DANIEL IL MATTO

Gli amici di più vecchia data hanno già avuto il piacere di leggere tre chicche in anteprima (uno, due, tre): erano i primi tre racconti nati dalla fertile mente di un autore non giovanissimo ma di straordinaria freschezza. Poi il malloppo si è arricchito di altre storie, e ora è diventato un libro. Io l’ho letto, e vi posso assicurare che i racconti successivi sono assolutamente all’altezza dei primi (e se ve lo dico io, voglio proprio vedere chi si azzarda a non fidarsi!): tutti ambientati nel ghetto della Roma papalina del XVIII secolo, con il bizzarro e geniale scriba Daniel come protagonista e l’intera corte di comprimari e comparse che gli ruota attorno, dalla moglie bellissima e dal piglio deciso alle non sempre limpidissime autorità all’onnipresente clero alla miserevole folla degli ebrei sempre oppressi e tuttavia forti nella difesa della propria identità.
Insomma, secondo me dovreste proprio leggerlo, e se non vi fidate, tanto peggio per voi: non sapete cosa vi perdete!

Mario Pacifici, Daniel il matto, Opposto
daniel il matto
barbara

(PS: noi ci rivediamo venerdì 17: conto sull’altrui superstizione per trovare strade e autostrade ragionevolmente sgombre)

UNA COSA DA NIENTE

Ve ne avevo già parlato qui. Oggi ve ne riparlo per informarvi che ora è disponibile anche come e-book su Amazon, al prezzo di euro 3,99, per tutti coloro che hanno un po’ meno soldi a disposizione ma non vogliono rinunciare alla buona lettura.

barbara

UNA COSA DA NIENTE

Trasse fuori dal cassetto una scheda e la inserì nella macchina da scrivere.
“Nome e cognome.”
Della Pergola glie li disse, ma vide la mano del Responsabile bloccarsi sopra i tasti.
L’uomo sollevò lentamente lo sguardo su di lui e arricciò il naso per manifestare tutta la sua perplessità.
“Razza?”
Della Pergola scosse il capo senza parlare.
Il Responsabile sospirò. Era sconcertato. Un contegno responsabile da parte di quell’ebreo, avrebbe evitato a entrambi l’imbarazzo di una scena penosa.
“Questa è una scuola ariana,” disse con sussiego, “non accettiamo studenti di razza ebraica.”
Estrasse di tasca le cinque banconote e le dispose di nuovo sul tavolo, una accanto all’altra.
Della Pergola non le toccò.
“Voglio solo imparare un po’ di inglese. Non vi creerò alcun problema.”
Il Responsabile intrecciò le mani e socchiuse gli occhi, sospirando.
“Vi prego di non insistere. Abbiamo delle disposizioni ministeriali.”

Già: le disposizioni. Le norme. Le regole. La legge. Niente di personale, per carità, ma se sei di razza ebraica non puoi pretendere di essere trattato come una persona normale. Anzi, se avessi un maggiore senso di responsabilità, eviteresti di creare situazioni così penose e imbarazzanti.
Gli italiani e le leggi razziali, questo il tema dei dodici bellissimi racconti di Mario Pacifici (che i miei lettori più fedeli conoscono bene per averne già letti, in questo blog, uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto): gli italiani di fronte ai propri connazionali colpiti dalle leggi razziali, estromessi dalla scuola, dall’esercito, dai ministeri; estromessi, a poco a poco, da tutta la vita sociale ed economica e, alla fine, dalla vita tout court. E, ad onta della consolidata fama di “italiani brava gente”, il comportamento della maggior parte di loro non è stato propriamente esemplare. Più per pigrizia e indifferenza, che per vera e propria ostilità, nella maggior parte dei casi, o per comodità: se si libera una cattedra, o un primariato, perché non approfittarne? Non le ho mica fatte io queste leggi, no? E se vogliamo costruire l’Impero varrà pur la pena di fare qualche piccolo sacrificio. E poi, cosa saranno mai queste leggi, queste limitazioni per gli ebrei? Una cosetta da niente, appunto, come non troppo tempo fa ha saggiamente spiegato, quasi con le stesse parole, il nostro amato Sovrano, il pretendente al Trono d’Italia, Sua Maestà Vittorio Emanuele IV, ora felicemente rientrato nel Patrio Suolo.
Dodici racconti bellissimi: l’ho già detto, ma lo voglio ripetere. E credo proprio che li dovreste leggere.

Mario Pacifici, UNA COSA DA NIENTE e altri racconti, Edizioni Opposto


barbara

LA RIFFA

Per la gioia dei miei lettori, ecco un nuovo racconto di quel geniaccio di Mario Pacifici.

