DATEMI UNA STELLA GIALLA

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Una tetra toppa di panno cucita a forma di una stella di David che ogni ebreo è stato costretto a indossare nella Germania nazista così come in ogni paese conquistato dai tedeschi; ogni paese alleato con la Germania; ogni cultura desiderosa di rendere distinguibile l’odiato ebreo.
L’ebreo colpevole. Lo sporco ebreo. L’ebreo ladro. L’ebreo disgustoso. L’ebreo di meno-che-umano. L’ebreo che può solo sbagliare – per tutto ciò che facciamo noi, naturalmente.
Eravamo obbligati a portare la stella gialla. Ce l’hanno fatta ingoiare. Significava disonore ed era associata con l’antisemitismo, come probabilmente sapete. Doveva essere un distintivo di vergogna come la lettera scarlatta di Hawthorne. Ma 6 milioni di volte peggio.
Oggi? Basta vergogna. Dammi una stella gialla. Trovane una e dammela, presto.
Voglio indossare una stella gialla sul petto a sinistra, dove ogni vittima dell’Olocausto era costretta a portarne una. Voglio andare in giro con una stella gialla su ogni singolo pezzo di vestiario che possiedo. Sulla mia American Apparel scollata a V, la mia felpa Nike, il maglione Ralph Lauren, la mia felpa Champion, la mia Diesel button-down, la giacca H&M, la maglia Adidas e il blazer Gap. Sulla spiaggia me ne metterò una sul petto nudo se occorre.
Voglio camminare per le strade di Parigi e affrontare gente come questa. Affrontare un ex-marine fuori dalla Casa Bianca vicino a questi amichevoli odiatori. A Bruxelles, nei Paesi Bassi, nelle moschee di Berlino, nelle strade del Canada – e Inghilterra soprattutto – per incontrare questo idiota. Vorrei andare nei campus negli Stati Uniti, come questo all’Università di California, San Diego a parlare con questa ragazza qui – indosserò la mia stella gialla.
Voglio che tutti mi vedano con quella e sentirli dire quando entro
‘Ehi, arriva l’ebreo, è proprio come tutti gli altri.
Pensa di essere così eccezionale e diverso.
Ma è solo uno sporco ebreo.
Un omicida di massa.
Uccide i bambini cristiani e musulmani e poi usa il loro sangue per le matzot, come tutti gli ebrei.
Quelli bombardano a tappeto sulla gente.
Pensano di essere così grandi, con i loro studi e il loro successo.
Uccidono i bambini, quegli ebrei.
Non lo sai? Sono gli ebrei che possiedono Hollywood, i media, le banche.
Sono la feccia della terra. Rubano le cose.
Hitler aveva ragione. Cos’era quel hashtag?
#Hitleravevaragione.
Andiamo a dipingere svastiche sulle tombe dei suoi nonni.
Andiamo a picchiarlo.
Uccidiamolo. Ammazziamo un rabbino a Miami.
Questo gli insegnerà — ad esistere’.
Voglio quel distintivo giallo così cattivo, il mio sangue sta bollendo.
Porca puttana, per me quella stella gialla è un simbolo di tutto ciò che è buono. Non solo per me, ma per il mondo.
È un simbolo del male superstite. È patrimonio e conoscenza. Tolleranza e ottimismo. È forza e fiducia a fronte della debolezza e insicurezza di coloro a cui non viene insegnato abbastanza bene ciò che le loro buone mamme avrebbero dovuto insegnare loro. Quella stella gialla è il coraggio. È educazione. Resistenza. È la ragione che sconfigge il torto. È coraggio e sacrificio, convinzione, ed è vita.
È testimonianza a tutti coloro che sono tragicamente morti indossandola, sia benedetta la loro memoria, affinché in futuro i loro fratelli e sorelle sopravvissuti imparino a non avere mai paura di ciò che sono. A non restare mai più in silenzio. A non chiedere scusa, ebreo o israeliano, per essere sopravvissuto. Grazie a loro e, anzi, per loro, da molto tempo questo distintivo giallo ha cessato di essere un distintivo di vergogna.
Per me, è una emblema giallo di vaffanculo-io-sono-qui-per-restare.
È una stella che oscura qualsiasi altro emblema che predica odio. Fa sparire forma e colore delle svastiche, delle bandiere nere dell’ISIS e di Al Qaeda, quelle verdi di Hamas o le gialle di Hezbollah.
Spero di riuscire a incontrare ogni bugiardo che mi chiama assassino di bambini o mi accusa di genocidio o di massacri. Gli sbatterò in faccia la mia stella gialla, gliela sbatterò per bene. Gli farò vedere e ricordare che cos’è un vero genocidio. Che cos’è un reale assassinio di bambini. Come sono per davvero la pulizia etnica e l’omicidio di massa. Che cosa significa realmente (tentare di) cancellare una razza. E dove vi porteranno l’ignoranza e l’odio e le bugie che avete scelto di seguire. Quegli accusatori non avranno bisogno di guardare la storia. Perché sta accadendo intorno a noi. Adesso. In tutto il mondo, non c’è luogo dove si possa evitare di vederlo.
Prima di essere ammassati fuori alle camere a gas circa 70 anni fa gli ebrei che indossavano la loro stella gialla udivano ‘Uccidete gli ebrei’, ‘Heil Hitler’, ‘L’unico ebreo buono è un ebreo morto’, ‘Ebreo ladro!’ – e tutto ciò che prima di essere ostracizzato dalla loro comunità, spogliati dei loro averi, proprietà, identità, umanità e alla fine, la loro vita. Sentivano parole. È successo anche in molti altri Paesi. Come nel paese di mio padre – l’Iraq. Un paese da cui è stato espulso perché era ebreo. Perché era uno sporco ebreo.
Comincia. Sempre. Con. Le Parole.
Lo stesso tipo di parole che sentiamo ora qui sui social media. Alle dimostrazioni. Nelle conversazioni. Parole che non hanno nulla a che fare con Israele. Palestina. Politica. Il Medio Oriente o qualunque altra cosa. Potete anche non essere solidali con ISIS e Hamas, ma se non cercate 24 ore su 24 sette giorni su sette di denunciarli per quello che sono, allora non siete parte della soluzione per liberare il mondo da loro.
Il mondo, proprio ora, è agitato da parole anti-Israele e antisemite. Parole antisemite a cui gli ebrei come me sono abituati. Sto parlando con te, Dieudonné. Mel Gibson. Roger Waters. E sto parlando con voi, leader islamici radicali, che dai vostri pulpiti predicate menzogne e odio e divisione in nome di Allah.
Sto parlando a voi, ciechi seguaci dell’Islam radicale, che vi riunite e cantate odio nelle piazze delle vostre città, alle dimostrazioni cittadine, tramando odio ebraico nelle vostre case o apertamente tra amici, nei media, e in rete – nei paesi democratici sfruttando la libertà di parola che l’Occidente vi ha dato, tra gente che per lo più vi ama.
Sto parlando con voi, persone dalla mentalità presumibilmente liberale – amici miei, anche – che avete speso troppo tempo parlando della mia Israele in lotta per la sua esistenza in una guerra difensiva, ma molto poco delle centinaia di migliaia di assassinati in Siria. In Iraq. Delle persone assassinato per essere seguaci di qualunque religione che non sia l’Islam. Molto poco parlate dell’ISIS che ha invaso il Medio Oriente e mette le teste sulle lance, spara alla gente nei fossati a migliaia. Pochissimo tempo parlate dei siriani gassati e di un vomitevole primo ministro turco che sputa quel genere di antisemitismo virulento che può terminare in un solo modo.
Voi, miei cari liberali di sinistra, state scegliendo il lato dell’odio. Siete decisamente ignoranti. E fate schifo. Sul fatto che la morte e la guerra sono terribili e che si dovrebbe smettere di uccidere non potremmo essere più d’accordo. Ma fino a quando non fornirete una soluzione per ISIS, Hamas, Hezbollah, Al Quaeda e le altre persone a cui inviate le vostre cartoline di Natale virtuali, fate un favore al mondo civile: tornate ai vostri articoli fascisti che a quanto pare sapete scrivere, ma non fate nient’altro. E mentre ve ne occupate, non dimenticate l’11 settembre,, Londra 7/7, gli attentati ferroviari a Madrid in Spagna o la maratona di Boston.
Guardatela bene, la mia stella gialla. Guardate da dove è venuta. Guardate cosa è stato fatto dopo che noi ebrei fummo costretti a indossarla e poi chiedetevi: stiamo facendo la stessa cosa agli altri? Noi ebrei? Noi israeliani? Siamo diabolicamente intenti a sterminare la gente? È davvero questo che vogliamo? O sono altri a fare quello che voi pensate che stiamo facendo noi – altri di cui vi rifiutate di parlare, né di condannare con un semplice post o un clic sul vostro pulsante Like.
Stupidi, io non vado da nessuna parte.
Mai più.
Anche se alcuni potrebbero desiderarlo, MAI PIÙ.
Per chiunque altro legga questo da lontano, e che potrebbe essere d’accordo con quello che sto dicendo, sia ebrei che non ebrei, non siate dispiaciuti per me, la mia famiglia, i miei amici. Non siate dispiaciuti per noi. Noi stiamo bene e non abbiamo paura. Mi piace pensare che conoscete la situazione e che probabilmente siete dalla nostra parte. Non solo perché sapete che non riusciranno a farla finita con noi, ma perché siete sani di mente e non siete ciechi.
Non abbiate paura perché io non sono intenzionato a essere una vittima. Nessuno di noi lo è. E spero che neppure voi lo siate. La mia stella gialla sta guardando in faccia l’estremismo. Tutte le nostre stelle gialle stanno guardando in faccia tutti. Accecando gli estremisti con questa schifosa luce in un mondo che sta diventando sempre più nero.
Sono innamorato della stella gialla?
Hai dannatamente ragione, che lo sono.

