economicamente [nella guerra]. Ma aspettative irrealistiche potrebbero trascinarci sempre più in profondità in un conflitto lungo e costoso. La Russia, per quanto ferita e incapace, è ancora in grado di infliggere distruzioni indicibili all’Ucraina ed è ancora una superpotenza nucleare”.
“[…] Recenti dichiarazioni bellicose da Washington: l’affermazione del presidente Biden secondo cui Putin ‘non può rimanere al potere’, il commento del segretario alla Difesa Lloyd Austin secondo il quale la Russia deve essere ‘indebolita’ e la promessa del presidente della Camera, Nancy Pelosi, che gli Stati Uniti sosterranno l’Ucraina ‘fino alla vittoria’ possono riecheggiare come proclami travolgenti, ma non avvicinano ulteriormente i negoziati”, che oggi appaiono un miraggio lontano, essendo il dialogo tra le parti precipitato al punto più basso dall’inizio della guerra.
Le trattative invece urgono, per i motivi suddetti e perché le conseguenze globali della crisi diventeranno sempre più disastrose, sia a livello economico che sociale, dal momento che il conflitto (e le sanzioni anti-russe, ma questo il Nyt non lo può scrivere) sta impoverendo il mondo. E il popolo americano, che presto proverà i morsi di tali conseguenze, non continuerà a sostenere indefinitamente il supporto a Kiev, mentre gli ucraini continueranno a morire e il conflitto porrà rischi crescenti alla “pace e alla sicurezza a lungo termine nel continente europeo”.
Certo, la decisione di trovare un compromesso con Mosca deve essere presa dalla leadership ucraina, continua il Nyt. Sarà loro compito, infatti, “prendere le dolorose decisioni riguardo i territori che il compromesso richiederà“. Ma anche tale leadership deve fare i conti con la realtà.
Il Nyt non lo scrive, ma si può tranquillamente aggiungere che Zelensky appare come drogato dal supporto politico, economico e militare che sta ricevendo (come denotano anche certe derive venate da delirio di onnipotenza).
Queste, infine, le conclusioni del Nyt: “mentre la guerra continua, Biden dovrebbe chiarire al presidente Volodymyr Zelensky e al suo popolo che c’è un limite al grado di intensità con il quale gli Stati Uniti e la NATO si impegneranno nello scontro con la Russia e limiti alle armi, al denaro e al sostegno politico che possono ricevere. È imperativo che le decisioni del governo ucraino siano basate su una valutazione realistica dei suoi mezzi e di quanta distruzione può sostenere l’Ucraina“.
“Confrontarsi con questa realtà può essere doloroso, ma non si tratta di un appeasement [col nemico]. Questo è ciò che i governi sono tenuti a fare, non inseguire una illusoria ‘vittoria’. La Russia subirà le ferite dell’isolamento e delle sanzioni economiche per gli anni a venire e Putin passerà alla storia come un macellaio. La sfida ora è scrollarsi di dosso l’euforia, fermare gli scherzi e concentrarsi sulla definizione e sul completamento della missione. Il sostegno dell’America all’Ucraina è una prova del suo posto nel mondo nel 21° secolo e il signor Biden ha l’opportunità e l’obbligo di aiutare a definire ciò che sarà tale futuro”.
Si nota che quello del Nyt è un grido di vittoria, non certo un cedimento a Putin. Si tratta di trovare un accordo che possa consentire anche a Putin di rivendicare la sua vittoria, seppur non ampia come da aspettative.
Quanto all’Ucraina, se la guerra finisce qua, ha già ottenuto la sua vittoria, al di là della conservazione o meno dei territori oggi controllati dai russi, avendo conquistato un posto di primo piano nel mondo e potendo contare su un sostegno internazionale che gli consentirebbe non solo per ricostruire il Paese, ma anche di rilanciarsi ulteriormente. Vincerebbero tutti e il dolore per i morti sarebbe compensato con la consapevolezza di averne risparmiati ulteriori. 

Ps. Zelensky, oggi: solo la “diplomazia” può porre fine alla guerra ucraina. È la prima volta che lo dice in maniera così assertiva…. occorre superare le pressioni di quanti finora ha lavorato attivamente per contrastare il dialogo tra le parti, portando al collasso delle trattative intraprese all’inizio del conflitto.
21 maggio 2022, qui.

Ma in ogni caso…

E adesso guardate un po’ i russofoni come bombardano

Gli ucraini invece preferiscono il fosforo

tanto, chi si azzarderà ad accusarli di crimini di guerra, loro che sono dalla parte giusta? E pensare che otto anni fa il coraggio di dire le cose e chiamarle col loro nome c’era

E già che ci siamo, continuiamo a sparare…

barbara

RIPENSANDO AGLI ACCORDI DI ABRAMO

Ossia agli accordi di pace che, con il consistente aiuto di Donald Trump, Israele è riuscito a stipulare con alcuni Paesi arabi (e speriamo che possano reggere all’impatto di Giuseppe I il Demente, come lo ha simpaticamente chiamato un commentatore in un altro blog).
Tre anni e mezzo fa, alla conclusione di un viaggio in Israele (quello in cui mi sono fratturata la vertebra, clic 1, clic 2), ho postato, fra i numerosi racconti del viaggio, questa cosa qui, e l’amico Stefano mi ha inviato questa sua riflessione:

Pochi giorni fa ero anch’io in una cantina molto simile… si potrebbero tranquillamente scambiare le foto (tranne quella della bandiera!), e pure lì c’era una bellissima ragazza come guida, però anche se ero a veramente pochi km di distanza (nella Bekaa) era come essere a un mondo di distanza, chissà quando tra Libano e Israele si riuscirà ad avere non dico dei buoni rapporti ma anche solo un minimo di modus vivendi e la frontiera aperta…
saranno tipo 80 km in linea d’aria da dov’ero, ma se inserisco le due località su google mappe e mi faccio calcolare l’itinerario, quello consigliato è di 3191 km, e mi fa passare anche per Iraq e Siria!
La follia… e il peggio è che andrà avanti ancora per decenni, nella migliore delle ipotesi

Lo stato più vicino, e non solo ostile, ma anche formalmente ancora in guerra, dove basta parlare con un israeliano per finire in galera. In che mondo pazzo viviamo!

barbara

ESPLOSIONE DI BEIRUT, LE VOCI CHE GIRANO

Le metto così, come le ho trovate, commenti di persone un po’ più informate della media e due articoli.

Da Lion Udler:
#Beirut #Libano
Il Primo Ministro libanese Hassan #Diab afferma in un discorso alla nazione che il Libano è completamente devastato oggi e sta vivendo un disastro: “I responsabili di questo disastro pagheranno un prezzo. Non resterà impuniti”.

