PERCHÉ VOGLIAMO ACCOGLIERE I “MIGRANTI”?

Perché siamo buoni? Perché siamo generosi? Perché li vogliamo aiutare? Per offrire loro una vita migliore? MAPPEPPIACIERE! Li vogliamo perché ci servono!

Che infatti chi è qui da noi con questo white power che ci attacchiamo in questa Europa bianca morta, chi è che sa come si fa a coltivare il grano, eh? Voi per caso conoscete qualcuno che lo sappia fare? No, eh! E a questi nostri bambini rachitici perché noi non gli sappiamo fare i massaggi, ci pensate, voi? No, eh! Quanto ai mulini a costo zero su cui l’amico Marcoz ha scioccamente ironizzato in un altro blog (“Mulini a costo zero e massaggi per le ossa. Niente su moto perpetuo e su metodi naturali per sconfiggere il cancro?”), rispondo quello che gli ho già risposto di là: sono perfettamente fattibili: si attacca il negro alla macina e lo si fa girare girare girare. Dargli da mangiare non è necessario, tanto quando muore  le ONG te ne procurano un’altra carrettata. Poi il cadavere lo vendi alle industrie di cibo per animali, così ti rende anche da morto. Tutto come ai bei tempi antichi: trecento anni fa le navi negriere andavano in Africa a prelevare gli schiavi negri che i razziatori locali avevano già provveduto a fargli trovare pronti per coltivare il cotone (senza tuttavia dimenticare che in quanto a razzie e schiavitù i negri non hanno né l’esclusiva, né la preponderanza), oggi le navi negriere vanno in Africa a prelevare gli schiavi negri che i razziatori locali hanno già provveduto a fargli trovare pronti per raccogliere angurie (o altro) a poco più di un euro al quintale, o per ingrassare la mafia del traffico di droga, della prostituzione, o di traffici minori come quello del pizzo ai parcheggi per non far trovare le auto con le fiancate sfregiate eccetera. O per il traffico di organi. Poi magari a tempo perso ci facciamo anche insegnare come si fa a coltivare il grano, o come si fanno crescere i bambini con le ossa sane. L’unica cosa che non mi torna sono i Nobel che vengono tutti vinti dai sudamericani: io sapevo che a vincerne uno sfracello erano gli ebrei, che stiamo invece facendo scappare dall’Europa a decine di migliaia. Ah già, anche a questo effettivamente ci servono un sacco i “migranti”, che si stanno dando molto da fare a farli scappare.

Quanto a questa Europa bianca morta, bisogna effettivamente riconoscere che l’impegno a farla diventare sempre meno bianca e sempre più morta ha fatto un salto di qualità con la nomina al parlamento europeo delle criminali Christine Lagarde e Ursula von der Leyen e del delirante David Sassoli (“le ong sanno che la porta del Parlamento europeo è sempre aperta: la apriremo ancora di più”). E per quanto riguarda la nave negriera le cui vicende hanno tenuto banco nelle ultime settimane, lo sapevate che la signora (mi rifiuto di attribuirle titoli istituzionali) che ha messo in libertà senza alcun tipo di limitazione la deportatrice di schiavi negri è stata in passato accusata di calunnia, falso ideologico e abuso?

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

Sic transit gloria mundi

barbara

PRESTO PRESTO CHE C’È DA ANDARE A SALVARE I NAUFRAGHI

che se perdiamo anche un solo minuto rischiano di affogare tutti!
naufraghi
Come qui, praticamente.
Ma siccome qui siamo persone serie e non ci piace dare informazioni di parte, tipo quelle che vengono dal nostro orrendissimo ministro dell’Interno e dai sovranisti populisti razzisti fascisti xenofobi islamofobi suoi sodali, vi faccio informare da Al-Jazeera

E poi do la parola a un africano.

