SEGUENDO LA LOGICA

Se un bianco non può doppiare un attore nero, né interpretare Otello dipingendosi la faccia di nero (oggettivamente, non è che l’Europa pulluli di doppiatori neri o attori teatrali neri, meno che mai cinquant’anni fa o cento anni fa) perché si tratta di indebita appropriazione culturale, perché, si chiede l’amico Shevathas, un negro dovrebbe poter fare il programmatore?

Sempre restando in tema di antirazzismo, che noi adoriamo con tutta la nostra anima, con tutto il nostro corpo e con tutta la nostra mente, non possiamo che applaudire, meglio se in piedi, l’iniziativa della Mercedes:

La Mercedes cambia look e lo fa ribadendo il suo impegno nella lotta al razzismo e a ogni forma di discriminazione: nel 2020 le W11 della scuderia campione del mondo in carica avranno una livrea nera al posto della tradizionale argento.
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Che a me poi verrebbe da chiedermi in che modo cambiando il colore dell’auto si aiuteranno i negri di Harlem a uscire dal ghetto ed emanciparsi, ma si sa che io sono una brutta persona, e per mimetizzarmi e non farmi troppo notare applaudo anch’io. E altrettanto entusiasticamente e inpiedamente applaudiamo anche i nostri eroici piloti di Formula 1 che non esitano a inginocchiarsi in segno di… Boh, questo non lo so: non si può mica sapere tutto nella vita, no?

Piloti ricoperti d’oro da regimi autoritari e razzisti ci spiegano l’antirazzismo

Alla partenza del Gran Premio d’Austria di Formula Uno di questa domenica abbiamo assistito, cosa alquanto irrituale nel contesto sportivo automobilistico, ad un atto politico organizzato dal campione del mondo Lewis Hamilton per sostenere l’”anti-razzismo”, ma anche nei fatti, apertamente, il movimento Black Lives Matter.
Il clou è stato rappresentato dalla foto di gruppo dei piloti di Formula Uno con la maggior parte di essi inginocchiati al momento dell’inno nazionale, secondo il gesto reso celebre negli ultimi anni, ma soprattutto nelle ultime settimane, dalla campagna del movimento radicale “nero”.
È legittimo chiederci, certo, contro quale “razzismo” i piloti manifestino. E la risposta è facile. Puntano il dito contro il “razzismo” americano o in generale occidentale. Cioè puntano il dito, paradossalmente, contro l’unica parte del mondo che il razzismo è stata, nel tempo, in grado di riconoscerlo e in grandissima parte di superarlo – contro l’unica parte del mondo verso la quale persone di ogni razza ed etnia ogni anno accorrono alla ricerca di quei diritti e di quelle opportunità che non si vedono riconosciute dai propri compatrioti nelle terre natali.
E mentre punta il dito contro l’America e l’Occidente, la Formula Uno stabilisce un fondamentale accordo di sponsorizzazione con la compagnia petrolifera dell’Arabia Saudita. E si fa ricoprire di soldi da Paesi autoritari, razzisti e nemici dei diritti umani come la Russia, il Barhain, gli Emirati Arabi, la Cina o il Vietnam.
Hamilton non si inginocchia per il fatto che la Cina reprima i diritti degli hongkongesi o che sterilizzi forzatamente le donne della minoranza uigura, Non si inginocchia per l’oppressione dei montagnard in Vietnam, né per la persecuzione degli sciiti in Barhain, Quando si troverà a correre in quei Gran Premi, non ci saranno pugni chiusi, ma i sorrisi di sempre.
Con che coerenza, allora, ci si tappano gli occhi contro le più palesi violazioni di diritti e ci si scaglia invece proprio contro il Paese al mondo che conferisce più opportunità a qualsiasi minoranza?
A pensarci bene, forse, in realtà una coerenza c’è. La genuflessione di domenica in nome dell’”anti-razzismo” forse è più parente di quanto si pensi delle genuflessioni alla Cina, al Vietnam o al Barhain. In entrambi i casi semplicemente si va dove sono i soldi. In Occidente i soldi stanno con la gigantesca macchina di marketing del “virtue signalling” e del “politicamente corretto”, in altri Paesi stanno con i relativi regimi statali. E non c’è nessuna necessità di scegliere tra i soldi garantiti dall’opportuno “lip service” al progressismo occidentale e quelli del “lip service” ai peggiori sistemi autoritari del resto del mondo – perché tanto non c’è alcuna vero conflitto tra queste due sfere che si rispettano perfettamente in nome di una sorta di amorale “cujus regio, ejus religio”.
È come per la Lega Calcio che si proclama in prima linea nella battaglia per i diritti delle donne e contro il femminicidio ed allo stesso tempo decide di andare a disputare la finale della Supercoppa italiana a Riyadh con tanto di segregazione sugli spalti. Qualcuno forse ci ha visto una contraddizione?
Ma la perfetta recita “anti-razzista” del Gran Premio austriaco ha avuto, a suo modo, la sua piccola nota stonata. Sei piloti – Charles Leclerc, Max Verstappen, Kimi Raikkonen, Daniil Kvyat, Antonio Giovinazzi e Carlos Sainz Jr – hanno rotto le righe e non si sono inginocchiati. E forse, più degli altri quattordici, il vero segnale lo hanno mandato loro: c’è anche chi, non senza qualche rischio personale in termini di immagine, è disposto a sostenere che la sostanza dei valori e dei comportamenti vale più dell’adesione a riti conformisti di sottomissione al “verbo di successo”.
E alla fine Charles Lecrerc, il “principino” monegasco della Ferrari, è persino arrivato davanti ad Hamilton.

