IL NUOVO MEDIO ORIENTE

Che si va sempre più chiaramente profilando.

Gli arabi: “I palestinesi ripetono gli stessi errori”

di Khaled Abu Toameh

Diverse fazioni palestinesi hanno esortato la leadership palestinese a ritirarsi dalla Lega Araba per protestare contro il rifiuto dei Paesi arabi di condannare la normalizzazione delle relazioni con Israele. All’inizio di questo mese, i ministri degli Affari Esteri della Lega Araba si sono rifiutati di approvare un progetto di risoluzione palestinese che condanna gli EAU per la loro decisione di fare pace con Israele.
I palestinesi hanno richiamato i loro ambasciatori negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein per protestare contro la firma degli accordi di pace tra i due Paesi del Golfo Persico e Israele. I palestinesi minacciano ora di ritirare i loro inviati da qualsiasi Paese arabo che faccia altrettanto e stabilisca relazioni con Israele.
Inoltre, diverse fazioni palestinesi hanno esortato la leadership palestinese a ritirarsi dalla Lega Araba per protestare contro il rifiuto dei Paesi arabi di condannare la normalizzazione delle relazioni con Israele. All’inizio di questo mese, i ministri degli Affari Esteri della Lega Araba si sono rifiutati di approvare un progetto di risoluzione palestinese che condanna gli EAU per la loro decisione di fare pace con Israele.
“Le risoluzioni della Lega Araba sono vincolate all’amministrazione americana sionista”, hanno asserito le fazioni in un comunicato. “La normalizzazione delle relazioni [con Israele] è un grosso tradimento della questione palestinese e una pugnalata ai sacrifici e al dolore dei palestinesi e degli arabi”.
Le minacce di ritirarsi dalla Lega Araba e di richiamare gli ambasciatori palestinesi dai Paesi arabi che stabiliscono relazioni con Israele hanno suscitato scherno e scatenato una raffica di commenti nel mondo arabo, in particolare negli Stati del Golfo. Il tema principale delle critiche è che i palestinesi non imparano dai loro errori.
Le critiche arabe, dirette principalmente contro i leader dei palestinesi, sono l’ennesimo segnale del crescente antagonismo tra i palestinesi e il mondo arabo. Di questo passo, i palestinesi potrebbero svegliarsi una mattina e scoprire di non avere più amici nei Paesi arabi.
Molti arabi hanno espresso indignazione per le minacce palestinesi, così come per gli attacchi quotidiani agli Emirati Arabi Uniti e al Bahrein. Tali attacchi includono le accuse secondo cui i due Stati del Golfo Persico hanno “tradito la Moschea di al-Aqsa, Gerusalemme e la questione palestinese” accettando di stabilire relazioni con Israele. Gli arabi rammentano altresì ai palestinesi le numerose opportunità che hanno perso quando hanno respinto un certo numero di iniziative e di piani di pace.
Il giornalista palestinese Khairallah Khairallah si è indignato del fatto che la cerimonia della firma degli accordi tra Israele, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein alla Casa Bianca sia stata etichettata come un “giorno nero”.
Khairallah ha rilevato che i palestinesi fanno riferimento alla loro espulsione dalla Giordania avvenuta all’inizio degli anni Settanta, definendola “Settembre nero”. All’epoca, egli ha dichiarato, una fazione separatista palestinese con quel nome cercò di creare in Giordania uno Stato dentro lo Stato e di uccidere Re Hussein di Giordania. Il sovrano, dopo la sua sconfitta nel 1967 nella guerra dei Sei Giorni, aveva consentito all’OLP di istituire basi militari nel suo regno, presumibilmente per attaccare Israele. Ma quando i palestinesi cercarono di rovesciare il governo giordano Re Hussein li espulse dal territorio giordano e loro si rifugiarono in Libano. Lì parteciparono alla guerra civile iniziata nel 1975 e continuarono a lanciare attacchi terroristici contro Israele. Nel 1982, dopo che Israele guidò un’invasione in Libano, i palestinesi vennero nuovamente espulsi, stavolta in Tunisia.
“Cinquant’anni dopo ‘Settembre nero’ o come lo si voglia chiamare, non è cambiato nulla”, ha scritto Khairallah .