Tranquilli comunque, che abbiamo già provveduto alle carrozzine per i poveri piccoli binbi africani che sbarcano da noi.
carrozzina migranti
E concludiamo con una foto seria, che ci sta sempre bene.
shoahgrant
barbara

EMANUELA ORLANDI

Papa Francesco,

sono Pietro Orlandi e dopo tanti anni sono ancora qui a chiedere la Verità sul rapimento di mia sorella Emanuela, cittadina vaticana, avvenuto il 22 giugno 1983. Una ragazzina innocente di 15 anni alla quale è stato impedito di scegliere della propria vita, negandole, ancora oggi, ogni forma di Giustizia, dimenticandosi che la vita di ogni essere umano è sacra e non può essere considerata  un pezzo di carta sul quale apporre il timbro “ archiviata”. Una vicenda che nel corso degli anni è stata caratterizzata da depistaggi, insabbiamenti, omertà e soprattutto mancanza di collaborazione da parte della Santa Sede. Lei disse: “Chi tace è complice”. E’ vero.  In Vaticano c’è chi sa e da tanti anni tace, diventando complice di quanti hanno avuto responsabilità in questa vicenda. A tal riguardo, in Vaticano, ci sono carte secretate, a conoscenza di alcune autorità della Santa Sede, che contengono passi importanti di questa disumana vicenda e che potrebbero permetterci di riabbracciare Emanuela o darle una degna sepoltura. Il dossier “Rapporto Emanuela Orlandi” a disposizione, nel 2012,  della Segreteria Particolare di Papa Benedetto XVI, contenente  informazioni e nomi che potevano condurci alla Verità, stava per essere consegnato ad un magistrato italiano, ma in Vaticano vennero meno alla parola data e il fascicolo rimase occultato. Dopo 33 anni mi chiedo perché si continua a negare ad una famiglia la possibilità di dare Luce e Pace alla propria figlia, alla propria sorella. Abbiamo il diritto di conoscere la Verità contenuta in quei documenti e se sulla scomparsa di Emanuela fu posto il Segreto Pontificio, La prego di sciogliere i sigilli a tale imposizione che osteggia il raggiungimento della Verità e della Giustizia. Non possono esistere segreti in uno Stato che si erge a centro della Cristianità perché è contrario alle parole e agli insegnamenti di Gesù: ”Non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato e di segreto che non debba essere manifestato”. Papa Francesco Lei ha indicato agli uomini la via giusta “Costruire ponti e non alzare muri invalicabili” ed io lo stesso chiedo a Lei, per Emanuela. La Verità, la Giustizia  non possono essere un’utopia, un sogno irraggiungibile  ma i principi fondamentali, per ogni Stato che si reputa civile. Principi fondamentali che in questa vicenda sono stati vergognosamente calpestati per oltre 33 anni. La mia è una voce tenace, priva di rassegnazione, che mi guiderà, in questa vita ed oltre,  a cercare  Verità e Giustizia, affinché questo grido  appartenga a tutte le vittime innocenti ed  alle persone private della  Libertà. Non ci lasceremo mai rubare la speranza.

Pietro Orlandi

28 marzo 2017

«Non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato e di segreto che non debba essere manifestato». Questo è il vangelo di Luca (12, 2), Santità, sono le parole di Gesù, di cui Lei in teoria dovrebbe essere il rappresentante. Come la mettiamo con gli archivi segreti, Santità, che dopo tre quarti di secolo ancora non si possono riaprire? E sta scritto anche «Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno» (Matteo 5, 37): come la mettiamo con le omertà mafiose su crimini che ben poco hanno da invidiare a quelli di Cosa Nostra? Ce lo vuole spiegare, Santità? (non che ci si facciano grandi illusioni, avendo a che fare con un papa eretico e bestemmiatore, come è documentato nei commenti qui).

barbara

 

DICE IL SIGNOR VESPA BRUNO

che «per combattere la mafia bisogna conoscerla. E per conoscerla meglio c’è bisogno a nostro avviso anche di interviste come questa».
Non intendo entrare nella polemica sull’opportunità o meno di portare in televisione un criminale (che, bontà sua, “non giudica Falcone e Borsellino”) per fare propaganda al “suo” libro scritto (chissà da quale scrittore o giornalista venduto) “per difendere la dignità della sua famiglia” che gli ha “trasmesso il bene e il rispetto”.
Non intendo, dicevo, entrare in questa polemica, ma porre un’unica domanda: veramente il signor Vespa Bruno immagina che intervistare il figlio di uno dei più feroci boss mafiosi che la storia ricordi, mafioso e criminale a sua volta, uno che alla domanda su che cosa sia la mafia risponde «Non me lo sono mai chiesto, non so cosa sia. Oggi la mafia può essere tutto e nulla», veramente il signor Vespa Bruno immagina che questo porti a “conoscere meglio” la mafia contribuendo quindi a combatterla? Non avrebbe fatto migliore figura se avesse fatto a meno di dare spiegazioni sulla sua scelta di fare propaganda alla peggiore criminalità esistente in Italia?

