CONOSCETE VALERIA PARRELLA?

Sarebbe questa signora qui

Di quella barzelletta di Potere al popolo si è parlato qui. Ora, questa signora, autrice di varie robe e, mi si dice, anche vincitrice di premi, è autrice anche del testo che la nostra insegnante al corso di teatro ha scelto per la rappresentazione finale. Si tratta di una delle numerose rivisitazioni del mito di Orfeo ed Euridice (che lei inverte: Euridice e Orfeo, allo scopo dichiarato di evitare la “d” eufonica, cosa che approvo incondizionatamente). La sua interpretazione è interessante: Orfeo, al momento dell’uscita, non si gira a guardarla per curiosità, per diffidenza o altro del genere: si gira perché è lei a imporgli di farlo. Perché lui non l’ha mai veramente guardata, e questa, ora, è la sua punizione: sarà obbligato a guardarla e poi perderla per sempre.

Peccato che il libro sia un autentico stupro con scasso della lingua italiana: congiuntivi sbagliati, preposizioni sbagliate, avverbi sbagliati, tempi dei verbi sbagliati, lessico approssimativo e non di rado improprio, frasi sgangherate come “mi trascinavi nell’acqua e io ti dicevo no, che no”, per non parlare del terrificante “le pèrdono perché ce le hanno”; frasi del tutto prive di senso come “se sei poeta, tu, guarda” in cui non si capisce bene il nesso fra le due cose – più o meno come quella tizia che scriveva cazzate senza senso andando a capo prima della fine della riga e per questa ragione si è bizzarramente convinta di essere una poetessa, Alda Merini dico, che quando le sue figlie dicevano cose che non le piacevano le rimproverava “Si parla così a una poetessa?”: non a una mamma, a una poetessa, e non si capisce cosa diavolo c’entri. O quest’altra ancora più scema: “Eros agisce così: rende tollerabile agli uomini l’assenza”. Cioè: se non ti amassi la tua assenza mi farebbe impazzire, ma siccome ti amo alla follia allora posso vivere benissimo anche senza di te. Del resto tutta l’opera è altamente segnata dalla schizofrenia: lei che rievoca, e ci guardavamo l’anello che scintilla e abbiamo giocato insieme e abbiamo fatto l’amore sulla riva del mare, il tuo corpo sul mio corpo, il tuo ventre dentro il mio ventre… e un attimo dopo e tu non mi guardavi e perché non mi guardavi e cos’è che guardavi gnègnègnè. Per non parlare della scena in cui lui la rievoca e la descrive, in ogni dettaglio, dove si metteva, come si metteva, che cosa faceva: l’immagine di un uomo molto innamorato, che guarda con occhi innamorati la sua donna cogliendone ogni sfumatura, e poi “guardavo me, non lei”. Vabbè. Nonostante tutto questo ciarpame, però, la nostra insegnante nonché regista è riuscita a ricavarne un lavoro ben fatto, corale, in cui siamo tutti sempre in scena e tutti con un ruolo attivo – fatti salvi i crampi allo stomaco per le sgangheratezze linguistiche. Nel mio pezzo individuale comunque ne ho eliminate due. Una l’ho imposta d’autorità (avrei dovuto dire “Come ho fatto a farmi pungere da una vipera?” perché le vipere, come ben sapete, non hanno i denti bensì il pungiglione); sull’altra, avendo constatato che le critiche non erano ben accette, e meno che mai approvate, non ho discusso: per tutte le prove ho detto la cosa sbagliata e poi l’ho finalmente corretta in scena. Che io sappia non sono state fatte registrazioni ufficiali, però sono in grado di fornirvi alcuni pezzi che ne coprono più di metà in una registrazione fatta col cellulare da in mezzo al pubblico, per cui la qualità è quello che è, ma insomma almeno potete avere un’idea.

Non preoccupatevi di quello che “vedete” all’inizio; a un minuto e dieci circa si torna a vedere.

Grazie a Filomena Sanna per le riprese e a Cinzia Sanna per l’ospitalità.

barbara

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LA GRAMMATICA ITALIANA

Una Storia Bellissima!

Autobiografia della Grammatica Italiana

Parole catturate in rete

La mia nascita non fu facile. In realtà i miei genitori non avevano le idee molto chiare. Credo che non mi volessero e forse è questo il problema che mi accompagna da sempre. Per anni si son semplificate le cose, sostenendo che avevo a che fare con un lombardo finito a Firenze per sciacquare i panni in Arno. Mi riconosco nel Lombardo e mi rispecchio nell’Arno, ma non è ciò che sono. Magari tu capisci. Andrei avanti, non fosse tardi…hai ancora voglia d’ascoltarmi?
Affettuosamente
Grammatica Italiana

