REPUBBLICANI NAZISTI?

Così vengono dipinti da chi detiene le chiavi della sedicente informazione, arrivando addirittura a togliere l’audio a un Presidente in carica. E cortina fumogena sui crimini della controparte.

Caccia ai sostenitori di Trump a Washington: decine di aggressioni, ma oscurate dai media mainstream

Le agenzie di stampa e i giornali parlano di “disordini”, restando sul generico, tra manifestanti pro-Trump e anti-Trump. Quello che è realmente accaduto nella serata e nella tarda notte tra sabato e domenica a Washington è provato dai numerosissimi video pubblicati in rete e reperibili con il minimo sforzo da chiunque (più avanti i link a quelli più significativi, da Twitter).
Sabato si è tenuta a Washington la Million MAGA March, una manifestazione a sostegno del presidente Trump. Il momento è delicato: il presidente contesta il risultato delle elezioni e i suoi sostenitori sono arrivati nella capitale al grido “Stop the Steal” per appoggiare la sua battaglia legale. Ma tutto si è svolto in modo totalmente pacifico. Nessuno ha infranto vetrine e saccheggiato negozi, nessuno ha dato fuoco ad auto o edifici, nessuno ha preso di mira gli agenti o i passanti. Slogan, canti, bandiere, inno americano. È proprio il caso di ricordarlo: nel 2017, il giorno dell’inaugurazione della presidenza Trump, le proteste a Washington si conclusero con un bilancio di 217 arresti e 100 mila dollari di danni. Ed era solo l’inizio della “Resistenza”, alimentata e organizzata dai Democratici, che oggi vorrebbero “curare” il Paese e lanciano appelli all’unità, a superare le divisioni.
È accaduto invece che al termine della manifestazione di sabato scorso, quando i partecipanti cominciavano a defluire, è partita una vera e propria caccia ai supporter di Trump da parte dei militanti di Antifa e Black Lives Matter.
Vigliaccamente, hanno aspettato che calasse il buio, che la manifestazione finisse e che famiglie e singoli fossero isolati per aggredirli, come mostrano molti video. Famiglie con bambini al seguito, coppiedonne, persone anziane (123), inseguiti, minacciati, spintonati, in qualche caso picchiati, presi di mira con lanci di liquidi e oggetti, uova, petardidi tutto. In questo, va riconosciuto, senza fare discriminazioni: circondate e aggredite anche famiglie di colore e miste con bambini piccoli, colpevoli di aver partecipato alla marcia a sostegno di Trump. “Black Lives Matter”, sempre che siano schierate dalla parte “giusta”.
È accaduto anche che un gruppo di Proud Boys, un’organizzazione di destra che sostiene Trump, abbia reagito, nella notte, quando già da diverse ore proseguivano le aggressioni, avendo la meglio su alcuni militanti di Antifa.
Da mesi, le rivolte di Antifa e BLM, che hanno messo a ferro e fuoco decine di città Usa, governate dai Democratici, ci vengono dipinte dai media come “prevalentemente pacifiche”. Così le definiva, con sprezzo del ridicolo, uno sfortunato inviato della Cnn mentre si vedevano alle sue spalle auto e negozi in fiamme. Ci sono voluti un paio di mesi prima che dai Democratici e dal candidato alla presidenza Biden arrivasse una condanna delle violenze, ma generica, da qualunque parte provengano, e solo dopo che New York Times e Washington Post avevano cominciato ad avvertire che il caos avrebbe potuto fargli perdere voti.
Per ora, nel momento in cui stiamo scrivendo, dal “presidente-eletto” che vuole “curare” l’America, unire il Paese, superare le divisioni, non è arrivata alcuna condanna, non genericamente della violenza, ma di queste violenze, delle violenze commesse sabato notte, nella capitale Washington, dai militanti della sinistra radicale ai danni dei sostenitori di Trump.
Federico Punzi, 15 Nov 2020, qui.

Ma tutto questo è storia vecchia, anzi antica.

L’egemonia Dem sui media. Non solo Trump: non c’è candidato o presidente Repubblicano che non sia stato demonizzato

Molti non ricordano (o fingono di non ricordare), ma noi sì: i media Usa (e non solo) hanno riservato il “trattamento-Trump” a tutti i candidati o presidenti Repubblicani, da Goldwater a Romney, passando per i Bush e McCain (oggi lodato da morto), massacrandoli con campagne di delegittimazione e fake news. Ma con Trump hanno fatto un passo in più: hanno vinto loro le elezioni…

