ACCADUTO IN UN AEROPORTO IN GERMANIA

C’era un padre ebreo ortodosso insieme ai suoi undici figli in sala d’aspetto per prendere l’aereo quando una signora tedesca dice rivolgendosi all’uomo “come è possibile badare a cosi tanti bambini piccoli e tutti insieme?” Al che l’uomo senza scomporsi replicò: “ho ancora molta strada da fare per arrivare ad un milione e mezzo! (qui)
Sì, manca ancora molta strada, ma 77 anni dopo l’apertura di Majdanek i discendenti delle vittime sono qui (e hanno uno stato!), il nazismo no.

barbara

ANTON L’ALLEVATORE DI COLOMBE

La mia nonna paterna era convalescente da un ictus. Riusciva a camminare aiutandosi con un bastone. Tremavo al pensiero di doverla portare là. I nazisti stavano preparando qualche azione subdola. Sapevo che l’ospedale non era abbastanza grande per accogliere tutti gli ammalati del ghetto.
Quando fui ritornato dalla piazza, mia madre studiò la mia espressione. Nel suo sguardo si leggeva lo spavento. Mi domandò che cosa stesse succedendo là fuori, che cosa dicesse la gente, e io le mentii. Non parlai dei riflettori, ma compresi che sapeva quel che sarebbe accaduto.
Aveva riempito la sua valigetta, e il suo impermeabile, accuratamente ripiegato, era steso sul divano, come se dovesse partire per un viaggio che l’avrebbe tenuta fuori per la notte, come accadeva di solito prima della guerra. Pronunciammo solo poche parole: comunicavamo attraverso il silenzio, con il cuore in tumulto. Mio padre tirò fuori il vecchio album delle foto di famiglia e si mise in piedi vicino alla finestra, voltando lentamente le pesanti pagine. Guardai sopra la sua spalla e vidi che stava osservando il proprio ritratto nuziale. Lo trasse fuori dall’album e se lo mise nella tasca interna del vestito. Feci finta di non aver visto.
[…]
Era passato mezzogiorno, e mia madre era indaffarata in cucina. Aveva trovato della farina e qualche patata che era riuscita a mettere da parte, e arrivò con una zuppa deliziosa e frittelle di patate cosparse di cipolle fritte. Mi chiedevo: sarà questo il nostro ultimo pasto insieme?
Entrarono alcuni amici e vicini con espressioni spaventate sul volto, a confermare le voci sulla deportazione imminente e a dire arrivederci. Venne la famiglia Zilber, e piangevano tutti. Non riuscivo a impormi di dire ‘arrivederci’ a nessuno: temevo che non li avrei rivisti mai più.
Erano quasi le quattro del pomeriggio quando mia nonna, con indosso il suo vestito migliore, uscì dalla propria camera. Se qualcuno avesse voluto accompagnarla all’ospedale, disse, lei era pronta. Ci offrimmo mio fratello e io. Lei insistette per camminare da sola, così la sorreggemmo appena per le braccia nel caso incespicasse. Camminava diritta, con la testa alta; a tratti guardava uno di noi due senza dire una parola. La gente ci sorpassava confusa. Sembravano uccelli in gabbia in cerca di una via di fuga. Un uomo di una certa età, che portava sulle spalle un fagotto enorme, ci fermò e ci chiese l’ora. «Che bisogno ha di sapere l’ora?», chiesi. Mi guardò come turbato dalla domanda e rispose: «Presto sarà il momento della preghiera della sera, non lo sai?». E continuò per la propria strada, parlando tra sé e tenendo lo scomodo fagotto in equilibrio sulle spalle.
Quando raggiungemmo il portone dell’ospedale, mia nonna insistette perché la lasciassimo lì. Sarebbe andata avanti da sola. Con il cuore grosso le diedi un bacio di commiato. Sorrise e si volse verso di noi, dicendo: «Com’è che si dice in questi casi? ‘State bene’?» Poi sparì dietro la cadente porta imbiancata dell’ospedale. Avevo bisogno di piangere, ma mi vergognavo di farlo davanti a mio fratello maggiore. Deciso a dar prova di quanto fossi duro, trattenni le lacrime. Tornammo indietro camminando in silenzio, probabilmente pensando entrambi alla stessa cosa.
Non dimenticherò mai il ritorno a casa dopo aver accompagnato la nonna all’ospedale. Mia madre era in cucina a salutare una delle sue amiche. Non l’avevo mai vista piangere come allora. Quando ci vide ci corse incontro e tra le lacrime ci supplicò di darci alla macchia. Ci implorò di rimanere in vita, così da poter raccontare al mondo quello che fosse successo. La sua amica piangeva con lei, e io mi sentii spezzare il cuore.
Entrò un vicino a dirci che il ghetto era circondato da uomini delle SS armati e che la deportazione stava ufficialmente per avere inizio. La polizia del ghetto era in stato di massima allerta, ed era impossibile ricavarne alcuna informazione.
Mio fratello e io ci voltammo e corremmo fuori di casa. Senza fermarci, corremmo per tutto il ghetto fino ad arrivare, grondanti di sudore, alla recinzione. Dall’altra parte del recinto c’era un circolo di ufficiali nazisti; più in là, in mezzo a un campo, una scuderia. Le guardie ucraine, con i loro fucili, erano ormai all’interno del ghetto. Scavalcammo la recinzione alle loro spalle, e fummo dall’altra parte. Entrammo nella stalla da una porta laterale. Per quel che potevo vedere, non c’era nessuno. I cavalli girarono la testa e ci osservarono. Mio fratello decise che dovevamo nasconderci separatamente, così che, se uno di noi fosse stato scoperto, l’altro avrebbe avuto ancora una possibilità. Mi arrampicai sui travicelli fin sopra a una piattaforma di legno incastrata tra due grosse travi. C’era abbastanza fieno per potermi coprire, e mi distesi bocconi. Attraverso le larghe fessure tra le assi della piattaforma potevo scrutare tutta la scuderia sotto di me. Scoprii anche una fessura nel muro che mi consentiva un’ampia vista della strada dall’altra parte della scuderia.
