C’ERA UNA VOLTA

“Un re!” diranno subito i miei piccoli lettori. Ma no, stupidini, quelle sono le fiabe per bambini, siete forse dei bambini voi? Le cose che c’erano una volta di cui voglio raccontarvi sono altre. Il razzismo, per esempio: ne avete mai sentito parlare? Era una cosa bruttissima, sapete. Funzionava così: c’erano delle persone, i razzisti appunto, convinte che ci fossero delle razze superiori e razze inferiori; le vite delle razze inferiori, secondo loro, valevano meno, avevano meno diritti eccetera. Ebbene, adesso non esiste più! Al suo posto ha trionfato l’antirazzismo, che è una cosa bellissima: dice che solo le vite dei negri, preferibilmente musulmani, valgono e tutte le altre no, e se qualcuno si azzarda a dire che tutte le vite valgono – ma si può dire una simile assurdità?! – viene giustamente condannato a morte seduta stante e giustiziato sul posto.

Naturalmente l’antirazzismo punisce, giustamente, anche chi si permette di parlare di razze diverse dalla sua. Cioè no, non in assoluto: solo i bianchi che si permettono di parlare dei negri, mentre il contrario, giustamente, no, non è reato, non è peccato, non è sanzionabile.

Giulio Meotti

“È bianco, non può scrivere di schiavitù”. America e Inghilterra censurano lo scrittore francese de Fombelle. Un mio articolo sul Foglio sulla follia in cui siamo piombati
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Roma. Questo nuovo romanzo Timothée de Fombelle lo aveva pensato trent’anni fa. Aveva tredici anni quando i genitori lo portarono in Ghana per la festa di Ognissanti. “Siamo arrivati sui binari e lì, sulla costa, abbiamo potuto vedere dove gli olandesi, i francesi e gli inglesi hanno tenuto gli schiavi oltre due secoli fa prima di inviarli in America o nei Caraibi. La vegetazione aveva invaso il posto, ma c’erano ancora gli anelli appesi al muro e immagini che non dimenticherò mai…”.
Era nata così l’idea di “Alma”, uscito in Francia per Gallimard. Centinaia di migliaia di bambini in tutto il mondo hanno letto i suoi libri. De Fombelle ha scritto alcune delle opere più belle della letteratura francese per l’infanzia. Primo volume di una saga in tre volumi, “Alma” racconta la storia di una ragazza africana durante il periodo della schiavitù e ne evoca la lotta per l’abolizione. Ma il successo francese non sarà bissato in lingua inglese. Perché a differenza di tutti i suoi lavori precedenti, questo di de Fombelle non sarà pubblicato in Inghilterra o negli Stati Uniti. Sarà anche un eccellente scrittore, ma de Fombelle è bianco e in quanto tale non può affrontare il tema della schiavitù.
“Da Walker Books, il mio editore inglese che ha una filiale negli Stati Uniti, sono stato avvertito dall’inizio”, ha raccontato lo scrittore al Point. “Un argomento affascinante, ma troppo delicato, mi è stato detto: quando si è bianchi, quindi dalla parte di coloro che hanno sfruttato i neri, non si può appropriarsi della storia della schiavitù. A loro è piaciuto il libro, ma per la prima volta non lo pubblicheranno”. Come se prima di pubblicarlo avessero chiesto a Victor Hugo se avesse mai conosciuto la povertà per potere scrivere di Gavroche e dei “Miserabili”.
In “Alma”, il nome dell’eroina, de Fombelle porta il lettore a bordo della “Douce Amélie” nel 1786, che trasporta centinaia di schiavi verso la Francia. Il “crimine” ideologico dello scrittore è emerso negli anni 80 e si chiama “appropriazione culturale”, ovvero quando la cultura “dominante” prende elementi da una minoranza o cultura “dominata”. Due anni fa, a Montreal, la commedia Kanata del famoso drammaturgo del Quebec, Robert Lepage, ha visto una controversia simile perché raccontava la storia dal punto di vista degli amerindi. “Che un uomo bianco possa raccontare la storia della tratta degli schiavi dal punto di vista degli schiavi, anche se questa storia non è ovviamente la sua, è per me la definizione stessa di letteratura”, si è difeso de Fombelle. Ma così va ora.
Ora la statua di Victor Schoelcher di fronte al vecchio Palais de Justice di Fort-de-France nella Martinica è gettata a terra e fatta a pezzi. Perché il dandy ateo con vocazione umanitaria che abolì la schiavitù in Francia, per i nuovi antirazzisti, sarebbe in realtà un cripto razzista. E non importa che il vate della negritudine, Aimé Césaire, lo avesse celebrato con queste parole: “Contro la propensione alla tirannia, c’è un antidoto: lo spirito di Victor Schoelcher”. Oggi un bianco non può raccontare gli schiavi, figuriamoci averli liberati. Può solo inginocchiarsi e tacere.
de Fombelle
E poi c’era una volta, nel barbaro mondo occidentale, patria di ogni oscurantismo, una cosa mostruosa come la libertà religiosa: volevi pregare, non volevi pregare, volevi andare in chiesa, non volevi andarci, volevi pregare per i poveri bambini dell’India che morivano di fame o per le anime del purgatorio per mandarle più presto in paradiso o per la zia malata o perché il fidanzato tornasse da te: erano affari tuoi. Ma oggi per fortuna anche in questo campo la civiltà sta prendendo il sopravvento sulla barbarie: giù le chiese, e basta coi preti che pretendono di pregare per quello che vogliono loro.