דוד פרלמוטר (David Perlmutter)
Se fosse vero, non so chi ne abbia responsabilità diretta, ma i Hizballah dovrebbero comunque iniziare a fare le valige. […]la cosa che mi sembra più probabile è un “incidente di lavoro” di Hizballah e milizie iraniane. È terribile che così tanta gente innocente debba pagarne il prezzo. Questo pezzo di mondo potrebbe essere un paradiso e invece…

Emanuel Pinchas Abrahamson
Lebanese intelligence and counterintelligence chief Ibrahim said the following: “The stories about pyrotechnics are ridiculous, there were explosions of unknown nature, and I can’t say anything else until the end of the investigation.”

Alberto Levy
tanti missili stoccati assieme possono esplodere tutti cosi’, in un modo omogeneo ?

Vanni Belva Gasparini
Sì. Si chiama: “Esplosione per simpatia”… la pericolosissima abitudine di esplodere a catena. Chi ha fatto servizio di guardia in polveriera lo sa. Era la cosa più temuta.

Alberto Levy
queste sono le conseguenze dello stoccaggio di parte dei 150.000 missili puntati contro gli ebrei d’Israele da una decina di anni. Hizballah sa che se mettesse i missili lontano dai centri abitati, Israele li farebbe brillare, MA se sono sotto gli edifici di Beirut, gli israeliani eviterebbero di farli esplodere.
Non si sa chi, forse per caso (la cosa non e’ credibile), questa sera l’incendio nel magazzino dei fuochi d’artificio fittizzi, ha fatto brillare gli “esplosivi” (che reputo missili) ammassati in zona, provocando centinaia di povere vittime innocenti. Quegli innocenti erano stati prescelti da Hizballah per il ruolo di scudi umani, in parte ignari del pericolo.

Michele Benelli
Le bombe a Beirut le ha sempre messe Hezbollah, su mandato dell’ Iran. È cambiato qualcosa?

Brigitte Protti
La televisione Al Arabyiah annuncia l’esplosione di un deposito di armi degli Hezbollah
Beirut
Beirut: che cosa sappiamo

Beirut, Libano, pomeriggio del 4 agosto. Due tremende esplosioni si odono dal porto della città, uno dei più importanti del Mediterraneo Orientale. Non si sa bene cosa esplode e dove, ma l’impatto è rapido e tremendo. L’intera città viene avvolta da una coltre di fumo rossastro, collassa l’intera infrastruttura attorno ai siti dell’esplosione.
Impossibile stabilire il numero dei morti, sicuramente decine, ma si stima che i feriti potrebbero essere fino a 5mila. Questo è quello che sappiamo, un breve ma utile riepilogo:

– Si è parlato inizialmente di fuochi d’artificio, ma abbiamo scritto fin da subito che la dimensione dell’esplosione (le esplosioni) era indicativa di altro, magari armi. Ora, Hezbollah e forze armate libanesi confermano che l’epicentro della prima esplosione è stato in un deposito portuale in cui erano contenute armi/munizioni/materiale esplodente oggetto di confisca. La presenza in grandi quantità di nitrato di sodio, anch’esso confiscato, avrebbe causato le tremende esplosioni.

– Dobbiamo lavorare sul punto uno: da cosa sono state provocate quelle esplosioni? Nessun incidente fino ad oggi, e quel carico era lì contenuto da diversi mesi. Qual è stata la miccia? Occorrerebbe indagare sulle micro-esplosioni, lampi di luce, che si intravedono nei momenti precedenti alla prima esplosione e fra la prima e la seconda esplosione.

– 400 ricoverati, ma si parla di 5mila feriti. Incendi in corso, ancora da estinguere. Intere aree del porto completamente distrutte. Non sarà possibile ricostruirle e renderle operative prima di diversi anni, almeno cinque.

– Man mano che si procede con la conta dei morti emerge che le esplosioni hanno provocato dei morti eccellenti: deceduto Nazar Najarian, il segretario generale delle Falangi Libanesi, e in fin di vita il direttore generale dell’azienda elettrica nazionale, Kamal Hayek.

– Israele nega ogni coinvolgimento, il governo libanese parla di incidente.

– Le esplosioni avvengono sullo sfondo di oltre un mese di incidenti simili che hanno colpito e devastato l’Iran, sabotaggi alle infrastrutture critiche: dalle centrali elettriche ai porti, passando per ferrovie e fabbriche.

– Fra tre giorni è previsto verdetto per il caso Hariri: ex primo ministro libanese assassinato nel 2005 e per il quale sono imputati 4 membri di Hezbollah. Un’eventuale condanna avrebbe serie ripercussioni per lo status giuridico di Hezbollah a livello internazionale, attualmente già minato dalla campagna di pressione del duo Trump-Netanyahu che sta portando alla sua categorizzazione come organizzazione terroristica in tutto l’Occidente, dall’America Latina all’Unione Europea. E se ad essere accusata per il gesto fosse proprio Hezbollah? E anche se non lo fosse, quale potrebbe essere il peso di questo evento su un verdetto che si appresta a determinare il futuro del Partito di Dio?

– Fate sempre attenzione ai dettagli: potrebbe trattarsi di uno sciagurato incidente come di un possibile atto di sabotaggio/ di terrorismo. (qui)

I possibili scenari dietro l’esplosione che ieri ha scosso Beirut

 di Titus Livius, 5 Ago 2020, qui.