“I leader palestinesi si rifiutano di imparare dalle esperienze passate. Le organizzazioni armate palestinesi hanno reiterato l’esperienza della Giordania in Libano. Hanno svolto un ruolo nella distruzione del Libano [durante la guerra civile]. La questione palestinese ne avrebbe beneficiato se le organizzazioni palestinesi fossero riuscite nel 1970 a rovesciare Re Hussein?”

Khairallah ha osservato che l’ex leader dell’OLP Yasser Arafat commise un “grosso errore” nel 1990 quando prese una posizione a sostegno dell’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, Paese che aveva ospitato pacificamente quasi mezzo milione di lavoratori palestinesi. Dopo che il Kuwait venne liberato dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti nel 1991, centinaia di migliaia di palestinesi, considerati traditori, furono deportati [traduzione errata dall’inglese “deport” che significa in realtà espellere] dal Kuwait e da altri Stati del Golfo.
“Yasser Arafat non ha imparato dalle esperienze di Giordania e Libano”, ha aggiunto Khairallah.

“Ci si aspettava che Abu Mazen [Mahmoud Abbas] avrebbe imparato dagli errori di Yasser Arafat e da quelli delle esperienze di Giordania e Libano, ma lui ha preso il peggio da Arafat. Mezzo secolo dopo ciò che i palestinesi definiscono ‘Settembre nero’ non è cambiato nulla. I palestinesi hanno ancora la capacità di commettere gli stessi errori.” (Al-Arab, 20 settembre 2020)


L’analista politico saudita Sami al-Morshid ha precisato che la leadership palestinese in passato ha rigettato un certo numero di iniziative e di piani di pace. Ogni volta che i palestinesi fanno questo, ha affermato al-Morshid, “perdono”.

“Purtroppo, i leader palestinesi ripetono gli stessi errori. Hanno respinto le iniziative di pace egiziane e giordane [con Israele] e hanno rigettato l’iniziativa di pace del presidente americano Bill Clinton [al vertice di Camp David del 2000]. In questi giorni, respingono l’iniziativa di pace del presidente Donald Trump e infine hanno rigettato le iniziative di pace degli EAU e del Bahrein”.

Lo scrittore iracheno Farouk Youssef ha affermato che il problema dei palestinesi è che i loro leader non vogliono uno Stato palestinese. “I palestinesi non sono riusciti a creare il loro Stato”, ha osservato Youssef.

“I palestinesi non sono riusciti a stabilire il loro Stato. Hanno fallito perché non volevano crearlo. Qui mi riferisco ai leader politici, alcuni dei quali insistono ancora nel ripetere frasi rivoluzionarie. La creazione di uno Stato palestinese sarà un peso per i leader palestinesi e impedirà loro di praticare la corruzione. (…) L’Autorità Palestinese non è più adatta a rappresentare il popolo palestinese.” (Al-Arabiya, 19 settembre 2020)

Il giornalista egiziano Imad Adeeb ha scritto che se lui fosse stato al posto della leadership palestinese avrebbe preso le distanze dal Qatar, dalla Turchia e dall’Iran. Adeeb ha inoltre consigliato ai leader palestinesi di evitare insulti e calunnie nei confronti degli arabi:

“Se fossi stato uno dei leader palestinesi, avrei abbandonato l’intransigenza politica e l’uso di insulti, di calunnie e di un linguaggio finalizzato all’istigazione. (…) Se fossi stato al posto della leadership palestinese, avrei approfittato dell’iniziativa di pace degli EAU. Se fossi stato al posto della leadership palestinese, non avrei giocato al gioco del Qatar, della Turchia e dell’Iran contro i Paesi arabi moderati.” (Al-Watan, 8 settembre 2020)

Lo scrittore saudita Yusef al-Qabalan ha altresì accusato i leader palestinesi di aver respinto ripetutamente negli ultimi decenni le iniziative di pace. Rilevando che i palestinesi non sono riusciti a trarre vantaggio dall’Iniziativa di pace araba, adottata nel 2002 dai leader arabi, al-Qabalan ha scritto:

“La scelta realistica da parte dei leader palestinesi è stata quella di attivare a livello internazionale quell’iniziativa araba. Cosa è successo? I leader palestinesi hanno accolto le iniziative di pace con la retorica del tradimento e con slogan che non approdano a nulla. I leader palestinesi si sono rivolti ai trafficanti della loro questione, come l’Iran, la Turchia e il Qatar, e hanno perso la loro carta migliore, che è quella dell’unità nazionale. I leader palestinesi non sono riusciti a investire nelle opportunità. Non sono riusciti a prendere decisioni strategiche e hanno [piuttosto] preferito stringere un’alleanza con l’Iran.” (Al-Riyadh, 18 settembre 2020)

Il clerico islamico degli EAU, Wassem Yousef, rivolgendosi ai palestinesi e ad altri arabi che non accettano la pace con Israele, ha scritto su Twitter:

“Israele non ha distrutto la Siria; Israele non ha bruciato la Libia; Israele non ha rimpiazzato la popolazione egiziana; Israele non ha distrutto la Libia e Israele non ha fatto a pezzi il Libano. Prima di incolpare Israele, voi arabi guardatevi allo specchio. Il problema è dentro di voi.”

Intanto, i leader palestinesi ignorano i messaggi e i consigli dei loro fratelli arabi. Ai leader palestinesi in Cisgiordania e a Hamas nella Striscia di Gaza non piace che si ricordino i loro errori. Inoltre, non sono disposti ad accettare alcun consiglio, anche quando tali moniti provengono dai Paesi arabi che hanno versato loro miliardi di dollari. Ovviamente, i principali perdenti sono ancora una volta i palestinesi, i quali stanno rapidamente perdendo il sostegno di un crescente numero di arabi.


Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista [arabo, ndb] che vive a Gerusalemme. È Shillman Journalism Fellow al Gatestone Institute.(Gatestone Institute, 30 settembre 2020 – trad. di Angelita La Spada)

E non dimentichiamo una cosa estremamente importante: ogni stato in più che stabilisce rapporti di collaborazione con Israele, è uno stato in meno che finanzia il terrorismo palestinese; quando lo avranno fatto tutti, e a mantenere in vita il terrorismo resterà unicamente l’Europa (vale a dire le nostre tasche; teoricamente anche l’Iran, che però ormai sta implodendo), i palestinesi saranno costretti ad accettare finalmente, dopo un intero secolo, l’idea di costruirsi uno stato e guadagnarsi da vivere come chiunque altro al mondo.

E anche di tutto questo, grazie Trump, e 1493 (da oggi) di questi giorni.

E a proposito di collaborazione, questo duetto israelo-emiratino non sarà proprio il massimo in fatto di qualità, ma essendo il primo della storia vale la pena di salutarlo con gioia.

barbara

L’ENNESIMO REGALO DI TRUMP A ISRAELE

Cronaca: il ritiro di Trump allontana le forze anti-israeliane dal confine del Golan

Di David Israel 14 Tishri 5780 – 13 ottobre 2019

Secondo il NY Times, la decisione del presidente Donald Trump di aprire una strada per un’invasione turca di una larga striscia di terra sul lato siriano del confine tra i due paesi è stata presa sul momento, in una telefonata con il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Durante la notte, Trump ha aperto le porte a un massiccio assalto turco ai curdi siriani, e i media sono stupiti da questo apparente tradimento di un alleato chiave che aveva sacrificato migliaia di vite nella guerra contro l’ISIS.

Il commentatore politico israeliano ed esperto del Medio Oriente Guy Bechor non è impressionato dalla difficile situazione dei curdi, che secondo lui collaborano da diversi anni con il regime siriano. Inoltre, Bechor ritiene la mossa degli Stati Uniti, seguita dall’incursione turca, utile agli interessi di sicurezza israeliani.