E poi c’erano la libertà di pensiero, la libertà di parola, la libertà di stampa. Ecco, provate a rigirarvele in bocca, queste oscenità: non vi viene voglia di sputarle? Non vi viene un conato di vomito per lo schifo? Ma ora rilassatevi: le Forze del Bene hanno lavorato duramente, hanno lottato, hanno sofferto, si sono sacrificate, e alla fine il Bene ha trionfato!

Giulio Meotti

Avevano assunto una columnist non liberal. Ora arrivano le dimissioni di Bari Weiss dal New York Times (oggi si è dimesso anche Andrew Sullivan dal New York Magazine). Storia esemplare su come la sinistra intellettuale sia diventata l’intolleranza ideologica fatta carta. Per quei (pochissimi) giornalisti non progressisti o non ancora allineati al pensiero unico rimasti è sempre più dura. Traduco alcuni stralci della sua lettera di dimissioni perché è un documento importante del tempo miserabile in cui viviamo:

“È con tristezza che scrivo per dirti che mi dimetto dal New York Times. Sulla stampa è emerso un nuovo consenso, ma forse soprattutto in questo giornale: la verità non è un processo di scoperta collettiva, ma un’ortodossia già nota a pochi illuminati il ​​cui compito è informare tutti gli altri. Twitter è diventato l’editor del New York Times. Le mie incursioni nel ‘Wrongthink’ mi hanno reso oggetto di costante bullismo da parte di colleghi che non sono d’accordo con le mie opinioni. Mi hanno chiamato nazista e razzista. Alcuni colleghi insistono sul fatto che ho bisogno di essere sradicata se questa compagnia vuole essere veramente ‘inclusiva’, mentre altri postano emoji accanto al mio nome. Una parte di me vorrebbe poter dire che la mia esperienza è stata unica. Ma la verità è che la curiosità intellettuale – per non parlare dell’assunzione di rischi – è ora una responsabilità al Times. Perché scrivere qualcosa di audace solo per passare attraverso il processo paralizzante di renderlo ideologicamente kosher, quando possiamo assicurarci la sicurezza del lavoro (e dei clic) pubblicando il nostro articolo sostenendo che Donald Trump è un pericolo unico per il paese e il mondo? E così l’autocensura è diventata la norma”

E, aggiungo io, il giornalismo sta morendo…

E infine, nell’orribile mondo arretrato, troglodita, selvaggio, spietato, disumano di una volta c’era lo stupro. La potete immaginare una cosa più orribile, una violenza che non si limita a colpire l’esterno del corpo ma lo vuole colpire anche da dentro, che trasforma l’atto più bello donato alla specie umana in una sofferenza senza fine. E oggi? In questo nostro splendido mondo progressista pieno di luce dove sorge il sol dell’avvenir che sorge libero e giocondo (uhm, no, mi sa che ho fatto un po’ di confusione. Che poi però forse a pensarci bene magari anche no), in questo nostro splendido mondo, dicevo, lo stupro è scomparso? Ecco, proprio scomparso scomparso no, ci vuole un po’ di pazienza, però fortemente diminuito sì. Perché se una donna bianca accusa di stupro un non bianco si tratta chiaramente di una sporca razzista, meritevole del massimo disprezzo e del più deciso ostracismo, e qual è la donna che, dopo avere subito l’onta dello stupro, abbia voglia di coprirsi anche di disonore e di essere trattata come una reietta? E data l’alta percentuale di stupri perpetrati da non bianchi, ecco che la piaga degli stupri denunciati si ritrova come per incanto meravigliosamente ridimensionata.

