PER CELEBRARE DEGNAMENTE YOM HAATZMAUT

Penso che la cosa migliore sia questo video con un Begin in smagliante forma

che richiama quest’altro straordinario discorso. E ci aggiungo una foto del mio ingresso, con una copia della pergamena con la dichiarazione di indipendenza.
pergamena
Poi, per non distaccarmi troppo dai temi recentemente trattati, vi regalo questa bellissima foto, regalatami a sua volta dalla nostra Rachel,
scuola ebraica
che mostra la riapertura della scuola ebraica di Roma nell’estate del 1944 dopo la liberazione di Roma (cerchiati la madre e lo zio di Rachel), con sullo sfondo la bandiera della Brigata Ebraica, che a tale liberazione aveva contribuito – a dispetto delle farneticanti dichiarazioni di un losco individuo dall’anima nera – mentre lo striscione davanti porta la scritta “scuola ebraica Roma”.
Buon compleanno, Israele! Centoventi miliardi di questi giorni!

barbara

LO STATO EBRAICO

Recupero, da un commento lasciato da “amica” in questo blog poco meno di tre anni fa, questo testo, che mi sembra il commento più adeguato all’indomani delle manifestazioni per la liberazione dell’Italia dal nazismo, in cui le bandiere dei liberatori – che per liberarci hanno combattuto e sono morti – sono state fischiate e insultate dagli adoratori dei discendenti delle SS islamiche e attuali sterminatori di ebrei e di altri innocenti.

È difficile da credere, ma è successo davvero. Università. Dipartimento di Lingue (uno dei migliori d’Italia). Sessione estiva. Esame di “Teoria della Traduzione”. Corso di Laurea Magistrale in “Traduzione”. Propongo alla studentessa che già ha risposto bene a varie domande, quale sia l’argomento che più l’ha interessata (“vediamo se posso darle trenta” − penso tra me). La studentessa, senza indugio, risponde: “La traduzione della Bibbia” (ovviamente, oltre alle lezioni a cui non era mai venuta, aveva libri appositi su cui prepararsi). Dopo un po’, dicendo cose molto confuse, afferma con perentorietà: “La Bibbia è scritta in ebraico, lingua che da duemila anni nessuno conosce più, è una lingua morta e del tutto ignota”. Il mio giovane collega coglie il fremito sul mio viso e mi previene, guardando la fanciulla con condiscendenza: “Dottoressa, se ci pensa, non è possibile quello che ha detto: non solo l’ebraico è sempre stato coltivato dagli studiosi della Bibbia (… e se no come avrebbero potuto tradurla − penso io), ma, se ci pensa, nello Stato Ebraico che lingua si parla oggi?” La ragazza (per altro, già laureata alla triennale, e quindi, come prevede lo Stato italiano, effettivamente “dottoressa”) ci fissa con uno sguardo vitreo, come non avesse affatto capito la domanda. Mi impensierisco e le chiedo: “Lei sa, vero, che esiste uno Stato Ebraico?”. “No − risponde quella con aria sinceramente stupita − non lo sapevo”. Il mio collega, per evitare che il mio fremito persistente esploda in una reazione poco professorale, interviene di nuovo: “Ci pensi, dottoressa, certo che lo sa, se ne parla spesso, se ne parla sempre: mai sentito del Medio Oriente?”. Quella allora smuove gli occhi, come avesse finalmente percepito un’illuminazione: “Ah, sì, ma voi intendete l’Iran!” − dice, un po’ stupita che le chiedano simili banalità. Mi paralizzo, non riesco a reagire. Poi respiro profondamente e alzo un po’ la voce. “Ma che sta dicendo?! Scusi, vorrebbe farmi credere che in 23 anni di vita non ha mai sentito parlare di Tel Aviv, di Gerusalemme, di Israele?”. “Sì, credo di sì,” − fa lei. − “ci stanno i palestinesi. Ma non sapevo che c’entrassero con l’ebraico…”. Ora vi chiederete voi: ma di chi è la colpa? Di nessuno? Di tutti? Io non lo so. Questo è certo il frutto della falsa democratizzazione della cultura che, invece di un’alta cultura per pochi, propone una non-cultura per tutti. E vi chiederete: cosa si fa in questi casi? Niente. Non si può bocciare uno studente perché confonde l’Iran con Israele, perché − come prontamente ha rimarcato la studentessa stessa − “alle altre domande ho risposto bene…”. Alla fine, segnandole il voto sul libretto, le chiedo: “Ma lei si rende conto della ragione per cui sono sconvolta? Non le interessa?”. “No.” − risponde − “Posso andare ora?”.
Laura Salmon, slavista

