ASPETTANDO IL VOTO

A preparare il caos sono i Democratici: le pericolose connessioni con Antifa e BLM e il rischio brogli

Il ribaltamento della narrazione: i media attribuiscono ambizioni tiranniche e golpiste a Trump, mentre è l’altra parte a praticare la violenza squadrista di strada e a prepararsi a contestare, o rubare, le elezioni… Voto per posta e ballot harvesting hanno provato più e più volte di essere vulnerabili a errori e brogli. E tutti i movimenti radicali, da Antifa a Black Lives Matter, nati o cresciuti all’ombra della “Resistenza” anti-Trump, sono legati ai Democratici e persino “istituzionalizzati”
Se Hollywood fosse ancora quella che era nei suoi anni d’oro, la storia delle elezioni presidenziali del 2020 diventerebbe un giorno un grande kolossal. Gli elementi ci sono tutti. Basta girare sui media e social media americani per ricevere una doccia fredda di emozioni contrastanti: passione, speranza, anticipazione, suspence.
Ormai da mesi i sondaggi ci dicono che Trump perderà, ma come in ogni thriller che si rispetti, i sondaggi si sono riavvicinati nell’ultima settimana negli Stati chiave, creando nei sostenitori di Biden un rinnovato panico. I sostenitori di Trump dal canto loro rimangono speranzosi. Indicano le folle che Trump è capace di riunire ai suoi comizi e i molti aneddoti su amici, parenti e conoscenti che voteranno Trump, ma hanno paura a dirlo pubblicamente come indizio che i sondaggi sono o clamorosamente sbagliati, o clamorosamente falsi. È il 2020, tutto può succedere…
Quest’anno la politica americana, citando il Covid a pretesto, ha anche fatto di tutto per assicurarsi che il già incasinato sistema elettorale lasci ancora più dubbi sulla possibilità di errori e brogli. Non bastavano la mancanza di carte di identità ai seggi e la curiosa pratica del ballot harvesting, che consente a operatori politici di raccogliere le schede di voto direttamente a casa degli elettori, creando strane situazioni per cui a distanza di giorni dall’elezione continuano a spuntare casse piene di voti. Quest’anno è stato aggiunto il mail-in voting, che consente agli Stati di inviare schede elettorali in massa a casa della gente, che poi vota e le rispedisce per posta, con solo una firma a controprova.
Tutti questi sistemi hanno provato più e più volte di essere vulnerabili a errori e brogli. Soprattutto col mail-in voting, si moltiplicano le storie di gente che riceve a casa schede elettorali a nome di gente morta, che non abita più o non ha mai abitato lì. Ad Atlanta una scheda elettorale a nome di un gatto morto è stata recapitata al domicilio degli ex proprietari. In New Jersey, solo pochi mesi fa, si è dovuta annullare una intera elezione speciale a causa del mail-in voting. L’organizzazione di giornalismo investigativo di area conservatrice Project Veritas negli ultimi mesi ha scoperto numerosi casi di brogli elettorali attuati anche col ballot harvesting.
Per giunta Stati e corti supreme hanno reso la situazione ancora più precaria annacquando ulteriormente le regole. Ad esempio, non richiedendo nemmeno la verifica via firma, oppure sentenziando che vengano accettati voti ricevuti fino a nove giorni dopo le elezioni (North Carolina).
Entrambe le parti in causa si preparano ad una lunga battaglia legale. La campagna di Biden, già mesi fa, curiosamente ancora prima che il sistema del mail-in ballot di massa venisse finalizzato, ha assunto un team di oltre 600 avvocati specializzati in contese elettorali. Trump dal canto suo, ha più volte asserito che non concederà la vittoria la notte delle elezioni se il risultato è in dubbio [si noti: “se il risultato è in dubbio”. I nostri mass media di regime hanno scritto che “Trump ha dichiarato che in caso di sconfitta non accetterà il risultato”].
Questo ha amplificato nei media e nel Partito Democratico le rivendicazioni secondo le quali Trump è un tiranno che si prepara a restare al potere con la forza. Ma i sostenitori di Trump rispondono che queste accuse servono in realtà a preparare il terreno a un rifiuto di concedere la vittoria a Trump da parte di Biden.
La timeline in effetti coincide con la seconda possibilità più che con la prima. I primi articoli su Trump che si rifiuta di abbandonare la Casa Bianca e deve essere portato via a forza dai militari, una specie di fantasia porno-politica della Resistenza, sono vecchi di anni. Hillary Clinton, già ad agosto, prima che il sistema del mail-in ballots venisse finalizzato, aveva ammonito che Biden non dovrebbe concedere la vittoria “in nessun caso”.
