I NODI AL PETTINE

Perché tu puoi anche farti mentalmente condizionare al punto da vedere realmente quei vestiti, ma prima o poi arriva che a forza di girare nudo sotto il temporale quel povero pirla di imperatore di becca la polmonite, e allora riuscirai almeno a sentire la tosse e il respiro affannoso?

Voci dagli Usa: “L’Ucraina sta per perdere”

[Veramente l’Ucraina ha già perso. Dalla fine di febbraio, per la precisione, ma sempre meglio svegliarsi tardi che non svegliarsi affatto, comunque]

L’esercito di Zelensky si è immobilizzato in posizioni difensive statiche. La nuova strategia di Putin sta funzionando

“Diogene portava a volte una lanterna accesa per le strade di Atene alla luce del giorno. Se gli chiedevano perché, diceva che stava cercando un politico onesto [beh, no: lui diceva che cercava “l’uomo”: non sarebbe meglio cercarsi qualche citazione adatta piuttosto che storpiare la prima che capita a tiro?]. Trovare politici onesti oggi a Washington è molto difficile. Diogene avrebbe bisogno per trovarli portare con sé un proiettore allo xenon”. Così Douglas Macgregor, sull’American Conservative, un ex advisor del Secretary of Defense di Trump e autore di diversi libri di strategia militare. Per le considerazioni di tipo militare citeremo da questo articolo di Macgregor.

Ucraina, il crollo militare

Ogni tanto però ci sono brevi momenti all’interno dell’establishment di Washington ed europeo in cui si è costretti ad ammettere la verità. Dopo aver mentito sistematicamente per mesi al pubblico sulle origini e sulla condotta della guerra in Ucraina, i grandi media di lingua inglese e alcuni loro “derivati” in Europa (non in Italia dove vige un governo privo di opposizione e una stampa in larga parte allineata) stanno ora preparando il pubblico occidentale al crollo militare dell’Ucraina che non è lontano. Si veda ad esempio qui un ottimo reportage di “Rolling Stone”. Qui, infatti, si può leggere di come i bravi soldati ucraini vivano trincerati sui confini del Donbass ricevendo notte e giorno missili e colpi di artiglieria “guidata” russa che arrivano anche da 10 o 20 km di distanza senza poter replicare. E ammettano alla fine coi reporter americani che “qui la gente aspetta l’arrivo dei russi, la polizia ucraina ne arresta di continuo, anche due soldati della nostra brigata”.
Il comportamento dei politici europei delle ultime settimane sempre più nervoso, caotico e incoerente si spiega con le informazioni riservate che sicuramente hanno sul disastro militare ucraino e la conseguente vittoria militare di Putin. Sul lato economico, il fatto che il rublo sia salito al livello più alto degli ultimi sette anni e la Russia non abbia mai incassato tanto dall’export è ormai fatto riconosciuto. Le sanzioni alla Russia sono arrivate ora alla quinta “dose”, come i vaccini, perché anche loro come i vaccini non funzionano e anzi hanno effetti collaterali pesanti che non erano stati previsti. Così il fatto che l’inflazione, non creata perché c’era già, ma certamente esacerbata dalle sanzioni ha già spinto le Banche Centrali a cominciare ad alzare i tassi creando un crac sui mercati da circa 16 mila miliardi di perdite di titoli e azioni. Come ammontare di ricchezza finanziaria persa supera già ora di molto quella del 2008. Perché appunto si alzano i tassi a fronte di inflazione come negli anni ‘70 e si anticipa una probabile recessione.
Ma sul lato militare i nostri media mantengono ancora l’illusione delle difficoltà della Russia, mentre in realtà sta preparandosi il crollo militare ucraino. E questa disfatta, come è già avvenuto tante volte nella storia, in Italia nel 1943, in Urss con l’Afganistan, in Argentina con le Falkland e così via, inevitabilmente porterà al crollo di Zelensky in Ucraina. È solo una questione di tempo. La combinazione di alta inflazione, crollo dei mercati finanziari, disfatta militare del governo sostenuto dalla Nato e vittoria di Putin metteranno in crisi anche Draghi, Biden e compagnia. Ma andiamo ora alla situazione militare seguendo il testo di Macgregor.

