MINNEAPOLIS E DINTORNI

I fatti: un negro viene assassinato a sangue freddo da un poliziotto bianco. In conseguenza di questo episodio si scatena la protesta contro la sistematica violenza dei bianchi contro i negri.

Veramente? Ma proprio veramente veramente? Proviamo a guardare un paio di grafici:
uccisi-razze
Uhm… non sembrerebbe proprio che i neri siano le vittime principali. Guardiamo allora la questione da un’altra prospettiva:
violenza interrazziale

Anche qui la leggenda della violenza bianca contro i poveri indifesi negretti fa un po’ acqua, vero? Ma, restando allo specifico fatto di cronaca che ha dato il via a un vero e proprio attacco allo stato, come si comporta la polizia dal punto di vista razziale?
uccisi polizia

Leggiamo poi qui che

“lo studio dimostra altresì come sia il tasso di criminalità violenta da parte di un gruppo razziale a determinare la maggiore probabilità che gli agenti di polizia ricorrano ad uno strike e, tra il 1980 e il 2008, i dati del Dipartimento di Giustizia riportano che il 51 per cento degli omicidi (tipico esempio di criminalità violenta a cui si fa riferimento) totali commessi negli Stati Uniti sia stato eseguito da afroamericani.”

Prendiamo per esempio questa storia.
Justine-Mohamed
Nella tarda serata del 15 luglio 2017 Justine Ruszczyk Damond (usava anche il cognome del compagno, Don, con lei nella foto), veterinaria australiana, sente grida di donna provenire dal vicolo dietro casa sua, nel quartiere, considerato a basso crimine, Fulton, a Minneapolis, temendo che sia in atto un’aggressione o un tentativo di stupro telefona alla polizia, arriva un’automobile di servizio guidata dell’agente Matthew Harrity, al suo fianco il capo pattuglia, Mohamed Noor, cittadino statunitense di origine somala, durante la perlustrazione dichiarano di non notare attività criminali, mentre sono ancora in automobile nel vicolo Justine Damond si avvicina, in ciabatte e pigiama, presumibilmente per chiedere informazioni sulla situazione (e magari essere tranquillizzata), Mohamed Noor “sente se stesso e il collega in pericolo”, estrae la pistola e le spara all’addome, uccidendola. (Nel giugno 2019 viene condannato a 12 anni e sei mesi per omicidio di terzo e secondo grado). Non ricordo di manifestazioni violente e saccheggi da parte della popolazione per protestare contro l’uccisione di quella donna (bianca) da parte di un poliziotto (nero), ma veglie di preghiera e raduni per ricordarla.
(proteste della comunità somala, per la condanna a loro dire troppo severa), qui.

Se poi qualcuno si immagina che siano rivolte spontanee – che ci vuole comunque tanta ma tanta fantasia per crederlo – guardiamo questo appello:
fuck the city
Quello che gli appartiene, certo, perché sappiamo che black lives matter, only black lives and no other life.

Ma non è solo il prendere: qui c’è proprio il piacere orgasmico della devastazione
devastazione
e del colpire, massacrare, assassinare. Vi risparmio il video della donna selvaggiamente aggredita, bestialmente sprangata di fronte al suo negozio, e vi propongo invece questo breve articolo che mostra gli abissi di perversione e di infamia di queste belve mai sazie di sangue umano.

Lorenzo Capellini Mion
capo dip. Richmond
Il capo del dipartimento di polizia di Richmond, Virginia, non ha retto all’emozione raccontando di come i rivoltosi abbiano dato fuoco ad una casa plurifamiliare bloccando poi l’accesso ai vigili del fuoco che accorrevano per mettere in salvo un bambino bloccato all’interno.
È solo un esempio, non cercano giustizia, vogliono la guerra civile.
Media partigiani complici. (qui)

Poi chi sa il francese può leggere anche questo (chi non lo sa può sempre metterlo in un traduttore)

E di chi è la colpa di tutto questo? Ma come, non lo avete ancora capito?

Da Ema Bolo:

Ricapitolando: il Minnesota è uno stato che vota democratico, Minneapolis ha una amministrazione democratica, l’agente indagato s’era già reso protagonista di dubbi episodi di violenza, tra cui l’uccisione di una ventunenne con 2 colpi di pistola all’addome che l’avrebbe aggredito, ma mai rimosso dall’incarico, né dal capo della polizia (afroamericano) né dal sindaco, ma le colpe sono di Trump e dei repubblicani.