Questo articolo è apparso come una lettera al redattore dell’edizione europea del New York Times

Di Eitan Chitayat (qui, traduzione mia)

Già, si comincia sempre con le parole. Come in questo volantino di una decina d’anni fa, per esempio.
RutgersRally
barbara

SE NON ORA, QUANDO?

(da questa sera a domani sera è Yom ha Shoah. Dato che non ci sarò, posto adesso questo ricordo)

se-non-ora (qui)
Ci riconoscete? Siamo le pecore del ghetto,
Tosate per mille anni, rassegnate all’offesa.
Siamo i sarti, i copisti ed i cantori
Appassiti nell’ombra della Croce.
Ora abbiamo imparato i sentieri della foresta,
Abbiamo imparato a sparare, e colpiamo diritto.
Se non sono io per me, chi sarà per me?
Se non così, come? E se non ora, quando?
I nostri fratelli sono saliti al cielo
Per i camini di Sobibór e di Treblinka,
Si sono scavati una tomba nell’aria.
Solo noi pochi siamo sopravvissuti
Per l’onore del nostro popolo sommerso
Per la vendetta e la testimonianza.
Se non sono io per me, chi sarà per me?
Se non così, come? E se non ora, quando?
Siamo i figli di Davide e gli ostinati di Massada.
Ognuno di noi porta in tasca la pietra
Che ha frantumato la fronte di Golia.
Fratelli, via dall’Europa delle tombe
Saliamo insieme verso la terra
Dove saremo uomini fra gli altri uomini.
Se non sono io per me, chi sarà per me?
Se non così, come? E se non ora, quando?

PRIMO LEVI

riprovateci adesso, bastardi

barbara

MAI PIÙ

Quattro anni fa ho scritto questo testo. Poiché da allora a oggi le cose, se sono cambiate, lo sono in peggio, lo ripropongo senza alcuna modifica.

C’ERA UNA VOLTA LA GIORNATA DELLA MEMORIA

C’era una volta la memoria. La memoria di un evento indicibile. La memoria di un evento talmente inimmaginabile che persino chi riusciva a sfuggire e a darne testimonianza, mentre stava accadendo, non veniva creduto. E per non lasciare che la memoria di ciò che la specie umana era riuscita a perpetrare rischiasse di andare perduta, qualcuno ha pensato di istituire una “Giornata della memoria”. Una volta.
Poi … poi è accaduto ciò che spesso accade, quando si ha a che fare con questa tematica. Con l’ebraismo, intendo dire. Con gli ebrei, per la precisione. È successo che qualcuno, da subito, si è sentito disturbato dall’idea che ci si occupasse degli ebrei. Che ci se ne occupasse non per farli fuori, non per accusarli di ogni sorta di nefandezze, non per demonizzarli, bensì per ricordare che dopo millenni di persecuzioni diffuse e generalizzate e punteggiate da un discreto numero di stermini di massa e da un immenso numero di stermini “minori”, si era infine arrivati a programmarne lo sterminio totale, e ad avviare con buoni risultati l’esecuzione del programma. Il primo passo fatto per boicottare la neo-istituita giornata della memoria è stato il tentativo di allargare la commemorazione ad altre vittime. Il secondo, e tuttora in corso, è stato molto più infame, più subdolo, più vigliacco, più ipocrita, più osceno: è stato un totale ribaltamento – di quei ribaltamenti a cui gli antisemiti da lunga data ci hanno abituati – dell’intero panorama. Hanno inventato, gli antisemiti, la storia delle “vittime che si sono fatte carnefici”. Hanno inventato “i nuovi nazisti”. Hanno inventato “l’olocausto del popolo palestinese” – un popolo che in sessant’anni di ininterrotto olocausto, sterminio, genocidio, si è quasi decuplicato, ma chi sta a badare a questi dettagli? E hanno scippato la giornata della memoria: vanno lì, ora, alle manifestazioni commemorative, a spremere la loro brava lacrimuccia. Ci vanno nell’illusione che ciò basti a ingannarci. Ci vanno nell’illusione di ricostruirsi, con ciò, una verginità. Ci vanno per sentirsi poi tranquilli con la propria coscienza quando, dopo avere pianto per gli ebrei morti, latrano come cani rabbiosi quando gli ebrei vivi tentano disperatamente di restare vivi resistendo al rinnovato progetto di sterminio, strepitano come vergini violate quando gli ebrei vivi mostrano di voler davvero tenere fede al “mai più come pecore al macello”. Si ha veramente l’impressione che a costoro piaccia talmente tanto commemorare l’olocausto, da prodigare ogni aiuto e ogni sostegno, materiale e morale, a coloro che stanno progettando e tentando di metterli in condizione di poterne presto commemorare due. Per questo mi auguro di poter dire al più presto possibile “C’era una volta la giornata della memoria”, per non dover più fornire, coi nostri morti e col nostro dolore, un alibi ai peggiori sentimenti che l’animo umano possa albergare: anche in questo campo è davvero arrivato il momento di giurare, solennemente, MAI PIÙ.