La strategia russa

“I media occidentali avevano fatto tutto il possibile per creare l’apparenza di una forza militare che l’Ucraina non aveva e non ha. Gli stessi videoclip di carri armati russi colpiti sono stati mostrati di continuo anche se erano sempre gli stessi. Alcuni contrattacchi locali degli ucraini sono stati segnalati come se fossero manovre operative. Gli errori russi sono stati esagerati in modo sproporzionato e così le perdite russe, mentre la reale portata delle perdite dell’Ucraina sono state semplicemente censurate, non leggevi mai niente su quello che succedeva a loro. Ma le condizioni sul campo di battaglia sono che le forze ucraine si sono immobilizzate in posizioni difensive statiche all’interno delle aree urbane e del Donbass centrale. Gli esperti militari indipendenti (pochi) hanno però spiegato da mesi che in questo modo la posizione ucraina era senza speranza.
Questa situazione degli ucraini sempre fermi trincerati, specialmente in Donbass è stato descritto dai media come un fallimento dai russi che non raggiungevano gli obiettivi. Ma in realtà un esercito che immobilizza i soldati nelle difese trincerate come se fossimo ancora nella I Guerra Mondiale, nel XXI secolo le fa identificare, prendere di mira e distruggere da artiglieria, missili e aviazione che le martellano da molti chilometri di distanza. Nella guerra moderna ci sono risorse di intelligence, sorveglianza e ricognizione, anche con droni, collegate ad armi ad attacco guidato di precisione o moderni sistemi di artiglieria informati da dati di puntamento accurati”.

Gli errori di Zelensky

La strategia di Zelensky di tenere da mesi trincerati nel Donbass il grosso dell’esercito ucraino è suicida per qualsiasi esercito che si trovi a combattere contro una armata sofisticata come quella russa. Ciò è tanto più vero in Ucraina, perché era evidente che Mosca si sarebbe concentrata sulla distruzione delle forze militari ucraine, non sull’occupazione di città o sulla occupazione del territorio ucraino a ovest o nel centro del paese. La strategia russa di “demilitarizzare” l’Ucraina demolendone l’esercito sta funzionando. Ai russi non è mai interessato occupare Kiev o tutto il territorio dell’Ucraina, ma occupare alcune zone di lingua russa, rendere l’esercito ucraino inoffensivo e rovesciare il regime ultranazionalista ucraino. Il primo obiettivo è quasi raggiunto, il secondo viene gradualmente raggiunto giorno per giorno e il terzo arriverà di colpo quando la disfatta militare, come sempre succede, farà crollare anche il governo.
Il risultato della strategia di Zelensky, dettata da esigenze mediatiche di immagine e da Usa e Uk che lo armano e istigano, è stato finora l’annientamento graduale e sistematico delle forze militari ucraine. Sempre da Macgregor: “L’invio continuo di armi statunitensi e Nato ha mantenuto le povere legioni di soldati di Kiev sul campo, ma dall’inizio continuano ad essere sacrificati in gran numero grazie alla guerra per procura di Washington. La guerra di Zelensky e della Nato è una causa persa. Le forze ucraine ferme e trincerate vengono dissanguate dall’artiglieria, missili e aviazione russa e ormai non trovano rimpiazzi addestrati. La situazione diventa più disperata di ora in ora. Nessuna quantità di aiuti o assistenza militari statunitensi e alleati, a parte un intervento militare diretto delle forze di terra statunitensi e Nato, può cambiare la realtà. Il problema oggi non è negoziare di cedere territorio e popolazione nell’Ucraina orientale che Mosca già controlla. Il futuro delle regioni di Kherson e Zaporozhye insieme al Donbass è già deciso. È probabile che Mosca ora arrivi anche Kharkov e Odessa, due città storicamente russe e di lingua russa, nonché il territorio che le confina. Queste operazioni estenderanno il conflitto per tutta l’estate”.
I combattimenti non si fermeranno se il governo Zelensky seguirà ancora il piano angloamericano per un conflitto che perduri nel tempo. In pratica, questo significa il suicidio di Kiev, esponendo il cuore dell’Ucraina a ovest del fiume Dnepr a massicci e devastanti attacchi delle forze missilistiche e missilistiche a lungo raggio russe. Questo disastro sarebbe evitabile se in Europa non si seguisse ciecamente l’esempio di Washington e Londra. Ma l’incapacità della Ue con la politica di sanzioni e invio di armi è evidente.