[…]
Nel rimettere a posto il panino sentii la porta che si apriva e vidi entrare un uomo. Camminò fino all’altro capo della scuderia e depose un pacchetto in una cesta. Poi si prese cura dei cavalli, fischiettando una vecchia canzonetta polacca. Dev’essere lo stalliere, pensai. Sembrava ancora giovane, anche se non potevo vederlo chiaramente in viso: aveva un’andatura svelta e portava con facilità pesanti balle di fieno. Temetti che facendo quel trambusto potesse attirare attenzione; si mise ad andare e venire, riempiendo d’acqua il secchio da cui bevevano i cavalli.
[…]
Dovetti cadere addormentato. Quando mi svegliai, udii forti rumori provenire da dietro la recinzione. Guardai attraverso la fessura nel muro: fuori era buio. D’un tratto risuonò forte un coro di pianti e grida, inframmezzato da voci che urlavano ordini in tedesco. Seguirono dei colpi di fucile, e altre voci che invocavano dei nomi trafissero l’oscurità. All’udire grida di bambini rabbrividii.
Mi sembrò di sentire le urla del mio cuginetto di quattro anni, che era là con la madre – mia zia -, la sorella di quest’ultima e le sue due bellissime figliolette. Erano tutti là, in trappola, disperati e inermi. Pensai al signor Gutman, il nostro amico che, qualche anno prima, aveva dichiarato che Dio era in esilio. Mi chiesi dove fosse e che cosa dicesse ora. Ero in ansia per mia nonna e per quello che le stavano facendo all’ospedale. Spaventato e pieno di apprensione com’ero, decisi di andare avanti, di non arrendermi.
Sentii il cigolio della porta; guardai giù e vidi scivolare fuori lo stalliere, che fermò la porta con un sasso per tenerla aperta. I rumori che provenivano dall’esterno si facevano più forti; i cavalli divennero inquieti e cominciarono a nitrire. I colpi di fucile erano più frequenti e risuonavano molto più vicini di prima. Tutti quei rumori proseguirono per la maggior parte della nottata. Sembrò un’eternità.
In mezzo a quella moltitudine che urlava e piangeva, immaginavo mia madre che mi implorava di rimanere vivo, e potevo udirla invocare aiuto. Cominciai a domandarmi se mio padre fosse con lei e dove fosse mia sorella.
Era quasi l’alba quando i rumori cominciarono ad attenuarsi. Stava sorgendo il sole; sembrava l’inizio di una calda giornata d’agosto. Si udivano ormai solo sporadici colpi di fucile, e un forte ronzio che faceva pensare a sciami di api che volassero in alto: era il rumore di migliaia di piedi strascicati sul selciato. Guardando attraverso la fessura nel muro, potei vedere lunghe colonne di persone scortate da uomini delle SS armati, con cani al guinzaglio. La maggior parte della gente portava in spalla degli zaini; altri tenevano tra le braccia quel che rimaneva delle loro proprietà. Fissai lo sguardo su tutte le persone che potevo, nella speranza di riconoscere un volto. Volevo sapere se mia madre era tra di loro, e cominciai a sforzare gli occhi, finché non ci vidi più. Mi chiedevo se mio fratello, all’altra estremità della scuderia, fosse in grado di vedere fuori. Dalle posizioni in cui ci trovavamo, non avevamo modo di comunicare.
[…]
Improvvisamente udii delle voci sotto di me. Prima di capire di chi fossero, vidi lo stalliere che si arrampicava verso il mio nascondiglio. Non riuscivo a capacitarmene. Smisi di respirare. Due uomini delle SS, con l’elmetto d’acciaio e il fucile, stavano in piedi sulla porta e guardavano lo stalliere che saliva. Lui arrivò vicino alla piattaforma su cui ero steso e a voce alta mi disse di scendere. «Sono venuti a prenderti», disse. «Lo sapevo che eri lì nascosto. Non puoi farmi fesso.» Ero scoperto.
Poi andò nel punto in cui era nascosto mio fratello e gli disse di uscire. Fummo entrambi picchiati a sangue dalle SS prima di essere nuovamente scortati nel ghetto. La prima cosa che vidi nel ghetto fu un grosso carro da traino su ruote gommate carico di cadaveri nudi. Su di un lato, schiacciata contro le assi, c’era mia nonna. Sembrava guardare diritto verso di me.
Non c’è vocabolario al mondo che contenga le parole adatte a descrivere ciò che vidi in seguito. Mia madre mi aveva implorato di recarne testimonianza in qualunque modo. Per tutti questi anni ho continuato a parlare e a raccontare, e non sono sicuro che qualcuno mi ascolti o mi capisca. Io stesso non sono sicuro di capire.
La notte seguente, mio fratello e io riuscimmo miracolosamente a sfuggire alla deportazione finale, e tutto per essere spediti ai campi separatamente poco tempo più tardi. Non vidi mai più mia madre, né fui più in grado di trovare una sua fotografia. Ogni volta che desidero ricordarla, chiudo gli occhi e penso a quella domenica d’agosto del 1942, quando la vidi seduta nel nostro giardino nel ghetto, mentre piangeva dietro la pianta di lillà.

