E PER CHIUDERE IN BELLEZZA IL GIRO DI DANZE

Io comunque escludo categoricamente che questi qua appartengano alla specie umana.

barbara

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QUELLA FACCENDA DELLA FEDELTÀ

No, sul serio, voi l’avete capita? Cioè, dice che il nuovo tipo di unioni che sta per essere messo in vendita è discriminatorio perché non prevede l’obbligo della fedeltà. Ora, cominciamo: quante coppie regolarmente sposate in chiesa o in comune conoscete, in cui sareste pronti a mettere la mano sul fuoco per la fedeltà di entrambi? E quante persone sposate conoscete che, dopo avere promesso la fedeltà perché fa parte del rituale, se ne sono sentite esenti fin dal primo giorno? Io ne conosco che si sono sposati con gli appuntamenti con le amanti già fissati per il ritorno dal viaggio di nozze, per dire. E quelli che sono fedeli, lo sono perché sono convinti che non ci sia altra condotta di vita possibile, perché quando amano una persona non provano desideri e tentazioni nei confronti di altre, o perché sta scritto su un pezzo di carta che lo devono fare? Qualcuno ha scritto che non si tratta della mera fedeltà sessuale, bensì del dovere della reciproca assistenza, e qui cadiamo dalla padella alla brace: se io mi ammalo, o resto invalida, temporaneamente o stabilmente, e mi rendo conto che mio marito mi assiste solo perché è obbligato a farlo, sai che depressione. Ma questi sono tutti dettagli secondari; il punto basilare è: se io sono infedele a mio marito, se mio marito è infedele a me, il matrimonio viene forse meno? Cessa di esistere? Si annulla come i matrimoni non consumati? La risposta è no, naturalmente. Può essere una legittima causa di divorzio per colpa se io lo chiedo e se sono in grado di dimostrare che l’infedeltà c’è stata e che è quella a rendermi inaccettabile la convivenza con quella persona, ma non rende invalido il matrimonio. Quindi, riepilogando in due parole: il matrimonio spurio non prevede l’obbligo della fedeltà; il matrimonio normale prevede l’obbligo della fedeltà ma se quella non c’è il matrimonio resta valido lo stesso. E dunque? Capirei se nel matrimonio spurio ci fosse, al contrario, l’obbligo dell’infedeltà e dei poveri disgraziati vecchi sciancati incartapecoriti tremolanti come gelatine che si fanno schifo da soli a guardarsi allo specchio a dover pagare qualche morto di fame perché li faccia uscire d’obbligo, ma così? Dove sta il problema? Gente che passa la vita a strepitare di diritti e diritti e ancora diritti e adesso strepitano perché gli appioppano un dovere in meno? Viene da chiedersi se aspirino al Guinness della cialtroneria, questi qua.
Che poi – piccola nota a margine – capisco che le coppie omosessuali sentano il bisogno di una qualche forma di riconoscimento (anche se per quasi tutto sarebbe più che sufficiente un notaio), ma le cosiddette coppie di fatto? Si rendono conto che “riconoscimento delle coppie di fatto” è un mastodontico ossimoro? Si rendono conto che una cosa – qualsiasi cosa – formalmente e burocraticamente riconosciuta non è più “di fatto” bensì “di diritto”? Cioè, non si vogliono sposare ma vogliono, non solo dal punto di vista sociale ma anche formale e legale e burocratico, essere considerati come se fossero sposati. Che gran teste mentulose.

barbara

LA METÀ DI NIENTE

Perché prima eri – o credevi di essere – la metà di una solida coppia borghese, ma quando un lunedì mattina, dopo vent’anni di matrimonio e tre figli più uno dolorosamente perso, mentre stai cuocendo le uova per la colazione lui ti dice me ne vado perché non ti amo più, resti la metà di cosa?
Il titolo dell’edizione italiana è preso da una frase che la protagonista pronuncia verso la fine, ma il titolo originale è In the Beginning che, per chi sa di cose ebraiche, significa Bereshit. Ma anche senza sapere molto di cose ebraiche, a metà della prima parte già ti sorge il sospetto che si tratti di un Bereshit, e alla fine della prima parte ne hai la conferma definitiva. E si tratta, a tutti gli effetti, di un intero mondo da ricostruire partendo da zero, ricostruire la propria autostima, ripensare e reinventare i rapporti coi figli, riscoprire gli altri legami, fabbricarsi un modo per guadagnarsi da vivere… E tutto questo devi riuscire a farlo, per un motivo molto semplice: di alternative non ce ne sono.
A me è piaciuto, quindi se vi capita per le mani fateci un pensierino.