Descrivendo la situazione relativa all’eterno conflitto sunnita-sciita che divide il mondo islamico da 1.300 anni, decennio più decennio meno, Bechor ha suggerito sabato che questa invasione turca (sunnita), con migliaia – che presto saranno decine di migliaia —di soldati sunniti ben addestrati e ben armati, crea problemi all’esercito del presidente Bashar al-Assad, e anche, soprattutto, le milizie sciite satellite dell’Iran (che presto includeranno Hezbollah) che hanno ricevuto l’ordine di abbandonare il confine meridionale con Israele e spostarsi a nord per costruire difese contro l’invasione.

In altre parole, la mossa di Trump, che ha portato alla mossa di Erdoğan, ha spostato la guerra civile siriana e il vortice che attira la violenza araba da tutta la regione. E questo, per quanto riguarda Israele, è un’ottima cosa.

Il cambiamento creato dal presidente Trump ritirando alcune decine di soldati statunitensi è stato così massiccio, che sabato il presidente russo Vladimir Putin, in un’intervista con Al Arabiya, Sky News Arabia e RT, ha affermato che “coloro che si trovano illegalmente in [ …] La Siria dovrebbero lasciare la regione”, vale a dire tutti i Paesi coinvolti. In effetti, Putin si è offerto di ritirarsi anch’egli dalla Siria se il governo siriano avesse deciso che le truppe russe devono partire.

La straboccante generosità di quest’uomo …

Il presidente Trump, da parte sua, respinge l’affermazione secondo cui la sua mossa sarebbe stata un colpo di testa, insistendo sul fatto che il ritiro è l’adempimento della sua promessa elettorale:

“Sono stato eletto col compito di uscire da queste ridicole guerre senza fine, dove il nostro grande esercito esegue un’operazione di polizia a beneficio di gente che neppure ama gli Stati Uniti”, ha twittato il 7 ottobre. “I due paesi più scontenti di questa mossa sono la Russia e la Cina, perché adorano vederci impantanati a sorvegliare un pantano e spendere un sacco dollari per farlo. Quando ho preso il controllo, il nostro esercito era completamente impoverito. Ora è più forte che mai. Le guerre infinite e ridicole stanno FINENDO! Ci concentreremo sul quadro generale, sapendo che possiamo sempre tornare indietro e farci sentire!”

Domenica mattina, in risposta agli attacchi bipartisan sulla sua decisione di lasciare la Siria settentrionale, Trump ha twittato: “Le stesse persone che ci hanno trascinato nelle sabbie mobili del Medio Oriente, al costo di 8 trilioni di dollari e di molte migliaia di vite (e milioni di vite contando anche l’altra parte), ora stanno lottando per tenerci lì. Non ascoltate le persone che non hanno idea di che cosa si tratta: hanno dimostrato di essere inetti!”

Intendeva, più precisamente, il vecchio partito repubblicano, così come la senatrice Hillary Clinton (D-NY) e la maggior parte dei democratici del Senato, che nel 2003 appoggiarono la decisione del presidente GW Bush di invadere l’Iraq e sbarazzarsi di un uomo che una volta era stato “il più fedele alleato” degli Stati Uniti, Saddam Hussein. Facendo debiti, l’amministrazione Bush ha distrutto la minoranza sunnita al potere, trasformando l’Iraq in uno stretto alleato sciita dell’Iran, anche quando i sunniti si sono riorganizzati come ISIS, gettando paura nel cuore di ogni leader occidentale e musulmano per un decennio.

Bechor sostiene che ritirandosi dalla Siria settentrionale – ma mantenendo i circa 2000 soldati che ha nella Siria orientale, proteggendo lì i curdi e, cosa più importante, i giacimenti di gas ad ovest dell’Eufrate – Trump sta effettivamente ripristinando l’equilibrio religioso nella regione e indebolendo la presa dell’Iran sulle aree lungo il confine con Israele. (qui, traduzione mia)

Aggiungo una breve considerazione di puro buon senso, per ricordare quello che tutti oggi sembrano dimenticare