Marco Faraci, 7 Lug 2020, qui.

Ebbene sì, purtroppo questa bellissima festa antirazzista antifascista antituttelecosebrutte, è stata guastata da un branco di fascisti razzisti (e secondo me anche leghisti populisti sovranisti) che sono rimasti in piedi,
piloti
cose che proprio non si possono vedere che uno si chiede ma che problemi ha la gente? (Ci avete fatto caso? È la moda linguistica del momento: quando si vede un comportamento che a qualcuno appare follemente incomprensibile, tipo camminare per la strada a ottocento metri dalla persona più vicina senza mascherina, pretendere, da parte di qualche genitore, che a settembre la scuola riparta, rifiutarsi di dire avvocata sindaca ministra ingegnera, la sconsolata domanda che parte è: “Ma che problemi ha la gente?”)

Restiamo in materia di antirazzismo e logica ferrea? Ma sì, restiamoci! Ed ecco questa gentile signora che con inoppugnabili argomenti scientifici ci spiega che i bianchi (la razza bianca? gli sporchi bianchi? I bianchi di merda?) sono un errore genetico recessivo (sic!) e usano il suprematismo bianco per difendersi, perché sanno benissimo che i negri, avendo la genetica dominante, sono destinati a dominare e non appena conquisteranno il potere faranno sparire i bianchi dalla faccia della terra. Leggere per credere.

E ancora un esempio di antirazzismo militante:

Fulvio Del Deo

Atalanta, Georgia.

Secoriea ha 8 anni ed è insieme alla sua mamma Charmaine. Sono in macchina con un’amica e vorrebbero andare a fare compere in un negozio. Lungo la strada incontrano i manifestanti “antirazzisti” che non vogliono farla passare. Loro sono tipe toste e non si lasciano intimidire da ipocriti fighetti che giocano alla rivoluzione. Non sanno però che i fighetti sono cinici e spietati e, come i loro predecessori nazisti, devono ubbidire all’ordine di farsi ubbidire. Così sparano e uccidono la bimba.

Dice ma quelle sono nere,
Sicoriea
mamma Sicoriea
di sicuro si vedeva anche attraverso i vetri della macchina che sono nere, se ce l’hanno coi bianchi perché sparare a loro? E dai su, non fatela tanto lunga, con tutti i boveri negri ammazzati dai bianchi cosa sarà mai una in più o una in meno.

E ancora in tema di violenza e di logica:

Fulvio Del Deo

Ricordate quando succedeva solo in Israele, che i palestinesi tiravano sassi alle auto e voi dicevate: “E’ per via dell’occupazione, quelli hanno preso la loro terra…”
E adesso perché non dite lo stesso?
Su, ripetete con me: “Ci ammazzano, ci fanno a pezzi e ci mettono nel trolley, ci pisciano addosso, ci spaccano la testa col machete, ci tirano i sassi ecc., perché abbiamo preso la loro terra!”