Per mesi il Partito Democratico ha condotto wargames in cui Trump rifiuta di concedere la vittoria e deve essere rimosso, arrivando a minacciare se necessario la secessione degli Stati blu. In molti tra i “trumpisti” hanno fatto notare che tra i più assidui sostenitori di questi scenari ci sono i più instancabili fan delle cosiddette “rivoluzioni colorate” all’estero, che da manuale partono proprio da un risultato elettorale dubbio o contestato, e vengono attuate mobilitando le piazze. In fondo, sono stati i Democratici a insistere per tutti gli innovativi nuovi sistemi di voto…
E poi c’è l’ininterrotta sequenza di manifestazioni e violenze degli ultimi mesi, scatenatesi in nome della protesta contro la brutalità poliziesca, ma che sin dall’inizio hanno assunto un carattere più ampio, decisamente reminiscente di una rivoluzione culturale e politica ad ampio spettro. Si tratta di coincidenze che generano speculazioni e allarme.
Parte della narrazione secondo cui Trump sarebbe un dittatore in nuce si fonda sulla vulgata che avrebbe delle milizie di strada pronte ad intervenire per mantenerlo al potere. Nel corso degli ultimi mesi la campagna di Joe Biden, i Democratici, e la stampa liberal hanno alternato nel sostenere che disordini come quelli di Portland e Kenosha sono “perlopiù pacifici” e, se violenza c’è, è opera di “right wing militias”. In questo ruolo sono state additate organizzazioni come i Boogaloo Boys, i Proud Boys, e i convogli di pick-up sventolanti bandiere pro-Trump. Ma i Boogaloo Boys sono in genere anarco/libertari che frequentemente si sono uniti a BLM nelle proteste, i Proud Boys sono qualcosa di più simile a una fratellanza da college, e i convogli di pick-up imbandierati sono organizzati ad hoc.
Per quanto sia vero che occasionali scontri tra manifestanti ed episodi discutibili ci siano stati, impallidiscono a paragone col miliardo di dollari di danni stimati provocato da organizzazioni come Antifa e Black Lives Matter.
Black Lives Matter non è un’organizzazione per i diritti civili. È un’organizzazione apertamente marxista con una piattaforma omnicomprensiva e radicale. Non è composta da pochi volontari che donano il loro tempo libero, ma da attivisti professionali addestrati, la maggior parte dei quali (75 per cento circa) non sono nemmeno afroamericani. I loro eventi non sono spontanei, ma organizzati a tavolino di tutto punto.
Il loro funding è milionario, e non proviene certo da afroamericani delle Inner Cities che hanno rotto il porcellino. I principali finanziatori di BLM sono organizzazioni come la Open Society e la Ford Foundation [e sappiamo di chi è la “Open Society”, sovvenzionata con 19,59 miliardi di dollari, vero?]. Anche le piccole donazioni private non hanno nulla di bipartisan. Andando sul sito di BLM e cliccando sul pulsante “donate”, si viene portati dritti ad Act Blue. Un’infrastruttura del Partito Democratico.
Anche Antifa ha rivelato negli ultimi mesi alcune connessioni col partito dell’asinello. Ci sono stati casi di Antifa arrestati nel corso di proteste violente che erano politici democratici locali. Il Bail Project, un fondo destinato a pagare la cauzione di manifestanti arrestati, che ha spesso fatto liberare membri di Antifa, riceve donazioni non solo dalla solita coterie di miliardari liberal e stelle del cinema, ma anche da membri della Campagna Biden. Kamala Harris e Chelsea Clinton hanno entrambe sollecitato donazioni.
Una impiegata del Bail Project è stata poi sorpresa a usare i fondi donati per noleggiare e guidare fino a Louisville un furgone pieno di materiale da rivolta (scudi, elmetti, corpi contundenti), che poi è stato distribuito agli Antifa già sul posto. Sara Iannarone, l’attuale candidato democratico in testa nelle elezioni comunali a Portland, che ha ricevuto l’endorsement di Bernie Sanders, è una Antifa dichiarata.
Quando Black Lives Matter occupa una zona pubblica in una città americana è il sindaco di sinistra che gli fornisce tutti i permessi. Quando BLM commette un atto di vandalismo o di violenza, i media arrivano in soccorso minimizzando, e spesso proprio mentendo. E se i manifestanti vengono arrestati, pubblici ministeri compiacenti li rilasciano con, o più spesso senza, una bacchettata sulle dita. Quando qualcuno reagisce, si oppone, si difende, o anche aggredisce i manifestanti, gli stessi pubblici ministeri lo colpiscono con tutta la forza della legge.
Tutti questi movimenti “di strada”, da Black Lives Matter alla Women’s March, e al limite dello spettro Antifa, sembrano essere istituzionalizzati. E tutte queste organizzazioni sono nate o cresciute all’ombra della “Resistenza” varata all’indomani della vittoria di Trump, e ne rappresentano il culmine.
Tutto ciò lascia la sensazione tra i sostenitori di Trump che sia in atto un capovolgimento delle narrazioni. Che la narrazione ufficiale attribuisca ambizioni tiranniche e golpiste alla propria parte, mentre è l’altra parte a praticare la violenza squadrista di strada e a prepararsi a contestare, o rubare, le elezioni.

