E VOI NEANCHE VE LO IMMAGINATE

che razza di impresa sia mettersi le mutande senza chinarsi neanche di un millimetro (e lo so, non c’è niente da fare: ogni volta che ho un incidente si finisce inevitabilmente a parlare di mutande). Nel frattempo comunque sto diventando un’autentica specialista nell’arte di raccogliere oggetti caduti per terra e aprire sportelli bassi con i piedi (qualcuno ha fatto invereconde illazioni su cos’altro potrò imparare a fare con i piedi, se mi esercito a sufficienza). Poi ho un bel po’ rivoluzionato la sistemazione della casa per rendere accessibili cose che al loro posto consueto non lo erano e ho contattato un’associazione privata per avere un po’ di aiuto (dalle istituzioni pubbliche non ne ho diritto, cioè nel senso che non esiste questo tipo di offerta). Certo che sputtanarmi l’intera stagione balneare, guardare il mare dalla finestra e fargli ciao ciao da lontano (sì lo so, è la canzone più cretina della storia dell’umanità, e cantata con quei due sedanini imbraghettati di rosa e quella vocettina della misericordia fa ancora più pena. E tanto peggio per voi, così imparate a farmi fracassare la spina dorsale), è di un deprimente, ma di un deprimente… Vabbè, proviamo a consolarci con questa:

Mi viene in mente la volta che in barella, mentre mi portavano in sala operatoria, digiuna da un giorno intero continuavo a strepitare “Voglio una fiorentina! Con le patate al forno!” Adesso ho una voglia di ballare, ma una voglia di ballare, ma una voglia di ballare (periodico fisso).

barbara

MARE

Ci sono andata, oggi pomeriggio. Un paio di persone in acqua coi retini, per procurarsi di che condire la pasta della cena. Un paio di persone col cane. Una giovane coppia abbracciata stretta: nessun altro. Un silenzio profondo, accarezzato ma non rotto dal lieve sciacquio delle onde di un mare calmo, di quell’argento leggermente offuscato che assume sotto un cielo velato.
Ho camminato a lungo, lentamente, sulla battigia. La sensazione di pace era così assoluta da riuscire persino a stemperare gli effetti di un robusto trauma abbattutosi su di me nel primo pomeriggio.
Ho passato una vita a dire che il mare d’inverno è una delle più straordinarie meraviglie che la natura possa offrire – e pensare che c’è chi lo trova noioso o deprimente.

barbara

ESTATE

E continua questa lunghissima, caldissima, meravigliosa estate (di là a quest’epoca per fare la doccia occorre accendere la stufetta elettrica), che sembra non voler finire mai.


E mentre cammino con le onde che lentamente, dolcemente, ritmicamente mi battono sui polpacci, davanti l’ultima luce che arriva dal sole già da un pezzo tramontato, il cielo una fantasmagoria di colori che sfrangiano uno nell’altro, e quando faccio dietrofront una sfolgorante luna piena su un cielo blu cobalto che diventa di attimo in attimo più scuro, il pensiero corre a quando, mentre camminavo con le onde che lentamente, dolcemente, ritmicamente mi battevano sui polpacci mi dicevo ancora tre giorni e poi finito, ancora due giorni e poi finito, e adesso invece dico fra due giorni avrò ancora le onde che mi battono sui polpacci, e fra tre giorni avrò ancora le onde che mi battono sui polpacci, e se verrà un giorno di pioggia prima o poi tornerà un giorno di bel tempo e io avrò di nuovo le onde che mi battono sui polpacci, per sempre, per sempre, per sempre, in un paradiso senza fine…
(Io adesso vado in Israele, noi ci vediamo fra una decina di giorni)