E ancora

Lorenzo Capellini Mion

Solo per ricordare che i luoghi di contagio del virus di Wuhan siano i bar, i ristoranti, i piccoli negozi, le spiagge, le chiese, i seggi elettorali e i comizi di Trump.
per protestare 1
per protestare 2
Pagliacci

Poi godiamoci questo spezzoncino di politica interna

E concludiamo la carrellata con Silvietta nostra, che finalmente ha concesso la sua prima intervista. A chi? Al giornale dei Fratelli Musulmani, ovvio!

“PER ME IL MIO VELO È UN SIMBOLO DI LIBERTÀ” – PER LA PRIMA VOLTA SILVIA ROMANO (PARDON, AISHA) PARLA DELLA CONVERSIONE E DELLA PRIGIONIA: “COPRENDO IL MIO CORPO SO CHE UNA PERSONA POTRÀ VEDERE LA MIA ANIMA” – “NEL MOMENTO IN CUI FUI RAPITA, INIZIAI A PENSARE: È UN CASO O QUALCUNO LO HA DECISO? QUESTE PRIME DOMANDE CREDO MI ABBIANO GIÀ AVVICINATO A DIO” – “PENSAVO DI ESSERE LIBERA PRIMA, MA SUBIVO UN’IMPOSIZIONE. SENTO DENTRO CHE DIO MI CHIEDE

1 – SILVIA ROMANO SI RACCONTA DOPO IL SEQUESTRO: “VI SPIEGO PERCHÉ HO DECISO DI CONVERTIRMI ALL’ISLAM”

Sono passati quasi due mesi da quando Silvia Romano è stata liberata ed è tornata in Italia. Era il 9 maggio scorso quando il premier, Giuseppe Conte, rivelò che la cooperante milanese, rapita nel novembre del 2018 mentre si trovava in Kenya con l’associazione Africa Milele, e tenuta prigioniera per oltre un anno e mezzo

Oggi, Silvia, che intanto si è convertita all’Islam e si fa chiamare Aisha, ha raccontato per la prima volta i mesi della prigionia e la decisione di diventare musulmana. Lo ha fatto rilasciando una lunga intervista al giornale online La Luce, di cui è direttore Davide Piccardo esponente della comunità islamica di Milano.

La decisione di partire per il Kenya

“Prima di essere rapita – ha dichiarato la ragazza – ero completamente indifferente a Dio, anzi potevo definirmi una persona non credente; spesso, quando leggevo o ascoltavo le notizie sulle innumerevoli tragedie che colpiscono il mondo, dicevo a mia madre: vedi, se Dio esistesse non potrebbe esistere tutto questo male”.
E neppure il volontariato era tra le sue priorità: “Fino alla fine del mio terzo ed ultimo anno di università, non avevo un particolare interesse nel partire e andare a fare volontariato. Verso la fine della tesi mi interessai moltissimo all’argomento che stavo trattando: la tratta di donne ai fini della prostituzione, da lì ho avuto uno scatto nei confronti delle ingiustizie.
Ho sentito il bisogno di andare e mettermi in gioco aiutando l’altro nel concreto. L’idea di continuare a studiare e rimanere qui non mi andava, volevo fare un’esperienza vera, per crescere e per aiutare gli altri”.
Così è nata l’idea di andare in Kenya [a far giocare i bambini, che come tutti sanno è il primo dei bisogni del terzo mondo]. Un’esperienza che le ha letteralmente cambiato la vita. “Nel momento in cui fui rapita, iniziando la camminata, iniziai a pensare: io sono venuta a fare volontariato, stavo facendo del bene, perché è successo questo a me? Qual è la mia colpa? [Perché, prima era convinta che le cose brutte capitassero solo alle persone cattive? Che era scema l’avevamo capito da quel dì, ma fino a questo punto?!]
È un caso o qualcuno lo ha deciso? – ha continuato Silvia -. Queste prime domande credo mi abbiano già avvicinato a Dio, inconsciamente. Ho iniziato da lì un percorso di ricerca interiore fatto di domande
È così che ha cominciato un percorso di avvicinamento alla religione: “Il passaggio successivo è avvenuto dopo quella lunga marcia, quando già ero nella mia prigione; lì ho iniziato a pensare: forse Dio mi ha punito.
Un altro momento importante è stato a gennaio, ero in Somalia in una stanza di una prigione, da pochi giorni. Era notte e stavo dormendo quando sentii per la prima volta nella mia vita un bombardamento, in seguito al rumore di droni. In una situazione di terrore del genere e vicino alla morte iniziai a pregare Dio chiedendogli di salvarmi perché volevo rivedere la mia famiglia.
Gli chiedevo un’altra possibilità perché avevo davvero paura di morire. Quella è stata la prima volta in cui mi sono rivolta a Lui. Poi a un certo punto ho iniziato a pensare che Dio, attraverso questa esperienza, mi stesse mostrando una guida di vita, che ero libera di accettare o meno”.