Ah, come siamo fortunati a vivere oggi, e non nei tempi tristi e bui del C’era una volta!

barbara

COMMISSIONE CONTRO L’ODIO DOVE SEI?

L’era dei fascisti rossi 

Salvatore Clemente October 28, 2019
sbirri
Impediscono comizi politici, manifestazioni culturali, presentazioni di libri, di film, o convegni su temi scomodi come la difesa della famiglia tradizionale. Si considerano numi tutelari della democrazia, ma intellò e centri sociali ormai sono diventati censori violenti: dall’ostracismo degli editori sgraditi come Altaforte alle sedi di Lega e Fratelli d’Italia vandalizzate, dai militanti di destra malmenati ai divieti di commemorare gli infoibati. Tutta la prepotenza della Sinistra Inquisizione.

Si impongono con violenza, a parole e nei fatti. I «fascisti rossi» attaccano, censurano, silenziano voci, idee, iniziative non allineate al politicamente corretto. O semplicemente non gradite al pensiero unico. Poco gliene importa se nella volontà di criminalizzare a ogni costo prendono cantonate clamorose, come è accaduto con il boicottaggio del libro di Mario Giordano che doveva essere presentato qualche settimana fa al Comune di Sesto San Giovanni. Per l’ex consigliera comunale, Olga Talamucci, si sarebbe trattato di un grave affronto alla memoria del padre partigiano, cui è intitolata la sala. Contro l’invasore Giordano ha chiamato alla resistenza tutti i compagni antifascisti, senza sapere che L’Italia non è più italiana racconta quanto il nostro Paese sia finito nelle mani delle multinazionali, che fanno razzie di aziende lasciando a casa i lavoratori. Un tema che avrebbe infiammato anche attivisti di sinistra.

Accade sempre più spesso. Avversari da ridurre al silenzio siamo tutti, basta pensarla diversamente. I pregiudizi ideologici riescono a impedire non solo comizi politici, ma incontri culturali, convegni sulla famiglia, spettacoli, partecipazioni a eventi culturali.

Clamoroso esempio è la seconda esclusione in un anno della casa editrice Altaforte (clic, clic) da una manifestazione letteraria. Dopo il no degli organizzatori del Salone internazionale del libro di Torino alla casa editrice, perché vicina a Casapound e perché avrebbe presentato il libro Io sono Matteo Salvini, intervista allo specchio di Chiara Giannini, un altro veto è arrivato per la sua partecipazione alla fiera di Roma «Più libri più liberi», in programma dal 2 al 5 dicembre prossimi.

Gli organizzatori hanno parlato di indisponibilità di stand, mentre l’editore Francesco Polacchi assicura di aver fatto domanda «nei giusti tempi proprio per avere la sicurezza di partecipare». Il fondatore di Altaforte è convinto che l’esclusione sia per evitare nuove polemiche e lamenta che non ci sia «una formula di garanzia nei confronti di una casa editrice già oggetto di censura da parte degli organizzatori di altre fiere del libro». Se davvero uno stand non salterà fuori per la Fiera nazionale della piccola e media editoria (gli organizzatori non vogliono fornire l’elenco delle case editrici accettate), Polacchi presenterà i suoi libri all’esterno.

Restando nell’ambito editoriale, vale la pena ricordare che, a margine del Salone del libro, il consulente della kermesse, Christian Raimo, attribuì a Pietrangelo Buttafuoco, Alessandro Giuli, Francesco Borgonovo, Adriano Scianca e all’editore/scrittore Francesco Giubilei la colpa di diffondere un «razzismo esplicito». Raimo si è scusato pubblicamente, ma solo con Giuli. Peraltro, la sede della libreria Cultora di Giubilei, nel quartiere Tuscolano di Roma, è stata imbrattata a marzo scorso: sulla saracinesca è comparsa la scritta «servi di una cultura idiota e borghese», con tanto di falce e martello e firma «Partito comunista italiano, sezione Antonio Gramsci».