Chiuso in un grumo di inconsapevole sofferenza, David osservava la bara che scendeva nel sepolcro, con la fredda indifferenza di un estraneo. Sebbene a tratti fosse scosso da un lieve tremore, continuava a ripetersi che non c’era nulla che lo legasse a quell’uomo, se non il fatto di essere suo figlio.
A pochi passi da lui, sua madre piangeva dietro gli occhiali scuri. David non se ne capacitava. Suo padre le aveva reso la vita impossibile! L’aveva umiliata con i suoi tradimenti e annichilita con i suoi inganni eppure tutto questo non aveva scalfito quella sua irritante devozione.
Sua madre piangeva e lui ne provava rabbia. Rabbia per lei, per le sue lacrime, per quel suo modo ottuso di perdonare ogni ingiuria, ogni oltraggio, ogni affronto.
E quanti ne aveva dovuti subire!
David la ricordava con gli occhi gonfi di lacrime ogni volta che lui spariva di casa, per correre dietro all’ennesimo capriccio.
Tuo padre è fatto così ripeteva lei, in quei momenti. E a dispetto delle lacrime rimaneva in attesa dell’immancabile ritorno, pronta a concedere l’immancabile perdono.
Sei un adorabile cialtrone, gli diceva allora lei, ostentando una collera che, già mitigata dal sollievo, era preludio ad una plenaria assoluzione. E lui annuiva, giurando convinto che non sarebbe accaduto mai più, che mai più si sarebbe allontanato da lei.
Eppure, suo padre era davvero tanto cialtrone quanto adorabile.
Con lui, la casa traboccava di allegria. Aveva un gesto, una carezza, un’attenzione per ognuno. Mai che dimenticasse una ricorrenza o un compleanno. E i suoi regali poi… Tanto sontuosi, da lasciarsi dietro buffi che sua madre, passata la festa, doveva affannarsi a sistemare.
Con il denaro lui aveva un rapporto di sconsiderata indifferenza. Non se ne curava, ma era un maestro nel dissiparlo. E per di più, amava il gioco. Sui tavoli verdi di mezza Europa aveva bruciato intere fortune fino a quando sua madre non gli aveva sottratto, per una volta con testarda determinazione, il controllo degli ultimi quattro pezzetti del patrimonio rimasti liberi da ipoteche.
Il rabbino lo scosse dai suoi pensieri,  gli lacerò la camicia e lo aiutò a recitare il Kaddish. E mentre le labbra sillabavano quelle formule aramaiche, tanto familiari quanto incomprensibili, lui continuava a ripetersi che bene avrebbe fatto a rimanersene a casa, marcando col frastuono di una assenza, l’incolmabile distanza che lo separava da quel padre sciagurato.
Ma questa era solo una puerile elucubrazione. Lui non era tipo da colpi di testa. Lui era solo un  piccolo, ordinato e metodico commercialista. Un tipo noioso, pensò con accorata malinconia, al cui funerale avrebbero partecipato quattro gatti, non la folla strabocchevole che si assiepava ora intorno al sepolcro.
Quella folla, pensò, era per suo padre una sorta di postumo trionfo. Erano tutti lì per lui, accorsi come per un evento mondano, convinti che senza quell’impareggiabile protagonista il loro mondo non sarebbe più stato lo stesso.
In quella folla, pensava David, c’era l’anima stessa di suo padre. In essa si specchiava quel suo fascino suadente che gli apriva ogni porta e gli conquistava la simpatia, l’amicizia, l’amore di ognuno.
Era un dono quello, ma un dono da cui lui stesso era stato soggiogato. Quell’essere amato e benvoluto infatti, piuttosto che una gratificazione era diventato, col tempo, un imperativo categorico. Viveva per quell’adorazione e ogni incontro, ogni rapporto, ogni relazione finivano per diventare una schermaglia, volta a conquistare l’ambita devozione perfino di gente che non avrebbe mai più rivisto.
Era una droga, un delirio, un trionfo dell’effimero di cui però chi interloquiva con lui non coglieva il senso. Quell’artificio del comportamento, quel misterioso equilibrio fra seduzione e frustrazione sparivano infatti dietro l’amabilità dei modi, dietro l’arguzia del conversare, dietro la folgorante genialità delle battute. Di lui emergeva solo l’irresistibile charme, mentre rimaneva celata la fragilità che lo costringeva a piacere per sentirsi vivo.
Solo David lo vedeva per quello che era e coglieva in lui quella paranoia esistenziale che lo induceva a recitare, sul palcoscenico della vita, la parte dell’uomo baciato dalla sorte. E come un mattatore che cerca nell’ultimo applauso la conferma di un talento, suo padre cercava nell’ultima fiamma le rassicurazioni di cui non aveva mai abbastanza.
Era così che si era trascinato negli anni da una relazione all’altra, con donne di ogni risma, lasciandosi alle spalle le macerie di un matrimonio in frantumi e di una famiglia in dissesto.
David questo non glielo aveva mai perdonato.
Aveva smesso di incontrarlo e per quanto possibile lo aveva cancellato dalla sua vita.
Ma questo, si sa, non è mai facile con un genitore.
A volte gli incontri erano stati inevitabili e David ne era uscito sempre con un intollerabile senso di frustrazione.
“Sempre a studiare!” lo rimbrottava suo padre con quei suoi modi ilari che avrebbero dovuto compiacerlo. “Goditi la vita piuttosto! All’età tua è sulle donne che ti devi consumare, non sui libri. E poi con loro non fare il tirchio. Devi essere splendido, che i soldi servono a quello: a comprarti le gioie della vita!”
“Ma quali soldi!?” avrebbe voluto gridargli David. “Quali soldi, se ci hai lasciati sul lastrico, bruciando il mio futuro sui letti delle tue puttane?”
Avrebbe voluto, ma non ne era mai stato capace e oggi se ne rammaricava.
“Non potrò farlo mai più” pensò con amarezza “e continuerò a sentirmi nelle orecchie i suoi insulsi inviti a una vita lasciva. Ma io non sono fatto della sua pasta. Non mi giocherò la vita, come ha fatto lui, correndo dietro a quattro sgualdrine.”
Dopo la cerimonia, David si allontanò da solo. Ne aveva abbastanza degli abbracci consolatori di quella gente e il solo pensiero dei sette dì in casa di sua madre lo atterriva. Che consolassero lei, se ne aveva bisogno. Lui voleva solo voltar pagina.
Si fermò al primo distributore fuori del cimitero e scese dall’auto per un caffè.
“Pago il pieno” disse alla cassiera, porgendo la carta di credito. “E poi un espresso, il Messaggero e un pacchetto di Winston Blu.”
Lei gli sorrise ed inserì la carta.
“Vuoi anche il biglietto della riffa?” chiese. “E’ l’ultimo…”
Lui scrollò le spalle.
“Non sono di qui…”
“E cosa importa. Tu lasci il numero e se vinci ti chiamiamo noi.”
Aveva già staccato il tagliando e gli porgeva il terminale del POS per inserire la password
“E’ quello fortunato, l’ho conservato per te” aggiunse ammiccante.
David le sorrise. Era bella, inguainata in una T-shirt aderente, i capelli corti alla Carfagna.
“Allora” disse con inusuale faccia tosta, “se vinco, il premio voglio che sia tu a consegnarmelo.”
“Ci puoi contare” flirtò lei leggera. “Tu pensa a vincerlo, che io te lo consegno.”
Dieci minuti dopo la cosa era dimenticata. Dieci giorni più tardi, però, il telefono squillò mentre lui era con un cliente.
“Hai vinto” disse, senza preamboli, una voce dall’altra parte.
“Sei tu?” chiese lui, in modo un po’ ottuso.
“Certo che sono io. Chi vuoi che sia? Non avrai mica giocato a qualche altra riffa, nel frattempo!”
David rise.
“Sono con un cliente…”
“Lascia che aspetti! E dimmi piuttosto dove vuoi che ti porti il premio.”
La sera alle otto, lei bussò puntuale al suo appartamento.
Indossava un abito nero, corto ed attillato.
“Non ti dovevi disturbare…” mormorò David, tanto per dir qualcosa e celare l’imbarazzo. “Potevo venire io al distributore.”
Lei gli sorrise.
“Ogni promessa è un debito… Ma non mi fai entrare?”
Lui spalancò la porta sul piccolo appartamento. Era un monolocale con una grande finestra affacciata sulle luci di Roma, un arredamento accogliente e tanti libri in giro e sugli scaffali.
“Whaoo!” esclamò lei, posando la borsa. “Che carino qui…”
David annuì, guidandola verso la zona salotto.
“Cosa ti offro…?”
“Quello che prendi tu…” rispose lei, continuando a guardarsi intorno.
Lui tornò dalla cucina con due calici e una bottiglia di prosecco.
“Funziona il compact?” chiese lei, mentre lui armeggiava con il tappo della bottiglia.
Non attese la risposta per mettere su un CD dei Coldplay.
Bevvero lo spumante e chiacchierarono di musica, di cinema, di calcio.