L’incubo recessione economica

Intanto la popolazione europea, come la maggior parte degli americani, sta vedendo l’arrivo di una recessione economica che le politiche di deficit e liquidità hanno rinviato per anni, ma che ora pare inevitabile. A differenza degli americani, che devono subire le conseguenze delle politiche di Biden, i governi europei potrebbero distanziarsi dal piano di guerra permanente angloamericano per l’Ucraina, non molto diverso da quelli di guerra permanente in Medio Oriente o Libia degli ultimi 20 anni, ma non lo faranno e saranno guai seri, soprattutto per le economie strutturalmente più deboli come la nostra.
Negli Usa, intanto, si sono stanziati 60 miliardi di dollari cioè i 18 miliardi di dollari al mese in trasferimenti diretti o indiretti ad uno Stato ucraino corrotto che ora sta crollando (senza contare che molti dei soldi vanno a Lockheed, Raytheon e altri contractor militari americani). Poi cosa succederà ai milioni di ucraini nel resto del paese che sono fuggiti in giro per l’Europa? E da dove verranno i fondi per ricostruire l’economia in frantumi di ciò che resterà dell’Ucraina?
L’inflazione costa alla famiglia americana media intorno al 10% rispetto all’anno scorso (anche perché in Usa non conteggia il costo degli affitti per cui è più alta del dato ufficiale dell’8,6 %) e in più hai un crollo di borsa e titoli di stato. Per cui ora per l’elettorato americano il destino del Donbass o di Odessa diventa poco rilevante. Con i problemi finanziari ed economici che stanno manifestandosi, un’ammissione di sconfitta in Ucraina potrebbe peraltro avere una ulteriore influenza negativa su Biden che è comunque già crollato nei sondaggi intorno al 38% e a novembre gli americani infliggeranno una disfatta ai Democratici, che ora, non a caso, sono molto preoccupati. Ogni settimana che passa l’inflazione e la crisi dei mercati e anche la prospettiva di recessione paralizzano l’attenzione dei politici Usa.
I quali politici, nel frattempo, sono informati ormai della sicura disfatta militare ucraina descritta sopra. Nell’ultimo mese, infatti, i loro stessi grandi media hanno tacitamente cambiato tono e parlano spesso delle terribili perdite che i poveri soldati ucraini (arruolati ora spesso a forza) subiscono chiusi nelle loro trincee intorno al Donbass. Si tratta di migliaia di morti.