Il velo come simbolo di libertà: “Mi sento protetta da Dio”

Infine, ha concluso la giovane milanese: “Sicuramente dopo aver accettato la fede islamica guardavo al mio destino con serenità nell’anima, certa che Dio mi amasse e avrebbe deciso il bene per me. Quando provavo paura per l’imminenza della morte o ansia per non avere notizie della mia famiglia e del mio futuro, trovavo consolazione nelle preghiere”.
Sulla questione velo, che ha indossato sin dal suo ritorno in Italia a maggio, ha detto: “Per me il velo è simbolo di libertà.
silvia
Quando vado in giro sento gli occhi della gente addosso; non so se mi riconoscono o se mi guardano semplicemente per il velo; in metro o in autobus credo colpisca il fatto che sono italiana e vestita così. Ma non mi dà particolarmente fastidio. Sento la mia anima libera e protetta da Dio“. (Qui. Segue il testo integrale dell’intervista, nel caso qualcuno avesse voglia di papparselo, che comunque secondo me ne vale la pena. Poi magari ci sarebbe anche questo)

E chiudo con questa cosa, che non c’entra niente ma la trovo bellissima.
ennio Ezio
barbara

I PALESTINESI TRA L’ILLUSIONE DELLA VITTORIA E LE RAGIONI DELLA PACE

Un articolo importante, che dice alcune cose fondamentali, che raramente vengono dette.