barbara

IN AGGUATO

Se ne sta lì appostato, all’uscita del supermercato, pronto a piombarti addosso per offrirti il suo aiuto non appena hai messo fuori mezzo piede. Solo se hai il carrello, beninteso: se esci con quattro borse piene in mano e magari un bambino di tre anni attaccato alla gonna, scordati pure di poter contare su un’offerta di aiuto. E dunque appena esco si proietta in avanti e dice: serve aiuto? No, dico. Quando uno offre aiuto si dovrebbe dire no grazie, ma con chi sta cercando di spillarmi soldi non mi sento in dovere di essere né gentile, né educata. Al contrario, essere sufficientemente sgarbata lo ritengo praticamente un obbligo. Arrivo alla macchina, prendo le borse, comincio a riempirle, e lui arriva lì: serve aiuto? (Dai cazzo, hai il carrello pieno, sei una vecchia coi capelli grigi anche se hai la macchinona sportiva da duecento all’ora, NON PUOI non avere bisogno di aiuto!) No. Ma… No. Se ne va. Finisco di svuotare il carrello e sistemare le borse in macchina, riporto il carrello alla base e lui si rifionda: metto io il carrello? Grazie, so come si fa. A questo punto va in onda il piano B: con un’espressione da moribondo e voce da agonizzante accasciato tra le dune del deserto sotto il sole di mezzogiorno, alza faticosamente il braccio a indicare la catasta di bottiglie di acqua minerale che campeggia subito dopo l’ingresso e rantola: “Comprare acqua…” Quella di rubinetto qui è buonissima, dico, io bevo solo quella. “Acqua…” Siccome è abbastanza probabile che ci siano complici appostati da qualche parte, tutti di altrettanto sana e robusta costituzione fisica e altrettanto floridamente nutriti, evito di mandarlo affanculo a voce alta e mi accontento di farlo col pensiero.
Anche nei parcheggi sono lì in agguato, normalmente due per ogni parcheggio, che dietro adeguata ricompensa si offrono di “proteggere” la tua macchina, che non ti capiti di ritrovarla con una fiancata squarciata con un chiodo o con le gomme tagliate. In Sicilia si chiama pizzo: quello che paghi alla mafia perché non ti vada accidentalmente a fuoco il negozio o la fabbrica.
E alla stazione. Se hai bagaglio arrivano lì e offrono aiuto. Poi ovviamente ti chiedono i soldi. Ora, se ho una valigia pesante da caricare in treno, mi può anche andare bene di pagare un paio di euro (non di più, sia ben chiaro: si tratta di un minuto di lavoro, e sessanta euro all’ora direi che possono bastare) perché qualcuno lo faccia al posto mio; a patto che sia chiaro che mi sta proponendo una prestazione lavorativa a pagamento, e non la butti là come un’offerta di aiuto. Poi una volta mi è capitato che ero già salita in treno quando mi sono accorta che avevo dimenticato di timbrare il biglietto (il treno nasceva in quella stazione, e mancava ancora un po’ alla partenza, quindi affrettandomi potevo farcela); chiedo alla tizia seduta vicino a me di dare un’occhiata alla valigia, scendo al sottopassaggio, mi guardo un attimo in giro, e un tizio che mi vede col biglietto in mano capisce cosa cerco e mi indica la macchinetta a due metri da me; ringrazio, mi avvicino, e si avvicina anche lui, e mi spiega che devo infilare il biglietto nella fessura e che devo tenerlo a sinistra. Poi mi chiede i soldi per l’aiuto prestato.
OK, meglio questi che offrono aiuto che quelli che rapinano o spacciano droga (quelli della stazione, intendo; quelli dei parcheggi no: quelli sono pronti a fare danni a più non posso, se non paghi il pizzo), però anche questo continuo assedio è una forma di violenza, di cui davvero non se ne può più.
PS: non è per razzismo che dico che sono tutti negri: è perché sono tutti negri, senza eccezione.