Due enormi esplosioni hanno scosso ieri pomeriggio Beirut. Ufficialmente, ad esplodere pare essere stata una fabbrica di fuochi d’artificio presso la zona portuale. La deflagrazione, avvertita in tutta la capitale libanese [in realtà è stata sentita fino a Cipro, ndb], ha ucciso circa 50 persone e ne ha ferite migliaia (dato aggiornato alla sera del 4 agosto 2020).
Ovviamente, al di là delle dichiarazioni ufficiali, molti ritengono che questa esplosione non sia affatto casuale. E i diversi scenari che si aprono sono tutti più o meno fondati. Il primo scenario chiama in causa Israele. Scenario classico, che vedrebbe lo Stato ebraico dietro l’esplosione di questa fabbrica che, teoricamente, avrebbe potuto essere una fabbrica di esplosivi. Ci pare tuttavia l’ipotesi meno probabile, sia pure non potendo escluderla del tutto. L’intelligence israeliana, ma anche quella americana, cercano sempre di ridurre al minimo il numero di morti e feriti. E Israele avrebbe tutto il l’interesse a rivendicare pubblicamente di poter colpire una fabbrica di armi di Hezbollah a Beirut. Neanche a dirlo, nelle prossime ore Israele sarà l’accusato principale di coloro a cui piace “vincere facile” piuttosto che approfondire. Ad ogni modo, molto probabilmente, questa ipotesi sarà esclusa da Hezbollah stesso.
Il secondo scenario è quello che riconduce direttamente a Hezbollah. Come organizzatore dell’attentato, in vista della sentenza che arriverà domani da parte del Tribunale Internazionale in merito all’assassinio dell’ex premier libanese Rafik Hariri. Ad essere accusati sono quattro membri di Hezbollah in contumacia, che probabilmente si trovano proprio in Libano. Dunque, Hezbollah potrebbe aver voluto mandare un messaggio a tutti i suoi innumerevoli avversari, anche nel fragilissimo esecutivo di Diab (alleato di Hezbollah), dicendo loro di non provare a farsi venire strane idee in testa. Il prezzo da pagare nel caso in cui i quattro ricercati finissero nelle mani della giustizia internazionale sarebbe una lunghissima scia di sangue in tutto il Libano. D’altronde, appena qualche giorno fa, si è dimesso il ministro degli esteri libanese Hitti, in polemica proprio con Hezbollah, accusato di impedire al Libano di rialzarsi dal rischio del default finanziario. Hitti aveva pubblicamente sostenuto l’ipotesi, promossa dal Patriarca Maronita, di un Libano “neutrale” in politica estera, ovvero lontano anche dal regime iraniano, e pronto ad accettare il piano di pace della Lega Araba del 2002. Proposte totalmente inaccettabili per Hezbollah, al servizio del regime iraniano.Un’altra ipotesi possibile è che quella fosse davvero una fabbrica di esplosivi di Hezbollah e che sia esplosa accidentalmente. D’altronde, solo pochi giorni fa è stato denunciato come abbia ben 28 postazioni di lancio di missili in aree civili. Una di queste potrebbe essere esplosa per errore, causando il dramma che delle scorse ore.
Infine, un’ultima possibilità: che a far esplodere la fabbrica non siano stati gli israeliani o gli americani, ma i nemici interni di Hezbollah (tra cui purtroppo c’è ancora anche l’Isis). I tanti nemici che Hezbollah ha in Libano, un Paese che si avvia verso il default finanziario e che, appena qualche mese addietro, ha visto nelle sue piazze una serie di proteste popolari, espressamente contro Hezbollah e la presenza iraniana nel Paese. Non è escluso quindi, in uno scenario di piena guerra civile, che qualcuno abbia deciso di prendere le armi e far pagare a Hezbollah l’aver preso in ostaggio metà Libano, impedendogli di essere un Paese normale e di esercitare pienamente la sua sovranità nazionale. Uno scenario che riporterebbe il Paese dei Cedri indietro di trent’anni e che andrebbe imputato al regime iraniano, che non solo ha creato Hezbollah, ma che ha recentemente ordinato al Partito di Dio di intervenire nel conflitto siriano allo scopo di salvaguardare la proiezione di Teheran verso il Mediterraneo. Dove potrebbe arrivare questo scenario da guerra civile non è dato saperlo. Ciò che è certo e che, chi sinora ha chiamato Hezbollah un partito normale e ha pensato di legittimarlo, ha contribuito alla terribile situazione del Libano odierno.
Mettere fine a questo Stato nello Stato, costringere Hezbollah a disarmare le milizie, permettere all’esercito libanese di controllare l’intero territorio e di inserire tutto il gruppo di Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche dovrebbe essere obiettivo condiviso della comunità internazionale, o almeno dei Paesi Europei. Qualsiasi mediazione non può che procrastinare il problema, trascinando il Libano in uno scenario da guerra civile per i prossimi decenni.

Secondo me quello che più può mettere sulla strada giusta è il grande insistere di Hezbollah sul fatto che si sarebbe trattato di un incidente.

Un po’ di vecchie cose, per chi non fosse molto al corrente delle vicende libanesi, qui, qui e qui, e magari anche questo.

barbara

ANCHE OGGI FIGURE

Con qualche commento. E iniziamo con la cronaca estera, partendo dall’Iran

Hananya Naftali
iran proteste
Ecco come il regime islamico in Iran ha a che fare con i manifestanti – o sparategli sul posto o eseguirli più tardi.
Dov’è l’ONU? Dove sono le organizzazioni per i diritti umani? Questi giovani non sono ancora stati giustiziati. Hanno bisogno della nostra voce. Gli iraniani hanno bisogno della nostra voce.

Proseguendo con la solita, immancabile Cina e la collaborazionista Botteri,
botteri fake
continuando col Libano
missili Libano
e approdando infine a New York, dove qualcuno giustamente si preoccupa
libertà piange
E veniamo in casa nostra, col sindaco più simpatico ed efficiente del pianeta

Il fantastico mondo di De Magistris

Sembra una foto del 2010 e invece è di oggi dal Cavone sopra piazza Dante.
Napoli De Magistris
Grazie sindaco, scegliendo una decoratrice di dolci come capo di Asia stiamo vedendo degli ottimi risultati soprattutto adesso in emergenza Covid, con la città piena di immondizia, i negozi che non riaprono e i turisti che non tornano più. Sei il fenomeno della politica che Napoli meritava dopo l’eruzione del Vesuvio e il colera. Grazie per questi splendidi anni!

passando per l’attivista più simpatico della galassia che guida gli squamo-pinnati più simpatici della galassia

Attilio Fontana

Sui canali delle Sardine è stato postato il video dell’arresto di un ‘innocuo’ ragazzo con una ricostruzione non verificata: fermato da 5 agenti perché di colore e senza mascherina. (nell’immagine vedete le scritte)
sardine fake
Era una #FakeNews.

La realtà è diversa: il 25enne del Mali aveva scavalcato i tornelli urlando e spaventando i passeggeri, con sé aveva un coltello e permesso di soggiorno scaduto da un anno.
Grazie alle Forze dell’Ordine, sono intervenute con prontezza, non contro ad una persona per il colore della pelle ma perché identificato come fonte di pericolo verso gli altri.

per arrivare al presidente del consiglio più simpatico ed efficiente e geniale di tutte le galassie
1 Conte Orban
2 scadenze
3 appello mattarella
(clic per leggere l’articolo)
4 tossico
5 misure
e con questa sconfiniamo con la cosiddetta emergenza, molto cosiddetta
6 Zangrillo
(clic)
Ricordando che Zangrillo è uno dei pochissimi che i medici considerano attendibile, dal momento che non è uno che sta chiuso dei laboratori e va poi in televisione a fare la bella statuina, bensì un medico che è stato in prima linea come loro, e oltre a quello che dice lui ci sarebbe anche questo
7 fine emergenza
e questo
8 esperti
che è comunque quello che da oltre due mesi stiamo vedendo tutti noi coi nostri occhi, ma lui, il primo ministro bello ed elegante e affascinante che fa tremare il culo a un sacco di donne e io, lasciatemelo dire, le donne non le capirò mai, non demorde, figuriamoci se demorde, perché le sue risorse sono infinite.
9 cercasi infetti
10 ondata 2 programmata
Nel frattempo in giro per il Paese
11 chiusura
ma lui non può occuparsi di queste scemenzine perché ha ben altri progetti, lui, ben altre priorità
12 cittadinanza
(clic)

Aggiungo questa cosa che non c’entra niente, che ho visto per caso qualche ora fa, per la quale mi mancano le parole per commentare. Si riferisce a un evento tenuto alla fine dello scorso anno in memoria di Giancarlo Siani:

Il prefetto di Napoli, Carmela Pagano, ha letto invece un messaggio del ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese: “Oggi avrebbe 60 anni e di sicuro sarebbe un giornalista affermato e ascoltato. Il suo sacrificio sia esempio ai giovani”.