Il racconto distorto dei media

Tanto per fare un esempio clamoroso, in tutte le guerre quando un contingente è circondato, come è successo a Mariupol al battaglione Azov, si tenta di aiutarlo. Ma Zelensky non ha inviato un solo soldato a Mariupol, limitandosi ai suoi brillanti collegamenti video con la Ue, Hollywood e mezzo mondo e girare per Kiev con politici e attori americani ed europei. I nostri media hanno finto che fosse normale che l’esercito ucraino non fosse in grado di muoversi e non si muova praticamente mai. Sembra normale che si lasci in questo modo gradualmente distruggere giorno per giorno dalla superiorità in missili, artiglieria e aerei dei russi. I quali pensavano all’inizio che i militari ucraini, vedendoli arrivare spingessero il governo a trattare per non essere poi distrutti. Ma gli Usa, lo Uk, la Ue e la Nato hanno montato una incredibile campagna mediatica sull’eroico Zelensky e gli eroici ucraini che battevano i Russi e la sconfitta certa di Putin.
In più tutti i partiti e opposizione sui media sono stati messi al bando o arrestati dal governo Zelensky per cui nessuno può obiettare ora. Generali che non erano d’accordo sono stati arrestati e migliaia di persone sono sparite nelle prigioni della SBU (polizia militare). Migliaia di soldati ucraini sono già scomparsi sotto le bombe e missili russi che li colpiscono da 10 o 20 km di distanza senza che loro possano fare altrettanto. Quando i russi avanzavano con carri armati stile II guerra mondiale gli ucraini li mettevano in difficoltà con le armi Nato, ma da mesi i russi hanno cambiato tattica e avanzano solo dopo aver spianato tutto con artiglieria e missili. Si assiste quindi alla sistematica distruzione delle forze militari ucraine a cui è vietato di ritirarsi e che devono stare sempre ferme e trincerate sotto il bombardamento continuo. Questa tragedia sta però per avere una fine, quando, come a Mariupol, le forze ucraine trincerate intorno al Donbass e ormai indebolite saranno circondate.
Come è già successo nella storia però, gli eserciti massacrati e circondati, crollano di colpo ad un certo punto, non obbediscono più agli ordini e si arrendono. Persino i sovietici prima e i tedeschi dopo (ad esempio Stalingrado) tra il 1941 e il 1945 si arrendevano. Quando non lo facevano era perché sapevano di essere poi massacrati come prigionieri da Stalin, ma i russi martellano l’Ucraina di propaganda mostrando che arrendendosi avranno assistenza medica e poi torneranno a casa. In una guerra “normale”, in cui non massacri tutti i prigionieri, è umano ad un certo punto arrendersi e smettere di combattere quando la causa è senza senso e persa. Ci sono ora dozzine di reportage, anche americani, che è questo che succederà nei prossimi mesi. Al momento la strategia di Putin, sia economica che militare, sta funzionando e la sua vittoria probabile sarà un colpo molto duro per le nostre élite. La cosa potrebbe rilanciare in Europa movimenti populisti e sovranisti. Basti pensare ai recenti risultati delle elezioni in Francia.
Paolo Becchi e Giovanni Zibordi, qui.

Qui c’è un altro articolo interessante che vale la pena di leggere, e qui un po’ di precisazioni a proposito di quel famoso grano che “Putin sta rubando” ai Paesi poveri. Invito infine caldamente a leggere questo eccellente articolo, una delle migliori analisi lette dall’inizio della guerra.
Insomma, il gigante russo si muove lento, e compie così la sua opera d’arte.

barbara

AMERICA, QUALCHE FATTO E QUALCHE RIFLESSIONE

Per partire dal principio bisogna ricordare la feroce guerra scatenata contro Trump fin dal momento in cui, nel 2016, ha annunciato di volersi candidare alle elezioni presidenziali: guerra senza quartiere, condotta con tutti i mezzi leciti e illeciti – soprattutto illeciti – da parte dei mass media, del mondo dello spettacolo (vogliamo ricordare la “marcia delle donne contro Trump” guidata da una signora che aveva promesso pompini a chi avesse votato la Clinton? Vogliamo ricordare l’intensa partecipazione di quell’altra signora che sul palco si fa agguantare la passera dagli spettatori? E si potrebbe continuare a lungo), mentre i politici hanno passato tutti interi questi quattro anni a fabbricare macchinazioni e inventare favole, per sostenere le quali hanno pagato testimoni e coinvolto innocenti a cui hanno distrutto carriera ed esistenza – al costo di decine di milioni di dollari – per poterlo esautorare. E bisogna ricordare come la metà abbondante dell’America che stava dalla sua parte è stata trattata da fascista, troglodita, ignorante, mentre il consenso per Trump aumentava di pari passo con l’aumento dell’occupazione nera e ispanica e dei loro salari. E bisogna ricordare come, per danneggiarlo, siano state scatenate le rivolte delle bande razziste e terroriste degli Antifa e dei Black Lives Matter. Bisogna ricordare, in poche parole, come la politica dem – e solo quella – abbia letteralmente spaccato l’America in due.