E come non ricordare le polemiche, le minacce di morte con le quali nel marzo 2018 venne accolto a Padova l’annuncio del fumetto Foiba rossa. Norma Cossetto, storia di un’italiana, che racconta la tremenda violenza contro una studentessa istriana, stuprata nell’ottobre del 1943 da 17 partigiani jugoslavi e poi gettata, legata mani e piedi, nell’abisso di Villa Surani, sulle pendici del monte Croce? L’Asu, il sindacato degli studenti patavini diffuse un delirante comunicato in cui si affermava: «Dietro a una patina di presunta storicità, l’incontro ha un chiaro significato politico di revisionismo neo fascista». Avanzarono dubbi sullo stupro «vero o presunto» della giovane italiana che studiava all’Università di Padova e «come antifascist* e come antisessist*» [addirittura l’asterisco su termini invariabili fra maschile e femminile! Nel caso qualcuno non avesse abbastanza chiaro fino a che punto sono coglioni, hanno gentilmente provveduto a togliere ogni dubbio, ndb] riuscirono a far annullare la presentazione del libro.

Dodici mesi dopo, la Regione Veneto ha finanziato con 15.000 euro la diffusione del racconto a fumetti nelle scuole secondarie di primo grado. «Quella pagina di storia, colpevolmente taciuta, è ancora assente dai libri di testo e dai programmi scolastici», dichiarò Elena Donazzan, assessore regionale all’Istruzione, finita un mese fa in un fotomontaggio su Instagram. Il Coordinamento studenti medi (Csm) di Padova, ispirandosi alla scena finale di Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, l’aveva ritratta con una svastica insanguinata sulla fronte, per protesta contro la sua annunciata partecipazione a una manifestazione di Casapound. Giorgia Meloni aveva twittato: «I partiti di sinistra prenderanno le distanze o per loro donne di destra non meritano rispetto?». Silenzio assoluto, la risposta dei dem.

Anche un concerto diventa fascista se a organizzarlo è un’amministrazione di centrodestra. Lo scorso luglio, collettivi studenteschi irruppero nella centralissima piazza dei Cavalieri a Pisa, dove si stava esibendo Vinicio Capossela. Il suo chitarrista, Peppe Frana, su Facebook appoggiò l’operato degli antagonisti: «Non ci paga la Lega ma comunque, se ci sta un leghista talmente cretino da dare soldi a me, ai miei colleghi, a Vinicio o a voialtri, ce li dobbiamo pigliare fino all’ultimo centesimo, senza senso di colpa e senza fa’ i moralisti, comprarci il cappio a cui sarà appeso quando si farà la rivoluzione e fargli vedere lo scontrino mentre si strozza». Dopo le proteste sui social, Frana aveva corretto il post: «Siccome qualcuno si è un po’ impressionato per l’immagine un po’ forte della forca per leghisti del post precedente volevo rassicurarvi, non lo penso davvero, è un’iperbole. Ovviamente si procederà per fucilazione, mica siamo nel Medioevo. Non si può proprio più scherzare». No infatti, c’è poco da scherzare. Bisogna preoccuparsi.

Perfino la Congregazione degli Stimmatini, che gestisce il Teatro Stimate di Verona, si era lasciata intimidire dalle proteste antifasciste per il concerto in ricordo della morte di Jan Palach, lo studente che 50 anni fa si diede fuoco a Praga contro la dittatura sovietica. Aveva promesso di ospitare l’evento a gennaio, cambiò idea. E che dire della contestazione contro Fausto Biloslavo del Giornale, allontanato dal dipartimento di sociologia dell’Università di Trento al grido «fuori i fascisti dall’Ateneo» e con uno striscione opera del Cur, il Collettivo universitario refresh? La conferenza a cui doveva partecipare venne cancellata un’ora prima dell’orario previsto. «L’aspetto tragicomico è che a invitarmi era stato un gruppo studentesco di centrosinistra, che voleva parlare della crisi in Libia», aveva commentato il giornalista.