Da allora, da quando ho scritto questo testo, ho mantenuto fede al mio proposito di boicottare l’osceno sfruttamento della giornata della memoria. Degli ebrei sterminati ho parlato in altre date, e in altre ancora ne parlerò, ma non oggi. Oggi il mio omaggio agli ebrei sterminati si concretizzerà in un omaggio agli ebrei vivi, che lottano per restare vivi. Agli ebrei che lavorano. Che inventano. Che producono. CHE SORRIDONO. Questi:

barbara

DI GUERRA E DI PACE

In attesa della possibile-probabile-temuta-sperata-terrorizzante-salvifica guerra in Medio Oriente, ho ripescato questa vecchia cosa che forse – forse – potrebbe fornire uno spunto di riflessione.

Pensiero mattutino
Data:    Friday, September 20, 2002 11:23 AM

Di solito non scrivo mail “di massa”. E la politica mi interessa poco. Poi sono anche molto ignorante.
Ma sentire le parole di Bush, e vedere nei suoi occhi la violenza. Percepire che la Pace non è più una possibilità ricercata ma quasi un lusso da signorine e vedere la faccia sorridente del nostro premier, cioè, volenti o nolenti, di noi tutti italiani, lì di fianco a sottolineare il suo consenso…
E poi penso a me, che faccio? Sto forse nutrendo, inconsciamente, lo stesso Leviatano? Sono forse i miei pensieri, le mie parole, a portarmi distrattamente là dove la violenza si compie? Come vedo il mio prossimo? C’è ancora possibilità di pace, dentro di me? E come la incarno nei miei gesti quotidiani?
Il mio silenzio è un marchio a fuoco. Posso veramente non ritenermi responsabile di ciò che accade là fuori?
Grazie dei 2 minuti di attenzione.
Stefano B