E come alla fine, sapendo benissimo che la maggioranza era per Trump, abbia messo in piedi la gigantesca macchina dei brogli che abbiamo visto, e come la magistratura e la pubblica amministrazione abbiano semplicemente rifiutato di prendere in esame tutte le documentazioni che in questi due mesi sono state presentate in merito ai brogli – cosa che non si spiegherebbe se non col fatto che tutti sapevano esattamente che cosa sarebbe successo se quei documenti fossero stati studiati in maniera onesta e se fosse stato verificato il funzionamento delle macchine di voto.
Alla fine la corda troppo tirata si è rotta. E come sempre, i mass media semplicemente capovolgono i fatti, o li addomesticano, come la famosa telefonata di un’ora dalla quale sono stati selezionati ed estratti quei quattro minuti da dare in pasto al pubblico – tipo noccioline alle scimmie dello zoo, che se le mangiano di gusto senza che venga loro in mente di chiedersi e chiedere da dove vengano quelle noccioline – sistema col quale è un gioco da ragazzi far dire a chiunque qualunque cosa. E uno splendido esempio di disinformazione e capovolgimento dei fatti lo abbiamo da Paolo Guzzanti sul Giornale:

I membri del Congresso e il presidente eletto hanno chiesto invano al Presidente di richiamare la folla. Si sa che il Presidente, ancora per pochi giorni, si sarebbe limitato ad un blando invito a «calmare gli animi». Lo stato delle cose purtroppo non consente di evitare il sospetto di una insurrezione armata contro lo Stato federale, sostenuta da un presidente che già viene dai media definito traditore [che i manifestanti NON fossero armati è, ovviamente, un dettaglio di nessuna importanza]. Biden ha implorato Trump di andare davanti alle telecamere e richiamare la rivolta, ma finora nulla del genere è accaduto. (qui)

E infatti

Per non parlare di Mentana

che come se non bastasse si compiace del bando decretato a Trump da FB, e qualcuno, giustamente…

Diciamo che il rapporto fra i fatti e la rappresentazione dei fatti che danno i mass media è sostanzialmente questo

Per quanto riguarda i fatti di sangue:

Cullà: è certo che a sparare sia stata la Capitol Police, la donna era una manifestante trumpiana, 14 anni nell’Areonautica, e disarmata.
Myollnir: Non so voi, io ho fatto in tempo a vedere il video dello sparo, prima che lo facessero sparire (forse si può ancora trovare su zerohedge o simili). Impressionante, un colpo al collo da un metro di distanza. Volontario, una cosa alla Jack Ruby. Impressionante.

Ma il pericolo viene da Trump e dai suoi sostenitori, naturalmente. E quanto all’irruzione in Campidoglio

Nino Pepe

Non credo che chiedere di ricontare i voti sia un atto eversivo. A Washington c’è stato il trappolone. Con quella marea impressionante di persone, mettere a guardia del Campidoglio soltanto una ventina di agenti, che poi si sono fatti da parte e hanno fatto entrare delle persone comunque disarmate, mi puzza di cosa organizzata dai democratici. Domanda retorica: a quale scopo?

E magari non sarà stata programmata e organizzata in anticipo, ma per puzzare puzza proprio, eccome se puzza.
Aggiungo una risposta di Giovanni Bernardini a una sua lettrice, ma che risponde anche a tanti altri.

Giovanni Bernardini

1) Le prove non si riducono affatto a semplici dichiarazioni di Trump e dei sui legali. Ci sono filmati, centinaia di affidavit, dichiarazioni scritte giurate (e chi mente in un affidavit finisce in galera) pareri di tecnici, testimonianze prestate di fronte ai parlamenti di vari stati (che hanno convinto tali parlamenti a non convalidare i voti per Biden). C’è l’incredibile andamento della notte elettorale, con il blocco dello spoglio in tutti gli stati contestati e la ancora più incredibile rimonta di Biden.