barbara

 

SANGUE SULL’ALTARE

Il sangue è quello di Elisa Claps; l’altare è, metonimicamente, quello della chiesa della Santissima Trinità a Potenza. L’autore è Tobia Jones, un giornalista inglese, innamorato dell’Italia in generale e della Basilicata – quella terra in cui Cristo, fermatosi a Eboli, non è mai arrivato – in particolare.
È un libro bellissimo, intenso e partecipe, quello scritto da quest’uomo come professionista ma anche da amante e studioso delle cose d’Italia e di Basilicata, della storia e della società e di tutte le magagne che affliggono la nostra terra. E poi anche da quell’amico sincero che in breve è diventato per la famiglia Claps, della quale ha seguito per quasi un ventennio le drammatiche vicissitudini. Ed è, il libro, cronaca degli eventi che punteggiano la storia di Elisa Claps, e indagine approfondita della psicologia dei personaggi, e storia della nostra penisola e molto, molto altro ancora. È un libro che si dovrebbe leggere, ma non so, davvero non so se sia un libro per tutti. Perché io, a leggerlo, sono stata male, male proprio fisicamente voglio dire, ad un certo punto ho lasciato ogni altra attività per finirlo il più in fretta possibile e liberarmene, spogliarmene, perché non ce la facevo più. Perché tu ti immedesimi – non puoi non farlo – con lo strazio e la rabbia impotente di questa famiglia che sa con assoluta certezza che la ragazza è stata assassinata, e sa chi l’ha uccisa, ma si trova bloccata da un’incredibile rete di complicità, dal parroco che impedisce di perquisire la chiesa al pubblico ministero che nega sistematicamente tutte le autorizzazioni necessarie ad accertare la verità al padre dell’assassino che manovra tutte le sue potenti pedine per creare un solidissimo muro fra la verità e chi tenta di raggiungerla a tutti coloro che hanno davanti agli occhi tutte le prove possibili e fingono di non vederle, in un vertiginoso intreccio di mafia e massoneria e poteri locali di ogni genere. E l’aggiunta degli sciacalli, le piste fuorvianti, le richieste di riscatto, le telefonate mute, gli inquirenti che ti dicono che sarà scappata di casa, ti ridono in faccia, ti minacciano… E non avere neppure un corpo da seppellire, una tomba su cui piangere, non sapere dove si trovino i resti. C’è da perdere la ragione, e ti chiedi come abbiano fatto, loro, a non perderla, che quasi quasi stai rischiando di perderla tu. È una cosa che ti resta sullo stomaco, questo libro, perché è una storia che non riesci mica a digerire. Eppure bisognerebbe trovare il coraggio di affrontarlo. Bisognerebbe, sì.

Poi, volendo, si potrebbe chiedere ai negazionisti del femminicidio: quante serial killer donne siete in grado di elencare, votate selettivamente all’assassinio di soli uomini? Quanti uomini siete in grado di elencare adescati da donne per essere poi assassinati, tagliuzzati con coltelli, forbici, coltelli per sfilettare, mutilati, magari organizzando il tutto in modo tale che a trovare la vittima tagliuzzata e mutilata siano i suoi stessi bambini, come ha fatto Danilo Restivo con Heather Barnett, un’altra delle sue vittime?