Che I Curdi abbiano “combattuto e sconfitto da soli l’Isis” è falso. Sono stati supportati da 22.000 missioni aeree USA. I Curdi avanzavano dopo che gli americani avevano fatto terra bruciata con le bombe (colpendo anche civili, inevitabilmente). Non ricordo però gli applausi dei pacifisti per questo sostegno militare ai valorosi combattenti curdi, alle fiere donne col mitra, che senza l’aviazione USA sarebbero forse finite col burka negli harem dei jihadisti. Ricordo anzi le proteste, gli slogan – “con la guerra non si risolve mai niente” – le invettive contro gli imperialisti a stelle a strisce, ricordo i ginostrada nei talk show dei conduttori sinistrati. Ora, ecco le stesse invettive antiamericane, ma non perché gli USA invadono, occupano, bombardano, ma perché non lo fanno più.
I pacifisti dovrebbero invocare la pace innanzitutto nel proprio cervello.
Angelo Michele Imbriani

e poi la raccomandazione di leggere questo.

E per concludere, abbiate pazienza, ma in mezzo a questo scomposto latrare e ringhiare, non posso farne a meno

e poi beccatevi anche questo (sì lo so, la scena della gomma è disgustosa, ma il resto merita)

E guardando – anche guardando – le facce di questi ragazzi mentre ascoltano il loro inno nazionale capiamo perché l’America è una nazione tanto grande.

barbara

LA PASQUA IN MEDIO ORIENTE

Pasqua MO
Seguono un paio di organizzazioni della religione di pace che ce l’hanno a morte con ebrei e cristiani. Dove “a morte” non è una metafora (qui).
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Infine un’aggiunta, grazie a “myollnir”, al bilancio che avevo prudentemente definito provvisorio, della Pasqua cristiana:

In Nigeria un agente dei servizi di sicurezza, un tal Adamu Abdullahi, che dal nome parrebbe induista, ha travolto con la sua auto una processione pasquale di bambini, uccidendone, sembra, undici, e ferendone una trentina.
Il locale capo della polizia, un certo Mohammed Abubakar Adamu, che dal nome invece dev’essere un mormone, si è affrettato a dichiarare che si è trattato di uno sfortunato incidente, avendo il sig. Adamu perso il controllo del mezzo.
Purtroppo non potremo sapere da lui com’è andata, perché è stato linciato dai superstiti.

A quanto pare, anche i cristiani prima o poi si stufano di andare come pecore al macello e decidono di insorgere contro i carnefici. Sembra che questa sia stata l’unica agenzia di stampa a darne notizia; le nostre, in particolare, hanno deciso che il silenzio è d’oro.

barbara

QUELLA POVERA SCUOLA FATTA DI COPERTONI

E i soliti cattivi israeliani che la vogliono distruggere. Solo che le cose non stanno esattamente come ce le raccontano i nostri mass media, sempre tanto simpatetici con i peggiori soggetti e le peggiori cause. E per chiarirci un po’ le idee su come stanno, lo faccio spiegare da Ugo Volli.

Il senso dello scontro intorno a un villaggio di qualche decina di beduini in un posto assai speciale

La storia della cosiddetta “scuola di gomme” esempio classico della disinformazione in chiave antisraeliana