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Caro Stefano,
ritengo sempre utile riflettere, specialmente di primo mattino, quando si è più freschi, riposati, calmi.
La riflessione si chiama così perché consiste di una serie approfondita di ragionamenti e pensieri elaborati e rielaborati, dunque è bene riflettere proprio quando le capacità intellettive sono al massimo delle potenzialità.
Quando si parla di guerra si parla inevitabilmente di morti, tragedie, sofferenze immediate e “a lunga cessione”: l’Europa è ancora ben giovane per aver dimenticato gli orrori di ben due guerre (e mezza) del secolo passato. Una riflessione sulla guerra dunque dovrebbe impegnare più di un solo mattino. Perché la guerra non è uno scherzo, ma il male in assoluto che come Umanità dobbiamo cercare di impedire ad ogni costo.
Nel caso specifico dell’Iraq guidato dalla dittatura di Saddam Hussein occorre ricordare -durante la riflessione- ciò che accadde il 7 Giugno 1981 a Tammuz, vicino Baghdad: con un’azione di “legittima difesa preventiva” l’aviazione militare israeliana bombardò e distrusse il reattore nucleare di Osiraq.
Quella data segna un importante stop al programma iracheno volto alla costruzione della bomba atomica. Quella fu un’azione di guerra o, se si preferisce, una “illegittima azione di pirateria internazionale”, ma a seguito di quell’azione il dittatore Saddam Hussein non possedeva più la capacità tecnologica per dotarsi di armamenti nucleari. È da ricordare che il 1981 fu un anno terribile per il Medio Oriente: la guerra civile in Libano, gli attacchi militari dal Libano contro Israele, la guerra Iran-Iraq, l’attentato al presidente egiziano Anwar El Sadat… Era insomma in corso l’inferno o giù di lì e TUTTO poteva accadere. Dopo il 7 Giugno però da quel “tutto” si poteva togliere -almeno per un lungo periodo di tempo- la capacità di un conflitto atomico in Medio Oriente.
Ricordando questo antefatto si deve tener conto di un altro episodio, un’altra pagina buia per l’Umanità: il bombardamento con armi chimiche sulla popolazione civile irachena di etnia curda nel nord dell’Iraq da parte della aviazione militare di Saddam Hussein nel 1988. Più di 5000 -cinquemila- morti, uomini, donne, vecchi, bambini, uccisi dal gas nervino. Ciò che rende più amara quella pagina buia dell’Umanità è che l’Umanità era stata avvertita dallo Stato di Israele circa la minaccia crescente del rais di Baghdad, ma l’Umanità rispose che era troppo furba per cadere nella trappola del Primo Ministro israeliano Shamir di “deviare l’attenzione” del mondo dall’Intifada in corso nei Territori palestinesi occupati.
Le immagini dei Curdi che giacevano a terra dopo aver sofferto indicibilmente catturarono l’attenzione di pochi media nel mondo, attenzione che era spasmodicamente rivolta solo e soltanto alla Intifada palestinese. Allora un Palestinese ferito contava molto più di cinquemila Curdi sterminati col gas. Era il 1988 e Saddam stava lentamente preparandosi ad attaccare il Kuwait e l’Arabia Saudita. Questi piani militari erano stati desunti da informazioni dei servizi segreti israeliani e per mesi ed anni Israele tentò invano di attirare l’attenzione sulla minaccia crescente, minaccia che puntualmente si attuò il 2 Agosto 1990 con l’invasione del Kuwait che dette inizio alla Guerra del Golfo (che tanti erroneamente fanno cominciare solo nel Gennaio 1991 quando una forza multinazionale avallata dall’ONU iniziò le operazioni militari di reazione per liberare il Kuwait). Le azioni di guerra cessarono con l’avvenuta liberazione dello stato arabo (non era Saddam l’obiettivo e dunque Saddam fu lasciato al suo posto: se fosse stato detronizzato si sarebbe trattato di un’azione illegittima di pirateria internazionale). L’inizio e la fine della guerra sono dunque collegate all’invasione e alla liberazione dello Stato del Kuwait.
Le Nazioni Unite, allo scopo di evitare il riarmo dell’Iraq e per garantire le minoranze etniche, istituirono delle sanzioni commerciali e stabilirono due zone semi-autonome a sud e a Nord del paese (dove vivono le minoranze sciite e curde, spietatamente perseguitate come ricordato prima) vietandone il sorvolo da parte dei Jet militari iracheni (sono le famose “no-fly zone).
Venne inoltre deciso l’invio di ispettori ONU per verificare la presenza e conseguentemente la distruzione di armi convenzionali e di distruzione di massa.
Gli ispettori non hanno mai avuto il permesso di ispezionare moltissimi siti “sospetti” e dopo essere stati espulsi una prima volta sono stati riammessi ma ancora senza poter svolgere realmente il proprio lavoro. Essi poi sono stati definitivamente riespulsi nel 1998. Quattro anni fa.