Catherine Dunne, La metà di niente, Guanda/Tea
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barbara

UN PO’ DI ROBE

La bambina. Mamma bianca, papà nero, lei mulattina, sui due anni, un bijou. Veniva verso di me mentre stavo andando a fare colazione; in questi casi io mi fermo, per non mettere il bambino in condizione di venirmi a sbattere addosso, o di dover bruscamente scartare. Arrivata davanti a me si è fermata anche lei, con la testa in su per guardarmi in faccia. Ho allungato le braccia, lei ha alzato le sue e l’ho presa in braccio. Le ho fatto un po’ di coccole e poi l’ho rimessa giù, le ho fatto ciao ciao e mi sono riavviata verso il ristorante. Dopo qualche passo, sentendo i genitori parlottare e ridacchiare, mi sono girata: si era di nuovo allontanata da loro e mi stava seguendo. Allora le ho teso la mano e lei me l’ha saldamente afferrata; ho fatto ancora qualche passo, poi sono tornata indietro fino a suo padre, a cui ha dato l’altra mano, e lentamente ho staccato la mia (con bambini e animali, innocenti e senza malizia, in effetti, sono sempre in perfetta sintonia. È con gli adulti che mi capita, a volte, di avere problemi).

L’acquazzone. Un vero, autentico acquazzone tropicale. Sì, lo so che roba così c’è anche da noi, ne ricordo uno a Roma, nel luglio dell’86, che gli acquazzoni tropicali gli facevano una pippa, e un nubifragio, sempre a Roma nel dicembre dello stesso anno, che ha bloccato Fiumicino per un’ora intera, per non parlare di questo, ma insomma ragazzi, un acquazzone tropicale è pur sempre un acquazzone tropicale, e io me lo sono proprio goduto.
acquazzone 1
acquazzone 2
acquazzone 3
acquazzone 4
Che poi anche lì mi è andata bene da tutti i punti di vista: avevo visto in internet che la media, in quel periodo, è di 7-8 giorni di pioggia al mese, e quindi per due settimane avevo calcolato tre o quattro giorni, e invece ne ho avuti solo due, giusto quello che ci vuole per prendersi un momento di pausa e prendere un paio di foto da esibire.

Le cicatrici. Su raccomandazione della fisioterapista, ci ho schiaffato sopra una tonnellata di sunblock; ciononostante mi sono diventate di un bel color vinaccia. Quella sul ginocchio destro è praticamente un bassorilievo di un cavalluccio marino in grandezza naturale.
gin-dx  cavalluccio marino
Il mistero del WC. Il buco di scarico era molto piccolo, direi meno della metà del nostro, e lo scroscio dello sciacquone durava circa due secondi per la mandata completa e circa uno e mezzo per quella ridotta, e la ricarica non durava più di una dozzina di secondi, a riprova del fatto che l’acqua usata era davvero poca. E, incredibile ma vero, era sufficiente. Anche in un paio di occasioni in cui mi sono resa protagonista di una produzione decisamente sovrabbondante, è stato ugualmente sufficiente. All’arrivo avevo notato con un certo disappunto l’assenza dello scopettino, ma in effetti in due settimane non mi è mai accaduto di sentirne la mancanza.