Bersaglio di chi predica libertà culturale, ma in realtà denigra e minaccia chi agisce fuori dal coro, sono anche le Ong che hanno il torto di non occuparsi di migranti, bensì di famiglia e diritti dei bambini. Un anno fa Sabrina Alfonsi, presidente dem del I Municipio di Roma, guidò l’assalto alla sede di Pro vita, coprendo un grande manifesto in difesa del nascituro con striscioni in difesa dell’aborto e che dichiaravano: «Sul mio corpo decido io». «Si è trattato di un atto di azione civica contro chi era già andato contro la legge, esponendo al pubblico cartelli ritenuti lesivi della libertà individuale», difende ancora quell’azione la Alfonsi. «Il nostro agire sarà stato magari poco istituzionale, ma ci sono gesti che valgono più di mille parole». Per la presidente non si trattò di violenza contro una sede che aveva diritto di esporre l’immagine di un bimbo di 11 settimane nel grembo materno. «Siamo in democrazia», ribadisce la presidente, che però rivendica solo il suo diritto di manifestare un’idea. Pro vita, invece, non poteva manifestare il suo pensiero contro l’aborto, in difesa della vita? No, per Sabrina Alfonsi, perché era una «provocazione forte. Bisogna rispettare le regole. L’associazione aveva messo anche insegne non autorizzate. Per lo stesso motivo mi muovo a togliere i tavolini abusivi dei bar». Quindi manifestare contro una legge, la 194, che si considera ingiusta, è come occupare abusivamente il demanio? E allora è vietato anche manifestare contro i decreti Sicurezza?

E perché mai doveva scendere in campo la Rete antifascista, per contestare la conferenza sui valori della famiglia dello scorso aprile a Civitanova Marche, con invitato il senatore leghista Simone Pillon? Raccolse decine di adesioni da parte delle associazioni più disparate, dal collettivo Nate intere Ancona a Giovani democratici Marche, da Antifa Macerata a Comitato love pride. Tutti uniti nel tentare di impedire un incontro pubblico, manifestando in massa fuori dalla sala del convegno. Questo accadeva poche settimane dopo il XIII Congresso mondiale delle famiglie di Verona, riuscitissimo quanto vituperato incontro perché temi quali valore e difesa della vita, della donna, del bambino risultano odiosi alla sinistra culturale. L’associazione nazionale partigiani, che si ritaglia ovunque brandelli di visibilità, aveva marciato per le vie scaligere con sindacati, femministe e gruppi Lgbt, mettendo a disposizione le proprie sedi per tavole rotonde come «Conosci il tuo nemico».

Una Ong pro life: ecco l’avversario da abbattere cantando Bella ciao. Se poi ripercorriamo l’offensiva politica degli ultimi mesi contro «il fascismo di ritorno», che giustifica attacchi e intimidazioni perché in difesa di una democrazia in pericolo, il quadro della violenza rossa si completa.

Lo scorso aprile, il pestaggio in un bar di Padova di un ex consigliere comunale leghista definito dagli antagonisti «un lacchè di Salvini», e di un militante di Casapound, veniva giudicato «legittima ed estemporanea reazione» dal centro sociale occupato Pedro, che ricordava: «I partigiani non si sono mai fatti scrupolo di utilizzare la violenza per combattere il nazifascismo». Pronta la giustificazione anche per il gruppo di otto epuratori che a luglio aggredirono a Pomposa un ragazzo modenese attivista della Lega: la sua colpa era aver partecipato a una manifestazione di genitori sul caso Bibbiano, lo scandalo che non fa arrossire il Pd.

Innumerevoli gli attacchi contro le sedi della Lega in Lombardia. I «sinceri democratici» cercano di dar fuoco ai locali dopo averli imbrattati con scritte del tipo: «Razzisti e assassini dovete morire». Altre volte, come ad aprile a Fino Mornasco (Como), le sezioni vengono prese a sassate. Non si salvano, ovviamente, neppure i circoli cittadini di Fratelli d’Italia. Vernice rosso sangue sui manifesti della leader, Giorgia Meloni, aggressione al gazebo di Fdi a Milano, sfregio sulla porta della sede di Albano Laziale con una falce e martello, sono alcune delle ultime manifestazioni della violenza di sinistra.

