PANE AL PANE, CESSO AL CESSO

Facciamo che lo ha detto veramente, che ha detto “perché ci dobbiamo prendere tutta la gente che arriva da quei cessi di Paesi”, riferendosi a Nazioni nelle quali non c’è alcun controllo sociale, proliferano regimi illiberali, dalle quali sbarcano in continuazione persone che chiedono di avere privilegi e status di rifugiati per una ventina d’anni negli Stati Uniti.
Fate uno sforzo contro il politically correct che ci si mangia tutti vivi e provate a pensare la stessa cosa detta da un leader politico italiano in un incontro ufficiale ma non pubblico in cui si discuta di come rimodulare il programma di immigrazione, e lui dica “perché ci dobbiamo prendere tutta questa gente noi da questo cesso di paesi, non possono andare anche che ne so in Francia, che ha rimesso le frontiere senza alcuna autorizzazione, o in Spagna, dove ai barconi gli sparano con la mitraglietta della Guardia civile”? Tana libera tutti, vero?
Lui, il razzista, il cattivo, ieri si godeva i primi risultati straordinari della sua riforma delle tasse, con le grandi aziende che decidevano aumenti ai dipendenti e bonus per tutti, l’intera nazione americana festeggiava una disoccupazione sotto il 4%, quella dei neri a livello record di 6,9%. Pure il suo nemico giurato padrone del Washington Post e di Amazon, Jeff Bezos, gli deve di essere, grazie alla Borsa trionfante, l’uomo più ricco del mondo con 106 miliardi di dollari. E a Gerusalemme non è successo niente della guerra civile paventata, la Corea del Nord si sta calmina, le inchieste sui Russi ristagnano nel nulla.
E allora che cosa ci inventiamo per poterne parlare male invece che bene? Che ha detto “cesso di paese” a proposito di paesi che sono dei cessi, sennò la gente mica scapperebbe ci starebbe molto volentieri e ci tornerebbe altrettanto volentieri.
Trump risponde:”Ho utilizzato dei termini rudi ma non quelle parole, che sono un’invenzione dei democratici, anzi la prossima volta registro visto che non è possibile fidarsi di nessuno, ma ciò che è stato veramente rude è la bizzarra proposta che mi è stata fatta”.
Qual era la proposta da lui bocciata? Era un accordo bipartisan sul “Deferred Action for Childhood Arrivals” (Daca) che non prevede stanziamenti adeguati per il muro con il Messico, non migliora il sistema di lotteria per i permessi di soggiorno, e seguendo il quale, gli Stati Uniti “sarebbero costretti a prendersi grosse quantità di persone da Paesi con un alto tasso di criminalità e che sono in pessime condizioni”.
Non c’è niente di nuovo nell’atteggiamento del presidente americano perché fin dall’inizio della campagna elettorale, Trump ha proposto “un sistema basato sul merito”, che permetta di far entrare “persone che ci aiutino a portare il nostro Paese a un livello più alto”. “Voglio sicurezza per la nostra gente, voglio fermare il massiccio ingresso di droga”.
Trump fa Trump, grazie a Dio, ipocriti e rosiconi se ne facciano una ragione.

Maria Giovanna Maglie, 12/01/2018

E niente, bisogna proprio concludere che
comesifa
Poi magari ricordiamo anche il signor Daniel Bernard, ambasciatore francese presso il Regno Unito, che a suo tempo ha detto “that shitty little country Israel”, quel piccolo stato di merda di Israele: qualcuno ricorda sfracelli planetari in proposito? E per concludere invito a leggere questa noterella, non priva di interesse.