E, giusto per amore di coerenza, “Palestina libera, Palestina rossa”: rossa e libera come l’Unione Sovietica, come la Cina, come la Corea del Nord, come la Cambogia dei kmer rossi, come Cuba… Ah, il profumo della libertà! Lo sentite anche voi, vero, questo meraviglioso, inebriante profumo.

barbara

 

“FINALMENTE SALVO!”

Non è uno scrittore, Ariel Yahalomi, nato Artur Dimant. Non è uno scrittore, e tuttavia questo suo libro di memorie che si snodano attraverso l’infanzia spensierata in Polonia, gli undici campi di lavoro e di concentramento, la liberazione, il trasferimento in Israele, la guerra di liberazione condotta e incredibilmente vinta da un esercito composto in discreta misura da relitti umani reduci dai campi di sterminio, l’intensa attività lì svolta e ancora in atto in tardissima età, questo suo libro, dicevo, prende, cattura, e si legge, dalla prima all’ultima pagina, con la stessa passione con cui è stato scritto. Ne voglio riportare una pagina, particolarmente significativa (ma in realtà sono tutte particolarmente significative).

La prima volta che ebbi un’arma in mano compresi il significato che aveva la possibilità di difendersi. Fino ad allora le uniche mie armi erano state il valore della persona, la presenza di spirito, la volontà di sopravvivere e la capacita di resistere. Sono stato sempre una persona amante della pace. Tuttavia, quel mio primo contatto con un’arma da guerra ebbe su di me un effetto straordinario: adesso non ero più una vittima condannata a fuggire e nascondermi… Mi era assicurato un fondamento morale, potevo tranquillamente affermare che ora operavo in difesa dei miei interessi.
Gli anni trascorsi nei campi di concentramento avevano rappresentato una battaglia senza fine per la vita, per la sopravvivenza, per la propria persona e per il proprio spirito. Nei campi di concentramento, insomma,era stata una lotta incessante per la vita.
In Europa, ad annientarmi ci avevano provato i Tedeschi, adesso in Palestina la situazione non era molto cambiata, l’unica differenza era nel fatto, che qui avevo un’arma in mano, e questa non era una differenza da poco. Ero appena riuscito a venir fuori da una situazione disperata e di nuovo ero finito in una condizione piena di rischi. Ancora una volta la guerra, e insieme tutte le nefandezze ad essa collegate.
Si sa, non esiste una guerra piacevole, una guerra delicata. La guerra, non importa di che genere, è una cosa crudele e malvagia. Per il resto, dipende dal ruolo che ti tocca assumere, se quello di vittima braccata o quello di persona libera con un’arma legale in mano. Una cosa come questa può comprenderla solo chi l’ha vissuta.
Quella e stata una guerra di pochi contro molti, guerra di persone insufficientemente esperte nell’arte della guerra di fronte ad un esercito regolare.
[…]
Per noi era assolutamente chiaro che dovevamo combattere, non avevamo scelta alcuna. Al tempo stesso, però, dovevamo costruire, lavorare, vivere, accogliere i nuovi immigrati che fuggivano dai Paesi arabi.
Tutti quelli che arrivavano dalla Germania erano ex internati nei campi di concentramento; venivano inviati direttamente tra i combattenti. Alcuni miei compagni, giunti a Hajfa in nave nel 1948, furono addestrati all’uso delle armi, mentre ancora in autobus li accompagnavano al fronte. Non ne avevano ancora una pallida idea, per loro era una pratica del tutto ignota. (pp. 98-99)

Anche se di testimonianze come questa ne abbiamo lette a decine, penso che valga ugualmente la pena di leggerlo, per arricchire anora un po’ la nostra coscienza con la conoscenza di ciò che è stato.