Poi ho beccato anche un matrimonio
matrimonio
con una sposa che faceva concorrenza a Jennifer Lopez
culo sposa
E poi il mare, col suo oro
oro 1
oro 2
e col suo argento.
argento
barbara

QUANDO LA VITA È PIÙ FORTE DELLA MORTE

Segna il traguardo della maratona di New York, la cicatrice sul lato sinistro della testa è appena percettibile. Aharon Karov, 27 anni, completa il giro in 4:14:31, un risultato impressionante per chiunque. Soprattutto qualcuno che cinque anni fa era stato gravemente ferito in guerra e dato per morto.
Aharon-Karov-maratona
Ma la sua storia inizia nel dicembre 2008, quando a 22 anni sposa l’amore della sua vita, Tzvia, di 19.
Aharon-Karov-wedding
Ballano, cantano e fanno tutte le cose felici come tutte le altre coppie. La mattina seguente intorno alle 7:00, Karov, tenente in un’unità di paracadutisti della IDF, riceve una telefonata dal suo superiore che lo informa che sta per iniziare una guerra a Gaza – l’Operazione Piombo Fuso – e che c’è bisogno di lui. Secondo la legge militare, come anche secondo la halachà (legge ebraica), uno sposo ha il dovere di andare in guerra il giorno del proprio matrimonio soltanto per una “milkhemet hova”, una guerra religiosamente obbligatoria (non ne esistono ai giorni d’oggi). “L’operazione a Gaza non era una di quelle” racconta Karov. Tuttavia, dopo lunghe trattative con sua moglie, decide di andare a Gaza.
“In Israele, se c’è una guerra, tutti vanno perché esiste il senso della collettività, della comunità” – spiega il ragazzo – Era chiaro per me, per noi due, che dovevo andare “. Karov era il comandante di un plotone di 30 soldati che aveva addestrato durante il loro servizio militare. “Non sarei mai riuscito a mandare i miei uomini senza di me”, confessa. “Certo che avrei voluto essere a casa con mia moglie e non a Gaza”, racconta ancora Karov, “Tu non sai quando vedrai di nuovo tua moglie, tu non sai quando potrai parlare con tua moglie di nuovo, ma è necessario mettere tutto il resto da parte – tua moglie, la tua famiglia e anche te stesso”.
Una decina di giorni dopo il suo matrimonio, a Karov e ai suoi uomini viene assegnato il compito di bonificare sei edifici dagli esplosivi. Salito al secondo piano di un palazzo, un ordigno viene fatto esplodere. Karov salta in aria e cade dalla tromba delle scale, mentre l’intero edificio crolla sopra di lui. I suoi uomini, nessuno dei quali viene gravemente ferito dall’esplosione, si precipitano in fretta per rimuovere le macerie e tirano fuori il corpo del comandate. Karov viene effettivamente dichiarato morto. Poco dopo, sentendo un debole impulso, un paramedico dell’esercito fa un’incisione sulla gola del ragazzo moribondo per assicurarsi che avrebbe continuare a respirare.
Ma con otto pezzi di granata nella testa, senza più denti, con l’occhio sinistro smembrato e il lato superiore sinistro del corpo completamente schiacciato, le prospettive di sopravvivenza sembrano pressoché nulle.
Aharon-Karov-ferito
Cinque anni più tardi Karov vince la maratona di New York, per di più con un tempo straordinario per chiunque, e orgoglioso di se stesso rivolge un pensiero al suo plotone: “E’ stata una fortuna che nessuno dei miei soldati è rimasto gravemente ferito dall’esplosione”.
Aharon-Karov-figlio
Il campione dalla scorza dura vince così i 40mila dollari della gara e li devolve al Fondo OneFamily,
maratona 1
un’associazione che sostiene le vittime del terrorismo e che ha sostenuto la sua famiglia durante questi lunghi anni di riabilitazione. (rubato qui)

Poi, volendo, tanto per restare in zona, ci sarebbe da andare a leggere questo.