Come Israele lanciava l’allarme nel 1981, 1988 e 1989 e 1990 così sempre Israele (che la trentina di missili Scud iracheni su Tel Aviv ricordano aver ben ragione di temere per la propria sicurezza nonché per la propria sopravvivenza) ha lanciato più volte un più accorato -e come al solito inascoltato- allarme Iraq.
Stavolta la minaccia è di tipo nucleare.
Ma a questo punto occorre allungare la riflessione col ricordo dell’11 Settembre 2001: un giorno che insegna all’Umanità che la barbarie esiste e si può scatenare OVUNQUE. Un giorno che sottolinea come i pazzi che vogliono distruggere il mondo esistono e -soprattutto- agiscono davvero.
Dopo l’11 Settembre è stato immediatamente chiaro che la nuova minaccia alla sicurezza mondiale non poteva essere sottovalutata e che gli allarmi da Israele dovevano essere presi nella necessaria considerazione.
Il problema di un Iraq che sarebbe stato in possesso della bomba atomica entro il 2003 (notizia nota da almeno 12 anni) non poteva più essere trascurato.
A questo punto tralascerei “la violenza negli occhi di Bush” (anche perché il meraviglioso sguardo sorridente di Saddam Hussein mi ricorda quanto sia poco determinante l’espressione del volto) e mi riferirei al concetto espresso da un capo di stato e di governo che ha atteso con pazienza prima di colpire il centro di comando di Al Qaeda in Afghanistan e che ha avuto sangue freddo e conservato la calma per tranquillizzare la propria nazione così tragicamente e storicamente colpita.
Il concetto è questo: “non possiamo permetterci il rischio di aspettare di essere colpiti con armi di distruzione di massa”.
Ho molto semplificato ma il punto centrale è proprio questo. Non penso sia un “lusso per signorine” ricercare la pace, non lo penso perché la storia me lo ha insegnato, non lo penso perché i racconti dei nonni e della mamma me lo hanno insegnato, mi hanno insegnato cosa voglia dire la parola “guerra” e quanto di tragedia essa porti con sé. Però penso che nel 1938 durante i Patti di Monaco le democrazie occidentali abbiano commesso un grave, orrendo, fatale errore nel sottovalutare la potenza e la volontà di distruzione, conquista e sterminio della Germania nazista e mi domando quanti milioni di morti si sarebbero potuti evitare dichiarando SUBITO guerra a Hitler e dimostrando in tempo la forza del Diritto e della Democrazia a chi proprio il Diritto e la Democrazia voleva sconfiggere (A PROPOSITO DI GUERRA).
Nel 1945 la Germania nazista e il Giappone erano molto vicini alla costruzione dell’arma atomica. Questo significa che se il mondo avesse aspettato ancora pochi anni -se non addirittura mesi- prima di opporsi alla volontà di guerra delle dittature, già sessant’anni fa avremmo avuto un conflitto nucleare.
Un conflitto nucleare che sarebbe stato scatenato per primo da chi per primo nella storia ha scatenato i conflitti:
Hitler nel 1939
Saddam Hussein nel 1990
Milosevich nel 1992 e nel 1999.
Conflitti che non sono stati fermati dalla volontà popolare (come potrebbe accadere per gli stati democratici) perché stati democratici quelli non erano. Quei conflitti sono stati fermati soltanto da ciò che in ultima istanza poteva e può fermare una guerra. Non il trattato internazionale meglio conosciuto come “Patti di Monaco” ha fermato -come si erano illuse le democrazie occidentali ed i pacifisti- Hitler, ma gli sbarchi angloamericani in Sicilia, Anzio, Costa Azzurra e Normandia, le avanzate sovietiche in Finlandia, Polonia, Ungheria e Balcani…
Milioni di vivi hanno aspettato invano la liberazione, milioni di morti sono stati necessari per liberarci.
Dopo esser stati ciechi di fronte al terrorismo suicida in Israele -credendo si trattasse di un fenomeno isolato e circoscritto, credendo nella spontaneità di quei “sacrifici” e soprattutto credendo che essi fossero solo il frutto della “disperazione” senza invece approfondire il fenomeno come invano Israele chiede da tempo- in molti hanno visto l’11 Settembre cosa davvero significa “terrorismo suicida” e che cosa può comportare tale nuova strategia militare,  … vincente su Israele, vincente sugli Stati Uniti d’America, in altre parole, VINCENTE punto e basta.
Se è vero che la storia deve servire da lezione per non commettere in futuro gli errori passati allora devo cambiare il concetto del presidente Bush (“non possiamo permetterci il rischio di aspettare di essere colpiti con armi di distruzione di massa”) in una domanda:
Possiamo permetterci il rischio di aspettare di essere colpiti con armi di distruzione di massa?
Possiamo rischiare -ancora nella storia- altri milioni di morti?
È una domanda che mi faccio senza avere il magnifico sorriso sul volto.