Ariel Yahalomi, “Finalmente salvo!”, trad. Augusto Fonseca, Deltaedit
finalmente-salvo
barbara

AGOSTO

Che un po’ di storia non fa mai male.

L’11 agosto 1948, esattamente 27 anni dopo la mia amata nonna Soliska z.l., nasceva il patriota ceco Jan Palach, simbolo della lotta contro la repressione sovietica della Primavera di Praga. Quattro anni prima, l’11 agosto 1944, Firenze era stata ufficialmente liberata dall’occupazione tedesca, anche se poi la battaglia per rendere sicura la città, soprattutto dai franchi tiratori repubblichini sparsi da Alessandro Pavolini, era durata per tutto il mese di agosto.
Ma noi commemoriamo il giorno 11 perché allora, alle sei del mattino, era suonata la Martinella di Palazzo Vecchio. Il 3 agosto 1944 erano iniziati i combattimenti, con i tedeschi che avevano fatto saltare i cinque ponti sull’Arno risparmiando solo Ponte Vecchio. Le truppe tedesche si ritirano nella notte tra 10 e 11 agosto, ma fino al 13 è libero solo Oltrarno. Per tutta la seconda metà di agosto la battaglia continua strada per strada; il 27 agosto si cessa di sparare in centro, il 30 anche in periferia. La battaglia di Firenze è finita.
La notte del 27 luglio, l’esercito tedesco in ritirata decide di fare esplodere la Sinagoga, utilizzata sino ad allora come magazzino per i beni rubati ai fiorentini ebrei e come garage per le motociclette, minandola al suo interno. A mezzanotte, i militari tedeschi aiutati dai fascisti fanno esplodere le mine nel Tempio senza peraltro riuscire a distruggerlo. Tra il 1947 e il 1951, saranno spesi oltre 9 milioni di lire per il restauro.
A salvare i Sefarim ci aveva pensato a suo tempo il Rabbino capo, Nathan Cassuto zt.l. Chissà perché, quando penso ad un Rabbino capo ho in mente figure autorevoli il cui carisma, nel mio immaginario, viene sicuramente anche dall’avere una certa età, e invece il Rabbino Cassuto a pensarci si è trovato in piena guerra, a guida della Keillah fiorentina, a soli trentaquattro anni. Un ragazzo, diremmo oggi.
Nathan sarà catturato il 26 novembre 1943 a seguito della spiata dell’SS italiana Marco Ischio, il quale si era finto interprete nella sede dell’Azione Cattolica dove Rav Cassuto, il cardinale Elia Della Costa (in quale, tanto per dare un’idea di che uomo fosse, al passaggio di Hitler in visita nel maggio 1938 aveva fatto chiudere le persiane dell’Arcivescovado in faccia al Führer), e altri esponenti della Comunità ebraica e del clero locale cooperavano con la Delegazione Assistenza Emigrati Ebrei per decidere come e dove trovare rifugio agli ebrei braccati dai nazifascisti. Prendevano parte alle riunioni anche il cognato di Nathan, Saul Campagnano, oltre a Raffaele Cantoni, Matilde Cassin, Don Leto Casini e Joseph Ziegler, l’ebreo polacco che capendo poco l’italiano aveva bisogno di un interprete, e quell’interprete purtroppo in realtà era Marco Ischio.
Nathan Cassuto avrebbe potuto tentare la fuga dal treno che lo avrebbe condotto ad Auschwitz il 6 febbraio 1944, durante una sosta del convoglio a Prato, ma non volle abbandonare gli altri deportati. In realtà, egli avrebbe potuto raggiungere Eretz Israel già da tempo, ma aveva rinunciato per non lasciare sola la Comunità fiorentina in un periodo tanto drammatico. Del lavoro intrapreso dal Rabbino Cassuto nella Delasem, Matilde Cassin ricorda: Il Tempio di Firenze continuava a riempirsi di frotte di profughi, era una vera e propria marea umana di gente piena di paura e di disperazione. Nathan era sempre calmo e risoluto ed aveva una parola di conforto per ognuno. Lavorava giorno e notte…