E cavalcare la tigre dell’antitrumpismo sembra essere uno sport particolarmente gratificante.

ANARCHIA ORGANIZZATA

“Un uomo di colore viene arrestato e ucciso in un atto di violenza atroce mentre è ammanettato e indifeso. Tre colleghi, nelle immediate vicinanze del poliziotto assassino, osservano il crimine, ascoltano l’uomo di colore che implora e non fanno nulla per fermarlo. Per i successivi giorni orde inferocite mettono a ferro e fuoco le città americane, saccheggiando negozi, bruciando edifici, macchine della polizia e bandiere americane e persino uccidendo persone sul loro cammino. La giustificazione offerta per la loro violenza e i loro atti criminali è che stanno protestando contro un sistema razzista – o nelle pittoresche parole del senatore Bernie Sanders, “Un sistema grottesco di razzismo radicato e disparità economica che ora più che mai ha bisogno di essere abbattuto”. Questi attacchi all’America sono ciò di cui ci stanno realmente parlando le rivolte. Il “sistema grottesco di razzismo radicato” di Sanders è una fantasticheria di sinistra che alimenta la rabbia dei rivoltosi e la loro violenza, la quale è diretta non solo contro gli americani bianchi ma anche contro gli americani di colore ai cui quartieri, centri commerciali e attività commerciali i compagni di Sanders sono lieti di appiccare il fuoco”.

Così comincia il lungo editoriale di David Horowitz su Frontpage Magazine.

L’omicidio di George Floyd da parte di un poliziotto brutale, una mela marcia del corpo di polizia, è diventato il pretesto per azioni coordinate di violenza urbana ben manovrate in cui si sono inseriti gruppi di estrema sinistra come “Black Life Matters” e “Antifa”.
Il loro scopo, dietro sigle roboanti e strumentali, è quello di generare il caos e di mantenerlo in vita il più a lungo. Si tratta di delinquenti comuni, di teppisti travestiti da “social warriors” e che hanno in personaggi come Bernie Sanders, ammiratore di Castro e Chavez, ottimi fiancheggiatori.
La risposta del governo non può che essere ferma.
Il Procuratore Generale William Barr ha dichiarato:
“Sfortunatamente, con le rivolte che si stanno verificando in molte delle nostre città in tutto il paese, le voci delle proteste pacifiche vengono dirottate da violenti elementi radicali. In molti luoghi sembra che la violenza sia pianificata, organizzata e guidata da gruppi estremisti di estrema sinistra e gruppi anarchici che usano tattiche simili all’Antifa”.
Stiamo assistendo a una concertata manovra il cui scopo ultimo è quello di colpire la presidenza Trump, nonostante il fatto che Minneapolis, la città dove è avvenuto l’episodio sia un feudo democratico, nonostante il fatto che Derek Chauvin, il poliziotto che ha ucciso George Floyd, fosse stato mantenuto al proprio posto malgrado si sapesse che era un poliziotto molto problematico, dal capo della polizia di Minneapolis, che è di colore.
La strategia progressista in atto da quando Trump fu eletto, è stata quella della demonizzazione costante della sua persona, della manipolazione e deformazione della realtà atta a fare credere che il responsabile di tutto ciò che di negativo accade negli Stati Uniti sia lui.
La società che i Sanders hanno in mente, la società che i Soros hanno in mente (e Soros è tra i finanziatori di Antifa e Black Life Matters), più “equa”, “libera”, “umana”, è la fantasia degli utopisti senza scrupoli per i quali, il venire in essere di un mondo irrealizzabile, che in realtà altro non è se non il loro modello di mondo giusto (e sappiamo che regimi modello abbia saputo indicare Sanders), si deve, all’occorrenza anche servire di estremisti e delinquenti.
Niram Ferretti, qui.