Nelle elezioni presidenziali americane del 2020, due episodi, in particolare, hanno reso chiaro a tutti che il rapporto fra media e politica è cambiato in modo definitivo. Il primo episodio è stato durante la conferenza stampa in cui Trump, ancora presidente in carica, annunciava di non concedere la sconfitta e motivava la sua decisione con il sospetto di brogli elettorali a favore della parte avversa. La maggior parte delle televisioni nazionali presenti alla Casa Bianca, invece di trasmettere la diretta, l’hanno interrotta. Hanno staccato il microfono al presidente perché, a detta loro, stava affermando il falso. I media sono dunque andati oltre al loro compito di informatori e si sono erti al ruolo di giudici. Il secondo episodio, forse ancor più clamoroso, è stato l’annuncio del vincitore delle presidenziali, Joe Biden, quando lo spoglio delle schede è tuttora in corso e i ricorsi legali annunciati da Trump sono appena agli inizi. I media, in pratica, hanno annunciato il “loro” presidente, provocando una valanga di congratulazioni da tutto il mondo, indirizzati ad un capo di Stato che non è ancora tale.
La giustificazione di un atteggiamento così partigiano e poco professionale, che si è potuto vedere in diretta anche nel corso dei dibattiti televisivi (basti contare quante decine di volte il presidente in carica è stato interrotto dai moderatori), viene giustificato dai diretti interessati con argomentazioni che vanno dal romantico “dobbiamo resistere a un presidente nemico della libertà di stampa”, ad un deontologico “non possiamo permettere che vengano trasmesse informazioni false”. Affermazione, per altro, falsa: quando mai i media hanno deliberatamente censurato personaggi pubblici, anche quando mentivano clamorosamente, incluse le dichiarazioni di terroristi come Osama bin Laden, o Abu Bakhr al Baghdadi, o dittatori come la Guida Suprema Khamenei e Saddam Hussein? Ed è bene che sia così, perché, in ogni caso, il ruolo del giornalista è quello dell’informatore, non del giudice. In ogni caso, comunque, i media direttamente interessati alla demolizione di Trump hanno sempre portato la giustificazione che si tratti di un caso “straordinario”, di un presidente talmente fuori dalle righe da essere considerato una minaccia per la democrazia. Da qui, la loro tendenza a difendere la democrazia a costo di censurare un presidente democraticamente eletto. Trump è considerato diverso dai suoi predecessori, un caso unico che richiede misure speciali. Ma quali predecessori, non hanno richiesto misure altrettanto speciali da parte degli stessi media americani e dei loro predecessori?
Il grande problema ignorato, un “elefante nella stanza” come direbbero gli americani, non è questo o quel presidente, ma l’egemonia che i Democratici hanno conquistato nel mondo accademico e di conseguenza in quello mediatico. Questa egemonia risale almeno agli anni di Kennedy (1960-63) e da allora spara fango su ogni singolo presidente o candidato presidente repubblicano. I media hanno delegittimato Barry Goldwater, che avrebbe dovuto correre contro Kennedy e poi ha fatto invece campagna contro Johnson, a causa dell’omicidio del presidente a Dallas. Goldwater, laico e liberale, è tuttora ricordato come “razzista” e “guerrafondaio”, a causa della feroce campagna mediatica contro di lui. Non vinse le elezioni e si risparmiò quattro anni di gogna mediatica.