Tobias Jones, Sangue sull’altare, Il Saggiatore

Sanguesull'altare
barbara

PAKISTAN, PATRIA DEGLI EROI BAMBINI

Lettera di Iqbal Masih

Sono Iqbal, ho undici anni e abito in un paesino del Pakistan insieme alla mia famiglia. Mio padre è molto malato, povero e lavora poco. Per questo motivo, alcuni anni fa, quando io avevo cinque anni, lui ha contratto dei debiti con dei signori cattivi, che gli hanno proposto di chiudere il debito se uno dei suoi figli fosse stato disposto a lavorare per lui in una fabbrica di tappeti. Io mi sono offerto di andare a lavorare pur di sciogliere il debito di mio padre.
Non ho mai avuto giocattoli in vita mia. Avevo un grande desiderio di imparare a leggere e scrivere, perché sono convinto che gli unici arnesi da lavoro che i bambini dovrebbero tenere in mano, sono penne e matite, ma lì non si poteva studiare, bisognava lavorare giorno e notte. Ci tenevano incatenati l’uno all’altro per paura che fuggissimo, ma io non avevo alcuna intenzione di fuggire perché dovevo aiutare mio padre.
Il padrone ci teneva sotto controllo ogni istante perché se sbagliavamo ad annodare un tappeto ci puniva severamente, costringendoci a stare sotto il sole dentro un recipiente di metallo senza né mangiare né bere.
Sono finito due volte dentro a quel recipiente: una volta da solo ed un’altra insieme ad un ragazzo malato di polmoni, che dopo qualche giorno è morto senza che nessuno avesse chiamato un medico per curarlo. Una mattina sono andato insieme al padrone al mercato, nella piazza principale del paese, dove c’era un signore tanto simpatico che diceva che i bambini non devono lavorare. Mi piaceva quello che diceva e una sera lo andai a trovare nel luogo dove si riuniva con i suoi amici. Abitava in un luogo bellissimo: era una scuola grandissima dove però c’erano pochi bambini e così decisi di andare a liberare tutti i miei amici che venivano tenuti schiavi nelle fabbriche. Il mio amico e liberatore avvisò la polizia, ma gli agenti erano d’accordo con il mio padrone cattivo e non gli fecero niente. Da quel momento mi sentii libero, imparai a leggere e a scrivere, e adesso che ho quasi dodici anni sono contento di avere liberato tanti bambini. Voglio tornare nel paese di mia nonna perché c’è il mare. La mattina corro felice facendo volare il mio aquilone insieme a tutti i miei amici. Una di queste mattine qualcuno mi ha ucciso:
“Ora voi siete liberi…….e sono libero anch’io”. (qui)

(Per chi non lo avesse visto, e avesse un po’ di tempo a disposizione, qui il film, che vi raccomando caldamente: è bellissimo)

Malala all’Onu sfida i taleban

“Non mi ridurrete al silenzio”

La ragazza pakistana era stata ferita dai fondamentalisti per «punirla» del suo impegno nella promozione dell’istruzione. Alle Nazioni Unite:
“Questo non è il mio giorno, ma è  il giorno di coloro che combattono per una causa, io sono qui per dare la parola anche a chi non ha voce”

francesco semprini

new york

«Ecco la frase che i taleban non avrebbero mai voluto sentire, buon 16 esimo compleanno Malala». Con queste lapidarie parole, Gordon Brown, inviato speciale Onu per l’Educazione, apre i lavori del «Malala Day», la giornata internazionale dedicata alla giovane ragazza pakistana ferita dai taleban per «punirla» del suo impegno nella promozione dell’istruzione dei giovani nel proprio Paese. E questo nel giorno in cui Malala Yousafzai compie 16 anni, un’occasione speciale che ha deciso di condividere con le tante delegazioni di giovani giunte in una calda e ombrosa giornata estiva al Palazzo di Vetro per sentire la voce della loro nuova eroina.
«In realtà non saprei da dove iniziare», dice la giovane pakistana, il cui volto incorniciato dal velo rosato ne risalta l’emozione, tipica di chiunque, giovanissimo come lei, si trovi sullo scranno del mondo. Emozione ma consapevolezza assoluta di avere una grande responsabilità, quella di promuovere una causa di fondamentale importanza. «Questo non è il mio giorno, ma è il giorno di tutti coloro che combattono per una causa, io sono qui per dare la parola a chi non ha voce», spiega Malala iniziando il suo intervento come la sua fede prevede, ovvero «In nome di Dio, il più buono, il più compassionevole». E’ la prima volta che parla in pubblico dopo la difficile operazione chirurgica di Londra, e la lunga convalescenza. «Non sarò ridotta al silenzio dai taleban – chiosa con voce decisa – Quando mi hanno sparato la paura è morta così come l’essere senza speranza». Da quella raffica di Ak-47 sono nati «forza e coraggio».
«Il loro proiettile non mi ridurrà al silenzio», afferma Malala, sottolineando che gli estremisti hanno paura del cambiamento e che l’Islam è una religione di pace. Ma la sua vera forza è in questo messaggio quello che fa più paura a chi la vuole mettere a tacere: «L’istruzione è un diritto per tutti, anche per i figli e le figlie dei taleban». «Prendete i vostri libri e le vostre penne, sono la vostra arma più potente. – conclude – Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo». La grande sala del Trusteeship Council le riserva una standing ovation lunga e profonda, le istituzioni sono tutte in piedi. Quel fragore di mani ha una forza unica che si riflette nelle parole di Ban Ki-Moon: «Malala tu sei la nostra eroina, sei la nostra grande campionessa, noi siamo con te, tu non sarai mai sola». E proprio al segretario generale e al presidente dell’Assemblea generale, Vuc Jeremic, Malala, assieme a due rappresentanti delle delegazioni giovanili, offre una stele simbolo della petizione di quattro milioni di firme volta a sensibilizzare i governi di tutto il mondo ad agire per l’istruzione giovanile. Perché un bambino, un insegnante, una penna, un libro – anche solo uno di questi – può cambiare il mondo. (qui)