Cioè, per un ragazzo che, sapendo perfettamente che cosa stava rischiando, ha continuato a denunciare i crimini della camorra facendo nomi e cognomi, ed è stato per questo assassinato a 26 anni, questo essere per il quale non trovo aggettivi sufficienti a descrivere il livello di cloachitudine, tutto quello che trova da dire è che avrebbe 60 anni e sarebbe un giornalista affermato. Meriterebbe xxx xxxxxx xx xxxxxxx x xxxxx xxxxxx xxx xxxxxxxxxx, xxxxxxxxxxx.

E chiudo con la rubrica “chi la fa l’aspetti”: l’ortottero dedica alla signora Mezzidiametri un sonetto in cui mostra scarso apprezzamento per i romani,
fogna
e i romani lo ripagano come merita
contro grillo
Qualcuno ha detto che sì, lui ci è andato pesante ma loro hanno sbagliato. Beh, a me sembra proprio l’esatto contrario: lui ha colpito indiscriminatamente quasi tre milioni di persone che non conosce, loro hanno colpito due persone per fatti specifici e reali, e la vittima sarebbe lui?! Ah già, che stupida, me lo dimentico sempre: è Caino quello che non si deve toccare, Abele si fotta pure.

barbara

QUELLE SPLENDIDE OPERE ARCHITETTONICHE

chiamate tunnel.

Visto che è stata evocata la Risoluzione Onu 1701, ripropongo un mio post di 13 anni fa.

RISOLUZIONE ONU 1701

Con qualche commento mio in corsivo

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu

“Esprimendo la massima preoccupazione per la continua escalation delle ostilità in Libano e in Israele”
“sottolineando la necessità di mettere fine alla violenza… ma anche di risolvere urgentemente le cause che hanno portato alla crisi corrente, incluso il rilascio dei soldati israeliani rapiti”,
“conscio della delicatezza della questione dei prigionieri e incoraggiando gli sforzi per risolvere con urgenza la questione dei prigionieri libanesi detenuti in Israele”, (si mettono dunque sullo stesso piano i soldati israeliani rapiti in territorio israeliano durante un servizio di pattugliamento, e i terroristi libanesi, processati e condannati per atti di terrorismo)
“felicitandosi degli sforzi del primo ministro libanese e dell’impegno del governo libanese, nel suo piano in sette punti, a estendere la propria autorità su tutto il territorio attraverso le forze armate legittime”, (se il governo libanese è in grado di estendere la propria sovranità su tutto il territorio, perché non lo ha fatto prima? Perché era complice con gli hezbollah? Se invece non lo ha fatto per incapacità, che cosa dovrebbe indurci a credere che oggi ne sia improvvisamente diventato capace?)
“determinato ad agire per il ritiro delle forze israeliane dal sud del Libano il prima possibile”,
“felicitandosi per la decisione unanime di dispiegare una forza di 15.000 uomini dell’esercito libanese nel sud del paese” (vedi domanda precedente)
e dopo aver “preso atto che la situazione in Libano costituisce una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”

Il Consiglio

“1 chiede un’immediata cessazione delle ostilità, basata, in particolare, sull’immediata cessazione da parte di Hezbollah di tutti gli attacchi e la cessazione immediata da parte di Israele di tutte le operazioni militari offensive” (operazioni offensive quelle di Israele? Si vorrebbe chiedere all’Onu: è per matrimonio o per prostituzione che ha assunto in toto le posizioni dei terroristi hezbollah?)
“2 Dal momento della cessazione delle ostilità, chiede al governo libanese e alla Unifil (forza temporanea dell’Onu in Libano, ndr) (quella che da anni sta a guardare tutte le violazioni, tutte le infiltrazioni, tutti i lanci di missili, tutti i rapimenti, tutti gli assassini perpetrati dai terroristi hezbollah in territorio israeliano)… di dispiegare insieme le loro forze in tutto il Sud e chiede al governo israeliano, nel momento in cui tale dispiegamento comincerà, di ritirare in parallelo tutte le sue forze dal Libano meridionale”
“3 Sottolinea l’importanza del fatto che il governo libanese estenda la sua autorità all’insieme del territorio libanese…in modo da esercitare integralmente la sua sovranità e da far sì che nessuna arma vi si trovi senza il consenso del governo libanese e che nessuna autorità vi sia esercitata al di fuori di quella del governo” (senza il consenso del governo? Ma del governo non fa parte anche hezbollah?)
“4 Riafferma il suo fermo appoggio al pieno rispetto della Linea blu”
“5 Riafferma anche il suo fermo attaccamento … alla integrità territoriale, alla sovranità e all’indipendenza politica del Libano all’interno delle frontiere internazionalmente riconosciute come previsto dall’accordo di armistizio del 1949” (e di Israele …?)
“6 Chiede alla comunità internazionale di adottare misure immediate per estendere il soccorso umanitario e finanziario al popolo libanese, in particolare facilitando il ritorno degli sfollati… riaprendo porti e aeroporti…” (e il quasi mezzo milione di sfollati israeliani, beh, quelli che si impicchino)
“7 Afferma che tutte le parti sono tenute a controllare che non sia condotta alcuna azione contraria al paragrafo 1 che potrebbe pregiudicare la ricerca di una soluzione a lungo termine, all’accesso degli aiuti umanitari, inclusi passaggi sicuri per i convogli umanitari, e il ritorno sicuro degli sfollati nelle loro case”
“8 Chiede a Israele e al Libano di sostenere un cessate il fuoco permanente e una soluzione a lungo termine fondata sui principi e sugli elementi che seguono:

– stretto rispetto delle due parti della linea blu;
– dispositivo di sicurezza che impedisca la ripresa delle ostilità, in particolare la creazione, tra la Linea blu e il Litani, di una zona in cui non sia dispiegato personale armato se non quello del governo libanese e della missione Onu come autorizzato al paragrafo 11 (governo libanese di cui, ricordiamo ancora una volta, fa parte hezbollah)
– piena applicazione delle disposizioni comprese negli accordi di Taef e nelle risoluzioni 1559 e 1680 che esigono il disarmo di tutti i gruppi armati in Libano
– nessuna presenza di forze straniere in Libano senza il consenso del suo governo (vedi sopra)
– divieto di vendere o fornire armi e materiale militare al Libano, a meno che non ci sia l’autorizzazione del governo libanese (vedi sopra)
– comunicazione all’Onu delle Carte dei campi minati presenti in Libano e ancora in possesso degli israeliani

Nei punti successivi (9, 10) il Consiglio chiede poi al segretario generale (Kofi Annan) (beh, sinceramente non so se sia il caso di provare a chiedere qualcosa al signor Kofi Annan senza portare in dono qualche contropartita petrolifera …) di “appoggiare gli sforzi miranti a ottenere al più presto accordi di principio da parte del governo libanese (sempre lui, quello di cui fa parte hezbollah …) e di quello israeliano in vista di una soluzione a lungo termine” e di “mettere a punto, in coordinamento con le parti internazionali interessate, proposte per attuare gli accordi di Taef e le risoluzioni 1559 e 1680”, inclusi, “la delimitazione dei confini internazionali del Libano, specialmente in quelle aree in cui il confine è conteso o incerto, includendo anche l’area delle fattorie di Shebaa”. (“conteso o incerto”? L’Onu non aveva già DEFINITIVAMENTE stabilito che le fattorie di Shebaa appartengono alla Siria?) Annan viene invitato a presentare delle proposte in materia entro 30 giorni. Al punto 11 poi il Consiglio “decide di autorizzare un incremento degli effettivi dell’Unifil fino a un massimo di 15mila uomini”. I compiti di questa forza, prosegue la risoluzione, saranno: “controllare la cessazione delle ostilità”, “accompagnare e aiutare le forze armate libanesi nel loro dispiegamento nel Sud, fino alla Linea blu, mentre Israele ritira le sue forze dal Libano”; “fornire assistenza per assicurare aiuti umanitari alla popolazione civile”, “assistere le forze armate libanesi nella realizzazione dell’area a cui ci si riferisce nel paragrafo 8” e “assistere il governo libanese nel portare avanti il paragrafo 14”, ovvero quello relativo alla “messa in sicurezza dei suoi confini e dei punti di accesso al proprio territorio, per evitare l’ingresso senza il suo consenso di armi o materiale connesso”. Anche i punti 12 e 13 sono relativi alla missione Onu e sostanzialmente autorizzano la Unifil “ad adottare tutti i provvedimenti necessari nel suo settore di competenza perché il suo teatro di operazione non sia utilizzato per attività ostili di qualsivoglia natura, e di resistere ai tentativi di impedirle di assolvere ai suoi impegni secondo il mandato Onu” e chiedono al segretario generale di prendere “misure che assicurino che la Unifil sia capace di svolgere i compiti previsti nella risoluzione” e che “gli stati membri facciano contributi appropriati alla missione”. (esattamente come è stato finora. E dunque l’Unifil continuerà a fare ciò che ha fatto finora …) La risoluzione chiede poi a tutti gli Stati di prendere misure “adeguate a impedire” che propri cittadini vendano o forniscano armi a persone singole o entità in Libano. La risoluzione si conclude con la proroga del mandato della Unifil fino al 31 agosto 2007 (punto 16), l’invito ad Annan a “rendere conto, al massimo tra una settimana e poi a intervalli regolari, dell’applicazione della presente risoluzione” (punto 17), sottolineando infine (al 18esimo e ultimo punto) “la necessità di instaurare una pace globale, equa e duratura in Medio Oriente”. (Fonte: MISNA, grazie a “Notizie su Israele”)

E si prega di notare che in nessuno dei punti di questa risoluzione si fa non dico obbligo, ma neanche una semplice cortese, discreta richiesta all’hezbollah di restituire i soldati israeliani rapiti. A questo va aggiunto il fatto che la risoluzione è stata approvata in base al capitolo 6 e non in base al capitolo 7 che avrebbe reso esecutiva l’applicazione dei provvedimenti in caso di inadempienza da parte di uno dei contendenti. E questa roba il governo israeliano l’ha accettata: se non è suicidio questo!

Se il Cannocchiale funziona, potrete trovare qui, nella prima pubblicazione di questo post, commenti piuttosto interessanti.

Della questione si è parlato anche qui e qui, reperibili sempre se il cannocchiale funziona, altrimenti bisognerà aspettare che esca dal coma. Anche qui ci sono commenti interessanti (NON lasciate lì eventuali commenti, perché il cannocchiale non me ne dà notifica e non ho modo di esserne informata).

Poi ad un certo momento la situazione in Libano si è fatta fastidiosa per Unifil – non propriamente pericolosa, dal momento che non hanno mai fatto assolutamente niente per contrastare il massiccio riarmo, le operazioni militari eccetera di Hezbollah, e più di una volta si sono anche cortesemente spostati quando la loro presenza poteva intralciare le operazioni in programma – e hanno pensato bene di andarsi a rifugiare in Israele, e da lì “osservano” quello che succede in Libano, come possiamo vedere qui.

barbara

MISCELLANEA

1. Prossimamente anche da queste parti
big brother
dove comunque i blocchi su FB sono già da molto la regola.

2. Le priorità

Perdonaci Asia Bibi, perché leggo che trascorrerai un altro Natale chiusa in una stanza assieme ai tuoi ex carcerieri. Perdonaci, ma gli inglesi se la fanno sotto della reazione dei propri musulmani se ti accogliessero. Perdonaci, ma per il Vaticano è solo “un problema interno del Pakistan”. Perdonaci, ma per le femministe è prioritario non far morire la Carmen di Bizet per combattere il femminicidio. Perdonaci, ma per i giornalisti ormai è solo tutto un farsi i pompini a vicenda, come direbbe Mr Wolf in Pulp Fiction. Perdonaci, ma per la nostra classe politica l’impegno a tirarti fuori è durato il tempo di un tweet raccatta voti. Perdonaci, ma non ce la facciamo davvero più in Occidente a batterci per qualcosa che non sia l’apertura domenicale dei negozi e la coperta scaldasonno. Ma tranquilla, cara Asia Bibi, la pagheremo cara. Giulio Meotti

3. La vergognosa apartheid antipalestinese
Questo è Muhammad Wahaba,
Muhammad Wahaba 1
bambino palestinese del campo profughi “Al-Bard” in Libano. E’ morto
Muhammad Wahaba 2
a causa del rifiuto degli ospedali libanesi di prestargli, in quanto palestinese, le cure mediche di cui aveva bisogno (e mentre gli ospedali libanesi si rifiutano di curare palestinesi, migliaia di palestinesi vengono accolti ogni giorno negli ospedali israeliani). Alla fine di questo post qualche ragguaglio sulla condizione dei palestinesi in Libano.