Andrò piano, con scritti brevi, messere, per non turbare la nostra quiete. Se non le spiace a me piace. Detesto tutto ciò che è prolisso. Sono un essere semplice, fatto di soggetto, predicato verbale e complementi. Che siano oggetti o quant’altro, pur sempre complementi sono. Nasco così per permettere a tutte le parole, provengano esse dal latino (o prima ancora dal greco), dal germanico, dallo slavo di trovare quell’attimo di respiro per restare con me. Io le amo. E lei, messere?
Nessuna parola nacque per caso. Ognuna porta con sé una storia, dolce, terribile, struggente, violenta, languida. Dietro ognuna non c’è l’uomo che la proferisce, ma la storia di persone che l’hanno voluta, plasmata, adattata. Dietro ogni parola c’è un mondo, una cultura, l’essenza stessa della nostra vita.
Ma quanto sto scrivendole vale per tutte le lingue, non solo per la mia. Quindi devo spiegarle, messere, perché amo la mia.
Non fu facile per me esistere. Le parole, sin da piccina, mi mancavano. Avevo, in fondo, rubato tutto ai miei avi greci e latini, sottratto quanto possibile ai barbari dell’est, slavi e germanici, avevo tutte le parole per dire. Ma l’avventura, la vera avventura, non poteva essere fatta solo di parole…
Ero appena adolescente quando capii che dovevo articolarmi. Articolare le parole! Facile per il tedesco o lo slavo, che del tempo e dello spazio hanno un’idea barbara , che si limitano a circoscriversi in un presente da passare o in un presente da consegnare al futuro. E’ un modo d’esistere, comprensibile e facilmente accettabile, ma io volevo di più. Io, nella mia storia, conservavo l’idea di un passato remoto, di un imperfetto, di un futuro prossimo e di un futuro remoto. L’idea di un qualcosa che avrebbe potuto condizionarmi, quella di qualcosa che avrebbe potuto congiungermi finalmente agli altri. E ancora…imperativi e infiniti… io ero capace di darmi alla pienezza della vita.
Io, messere, non solo sono o ero (non fraintenda, per cortesia) o sarò, ma ambivo al fui, all’ero stata, al fui stata, al sarò stata, al sarei, al fossi a milioni di possibilità di essere, avere, andare, venire, guardare. All’essere e al sei!Io volevo tutto, forse troppo, probabilmente di più…La mia storia è molto triste, messere. Ce la fai ad ascoltarmi?
Certo, c’erano anche i gerundi e i gerundivi. Nel mio immenso mondo c’era tutto. Un patrimonio immenso, un’eredità indetassabile. Per me, un tempo, una pésca non era una pèsca…ma sto parlando di un tempo dimenticato. Con me, quelli che mi amavano (quelli che potevano amarmi, quelli che aspiravano a me per poter raccontarsi, tutti quelli che, permettendomi di far da tramite tra isole, tacchi e punte dello stivale e creste montane, potevano raccontare e raccontarsi) entravano in qualche modo in contatto tra loro: comunicavano, si scambiavano le migliaia di parole da dire. Perché, se non hai qualcosa da dire, allora è meglio tacere.
Non a caso, nella notte, ho lasciato l’ultima parola al silenzio. In musica il silenzio è ‘suono’. Anche io nel silenzio esisto. Sono quella pausa che permette al cuore e alla testa di raccogliersi prima di farsi voce o scrittura. E’ questa la mia vera essenza. Nasco dal silenzio e da esso mi disvelo. Le mie note sono infinite, sono parole. Le accetto, da sempre, tutte. Non è necessario siano quelle classiche: ogni apporto, dal dialetto o da altre lingue, fa parte del mio bagaglio di diesis o bemolle.
Conosco pause. Brevi e incisive -una virgola-, più lunghe e enunciative- due punti-, lunghe e definitive – un punto-, di ampio respiro- un punto esclamativo-, sconsolatamente interrogative- punto di domanda. Conosco sospensioni senza risposta –tre puntini- e, solo in casi eccezionali, l’orrore normativo degli elenchi, punto e virgola. Conosco parentesi e trattini…la vita è questa, anche questa.
Ma, oltre alla punteggiatura, oltre ai dizionari, oltre alle parole io sono armonia. E’ questa la vera essenza della lingua italiana. ‘Terra dove il sì suona’. Non è quel sissignore che ignora il silenzio del pensare, coprendolo col rumore di un fare meccanico. E’ il sì di un caos che si fa armonia nella compiutezza di un congiuntivo, di un condizionale, di un passato remoto. (Si ringrazia il signor red. cac. per la cortese segnalazione di questo gioiello, nell’ormai lontano settembre del 2006)

Vorrei fare una piccola aggiunta all’ineffabile poesia offertaci dalla Signora Grammatica Italiana.
La Grammatica è per la Lingua ciò che la pelle è per la donna. Se prima non la contempli, lungamente e con passione, se prima non l’accarezzi, con amore e con sapienza, con devozione e con ardore, non la potrai mai penetrare, non potrai mai indurla a lasciarsi guidare là dove tu vuoi, non potrai mai persuaderla a seguirti nei tuoi giochi e inventarne a sua volta di nuovi, non potrai mai convincerla a farsi tua complice nelle tue lotte e nelle tue battaglie. Se non impari a conoscerla, in ogni minimo dettaglio, non sarà mai la tua amante. Potrà essere, forse, la controparte di una botta e via, mai una compagna di vita, mai qualcuno con cui condividere le gioie e da cui farsi consolare nel dolore, mai la bandiera dei tuoi ideali. Mai. Ne avrai, forse, un momentaneo sollievo nello scaricare le tue urgenze ma il piacere, eh, è ben altra cosa, il piacere.

Ah, stavo quasi per dimenticare: «In musica il silenzio è ‘suono’». Verità sacrosanta, come inconfutabilmente si dimostra qui.

barbara