barbara

E ADESSO VI FACCIO FARE UN GIRO PER IL MEDIO ORIENTE

Per prima cosa vi mando a prendere qualche lezione di etica matrimoniale, in cui vi verrà spiegato che il modo migliore per castigare una moglie che fa cose abominevoli, tipo uscire per strada con la faccia scoperta, è di tagliarla in dieci pezzi, o yes. E poi vediamo se la prossima volta avrà ancora voglia di disobbedirvi e mostrare spudoratamente in giro la sua faccia (qui).
Poi vi faccio scoprire qual è il quarto luogo santo dell’islam (voi ne conoscete solo tre, vero?)
Poi vi informo che, incredibile ma vero, c’è qualcuno che si preoccupa delle vittime palestinesi anche quando non sono vittime degli israeliani, ed è una tale mosca bianca che ritengo doveroso dargli il giusto spazio e la giusta visibilità.
Se desiderate dare alla vostra cultura, o a quella dei vostri figli, un tocco di internazionalità, vi suggerisco caldamente di prendere in considerazione
Londra; per la precisione, la City University.
Imprescindibile poi un aggiornamento sul grillopensiero e dintorni (cliccare sul quadratino in caratteri microscopici per leggerlo in caratteri umani. Dovete assolutamente leggerlo).
Infine un aggiornamento sul giovane blogger iraniano che sta morendo in carcere.
E mi raccomando, ricordate sempre quali sono le priorità.
I_problemi_del_mondo
barbara

PUNTI DI VISTA

Il reverendo Lemuel Wiley

Predicai quattromila sermoni
e ressi quaranta revivals
battezzando i pentiti.
Ma nessuna delle cose che ho fatto
risplende più viva nel ricordo del mondo,
di nessuna mi pregio altrettanto:
ho salvato i Bliss dal divorzio
e tenuti immuni i figli da quella disgrazia
perché crescessero in ambiente morale,
felici essi stessi, e vanto al villaggio.

La signora Charles Bliss

Il reverendo Wiley mi consigliò di non divorziare,
per il bene dei bimbi,
e lo stesso consigliò a lui il giudice Somers,
e così restammo insieme fino alla fine.
Ma due dei bimbi parteggiarono per lui
e due dei bimbi parteggiarono per me.
I due che diedero ragione a lui mi biasimarono
e i due che diedero ragione a me lo biasimarono,
e soffrirono ciascuno per uno di noi,
e tutti si tormentarono per avere osato giudicarci
e si torturarono l’anima perché non potevano stimare
lui e me allo stesso modo.
Ora, qualunque giardiniere sa che le piante cresciute in cantina
o sotto le pietre, sono stente, gialle e rattratte.
Nessuna madre lascerebbe succhiare al suo bimbo
latte malato dal suo seno.
Eppure i preti e i giudici consigliano di allevare la prole
dove non c’è sole ma soltanto crepuscolo,
non calore, ma soltanto umido e gelo –
i preti e i giudici!
Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River

Le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Ma tanto l’inferno lo costruiamo per gli altri, mica per noi, quindi chi se ne frega.