di Marco Faraci  01 Agosto 2014

Quanto si affronta la questione palestinese, c’è una cosa che è necessaria prima di tutto – sgombrare il campo dall’idea che ci troviamo di fronte ad un problema di “autodeterminazione dei popoli”. La questione palestinese non è una questione di “autodeterminazione” e non ha niente a che fare, per esempio, con le rivendicazioni indipendentiste dei baschi, dei catalani, dei fiamminghi o degli scozzesi.
L’autodeterminazione, in effetti, rappresenta il diritto di una determinata comunità ad autogestirsi all’interno di un ambito solitamente (ma non necessariamente) territoriale, al fine di perseguire un proprio sviluppo sociale, economico e culturale. E’ un concetto che implica dei rapporti pacifici e di tipo orizzontale con le altre comunità politiche e pertanto presuppone il riconoscimento del valore della diversità, della pluralità istituzionale e della convivenza.
La “causa palestinese” per come si è presentata fino a questo momento non è la rivendicazione pacifica e difensiva di una patria nazionale per il “popolo palestinese”, all’interno della quale si declini una statualità. Se l’obiettivo fosse stato questo, sarebbe stato già conseguito da tempo, e la quantità gigantesca di denaro che negli anni è stata iniettata a favore dei palestinesi dai paesi arabi, dall’Occidente e dallo stesso Israele sarebbe stata più che sufficiente per garantire la praticabilità economica del nuovo Stato ed il graduale raggiungimento della completa autosufficienza. La causa palestinese, purtroppo è stata ben altro – è stata un progetto imperialista ed aggressivo mirante alla “riconquista” dello Stato di Israele e, quindi, alla negazione dei valori fondamentali alla base del principio di autodeterminazione dei popoli, cioè la pacifica convivenza, il riconoscimento ed il rispetto dell’”altro”.
Dopo il disimpegno israeliano da Gaza, i palestinesi non hanno utilizzato lo spazio politico apertosi nella Striscia per “autogovernarsi”, bensì hanno de facto organizzato la Striscia come base della guerriglia antiisraeliana. Ritenere che vi possa essere una legittimità nella riconquista violenta da parte dei palestinesi di terre che sono sotto l’amministrazione israeliana è sbagliato. Non ha senso parlare di ritornare ai confini di Oslo o del 1967 o del 1947, per il semplice motivo che non è ammissibile che i palestinesi continuino a pensare di poter scatenare guerre, perderle e poi pretendere che si faccia finta di nulla e si torni alla situazione ex ante.
E’ inevitabile che i palestinesi paghino il fatto di essere stati sempre dalla parte sbagliata (dalla parte dell’aggressore e dello sconfitto) in tutte le guerre. Incidentalmente giova ricordare che, anche prima dei conflitti araboisraeliani, la leadership palestinese si schierò apertamente con i Nazisti nella seconda guerra mondiale. Peraltro nel ventesimo secolo i palestinesi non sono certo gli unici ad avere perso dei territori o ad avere conosciuto esodi. Noi italiani ricordiamo certamente la perdita dell’Istria, di Fiume e di Zara e la fuga di tanti nostri connazionali da quelle terre. La Germania ha vissuto questa situazione molto più in grande, vedendosi sottratti tutti i territori ad Est dell’Oder Neisse; dodici milioni (!) di tedeschi furono costretti ad andarsene. Ed anche i confini della Polonia usciti dalla guerra avevano poco a che fare con quelli precedenti al conflitto, con milioni e milioni di polacchi che hanno dovuto trasferirsi.
Va detto, tra l’altro, che negli anni successivi alla proclamazione dello Stato di Israele, almeno 850.000 ebrei sono stati espulsi da paesi arabi nei quali le loro famiglie avevano vissuto per centinaia di anni. Nei fatti ci fu uno “scambio di popolazioni”, nel quale moltissimi ebrei hanno dovuto abbandonare tutto quello che avevano costruito in generazioni nei paesi arabi di origine – eppure questi profughi ebrei sembrano non rientrare mai nell’equazione politica. Un’altra fase storica che ha prodotto una grande quantità di rifugiati è stata il processo di decolonizzazione. Si pensi agli italiani di Libia, ai pieds noirs d’Algeria, alla diaspora rhodesiana, ai retornados portoghesi del Mozambico e dell’Angola o agli indo-olandesi. Si tratta, nel complesso, di milioni di persone, ma nessuna di queste comunità oggi rappresenta in alcun modo una questione politica. Il fatto è che tutti i rifugiati che il ventesimo secolo ha prodotto si sono sempre rapidamente integrati  nelle rispettive madri patrie o in paesi culturalmente omogenei e sono diventati elementi pienamente produttivi nelle loro “nuove società”.
Questi “immigrati invisibili” hanno fatto di necessità virtù e, armati di dignità e di etica del lavoro, hanno ricostruito un futuro per loro e per i loro figli. Noi non abbiamo stipato per settant’anni a Gorizia i profughi giuliani e dalmati educandoli alla guerra ed all’odio contro gli slavi. Né i tedeschi lo hanno fatto con i rifugiati della Pomerania, della Slesia e della Prussia. Né i vari presidenti francesi hanno addestrato per cinquant’anni gli esuli algerini a preparare la riconquista di Algeri. Invece per i quasi venti anni in cui la Striscia di Gaza e la Cisgiordania sono stati sotto il controllo dell’Egitto e della Giordania, i rifugiati palestinesi sono rimasti in campi profughi, a crescere in numero ed in disperazione.