barbara

INFORMAZIONE

Allora:
Alla Boeing ha detto subito che lui i due aerei già ordinati non glieli pagava e subito hanno abbassato la cresta.
Alla Lockeed lo stesso per l’F35 e tra l’altro hanno preso da Israele i programmi di software che finalmente funzionano, in più li ha costretti a produrre i ricambi (come da contratto, disatteso apposta per spingere l’F35, bastardi dentro) per l’F16, l’F18 e l’F22 (che rimane il miglior aereo mai costruito).
Alla Marina ha detto che per le altre due portaerei lui quei soldi non glieli paga ed hanno abbattuto sia i costi che i tempi, rispettando i contratti già firmati da tempo.
Ha poi dato il via agli oleodotti bloccati da sua Eminenza Premio Nobel.
Ha tolto le pastoie al carbone e già 10 miniere hanno ripreso.
Ha tolto il divieto di ricerca e di fracking sui terreni Federali e quelli sul mare.
Ha ottenuto già che Ford, GM, BMW ed altri faranno nuove fabbriche in USA ed i tedeschi, inclusa VW, hanno convinto ZF a mettere in piedi una fabbrica in USA.
Ha tolto i “regali” alle aziende che si occupano di energie alternative (e Tesla sta nei casini, se avete azioni consiglio di venderle).
Aveva stabilito che per ogni nuova regola due andavano tolte e per ora il conteggio è ogni nuova regola ne hanno già tolte 20.
Ha eliminato posizioni in tutti i Ministeri ed Enti ed ha tagliato i budget dal 15 al 25 % per alcuni.
Alla Casa Bianca ha eliminato molte posizioni, incluso l’ufficio della First Lady che oggi ha 4 persone invece delle 16 di quando c’era la Sora Michelle con il suo stupido giardino e si ridice Merry Christmas!!
Ha tolto le stupide regole del cibo (se vedevate le foto dei piatti i vostri figli sicuro non ce li avreste mandati) nelle scuole, sempre messe in atto dalla Sora Michelle e molte altre cose nelle scuole stanno in fase di revisione e cambiamento specialmente le Charter Schools.
Ben Carson sta ricostruendo e tagliando a HUD (l’Ente che si occupa di case popolari e di abitazioni e cose connesse).
Ha ridato a molti stati le terre di cui i federali si erano appropriati in epoca Premio Nobel.
Ha rimesso in riga EPA (Environmental Protection Agency) mandandoci Pruitt che è uno che voleva chiuderla e che era stata usata da Sua Eminenza per migliaia di regole assurde che aggravavano i costi di tutti.
L’unico aumento di budget è andato ai militari che finalmente cominceranno ad avere roba decente per fare il loro mestiere, in più a tutti un aumento in busta paga di circa il 3% ed ha anche rimesso le decisioni e le regole di combattimento ai comandanti sul campo, stracciando le fesserie del cialtrone e dei suoi compagnucci progressisti.
In un anno la borsa ha guadagnato 6.000 (seimila) MILIARDI di valore e con la nuova legge sulle tasse tutti danno bonuses ed aumenti ai dipendenti e già hanno fatto e faranno nuovi investimenti.
All’Onu ha tolto 280 milioni.
Al pakistan 252.
Alla NATO stanno pagando e forse anche gli arretrati.
L’accordo di Parigi (ed i tre miliardi) li ha cancellati anche se Sua Eminenza il fetente aveva provato a pagarli appena prima di uscire ma lui è riuscito a bloccarne 560 milioni appena entrato.
Ha cancellato TPP dove solo gi USA pagavano e gli altri guadagnavano.
Sta rivendendo NAFTA (Canada e Messico). Ha rivisto gli accordi con il Giappone ed il loro “protezionismo”.
Con la Cina la carne finalmente viene ora esportata come parecchie altre cose, ma stanno ancora negoziando….
Ah! ed all’Ufficio Postale ha appena detto di smettere di regalare i soldi a Bezos, quando alla fine dell’anno vengono a chiedere miliardi per coprire il “rosso”…e mille altre cose ancora che nessuno vi racconta men che meno la Botteri che sarà occupata a preparare il cenone di Capodanno nel suo umile appartamento in 59a strada (nello stabile che fa angolo su Central Park, quante cose so eh?) che pagate Voi.
Buon Anno dal “Roscio” e da me a tutti. (Volevo fare un tweet ma non c’entrava tutto nei 140 caratteri)
Jaime Andrea Manca Graziadei che non so chi sia, ma questo non ha importanza. Chi desiderasse informazioni su di lui, lo trova su FB.
obamainttrump
Per completare il quadro aggiungo l’invito a leggere questo articolo dello scorso marzo di Giovanni Sallusti e quest’altro di settembre della quasi coetanea Maria Giovanna Maglie, con la quale condivido la militanza filo palestinese e antiamericana in tempi di gioventù, per poi aprire gli occhi e rinsavire nella maturità.

barbara

DUE PAROLE ALLA SIGNORA MICHELLE

Cara Michelle, perché taci sui rapiti israeliani?