Il POPOLO

Per Joe Biden candidato sfidante di Donald Trump alle presidenziali del 2020, la decisione di Donald Trump di ricorrere all’Insurrection Act, la legge del 1807 che attribuisce al presidente degli Stati Uniti in casi di emergenza di mobilitare l’esercito federale e la Guardia Nazionale, significa usare “l’esercito americano contro il popolo”.
Per Biden dunque “il popolo” sarebbero le orde di teppisti e saccheggiatori, di delinquenti che in queste ultime ore hanno vandalizzato e saccheggiato. Ultimi episodi a New York dove sono stati presi di mira i grandi magazzini Macey’s e negozi sulla Quinta Avenue, come è accaduto precedentemente a Los Angeles a Rodeo Drive.
E’ bene saperlo. Joe Biden aspirante presidente abbraccia la marmaglia definendola “il popolo”, mentre il presidente in carica, come è nelle sue prerogative, ha il dovere di attivarsi per mantenere l’ordine e la legalità.
“Sono il vostro presidente, di legge e ordine alleato di tutti i manifestanti pacifici. Negli ultimi giorni la nostra nazione è stata tenuta nella morsa di anarchici professionisti, boss violenti, persone incendiarie, saccheggiatori, criminali, rivoltosi, antifa e altri” ha dichiarato Trump.
Fermare il caos è necessario. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con “il popolo” e il diritto a manifestare pacificamente. Qualcuno dovrebbe spiegarlo al candidato Biden.
Niram Ferretti, qui.

Per qualcuno, a quanto pare, cogliere certe differenze è cosa troppo complicata
protest-crime
Ma gli inutili – e spesso pericolosi – idioti, non sono una prerogativa d’oltre oceano.

Beppe Sala ieri chiedeva indignato la denuncia dei gilet arancioni che hanno fatto folklore ma nessuna violenza e oggi giustifica gli Antifa che stanno mettendo a ferro e fuoco l’America facendo danni a cittadini di ogni colore e credo?
beppe sala
Marco Lancini

Quando l’ignoranza e la mediocrità si incontrano, ne risulta solitamente una dichiarazione politica di Beppe Sala.
Le sue parole infatti non solo sono pericolose perché sdoganano l’esercizio della violenza come metodo per far sentire la propria voce, a danno di tutti coloro i quali stanno vedendo distrutto il lavoro di una vita dai riottosi, ma evidenziano una chiara mancanza di conoscenza dell’assetto istituzionale americano.
Affermare infatti che vi sia una centralità del Presidente nella gestione dell’ordine pubblico significa mancanza di conoscenza oppure malafede (e conoscendo il background di Sala propenderei per la prima) [io invece propenderei per una combinazione di entrambe: conciliare quell’individuo e la buonafede è come mettere l’acqua e l’olio nella stessa ciotola].
L’imposizione del coprifuoco al pari della richiesta di intervento della Guardia Nazionale è una scelta a discrezione dei governatori dei singoli stati federati.
E praticamente tutti gli stati interessati dalle rivolte sono a guida Democratica (Minnesota, Pennsylvania, California, New York).
Ps: quelli come Sala sono tendenzialmente gli stessi che nel 2014 quando Ferguson era una pentola a pressione scagionavano Obama da qualsiasi responsabilità. (qui)

Poi ci sono gli imbecilli ancora più imbecilli, ma talmente imbecilli da essere veramente convinti che nutrendo il coccodrillo si possa ottenere il privilegio di essere  mangiati per ultimi. È il caso di Bill Gates, che si è schierato anima e corpo dalla parte dei vandali devastatori assassini. E questa è stata la riconoscente risposta dei suddetti signori

In tedesco si chiama Schadenfreude: ebbene sì, sto godendo come un riccio.

Comunque non preoccupatevi: All you need is love, cantavano quelli là; e questo, esattamente, è ciò che ci stanno offrendo: pace, bene e amore universale
love
barbara

SPIGOLATURE 1

Cioè un po’ di cose raccattate qua e là con in mezzo qualche considerazione mia e qualche immagine e vignetta e anche una canzoncina, un po’ per ridere, un po’ per sorridere, un po’ per riflettere, un po’ per andare a cercare un mitra e sparare ad alzo zero. E cominciamo facendo il punto di ciò che abbiamo imparato, che è sempre importante.