Questa invece toccò a Richard Nixon che divenne addirittura sinonimo della corruzione del potere. Nixon venne letteralmente linciato per una guerra (Vietnam) che non aveva iniziato, ma che, anzi, provò a portare a termine nel migliore dei modi con gli accordi di Parigi nel 1973. L’odio dei media nei suoi confronti era tale, che gli è stata anche tolta la Luna. Fateci caso: quando l’anno scorso è stato celebrato il 50° anniversario dell’allunaggio, è sempre stato nominato Kennedy (che lanciò il programma), ma mai Nixon (che lo portò a termine con successo nel suo primo anno di presidenza). I media fecero perdere la Casa Bianca a Nixon, nonostante la sua rielezione con due clamorosi scoop: i Pentagon Papers, cioè la diffusione di segreti militari sui bombardamenti in Cambogia e poi definitivamente con lo scandalo Watergate, lo spionaggio politico ai danni dei Democratici che portò all’impeachment.
Dopo Nixon, i media non riuscirono a detronizzare Reagan. Ma ci provarono in tutti i modi con la delegittimazione personale (“è solo un attore”, “è malato”, “è un fanatico religioso”), politica (“vuole la guerra nucleare”, “distruggerà il mondo”, “la sua è voodoo economics“, “è nemico dei poveri”) e giudiziaria (lo scandalo Iran-Contras). Nonostante i media, fu il presidente finora più amato dagli americani in tempi recenti, ma chiunque lo studi attraverso gli archivi dei quotidiani, lo crederebbe un mostro. Bush (padre), che pure era un moderato centrista, venne accusato di essere un falco imperialista, petroliere in conflitto di interessi, esponente del complesso militar-industriale.
Suo figlio, George W… non c’è neanche bisogno di parlarne. Nell’era di Internet ogni giorno, ogni ora, era un attacco continuo al presidente, calunniato, paragonato a una scimmia, accusato di essere un alcolizzato. Sono stati realizzati documentari, film, libri, contro la sua persona e la sua amministrazione. I suoi uomini, Cheney, Rumsfeld, Rove, paragonati a criminali nazisti. La corrente politica che lo sosteneva, almeno dal 2002, quella dei Neocon, è stata descritta come una cupola mafiosa-esoterica. Sulla sua amministrazione, i media hanno creato un’immagine da film horror, fatta di trame oscure, iniziazioni macabre, obiettivi deliranti. “Bush lies, people dies” (Bush mente, la gente muore) era il mantra ripetuto dopo ogni morto nella guerra in Iraq, dando per scontato avesse mentito deliberatamente sulle armi chimiche di Saddam per poterla lanciare. L’uragano Katrina che devastò New Orleans nel 2005? Colpa di Bush, non tanto per la gestione dei soccorsi (che comunque spettava a Kathleen B. Blanco governatrice, democratica, della Louisiana), quanto perché Bush non aveva aderito al protocollo di Kyoto sulla lotta al riscaldamento globale [La sinistra alleanza tra ecologisti ideologici e terzomondisti usa lo Tsunami]. Dando per scontato che, se non si impongono carbon tax ed energia rinnovabile, negli oceani si formeranno urgani sempre più potenti… Quando Bush se ne andò dopo un contestatissimo secondo mandato, l’odio dei media non si spense.
Anzi, iniziarono preventivamente a creare campagne di contro-informazione e vera disinformazione anche per i due candidati successivi: contro McCain e soprattutto contro la sua vice Sarah Palin, poi erano pronti già pronti a creare (anche con un film hollywoodiano rimasto nel cassetto) una mitologia negativa contro i mormoni e la destra religiosa, al momento della candidatura di Mitt Romney. Infine, hanno avuto modo di sfogarsi con Trump. Pensateci bene quando dite: “Trump è comunque indifendibile”. Chiunque viene massacrato, basta che non sia dalla parte “giusta”. Certo con Trump, i media hanno fatto un passo in più: hanno vinto loro le elezioni, un po’ come un arbitro che segna il gol della vittoria.
Stefano Magni, 16 Nov 2020, qui.