Nessuno in piazza per gli ebrei. Alla giusta mobilitazione della Obama per le ragazze rapite in Nigeria non ha fatto seguito quella per i tre ragazzi presi da Hamas. Michelle, ci spieghi: se sono israeliani si possono rapire?

di Maria Giovanna Maglie

Eyal Yifrah, Gil-Ad Shayer e Naftali Frenkel. Com’è che per tre ragazzini israeliani rapiti da terroristi arabi non vedo mobilitazioni speciali, indignazioni planetarie, campagne a colpi di tweet e vip? Non che cambi niente, le ragazze rapite in Nigeria restano in mano ai terroristi, ci vuol altro che un cartellino in mano a Michelle Obama, un bel tweet «Bring back (…) (…) our girls», e via di nuovo a fingere di coltivare pomodorini e zucchine rigorosamente organic nell’orto presidenziale; ci vuol altro che le telefonate propagandistiche di Matteo Renzi e le magliette della nazionale di calcio con i nomi dei due marò, esibite dal ministro Pinotti per far tornare a casa Latorre e Girone; ci vuol altro anche per i tre ragazzini israeliani rapiti da Hamas. Pure, disturba, e anche in questi tempi di disillusione un po’ indigna, il double standard, l’abitudine volgare di distinguere tra le cause politically correct sulle quali gettarsi in sfoggio di propaganda senza pudore, dalla first lady dell’ordine mondiale all’ultimo consiglio comunale, e quelle meno per bene, un po’ scomode, sulle quali far partire infami distinguo, richiami severi mascherati da solidarietà, richieste alle vittime che alla fine dei conti a dirla tutta assomigliano a quelle dei rapitori terroristi.
Funziona così quando viene intaccato il tabù dell’ipocrisia mondiale pacifista, funziona sempre così quando c’è di mezzo Israele. Non è tanto una questione di comune antisemitismo, so di dire una cosa scomoda, sul quale tra brutti libri, pessimi film, pellegrinaggi ai lager che furono, e abbastanza inutili Giornate della Memoria, il senso di colpa cambia forma, si acqueta e vince pure gli Oscar; è che l’antisemitismo quello profondo si è convertito in causa palestinese, ha preso le vesti di critica e pregiudizio verso lo Stato di Israele, comanda le organizzazioni internazionali e le commissioni europee, lambisce e anche penetra tanti ebrei d’occidente, ha caratterizzato la pessima presidenza di Barack Obama in uno strappo terribile con la tradizione degli Stati Uniti. Un alibi stantio, ché io posso anche non poterne più di sentir ricordare retoricamente l’Olocausto, figuriamoci la Resistenza, e vorrei non essere additata per questa saturazione a pubblico scandalo, ma mai dimentico che quello Stato piccolo e guerriero è l’avamposto d’Occidente in territorio nemico, che lo sterminio di ieri si riscatta oggi in Medio Oriente.
Invece che ci tocca leggere? Che, lancio Ansa del 18 giugno, «Amnesty chiede immediato rilascio 3 ragazzi rapiti», ma subito dopo che «Israele sospenda immediatamente le punizioni collettive». Che sono in realtà due misure indispensabili: la chiusura del distretto di Hebron e del valico di Erez tra Gaza e lo Stato israeliano, che serve a impedire il trasferimento dei tre ragazzi nella Striscia, e la detenzione dei membri dell’organizzazione terroristica Hamas, dai quali si possono ottenere informazioni vitali. Seguono articoli di quotidiani vari, ma vi raccomando di non perdervi le perle di Avvenire, informazioni che negano qualsiasi coinvolgimento di Abu Mazen e dell’Autorità Palestinese, peccato che il governo da lui messo in piedi di Fatah-Hamas qualche agevolazione di circolazione ai terroristi islamici l’ha certamente fornita; altre che sostengono che il nuovo ostacolo alla pace siano non il terrorismo o i sequestri, ma la costruzione di nuove case a Gerusalemme. Peccato anche che, l’ho visto ricordato solo su Repubblica, a Hebron circoli un manuale di Hamas di 18 pagine, titolo «Guida per il rapitore», con suggerimenti e consigli per rapire israeliani e ottenere in cambio la liberazione di detenuti palestinesi.
Quanto alla Nigeria, senza un adeguato pagamento o un’azione di forza, le 276 studentesse della scuola di Chi-bok rapite dai Boko Haram il 14 aprile scorso non saranno liberate, e la campagna di buonismo mondiale servirà soltanto ad alzare il prezzo del riscatto e a far diventare più famosi in Africa i talebani neri. Impazzano, va detto, da anni, nell’indifferenza dell’Occidente: hanno massacrato cristiani, bruciato le chiese in cui li hanno sorpresi a pregare, hanno ucciso migliaia di nigeriani, e due italiani, Franco Lamolinara e Silvano Trevisan, sono nelle loro mani Giampaolo Marta e Gianantonio Allegri, i due preti italiani rapiti il 4 aprile, con la suora canadese Gilberte Bussier. Il gruppo di fanatici islamici Boko Haram sconfina allegramente dalla Nigeria in Camerun. Sono terroristi in nome e per conto dell’islam, come quelli che hanno rapito i tre ragazzi israeliani, come quelli che Israele non rinuncia a combattere.