Brutale quella di inizio ottobre contro Danilo D’Amico, esponente di Fratelli d’Italia e fondatore dell’associazione Punto di svolta, impegnata a favore dei disabili. Sfregiato al volto, ha raccontato che si trattava della seconda aggressione dopo che per mesi avevano cercato in ogni modo di fermarlo «fra calunnie, derisioni, querele e minacce contro me e la mia famiglia». «Davamo fastidio perché stavamo raccogliendo firme contro lo ius soli», racconta alla Verità la portavoce di Fdi di Treviglio, Valentina Tugnoli, che due settimane fa ha trovato sulla saracinesca della sede, in provincia di Bergamo, la scritta: «Siete solo altra merda da pulire».

«L’hanno fatto di notte perché da vigliacchi non hanno il coraggio delle loro azioni. Non contenti, due giorni dopo si sono presentati in gruppo, insultandoci e agitando volantini scritti anche in arabo». Tugnoli non ha dubbi, c’entrano gli attivisti del collettivo Tana liberi tutti, nel quale trovano spazio studenti, sindacalisti e anche migranti.

Il 16 novembre è prevista l’inaugurazione ufficiale della sede intitolata a Pino Rauti e la tensione sta crescendo in città. La portavoce conclude: «La nostra sola “colpa” è di fare politica dalla parte sbagliata».  (qui)

(Fonte: https://www.laverita.info/lera-dei-fascisti-rossi-2641125925.html)

Insomma, l’antifascismo è mio e me lo gestisco io, l’odio è mio e me lo gestisco io, e nessuno si azzardi a venirmi a dire che cosa è odio e che cosa no, perché se ti azzardi sei un fascista di merda e meriti di essere impiccato a testa in giù.
meloni odio
barbara

PRIMA VENNE IL VIDEO

Questo, nel 2014

Poi è arrivata la censura: le donne che, apprendendo che il loro feto era portatore della sindrome di Down avevano scelto di abortire, hanno trovato insopportabile che altre donne avessero invece deciso di metterlo al mondo, e fossero felici di averlo fatto, e avessero addirittura la sfrontatezza di dichiararlo pubblicamente: un autentico affronto, e hanno chiesto di censurarlo, richiesta prontamente accolta, con la splendida motivazione che “non può essere considerato come un messaggio d’interesse generale e la sua finalità può apparire ambigua e non suscitare un’adesione spontanea e consensuale”. Ma c’è di più: l’Authority infatti ritiene che il film possa “disturbare la coscienza delle donne che, nel rispetto della legge, hanno fatto scelte diverse di vita personale” e per questo ha deciso di far scattare il divieto di trasmetterlo nelle reti televisive francesi. Il titolo di questa brutta storia potrebbe essere “C’era una volta la libertà di parola”. Hanno preteso il diritto di buttare nel bidone della spazzatura i figli imperfetti o quelli non graditi e lo hanno ottenuto: poteva bastare? No, non poteva: la dittatura del pensiero unico non ammette non dico dissenso, non dico obiezioni, ma neppure la possibilità di dire io ho fatto diversamente e ne sono contenta. Il solo sapere che esistono donne che hanno scelto strade diverse è sufficiente a turbarle, povere care, e quindi le devianti, le eretiche, le ignobili che hanno scelto di partorire vanno private della libertà di parola. In nome del progresso e della libertà, sia ben chiaro. In breve: se proprio proprio insisti ti permettiamo – almeno per il momento – di tenerti il tuo Down, poi però zitta e a cuccia.

Passa un po’ di tempo e arriva questo manifesto:
pro vita
non vieta, non condanna, non critica, mette semplicemente di fronte a un dato di fatto. E si scatena il finimondo: illegalità, attacco alla libertà, offesa… e chi più ne ha più ne metta: ancora una volta, il tuo diritto di parola vale fino a quando sei d’accordo con me, ed è un dato di fatto che nessuno, nei rispettivi stati, è mai stato privato della libertà di dichiararsi d’accordo con Mussolini, Stalin, Hitler, Pol Pot (a meno di non essere, in tutti e quattro gli stati, della razza sbagliata, ma questa è un’altra storia). Su questo delirio di onnipotenza dei detentori della Verità Unica non aggiungo commenti, ma vi mando a leggere le cose scritte da tre persone che sull’aborto hanno posizioni molto lontane dalle mie: uno, due, tre e quattro – l’ultimo l’ho linkato più che altro per il mio scambio, nei commenti, con un signore molto illuminato che sarebbe sì favorevole alla libertà di parola, ma a patto che non ne possa usufruire chiunque. Che probabilmente sarebbe anche per l’eliminazione di questo orrendo video clerico-bigotto che tenta di farvi il lavaggio del cervello istillandovi idee pericolosissime, disgustose e probabilmente anche illegali.