Come un arbitro che segna il gol della vittoria e oscura l’unica televisione che osa contestarlo.

barbara

QUANDO L’IDEOLOGIA VIENE PRIMA DI TUTTO

Prima della deontologia professionale, prima dell’onestà, prima della verità, prima perfino della sicurezza nazionale e mondiale.

Trump contro i media mainstream è il vero duello: una manipolazione sistematica e permanente, persino sul Covid

Il weekend appena trascorso ci ha fatto capire una cosa, qualora non l’avessimo compresa prima. La vera partita, nella corsa alla Casa Bianca, non è solo fra Trump e Biden, ma anche e soprattutto fra Trump e i media “seri”, i cosiddetti main stream media (AbcNbcCbsCnnNew York TimesWashington Post, etc. per intenderci).
La strategia di Biden è chiara: rimanere il più possibile nascosto nel suo “seminterrato”, e sperare che il lavoro per lui lo facciano altri – i main stream media, innanzitutto, che bombardano quotidianamente il presidente su ogni aspetto della sua attività (o non attività). Sperando anche di beneficiare di qualche imprevisto o infortunio di Trump, come ad esempio il contagio da coronavirus che lo ha colpito in questi giorni.
Il modo in cui i main stream media hanno seguito l’evoluzione della malattia del presidente ne conferma il ruolo di veri e propri strumenti operativi della campagna Biden.
L’atteggiamento dei giornalisti alla conferenza stampa del medico curante del presidente è stato semplicemente sconcertante. Erano tutti interessati a conoscere dettagli secondari sulle terapie applicate al paziente, con l’evidente scopo di cogliere delle contraddizioni con sue precedenti dichiarazioni, reali o asserite tali, circa i metodi di cura più efficaci per affrontare questa nuova malattia. Ma nessuno ha mai chiesto se Trump fosse in grado di governare il Paese, e se lo fosse stato continuativamente per tutto il periodo dall’inizio della malattia.
Non si tratta di una domanda di poco conto, anzi è la domanda principale, se si considera che Trump ha con sé, all’ospedale, la valigetta con i codici nucleari [e non oso immaginare che cosa potrebbe succedere se quella valigetta finisse in mano a un disastrato mentale come Biden]. Stiamo parlando del capo di Stato la cui capacità di governare ha impatto non solo sul popolo americano, ma anche su molti altri popoli nel mondo, se non tutti. Eppure, questo aspetto cruciale sembra non interessare minimamente ai giornalisti, che si sono dimostrati molto più attenti a capire come mai Trump sia stato curato con antivirali e steroidi, e non con iniezioni di candeggina (per fare riferimento ad una leggenda metropolitana che gli è stata affibbiata dai media).
Questo sconcertante atteggiamento dei main stream media si è replicato nelle ultime ore, quando Trump ha deciso di fare un giro in auto fuori dall’ospedale per salutare i propri sostenitori (e far vedere al mondo che sta “meglio”). Apriti cielo. Gli “esperti” interpellati dai main stream media hanno iniziato ad accusarlo di essere un irresponsabile, di aver messo a rischio il suo staff, in primis gli agenti della scorta che hanno viaggiato in macchina con lui.
Nelle prossime ore assisteremo ad una battaglia tra giornalisti e la Campagna Trump sulle misure di sicurezza che sono state adottate per consentire al presidente questa passerella (la mia intuizione è che la risposta risieda nel tipo di auto che è stata usata, vedremo se è giusta). Durerà 24/48 ore, dopodiché si passerà alla polemica successiva. E avanti così.
Ma prima che ciò avvenga, vorrei richiamare l’attenzione di chi ha la pazienza di leggermi su un particolare. In questo momento i main stream media sono interessatissimi alla sicurezza degli agenti della scorta di Trump. Ma non lo sono stati altrettanto venerdì scorso, quando è uscito dalla Casa Bianca a piedi ed è salito sull’elicottero alla volta dell’ospedale. Anche venerdì scorso Trump era certamente positivo al virus, e quindi presumibilmente contagioso. Però allora nessuno ha sollevato polemiche, per il fatto che gli agenti della sua scorta ed i membri del suo staff (almeno il colonnello dell’Air Force che porta la suddetta valigetta coi codici nucleari ha viaggiato con lui) non fossero bardati con tuta antibatteriologica.
Perché? Il motivo è presto detto: perché quelle immagini già di per sé mettevano in difficoltà Trump. La notizia del ricovero era già di per sé una notizia negativa. Non occorreva quindi calcare la mano, ed anzi, si trattava di un evento clamoroso e spiazzante, che all’inizio è stato trattato con molta prudenza.
Ora, invece, la passerella per salutare i sostenitori fuori dall’ospedale è sicuramente una notizia positiva per Trump, non solo perché dimostra che sta reagendo bene alle terapie, ma anche perché conferma la sua capacità di governare, che la Casa Bianca aveva già tentato di dimostrare diffondendo foto e video ripresi durante il ricovero. È dunque necessario trovare un argomento che ridimensioni l’immagine del presidente e possa aiutare Biden, ed ecco che si tira fuori il tema della sicurezza degli agenti di scorta di Trump.
Si palesa così il tema di fondo di questa campagna elettorale: non è solo e non tanto Trump contro Biden, ma è anche e soprattutto Trump contro i main stream media. Il terreno di scontro preferito da questi ultimi è il tema della pandemia, perché, si sa, la paura fa vendere copie e aumenta l’audience. Ma le contraddizioni dei giornalisti “seri” nel sollevare le domande più elementari aumentano il senso di smarrimento di chi sta seguendo quanto sta accadendo nel mondo, e non solo negli Stati Uniti, cercando di capire quanto ci sia di vero, e quanto, invece, sia frutto di manipolazione mediatica.

Mattia Magrassi, 6 Ott 2020, qui.

Qui una rappresentazione molto realistica dei sentimenti dei sinistri

Anche in Italia ideologia e disinformazione a manetta si danno la mano, e non contenti di disinformare sulla situazione in patria, si dedicano attivamente alla disinformazione anche su ciò che accade all’estero:

E l’amico Elio Cabib che ha pubblicato il video così commenta:

“Io sono in Olanda in questi giorni e confermo che all’aperto nessuno porta la mascherina, nei supermercati alcuni la portano e altri no, non è obbligatoria.”

In Italia invece non permettiamo un simile lassismo, ci mancherebbe, e se decidiamo di imbavagliare la gente lo facciamo sul serio. Per fortuna a Napoli le forze dell’ordine passano tutto il loro tempo a grattarsi le palle, mai che succeda qualcosa che interrompa la loro noia mortale, e quindi quando succede qualcosa di veramente serio, possono accorrere prontamente a scongiurare la tragedia:

E giustamente

Stefano Burbi 

si chiede:

PERCHE’ CE L’AVETE CON NOI ITALIANI?