Giovanni Orciani

In questa emergenza covid19 abbiamo imparato che:

1) le mascherine non servono (perché non ci sono) però è meglio tenere una sciarpa su naso e bocca;
2) andare a camminare in solitaria o in famiglia è pericoloso, mentre le file al supermercato sono sicure;
3) i nipoti non possono portare la spesa ai nonni, ma gli sconosciuti del delivery sì;
4) le forze dell’ordine hanno abbastanza uomini e mezzi per presidiare il territorio (ricordateglielo quando ne avrete bisogno a emergenza finita, se vi dicono che non c’è nessun mezzo disponibile);
5) i detenuti in custodia cautelare, quindi ancora privi di processo e di condanne definitive, non possono essere messi ai domiciliari ma i condannati in via definitiva per reati di mafia invece sì, anche se le condizioni ex 41 bis, prevedendo l’isolamento degli stessi li pone al riparo dal contagio;
6) tutte le manifestazioni sono sospese, comprese le messe pasquali e i funerali, ma l’ANPI può uscire tranquillamente a manifestare (un’Italia che sarebbe da liberare nuovamente tra l’altro da questa classe dirigente e politica);
7) i soldi per mantenere le aziende non ci sono, ma ci sono per le task force, gli stipendi dei politici e dei dirigenti pubblici e anche per dare le mancette ai sanitari in una manovra esclusivamente demagogica. (vedremo poi con le aziende chiuse come li pagherete gli stipendi pubblici);
8) la sanità lombarda è la peggiore di tutta Italia e le migliaia di italiani che ogni anno salgono nei loro ospedali sono evidentemente scemi: dovrebbero restare in quelli delle rispettive virtuosissime regioni;
9) gli aeroporti sono chiusi, non ci si può spostare da una regione all’altra, ma i porti sono rigorosamente aperti per far attraccare navi spagnole che, evidentemente, nel loro Paese non sarebbero accolte;
10) con un’app si possono monitorare i movimenti dei cittadini italiani (personalmente non ho alcun problema a scaricarla), ma non degli immigrati che richiedono asilo perché verrebbero lesi i loro diritti.
Sì! il 25 aprile dovremmo scendere tutti in piazza per dare un nuovo significato alla ricorrenza della Liberazione!

Dopodiché facciamo il punto anche su quello che abbiamo appreso con l’attesissima e benvenutissima fase 2, che cambierà la nostra vita da così a così (l’avete visto il movimento della mano? No?! Ma come no! Dai, era così chiaro!)

Stella Tarolla

Allora, vediamo se ho capito:

1) il virus non attacca le prime 15 persone che partecipano ad un funerale. Il 16mo è fottuto;
2) il virus non attacca i prossimi congiunti: per la definizione di “congiunto”, il virus applicherà le definizioni contenute nel codice civile. Quindi non fate i cretini: se dite di andare dai nonni e invece andate a casa di amici, ovvero a casa della moglie di vostro cugino di secondo grado, il virus se ne accorge e vi contagia;
3) da nonna, sì; dalla fidanzata, invece, il virus ti contagia; [poi però si è ravveduto e ci ha aggiunto gli affetti stabili, e immagino che sarà la polizia a decidere, mediante stringenti interrogatori separati, se sono stabili abbastanza o se si meritano una bella multa per avere bluffato solo per farsi una scopata o per passare una mezz’ora con l’amico di asilo-elementari-medie-liceo-università-militare-testimoni di nozze-padrini dei figli eccetera eccetera lungo settant’anni di vita]
4) le 15 task forces e i 450 superesperti che salveranno il Paese dalla catastrofe socioeconomicosanitaria non sanno neanche leggere un calendario… o avrebbero evitato di riaprire i parrucchieri lunedì 1^ giugno, giorno di loro chiusura (non foss’altro per evitare di essere perculati da oggi sino alla suddetta data); si riaprirà il 2 giugno, che non sarà più festa giacché la Repubblica parlamentare è stata soppressa (ve n’eravate accorti, sì?);
5) le udienze civili e penali e, in genere, l’intera attività giurisdizionale riprenderanno il 12 maggio, ma i cancellieri, i funzionari e il personale amministrativo tutto dei Tribunali (compresi i magistrati fuori sede?) continueranno con presidi, turnazioni e Smart working sino al 30 giugno. Quindi, tribunali vuoti, assenza di personale, ma avvocati al lavoro… a fa’ che?!?!?
6) Peppiniello e cosolino so’ stati capaci di fa’ incazza’ pure il Papa… fantastici;
7) “L’Inps ha evaso in un mese quello che normalmente evade in 5 anni” (Churchill de noartri, testuale Traduzione dal Propagandese all’Italiano: all’Inps solitamente non fanno un cazzo, atteso che normalmente impiegano 5 anni per evadere ciò che potrebbero fare in un mese… l’importanza di avere un grande addetto stampa che sa scegliere le parole;
8) in sintesi, non è cambiato un cazzo, tranne l’aver autorizzato e disciplinato i funerali… ci vogliono far capire qualcosa?
9) l’Europa ci invidia… ha detto proprio così. Questa deve avergliela dettata Grillo, che non ha saputo rinunciare a rendere onore al suo passato comico.