Khan al-Ahmar. Israele combatte tre guerre contemporanee sul suo territorio e nei dintorni – oltre alla grande guerra politico-diplomatica che si svolge sui media, nelle assemblee internazionali, in molti parlamenti e università occidentali, in definitiva nelle menti e nei cuori dei cittadini dell’Occidente che dovrebbero essere naturalmente alleati e solidali con un paese democratico che lotta da settant’anni contro forze barbariche preponderanti, e invece subisce un continuo lavaggio del cervello per essergli ostile, che risveglia i vecchi demoni dell’antisemitismo europeo.
Le tre guerre territoriali ma indipendenti sono legate fra di loro, com’è naturale, ma anche diverse per protagonisti e metodi. La più nota è quella di Gaza, dove Hamas usa tutti i mezzi che trova (rapimenti, attacchi terroristici diretti, tunnel, missili, da ultimo assalti di massa contro la frontiera e palloni o aquiloni incendiari. Israele cerca di bloccarle questi assalti anche con la forza, ma non vuole un’escalation, che sarebbe costosa in termini di vittime arabe e di immagine per Israele, senza essere risolutiva.
La seconda guerra, quella vera, si svolge al nord, soprattutto in Siria ma potenzialmente anche in Libano, contro l’Iran e i suoi satelliti, prima di tutto Hizbollah. Israele sta cercando di evitare che queste forze portino ai suoi confini armi tecnologiche e missili moderni e per farlo usa l’aviazione contro convogli militari e depositi di armi in tutto il territorio siriano. Ma usa anche i suoi rapporti politici con Trump e soprattutto con Putin per tentare di evitare una guerra regionale che è in grado di vincere ma non vuole, perché sarebbe assai dolorosa, con molte vittime civili.
Della terza guerra si parla poco, perché fa poche vittime ed è combattuta soprattutto nelle decisioni del governo e nelle aule di tribunale. E’ lo scontro per il controllo del territorio conteso in Giudea e Samaria. Non si tratta solo del terrorismo a “bassa intensità” (ma mortale, solo che colpisce con coltelli e veicoli più che con bombe). Ma anche della gestione fisica del territorio. Qui i nemici non solo solo gli arabi dell’autorità palestinese, ma altri meno sospettati. Ci sono le Ong antisioniste finanziate dall’estero, che si danno assai da fare, con l’appoggio di parte della stampa (innanzitutto Haaretz), delle forze politiche e intellettuali di estrema sinistra che in Israele non hanno peso elettorale ma strepitano molto e talvolta di parte della magistratura. Ma il nemico principale, in questa guerra, è all’estero. Non solo i vari movimenti Bds e di estrema sinistra, e non tanto più gli stati arabi ma diversi stati e l’Unione Europea in prima persona si impegnano in questa guerra.
La settimana scorsa c’è stata una scaramuccia importante. La posta in gioco è Khan al-Ahmar, un piccolo villaggio abusivo di qualche decina  di beduini che i diplomatici europei hanno aiutato ad istallare e che dopo una lunga battaglia giudiziaria arrivata fino alla corte suprema il governo ha ottenuto di far demolire (ma all’ultimo momento è venuta fuori ancora una sospensiva di qualche giorno). Si tratta di un caso importante. Innanzitutto perché è un esempio della sfacciata interferenza dell’Europa, che ha finanziato le costruzioni e ora pretende di impedire l’esecuzione di una sentenza. Chi immaginerebbe che l’UNASUR (l’organizzazione degli stati latinoamericani) finanzi la costruzione di case abusive per gli immigranti irregolari o proibisca all’Italia di abbattere quelle già costruite?
Ma la cosa più importante è la collocazione di questo villaggio. Si trova in una zona compresa nell’Area C degli accordi di Oslo, cioè sotto il controllo legale totale di Israele. Non tutti sanno che gli accordi firmati da Arafat per l’OLP dividevano Giudea e Samaria in tre zone: la “A” sotto totale controllo dell’Autorità Palestinese, comprendente città e villaggi dove vivono oltre il 90% dei residenti arabi, la “B” sotto controllo condiviso e la “C” che è interamente amministrata da Israele anche sul piano urbanistico.  Khan al-Ahmar sta in area “C” è dunque è giuridicamente incontestabile che i regolamenti urbanistici sono quelli israeliani, che non hanno mai consentito la costruzione di questo insediamento. Dunque l’Unione Europea, in maniera assolutamente coloniale, ritiene che la sua volontà politica di favorire gli insediamenti arabi superi non solo la legge israeliana ma anche gli accordi di Oslo, che pure ha sottoscritto.
Ma c’è di più.  Khan al-Ahmar si trova in un piccolo territorio chiamato E1, incuneato nei 5 chilometri in linea d’aria che separano Gerusalemme dal più popoloso insediamento ebraico in Samaria, Ma’alè Adumim. sulla strada per la valle del Giordano. Se questi campi diverranno villaggi arabi si conserverà l’accerchiamento virtuale della capitale israeliana che è stato il tema costante del conflitto con le forze arabe a partire dalla guerra del 1948. E’ ciò che i nemici di Israele chiamano “continuità del territorio palestinese. Se E1 sarà invece dell’ampliamento di  Ma’alè Adumim, unificandola al territorio municipale di Gerusalemme, l’assedio sarà rotto perché anche la strada per la Valle del Giordano, strategicamente essenziale, sarà interamente sotto controllo israeliano. Questo è il tema strategico della battaglia di  Khan al-Ahmar, non le stupidaggini propagandistiche sulla “scuola di gomme”, con cui le Ong antisraeliane hanno ottenuto anche finanziamenti del ministero degli esteri italiani, la cui utilità in quella posizione è scarsa anche se il villaggio fosse legale e destinato a restare lì. Israele del resto si è impegnato a fornire ai beduini dell’insediamento un’altra collocazione a pochi chilometri di distanza, completa di un vero edificio scolastico e di tutti gli impianti elettrici, l’acqua e le fognature che mancano a  Khan al-Ahmar. Ma non sarebbe dentro E1, che peraltro non è affatto il luogo di origine dei beduini, che anzi vi si sono insediati poco tempo fa. E gli interessati, influenzati dai diplomatici europei, si sono rifiutati anche di discuterne.
Il fatto è che l’Unione Europea e anche alcuni stati (innanzitutto la Francia, ma anche l’Italia fa la sua parte) e i diplomatici dei consolati a Gerusalemme, che fanno una politica diversa e più esplicitamente filoaraba delle ambasciate, ragionano in termini geopolitici e operano strategicamente come alleati dei nemici di Israele per trasferire il predominio sulla zona “C” all’Autorità Palestinese. E’ questo che intendono per “appoggio alla soluzione dei due stati”.  Peccato che questa non sia una soluzione del conflitto (gli arabi l’hanno sempre rifiutata), ma nelle loro intenzioni molte volte dichiarate, solo un passo della lunga guerra per la distruzione di Israele.