Di fatto la “questione palestinese” è stata creata a tavolino per precisa scelta politica dai paesi arabi che, anziché integrare i profughi hanno scelto di conferire loro il ruolo di riserva permanente di guerriglia antisionista. Il crimine più grave che sia stato compiuto finora contro i palestinesi è quello di averli illusi che fosse possibile riportare indietro l’orologio della Storia ed averli incoraggiati in questi decenni a sacrificare collettivamente la propria esistenza ad una guerra infinita senza speranza alcuna.
In un certo senso i palestinesi hanno combattuto una guerra non loro perché i veri beneficiari della loro lotta sono stati i leader delle élites politiche dei vari paesi arabi che nella retorica filopalestinese trovavano a buon mercato una legittimazione del proprio potere presso le masse. Naturalmente, da un simile punto di vista, è del tutto irrilevante il fatto che la guerra non possa avere alcuno sbocco positivo per i palestinesi. Non serve affatto che sia vinta, basta che sia combattuta – ed anzi più è dolorosa e luttuosa per gli stessi palestinesi, più genera un capitale politico per i suoi “stakeholders”.
Naturalmente il patimento accumulato dai palestinesi in decenni di guerra e di guerriglia è tale che praticamente ogni palestinese ritiene di avere forti ragioni personali per continuare la lotta. Se ci si arrendesse a questa logica tuttavia, il mondo intero vivrebbe in una guerra permanente. Ogni guerra, infatti, porta con sé come esito le ragioni potenziali per farne un’altra. Ogni guerra ci lascia con ingiustizie da riparare, innocenti da vendicare, martiri in nome dei quali combattere affinché non siano morti invano. Eppure a un certo punto l’odio deve piegarsi alla realtà.
Sia consentito, ancora, un paragone storico: dopo la prima guerra mondiale, Adolf Hitler prese il potere in Germania cavalcando da posizioni ultranazionaliste la frustrazione per la pace ingiusta, per le condizioni vessatorie imposte dal Trattato di Versailles. Fece leva sull’orgoglio e “revanchismo” per inquadrare la popolazione tedesca in un terribile progetto imperialista. Per riprendersi Danzica ed il suo “corridoio”, scatenò una nuova guerra mondiale ancora più sanguinosa di quella precedente. La perse e quello che ne seguì non fu certo una pace più generosa per la Germania. Il paese uscì dalla guerra con terribili ferite economiche, politiche e morali. Il massacro di Dresda, la perdita ad Oriente di regioni storiche, le vendette sovietiche sulla popolazione civile, l’occupazione da parte delle potenze vincitrici e così via. Quante buone ragioni ci sarebbero state perché i tedeschi alla prima occasione decidessero di dotarsi di un nuovo Hitler che li riscattasse dalla “punizione collettiva” che era stata inflitta loro?
Eppure, anziché dare un’altra possibilità al nazionalismo estremo, la Germania ha scelto le straordinarie opportunità di sviluppo economico e sociale offerte dalla pace – anche se questo, evidentemente, ha richiesto la capacità di elaborare il lutto della sconfitta ed intraprendere un percorso di autocritica storica e politica. La scelta di pace dei tedeschi ci sembra assolutamente ovvia e scontata; non ci parrebbe proprio concepibile una scelta diversa. Non potremmo immaginare che la gioventù tedesca anziché godersi e costruirsi la vita preferisse arruolarsi in una nuova guerra. Non potremmo immaginare che dei genitori anziché vedere i propri figli laureati e felicemente sposati, preferissero che si immolassero per riguadagnare Breslavia, Danzica o Königsberg. Chiunque di noi, anche trasversalmente all’appartenenza politica, lo riterrebbe non solo folle ma anche profondamente inumano.
Eppure troppi, anche in Occidente, sono disposti a giustificare che generazioni e generazioni di palestinesi siano coscritte a vita in una battaglia ideologica nazionalista. Da questo punto di vista, la migliore sintesi della questione israelo-palestinese è probabilmente quella che fu fatta da Golda Meir. “La pace sarà possibile solo il giorno in cui i palestinesi ameranno i loro figli più di quanto odiano noi”. La pace sarà possibile solamente se per un padre di Gaza il fatto che suo figlio diventi un bravo avvocato, ingegnere, ristoratore, commerciante o idraulico, si sposi e viva tranquillo con la sua famiglia sarà più importante di conquistare Gerusalemme. La “questione palestinese”, in altre parole, sarà risolta solo quando i palestinesi si renderanno conto dello straordinario valore che avrebbe per loro il dividendo economico e sociale della pace.
Significherebbe la fine delle limitazioni alle attività economiche nei territori ed al movimento delle persone e dei beni. Significherebbe la possibilità di attrarre investimenti economici che oggi sono fortemente ridotti a causa delle incertezze e dei rischi dello status quo, avviando così un importante sviluppo a livello industriale, agricolo, tecnologico e turistico. Ma se i palestinesi continueranno a preferire l’illusione della “vittoria” alle ragioni della pace, nessuna simpatia, vicinanza, comprensione, giustificazione, condiscendenza è possibile. Il messaggio che va mandato oggi deve essere inequivoco: è tempo che i palestinesi si arrendano alla pace. Ed alla storia. (qui)

Da imparare a memoria.

barbara