E a proposito del Presidente del Consiglio che l’intera Europa, cosa dico, l’intero mondo e le galassie tutte ci invidiano, della sua specchiata onestà e del suo lavorare alla luce del sole e non col favore delle tenebre come fanno invece altri loschi figuri di cui potrei fare nomi e cognomi ma non li faccio per carità di patria, guardate questo che carino!

Passo ora a questo capolavoro di alta strategia internazionale
strategia
E a questo proposito merita menzione la
spettacolare figura di cacca che ha fatto Lilli Gruber propagandando la strasmentita bufala di Trump che vorrebbe iniettare la varechina in vena ai pazienti.

Otto e Mezzo, Lilli Gruber smentita da Riccardo Luna su Donald Trump: gelo in studio

26 aprile 2020

Smentita a casa sua. Si parla di Lilli Gruber, che a Otto e Mezzo su La7 ha dovuto incassare il “colpo basso” di Riccardo Luna, giornalista di Repubblica e componente della task-force del governo contro le fake-news. Il tema erano le controverse dichiarazioni di Donald Trump circa la possibilità di testare iniezioni di candeggina. E la Gruber, rivolgendosi a Fabrizio Pregliasco, presente in collegamento, ha affermato: “Trump ha detto che potrebbero funzionare delle iniezioni di disinfettante, chi può credere ad una simile panzana?”. E Pregliasco ha parlato di “esempio micidiale di disinformazione“, in riferimento alla “ricetta” di Trump. Ma a quel punto si è inserito Luna, il quale ha puntualizzato: “Se si va a vedere la conferenza stampa si scopre che Trump non lo ha detto. Ha fatto una domanda, che è molto diverso”.

Dunque, Luna ha spiegato nel dettaglio quanto accaduto: “Le conferenze sono molto divertenti, se non fosse che stiamo parlando di una tragedia. Trump ne ha dette di tutti i colori, ma questa volta ha fatto una domanda, ha chiesto ad un medico se poteva essere una buona idea, ovviamente non lo era. Si comporta come un uomo della strada. La cosa migliore che è accaduta è che il medico lo ha spiegato, tutta la stampa lo ha spiegato. Il miglior antidoto contro le fake sono la credibilità dei giornalisti e degli scienziati. La domanda di Trump è finita lì”. Evidente l’imbarazzo della Gruber, che con palese stizza e disappunto ha affermato: “Sì sì, diciamo così… era una domanda alla Trump… ma chi non è esperto e poco avveduto e attento…”. Gelo in studio. (qui)

Ma siccome Trump è brutto cattivo e antipatico, la favoletta di Trump che propone di iniettare varechina in vena continuerà a trovare adepti fra i soliti dementi che preferiscono le bufale preconfezionate (e anche prematurate?) piuttosto che la realtà (interessante comunque che la signora Dietlinde, tutta botulino, silicone e filoterrorismo, riconosca di essere non esperta, poco avveduta e poco attenta). E, visto che siamo in tema di sanità negli Stati Uniti, aggiungo un testo scritto da chi ci vive.

Jaime MancaGraziadei

Tutti gli Stati americani sono tenuti a rispettare le leggi Federali. Ci sono ben 2900 ospedali pubblici e “no profit” e tre leggi Medicare (1965) , Medicaid (1966) ed EMTALA (1986) che coprono i non coperti da assicurazione, i non abbienti e coloro che hanno reddito inferiore ai 23.000 inclusi i pensionati, i disabili, i senzatetto, i senza lavoro, ragazze madri e figli… tutti. Il tutto è coperto ed incluso nel welfare USA di 2700 miliardi di dollari ogni anno. E, sempre sotto EMTALA, a NESSUNO possono essere rifiutate cure. Alle volte si recano in un Urgent Care, un gabinetto poliambulatorio NON attrezzato con semplici infermieri e quasi mai dottori come il ragazzo deceduto in California recentemente, e quindi, non potendo intervenire, li indirizzano al più vicino ospedale, come infatti è successo. Tutti gli altri vengono curati ed, a seconda della polizza scelta, parte la pagano loro il resto dalle assicurazione o, se hanno scelto copertura totale, paga tutto l’assicurazione.