mia madre che mi implorava di rimanere vivo
rimanere in vita, così da poter raccontare al mondo quello che fosse successo

Un po’ grazie alla determinazione e un po’ (un po’ tanto) alla fortuna, Bernard è riuscito ad esaudire il desiderio della madre: è sopravvissuto, e ha passato la vita a rendere testimonianza. Lo fa, qui, con ventuno bellissimi racconti, non tutti drammatici come quello da cui ho tratto questi brani, che meritano davvero di essere letti.
Nota a margine: leggere di questi due fratelli che decidono di separarsi con la speranza che, se qualcosa va storto, almeno uno dei due si salvi. E ricordare come, sessant’anni più tardi, in Israele – dopo gli accordi di Oslo, dopo la stretta di mano sul prato della Casa Bianca, dopo i premi Nobel conferiti ai protagonisti di quell’evento per il loro straordinario contributo alla pace, e prima del “muro” (dell’odio, della vergogna, dell’apartheid), le mamme mandavano i figli a scuola su due autobus diversi con la speranza che, se un autobus saltava in aria, almeno uno dei due si salvasse. L’odio cambia, a volte, leggermente la maschera. Mai la faccia.

Bernard Gotfryd, Anton l’allevatore di colombe, Guanda
Anton l'allevatore di colombe
barbara