Il governo ha praticamente spalancato i porti a migrazioni incontrollate, estendendo il concetto di una ideale e teorica “protezione umanitaria” e riducendo sensibilmente le pesanti sanzioni alle ONG che portano sulle nostre coste clandestini, molti dei quali sono semplicemente “migranti economici”, dunque certamente non idonei ad essere accettati come aventi diritto a restare in Europa e destinati a restare illegalmente sul nostro territorio, visto che gli altri paesi dell’EU non li prenderanno.
In compenso, dal 15 ottobre, Equitalia, con 9 milioni di cartelle, potrà ancora bussare alle porte degli Italiani, provati dalla chiusura della scorsa primavera e dalla crisi seguita all’emergenza sanitaria e per chi non porterà la mascherina all’aperto, in alcune regioni, è prevista una multa di 3.000 (Tremila) Euro.
Verrà impiegato anche l’Esercito per controllare i “pericolosi” assembramenti di giovani, mentre verranno stesi tappeti rossi a sconosciuti sbarcati illegalmente in Italia.
Scafisti, mercanti di schiavi, professionisti dell'”accoglienza” festeggiano.
Un po’ meno gli Italiani, almeno quelli che sanno vedere, ascoltare e capire.
Ma un governo non dovrebbe fare prima di tutto l’interesse dei propri cittadini? O le cose sono cambiate nel frattempo?
Mi risulta davvero difficile pensare che gli Italiani possano credere che quanto sta facendo questo esecutivo sia nel loro interesse.
Forse mi sbaglierò io, ma ne dubito.

Ottimista, il buon Burbi: un sacco di italiani, purtroppo, ci crede davvero, e continuerà a sostenere questo branco di delinquenti che ha messo in ginocchio un’intera nazione, e ancora non accenna a smettere.

barbara

UN PO’ DI MACEDONIA MISTA

Molto mista e molto variegata

Giancarlo Lehner

«Don Roberto è stato ucciso da uno che non ci stava tanto con la testa», così esterna uno che con la testa non ci sta per niente.
Si chiama Jorge Mario, che per difendere islam ed islamici, cancella la realtà, il buon senso e la corretta informazione.
In associazione con Soros, si sbraccia per sradicare le fondamenta giudaico-cristiane.

E io mi sto sempre più convincendo che ha ragione quella che sostiene che quell’uomo è l’Anticristo, mandato da Satana in persona per annientare il cristianesimo.

Poi c’è questo signore, lasciato morire come un cane per dissecazione aortica perché i medici si sono rifiutati di operarlo prima che arrivassero i risultati del tampone. È arrivata prima la morte. E magari, dopo che una banda di infami lo ha abbandonato alla sua enorme sofferenza e alla consapevolezza che stava morendo, avranno anche l’infamia di classificarlo come l’ennesimo morto covid per incrementare il terrore sanitario su di noi.

Poi c’è la signora Bellanova che si batte contro gli sconti nei supermercati. Forse la signora ignora che noi comuni mortali non abbiamo stipendi da ministro, e che per molti i prodotti scontati, magari quelli prossimi alla scadenza, e quelli in promozione, sono l’unica cosa che permette loro di mangiare più o meno tutti i giorni. Una volta c’era il modo di dire “se non sono matti non li vogliamo”, adesso dovremmo passare a “se non son deficienti non li vogliamo”.

E poi c’è J. K. Rowling, la mamma di Harry Potter, già messa alla gogna per avere detto che ci sono differenze fra un trans e una donna nata come tale (evidentemente qualcuno è analfabeta al punto da non accorgersi che XX e XY sono due targhe diverse, tipo PA e PV che stanno a un buon migliaio di chilometri di distanza). Adesso ha scritto un thriller in cui un serial killer uccide travestito da donna e naturalmente è chiaro che il significato è che non ci si deve mai fidare di un uomo travestito e giustamente è stato stabilito che lei deve morire. Giustamente, certo, visto che

Non ho mai amato i gialli e questa è una roba di 900 pagine, ma appena sarà tradotto in italiano lo scaricherò e lo leggerò. Nel frattempo ho appena scaricato la saga completa di Harry Potter, e prima o poi la leggerò, anche se sono quasi 4500 pagine.

E poi ci sono gli attori che recitano una scena all’aperto, in cui uno cade da cavallo e rimane ferito, ma il povero cane non lo sa che è una finzione…

E poi c’è questo ragionevole pensiero di

Enrico Richetti

Lasciate che i bambini dell’asilo corrano nei prati , si rotolino nell’erba e si abbraccino!
Lasciate che i bambini delle elementari nella ricreazione si rincorrano senza mascherina!
Lasciate che le maestre li prendano in braccio per consolarli e coccolarli!
Lasciate che i bambini vedano il sorriso della maestra, senza la museruola!
Questi scellerati che vedono il covid a ogni angolo di strada rovinano i bambini, li traumatizzano e fanno più danni del virus stesso!!!