Max Balestra, 3 Nov 2020, qui.

Aggiungo la dichiarazione di Nancy Pelosi che Biden sarà presidente, qualunque sia il conteggio finale. Così a naso direi che l’unico modo perché si realizzi l’auspicio della signora, ossia che Biden diventi presidente “qualunque sia il conteggio finale” è che qualcuno ammazzi Trump subito dopo l’elezione e prima che abbia il tempo di nominare il vicepresidente, che in tal caso ne prenderebbe il posto. Conoscendo la signora, non mi stupirebbe affatto che il suo pensiero sia proprio questo. A confermare lo scenario arriva il signor Biden che in tutta tranquillità, anche se con le consuete difficoltà neurologiche a mettere insieme più di una manciata di parole per volta, racconta di avere messo insieme la più vasta organizzazione di brogli elettorali della storia politica americana. Ascoltare per credere:

Nel frattempo Nigel Farage ci mostra le precauzioni messe in atto a Washington in previsione di ciò che si scatenerà in caso di vittoria di Trump:

Concludo con un paio di cose che forse non tutti sanno: i creatori del KKL sono stati i democratici; sempre i democratici si sono opposti con tutte le proprie forze – non limitate a quelle dialettiche, come ben sappiamo e come ha sperimentato Martin Luther King – prima all’abolizione della schiavitù (Abraham Lincoln era repubblicano), poi dell’emancipazione dei negri (lo stesso John F. Kennedy, pur personalmente favorevole all’emancipazione, è sempre stato abbastanza cauto nelle sue prese di posizione ufficiali, per non rischiare di scontentare il suo elettorato). Ed è dovuto arrivare il cattivo uomo dal ridicolo ciuffo arancione per dichiarare il KKK movimento terroristico.

barbara

LA SETE DI GIUSTIZIA DI BLACK LIVES MATTER

(e dei loro leccaculo)

