IO VADO

Starò via un po’ di giorni. Come sapete, non ho portatile né smartphone o altre diavolerie, quindi fino al mio ritorno niente post. Se vi annoiate o vi intristite per la nostalgia, andate a rileggervi qualcosa di vecchio, che vi farà bene di sicuro. Poi lunedì 27 gennaio andate a rileggervi questo e poi, subito subito senza perdere neanche un secondo correte a guardare questo, che è la cosa più adatta


(quello che vedete a partire dal minuto 2.38 lo avrei fatto anch’io, questa volta, se non fosse stato per il cannocchiale. Stavolta mi sentivo veramente di farlo) e poi ballate,

e ballate,

e ballate

e ballate ancora.

Perché noi siamo VIVI, e i vivi BALLANO!
A presto.

barbara

STAVOLTA COMINCIO CON LE QUISQUILIE E ALTRE AMENITÀ

Ossia quelle che normalmente metto alla fine, ma stavolta le metto per prime, così intanto ho il tempo per riordinare le idee su tutto il resto. E comincio col fatto che per la sesta volta sono passata per i terribilissimi controlli della terribilissima, praticamente quasi nazista anzi togliamo pure il quasi, sicurezza israeliana; e per la sesta volta il rimasuglio di minerale che a Roma, a Milano, a Verona, a Bolzano, a Bologna e ovunque altro nel mondo viene inesorabilmente e senza misericordia sequestrato e buttato nel cestino, dai terribilissimi controlli della terribilissima, praticamente quasi nazista anzi togliamo pure il quasi, sicurezza israeliana è uscito indenne.
E poi vi racconto dell’odissea del viaggio di andata, ossia della prima parte del viaggio di andata, da Verona a Roma. Arriva il momento dell’imbarco e veniamo informati che l’aereo, in arrivo da Roma, non è riuscito ad atterrare a causa della nebbia, ed è andato ad atterrare a Venezia, quindi veniamo portati agli arrivi, ci riprendiamo i nostri bagagli, aspettiamo l’autobus che partirà dopo venti minuti per portarci a Venezia ma dopo venti minuti non partiamo affatto perché qualche figlio di quella povera signora sempre incinta ha pensato bene di andarsi a fare un giro e non è ancora tornato e insomma alla fine si parte in ritardo. Con una nebbia che ogni tanto si dirada un po’ facendoci sperare che a Venezia si riesca a partire e poi subito torna a infittirsi tenendoci col fiato sospeso; la sfanghiamo per un pelo coi forconi che in teoria dovrebbe esserci un reato che si chiama interruzione di pubblico servizio e invece chiunque può bloccare impunemente ferrovie strade autostrade quando e come gli pare, vabbè, noi comunque gli passiamo un pelo più in là. A Venezia ovviamente si rifà tutta la trafila di controlli, saliamo a bordo – e una signora si lamenta che “sull’autobus eravamo una quarantina ma poi il comandante ha deciso di prendere a bordo un sacco di gente che non c’entrava niente” (no, non chiedetemi che cacchio vuol dire) – e veniamo informati che a causa della nebbia molto fitta è necessario decollare con una proceduta particolare, e la torre di controllo non è in grado di gestire più di un decollo per volta e di conseguenza dobbiamo aspettare che arrivi il nostro turno. In conclusione, dovevo arrivare a Roma un po’ prima delle sei e ci sono arrivata alle dieci e tre quarti. Al ritorno tutto tranquillo, invece. Alla consegna della valigia, al Ben Gurion, il tipo (uno strafigo bestiale) mi dice goodbye, io gli dico lehitraot, lui mi dice arrivederci. L’aereo decolla spaccando il minuto e atterra spaccando il minuto, un bellissimo e dolcissimo angelo mi viene a prendere e mi porta in albergo, la mattina dopo il volo per Verona parte spaccando il minuto e arriva, spaccando il minuto, con atterraggio interamente strumentale perché la visibilità è ridottissima (un atterraggio splendido, quando sono scesa sono andata a fare i complimenti al comandante), navetta già pronta, treno preso al volo, cambio con coincidenza immediata, insomma, una roba da sogno che pare perfino inventata.

Per tutto il viaggio, essendoci momenti in cui mi dovevo muovere da sola, ho potuto dare ampio spazio alla mia specialità esclusiva: perdermi. Quando dico che io sono quella che riesce a perdersi nel corridoio di un bilocale, qualcuno crede che sia un modo di dire: non lo è. Mi sono persa in quell’autentico labirinto che è l’albergo del kibbuz Lavi (e un addetto dell’albergo mi ha raccattata e fatta arrivare alla mia camera), mi sono persa tra i viali del kibbuz Calia dove sono stata raccattata da due sante donne che mi hanno portata fino al ristorante dove, altrimenti, non sarei arrivata mai, e nella cartina qui sotto potete vedere il percorso che ho fatto per andare dal punto 1 al punto 2 (e la mia sciatica non ha gradito, ma l’ho convinta a farsene una ragione).
Yerush
Assolutamente doveroso un immenso grazie a lui, che ha organizzato questo viaggio meraviglioso, e ad Angela Polacco, la nostra guida, un’autentica forza della natura dalla passione travolgente. E poi bisogna proprio che dica di lui, il piccolo (per età) grande (per tutto il resto) genio che mi onora della sua stima e della sua amicizia; una persona stupenda che ho potuto finalmente incontrare (mi verrebbe anche voglia di dire che, visto dal vivo, è bellissimo, molto più di quanto appaia in foto, ma mi sa che in questo campo il bimbo è un po’ timido, e quindi è meglio che non lo dica). Ci sarebbero anche le altre due persone meravigliose che ho conosciuto grazie a questo viaggio, ma di quelle, per ragioni tecniche, non posso parlare.
Vi lascio con due tronchi d’albero
tronchi 1
tronchi 2
e con l’ultima foto che ho scattato, a Mamila, prima di partire.
Mamila
E infine un’immagine di tutti noi. È sgranata e appannata perché l’ho dovuta ridurre a un ottavo dell’originale, dato che le impostazioni del blog non accettano larghezze superiori ai 513 pixel. Ma si vede lo stesso che siamo tanto tanto carini.
tutti-isra6-p
barbara