4. I tunnel libanesi
che penetrano in territorio israeliano: guardate come sono belli!
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tunnel 3
tunnel 4
E come potrebbero non esserlo, con tutti i milioni di dollari che ci hanno investito! (Ma una penetrazione armata in uno stato sovrano non era un’azione di guerra, una volta? O forse lo è anche adesso ma si fa eccezione quando si tratta di Israele?)

5. Nel frattempo hamas
manda in scena i suoi deliziosi bambini
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6. E intanto dall’Europa gli ebrei continuano a scappare a decine di migliaia.

barbara

QUANDO FARSI MALE FA BENE

Un esempio per la pace: un calciatore israeliano e uno iraniano si fanno fotografare insieme

di Nathan Greppi
calciatori-pace
Grande scalpore ha suscitato una foto pubblicata sui social in cui, a essere seduti insieme, sono calciatori di due paesi nemici: Maor Buzaglo, attaccante della Nazionale Israeliana, e Askhan Dejagah, capitano della Nazionale Iraniana.
“Nel calcio esistono regole diverse, e vi è una lingua priva di pregiudizi e di guerre,” ha scritto Buzaglo, che è anche un attaccante del Maccabi Haifa, pubblicando la foto su Facebook, Twitter e Instagram.
Secondo il Jerusalem Post, tutto è successo a Londra, dove entrambi i giocatori erano ricoverati per ferite riportate in campo. Sebbene non abbia condiviso anche lui la foto, Dejagah l’ha commentata sul profilo Instagram di Buzaglo: “Ti auguro di guarire presto, amico mio.”
Nel 2007 Dejagah si rifiutò di giocare contro Israele nei campionati Under 21 in Germania, ma in seguito spiegò che l’ha fatto per paura che il regime lo mandasse in prigione. Infatti, l’Iran proibisce a tutti i suoi atleti e allenatori di competere contro i loro omologhi israeliani.
Proprio questo mese, il capo della Federazione di Wrestling Iraniana ha dato le dimissioni per protestare contro questa politica del suo paese. A febbraio, invece, un judoka israeliano vinse una medaglia di bronzo in un campionato a Dusseldorf perché l’iraniano con il quale doveva misurarsi ha messo su peso apposta per gareggiare in un’altra sezione. Ad agosto, invece, due calciatori iraniani furono espulsi dalla nazionale dopo che, con la squadra greca Panionios, avevano gareggiato contro una squadra israeliana.
Quando, nel 2014, Dejagah venne intervistato dal The Guardian su ciò che avvenne nel 2007, ha dichiarato che è stato tanto tempo fa, e che “mi ha aiutato a crescere. Ma ora guardo solo al futuro.”
(Bet Magazine Mosaico, 26 marzo 2018)

Dato che ci sono alcuni frequentatori recenti di questo blog, che forse non sono a conoscenza dei dettagli che rendono eccezionale questa foto, spiego che agli atleti dei Paese arabi o musulmani è vietato dalla legge dei loro Paesi di gareggiare con atleti israeliani. E che regolarmente in occasione di competizioni internazionali in Europa gli stati arabi chiedono, e molto spesso ottengono, che lo stato di Israele non sia ammesso a gareggiare. Non è perché abbiano paura di essere da loro sconfitti, dato che in caso di rifiuto di battersi la sconfitta viene comunque decretata a tavolino, ma perché gareggiare contro Israele significherebbe riconoscerne l’esistenza, e questo non è ammesso. La legislazione di diversi paesi vieta anche qualunque contatto o vicinanza con cittadini israeliani, come dimostrano le scomuniche di alcune miss comparse in fotografie accanto a una miss israeliana, e come racconta Sharon Nizza in questo fresco resoconto di un incontro di giovani dal Medio Oriente (leggibile se il Cannocchiale funziona, cosa che non sempre accade) e della sua amicizia, dopo un esordio burrascoso, con il rappresentante libanese, della quale l’unica testimonianza possibile, per non far correre a lui seri rischi, è questa foto.
mani
barbara

METULLA (13/14)