Ugo Volli su Progetto Dreyfus, 9 luglio 2018

Insomma, bruciati o no, i copertoni servono sempre per distruggere Israele.

barbara

DOVE SEI STATO, FIGLIO MIO DAGLI OCCHI AZZURRI?

E una forte pioggia cadrà

Dove sei stato, figlio mio dagli occhi azzurri?
Dove sei stato, ragazzo mio caro?
Sono inciampato sul fianco di dodici nebbiose montagne,
ho percorso e ho strisciato per sei tortuose autostrade ,
ho camminato nel mezzo di sette tristi foreste,
son stato di fronte ad una dozzina di oceani morti,
son stato per diecimila miglia nella bocca di un cimitero,
e una forte, e una forte, e una forte, e una forte,
e una forte pioggia cadrà.

Oh, cosa hai veduto, figlio mio dagli occhi azzurri ?
Cosa hai veduto ragazzo mio caro ?
Ho visto un bimbo appena nato con lupi selvaggi tutti intorno
Ho visto un’autostrada di diamanti e nessuno che la percorreva,
ho visto un ramo nero e del sangue ne scorreva,
ho visto una stanza piena di uomini con martelli insanguinati,
ho visto una scala bianca tutta ricoperta d’acqua,
ho visto diecimila persone parlare con lingue spezzate,
ho visto armi e spade affilate nelle mani di bambini,
e una forte, e una forte, e una forte, e una forte,
e una forte pioggia cadrà.

E cosa hai sentito, figlio mio dagli occhi azzurri ?
Cosa hai sentito, ragazzo mio caro ?
Ho sentito il rombo di un tuono, che ruggiva come un avvertimento,
ho sentito il fragore di un’onda tale da sommergere il mondo intero,
ho sentito cento suonatori di tamburo con le mani in fiamme,
ho sentito diecimila sussurrare e nessuno ascoltare,
ho sentito un uomo morire di fame, ho sentito molte persone ridere,
ho sentito la canzone di un poeta morente su un marciapiede,
ho sentito il suono di un clown che piangeva nel cortile,
e una forte, e una forte, e una forte, e una forte,
e una forte pioggia cadrà.