Al mio più energico NO, NO ALLA GUERRA NUCLEARE DI SADDAM HUSSEIN, no alla distruzione atomica di Tel Aviv, Londra o Francoforte, non posso avere il magnifico sorriso sul volto, ma la mia più ferma determinazione per evitare la catastrofe.
Che può esser interpretata come “violenza negli occhi”.
Milioni di persone avrebbero voluto quell’espressione sul volto di Chamberlain a Monaco di Baviera nel 1938.
Fermare Bush e Blair. Ma Saddam chi lo ferma? Gli ispettori che arriveranno non potendo ispezionare enormi capannoni denominati “palazzi presidenziali” e “dunque non ispezionabili”?
Possiamo davvero aspettare quel giorno in cui da Baghdad arriverà la dichiarazione “abbiamo l’arma atomica” (condito magari da un bel “Grazie per avercelo permesso”)?
Possiamo davvero attendere un lampo accecante da Tel Aviv, Londra, Francoforte, Milano o New York senza fare niente?
Saddam Hussein sa come rimanere al potere e sa anche che dopo quell’annuncio al mondo ci resterà per sempre. Da quel momento però il mondo intero vivrà con la bomba atomica di Damocle.
Saddam ha fatto cadere tante spade: sui Curdi, su Israele, sul proprio popolo. Possiamo davvero rischiare un’altra spada stavolta accecante?
Rivolgendo l’attenzione ai famosi sporchi interessi, alla famosa frase della “guerra per il petrolio” (come se l’invasione irachena del kuwait non fosse volta proprio ad impossessarsi dell’oro nero kuwaitiano), Saddam ha ultimamente riammassato truppe militari vicino al confine col Kuwait ed inoltre non ha mai smesso di rivendicare la “proprietà” del Kuwait.
Davvero possiamo rischiare che un feroce dittatore -che fa a pezzi il poeta di corte perché non ne aveva gradito la poesia quel giovedì mattina- possa di nuovo impossessarsi con una guerra del Kuwait e continuare impunemente in Arabia Saudita arrivando così a poter ricattare il mondo con un’altra arma -ben più temibile- il controllo pressoché totale del petrolio?
L’arma atomica in mano irachena mi fa scrivere quella frase “continuare impunemente in Arabia Saudita”: quale paese al mondo infatti si esporrebbe a una rappresaglia nucleare se Saddam Hussein volesse “solo” conquistare qualche milione di chilometri quadrati di deserto?
Immaginiamoci per un istante -uno solo per carità!- la potenza di un Hitler con l’arma atomica ed il controllo mondiale sul petrolio.
Ma non occorre molto sforzo di immaginazione: fermandoci soltanto alla minaccia atomica potremmo ricordare le impunite (perché impunibili, pena la rappresaglia nucleare) invasioni sovietiche dell’Ungheria nel 1956, della Cecoslovacchia nel 1968 e dell’Afghanistan nel 1979, o che dire della Cina -altra potenza nucleare- che si può permettere il lusso (da signorine?) di schiacciare con i carri armati migliaia di studenti “colpevoli” di protestare in piazza Tien-an-men… Addirittura sotto gli occhi delle telecamere.
La stessa cosa pensavano di fare Saddam Hussein nel ’90 e Milosevich nel ’92, ma per questi ultimi due casi fortunatamente (anche se lentamente) il mondo ha potuto opporsi. Per fortuna non avevano armi di distruzione di massa. Quanto al petrolio, ci ha pensato Saddam a quello kuwaitiano perduto: ordinando in ritirata l’incendio dei pozzi petroliferi che ha oscurato il cielo per mesi. Ma chissà se di questo hanno qualche notizia o si ricordano più coloro che volgono lo sguardo (lo volgono?) sulla storia irachena.
Spero non ci sia la guerra, spero non ci sia la necessità della guerra. Ma c’è sempre quella domanda…
Possiamo permetterci il rischio di aspettare di essere colpiti con armi di distruzione di massa? Possiamo permetterci di aspettare in silenzio senza fare qualcosa per evitare il peggio, l’irreparabile?
Uso volentieri le Tue parole:
“Il mio silenzio è un marchio a fuoco. Posso veramente non ritenermi responsabile di ciò che accade là fuori?”
La riflessione va fatta di mattina e non di sera perché altrimenti si rischia di trascorrere una lunga notte insonne.
Questa mia è stata una riflessione più lunga di due minuti e me ne scuso, ma quando si parla di guerra è bene riflettere più a lungo di soli due minuti. Ti ringrazio per avermi dato la possibilità di riflettere ancora: quando si parla di guerra nulla deve essere dato per scontato, nemmeno che il passato non ritorni.
Al riguardo ho sentito un brivido l’altro giorno, al primo anniversario degli attacchi terroristici a New York e Washington: qualcuno ha detto “MAI PIÙ”…
Lo avevano detto anche per Auschwitz, poi sono stati sterminati civili con il gas in Iraq, sono comparsi campi di concentramento in Bosnia, si è saputo di cadaveri di kossovari fatti sparire nelle fonderie della Serbia…
Si dice “MAI PIÙ” ma intanto non si fa niente perché non riaccada.
Non mi resta che congedarmi con il saluto più adatto, un saluto che è una profonda speranza,
SHALOM!
(Pace)
Federico