barbara

BREVE CONSUNTIVO

a quattro mesi e mezzo dal trasloco.
La mia salute continua a migliorare. Aveva cominciato a migliorare da quando sono andata in pensione, ma dopo il trasloco ho avuto l’impressione di un ulteriore salto di qualità. E sono serena, di una serenità che forse mai avevo conosciuto in tutta la mia vita.
Per circa tre mesi non mi sono iscritta all’unità sanitaria locale e non ho cercato un medico perché avevo sempre qualcosa di più urgente da fare; poi c’è stata la volta che sono dovuta andare al pronto soccorso e lì il dottore mi ha fatto un mazzo che non finiva più per questa cosa qui, così mi sono decisa; ho scelto come medico il più vicino a casa mia, riservandomi di cambiarlo se non ne fossi stata soddisfatta. Ho beccato una tizia nera nera, piccola piccola, magra magra, uno sgorbietto insomma, però sembra simpatica. Meno di una settimana dopo mi sono arrivati dall’ospedale gli inviti, con proposta di date e orari, per pap-test e mammografia: quindi la sanità funziona, il che è una buona cosa (e considerando che il pap-test non lo facevo da 11 anni – e la mammografia probabilmente altrettanto – magari non è neanche un male che mi ci abbiano praticamente costretta prendendomi per il collo. Anche se tendenzialmente sarei abbastanza propensa a pensare che dal momento che “abbiamo già dato” adesso sarebbe ragionevole che mi lasciasse in pace. Vabbè).
Adesso sto facendo le infiltrazioni per le mie ernie del disco che tanti guai mi stanno provocando. A farmele è un bellissimo medico sessantenne (ne dimostra almeno una quindicina di meno), sul metro e novanta, magro, atletico, simpatico. E decisamente meno caro degli specialisti di dove stavo prima.
Ho conosciuto anche il mio nuovo dentista, raccomandatomi dall’estetista. Bello da mozzare il fiato e piegare le ginocchia, ma di quelle cose che proprio lo vedi e smetti di respirare. Che dopo visita e radiografie (il tutto moooolto meno caro di dove stavo prima), mi ha fatto prendere appuntamento per una seduta di igiene orale. Che di là facevano le infermiere, quella libera al momento, mentre qui la fa l’igienista, specializzata solo in quello. E per la prima volta nella mia ormai lunga vita ho scoperto che un’igiene orale può anche non comportare una tortura. E anche per quella ho speso parecchio di meno. Aggiungo che in entrambi gli appuntamenti ho aspettato una manciatina di minuti, mentre di là poteva essere anche un’ora e mezza (anni fa ho fatto una serie di interventi in uno studio dentistico in cui mi davano appuntamento per esempio alle tre, poi me lo spostavano senza avvertirmi alle tre e mezza, mi chiamavano dentro alle quattro in una stanza che si era liberata in quel momento mentre il dentista, uscito da lì, era andato a curare un altro paziente in un’altra stanza, arrivava alle quattro e mezza, mi faceva l’anestesia, e in attesa che facesse effetto andava a trattare un altro paziente e tornava alle cinque. E dato che si trovava a cinquanta chilometri dal mio paese, dovevo calcolare anche possibili imprevisti stradali, per cui ero partita da casa all’una e trequarti ed ero arrivata lì alle due e trequarti).
Una cosa singolare che ho notato qui, e che non mi so spiegare è questa: di là chiamavo un’estetista, una qualsiasi, chiedevo un appuntamento per una pulizia al viso, e me lo davano di lì a un mese, o anche più: prima di allora non c’era un solo posto libero. Chiamavo il dentista per una pulizia e mi davano appuntamento di lì a qualche settimana. Qui, quando ho avuto bisogno di una pulizia al viso, ho cercato in internet, ho trovato un’estetista a duecento metri da qui, il lunedì pomeriggio sono andata lì a chiedere un appuntamento e me lo hanno dato per il giorno dopo (e di clienti ne hanno un sacco anche qui, è un continuo via vai, non è che siano libere perché non c’è nessuno). Un lunedì pomeriggio sono andata dal dentista a chiedere un appuntamento per una visita, e me lo hanno dato per il giovedì della stessa settimana. Boh.
E ancora una cosa. Chi mi conosce lo sa: io sono quella che si perde nel corridoio di un bilocale. Lo sa chi mi vuole incontrare a Milano e deve venirmi a prendere all’albergo, o al massimo darmi appuntamento a trenta metri da lì, altrimenti non so dove sbattere la testa. Lo sa chi a Roma mi chiama e mi fa la domanda più ovvia: “Dove sei?” per sentirmi rispondere disperata: “Non ne ho la minima idea!” Ecco, adesso sono qui da quattro mesi e mezzo. Ho girato più o meno dappertutto. Non mi sono mai persa. Non ho mai sbagliato strada. Ogni tanto azzardo addirittura, a naso, delle scorciatoie che secondo me dovrebbero funzionare e regolarmente, incredibilmente, funzionano!
Tutto questo in aggiunta al MARE.
luna rossa
PIESSE: Oggi pomeriggio mi ha chiamata la signora Telecom “per la sua richiesta di sospensione della linea, ho letto la sua raccomandata”. Mi ha chiesto di riassumere brevemente i fatti e li ho brevissimamente, proprio concentrando al massimo, riassunti in un quarto d’ora. Ha convenuto che una richiesta di trasferimento implica automaticamente la disattivazione della prima linea all’atto dell’attivazione della seconda. Ha detto che se ne occuperà lei, però di sua competenza è solo la disattivazione, mentre la questione del rimborso devo trattarla in altra sede. Soprattutto, si è voluta assicurare di avere capito bene quale delle due linee a me intestate è quella da disattivare, avendo evidentemente capito, alla lettura della raccomandata, che sono sufficientemente incazzata da rendere preferibile evitare ulteriori provocazioni.