Ecco cosa sta davvero accadendo in America: gli ultimi giorni di Jake Gardner

La notte del 31 maggio scorso, Jake Gardner, 38 anni, ex Marine e veterano disabile dell’Iraq, è al lavoro nel suo bar The Hive, di Omaha, Nebraska, quando vede suo padre spintonato da un gruppo di manifestanti al di fuori del locale. Sembra che il gruppo stesse lanciando sassi e rompendo vetrate, e che l’anziano li avesse ripresi.
Gardner esce dal locale e confronta il gruppo, che diventa aggressivo. Li avverte che è armato e che vuole solo essere lasciato in pace. Le minacce continuano. Gardner gli mostra la pistola che tiene nella cintura e avverte ancora di lasciarlo in pace, mentre indietreggia. Due manifestanti gli saltano addosso facendolo cadere per terra. Gardner estrae la pistola e spara due colpi di avvertimento. I due uomini fuggono.
A questo punto, mentre Gardner è ancora a terra, James Scurlock, 22 anni, gli salta addosso alle spalle passandogli un gomito intorno alla gola. Passano alcuni secondi, Gardner non riesce a liberarsi. Punta la pistola alle sue spalle e spara colpendo Scurlock alla clavicola, uccidendolo. Scurlock aveva precedenti per rapina, violazione di domicilio, possesso illegale di arma da fuoco e aggressione. All’autopsia risulterà positivo a cocaina e metanfetamina.
Subito voci iniziano a circolare sui social media che un “white supremacist” ha ucciso un ragazzo di colore. Poche ore dopo la polizia di Omaha conferma che Gardner è sotto custodia. Iniziano le indagini tra le proteste degli attivisti.
Gardner viene istantaneamente accusato di essere un “noto suprematista bianco”, e si inizia a scavare nel suo social media footprint.
Gardner è un sostenitore di Trump, nel 2016 partecipò alla sua inaugurazione presidenziale. Esiste un video in cui viene intervistato a Washington DC, esprimendo sia il suo supporto al presidente, sia per il diritto a manifestare delle donne della Woman’s March.
Il suo bar, The Hive, ha spesso ospitato eventi del locale Partito Repubblicano. Una volta, in un post su Facebook si è lamentato che i clienti transgender pre-op usassero il bagno delle donne, invece di quello unisex. “Non credo sia chiedere molto”, aveva detto. Gira voce che il suo porto d’armi fosse scaduto, cosa che non trova conferma, ma viene considerato dagli attivisti online una prova di “white privilege”. I membri della rock band 311, sul cui tema The Hive è modellato, condannano pubblicamente Gardner su Instagram.
Alla conclusione delle indagini, il procuratore distrettuale Don Kleine conclude che Gardner ha agito per legittima difesa. Gli attivisti esplodono su internet, minacciando rivolte e ritorsioni. Black Lives Matter mette sotto assedio l’abitazione del procuratore e fa pressioni sul sindaco e sul governatore perché l’indagine venga riaperta.
Il proprietario dell’edificio in cui è situato The Hive sfratta Gardner dopo ripetuti appelli online a dargli fuoco da parte degli attivisti. Gardner viene sfrattato anche dal suo appartamento. L’indirizzo di casa dei suoi genitori viene reso pubblico, così come pure quello degli amici che gli mostrano solidarietà e delle loro famiglie.
Alla fine, il procuratore Kleine cede. Dichiara che “in questa rara circostanza” accetterà una “revisione esterna”. Il giudice assegna il caso ad un procuratore speciale, Frederick Franklin, membro di una associazione legale di soli afroamericani.
Rivisto il caso, Franklin accusa Gardner di omicidio preterintenzionale, tentato assalto, uso di un’arma da fuoco a scopo criminale, e terrorismo.
L’accusa verte su un post lasciato da Gardner su un social media“Just when you think ‘what else could 2020 throw at me?’ Then you have to pull 48 hours of military style firewatch”Firewatch è un termine militare che significa essere in servizio. Franklin interpreta il post come una forma di vigilantismo. E sul fatto che Gardner abbia intimato agli assalitori di suo padre di lasciarli in pace facendo presente di essere armato. Cosa che Franklin interpreta come una minaccia.
Il Grand Jury conferma le accuse. Gli amici di Gardner fanno partire diverse sottoscrizioni per la sua difesa legale su GoFundMe e altre piattaforme. Tutte vengono chiuse in seguito alle proteste degli attivisti. La sottoscrizione su GoFundMe per la famiglia di Scurlock raccoglie circa 65 mila dollari.
Lunedì 21 settembre, il giorno prima di doversi consegnare alla legge per subire il processo, solo, senza casa, senza lavoro, senza denaro per la cauzione o per una difesa legale, Jake Gardner si uccide con un colpo di pistola.
Online alcuni degli attivisti che avevano condotto la campagna contro Gardner celebrano la sua morte. Altri si rammaricano di come abbia trovato il modo per sfuggire alla giustizia.