“Quando si parla di guerra nulla deve essere dato per scontato, nemmeno che il passato non ritorni”
E non aggiungo commenti.

barbara

IL MASSACRO DI JÓSEFÓW

Il libro della memoria contiene un resoconto del massacro perpetrato a Józefów la mattina in cui Felunia e suo fratello raccoglievano frutti di bosco. L’ha scritto Frantsishka Bram. Nelle prime ore di quel 13 luglio 1942 arrivò a Józefów un plotone tedesco incaricato di uccidere donne, bambini, anziani e malati. I maschi in grado di lavorare vennero separati dagli altri. Un viavai di camion prelevava le sventurate vittime dalla piazza del paese e le portava a morire nei boschi vicini.

In piazza, in mezzo alla folla disperata, c’era il Dottor Fürt, un ebreo di Vienna che aveva più di settant’anni ed era stato colonnello dell’esercito austriaco… Si voltò verso di noi e ci disse: “È duro morire, lo so. Consolatevi pensando che i vostri persecutori andranno incontro a una morte terribile. Le generazioni future non avranno pietà di loro. Sia maledetta la Nazione di questi scellerati.” Aveva parlato ad alta voce e in tedesco: loro lo guardarono esterrefatti… Videro le sue decorazioni della Grande Guerra. Il Dottor Fürt urlò poi agli ebrei: “Se qualcuno di voi sopravvive e per caso incontra mio figlio, gli dica che suo padre non ha avuto paura degli assassini al soldo di Hitler!”
I tedeschi lo fecero a pezzi. Sua moglie era una nobile austriaca, cristiana. Morì con lui.