Metulla si trova qui,
Metulla
praticamente infilata nel Libano. Ed è proprio del Libano che bisogna parlare, per parlare di Metulla. E della Giordania, e dell’Olp, e di Settembre Nero, e di tante altre cose ancora, ma partiamo dall’inizio. O, almeno, da UN inizio: la guerra dei Sei giorni. Quella guerra voluta pensata studiata programmata allo scopo dichiarato di “ributtare a mare i sionisti”, ossia cancellare Israele e sterminare l’intera popolazione ebraica; quella guerra attivamente favorita dall’Onu nella persona del segretario generale U Thant: quando Nasser si sentì pronto ad attaccare, gli ordinò di togliere i caschi blu schierati nel Sinai allo scopo preciso di impedire scontri fra Egitto e Israele, perché gli serviva il passaggio libero per andare a distruggere Israele; quarantott’ore dopo non c’era più un casco blu nel Sinai. Quando, vincendo incredibilmente e miracolosamente la guerra (qui qualche interessante considerazione, qui un consiglio di lettura e qui qualcosa sugli annessi e connessi che raramente vengono presi in considerazione), Israele libera le regioni illegalmente occupate diciannove anni prima dall’Egitto (Gaza) e dalla Giordania (Giudea e Samaria, ribattezzate dalla propaganda anti israeliana Cisgiordania o West Bank) molti palestinesi insieme alla dirigenza dell’OLP si trasferiscono in Giordania, dove prendono a comportarsi da stato nello stato, violando tutti gli accordi stipulati con Re Hussein, girano in uniforme e armati, compiono centinaia di attacchi contro i civili provocando centinaia di vittime, istituiscono posti di blocco, estorcono denaro ai commercianti, compiono incursioni armate contro Israele, provocandone la reazione in territorio giordano. Infine, nel settembre del 1970, in seguito a un’impennata degli attacchi e a diversi tentativi di uccidere il re per rovesciare la monarchia e prenderne il posto, scatta la repressione, passata alla storia col nome di Settembre Nero in cui, per inciso, in dieci giorni vengono uccisi più palestinesi di quanti ne vengano uccisi da Israele in dieci anni, ma non risultano proteste internazionali contro queste uccisioni: né risoluzioni ONU, né boicottaggi, né manifestazioni, né appelli, né bandiere bruciate… niente di niente. E torniamo ora al Libano: è qui che riparano i palestinesi scampati alla strage giordana, e anche qui si dedicano intensamente al loro sport preferito: destabilizzare, assassinare, praticare il terrorismo, operare incursioni armate in territorio israeliano, creare uno stato nello stato e scatenare una guerra civile che nel giro di una dozzina d’anni trasforma la nazione più civile, insieme a Israele, e libera e ricca e colta del Medio Oriente, al punto che Beirut era chiamata la Parigi del Medio Oriente (qui alcune immagini significative) in un ammasso di macerie
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con 160.000 morti, un’economia distrutta, una civiltà annientata, uno stato infilato in un buco nero da cui non è mai più uscito. Dopo anni di incursioni armate e attacchi terroristici (e dopo l’assassinio dell’ambasciatore israeliano a Londra Shlomo Argov), finalmente Israele decide di intervenire: è la Guerra del Libano, del 1982, denominata “Pace in Galilea” dato che la Galilea, a causa della prossimità geografica, è il principale bersaglio degli attacchi palestinesi, guerra nella quale Israele commise il tragico errore di rinunciare, pur avendone la possibilità, a uccidere Arafat  – e nell’ambito di questa guerra bisognerà parlare anche di Sabra e Chatila, di cui tanti si riempiono la bocca, senza neppure sapere di che cosa si tratta. Al termine della guerra Israele si ritira, mantenendo però una fascia di sicurezza per impedire nuove incursioni armate sul suo territorio, in cui rimangono una piccola forza israeliana e una milizia formata dall’Esercito di difesa del Libano del sud (Tzadal), composto da cristiani maroniti (piccola nota a margine: per l’occupazione israeliana di quel 5% di territorio libanese abbiamo assistito a un’infinità di proteste da parte del mondo intero; per l’occupazione siriana del restante 95%, con pesantissime interferenze nel governo e un’infinita serie di omicidi di stato – fra cui quello dell’ex primo ministro nonché ricchissimo e potente imprenditore Rafiq Hariri – qualcuno ha mai sentito qualche timido, flebile lamento?). Nel 2000 il primo ministro Ehud Barak, ex militare e, come molti militari, pacifista oltre ogni limite di decenza, decide il ritiro unilaterale dal Libano, ossia senza che la controparte rispetti la propria parte delle relative risoluzioni Onu, vale a dire la cessazione del terrorismo. Immediatamente, come facilmente prevedibile, gli attacchi sulla Galilea aumentano, e tre soldati israeliani vengono rapiti in un’incursione armata in territorio israeliano, e uccisi (piccolo dettaglio: incursione compiuta con auto dell’Onu, bandiera dell’Onu e uniformi dell’Onu. I caschi blu dell’Onu, mandati lì per salvaguardare la pace, contemplano lo spettacolo, e mentre lo contemplano e lo ammirano, provvedono anche a filmarlo. Israele lo viene a sapere. E l’Onu? Nega. Nega per un anno intero. Poi finalmente, messa alle strette, si decide ad ammettere che sì, il filmato effettivamente c’è, ma Israele non lo può vedere. E perché? Perché in tal caso potrebbe riconoscere i terroristi, e se adottasse un atteggiamento tale da favorire una delle parti in causa l’Onu perderebbe la sua preziosa neutralità – tra terroristi e vittime del terrorismo). I corpi dei tre soldati verranno poi restituiti nel gennaio del 2004, insieme all’imprenditore Elhanan Tannenbaum, in cambio di 436 prigionieri (371 palestinesi, 30 libanesi, alcuni siriani e giordani, e uno tedesco.

E veniamo finalmente a Metulla: è qui che, al momento del ritiro israeliano, si rifugiano i soldati cristiani che avevano combattuto dalla parte di Israele contro i terroristi palestinesi, per sfuggire alle feroci vendette, ed è qui che abbiamo incontrato, nella sua casa, Hani Nohra, che ha parlato delle vicende che ho più sopra riassunto, e da lui vissute sulla propria pelle, e di come siano dovuti fuggire, spesso lasciando, probabilmente per sempre, una parte della propria famiglia, e del dolore della separazione e dell’esilio. Al termine della narrazione è lasciato spazio alle domande, e io ho fatto la mia: volevo sapere se sia stata intrapresa qualche iniziativa, qualche risposta, qualche contromisura dopo la strage di Damour. Quando la domanda gli è stata tradotta si è rivolto a me, inchinandosi con le mani giunte per ringraziarmi per la domanda. Poi ho dato io qualche informazione al gruppo, in modo che tutti fossero poi in grado di capire le sue risposte. Poi di nuovo, prima di rispondere, mi ha ringraziata inchinandosi con le mani giunte – evidentemente non molti sono a conoscenza di questa tremenda ferita inferta al corpo della cristianità libanese, e raramente gli capita l’occasione di parlarne – e poi ha cominciato a rievocare. E quando rievocava accoltellamenti e sgozzamenti la sua voce si alterava, quasi li stesse rivivendo, e le sue mani si levavano a mimare i gesti, strette intorno a un immaginario coltello, vibrando i colpi con violenza. Poi ha citato molti altri massacri simili, di cui neppure io ero a conoscenza, anche se avrei dovuto immaginarlo, sapendo che in quella tremenda guerra civile sono state cancellate decine di comunità cristiane. La strage di Damour, comunque, per chi non la conoscesse, la trovate qui.

Poi, terminata la rievocazione, è tornato a ringraziarmi per la terza volta, sempre inchinandosi, sempre con le mani giunte.

barbara

DI TUNISIA (E ALTRO), DI DONNE E DI MEMORIA CORTA

“Giordania, via la norma salva-stupratori”

AMINA Filali non avrebbe mai potuto immaginare sarebbe stata all’origine di una rivoluzione [e stendiamo un velo pietoso sulla banalità di questo attacco]. Era il 2012 e lei aveva solo 16 anni quando decise di togliersi la vita in Marocco inghiottendo veleno per topi. All’origine del suo gesto una doppia ferita: era stata stuprata e quando aveva denunciato il suo aguzzino si era sentita rispondere dal giudice che avrebbe fatto meglio a sposarlo. In questa maniera lei si sarebbe risparmiata nuove umiliazioni e lui il carcere. Dopo la morte di Amina, in Marocco partì un movimento di protesta che nel giro di due anni portò alla cancellazione della legge che prevedeva che uno stupratore potesse evitare il carcere sposando la sua vittima. La vicenda di Amina è tornata di attualità in queste settimane: in nome suo e di migliaia di altre vittime sconosciute, uno dopo l’altro infatti i parlamenti del mondo arabo stanno cancellando leggi simili a quella marocchina. L’ultimo voto in ordine di tempo è arrivato ieri da Amman: la Camera bassa del Parlamento ha emendato l’articolo 308 del Codice penale che dagli anni ’60 garantiva l’impunità agli stupratori che sposassero le loro vittime. Per eliminare definitivamente la legge occorre ora un secondo voto, ma gli analisti si aspettano che la norma, che conta sull’appoggio di governo e monarchia, passi senza troppi problemi. Un iter simile dovrebbe partire a breve anche in Libano, il più aperto e progressista dei Paesi della regione, dove tuttavia la “legge salva-stupratori” è ancora in vigore. Proprio dal Libano qualche settimana fa era iniziata una clamorosa protesta decine di abiti da sposa strappati e macchiati di rosso erano stati appesi sulla Corniche, il famoso lungomare di Beirut: al loro fianco cartelloni pubblicitari in arabo, inglese e francese recitavano uno slogan subito diventato virale: “Un abito bianco non copre uno stupro”. [Ci sono in realtà un errore cronologico e uno di contenuto: una manifestazione di ragazze che indossano abiti da sposa insanguinati
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stupro 5
risale al dicembre 2016, mentre l’installazione degli abiti impiccati dell’artista Mireille Honein è dello scorso aprile, e macchiati di sangue sono solo gli abiti indossati, non quelli impiccati,