barbara

ECCO, FINALMENTE GLIEL’HO DETTO

Oggi pomeriggio ci siamo trovati tutti, io, il preside, parecchi colleghi e un po’ di scolare, perché eravamo di matrimonio. Matrimonio un po’ singolare, se vogliamo, dal momento che gli sposi sono sposati già da quattro anni, “ma adesso mi sposo per bene, in chiesa”. Loro l’avrebbero fatto anche prima, a dire la verità, ma hanno dovuto vincere l’accanita resistenza del parroco, perché lo sposo è egiziano e quindi, orrore orrore, cristiano copto. E infatti in una delle sue innumerevoli ammucchiate di parole il parroco ci ha tenuto, in mezzo a sontuosi florilegi sul valore del matrimonio cristiano, a sottolineare che in fin dei conti si tratta di un matrimonio un tantino misto, ma insomma alla fine ha ceduto, dando atto a Valeria dell’incrollabile determinazione con cui ha perseguito questo obiettivo (e secondo me lo ha fatto perché sentiva di doverlo, in qualche modo, alla memoria di sua madre. E no, non vi racconterò la tragica storia di sua madre. O magari sì, forse un giorno vi racconterò anche quella, ma non adesso, ché quella è davvero un’altra storia). E dunque arrivo – nonostante il piede disintegrato ancora molto disintegrato – alla chiesetta del castello e lo sposo è già lì, elegantissimo ed emozionatissimo, circondato dai fratelli arrivati su dall’Egitto e un bijou di nipotino mulatto, e un bel po’ di colleghi e colleghe su alcuni dei quali ci sarebbe parecchio da spettegolare ma mi guarderò bene dal farlo, non sia mai che a qualcuno di loro dovesse capitare di arrivare qua dentro, e una tizia orrendissima che non so chi fosse coi capelli unti e vestita come se dovesse andare a chiedere l’elemosina impietosendo con la miserevolezza dell’abbigliamento e una enorme borsa nera con su disegnate due chiostre di denti dagli enormi canini e la scritta rosso sangue VAMPIRE strettamente aggrappata a uno splendido esemplare di maschio umano nero e gigantesco che farebbe venire la bava alla bocca a qualche Signorina che conosco io, e c’è il preside e ci sono le scolare pronte con la scorta di riso e per fortuna, quando arriva il momento, faccio in tempo a precipitarmi da loro prima che escano gli sposi a dire “mi raccomando, lanciatelo in alto, che cada su di loro a pioggia, non addosso”, e infatti lo lanciano in alto; l’unica eccezione è una ex collega, all’incirca mia coetanea, ora in pensione, che glielo scaraventa dritto in faccia. E poi arriva la sposa, in una immensa nuvola di tulle bianco e brillantini e stola di pelliccia con un caldo che si sarebbe stati bene in costume da bagno ma lei resiste eroicamente e si avvia al braccio del giovanissimo cugino mentre un quartetto d’archi di colleghi e scolari musicisti provvede all’accompagnamento – e tutti ci emozioniamo.
Ma naturalmente non è per raccontare del matrimonio che ho messo in cantiere questo post, bensì per parlare del preside. Col quale ad un certo momento ci siamo trovati faccia a faccia con un bicchiere di vino in mano, e finalmente gli ho fatto la domanda che ho in mente dal giorno che l’ho conosciuto, otto anni fa: “Lei da dove viene?” L’inizio della risposta potrebbe sembrare singolare: “Ho fatto fare ricerche risalendo fino al Seicento”. Buffo, vero? A chi mai può venire in mente di farsi l’albero genealogico, risalendo addirittura di secoli? Comunque mi nomina un paese di queste parti, e io gli rispondo che no, ci deve sicuramente essere un “prima”, ci deve sicuramente essere un “altrove”, perché il suo è un tipico cognome ebraico, e dato che di ebrei da queste parti non ce ne sono mai stati, la sua famiglia deve per forza essere arrivata qui da qualche altra parte. E lui rimane per un attimo a fissarmi, immobile, a bocca aperta, ho quasi l’impressione di vedere, attraverso il suo cranio, un miliardo di rotelline che si mettono a ruotare vorticosamente. Poi, “Sa – dice – a questo non mi era mai venuto da pensare. Le ricerche le ho fatte per cercare di spiegare il mio aspetto…” Perché il mio preside, se lo vedete, potreste prenderlo per marocchino. O per libanese. O per siriano. O forse iraniano. Ma sicuramente non per un crucco. E non avendo nessun tipo di contatto con l’ebraismo, ignorava che il suo fosse un cognome “particolare”. Ho avuto la sensazione di avegli messo in mano il bandolo di una matassa. Sicuramente aggrovigliata, sicuramente difficile da sbrogliare, ma capace, forse, di dargli qualche risposta. Sconcertato, mi è apparso, ma anche emozionato, forse addirittura orgoglioso. “Allora dovrò cercare ancora – ha detto – andare ancora più indietro. Chissà…” (E mi è venuta in mente quella ragazza a cui una volta ho detto che il cognome della sua cattolicissima nonna era un cognome ebraico tipico della zona da cui lei proveniva, e lei è rimasta per un attimo come se le avessi dato uno schiaffo; poi si è ripresa e con uno sbuffo di sollievo ha detto: “Ah beh, ma io tanto mi chiamo Z.!” La stessa che, una volta che parlavo di violenze sui bambini ridacchiava come una gallina, e io, furibonda, ho detto: “Nel caso non te ne fossi accorta , sto parlando di bambini stuprati, di bambini seviziati, di bambini assassinati!” e lei ha risposto: “Ma facevo per sdrammatizzare”).

I miei lettori di più vecchia data lo hanno già visto, quando ho postato un video col mio collega di sostegno di allora, in cui compare anche lui. Gli altri lo vedranno adesso.

barbara