Il tempo passò piacevolmente mentre a piccoli sorsi svuotavano la bottiglia.
“E’ ora che vada” disse lei a un tratto, alzandosi in piedi.
Improvvisamente David si rese conto che non voleva che lei se ne andasse.
“Non vuoi trattenerti per due spaghetti?” chiese.
Lei lo squadrò con un sorriso malizioso.
“Perché? Sai cucinare…?”
Lui allargò le braccia, divertito.
“Veramente no, ma confido in te… In cucina ho pochi ingredienti e molti surgelati.”
Lei si infilò un grembiule e imbastì una cena, mentre lui si occupava del vino e apparecchiava la tavola.
Chiacchierarono ancora, cenando, e il tempo volò via.
“Ora è davvero tardi” disse alla fine lei, dando un’occhiata all’orologio. “Devo andare… Ma tu riuscirai a sparecchiare da solo?”
David scrollò le spalle.
“Farò del mio meglio…”
“Bene… Allora io vado…”
Si alzò. Le girava un po’ la testa e si sentiva euforica.
Improvvisamente si rammentò del premio.
“Non mi hai nemmeno chiesto che cosa hai vinto.”
Lui la fissò con un sorriso un po’ infantile.
“Speravo fossi tu il premio.”
In vita sua, non si era mai sognato di dire qualcosa del genere.
Forse fu il vino oppure l’atmosfera, ma di certo lei non se ne offese.
Lo guardò con tenerezza. Poi gli mise una mano fra i capelli e lo trasse a sé, baciandolo con trasporto.
La mattina dopo quando si svegliò, lei dormiva ancora nel suo letto.
Cercò i calzoni del pigiama e andò a preparare la colazione. Quando tornò con il caffè e i biscotti lei era sotto la doccia.
Appoggiò il vassoio sul letto e fece scorrere la mano sulle lenzuola. Non sapeva nemmeno come si chiamasse e già era pazzo di lei.
Pochi minuti e lei uscì dal bagno, avvolta in un asciugamano.
“Un caffè?” chiese lui.
Lei gli si accoccolò vicino e centellinò il caffè a piccoli sorsi, senza parlare.
“Devo andare” disse a un tratto “o farò tardi al lavoro.”
Gli dette un piccolo bacio sulle labbra e si vestì in fretta sotto il suo sguardo.
David la accompagnò alla porta, con la sensazione che rimanesse qualcosa di importante ancora non detto.
“Io…” provò a dire, ma lei gli stava tendendo una busta.
“Il tuo premio. Trenta biglietti della lotteria di Capodanno.”
David si rigirò la busta fra le mani senza alcun interesse.
“Quando ci rivediamo?” chiese con un sorriso.
Lei era seria. Abbassò gli occhi e scosse la testa.
David si sentì perduto.
“Perché no? Io non voglio perderti!”
Lei sollevo lo sguardo e lo baciò sulle labbra, facendo scorrere la mano sulla sua pelle nuda.
“Perché questa è una barriera…” disse infine, battendo un dito sul suo maghen David.
Ma che dici…? Non esistono barriere! Non per me almeno…”
“So come vanno le cose. Ci sono già passata. I ragazzi ebrei, quando si vogliono sposare, si cercano una brava ragazza ebrea. Io non ho l’età per imbarcarmi in una relazione senza prospettive. E non voglio soffrire ancora. Potrei star bene con te ma credimi, ci faremmo del male l’un l’altro.”
“Non voglio perderti” ripeté lui. “Ne parleremo ancora… Io non sono come tutti gli altri…”
“No!” rispose lei con dolcezza. “Fermiamoci qua. E’ stato bello, ma non funzionerebbe. Lo sappiamo entrambi.”
David scosse il capo.
“Non è così. Dammi il tuo numero di telefono. Sono certo che fra qualche giorno vedrai le cose in modo diverso.”
“No!” ripeté lei con fermezza.
“E allora prendi il mio.”
Afferrò una penna e si guardò intorno alla ricerca di un pezzo di carta.
“Scrivilo qui” disse lei, porgendogli il braccio.
Lui scosse il capo. Non voleva che il numero scivolasse via alla prima doccia. E poi un numero sul braccio gli faceva orrore.
Afferrò la busta, ne tirò fuori un biglietto e vi scrisse sopra il numero del cellulare.
“Chiamami!” disse, infilandolo nella sua borsetta.
Lei lo baciò sulle labbra, gli sorrise e andò via senza aggiungere altro.
Per molti giorni David attese che lei lo chiamasse ma alla fine si convinse che non sarebbe successo. A volte provava l’impulso di recarsi al distributore ma sapeva che sarebbe stato del tutto inutile. E poi, sebbene gli facesse male doverlo ammettere, si andava convincendo che lei non aveva tutti i torti. Il problema delle tradizioni, l’educazione dei figli, l’atteggiamento delle reciproche famiglie… In vista di un matrimonio quelli sarebbero stati tutti macigni difficili da rimuovere e perfino da aggirare. 
A poco a poco quella serata magica divenne per lui un ricordo malinconico e nostalgico, cui riandare di tanto in tanto col pensiero. Qualcosa di bello ma definitivamente concluso.
Proprio però mentre raggiungeva questa pacata rassegnazione, un altro pensiero gli si faceva strada nella mente. Un pensiero tanto ridicolo quanto persistente. Lui si considerava una persona pragmatica e razionale, per nulla incline alle credulità superstiziose, eppure quel pensiero gli lavorava dentro come un tarlo. La più irripetibile delle avventure, continuava a pensare, gli era capitata pochi minuti dopo il funerale di suo padre. Come non vedere in questo una stupefacente connessione? Quella fulminea, esaltante e amara relazione prese così, poco a poco, a configurarsi nella sua immaginazione, contro ogni logica ed ogni razionale convincimento, come un ultimo dono di suo padre. Un  dono avvelenato, però. Un ultimo sberleffo. Tu non sei fatto della mia pasta…? Beh, eccoti servito! Ora lo sai cosa può darti una donna! Ora lo sai cos’è una passione! E’ facile fare il saccente, parlando dei sentimenti e delle pulsioni altrui. Ma tu non sei diverso da me. Sotto quella maschera di noioso perbenismo, brucia lo stesso fuoco che ardeva nelle mie vene. Tu sei come me e se ne avrai l’occasione farai le stesse scelte per le quali mi condannavi.
David era spaventato da quella deriva dei suoi stessi pensieri ma per quanto cercasse di arginarla, soffocandola sotto una montagna di razionali intendimenti, essa tornava a tormentarlo con una insistenza morbosa.
Giorno dopo giorno tuttavia, quell’incontro fortuito e devastante si faceva nella sua mente più lontano e sfumato, tanto che David riuscì alla fine a relegare gli inquietanti pensieri da cui era stato turbato in uno di quei cassetti della memoria con su scritto questioni inesplicabili.
Un paio di mesi dopo, entrando una mattina nel bar sotto casa, trovò la cassiera intenta a controllare sul giornale il suo biglietto della lotteria.
“Anche per questa volta non sono diventata milionaria!” sbuffò, strappando il tagliando. “E pensare che il primo premio è stato vinto a Roma. Magari l’ha vinto lei, dottore… Ha controllato?”
“No, io no! Non ho neppure il biglietto!”
Nel dirlo si ricordò del premio della riffa e subito quei pensieri irrazionali, di cui credeva di essersi liberato, tornarono ad emergere sornioni.
Non può essere, si disse con forza. Era perfino indispettito di poterlo pensare. Eppure, di andare in ufficio senza prima controllare non se ne parlava nemmeno. Mio padre sarebbe capace di tutto pensò, dandosi beninteso dell’idiota per averlo solo pensato.
A casa cercò la busta in fondo a un cassetto ed accese il computer per connettersi con il sito della lotteria.
Prese i biglietti e se li fece scorrere sotto i polpastrelli. Erano in sequenza. Bastava controllarne uno per controllarli tutti.
Clikò sulla pagina delle estrazioni e partì dal primo estratto. Codice alfabetico MS AJ. Corrisponde! Poi 615. Esatto! Il cuore gli batteva furiosamente, le mani gli tremavano. 718. Oh santo Dio! 946.
Il biglietto gli cadde dalle mani.
“Ho vinto” mormorò sottovoce, quasi per convincersi di essere sveglio.
Spazzò via il biglietto che aveva controllato e che finiva con 941. Quello vincente era nel mazzo degli altri, dal momento che erano tutti in sequenza.
Nell’attimo stesso in cui ne prendeva coscienza, una terribile premonizione gli tolse il fiato.
Oh no! Lui sarebbe capace di tutto, pensò con assoluta convinzione.
Fece scorrere febbrilmente i biglietti. 943, 944, 945, 947.
Ricontrollò tre volte ma non c’era verso. Il 946 mancava. Ci aveva scritto sopra il numero di telefono per quella sgualdrina senza nome! Aveva dato via per niente una fortuna!
Si accasciò sul divano in preda ad un tremito isterico, mentre una voce gli rimbombava nella testa.
E allora, sei fatto davvero di una pasta diversa?