Non sappiamo esattamente quando e dove il Rabbino Cassuto è morto, e per diversi anni dopo la fine della guerra alcune strazianti dichiarazioni rese da sopravvissuti lo hanno visto vivo e sulla strada di casa, ma l’ultima testimonianza certa lo vuole a Gross Rosen nel febbraio del 1945, evacuato nelle estenuanti ‘marce della morte’ con cui i soldati tedeschi spostavano a piedi e in condizioni disumane i prigionieri per non lasciarli liberi nelle mani dei soldati sovietici che stavano liberando la Polonia.
Quel che è certo, da diverse fonti, è che a Birkenau in ottobre Nathan aveva osservato il suo ultimo digiuno di Kippur, e che rav Cassuto ebbe sempre D-o con sé e insieme l’amore per il prossimo suo, aiutando i compagni con gentilezza e compostezza. Sereno e scherzoso lo doveva essere sin da bambino, se a tredici anni, il 30 maggio 1923, aveva scritto nel sonetto Vorrei…: “Vorrei mangiare come più mi piace / vorrei quando son grande esser dottore […] / vorrei arrivare fino all’anno duemila / starmene ognor tranquillo a casa mia / ed ogni seccator mandare a spasso.”
Insediatosi a Firenze il 4 febbraio del 1943, Nathan arriva quando la Keillah sta non solo facendo fronte ai propri problemi, ma anche aiutando altre Comunità come Split, sotto occupazione italiana dal 1941. Pochi giorni dopo l’armistizio reso noto l’8 settembre 1943, il Rabbino Cassuto riesce persino a far riprendere la Shechità, proibita dal regime fascista nel 1938. Ma è troppo tardi, ormai. Sabato 11 settembre i tedeschi completano l’occupazione di Firenze, e Nathan dopo aver messo al sicuro i propri familiari nel Convento della Calza inizia a darsi da fare freneticamente, senza trascurare i suoi doveri religiosi. Nel suo ultimo discorso, tenuto dal pulpito del Tempio per Rosh HaShanah il 30 settembre 1943, Nathan cerca soprattutto di mettere in guardia gli ebrei fiorentini dalle spaccature interne, che sono notevoli. Per Kippur, il 9 ottobre, il Rabbino decide di tenere il Tempio chiuso come misura precauzionale, e l’ultima volta che parla pubblicamente alla sua Keillah sarà nella Sukkà in giardino, il 20 ottobre, Shabbat di Sukkot: “Ora vi debbo dare una notizia terribile. A Roma, nonostante il sacrificio dell’oro, i nazisti hanno razziato i nostri fratelli e li hanno mandati in Germania. Siete sciolti da questo momento da ogni obbligo di frequentare il Tempio, ora andate; ci ritroveremo certamente, con l’auto di D-o, quando tutto sarà finito.”
I primi saranno arrestati il 6 e di nuovo il 26 novembre (data dell’irruzione in tre conventi fiorentini, tra cui quello del Carmine), dai soldati tedeschi coadiuvati dagli sgherri di Mario Carità, il reparto servizi speciali della 92a legione della Guardia Nazionale Repubblicana. Altri ebrei presenti a Firenze saranno arrestati nella primavera del 1944, con l’ignobile trappola della convocazione per la distribuzione delle tessere annonarie, e di nuovo con il rastrellamento alla casa di riposo ebraica in maggio. Saranno deportati in 343 fiorentini e circa 500 includendo i rifugiati confluiti in città. Solo una ventina di loro farà ritorno, tra cui 14 fiorentini. Le più piccole deportate, Elena e Fiorella Calò, furono assassinate a pochi mesi di vita. Della liberazione di Firenze, e della ripresa della vita religiosa, ricorda Gaio Sciloni: “Il 25 agosto del 1944, riaprimmo il Tempio in Via delle Oche con Fernando Belgrado, ma c’era un problema: mancavano i Sefarim […] che erano stati tutti nascosti nella Villa dei Sarfatti, a Fiesole, sopra Firenze, e in altri posti