(Libero, 20 giugno 2014)
michelle

Nel frattempo anche il papa continua a tacere – ritenendo, evidentemente, di avere portato a termine la sua missione fermandosi in accorato silenzio accanto a quel muro che vergognosamente impedisce ai terroristi di fare carneficine di ebrei e accogliendo l’imam che ha pregato per la sconfitta degli infedeli – mentre l’inviato dell’Onu Robert Serry, coordinatore per il processo di pace in Medio Oriente, tenta di far trasferire a Hamas 20 milioni di dollari e critica i tentativi di Israele di trovare e liberare i tre ragazzi rapiti. Come già ho avuto occasione di dire, la prostituzione è davvero un mestiere redditizio, e quindi assai ambito.
(E Rachel Frenkel, mamma di Naftali, invoca: “Io credo che ritorneranno, ma se così non dovesse essere, per favore, siate uniti. Siate uniti”)

barbara

 

AFGHANISTAN

Un vecchio articolo per riportare un po’ di equilibrio, rispondendo a chi temerariamente afferma che, in fondo, fra la mercificazione della donna nella nostra società occidentale e il burqa non c’è poi tutta questa gran differenza.
burqa
New York. La bambina tira giù il velo e scopre la faccia sfregiata, un occhio chiuso, l’hanno frustata con una catena da bicicletta, aveva le scarpe bianche, è un colore proibito. La donna è zoppa per le botte, per la strada un sasso le ha fatto perdere l’equilibrio, si è intravista una caviglia, l’hanno picchiata in cinque, lasciata per morta. Nello stadio la ragazza viene fatta inginocchiare, il burka le impedisce di vedere e lo tiene ben tirato, un colpo di pistola alla tempia la uccide, aveva un libro di matematica nascosto nella borsa. Anime belle del pacifismo italiano, ispirati sostenitori del relativismo culturale, femministe contro la guerra, quelli che “non abbiamo le prove”, quelli che “le donne stanno meglio lì che in questa società che che le mercifica”, quelli che “tutte le civiltà vanno rispettate”,  andate a vedere, come ho fatto io, “Beneath the veil”, dietro il velo, un documentario scarno scarno che una giornalista mezza inglese mezza afgana, Saira Shah, è riuscita a girare in cinque giorni passati in Afghanistan. Lei ha rischiato la vita a nobilitazione del nostro mestiere tanto mal ridotto, le donne afgane che l’hanno aiutata e accompagnata, che quando lei aveva troppa paura si sono prese loro la piccola telecamera, l’hanno nascosta sotto al burka,  hanno fatto un buco e sono andate a girare la loro vita quotidiana, forse non rischiano niente, sono già morte. Chiedete alle donne del Rawa, l’associazione femminile che combatte i talebani, duemila temerarie fra Afghanistan e Pakistan, che cosa pensano del pacifismo, se come donne sono per principio contrarie alla violenza, che cosa farebbero a uno dei loro torturatori se lo avessero tra le mani, che cosa farebbero se avessero delle armi.  Chiedete loro, come ho fatto io con Fatima, se odiano gli americani e li considererebbero invasori. Avrete le risposte che meritate, forse vi vergognerete.
“Beneath the veil”, dietro il velo, è prodotto dalla inglese BBC, l’americana Cnn ne ha mostrato una parte in questi giorni, andrebbe proiettato nelle nostre scuole, un sano schiaffone prima che vincano tanti cattivi maestri. La regista , accompagnata da una donna del Rawa, entra dal Pakistan, trascorre quattro giorni a Kabul, ne esce per filmare un percorso quotidiano di vita femminile. Indossa il burka, una enorme tovaglia che ti soffoca, impedisce di respirare, mette a rischio qualunque movimento. Niente più degli occhi dev’essere