“Il mondo salvato dai ragazzini” titolava tanti anni fa Elsa Morante. Se ci riusciranno, ancora non lo sappiamo, ma certamente sembrano fra coloro che con maggiore impegno e maggiore coraggio ci provano.

Iqbal Masih
Iqbal Masih all’Onu

malala
Malala Yousafzai all’Onu, con lo scialle di Benazir Bhutto

barbara

CON UN GIORNO DI RITARDO

(a causa della notizia della morte di George Moustaki)

Ricordiamo il sacrificio di Giovanni Falcone, il 23 maggio 1992.
Ricordiamolo con la bellissima canzone a lui dedicata,

con un breve spezzone di un’intervista di Marcelle Padovani

e con questo video.

Non posso, infine, rinunciare a ricordare anche quel prete immondo, osceno, infame, che ha tentato in tutti i modi, per non si sa quale losco fine, di sfruttare il dolore di una vedova straziata:

barbara

LIMBO

Limbo è quello in cui ti trovi a vivere fra il momento in cui ti risvegli dal coma e quello in qui saprai quale sarà la tua condizione definitiva. Quello durante il quale ogni notte ti svegli urlando, nelle narici l’odore del sangue e della carne bruciata e della sabbia del deserto afghano, e nel corpo il dolore dilaniante di una gamba sbriciolata e altro ancora. Quello in cui non sai se la vita ti offrirà ancora una chance o se il futuro è morto per sempre.
Limbo è quello in cui ti trovi a vivere quando non hai più un’identità, un nome, una famiglia, un lavoro, un passato e un futuro, e non hai ancora una nuova identità, un nuovo nome, una nuova vita da vivere. Quello in cui ti ripugna mentire ma non puoi fare a meno di ingannare. In cui avresti tanta voglia di costruire ma l’unica cosa che puoi fare è distruggere, per non lasciare tracce.
Limbo sono quasi 500 pagine da leggere tutte di fila – e per il sonno perso pazienza, prima o poi lo recupererai (senza contare che una che sa ancora che la battigia si chiama battigia, merita di essere letta a prescindere).

Melania G. Mazzucco, Limbo, Einaudi

barbara

QUEL GUITTO…

Abbiamo recuperato l’introvabile articolo di Sandro Viola che nel gennaio 1992 si scagliava contro Giovanni Falcone, accusandolo di essere un “guitto televisivo”. Qualche giorno dopo sullo stesso giornale Giuseppe D’Avanzo difendeva il giudice antimafia: “Non ha mai avuto una vita facile”.
  