vari, cantine, pozzi, nel timore che i tedeschi potessero razziarli. Naturalmente non si poteva andare avanti fin lì, ma senza Sefer Torah era impossibile riaprire il Tempio. Allora dissi al Rabbino Belgrado: ‘So che c’è un Sefer Torah alla Biblioteca Nazionale, se è kasher o no non lo so, bisogna andare a vedere’. Così andai alla Biblioteca Nazionale, il cui bibliotecario era il mio vecchio professore di matematica al Liceo Michelangelo di Firenze […] il quale mi dette questo Sefer Torah, che io portai in braccio, in mezzo al fischiare delle pallottole, sino in Via delle Oche. E quando Fernando Belgrado mi vide saltellare su e giù con il Sefer, cominciò a gridare: ‘Cosa fai? Balli con un Sefer Torah in mezzo alla strada!’.
Il Tempio maggiore resterà inagibile fino al Rosh HaShana 5707 (25 settembre 1946). Loretta Bemporad, una bambina sopravvissuta, racconta che sua madre Frida Chludnewitz sarà ringraziata con il Mi Sheberach per aver offerto la stoffa per la Yeriath HaEchal. A ricordare invece i soldati della Brigata ebraica che hanno liberato Firenze sono in diversi ragazzini, tra cui Rirì Lattes Fiano e Lionella Viterbo. Si distinguono nella ricostruzione della vita comunitaria sopratutto Ariel Avissar di Gerusalemme, il quale per un anno si occuperà della scuola elementare insegnando ebraico ma anche la hora, ed Elihau Lubiski del Kibbutz Degania, dal dicembre 1944 direttore della Casa del Pioniere (Bet Helauz). I soldati portano alla Keillah fiorentina viveri e giochi per i bambini, e il sionismo. Lo stesso Emanuele Pacifici z.l. fu salvato da Eliahu Lubinski, il quale lo raccolse nel convento delle Suore della Congregazione di Santa Marta a Settimiano, “e fece in modo ch’io fossi affidato alla Comunità di Firenze e poi riportato a Roma. Mi feci riconoscere dopo aver recitato due versi dello Scemà a voce alta, nel dubbio che potesse essere un soldato tedesco travestito…” Emanuele era sì un ragazzino, ma non certo ingenuo! Quel momento, dell’abbraccio con il soldato dopo aver iniziato a dire lo Shemà, resterà per sempre nei suoi ricordi: finalmente non solo ebrei braccati, umiliati, costretti a nascondersi come topi e assassinati, ma anche combattenti per la Libertà.”
A Firenze Ariel ed Elihau affittano il teatro in Via del Sole e il Modernissimo in Via Cavour per organizzare una recita dei bambini della Keillah e cercare di dare loro l’infanzia che le leggi razziste prima e la persecuzione fisica poi avevano negato. A Villa Bencistà, verso Fiesole, la Brigata ebraica apre un centro di recupero per ragazzi reduci dai lager, e se la Bricha li prepara all’aliah, i ragazzi della comunità di Firenze come Rirì e Nedo Fiano hanno il compito di allietarli con rappresentazioni e recite. Ma non tutti restano. Il 22 maggio 1945 partono da Taranto la sorella di Nathan, Hulda, con i suoi due figli e i tre bambini sopravvissuti dei quattro di Nathan e Anna Di Gioacchino z.l.: Susanna, David e Daniel. La moglie di Cassuto, a sua volta deportata e sopravvissuta a Birkenau, li raggiungerà in novembre. Mancheranno Nathan e la loro bambina più piccola, Eva z.l., che aveva solo quaranta giorni quando Anna era stata arrestata il 29 novembre 1943. Anna Di Gioacchino ritroverà i tre figli in Eretz Israel, sarà assunta come tecnico di laboratorio presso l’Istituto di Patologia all’Ospedale Hadassah a Har HaZofim, cadrà assassinata nel convoglio medico attaccato da bande arabe il 14 aprile 1948. Neppure lei, come Nathan, è riuscita ad arrivare fino all’anno duemila. Che il suo ricordo sia di benedizione.