(e presto, una sorpresa…)

barbara

La lettera

Si porta del vino a casa di un musulmano? Bella domanda. Di certo non si va a mani vuote, la prima volta che ti invita, ma forse fiori o cioccolatini sono più corretti… Anche se lui il vino lo beve e come se lo beve!
Vada per i fiori. Comunque Ibrahim è un musulmano a modo suo. Sua moglie è cattolica e i figli sono battezzati. Dice che i suoi vivono in Pakistan e magari vanno in moschea tutti giorni, ma lui se ne sbatte di Maometto e del Corano. E’ italiano a tutti gli effetti.
Che vuol dire…? Tu sei meno ebreo solo perché sei italiano?
No, hai ragione.
Come sempre.
Ariel Mortara si sporge appena dal posto di guida e bacia Eny mettendo virtualmente fine alla questione vino o fiori.
Sono quasi arrivati. Resta solo da trovare un fioraio.
Un fioraio a quest’ora sulla Cassia?
Lo trovano poco più avanti
Ok. Siamo pronti. Ma ti prego… Sii gentile con Tamara.
Ariel leva gli occhi al cielo e trae un sospiro che Eny interpreta come una promessa. Magari estorta ma pur sempre una promessa.
Fabio e Tamara. La terza coppia della serata.
Salendo in ascensore Eny pensa a quanto siano volubili gli uomini. Non è passato un anno e già Fabio si è trovato una compagna. Il grande amore, la passione di una vita, la perdita inconsolabile: tutto morto e sepolto. Insieme a Stefania.
Ricaccia indietro la commozione. Un’amica così non l’avrà mai più. Intelligente, spiritosa, disponibile… Unica.
Ariel pensa invece a Fabio. Si conoscono dai tempi del ginnasio. Un’amicizia inossidabile, una familiarità totale, eppure non arriva a capire cosa ci trovi in quella Tamara. Bella, è bella, non lo si può negare… Ma così giovane… Così spaesata… Beh, sostenere il paragone con Stefania sarebbe duro per chiunque, pensa… Ma lei sembra alla perenne ricerca di un proprio posto nel mondo. Di una certificazione di idoneità. Di una gratificazione di appartenenza.
In mezzo a gente finisce per perdersi, incapace di lasciarsi coinvolgere nei giochi dialettici di amici rodati da lunghe frequentazioni. Così a volte tace in modo disarmante oppure mette il muso, costringendo Fabio a precipitose ritirate. Altre, pur di non lasciarsi estraniare dal flusso delle chiacchiere, si lancia in traballanti requisitorie, contraddicendo accanitamente l’ultima opinione espressa da qualcuno dei presenti.
Tra i suoi coetanei magari farebbe la sua figura… Ma in mezzo a loro, che palle! Una minestra riscaldata di riformismo, ambientalismo, animalismo e chi più ne ha più ne metta. Tutti gli ismi e gli anti-ismi del mondo… Una sessantottina fuori tempo massimo! Insopportabile pensa Ariel, ma Fabio la trova elettrizzante… E in fondo, a quarant’anni, una vigorosa smossa ormonale può far passare in second’ordine molte cose.
Strana serata comunque.
Quando è arrivato l’invito sono rimasti sorpresi: Jenny, la padrona di casa è una collega di Eny ma lui, Ibrahim, è poco più che un estraneo. Lo hanno incrociato in qualche party di comuni amici, quattro chiacchiere con un bicchiere fra le mani, nient’altro.
Che c’entriamo noi? ha sbuffato Ariel. Li conosciamo a malapena!
Sei il solito orso! Pensi che ci faccia male incontrare qualche faccia nuova?
Qualche faccia nuova? Quelle sono facce vecchie. Ci sono passate davanti ed abbiamo tirato di lungo per la semplice ragione che non ci interessavano. Te lo garantisco: trascorreremo una serata mortale, arrampicandoci sugli specchi per tenere in piedi una qualche conversazione… E quando torneremo a casa io giurerò: mai più! never again! Tu invece ti sentirai obbligata a ricambiare l’invito e mi trascinerai in una spirale perversa di serate insopportabili.
Beh, questa è la vita, tesoro. Non sei su facebook. Non puoi respingere un’offerta di amicizia con un click asettico e indolore. Puoi dire no, ma la gente si offende e si dispiace. Jenny è stata gentile. Ha invitato Fabio e Tamara per metterci a nostro agio e io non intendo comportarmi in modo sgarbato. E poi…
E poi…?
E poi non voglio che lei pensi, neppure per un istante, che noi due, ebrei, non accettiamo l’invito perché suo marito è musulmano.
Questo mette fine ad ogni discussione. Ora sono davanti alla porta, il mazzo di fiori bene in vista, e il sorriso di circostanza stampato sulle labbra.
La casa è accogliente: luci soffuse, jazz di sottofondo, aperitivi stuzzicanti. Non passa un quarto d’ora e già le fosche previsioni di Ariel sono spazzate via. Ibrahim è simpatico, Jenny brillante e Fabio in serata di grazia. La conversazione fila via leggera ed esplora i classici temi rompighiaccio: viaggi, libri, gossip, Berlusca.
A tavola gli argomenti si fanno più seri ma il tono rimane fatuo come se nessuno avesse voglia di esplorare vere disparità di opinione.
Una questione di educazione e di bon ton. Sei in casa d’altri, non sai come la pensano, non hai familiarità…  Ci vuole tanto a capirlo?
Beh, Tamara non lo capisce.  Mentre ancora tutti ridono con le lacrime agli occhi di una barzelletta di Fabio, lei ne racconta una delle sue. E’ la storia di un bottegaio ebreo. Deve attaccare un quadro e chiede in prestito il martello a suo fratello. Il rifiuto lo indigna quanto la spiegazione: il martello costa e a batterci i chiodi si consuma. “E’ incredibile!” mugugna il bottegaio. Ci pensa su a lungo e poi finalmente tira fuori il proprio martello e si rassegna ad usarlo.
La risata che segue spacca il tavolo in due. Tamara avrebbe dovuto saperlo: di queste storielle gli ebrei ridono quando se le raccontano fra loro. Diversamente  sentono puzza di antisemitismo e non si divertono affatto.
Tutti gli altri ridono, ad ogni modo.
Ride anche Ibrahim ed Ariel se ne infastidisce.
Intendiamoci: lui ride né più né meno di Fabio e di Jenny ma è diverso, perché lui è…
No! Non diciamo stronzate, si trattiene con un sussulto politically correct, stampandosi in faccia un sorriso senza allegria.
Tamara però non ha finito.
La sapete quella del soldato israeliano che spara al bambino palestinese?
Basta così tesoro. Fabio è imbarazzato ma lei è ormai fuori controllo.
Ariel non l’ascolta nemmeno. Resta rigido sulla sedia, la forchetta a mezz’aria. Gli basterebbero tre parole per rimettere a posto quella cretina ma rimane in silenzio e trangugia un boccone che sembra strozzarlo. Non vuole mandare per aria la serata. Non in casa di un islamico. Sente Fabio dire qualcosa, sente Jenny dire qualcosa. Ma soprattutto è lo sguardo di Eny che lo frena. Ti prego, tesoro… Ti prego…
Trangugia, sta zitto e fa finta di niente ma dentro si sente ribollire per la frustrazione.
Nessuno ride stavolta ma lei insiste e ne racconta un’altra. Stavolta è Sharon che incontra Hitler all’inferno ma Fabio riesce finalmente a farla star zitta.
In macchina Ariel è una furia.
Lo sapevo che non dovevamo accettarlo questo invito.