come possiamo vedere in questo video dall’effetto veramente impressionante]
«Tutte queste iniziative dimostrano che anche se le cosiddette Primavere arabe non hanno avuto l’esito che tutti noi avremmo desiderato, il movimento per i diritti civili nel mondo arabo è vivo e forte», commenta da Tunisi Lina Ben Mhenni, una delle più note attiviste del Paese. L’opinione di Ben Mhenni è importante anche perché proprio la Tunisia ha approvato nei giorni scorsi una legge sulla tutela delle donne definita “storica” dai giornali di tutto il mondo. La nuova norma stabilisce pene durissime per i responsabili di violenza contro le donne e prevede l’istituzione di campagne di prevenzione senza paragoni nella regione. «Il 2011 ci ha insegnato a parlare e a lottare per i nostri diritti: questo non è stato cancellato dall’esito negativo delle rivolte arabe. E anche i Paesi che non sono stati coinvolti dalle rivoluzione, come la Giordania, hanno capito che devono ascoltare le richieste se non vogliono fronteggiare la rabbia della gente», conclude Ben Mhenni.

Francesca Caferri, La Repubblica, 2 agosto 2017

Memoria corta, ho scritto nel titolo. Perché a partire dal 1957, anno in cui Habib Bourguiba, liquidata la monarchia, fu nominato presidente della repubblica, grazie a lui e alle sue riforme le donne tunisine divennero le più libere del mondo arabo, libere quanto quelle di qualunque Paese europeo: la poligamia era stata abolita, il ripudio con cui il marito poteva liquidare la moglie senza alcuna formalità burocratica, sostituito con il divorzio, che poteva essere richiesto anche dalla donna; addirittura fu emanata una legge che stabiliva che in caso di divorzio, qualunque ne fosse la causa, la casa sarebbe rimasta alla donna. Legge palesemente ingiusta, ma che in un Paese arabo-islamico aveva un suo perché: prima di maltrattare la moglie, prima di umiliarla, prima di trascurarla sessualmente, un marito ci doveva pensare mille volte, sapendo che cosa rischiava di perdere; una legge a scopo educativo, diciamo. Aggiungo, anche se estraneo a questo contesto, che la Tunisia di Bourguiba ridimensionò fortemente il potere dei capi religiosi, laicizzando sia la scuola che la magistratura, e normalizzò i rapporti con Israele vent’anni prima dell’Egitto. Purtroppo la vecchiaia di Bourguiba, nominato ad un certo punto presidente a vita, non fu benedetta dalla lucidità, e l’ultima parte della sua vita vide un drammatico arresto della modernizzazione e l’inizio di una pesante corruzione e di una progressiva involuzione in tutti i campi. Tuttavia, per tornare al tema iniziale,  io pensavo: donne cresciute così per due generazioni, chi mai riuscirebbe a farle tornare indietro senza scatenare il finimondo? Mi sbagliavo. Mi sbagliavo clamorosamente: quel tempo è stato cancellato al punto tale, da essere persino scomparso dalla memoria; cancellato al punto tale da far ritenere un meraviglioso, rivoluzionario progresso qualcosa che non è altro che un modesto recupero di ciò che mezzo secolo fa era realtà quotidiana per qualunque donna tunisina. Cancellato al punto tale da affermare un’assurdità come questa: «[…] anche se le cosiddette Primavere arabe non hanno avuto l’esito che tutti noi avremmo desiderato, il movimento per i diritti civili nel mondo arabo è vivo e forte», quando la verità, chiara per chiunque abbia vissuto il prima e il durante e il dopo, è che le cosiddette Primavere arabe, fortemente volute e sostenute dal signor Barack Hussein Obama, dichiaratamente di religione islamica, hanno annientato decenni di conquiste faticosamente conseguite, provocando un disastro sociale, politico, morale e anche economico, di cui non si vede la fine. Quando vi sono stata, a metà degli anni Ottanta, le donne, almeno nelle città, vestivano all’occidentale, e queste
Moufida_Bourguiba      Wassila_Bourguiba_1962
sono le due mogli (successive, non contemporanee) di Bourguiba; oggi le vediamo così,
Tunisian women
e queste sono le rivoluzionarie, quelle che protestano e fanno le battaglie. Poi le solite anime belle ci vengono a dire che dobbiamo avere pazienza, perché loro progrediscono più lentamente di noi.

barbara

ANCORA MARINE LE PEN

22 feb 2017 09:07

  1. CI VOLEVA UNA FASCISTONA COMA MARINE LE PEN PER TENERE ALTO IL VALORE DELLA LAICITÀ
  2. LA LEADER DEL “FRONT NATIONAL” IN VISITA IN LIBANO RIFIUTA DI COPRIRSI IL CAPO CON IL VELO, COME PREVISTO DALLA LEGGE ISLAMICA, E FA SALTARE L’INCONTRO CON IL GRAN MUFTI
  3. È UN GESTO DI RISPETTO DEI VALORI NON NEGOZIABILI DI LAICITÀ, DI UGUAGLIANZA TRA UOMINI E DONNE, DI LIBERTÀ DI SCEGLIERE E DI PENSARE. ED È UNA LEZIONE ALLE NEOFEMMINISTE SEMPRE IN PRIMA LINEA QUANDO C’È DA FIRMARE PETIZIONI CONTRO IL SESSISMO IN OCCIDENTE O CONTRO TRUMP, MA QUANDO C’È DI MEZZO L’ISLAM SONO BEN CONTENTE DI SOTTOMETTERSI (qui. Vale la pena di leggere tutto l’articolo relativo al viaggio in Libano)

le-pen-velo
Come ha ricordato, non molto tempo fa, Ugo Volli, la storia insegna che i fascismi prima o poi passano, l’islam no. Quindi…

barbara