barbara

ECCO QUA

Guardate come sto bene nella mia casa con vista mare!
casa nuova
E ora, poiché non c’è rosa senza spine, andate a leggere questa sfolgorante sfilata di intrepidi animalisti. Poi salta sempre fuori qualcuno a dire ah ma questi qua non sono mica veri animalisti, i veri animalisti non sono mica così… Beh, sono esattamente come quelli che, ogni volta che qualcuno uccide e massacra – dichiaratamente – in nome dell’islam, ci vengono a spiegare che quello, no, non è il vero islam.

barbara

POI UNA DOPO AVERE LAVORATO UN MESE E MEZZO A SISTEMARE LA CASA

Approfitta della bella giornata per scendere per la prima volta in spiaggia, e immediatamente si becca una terrificante pallonata sul naso. Quello con la cartilagine frantumata nell’incidente dell’anno scorso. Con un calcio potentissimo da distanza di pochi metri. Ma talmente potente che pareva ci si fossero messi tutti insieme questi qua

barbara

PELLE D’ANGELO

(Leggenda di Natale un po’ scema)

Nello sfogliare le migliaia di carte che non ho fatto in tempo a setacciare e selezionare di là e che ho quindi portato qui in blocco, mi è capitato in mano questo raccontino che non ricordavo di avere scritto, però adesso che l’ho trovato so quando l’ho scritto: esattamente trentaquattro anni fa, quando c’era qualcuno che mi amava e che mi chiamava pelle d’angelo.