E perché? Cosa ti hanno fatto loro? Sono stati gentili ed anche comprensivi .
Quella è una stronza antisemita! Lo ha fatto apposta per metterci in imbarazzo!
No! E’ solo una sciocca. Non sa stare al mondo.
Beh, io non glie la lascio passare così… Io…
Io cosa? Cosa vuoi fare? Finiresti per renderti ridicolo anche agli occhi di Fabio. Alla fin fine, era solo una barzelletta.
Una barzelletta?! Quella era una provocazione! Gli israeliani che sparano sui bambini! Sharon e Hitler sullo stesso piano… Con i razzi che ci arrivano addosso e gli autobus che esplodono un giorno sì e l’altro pure!
Quella notte fatica a prendere sonno. Non può lasciar cadere la cosa, continua a pensare.
La mattina, sotto la doccia, sa finalmente cosa fare.
Due giorni dopo Tamara riceve una lettera. Spicca fra le bollette e le pubblicità, quanto un mobile di antiquariato potrebbe spiccare nei corridoi dell’Ikea.
Una lettera! Non ricorda più quando ne ha ricevuta un’altra. E dopotutto chi le scrive più le lettere, al giorno d’oggi?
Gira la busta e legge il mittente: Ariel Mortara.
Un tonfo al cuore.
E’ lui. Lo sapevo…
Rimane a fissare attonita quell’involucro minaccioso.
Non so mai quando stare zitta pensa, e vorrebbe piangere.
Cosa mi è passato per la testa, l’altra sera…?
Stupida, stupida stupida…
E più stupida ancora a non alzare il telefono per scusarmi. Cosa credevo…? che la cosa non lasciasse strascichi?
Fabio è stato carino. Vedrai che capiranno ha detto, ma perché dovrebbero capire?
E cosa c’è poi da capire…?
Che sono una stronza? Che non so stare in mezzo a gente? Che straparlo…?
Fissa la busta che le brucia fra le mani.
Peggio! Quelli hanno capito che sono un antisemita, piena di pregiudizi…
Oh no, cazzo! Io non sono antisemita, non sono antisionista… Io non sono niente! A me interessa solo Fabio!
E poi antisemita?! Io l’adoro Eny… E mi piace anche Ariel. Sono una coppia fantastica!
Serra le labbra e trattiene le lacrime.
Ma come diavolo ho fatto a cacciarmi in questa situazione!
Fa scivolare la busta nella borsa mentre le cresce dentro un ansia insopportabile.
Che devo fare adesso? si chiede.
Continua a chiederselo tutto il giorno: in ufficio, al bar, in metro. Non riesce a pensare ad altro ed intanto le monta dentro un’angosciosa indecisione.
La sera si butta sul divano, la tv accesa. Le immagini scorrono sullo schermo in un frastuono sbiadito di cui non ha percezione. Siede con il telefono in una mano, la busta ancora chiusa nell’altra. Continua a chiedersi cosa fare. Scrivergli…? si domanda. Telefonargli…? Oppure, magari, chiamare Eny… No, sarebbe infantile, non posso scappare!
Telefono, decide e compone il numero.
L’apparecchio squilla e lei fissa la busta intonsa, chiedendosi perché mai non abbia avuto la forza di aprirla.
Sono Ariel.
Sono Tamara, dice lei, ma non è capace di aggiungere altro. Piange, singhiozza, si scusa.
Scusa riesce solo a ripetere fra le lacrime e non sa nemmeno lei se sta scusandosi per quel pianto, per la sua stupida incapacità di parlare o per quello che gli pesa sullo stomaco da quando ha preso in mano la busta.
Ok, ok, va tutto bene Tamara, non fare così. Va tutto bene. Non è successo niente, ci siamo solo chiariti. Fra amici succede. Ognuno ha i suoi sentimenti, i suoi nervi scoperti… Noi ci siamo chiariti ed ora ci conosciamo meglio. Non ti devi scusare… Fra amici capitano momenti di incomprensione ma se ci si vuole bene ci si spiega e dopo non c’è più spazio per il rancore…
Lei sussulta per i singhiozzi ed annuisce come se lui potesse vederla.
Sono stata una sciocca sussurra e anche una vigliacca. Volevo chiamarvi, scusarmi, dirvi che vi volevo bene… Che non sapevo nemmeno io perché avessi ripetuto quelle cose… Non ne ho avuto il coraggio… Temevo di fare peggio e speravo che la cosa potesse finire lì… Ma sbagliavo, avevo torto e tu hai ragione a sentirti offeso… Dio mio, mi vergogno così tanto.
E’ tutto a posto Tamara. Anzi, senti… Vieni da noi in ufficio domani. Voglio prendere un caffè con te… E voglio abbracciarti. Ci siamo chiariti e questo è tutto. La cosa finisce qui.
L’indomani in ufficio lei si affaccia sulla soglia. Ha un mazzo di fiori per Eny ed un sorriso timido per Ariel.
Lui l’abbraccia, la stringe, la consola.
Lei si scusa, piange, ride.
Io non ne ho di amici come voi, dice. Temevo di avervi perso e ci sono stata male. Davvero, non me lo sarei perdonato…
Parlano di Fabio parlano di lei, parlano delle sue fragilità.
Ho sempre paura di non essere all’altezza, dice. Di farlo sfigurare. Di fare la figura della bamboletta scialba. Sto bene con lui, quando siamo soli, ma quando sto con i suoi amici mi sento giudicata… Divento nervosa, aggressiva e sciocca, lo so…
Lui ti vuol bene per quel che sei, le dicono loro, e gli amici ti accettano perché lui ti ama. Non devi dimostrare nulla… Sei una creatura splendida… Devi solo essere te stessa.
Sulla porta lei lo abbraccia di nuovo e gli fa scivolare nelle mani la busta ancora chiusa.
“Io non la voglio questa…” dice.
Lui le sorride e fa sparire la busta nella tasca della giacca.
Ora lui è solo con Eny.
C’era bisogno di arrivare a tanto? lo rimprovera lei. Una lettera le dovevi mandare… Non ti bastava una telefonata…
Mi ha ferito e glielo ho detto. Fra amici è così che si fa.
No! Fra amici ci si parla! Ma tu no… La busta, i francobolli, i timbri… Ma chi le spedisce più le lettere, ormai?
Nessuno, risponde lui sicuro. E’ proprio per questo che una lettera emerge dal frastuono delle mail e dei messaggini… La prendi in mano, la leggi e ci rifletti sopra. Una mail nemmeno la guardi.
Beh, io la trovo una cosa un po’ crudele. L’hai fatta soffrire… E poi chissà quello che ci hai scritto in quella lettera! L’hai annichilita quella povera figlia!
Lui tira fuori la busta e la fa scorrere sul tavolo.
Lei lo guarda sorpresa.
Chiusa!?
Non l’ha letta. Forse temeva che aprendola la frattura sarebbe divenuta insanabile, mentre lei voleva solo riportare indietro le lancette dell’orologio. Voleva solo cancellare tutto.
Lei si rigira la busta fra le mani.
Vedi che non è una sciocca…? Se avesse letto quello che le hai scritto forse sarebbe stata più arrabbiata che dispiaciuta. Io ti conosco. Se ti senti ferito, sei capace di dire e scrivere cose sgradevoli.
Lui serra le labbra ma non dice nulla.
Che le avevi scritto? chiede.
Ariel scrolla le spalle, soppesando la busta fra le mani.
Ormai non ha più nessuna importanza, dice divertito. In fondo il messaggio non era lì dentro. Era nella busta. Nel francobollo. Nell’indirizzo scritto a mano. Questa lettera è la rivalsa dell’antico sul moderno, perché quando sono in gioco i sentimenti la tecnologia non basta più. Carta penna e calamaio sono più diretti… più autentici.
Ride e strappa in pezzi la busta.
Alla faccia di Bill Gate e Mark Zuckerberg!