Sara Valentina Di Palma

(13 agosto 2015)

Perché ricordare è un dovere a cui nessuno ha il diritto di sottrarsi.

barbara

STAMPANTE TASCABILE? ORA C’È

(Indovina dove? Indovina grazie a chi?)

Mini stampante portatile “da taschino”, un’idea tutta israeliana

Alcuni ingegneri israeliani hanno realizzato una stampante portatile e robotica. L’intenzione del team, un gruppo di studenti del Jerusalem College of Technology, è quello di traslare l’attuale mercato delle stampanti nel segmento mobile, ormai diffuso. Si tratta di una stampante a forma cubica che misura 100 x 100 x 80 millimetri e può stampare su qualsiasi superficie di un foglio A4. Al suo interno, infatti, sono state posizionate delle ruote che permettono al piccolo robot di muoversi sulla superficie gestendo così l’area di stampa e il testo o l’immagine da stampare, rigorosamente in scala di grigi. Su Kickstarter la campagna sta ottenendo buoni risultati: dei 400.000 dollari richiesti come traguardo, al momento sono stati raggiunti quasi 195mila e la cifra è in continua crescita. Vari premi per i “backers”: T-shirt ma anche edizioni limitate della stampante portatile una volta che verrà commercializzata. “Abbiamo osservato le stampanti odierne e abbiamo visto una grossa scatola ingombrante con la testa che si muove a destra e a sinistra” ha commentato Jonathan Stein, designer presso lo ZUtA Labs che ha contribuito alla concretizzazione del progetto. “Allora abbiamo pensato: perché non prendere la testa e inserirla in un robot?” La composizione della stampante portatile, infatti, è estremamente semplice: la testa poggia su un paio di ruote ed è supportare da una batteria ai polimeri di litio ricaricabile tramite USB in circa 3 ore. Secondo le stime ufficiali, impiega 40 secondi a stampare una pagina A4 completa, la batteria a carica completa dura un’ora e l’inchiostro presente copre 1.000 pagine. “Quando abbiamo pensato per la prima volta di creare una stampante, la cosa più importante per noi era averne una di piccole dimensioni. Sapevamo che avremmo dovuto utilizzare ogni singolo centimetro. Volevamo una stampante da taschino che potesse stampare immagini precise su un foglio di qualsiasi dimensione”. Nonostante il risultato raggiunto, gli ingegneri non si ritengono soddisfatti: “Abbiamo dovuto tenerla piccola ma ora dobbiamo lavorare sullo sviluppo di parti personalizzate ancora più piccole così da rendere il robot meno ingombrante e fare diventare realtà questo incredibile dispositivo” ha spiegato Leon Rosengarten, ingegnere robotico. L’attuale tabella di marcia prevede l’inizio della produzione a settembre 2014 e la commercializzazione non prima di gennaio 2015 per coloro che hanno donato denaro tramite Kickstarter.

(International Business Times, 11 aprile 2014)


Perché le pecore al macello si sono stufate di andare al macello. Le pecore al macello hanno deciso che ne hanno abbastanza del ruolo di vittime sacrificali che il mondo ha deciso di attribuire loro. Le pecore al macello hanno rialzato la testa, hanno costruito uno Stato, si sono armate, e dall’interno di questo Stato armato mostrano al mondo che cosa sono capaci di fare, quando non vanno al macello.
Fra poche ore inizia Pesach, la pasqua ebraica: la festa della liberazione dalla schiavitù, la festa della presa di coscienza della propria identità di popolo (magari, se vi va, andate a leggere questo) e della scelta di essere un popolo libero nella propria terra. A tutti gli amici auguro hag Pesach sameach – e, naturalmente, leshana haba b’Yerushalaim.