mostrato, le scarpe non devono emettere il minimo rumore, non si può uscire di casa se non scortate da un parente maschio. Non si può parlare a un uomo se non è strettamente obbligatorio; una donna non può lavorare, non deve studiare, non può essere visitata da medici maschi, ma non riesce più a trovare medici donne se non clandestinamente. La famiglia che la ospita è legata al Rawa, anche il capofamiglia è con loro. Faceva l’ingegnere, ora si arrangia come sarto, lavora tra le due e le cinque del mattino, unico periodo di tempo in cui c’è l’elettricità e può usare una rudimentale macchina da cucire. Il ricavato serve per comprare un po’ di cibo, niente di più. L’ospite e un accompagnatore vanno a visitare una scuola clandestina, quattro panchetti nella cantina di una casa. Gli studenti, ragazzi e ragazze, arrivano uno alla volta, a distanza di dieci quindici minuti, nel tentativo di non essere notati. Sudiano storia dell’Afganistan e geografia, scienze e matematica, tutto proibito dai talebani; le ragazze si dedicano al persiano e alla matematica, quel che serve per sopravvivere. In  ottomila andavano all’università, quarantamila a scuola, quando arrivarono i talebani, i contadini illetterati che odiavano la città, la televisione, il cinema, le risate. Sulla strada verso l’ospedale la regista e i suoi accompagnatori vengono fermati due volte, ma nessuno tocca la donna, frasi di disprezzo l’accompagnano mentre si allontana. Normale disprezzo per le donne, le spiegano, e le mostrano donne che piangono in terra, negli angoli delle strade, le hanno picchiate per qualche sconosciuta ragione. All’ospedale la camera arriva sotto i letti e nei gabinetti invasi di escrementi, sporcizia dappertutto, i malati buttati come stracci. C’è una donna anziana medico, l’unica ammessa a lavorare ai parti, gli occhi si riempiono di lacrime quando racconta com’era un tempo la città, le fontane e i giardini, le famiglie che la sera mangiavano al ristorante. La regista sta talmente male che il primo girato è inutilizzabile, deve vomitare ma come si fa con il burka; ci tornerà una ragazza del Rawa a filmare, il giorno seguente, rischiando ancora di più. Riesce bene invece il filmato allo stadio, pubblica esecuzione di prostituta. Le vedove della guerra lavorare non possono, se chiedono l’elemosina per strada vengono arrestate o picchiate a sangue, se si prostituiscono vengono messe a morte. Impiccate o, come in questo caso, un colpo alla testa davanti alle figlie, perché ricordino che una donna è impura e portatrice di peccato, l’unica sua possibilità è essere invisibile. Le bambine si vedono in giro fino ai sette otto anni, poi scompaiono, già a nove vengono vendute a un marito che le mantenga, chiuse in casa. Quando la regista torna finalmente a Islamabad, il burka se lo sente addosso per giorni e giorni, come lo sguardo dei soldati di Allah.
Fatima è in giro con il documentario per raccogliere un po’ di soldi. Le donne del Rawa che lavorano nei campi profughi in Pakistan non riescono più a stare in contatto con quelle rimaste dentro, la polizia pakistana le perseguita, le carica quando manifestano contro il regime dei talebani. Non si fidano della Northern Alliance, sono integralisti come gli altri, spiegano, l’unica possibilità di ritorno a una parvenza di civiltà, l’unica speranza di un po’ di libertà sta nel vecchio re. (Maria Giovanna Maglie ottobre 2001)
Taliban_execute_Zarmeena_in_Kabul_in1999_RAWA
Poi magari, per completare il quadro, vai a rileggere anche questo e questo.

barbara