Mario Pacifici

mario.pacifici@gmail.com

Shabbat shalom

barbara

L’IRAN, LA BOMBA, GLI INGANNI

          Il più importante dossier sul nucleare iraniano che tu possa leggere

 

Una approfondita lettura  delle recenti e numerose relazioni dell’AIEA hanno indotto Anthony Cordesman a concludere che chiunque voglia credere che l’Iran non stia perseguendo lo sviluppo di un armamento nucleare sta volontariamente ingannando sé stesso.

 

Di Anshel Pfeffer

editorialista di Haaretz

 

Traduzione di Mario Pacifici

Avrei qualche esitazione nel raccomandare come lettura per il weekend il dossier Rethinking Our Approach to Iran’s Search for the Bomb di Anthony Cordesman del Center for Strategic & International Studies, dal momento che le sue conclusioni sono molto deprimenti.
D’altra parte la sua relazione è talmente complessa che risulterebbe difficile nei giorni di lavoro trovare il tempo per esaminarla in profondità.
Quel dossier comunque è una lettura indispensabile per chiunque abbia interesse agli studi strategici giacché riassume  tutte le più aggiornate informazioni non classificate a disposizione degli studiosi, riguardo al programma nucleare Iraniano, e le correda con l’inestimabile contributo di comprensione offerto da Cordesman.
Questo esperto di lungo corso nel campo della sicurezza nazionale israeliana ha ispezionato le centinaia di pagine degli ultimi due reports rilasciati dall’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica in merito alla questione Iraniana e molti altri documenti pertinenti, mettendoli a disposizione del pubblico in termini comprensibili e divulgativi. Pochi fra coloro che sono chiamati a commentare questo panorama strategico, nota Cordesman, si sono presi effettivamente la briga di leggere per intero quelle relazioni e pochissimi fra loro hanno davvero la preparazione necessaria per comprenderle fino in fondo.
Qualunque lettore appassionato a questo genere di studi farebbe dunque bene a trovare il tempo di leggersi Cordesman, giacché il suo studio è la più significativa fonte di informazione sul dossier Iraniano, a meno di non disporre di documenti classificati.
Personalmente io nutro la speranza che i negoziatori occidentali che si accingono ad incontrare i loro interlocutori iraniani nel corso del secondo  round di colloqui 5 + 1 a Baghdad, trovino il tempo di leggere la relazione di Cordesman prima di sbarcare in Iraq. E’ probabile che ci trovino molto più di quanto sia contenuto in tutte le loro carte.
Qui di seguito provo a riassumere il contenuto del documento e spero di trasmettervene il senso reale:

 

–         Chiunque creda che l’Iran non sia ancora impegnato in un programma di sviluppo di armamenti nucleari ma stia semplicemente tentando di acquisirne una capacità teorica, sta volontariamente ingannando sé stesso. Le informazioni di intelligence messe a disposizione della IAEA e verificate da diversi Stati Membri sono chiare nel constatare che l’Iran ha lavorato per più di un decennio ad una vasta gamma di progetti mirati ad acquisire le capacità necessarie non solo all’arricchimento dell’uranio fino a percentuali idonee all’uso militare, ma anche all’assemblaggio di ordigni capaci di essere lanciati da missili a lungo gittata. Le chiacchiere che girano riguardo ad una fatwa contraria alle armi nucleari sono appunto questo: chiacchiere.