Max Balestra, Set 2020, qui.

Bancarotta morale, bancarotta sociale, bancarotta legale. Non credo ci siano parole sufficienti per commentare un simile sfacelo. Ma anche noi, nel nostro piccolo, ci diamo da fare, col governo che ha deciso di vendere i nostri culi all’islam.

L’ultima follia del governo: “Stop alla cultura se offende l’Islam”. Lega e Fratelli d’Italia sulle barricate

Ratificata la convenzione di Faro sul patrimonio culturale. Protestano le opposizioni

23 settembre 2020

Stop alla fruizione dell’arte se rischia di “offendere” le culture altrui. E’ uno dei passaggi della Convenzione di Faro approvata dalla Camera dei deputati tra le proteste dei partiti dell’opposizione.
“Con l’approvazione alla Camera della Convenzione di Faro che introduce il concetto della necessità di porre limitazioni della fruizione del nostro patrimonio artistico e culturale per non offendere altrui culture siamo alla più clamorosa resa culturale della nostra civiltà. La sottoscrizione è la Caporetto di una civiltà. La nostra civiltà si fonda sulla libertà della espressione artistica e culturale. La nostra identità culturale e artistica non può essere oggetto di mediazioni. Ancora una volta il governo giallorosso rappresenta la punta più avanzata della cessione identitaria e della sottomissione culturale. Noi difenderemo sempre l’identità italiana e, se qualcuno si sente offeso dai simboli della nostra cultura, ha un solo modo per non sentirsi offeso: scegliere altre Nazioni dove vivere”. Lo afferma Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia e capogruppo FDI in commissione Esteri.
Furiosa anche la Lega: “Con tutti i problemi che hanno gli italiani, i lavoratori e il paese, oggi il Parlamento non viene impegnato a risolverli, ma ad approvare una convenzione che svenderà il nostro patrimonio artistico all’Islam. Dietro l’apparenza delle buone intenzioni, si darà di fatto la possibilità di censurare la nostra arte se altre comunità o singoli si sentiranno offesi come, ad esempio, la comunità islamica. La Convenzione di Faro è un provvedimento gravissimo e pericoloso. Non a caso a ratificarlo è l’Italia e non la Francia, la Grecia o la Gran Bretagna. Un’arma geoculturale potentissima in grado, se utilizzata da alcuni, di cancellare la nostra identità e la nostra libertà” attaccano i parlamentari della Lega Lucia Borgonzoni, responsabile Cultura del partito, e Paolo Formentini, vicepresidente della commissione Affari esteri della Camera. (qui)

Si noti, per inciso, che nessuno degli ebrei che da oltre duemila anni vivono in Italia ha mai protestato per crocifissioni o Madonne con Bambino o nudi più o meno integrali, che pure turbano non poco gli ortodossi, meno che mai minacciato sfracelli, menissimo che mai attuato sfracelli, quindi non stiamo parlando di “altrui culture”, bensì di un’unica cultura: quella di chi ci ha invaso e ora pretende di dettare legge, e di fronte alla quale il nostro governo mette tutti noi a pecorina. E se ci ammazzano, pazienza.