Aggiungo che noi, con la nostra preziosissima sanità pubblica, lasciamo allo stato molto più di quello che un americano paga per una copertura totale, che comprende visite, diagnostica, medicine, ricoveri, interventi chirurgici e dentista. Io solo con quello che ho speso di dentista almeno un bilocale lo avrei comprato. Oltre a tutto quello che devo spendere in aggiunta di ticket per medicine mutuabili e prezzo intero per quelle che non lo sono, visite specialistiche private perché altrimenti devo aspettare anche sei mesi o più, ed esami diagnostici privati perché per quelli convenzionati – e comunque con ticket di molte decine di euro – ho trovato liste d’attesa addirittura di 21 mesi. Quindi sarebbe ora di finirla con le bufale sulla sanità americana che lascia morire i poveri mentre da noi salva tutti. Così come ci salva il conticino
salvataggio
che si circonda di esperti per poter fare sempre le scelte giuste
tampone
e soprattutto mette al primo posto e la sicurezza degli italiani
mafia
e la giustizia per tutti,
contrario
ma contemporaneamente salvaguarda la nostra libertà, permettendoci di scegliere la nostra sorte
fragola
E infine ecco la canzoncina, di uno che non è mai stato fra i miei amori, ma questa cosetta qui mi è piaciuta un sacco.

barbara

L’ASSASSINO E I SUOI COMPLICI

Una volta in Cina – così come in Unione Sovietica e in tutto quel paradiso in terra che è il mondo comunista – si usavano le sedute di autocritica, in cui per mostrare la propria buona volontà, il proprio attaccamento al partito e al Suo Sovrano, la propria consapevolezza di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato – anche se ciò che è sbagliato oggi è, orwellianamente, ciò che era giusto ieri, ci si autoaccusava di ogni sorta di nefandezze (dall’essersi distratti per ben sei secondi e mezzo dal lavoro all’avere distolto la mente per due secondi e un quarto dalla bellezza del partito); naturalmente questo riguardava il popolo, ancora e sempre troppo impregnato di spirito borghese, ma non certo i capi. E siccome è bene conservare fedelmente le tradizioni, anche oggi i capi si guardano bene dal fare autocritica. E tanto più se ne guardano quanto più grandi sono i crimini.
risposta Cina
E passiamo ai complici.

Dalla promozione del modello Cina all’esclusione di Taiwan, l’Oms si presta al gioco del regime di Pechino

Le misure di Taipei avrebbero potuto rappresentare un esempio da seguire contro il coronavirus, ma – per ragioni politiche – l’esperienza taiwanese è stata semplicemente ignorata dai vertici dell’OMS, impegnati invece a elogiare pubblicamente le strategie di risposta della Cina comunista