E a proposito di scuola c’è la signora Fedeli che con incredibile umiltà riconosce che non è stato fatto proprio tutto alla perfezione, ma la cosa fenomenale è quella che arriva alla fine

Mentre a proposito dell’epidemia che con incredibile accanimento terapeutico governanti e mass media cercano in tutti i modi di mantenere in vita – quei mass media che lavorano più o meno così

– c’è (sì, ancora, visto che c’è chi proprio non vuole farsene una ragione) la faccenda della Svezia che dimostra, dati alla mano, che il lockdown nuoce gravemente alla salute, soprattutto sulla lunga distanza.

E giustamente qualcuno fa presente che

E per chi lascia condizionare la propria vita dal terrore di ammalarsi, c’è un saggio consiglio

Mentre questo è un sano avvertimento per tutti

e come se non bastasse, è anche entrato maschio ed è uscita femmina – che magari l’ha anche fatto apposta per fare incazzare quella bruttissima personaggia della J. K. Rowling.

E poi ci sono tutti quegli orrendissimi crimini di Trump, di cui non si parla mai, e bisogna parlarne invece

E poi c’è la drammatica emergenza climatica

E poi…

… e poi

venne

lo smartphone.

barbara

PER ORA IN GERMANIA (2)

Rispetto della legge in Germania? Leggi un po’ qua.

Censura e sharia: il caso dei media in Germania

BERLINO – Dopo una lunga e frenetica indagine, si scopre il probabile assassino di una studentessa, a Friburgo, nella Foresta Nera, ma la notizia viene censurata, si tace l´origine del sospetto, un profugo afgano di 17 anni, giunto nel 2015. In Germania divampano le polemiche: è lecito tacere per non turbare l´opinione pubblica? Si vota tra circa dieci mesi e l´Afd, l´Alternative für Deutschland, continua a guadagnare voti, si teme che il prossimo settembre entri in Parlamento, e arrivi perfino al terzo posto. I populisti avanzano in Germania, o in Austria, e in Italia. Il 15 ottobre, Maria L., di 19 anni, dopo un party con compagni di studio, verso le 2,30, torna a alla sua residenza universitaria, in bicicletta. Dalle parti dello stadio, incontra l´aggressore, viene violentata e strangolata. Su un cespuglio di more si scopre un lungo capello nero, il DNA coincide con quello dell´assassino.
Dopo un mese e mezzo, viene arrestato un ragazzo, uno delle migliaia di profughi minorenni giunti in Germania nell´ultimo anno. Ma si tace a lungo sulla sua origine. I media hanno una giustificazione. Il Presserat, il consiglio della stampa, quasi il nostro ordine dei giornalisti, si è da tempo autoimposto regole di comportamento: non si rivela il nome completo dei protagonisti di reati (a meno che non siano personaggi noti), ed è vietato scrivere a quale religione si appartenga, o precisare l´origine. Ma alcuni si ribellano al codice di comportamento, rischiando ammonimenti e sanzioni, come il “Sächsische Zeitung”, quotidiano di Dresda, che è la roccaforte del movimento razzista Pegida, autore di attentati ai centri di accoglienza. “Spesso l´origine del colpevole è il cuore della notizia,” protesta il direttore. E la censura è controproducente: l´opinione pubblica può sospettare che ogni stupratore o rapinatore sia straniero. I lettori e gli ascoltatori hanno perso la fiducia nei media dopo l´ultimo Capodanno a Colonia.
Duemila giovani arabi ubriachi aggredirono centinaia di donne. Una notte di violenze, le denunce furono 1240, ma si è arrivati a sei condanne, e nessuno è stato espulso. La stampa e la TV tacquero fino al cinque gennaio, per non creare problemi a Frau Merkel, la cui popolarità stava crollando a causa della sua politica delle frontiere aperte. Oggi si parla di “Lügenpresse”, stampa bugiarda. E i mezzi d´informazione non hanno riguadagnato la credibilità perduta. A Friburgo, cittadina universitaria, si teme che il ragazzo afgano abbia ucciso nei mesi scorsi un´altra giovane. E la serie di reati commessi da stranieri inquieta gli abitanti: a fine settembre una tredicenne viene aggredita da un gruppo di minorenni, tre sono immigrati. A metà ottobre, un senza tetto è picchiato e ucciso da due stranieri. Alla fine dello stesso mese, due donne vengono aggredite da un gruppo di profughi provenienti dal Ghana. A inizio novembre, un afgano ferisce gravemente un suo compagno, a metà mese, un georgiano uccide a coltellate un nipote. A luglio si è avuta una serie di attentati commessi da profughi in Baviera. Il 22 luglio a Monaco, un diciottenne iraniano (con passaporto tedesco) uccise nove giovani. E il motivo della strage era che si considerava tedesco e non veniva accettato. La sua origine fu la causa scatenante della strage.
Roberto Giardina, La Nazione