È il 9 gennaio del 1992, un giovedì. Il quotidiano la Repubblica in quel periodo vende mediamente circa 750mila copie. Nella pagina dedicata ai commenti viene pubblicato un articolo dal titolo “Falcone, che peccato…” vergato da Sandro Viola, firma di punta del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. L’argomento del commento è il giudice antimafia che Viola prende di mira per via della sua esposizione mediatica. Un pezzo durissimo che oggi, a vent’anni dalla strage di Capaci che fece saltare in aria Falcone, la moglie e la scorta, ritorna a galla con la violenza d’una colpa.
L’articolo, introvabile nell’archivio online di Repubblica, è oggetto di discussione in queste ore sulla Rete, ma nessuno l’ha pubblicato integralmente, in maniera da consentire al lettore un’autonoma valutazione.
Eccolo, l’articolo, in versione integrale: recuperato grazie all’Emeroteca Tucci di Napoli. Che ognuno faccia le sue valutazioni dopo averlo letto.
Viola attacca definendo Giovanni Falcone “magistrato che alla metà degli anni Ottanta inflisse alcuni duri colpi alla mafia”. Una definizione quanto meno riduttiva per l’anima del maxi-processo di Palermo, per colui che, lo dicono i suoi colleghi magistrati, individuò nuove tecniche e nuovi metodi per l’approccio alla questione mafiosa. Continua Viola: “da qualche tempo sta diventando difficile guardare al giudice Falcone col rispetto che s’era guadagnato”.
Poi, l’accusa di essere diventato una sorta di esternatore, al pari dell’allora Capo dello Stato, il “picconatore” Francesco Cossiga: “Egli è stato preso – scrive Viola su Repubblica – infatti, da una febbre di presenzialismo. Sembra dominato da quell’impulso irrefrenabile a parlare, che oggi rappresenta il più indecente dei vizi nazionali. Quella smania di pronunciarsi, di sciorinare sentenze sulle pagine dei giornali o negli studi televisivi, che divora tanti personaggi della vita italiana – a cominciare, sfortunatamente per la Repubblica, dal Presidente della Repubblica”.
La preoccupazione dell’editorialista è che Giovanni Falcone abbia perso il suo equilibrio. Gli chiede di lasciare la magistratura viste le sue rubriche sulle pagine dei giornali: “Perché nessun paese civile ha mai lasciato che si confondessero la magistratura e l’attività pubblicistica”.
“Quel che temo, tuttavia – continua il pezzo – è che a questo punto il giudice Falcone non potrebbe più placarsi con un paio di interviste all’anno. La logica e le trappole dell’informazione di massa, le sirene della notorietà televisiva tendono a trasformare in ansiosi esibizionisti anche uomini che erano, all’origine, del tutto equilibrati”. Poi si passa all’analisi, anzi alla demolizione, del libro ‘Cose di cosa nostra’ scritto da Falcone con la giornalista francese Marcelle Padovani pure lei nel mirino della penna al vetriolo di Viola: “E scorrendo il libro-intervista di Falcone ‘Cose di cosa nostra’ s’avverte (anche per il concorso di una intervistatrice adorante) proprio questo: l’eruzione di una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste del ministro De Michelis o dei guitti televisivi”.
Nel finale, Viola, pur ammettendo di trovarsi davanti ad un “valoroso magistrato” si chiede “come mai desideri essere un mediocre pubblicista”. Il giornalista ignorava che il giudice aveva intuito qualcosa: la necessità di comunicare ad una platea più vasta, da magistrato, la mentalità mafiosa. Inoculare il virus ai giovani, come come un vaccino, in maniera da renderli resistenti al fascino della cultura dell’omertà e della morte. “Non ha mai avuto una vita facile e anche stavolta c’è chi farà di tutto per rendergliela difficile”: qualche giorno dopo, dalle colonne della stessa Repubblica, qualcuno scriveva questa frase, riferendosi a Giovanni Falcone. Quel qualcuno si chiamava Giuseppe D’Avanzo.

Curiosa la storia di questi articoli che scompaiono dagli archivi, vero? E sembra scomparso anche l’articolo, sempre di Sandro Viola, del 20 gennaio 2002 di cui si parla qui, e a cui qualcuno ha risposto con la testimonianza riportata qui, e pure un autentico distillato di antisemitismo del 10 ottobre 1982. Tutti gli altri articoli si trovano, e questi no. Misteri della rete…

barbara