2) Ovviamente il rifiuto dei giudici di prendere in esame le montagne di materiale probatorio si basa su leggi e regolamenti, ma di certo i magistrati potevano interpretare leggi e regolamenti in maniera tale che si potesse entrare nel merito delle varie contestazioni. Nessuno era obbligato a fare il muro di gomma. Due giudici della corte suprema del resto si sono espressi affinché si entrasse nel merito delle contestazioni del Texas e di altri 19 stati. Se il materiale non è stato esaminato è solo, a mio parere, perché i giudici non volevano assumersi una responsabilità troppo grossa.

3) Se fossero entrati nel merito la soluzione sarebbe stata molto più soddisfacente per tutti, non ci sarebbe stata nessuna serie infinita di ricorsi. Se ad esempio le macchine dominium fossero state esaminate da un team di tecnici e trovate affidabili il discorso si sarebbe chiuso. E ora non ci sarebbe mezza America che si ritiene truffata.

4) Concordo sull’assalto al parlamento, un atto inqualificabile, ma di certo non è stato Trump ad organizzarlo. Tra l’altro gli si è rivoltato contro, cosa ampiamente prevedibile.

5) Un presidente dovrebbe esser garante della legalità, non assumere atteggiamenti eversivi. Beh…il primo attacco alla legalità è avvenuto nella notte fra il 3 ed il 4 novembre. Quanto ai toni accesi di Trump, come dimenticare che questi è da 4 anni costantemente sotto assedio? Che è stato fatto di tutto per impallinarlo? Che abbiamo assistito allo spettacolo questo si unico, di un presidente censurato, addirittura oscurato, da social e reti televisive? C’è molto poco di legale nel modo in cui per anni i dem hanno tentato tutto pur far fuori il loro nemico…

6) Non credo proprio che Trump avesse, o abbia in mente di tentare un golpe. Lo dimostra tra l’altro l’appello di oggi affinché i suoi seguaci tornino a casa. E poi, se vuoi un golpe organizzi per bene le cose, mobiliti l’esercito, non quattro imbecilli scalmanati.

Direi che basta… 

E una di

Flavio Gastaldi

In sintesi:

– il conteggio dei voti viene bloccato per ore e quando riprende i voti sono stati attribuiti al 100% ad uno solo dei candidati
– c’è il sospetto gravissimo di brogli elettorali
– il potenziale danneggiato chiede di verificare i voti, come dovrebbe avvenire in tutte le democrazie, vari tribunali non glielo concedono senza entrare mai nel merito e dichiarandosi tutti fondamentalmente incompetenti
– la gente si sente defraudata e protesta
– le autorità locali fanno entrare senza alcuna resistenza in Campidoglio chi protesta salvo freddare una giovane disarmata con addirittura accanto decine di militari con mitra spianati

Risultato:

– l’eversivo è quello che ha semplicemente chiesto di ricontrollare i voti.

(Alfonso Maria Avitabile, trovato e riproposto grazie a Betta Maselli)

In molti dicono: se aveva le prove doveva portarle in tribunale, non fare la rivoluzione. Giusto, ma se anche da Berlino sono spariti tutti i giudici, cosa si deve fare? Rassegnarsi a restare cornuti e mazziati?

Aggiungo ancora questa riflessione

Noi con Trump

LA NOSTRA RIFLESSIONE SULL’INCREDIBILE GIORNATA DI IERI

Abbiamo modificato il post che avevamo scritto a caldo perché la situazione nel frattempo si è evoluta, abbiamo riflettuto e al netto che confermiamo ciò che pensiamo, ci è sembrato doveroso riscrivere facendo delle distinzioni e delle precisazioni.
Come associazione