Si può parlare di rispetto della legge quando i reati vengono trattati in maniera diversa a seconda della nazionalità e della religione del criminale? Si può parlare di rispetto della legge quando alla polizia viene imposto un codice di comportamento diversificato a seconda dell’identità del criminale? Si può parlare di rispetto della legge quando la polizia arriva addirittura a occultare determinate prove e a fabbricarne di contrarie, come è accaduto in un recente episodio di terrorismo islamico, per mascherare l’identità dei criminali? E, soprattutto, si può ancora parlare di uno stato sovrano quando si ha a che fare con uno stato succube di una cultura estranea? E penso, nel dire questo, alla Merkel che di fronte a una palestinese senza alcun diritto di asilo che esibisce lacrime e singhiozzi fabbricati a tavolino sovverte le leggi dello stato e permette alla sua famiglia, senza una sola ragione al mondo, di restare e ottenere la cittadinanza.
merkel-palestinese
Questo è uno stato in bancarotta, altro che stato di diritto e rispetto delle leggi!

barbara

FORTUNA CHE ALMENO CI SONO GLI INDIANI

a mostrarci quello che i nostri mass media non hanno il coraggio di far vedere.

E qui trovate la spiegazione del perché sparano da in mezzo alla gente (qui l’originale).

barbara

AGGIORNAMENTO: anche a France 24 qualcuno finalmente si ricorda di che cosa significa fare il giornalista

I MEDIA, GLI ARABI E LA TERZA INTIFADA

La terza intifada sarà combattuta a livello mediatico

di Sharon Levi

“La terza intifada è già scoppiata”. A dirlo è stato all’inizio dell’anno un colonnello dell’IDF, Yaniv Alaluf, e subito la notizia ha fatto il giro dei giornali arabi e israeliani. Ma è veramente scoppiata la terza intifada e se è così, come verrà combattuta?
A stare a sentire i giornalisti arabi la terza intifada è già in corso, solo che non sarà come fu la seconda, violenta e improvvisa. Questa intifada userà una delle armi più potenti e subdole di cui dispongono gli arabi: la propaganda e i media.
Ne abbiamo avuto un assaggio quando qualche giorno fa decine di arabi hanno eretto una specie di villaggio fatto di tende nella zona denominata “E1” e lo hanno chiamato “Bab Al Shams”. Naturalmente non potevano farlo e così è dovuto intervenire l’esercito per sgomberarli. Era esattamente quello che volevano. Quando sono arrivati i militari israeliani ad attenderli non c’erano solo gli arabi ma anche una nutritissima pattuglia di media occidentali e arabi che naturalmente hanno diffuso sapientemente il tutto facendo bene attenzione nello scegliere i fotogrammi da diffondere in modo che apparisse chiaro che “gli israeliani sono cattivi e gli arabi, poverini, sono buoni”.
La cosa è piaciuta ai vertici della Autorità Nazionale Palestinese (ANP) tanto che proprio ieri hanno annunciato la costruzione di decine, addirittura centinaia, di questi villaggi abusivi. L’obbiettivo è drammaticamente semplice: provocare la reazione israeliana in modo che i media possano diffondere il messaggio che “gli arabi sono buoni e gli israeliani sono cattivi e violenti”.
In realtà anche nel caso del villaggio chiamato dagli arabi “Bab Al Shams” non c’è stata alcuna azione violenta da parte dell’esercito e della polizia israeliana. Nessun ferito. Nessuno arrestato. Ma come è stata descritta quella azione dai media arabi e da moltissimi media occidentali? Come una azione violenta e prepotente. Addirittura, per giustificare il fatto che non c’erano stati arresti, si sono inventati la storiella che gli arabi sarebbero riusciti ad eludere i controlli israeliani con un finto matrimonio. Naturalmente sono tutte menzogne ma ci fanno capire con chiarezza in che modo gli arabi vogliono combattere questa terza intifada. Non solo, lanciano al Governo israeliano un monito importante: non cadere nelle trappole arabe.
A confermare quanto detto sopra ci pensa uno dei più importanti giornalisti arabi, Daoud Kuttab, che su un giornale giordano pochi giorni fa scriveva un editoriale dove invitava l’ANP ad adottare questa tecnica sostenendo che “le immagini dell’esercito israeliano che sgomberava Bab Al Shams hanno fatto il giro del mondo in pochi secondi” e che “dovranno sorgere centinaia di Bab Al Shams così che per centinaia di volte le immagini dell’esercito israeliano che sgombera quei campi faranno il giro del mondo”.
Ecco come sarà la terza intifada, verrà combattuta a livello mediatico e Israele non deve farsi trovare impreparato perché i media sono l’arma non convenzionale più potente in mano agli arabi, media naturalmente asseriti alle menzogne arabe. Israele dovrà fornire un servizio di informazione in “real time” che smonti immediatamente le menzogne arabe, una cosa che purtroppo a Gerusalemme non sono mai stati capaci di fare lasciando agli arabi quella formidabile arma che sono i media.
(Rights Reporter, 18 gennaio 2013, via “Notizie su Israele”)