Un fantasma si aggira per l’Europa, un nemico invisibile: e no, non è il coronavirus

Nelle ultime settimane, il nemico invisibile che circola liberamente sulle strade delle nostre città, il fantasma, verrebbe da dire, che si aggira per l’Europa, ha ricominciato a colpire. Duramente. Certo, voi lo vedete sempre di più così, in maniera un po’ folcloristica, coi suoi abiti lunghi, il copricapo, la barba lunga, in alcuni quartieri è anche colorato e vivace (lui, non le loro donne, costrette al nero e a nascondersi sotto scafandri ingombranti e punitivi). E perché dovrebbe darci fastidio? Vi dite da bravi cittadini responsabili e accoglienti.
Però voi non vedete la sua parte invisibile, quella che sfugge perché si mescola alla perfezione nelle nostre allegre società multirazziali. O multirazziste, se preferite. È una parte che colpisce senza distinzione di spazio-luogo, e innescandosi in un tempo random imprevedibile. Sceglie le vittime a caso, come a Birmingham, dove circolava con un cappellino da baseball, che potrebbero indossare milioni di giovani neri o bianchi, una felpa col cappuccio che fa tanto V for Vendetta e un coltello in tasca. Un morto e sette persone ferite, scelte a caso, nella zona della movida di Selly Oak. Le autorità, che sono complici ormai del nemico invisibile, si sono affrettate a dire che non c’è matrice religiosa, ma voi, ipocriti lettori come me, ipocrita scrittore, sapete che il nemico si ispira al suo testo sacro. E che i capi che portano avanti la lotta all’Occidente e all’uomo bianco – in combutta con la sinistra internazionalista che oggi si riconosce sotto il disgustoso simbolo marxista del pugno chiuso di Black Lives Matter – hanno scelto la guerriglia di basso profilo. Andare, come fantasmi, mimetizzarsi, confondersi fra la folla e colpire a casaccio. Non preoccupatevi, dicono quei capi, avete la copertura mediatica adeguata e soprattutto la copertura delle autorità che non vi torceranno un capello (se non per dare un po’ di fumo negli occhi al pubblico terrorizzato; poi i processi arriveranno, sì, forse, chissà; tanto nessuno verrà mai a saperlo perché i mass media amici non riporteranno la eventuale condanna).
Il nemico invisibile ha colpito anche in Italia, Paese che i poveri cittadini in mascherina e guanti, e in attesa del microchip nel cervello del mio mito Elon Musk, stanno ormai abbandonando a sé stesso. Mi verrebbe da dire, ai miei concittadini in mascherina, guanti e terrore negli occhi del virus invisibile (o teleguidato): dai dai che sta arrivando il mio mito Elon, e vi toglierà l’impaccio orrendo di dover vivere una vita autonoma e responsabile, non dovrete più decidere per voi, riceverete direttamente i comandi nei neuroni cerebrali. Vuoi mettere che manco più la tv dovrete accendere?
Il nemico invisibile, dicevo, ha colpito a Como. Il prete degli ultimi, il prete dei diseredati che aiutava, il prete umanissimo e di manzoniana memoria. Il nemico invisibile ha agito seguendo alla lettera i dettami del suo testo sacro che spiega nel dettaglio come conquistarsi la fiducia del nemico e colpirlo proprio nel momento più imprevedibile. Zac, una nuova coltellata in strada, senza motivo (il motivo estorto dagli inquirenti dopo l’arresto del soggetto, definito subito malato di mente, non conta assolutamente nulla; serve a Barbara d’Urso e ai suoi ospiti per farci una puntata mentre si cucinano le lasagne della domenica itagliana).
Il nemico invisibile segue una precisa strategia di guerriglia. Mimetizzarsi. Confondersi. A volte pure integrarsi alla perfezione nel tessuto sociale. Poi, quando meno se lo aspettano (quando meno ce lo aspettiamo noi ipocriti lettori e scrittori) zac, colpirlo.