Noi con Trump 

abbiamo dato fin dal primo giorno il nostro supporto al presidente

Donald J. Trump

e alla sua amministrazione perché crediamo fermamente che la sua sia stata una politica straordinariamente rivoluzionaria e che i risultati ottenuti non sarebbero stati possibili con nessun’altra persona al posto di comando in USA.
Noi quindi ci occupiamo di politica e di proposte politiche rivoluzionarie, osservandone gli effetti nella più grande e antica democrazia del mondo. Quel che sta succedendo in queste ore, però, non ha nulla a che vedere con la politica. Questa è qualcosa che somiglia più ad una guerra.
Soprattutto, abbiamo la certezza di come questo scontro fosse incredibilmente difficile da evitare. Noi siamo convinti che ci siano stati dei brogli elettorali ma, anche prendendo per buoni i risultati, in America ci sono quasi 160 milioni di persone che hanno espresso il proprio voto, una percentuale incredibilmente alta, un numero mai raggiunto da nessun’altra elezione nella storia del paese, il tutto con dei dubbi che serpeggiano e spesso evidenziati da logiche di numeri. Il risultato è un’America spaccata a metà, lacerata, con oltre 70 milioni di persone che hanno visto il proprio sogno infrangersi nel giro di poche ore, quello di avere altri 4 anni di benessere e di crescita, di sicurezza e di opportunità, attraverso un secondo mandato del presidente Trump.
Quello di ieri è stato un evento catastrofico, mortificante per la democrazia americana, ma è comunque solo uno dei sintomi di questo malcontento diffuso in tutto il paese. Ci sono persone che hanno dato tutto quel che avevano fiduciosi nella rielezione di Trump, hanno lottato, hanno resistito agli attacchi e alle critiche. Trump ha rappresentato per loro l’unica vera salvezza in un panorama politico che ha perso sempre più interesse per i più deboli. Questo è successo perché Trump ha reso forti quei deboli, ha dato loro speranza, li ha fatti rialzare e reagire e lo ha fatto attraverso delle politiche di tutela del cittadino. Oggi quelle persone si sentono tradite, truffate, in pericolo e sono arrabbiate e sono pronte a combattere con la propria vita perché grazie a Trump hanno scoperto che non fa bene avere paura ma che bisogna “stand your ground”.
Trump ha emancipato un’intera fascia sociale completamente abbandonata dalla politica e queste persone sono prima tornate alle urne per la prima volta dopo decenni e oggi sono pronte a fare una rivoluzione.
Come associazione, vi invitiamo a non lasciare che sia solo la narrazione dei media mainstream a spiegarvi cosa stia davvero succedendo in America ma di provare a sentire anche altri punti di vista, cercando di schivare gli sciacalli delle fake news e chi oggi vuole sfruttare il sensazionalismo degli eventi in corso.
Stiamo assistendo ad una delle pagine più importanti, controverse ed articolate della storia contemporanea mondiale.
Noi ci impegneremo, come sempre, a riportare gli eventi dal punto di vista dei supporter di Trump perché mai come oggi siamo stati convinti che questo possa essere uno spunto di confronto necessario per tutti.

E un articolo di Fiamma Nirenstein

“Questo finale rovina tutta la storia di una presidenza diffamata per anni”. Intervista a David Wurmser