 

–         Nonostante sanzioni e monitoraggi internazionali l’Iran ha ricevuto equipaggiamenti e strumenti sofisticati, ha beneficiato delle conoscenze scientifiche di progettisti stranieri attivi nel campo degli armamenti nucleari ed ha compiuto impressionanti progressi nei propri centri di ricerca così da potere svolgere la maggior parte dei test necessari per la messa a punto della bomba pur senza arrivare ad un’esplosione vera e propria.  Esplosione comunque di cui sono già stati messi in atto i preparativi preliminari.

 

–         I colloqui 5+1 se continueranno a focalizzarsi unicamente sulla riduzione dell’arricchimento dell’uranio risulteranno del tutto infruttuosi per due ragioni principali. Primo perché l’Iran sta procedendo in molteplici direzioni nel suo sforzo di sviluppare un armamento atomico e potrà continuare a farlo anche se dovesse ritardare l’arricchimento. Secondo perché i progressi raggiunti dagli Iraniani nel campo delle centrifughe renderà loro possibile di installare una rete di nuovi piccoli impianti dispersi sul territorio, sconosciuti alla IAEA e sottratti al suo controllo.

 

–         Un’azione militare contro l’Iran, sia essa portata avanti dagli Stati Uniti, da Israele o da chiunque altro potrebbe mettere fuori uso alcune delle principali installazioni iraniane ma i progressi tecnologici compiuti dall’Iran renderebbero qualunque danno non definitivo e non tale comunque da impedire la ripresa o la continuazione del programma nucleare. Solo la ferma determinazione di chiunque abbia lanciato il primo attacco a farlo seguire nel tempo da una serie di ulteriori attacchi potrebbe danneggiare seriamente il progetto iraniano di dotarsi di un armamento nucleare.

 

–         L’Iran sarà sempre estremamente riluttante a rinunciare al suo progetto atomico perché su di esso si basa l’intera strategia regionale del regime. L’Iran concepisce l’opzione nucleare come il solo strumento per riequilibrare la propria sostanziale inferiorità in termini di armamenti convenzionali rispetto ad altre potenze regionali. Qualunque futuro accordo con l’Iran o qualunque attacco militare devono tenere questo aspetto in attenta considerazione.

 

–         Altri ricercatori potrebbero pensare che l’Iran abbia già raggiunto un tale grado di sviluppo da superare il punto di non ritorno. Cordesman non lo pensa e non sostiene dunque che l’Occidente abbia definitivamente perso l’opportunità di impedire all’Iran di dotarsi di un armamento nucleare. Secondo lui però le Nazioni Occidentali devono riconsiderare per intero il proprio approccio diplomatico alla questione oltreché le proprie strategie militari.

 

Di mio aggiungo una domanda: chi per anni ha consapevolmente, deliberatamente, pervicacemente usato ogni mezzo a sua disposizione per impedire al mondo di venire a sapere tutto questo, quale pena meriterebbe per tutto il sangue che in conseguenza di ciò verrà inevitabilmente versato?

barbara


IL CORAGGIO DELLA VERITÀ

Discorso di Benjamin Netanyahu nella traduzione e con un commento di Mario Pacifici.

19 Aprile 2012

Discorso del primo ministro Netanyahu in occasione della Giornata della Memoria dell’Olocausto.

Ieri mattina, ho visitato una vecchia casa di riposo per i sopravvissuti dell’Olocausto dove ho incontrato Idit Yapo, una donna straordinaria di 104 anni, lucida e presente. Idit fuggì dalla Germania nel 1934 subito dopo l’avvento al potere di Hitler.
Ho incontrato anche Esther Nadiv, una delle gemelle di Mengele, che oggi ha 89 anni. Stava leggendo un libro, la biografia di Golda Meir. Con un lampo negli occhi, mi ha detto: “Sono così orgogliosa, così profondamente orgogliosa di essere parte dello Stato di Israele, e di avere vissuto il suo costante sviluppo.”
Ho incontrato Hanoch Mandelbaum, un uomo di 89 anni, sopravvissuto a Bergen-Belsen. Poco dopo il suo arrivo in Israele, contribuì, giovane falegname, alla costruzione della scrivania su cui Ben Gurion firmò la Dichiarazione di Indipendenza. Questo è MiSho’a liTkuma. Il percorso dalla Shoah alla resurrezione.
E poi ho incontrato Elisheva Lehman, una insegnante di musica di 88 anni, originaria dell’Olanda e sopravvissuta all’Olocausto.
Ho chiesto a Elisheva se volesse suonare qualcosa per noi. Lei ha suonato con entusiasmo “Am Yisrael Chai” e noi tutti abbiamo cantato con lei. È stata una grande emozione.
Signore e Signori, Am Yisrael Chai, il popolo di Israele è vivo.