E questa è una verità che da sempre abbiamo sotto gli occhi. Per un approfondimento sul tema suggerisco di leggere qui e qui. E sempre nel campo della disinformazione consiglio caldamente di leggere questo prezioso lavoro, dettagliato e documentato. È molto lungo ma vale la pena di leggerlo.

barbara

DEMOCRAZIA E LEGALITÀ

“Hasdarà” è una parola poco nota in ebraico ma in questi giorni la si è usata moltissimo. Ieri la Knesset ha respinto a larga maggioranza la legge sulla “Hasdarà” dimostrando ancora una volta che Israele è uno Stato democratico fondato sul rispetto dei diritti fondamentali e sul riconoscimento della divisione fra i tre poteri costituzionali: esecutivo, legislativo, e giudiziario. “Hasdarà” – derivativo di “séder” che vuol dire “ordine” – significa “sistemazione” o “regolamentazione”, ma si potrebbe anche dire “rimpolpettamento” oppure “pastetta”: nel senso di dare valenza legale a una cosa manifestamente illegale. Era successo che ai bordi del paese di Bet El (7000 abitanti) in Cisgiordania, un imprenditore aveva costruito cinque case su un terreno di proprietà di un palestinese, falsificando i permessi o comunque ingannando le venti o più famiglie che in buona fede avevano preso possesso delle abitazioni. La Corte Suprema decretava lo sgombero e la demolizione delle case abusive entro il 1° luglio. Le correnti più militanti in parlamento proponevano allora un provvedimento di sanatoria dell’atto illegale, sostenendo che non si demoliscono costruzioni abusive se il proprietario del terreno offeso non ne fa richiesta entro quattro anni. Era una legge intesa ad annullare retroattivamente una sentenza della Corte Suprema – legge che peraltro sarebbe stata subito impugnata davanti alla stessa Corte Suprema. Il significato poteva anche essere questo: se un palestinese costruisce illegalmente sul terreno di un ebreo, la casa si demolisce subito; se invece un ebreo costruisce illegalmente sul terreno di un palestinese, la casa resta in piedi. Bibi Netanyahu sembra abbia capito in tempo i limiti e le regole dello stato di diritto, e non ha accettato il gioco. Ha minacciato di licenziamento chi nel suo governo avesse votato a favore della proposta di legge. Alcuni ministri e deputati della coalizione hanno fatto la voce grossa, poi al momento del voto si sono squagliati tutti: due erano all’estero, altri al bar, altri ancora gravemente malati. E la legge della “Hasdarà” è stata respinta. Interessante in proposito il voto contrario dei deputati di Degel Hatoràh, una delle fazioni molto religiose-ortodosse. Secondo la legge ebraica, “non si può obbligare un uomo a vendere un campo se lui non vuole venderlo”. Questo l’ebraismo tradizionale lo sa da millenni. Ma tra i politici c’è sempre chi vuole fare un di più.
Sergio della Pergola

Strani scherzi fa la memoria, vero? Ogni volta che viene demolita una costruzione abusiva di palestinesi o di arabi israeliani, i nostri solerti giornalisti si dimenticano di dire che la costruzione era abusiva; ogni volta che viene demolita una costruzione abusiva di ebrei israeliani si dimenticano di dare la notizia: curioso, no? Ho l’impressione – correggetemi se sbaglio – che si dimentichino anche di dire di quella legge dell’Autorità Palestinese, sempre rigorosamente applicata, che prevede la pena di morte per chi vende proprietà agli ebrei. Forse, chissà, se ne dimenticano per via del fatto che le regole sono queste, e sgarrare può costare piuttosto caro. Se volete un compendio completo delle regole da rispettare, comunque, lo potete trovare qui:

con qualche altra precisazione qui. E infine un invito alla riflessione qui.

barbara