Durante le incursioni nelle case degli ebrei, i tedeschi uccidevano sul posto i più vecchi e i più deboli, che non erano in grado di raggiungere la piazza. Fra loro ci fu anche Jacob Lipschitz, l’ultimo rabbino di Konin. Gli spararono nel letto.


Post scriptum   Nell’estate del 1993, quando avevo già scritto del massacro di Józefów, ho avuto occasione di leggere un libro agghiacciante, Uomini comuni, scritto dallo storico americano Christopher Browning. Studiando la documentazione sui crimini di guerra nazisti depositata a Stoccarda, sede del coordinamento delle indagini, Browning trovò un atto d’accusa contro il Battaglione di Polizia 101, unità della Ordnungspolizei, la polizia civile tedesca. Uomini comuni è basato sostanzialmente sui verbali degli interrogatori degli uomini del Battaglione, quasi tutti membri ormai di mezz’età della classe operaia di Amburgo. Per il Battaglione 101 le atrocità di Józefów dovevano essere una sorta d’iniziazione agli eccidi di massa. Il racconto di Browning di quel 13 luglio 1942 ci presenta il massacro attraverso un’ottica diversa, quella degli assassini. Salvo alcune marginali discrepanze, tutto coincide. Ma il quadro che emerge nel libro è assai più terrificante di quello lasciatoci dalle fonti ebraiche del Libro.
Browning ha scoperto che, mentre gli ebrei venivano rastrellati e condotti in piazza, il medico della squadra e un sergente tennero ai loro uomini un corso accelerato sul trattamento da riservare alle vittime. Il primo carico di trentacinque-quaranta ebrei fu portato nei boschi a qualche chilometro dalla città. (Browning non parla mai della cava di pietra.) Al loro arrivo «si fecero avanti altrettanti poliziotti della Prima Compagnia, che furono abbinati
faccia a faccia alle loro vittime». Agli ebrei fu ordinato di distendersi per terra, in fila. «I poliziotti, vennero avanti e piazzarono le baionette sulla spina dorsale delle loro vittime, al di sopra delle scapole, secondo le istruzioni ricevute» e, al segnale del sergente, spararono all’unisono.
«Quando giunse il rumore della prima salva, dalla piazza si levò un urlo terribile: gli sventurati avevano capito qual era il loro destino. Da quel momenta in, poi, tuttavia, gli ebrei manifestarono una compostezza “incredibile” e “sorprendente”.»
Le esecuzioni si protrassero per ore. Anche gli uomini della Seconda Compagnia parteciparono al massacro ma, diversamente dai loro commilitoni, non avendo ricevuto istruzioni sul modo di sparare, ignoravano che il modo migliore per uccidere fosse «innestare le baionette per prendere la mira». Browning cita le parole di uno degli uomini: «All’inizio sparavamo a mano libera. Se si mirava troppo in alto, esplodeva tutto il cranio: c’erano pezzi di cervello e di ossa dappertutto.» Puntando l’arma sul collo si rischiavano altri inconvenienti: «Con quello sparo a bruciapelo il proiettile colpiva la testa della vittima con una traiettoria che provocava l’esplosione dell’intero cranio o dell’intera nuca: sangue, frammenti di ossa e pezzi di cervello si spargevano ovunque, imbrattando gli uomini del plotone.» Ben pochi tedeschi avevano fatto richiesta di esenzione da quel lavoro, ed erano stati esauditi. Qualcuno trovò delle scuse per defilarsi. Terminato il lavoro tutti ricevettero dosi abbondanti di alcolici.
Alla fine di quel lungo giorno d’estate i tedeschi se ne andarono letteralmente saturi del sangue delle vittime, lasciando nel bosco 1500 cadaveri di donne, bambini e anziani. Alcuni giacevano morti sulle porte di casa, fucilati sul posto mentre tentavano di fuggire o di nascondersi. Mia zia Bayla doveva essere stata fra questi. (Konin, pp. 546-550)

Oggi, 27 di nissan, è Yom haShoah.

Qui qualche immagine di quel mondo che la Shoah ha cancellato dalla faccia della terra, ma che noi non ci stancheremo di far rivivere col nostro ricordo. Così come non ci stancheremo di di stare dalla parte degli ebrei vivi, combattendo sia chi cerca di eliminarli con le armi, sia chi cerca di eliminarli con le menzogne: mai più come pecore al macello.

am israel chai  

barbara