 Il Giornale, 08 gennaio 2021

Seduti uno di qua e uno di là dall’Oceano, da Washington e da Gerusalemme, contempliamo con la testa fra le mani, insieme a David Wurmser, il disastro di Capitol Hill, la parabola del presidente che ha trasformato la conclusione del suo mandato in un circo di leoni impazziti. David è uno dei migliori intellettuali conservatori degli Stati Uniti, è stato consigliere speciale al Dipartimento di Stato di John Bolton, e prima di Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti, membro dell’American Enterprise Institute.
Cos’è successo a Capitol Hill? «E successo un disastro. Tutta la storia della presidenza Trump sarà ricordata soprattutto per questa conclusione, e la sua memoria ne sarà interamente compromessa».
Le critiche a Trump erano già insistenti, asfissianti… «Di più, ed è stata proprio la persecuzione totalizzante del personaggio e dei suoi che ha portato al discorso scandaloso di due giorni fa. Trump è stato sempre un’antenna dello stato d’animo della sua folla, non di violenti, ma di cittadini su cui il fatto di non essere di sinistra è diventato un’accusa di essere una sorta di “nazisti”. Una parola che non ammette replica, perché implica storicamente la sua totale indecenza. Trump e la sua gente in questi anni sono stati bombardati da accuse di ignominia: ci sono stati licenziamenti, fratture familiari, messe al bando di vecchi amici, odio, disgusto e shaming sui media, attacchi fisici al ristorante, per la strada ai trumpiani. La legittimazione appartiene a gruppi che per altro negli ultimi 8 mesi hanno distrutto migliaia di negozi, ferito cittadini, sparato ai poliziotti…».
La campagna elettorale ha peggiorato molto. «Non è stata nemmeno una campagna elettorale, ma un coro di diffamazione mentre agli altri tutto veniva condonato, la violenza, i rapporti del figlio di Biden coi cinesi».
Ma Trump ha sbagliato a reclamare ancora la vittoria e a chiederla alla folla. «Sì ha sbagliato, ha compiuto svariati errori, anche col Covid mentre faceva politiche giuste proclamava posizioni sbagliate. E induce oggi con gli ultimi fatti all’oblio dei molti errori storici che aveva curato con azioni giuste: aveva sgominato la paura paralizzante della Cina, l’ubbidienza ai no palestinesi promuovendo una serie di processi di pace; aveva posto fine alla pretesa che con l’Iran qualsiasi accordo sia migliore di un non accordo e alla passività di fronte all’ostilità di Onu ed Europa. E in politica interna ha promosso la riabilitazione in base alle regole di un mercato libero ma nazionalista di una larghissima classe sociale vilipesa. Da questa via Trump ha guadagnato sempre più consensi».
Adesso possiamo dire che siamo in mezzo a un disastro? «I disastri sono due: il primo è quello legato agli scontri, il secondo è quello della Georgia. E’ una tragedia per Biden non avere un Senato conservatore dietro cui nascondersi per bloccare l’estremismo del suo partito».
Il problema è la democrazia americana: si potrà ricostruire una situazione in cui governo e opposizione si confrontano serenamente? «C’è sempre stato molto in comune nelle due parti politiche, nell’idea che ogni individuo è un depositario di “diritti inalienabili” dati da Dio o dalla Storia o dalla natura, cda qualcosa di più grande di lui. Ma ora la sinistra si è staccata da questa sponda, la sua propensione è verso una deriva socialista alla Bernie Sanders».
Pensi che nei prossimi giorni Trump possa fare ancora qualcosa che possa sconvolgere il mondo? «Non direi. Trump ha abdicato all’interventismo Usa, lasciando a ciascuno i suoi guai e le sue scelte. Ha anche posto fine alla scelta politica di un inutile restraint internazionale. E così ha avviato parecchi cambiamenti positivi, ma…».
Ma ha rovinato tutto. «Diciamo danneggiato».

E infine la conclusione.

Gerardo Verolino

Attenzione, il famoso colpo di Stato messo in atto, a Washington, dai Village People, gli indiani Arrapaho di Ciro Ippolito, i trapezisti del circo Togni, i mandriani, gli hillibilly, Buffalo Bill e i guerrieri vichinghi con le corna di Bisonte, (come sostenevano tutti quelli che avevano preso un colpo di sonno o un colpo di Sole) è già finito. È durato la bellezza di cinque ore: meno del tempo di un reality show e più di una puntata di Dallas. Informiamo allora i telespettatori che non è stata istituita la corte marziale, non girano i carri armati per le strade, non esistono i dpcm di Conte né i proclama del generale Jaruzelsky, non c’è coprifuoco e non esiste la polizia politica a controllarti. Ieri, l’Aula ha lavorato come sempre e ha decretato l’elezione del presidente e della sua vice.
La notte nera della democrazia americana, l’ora più buia, la dittatura, la fine della democrazia liberale sono rinviate a data da destinarsi. Augh!

Ecco, sull’ultima frase ho purtroppo qualche dubbio: La notte nera della democrazia americana, l’ora più buia per l’America e per il mondo intero, stanno in realtà cominciando adesso. E chissà se dalle macerie, alla fine, sarà ancora possibile ricostruire qualcosa. (Se vi resta ancora un po’ di tempo e di energia e di pazienza, suggerirei di leggere anche questo e questo)

barbara