I nostri nemici hanno cercato di sopprimere il futuro dell’ebraismo, ma esso ha trovato la sua rinascita nella terra dei suoi Padri. Qui, abbiamo gettato le fondamenta di un nuovo inizio di libertà, di speranza, di creatività. Anno dopo anno, decennio dopo decennio, abbiamo edificato il nostro paese, e anno dopo anno continueremo a rafforzare i pilastri su cui poggia la nostra vita nazionale.
In questo giorno, quando la nostra intera nazione è riunita per ricordare gli orrori della Shoah e i sei milioni di ebrei che sono stati assassinati, noi tutti siamo chiamati a compiere il più sacro dei nostri doveri.
Esso non consiste solo nel ricordare il passato. Noi abbiamo il dovere di farne nostra la lezione e di  applicarla alle sfide del presente, per garantire il futuro del nostro popolo. Dobbiamo ricordare il passato e proteggere il futuro applicando le lezioni del passato.
Questo è particolarmente vero per questa generazione – una generazione che ancora una volta si trova a fronteggiare proclami e minacce di chi intende annientare lo Stato ebraico.
Un giorno, io spero che lo Stato d’Israele potrà vivere in pace con tutti i paesi e tutti i popoli della regione. Un giorno, io spero che potremo leggere questi appelli alla distruzione degli ebrei solo nei libri di storia e non sui quotidiani.
Ma quel giorno non è ancora arrivato. Oggi, il regime iraniano chiede apertamente e lavora con determinazione per la nostra distruzione. E per raggiungere tale obiettivo esso si dedica febbrilmente allo sviluppo di un armamento atomico.
So che a molti non mi piace quando io parlo di verità tanto scomode. Preferirebbero che non si parlasse di un Iran nucleare, come di una minaccia esistenziale. Sostengono che un simile linguaggio, anche se vero, serve solo a seminare panico e paura.
Io mi chiedo se queste persone hanno perso ogni fiducia nel popolo d’Israele. Pensano davvero che questa nazione, che ha superato ogni pericolo, manchi oggi della forza necessaria ad affrontare la nuova minaccia?
Forse che lo Stato di Israele non ha trionfato su altre minacce esistenziali, quando era molto meno forte di quanto non sia oggi? Forse che i suoi leaders di fronte a quelle minacce hanno avuto scrupoli a dire la verità?
David Ben Gurion non nascose al popolo di Israele i pericoli esistenziali che era chiamato ad affrontare nel 1948, quando cinque eserciti arabi cercarono di soffocare Israele nella  culla.
Levi Eshkol disse la verità al popolo di Israele nel 1967, quando di fronte al rischio di essere strangolati rimanemmo soli ad affrontare il nostro destino.
E quando il popolo di Israele conobbe la verità, si lasciò forse prendere dal panico o non si strinse piuttosto unito per affrontare il pericolo? Rimanemmo forse paralizzati dalla paura o non facemmo piuttosto ciò che era necessario per proteggere le nostre esistenze?
Io ho fiducia nel popolo di Israele e questa fiducia si basa sull’esperienza del passato. Io credo che il popolo di Israele sia in grado di affrontare la verità. E credo che Israele abbia la capacità di sconfiggere coloro che si levano contro di lui.
Chi respinge le minacce dell’Iran come un’esagerazione o come un semplice atteggiamento minaccioso, non ha imparato nulla dalla Shoah. Ma noi di questo non dovremmo sorprenderci.
Ci sono sempre stati, anche tra noi, quelli che preferivano irridere coloro che denunciavano scomode verità, pur di non vedersi costretti a fare i conti essi stessi con quelle verità.
È così che fu accolto Zev Jabotinsky quando mise in guardia gli ebrei della Polonia della Shoah incombente. Questo è ciò che egli disse nel 1938, a Varsavia:
“Sono tre anni che io mi rivolgo a voi, Ebrei di Polonia, che siete la luce dell’ebraismo mondiale. Io continuo ad avvertirvi incessantemente che una catastrofe è imminente. Sono diventato grigio e vecchio in questi anni e il mio cuore sanguina nel vedere che voi, amate sorelle, amati fratelli, non riuscite a scorgere il vulcano che inizierà presto a sputare la sua  lava dirompente… Voi non lo scorgete perché siete immersi e sprofondati nelle vostre preoccupazioni quotidiane… Ascoltatemi in questa dodicesima ora: in nome di D-o! Chi può si metta in salvo oggi, finché c’è ancora tempo, perché di tempo ce n’è ben poco.”
Ma i più importanti intellettuali ebrei del tempo ridicolizzarono Jabotinsky e piuttosto che accogliere le sue denunce lo attaccarono.
Questo è ciò che Sholem Asch, uno dei più grandi scrittori ebrei, disse di lui: “Jabotinsky si è spinto troppo oltre. Le sue dichiarazioni sono dannose per il sionismo e per gli stessi  interessi vitali del popolo ebraico… È una vergogna che il nostro popolo esprima simili leaders.”
So che alcuni ritengono che l’incommensurabile evento della Shoah non dovrebbe essere mai invocato, nemmeno di fronte ad altre minacce esistenziali per il popolo ebraico. Farlo, essi sostengono, banalizzerebbe l’Olocausto e ne offenderebbe le vittime.
Io non sono assolutamente d’accordo. Al contrario. Rinunciare a sostenere una spiacevole verità – e cioè che oggi, come allora, c’è chi si prefigge di sterminare milioni di ebrei – questo significherebbe davvero banalizzare l’Olocausto. Questo significherebbe offenderne le vittime. E questo significherebbe ignorarne la lezione.
Il Primo Ministro di Israele, quando si parla di pericoli esistenziali, non ha solo il diritto di richiamare alla memoria come un terzo della nostra nazione sia stato annientato: ne ha il dovere.
C’è una scena memorabile nel documentario “Shoah” di Claude Lanzmann che spiega questo obbligo meglio di ogni altra cosa.
Nel corso dell’atroce esistenza nel ghetto di Varsavia, Leon Feiner del Bund e Menachem Kirschenbaum dell’organizzazione sionista incontrano Jan Karski della Resistenza Polacca.
Jan Karski è un uomo perbene, un uomo sensibile. Essi lo implorano di fare appello alla coscienza del mondo, contro i crimini nazisti. Gli descrivono ciò sta accadendo nel ghetto, glielo mostrano, ma tutto è inutile.
“Aiutateci” implorano. “Noi non abbiamo un Paese, non abbiamo un Governo, non abbiamo voce tra le Nazioni.” Avevano ragione.
Settant’anni fa, il popolo ebraico non aveva la capacità nazionale di convocare le nazioni, né la forza militare per difendere se stesso. Ma oggi le cose sono diverse. Oggi abbiamo un esercito. Abbiamo la capacità e la determinazione per difenderci. E ne abbiamo il dovere.
Come Primo Ministro di Israele, io non rinuncerò mai a gridare la verità di fronte al mondo e poco importa quanto essa possa risultare scomoda per alcuni.
Io dico la verità alle Nazioni Unite. Dico la verità a Washington DC, la capitale del nostro grande amico, gli Stati Uniti, e in altre importanti capitali. E dico la verità, qui a Gerusalemme, sul suolo di Yad Vashem, che è oberato delle nostre memorie.
Io continuerò a dire la verità al mondo, ma prima di tutto ho il dovere di parlare al mio popolo. Io so che il mio popolo è forte abbastanza per ascoltare la verità. E la verità è che un Iran dotato di armamento nucleare rappresenta una minaccia all’esistenza dello Stato di Israele.
La verità è che un Iran dotato di armamento nucleare rappresenta una minaccia politica per altri paesi della regione e una minaccia grave per la pace nel mondo.
La verità è che all’Iran deve essere impedito di dotarsi di un armamento nucleare.
È un dovere per il mondo intero, ma al di sopra e al di là di questo, è il nostro dovere.
La memoria della Shoah non consiste solo nel tenere cerimonie commemorative.
Essa non è solo una memoria storica.
La memoria della Shoah ci impone l’obbligo di fare tesoro delle lezioni del passato per salvaguardare le basi del nostro futuro.
Noi non nasconderemo mai la testa sotto la sabbia.

Am Yisrael Chai, veNetzach Yisrael Lo Yeshaker

Non avevo letto per intero il discorso di Bibi.
Ne avevo colto solo alcuni sprazzi sulla reticente stampa di casa nostra.
Nel leggerlo in versione integrale colgo un aspetto che mi era sfuggito.
Sono anni che ci sentiamo dire che di fronte alla minaccia Iraniana tutte le opzioni sono sul tavolo.
Sembrava più un’arma di pressione che un dato di fatto.
Oggi invece Bibi parla di quelle opzioni e senza soffermarsi sulle loro implicazioni politiche, ne rivendica solo con forza la valenza etica. 
Questo sembra renderle più vicine, più praticabili.
Mario Pacifici

Naturalmente concordo: il primo dovere di ogni stato è quello di difendere i propri cittadini, soprattutto se la minaccia incombente è quella di un totale annientamento. Quindi l’opzione militare per fermare l’Iran, prima ancora che sul piano politico, è assolutamente legittima e giusta sul piano etico.
Qui di seguito, per chi è in grado di seguirlo, il video del discorso di Netanyahu in ebraico (senza sottotitoli).

Qui altri due video con importanti spunti di riflessione.

Senza dimenticare questo.

barbara