Era primavera, la prima primavera del creato. Il vento soffiava lieve, sui prati del Paradiso e sui prati dell’Inferno, portando fermenti sconosciuti. Lucifero se ne andava a zonzo, irritato, irrequieto, senza saper che fare. Si fermò presso un ciliegio e ne colse un frutto rosso, ma poi si accorse di non averne voglia, e lo gettò. Si fermò presso un ruscello e ne colse l’acqua con le due mani, ma poi si accorse di non avere sete, e la lasciò cadere. Camminò e camminò finché si lasciò cadere, spossato, ai piedi di un albero. Fu allora che vide, lontana fra le nubi, la regina degli Angeli. Anche lei era presa da una strana irrequietezza, quel giorno, e dall’alba volava e volava, senza trovare dove posarsi. Lucifero era bello, e la regina degli Angeli era bella: si videro e si innamorarono. Era un amore proibito, contrario a tutte le leggi del creato, lo sapevano bene, ma sapevano anche che l’amore non conosce leggi, e decisero di amarsi ugualmente. Si amavano di nascosto, fra le siepi, dietro i cespugli, al riparo dagli occhi di Angeli e Diavoli. Il loro amore fu scoperto, tuttavia, quando la regina degli Angeli fu in attesa di un figlio. Furono messi al bando, e venne assegnato loro un piccolo angolo del creato dove vissero in attesa del figlio che doveva venire. Era venuto troppo in fretta, questo figlio, e non avevano avuto tempo di mettere all’opera i loro poteri per costruirlo con cura. Nacque una bimba bella ma fragile, dall’animo angelico e demoniaco nello stesso tempo. La chiamarono Pelle d’Angelo. Non era destinata ad avere fortuna, Pelle d’Angelo, perché Angeli e Diavoli scaricarono ogni maledizione su di lei, frutto mostruoso di un amore mostruoso. Il tempo passava, Pelle d’Angelo cresceva e i suoi genitori non si amavano più: rimpiangevano di aver dovuto lasciare i loro regni e se ne incolpavano a vicenda; ogni giorno la casa risuonava delle loro grida, delle loro accuse. Pelle d’Angelo non sapeva che fare: sapeva che non c’era posto per lei in Paradiso, né all’Inferno, ma non resisteva più a vivere coi genitori che ormai si odiavano. Alla fine decise di provare a vivere fra gli uomini, e scese sulla terra. Gli uomini l’accolsero bene, perché era bella e gentile, ma dopo un po’ presero a guardarla con sospetto: gli uomini buoni si accorgevano che c’era in lei qualcosa di molto cattivo; gli uomini cattivi si accorgevano che c’era in lei qualcosa di molto buono. E gli uni e gli altri sentivano che era di un’altra natura, che non era una di loro. A volte gli uomini la cercavano, volevano accarezzare la sua pelle d’angelo, ma lei fuggiva, non voleva legarsi a un uomo, non voleva soffrire ancora. Poi, un giorno, incontrò un uomo dolce, che sapeva parlarle. Anche lui sembrava mezzo angelo e mezzo diavolo, e sembrava capirla. Si lasciò accarezzare da lui, e si legò a lui, ed era molto felice: le sembrava di appartenere ormai alla specie degli uomini. Ma venne un brutto giorno. Il suo uomo la stava accarezzando, e lei era felice, e guardandolo negli occhi gli disse: “Ti amo”. L’uomo la guardò negli occhi e con voce dura disse: “No, non dobbiamo amarci, non è bene per noi”. Pelle d’Angelo fuggì, corse per giorni e giorni, con la disperazione che le esplodeva nella testa. Corse e corse, finché un giorno avvertì qualcosa di strano nell’aria: le campane suonavano, l’aria era satura di profumi insoliti, gli uomini sembravano più contenti. Si avvicinò di nascosto a una casa e spiò dalla finestra: tutti si abbracciavano, con le braccia piene di doni, e gridavano: “Buon Natale! Buon Natale!” Pelle d’Angelo non sapeva cosa fosse il Natale, ma capiva che doveva essere una cosa che faceva tutti contenti. E lei era lì, al freddo, al buio, così sola, così infelice perché gli angeli non la volevano e i diavoli non la volevano, e gli uomini non la volevano e non aveva nessuno che le dicesse “Buon Natale”. Riprese a correre. Corse e corse finché giunse al mare. Quando lo vide provò una gran pace: “Ecco – disse – finalmente sono arrivata: ora non dovrò soffrire più”. Si sporse oltre la roccia e spiccò un salto. E il mare, finalmente, ebbe pietà di lei, la accolse e le diede la pace. Dal suo corpo, posato sul fondo, nacquero dei coralli, chiari e delicati come la sua pelle, e i pescatori che li trovarono li chiamarono “pelle d’angelo”. Si trovano ancora oggi: gli uomini li donano alle loro donne come pegno d’amore, in memoria di Pelle d’Angelo, che l’amore non lo conobbe mai.
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(noi ci vediamo fra un paio di giorni)
barbara

DUE PAROLE

Da lunedì mattina a giovedì sera sono stata fuori. Giovedì sera sono rientrata con l’angelo custode che mi ha assistita per il trasloco, giovedì sera e tutto venerdì abbiamo lavorato a imballare cose (in aggiunta alla quindicina di valigie che già avevo riempito io); sabato mattina sono arrivati quelli del trasloco e abbiamo lavorato fino alle quattro del pomeriggio di domenica. Poi siamo partiti e siamo arrivati qui alle undici di sera. Lunedì mattina in piedi alle sei e mezzo, lavoro ininterrotto fino all’una di notte, ieri in piedi alle otto, a mezzogiorno gli operai se ne sono andati e io ho continuato a lavorare con l’angelo custode fino alle due e mezza, quando l’ho accompagnato alla stazione. Sono tornata qui, un po’ di computer, una dozzina di valigie e cartoni vuotati, telefonata all’idraulico, quando finalmente dal caos sono emersi gli ugelli da gas, per sostituirli a quelli da bombola, corsa a un negozio di casalinghi per un paio di cose urgenti, corsa al supermercato appena in tempo prima che chiudesse, un boccone alle dieci e mezza quando sono riuscita a scovare una padella e la bottiglia dell’olio (i piatti no, ho mangiato su un piatto da portata, l’unico che sono riuscita a trovare, e bevuto in un bicchiere di carta), e sono andata a letto all’una e tre quarti. Adesso mi restano ancora un centinaio di cartoni borse e valigie ecc. da svuotare, pulire tutto a fondo e poi sono a posto.
Io sto bene. Sono felice. Sono piena di energia. E vi lascio con uno spettacolo che ha a che fare con ciò che ho davanti agli occhi dal posto in cui mi trovo in questo momento.


barbara