Oh, chi hai incontrato, figlio mio dagli occhi azzurri ?
Chi hai incontrato, ragazzo mio caro ?
Ho incontrato un bambino accanto ad un pony morto,
ho incontrato un uomo bianco che camminava con un cane nero,
ho incontrato una giovane donna con il corpo in fiamme,
ho incontrato una giovane ragazza che mi ha donato un arcobaleno,
ho incontrato un uomo ferito dall’amore,
ho incontrato un altro uomo ferito dall’ odio,
e una forte, e una forte, e una forte, e una forte,
e una forte pioggia cadrà.

Oh, e cosa farai ora, figlio mio dagli occhi azzurri ?
Cosa farai ora, ragazzo mio caro ?
Andrò via prima che la pioggia incominci a cadere,
camminerò nel profondo della più profonda e nera foresta,
dove la gente è tanta e le loro mani sono completamente vuote,
dove i proiettili avvelenati contaminano le loro acque,
dove la casa nella valle incontra la umida e sudicia prigione,
dove il volto del boia è sempre ben celato,
dove brutta è la fame e dimenticate son le anime,
dove nero è il colore e zero il numero,
e lo dirò, lo penserò, lo pronuncerò, lo respirerò,
e lo rifletterò su una montagna così che tutte le anime possano vederlo,
poi starò sull’oceano fino a quando incomincerò ad affondare,
ma saprò bene la mia canzone prima di incominciare a cantare,
e una forte, e una forte, e una forte, e una forte,
e una forte pioggia cadrà.

Mi perdoneranno i fans del menestrello-Nobel, ma ho preferito questa versione perché la sgradevolezza della voce dell’autore va al di là di quanto sono in grado di reggere. E poi vi propongo anche quest’altra bellissima, e non meno intensa, versione.

(da qualche parte, tuttavia, laggiù a est, il cielo sembra voler diventare un po’ meno nero)

barbara

OGNI TANTO SE NE ACCORGONO PERFINO LORO!

hey activist
An Al Jazeera TV host named Faisal Al-Qassem uploaded this to his Facebook page less than a day ago, and translated it to Arabic.

It is going viral. 

As of this writing [lunedì 13/01, ndb] it has over 19,000 “Likes” on Facebook – from Arabic speakers!

E anche qui c’è qualcuno che si è deciso ad aprire gli occhi (guardate il video, mi raccomando). Le anime belle delle nostre parti invece no, non sono ancora riuscite ad accorgersene. E pensare che i dati dovrebbero parlare chiaro, se solo si avesse voglia di prenderne atto.
death arabs
In ogni caso, piaccia o no alle anime belle, i fatti sono questi:

on a London street
barbara

E ADESSO VI FACCIO FARE UN GIRO PER IL MEDIO ORIENTE

Per prima cosa vi mando a prendere qualche lezione di etica matrimoniale, in cui vi verrà spiegato che il modo migliore per castigare una moglie che fa cose abominevoli, tipo uscire per strada con la faccia scoperta, è di tagliarla in dieci pezzi, o yes. E poi vediamo se la prossima volta avrà ancora voglia di disobbedirvi e mostrare spudoratamente in giro la sua faccia (qui).
Poi vi faccio scoprire qual è il quarto luogo santo dell’islam (voi ne conoscete solo tre, vero?)
Poi vi informo che, incredibile ma vero, c’è qualcuno che si preoccupa delle vittime palestinesi anche quando non sono vittime degli israeliani, ed è una tale mosca bianca che ritengo doveroso dargli il giusto spazio e la giusta visibilità.
Se desiderate dare alla vostra cultura, o a quella dei vostri figli, un tocco di internazionalità, vi suggerisco caldamente di prendere in considerazione
Londra; per la precisione, la City University.
Imprescindibile poi un aggiornamento sul grillopensiero e dintorni (cliccare sul quadratino in caratteri microscopici per leggerlo in caratteri umani. Dovete assolutamente leggerlo).
Infine un aggiornamento sul giovane blogger iraniano che sta morendo in carcere.
E mi raccomando, ricordate sempre quali sono le priorità.
I_problemi_del_mondo
barbara