(Post scriptum: per i prossimi due giorni vi ho programmato qualcosa, così non rischierete di andare di nuovo in crisi d’astinenza)

barbara

POST POST SCRIPTUM: qui.

GERUSALEMME LIBERATA

Jerusalem capital

Cari amici,

il 7 giugno di quarantasei anni fa, alle dieci di mattina la cinquantacinquesima brigata di paracadutisti dell’esercito israeliano, comandata dal generale Motta Gur, irruppe oltre le linee nemiche attraverso la Porta dei Leoni, a nord del monte del Tempio, e liberò Gerusalemme da diciannove anni di occupazione giordana. La frase  con cui Gur annunciò alla radio che “Har haBait beyedeinu”, abbiamo conquistato il monte del Tempio, è rimasta nel cuore di tutti gli israeliani. Nel calendario ebraico quella data è il 28 del mese di Yiar che quest’anno cade oggi. Per questa ragione oggi in Israele è “Yom Jerushalaim”, la festa di Gerusalemme. Vale pena di rivedere il filmato di quella conquista storica anche se tremolante e in bianco e nero – lo trovate qui

e di rivederne le fotografie (http://www.templeinstitute.org/temple_mount_liberation.htm). Con la bandiera israeliana sopra il Monte del Tempio si realizzava un sogno millenario.
Motta Gur
Noi italiani dovremmo essere molto sensibili a questa circostanza: la conquista della Porta dei Leoni è in qualche modo equivalente alla breccia di Porta Pia; ma con alcune differenze. Prima del 1871 Roma non era mai stata la capitale dell’Italia, anche perché non c’era mai stata un’Italia per questo, ma l’aspirazione alla “città eterna” era diffusa nella cultura italiane e sparsa per tutta la sua letteratura. Roma per un millennio e mezzo era stata capitale di un altro Stato di importanza internazionale, quello della Chiesa, che l’aveva messa al centro della politica internazionale, dei pellegrinaggi e dei pensieri di milioni di cristiani e l’aveva magnificamente arricchita di opere d’arte. La legittimità della conquista, dovuta in ultima istanza all’affermazione degli stati nazionali, era stata perciò messa in discussione da molti Stati e accettata dal Vaticano solo col concordato del ’29, cinquantotto anni dopo i fatti.
6 gg 40
Gerusalemme era stata invece, per circa un millennio, fra i tempi di Re Davide e la definitiva conquista romana, con la sola interruzione di alcune occupazioni straniere abbastanza brevi, la capitale di uno stato ebraico autonomo e a lungo del tutto indipendente. Dopo la conquista romana del 70, non era più stata capitale di nulla, prima dipendendo da Roma, poi da Costantinopoli, poi ancora da Damasco, dal Cairo, da Istanbul. Vi fu solo un regno cristiano che la elesse capitale fra il 1099 e il 1187. Era un luogo desolato e abbandonato dal potere islamico che la occupava: le descrizioni dei viaggiatori sono assolutamente eloquenti e del resto è facile vedere che i monumenti storici della città sono dell’ebraismo antico e della cristianità, solo in piccola parte islamici – anche l’impianto delle moschee sul Monte del Tempio risente dei fondamenti ebraici, romani e cristiani. Non vi è niente di simile alla bellezza delle grandi moschee turche, siriane, spagnole. A parte i periodi di violenta persecuzione, la presenza ebraica non smise mai di essere dominante nella città e già verso il 1845 erano 7000 sui 15000 abitanti della città (mentre i musulmani, come i cristiani contavano per un quarto della popolazione).
Temple_Mount_67
L’occupazione giordana fra il ’49 e il ’67 fu tremenda, le case del quartiere ebraico e le sue sinagoghe furono abbattute con la dinamite, le lapidi delle tombe sul Monte degli ulivi usate per lastricare le strade, fu fatta una completa pulizia etnica di Gerusalemme e di Hebron [qui c’è una piccola svista dell’autore: la totale pulizia etnica di Hebron era stata cruentemente attuata già vent’anni prima, come potete leggere qui, ndb], dove gli ebrei vivevano da millenni, oltre che di tutto il territorio circostante, a nessuno fu consentito di pregare nei luoghi santi ebraici e neppure a quelli cristiani se proveniva dal territorio israeliano. Bisogna pensarci perché questo è lo statuto dei luoghi che vorrebbero “restaurare” i dirigenti dell’Anp e questo ciò che implicitamente appoggia chi li aiuta nelle loro rivendicazioni. [della pulizia etnica della Gerusalemme ebraica potete leggere una toccante testimonianza qui, ndb]
ISRAELI SOLDIERS TEMPLE MOUNT
La liberazione ebraica di Gerusalemme diede finalmente alla città l’importanza storica che aveva, ne fece di nuovo la capitale di Israele (e chi si rifiuta di riconoscerla, anche con la stupida guerricciuola onomastica sui giornali, nega la storia, come se citasse ancora Firenze o Torino come capitali d’Italia); la ripulì, le restituì l’antica bellezza, l’arricchì di musei e opere d’arte, la restituì al ruolo di una delle città più importanti e più amate del mondo. Conservò appieno la sua libertà religiosa. Chi è stato a Gerusalemme sa benissimo che il culto al Santo Sepolcro e in tutte le altre chiese è libero, com’è libero quello delle moschee del Monte del Tempio (con un sacrificio enorme, perché quello è il luogo più santo per l’ebraismo) e in tutte le altre moschee che punteggiano la città, come moltissimi altri luoghi nel territorio di Israele. I pellegrini arrivano da tutto il mondo, e semmai sono gli islamisti a proibire per odio a Israele ma con scarso successo che i musulmani visitino la città e le sue moschee.
Yom-Yerushalaim-2013
Oggi è dunque un giorno di festa per tutti coloro che amano Gerusalemme, non solo per gli ebrei. Chi pensasse di tornare a una divisione della città come nei diciannove terribili anni dell’occupazione giordana, commetterebbe non solo un errore storico, ma un crimine culturale e umanitario, come chi volesse di nuovo dividere Berlino in due parti con un muro in mezzo. Dove un tempo si sparava e crescevano le erbacce, oggi sono giardini, centri culturali, meravigliosi scavi archeologici. Dove c’erano divieti e intolleranze oggi c’è libertà e apertura, dove si negava la storia, oggi la si studia e la si esplora. Gerusalemme è un tesoro dell’umanità intera, da un certo punto di vista, come pensavano gli antichi, il centro del mondo. Perché continui ad esserlo, deve stare nelle mani di chi l’ha costruita, fondata e rifondata, di chi l’ha messa al centro della propria tradizione religiosa, il popolo ebraico. Il Monte del tempio nelle nostre mani, come diceva il generale Gur, è Gerusalemme per tutta l’umanità.
Ugo Volli, su Informazione Corretta