Concludo con una riflessione
oppression
e con questa fantastica chicca. Buona visione e buon divertimento.

barbara

CHE COSA SUCCEDE SE UN GIORNALISTA

si presenta alla conferenza stampa Erdogan-Merkel con una maglietta con su scritto “Libertà di parola”?

Dell’espressione del tiranno islamico, ne vogliamo parlare? Di quelle dell’oscena e laida leccaculo del tiranno islamico, ne vogliamo parlare? Dei giornalisti presenti, che immortalano la deportazione del criminale ma nessuno di loro lascia il letamaio, ne vogliamo parlare? C’è ancora qualche speranza per l’Europa?

barbara

DOPO 50 FRUSTATE

Raif Badawi è il blogger saudita condannato a dieci anni di carcere e 1000 frustate. Quello che segue è un estratto del suo libro.
Raif Badawi
Il compito che mi ero proposto era di cercare una nuova lettura del liberalismo in Arabia Saudita e di fare la mia parte nel diffondere l’«illuminismo» nella società araba, abbattendo i muri dell’ignoranza, incrinando la visione sacrale delle autorità religiose e promuovendo un minimo di pluralismo e di rispetto per la libertà di espressione, i diritti delle donne, delle minoranze e dei poveri. Era questa la mia vita quando, nel 2012, sono stato gettato in una cella in compagnia di gente accusata d’ogni sorta di delitto: ladri, assassini, trafficanti di droga, persino stupratori di bambini. Frequentare queste persone ha cambiato molte cose, a cominciare dai miei preconcetti. Immaginate di trascorrere le vostre giornate in uno spazio non più grande di 20 metri quadrati. E immaginate di dover condividere quello spazio con altre 30 persone, su cui pende l’accusa di ogni genere di reato! (…) Quando sono in bagno, ultimamente, mi capita di guardarmi attorno. Mucchi di carta igienica sporca, rifiuti ovunque, pareti imbrattate, porte sprangate e arrugginite. Un giorno mentre scorrevo le centinaia di scritte incise sulle pareti sudice della toilette della cella comune, una frase mi è balzata agli occhi: «La soluzione è il laicismo!». Sopraffatto dallo stupore, mi sono strofinato gli occhi come per convincermi che fosse davvero lì! Sorridendo tra me mi sono messo a rimuginare su chi potesse aver scritto quelle parole. Quella breve frase, bella e così insolita, mi ha sorpreso e rallegrato immensamente. Il fatto che tra le centinaia di volgarità scarabocchiate in tutti i dialetti arabi sulle pareti dei bagni abbia potuto leggere un pensiero del genere significa che da qualche parte, in questa prigione, c’è almeno una persona in grado di capirmi. Di comprendere ciò per cui ho lottato, il motivo per cui mi trovo rinchiuso. (…) Quando la mia adorata moglie Ensaf mi ha detto che una grande casa editrice in Germania voleva raccogliere i miei articoli, tradurli e farne un libro, inizialmente ho accolto la notizia con scetticismo. Voglio essere sincero: all’epoca in cui scrissi il primo post non avrei mai immaginato che un giorno i miei interventi su un blog potessero diventare un libro. Mi considero un uomo esile sia pure tenace, sopravvissuto per miracolo a 50 colpi di frusta davanti a una folla osannante che gridava senza sosta Allahu Akbar. Sì, il tribunale mi ha condannato alla pena di morte, commisurata alla «gravità dell’apostasia dell’islam». La pena è stata poi ridotta a 10 anni di carcere, a 1000 colpi di frusta e a una multa di un milione di rial. Mentre scrivo queste righe ho già scontato tre anni e mia moglie è all’estero coi nostri tre figli perché le pressioni erano ormai insostenibili. E tutta questa sofferenza solo perché avevo espresso la mia opinione. Ecco, è questo il prezzo delle parole che state per leggere! (Corriere della Sera)
Badawi frustato
Perché non è vero che “se nasci lì non hai scampo”, che “la mentalità è quella”, che “è la loro cultura”. Cultura un accidente: occhi e orecchie li hanno anche loro, e qualcuno capace di aprirli, a cercare bene, lo trovi.

barbara