Stessa dinamica seguita in Svizzera, ai danni di un povero ragazzo portoghese a cena con la ragazza. Vittima scelta a caso, testo sacro come riferimento, e arma bianca ritrovati con lui. Sgozzamento, violenza nemmeno più disumana, trans-umana, forse. Il poveretto è morto dissanguato davanti alla ragazza. Nessuno, fra i media complici del nemico, ne ha parlato. Chiaro, non vorrete disturbare adesso che il virus sembra rinascere dalle sue ceneri come una Fenice (non araba, per carità, dovessimo andare incontro a censura).
Vedete, io sono convinto che la guerra è ormai persa. A dimostrazione di quanto dico, c’è il clima di restrizioni “per ragioni sanitarie” che hanno trasformato il nostro mondo in una versione occidentale del mondo del nemico: una vasta landa di desolazione, gente mascherata col volto coperto, come dottrina religiosa del nemico impone, terrorizzata dall’aria che respira, dall’altro che si avvicina; la musica (elemento fondamentale che il nemico detesta) è sospesa; il divertimento, lo stare assieme (se non per ‘eventi’ decisi dai partiti politici), le feste, le discoteche, cinema e teatri (riaperti più per far vedere che… ma di fatto vuoti), ogni elemento che infastidisce il nemico invisibile è stato colpito al cuore.
Nei quartieri di periferia s’avanzano le truppe cammellate, nei quartieri non più di periferia si affacciano per guardarsi intorno e capire come possono conquistare. In Francia si parla apertamente di porzioni di territorio che il nemico invisibile rivendica. Nel frattempo, timidi segnali di risveglio si intuiscono qua e là. Rasmus Paludan, che i media si sono sbrigati a tacciare di estremismo di destra, ha platealmente bruciato il testo sacro del nemico, causando scontri anche in Svezia, a Malmö, città ormai quasi persa [quasi?], territorio conteso, enclave in trincea. Il presidente francese Macron, in occasione dell’inizio del processo contro l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo, ha detto che in Francia c’è libertà di parola financo di blasfemia (perbacco!). Poca roba. Servirebbero non azioni dimostrative, parole così, dette perché fa l’effetto di una difesa arcigna. Servirebbe ben altro, servirebbe rispondere con una violenza cento volte maggiore alla loro, come diceva il direttore panciuto di quel giornale che oggi è diventato il secondo foglio di riferimento del governo giallo-rosso.
È triste assistere alla sconfitta del genere umano che di più ha apportato all’evoluzione della specie. Noi bianchi, occidentali, europei con radici giudaico cristiane. Triste perché quello stesso esemplare ha dimostrato di possedere un senso di colpa innato che altre razze (o etnie che si voglia) non possiedono. Ed è per questo che vinceranno. Anzi che hanno già vinto.

Adriano Angelini Sut, 24 Set 2020, qui.

E poi il terrorismo sanitario del virus, già. Terrorismo della specie peggiore: quello che sono riusciti a far introiettare a un sacco di gente, che continua a vivere come se la morte galleggiasse nell’aria pronta a colpirli in ogni momento, che vivono come “normale” questo incubo orwelliano in cui siamo stati scaraventati, che si astengono dai contatti umani, che marciano fieramente per la strada con la mascherina inastata, non importa quanto lontani da chicchessia – e, come dice il geniale amico Fulvio, portare la mascherina per andare per la strada è come mettersi il preservativo per farsi una sega. Potrebbe, tutto questo, bastare? Potrebbe, ma a loro non basta: perché se ti azzardi a protestare quando vorresti rispettare le regole da loro imposte ma che loro rendono impossibile rispettare, che cosa succede? Che ti zittiscono e tentano di intimidirti, addirittura nella persona della presidente della Camera del Senato, guardare per credere:

barbara