A questo splendido pezzo del grande Ugo Volli, non ho molto da aggiungere, se non questa bella foto storica del Kotel, il cosiddetto “Muro del Pianto” nel 1880
Kotel 1880
(ebbene sì, come ha ricordato anche Ugo Volli nell’articolo, gli ebrei non sono piovuti lì da Marte nel 1948 “per risarcirli dell’Olocausto a spese degli arabi”: gli ebrei c’erano anche prima, c’erano sempre stati); la precisazione che gli ebrei erano stati espulsi da Gerusalemme, dalle loro case, anche nel 1936 (come mai di queste cose nessuno parla, come se le uniche vittime del pianeta fossero i palestinesi che hanno dovuto soffrire per le proprie scelte e per quelle dei loro dirigenti?) come documentato in queste foto;
espulsione ebrei 1
esplusione ebrei 2
questo importante documento al quale mi onoro di avere collaborato
Gerusalemme, 3000 anni di storia
e naturalmente, assolutamente immancabile e imperdibile, questo

E vi lascio con le parole che ho pensato quando mi sono trovata di fronte al Kotel (con entrambe le zampe rotte!) alla fine del 2007: Per diciotto anni ce lo avete tenuto sequestrato, bastardi, ora basta, fuori dai piedi, non ce lo prenderete mai più!

barbara