Mentre oltre un terzo della popolazione mondiale è costretto a una quarantena indefinita e un centinaio di Paesi è alle prese con una delle più gravi crisi della storia contemporanea, per Pechino l’emergenza coronavirus è già da qualche settimana un questione principalmente politica. L’offensiva propagandistica cinese svela giorno dopo giorno tutte le sue sfaccettature, dalle campagne di disinformazione a livello globale sulle responsabilità e i meriti del governo, ai numeri dell’epidemia domestica, alle forniture di macchinari e materiale medico camuffate da assistenza umanitaria. In questa strategia volta a promuovere l’influenza del Partito Comunista Cinese al di fuori dei confini nazionali, i gerarchi di Zhongnanhai possono contare su un alleato di prim’ordine, nientemeno che l’agenzia delle Nazioni Unite incaricata della protezione della salute pubblica nel pianeta.
Che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stesse prestandosi a un gioco poco trasparente era già emerso dalla conferenza stampa tenutasi il 24 febbraio scorso a Pechino, in cui uno dei suoi direttori esecutivi, il canadese Bruce Aylward, aveva esplicitamente lodato le misure adottate dalla Cina, invitando gli altri stati a prendere esempio dai “metodi vecchio stampo” del regime. Più che una valutazione scientifica, una vera e propria adesione ideologica al cosiddetto modello politico cinese che avrebbe trovato un’eco favorevole in Europa nel corso delle settimane successive. Ma Aylward è stato protagonista pochi giorni fa di un episodio ancora più emblematico dell’influenza cinese sull’organizzazione che rappresenta. Nel corso di un’intervista rilasciata a un programma televisivo di Hong Kong, interpellato dalla giornalista sulla possibilità di una riammissione di Taiwan nell’OMS, il canadese si è rifugiato in un imbarazzato silenzio, prima fingendo di non aver sentito la domanda e poi, incalzato, interrompendo la comunicazione via webcam. Richiamato dalla trasmissione, Aylward ha bruscamente congedato l’intervistatrice affermando di “aver già parlato della Cina“. Quest’ultima affermazione è specialmente significativa, in quanto riflette esattamente la politica ufficiale cinese, secondo cui Taiwan altro non è che una “provincia ribelle” appartenente alla Repubblica Popolare. Poche ore dopo l’intervista, curiosamente, il profilo di Aylward è stato rimosso dalla pagina web del comitato esecutivo dell’OMS.
Il caso Taiwan è tornato alla ribalta di recente in seguito ad alcune dichiarazioni del governo di Taipei, secondo cui i funzionari del Ministero della sanità dell’isola informarono l’OMS già a fine dicembre che il virus era trasmissibile tra persone. Nessuno fece caso a quell’avviso né si presero misure profilattiche al riguardo. Solo venti giorni dopo la Cina confermò la possibilità del contagio umano e da quel momento l’informazione fu condivisa con gli altri Paesi. E solo il 30 gennaio, per l’eccessivo riguardo nei confronti delle preoccupazioni cinesi, come ricostruito dal Wall Street Journal, l’OMS si decise a dichiarare l’emergenza sanitaria globale. L’esclusione di Taiwan dagli organismi internazionali è una condizione stringente imposta da Pechino: dal 2016 non può neppure partecipare alla riunione consultiva annuale dell’OMS o agli incontri tecnici tra specialisti e l’accesso a una gran mole di informazioni rilasciate dall’organizzazione le è preclusa. Già nel maggio 2019, il ministro degli esteri taiwanese, Joseph Wu, denunciava che il veto cinese, oltre ad essere moralmente ingiustificato, lasciava il Paese in condizioni di oggettiva inferiorità in materia di prevenzione di eventuali pandemie e, soprattutto, impediva la condivisione delle conoscenze e dell’esperienza degli operatori sanitari dell’isola con la comunità internazionale. Quest’ultimo aspetto si rivela particolarmente drammatico in piena espansione della pandemia originatasi a Wuhan, tenendo conto degli eccellenti risultati ottenuti da Taiwan nel suo contenimento. Grazie a una serie di interventi tempestivi e mirati, il contagio si è limitato a 67 casi e un solo decesso, nonostante la vicinanza geografica con l’epicentro dell’infezione: test a tutti i viaggiatori in entrata, chiusura immediata delle frontiere con la Cina, Hong Kong e Macao, ricerca attiva dei nuovi casi, quarantena dei sospetti, applicazioni informatiche per l’identificazione volontaria dei pazienti. Le misure descritte avrebbero potuto rappresentare un esempio da seguire in contesti simili, soprattutto nella fase iniziale dell’espansione del virus, ma – per ragioni politiche – l’esperienza taiwanese è stata semplicemente ignorata dai vertici dell’OMS, impegnati invece a elogiare pubblicamente le strategie di risposta della Cina comunista. Mentre Taiwan è di fatto oggi una zona libera dal virus, a livello economico e diplomatico continua a soffrire le conseguenze della sua assimilazione alla Cina continentale, dal momento che i suoi casi vengono ancora conteggiati insieme ai dati forniti da Pechino. Cinquanta milioni di persone passano ogni anno per Taiwan, uno dei principali hub di collegamento internazionali, ma l’OMS non comunica formalmente a Taipei informazioni aggiornate su questioni di salute pubblica, dovendo affidarsi le autorità locali alle comunicazioni filtrate dal regime cinese. Solo Stati Uniti, Giappone, Germania e Australia si sono espresse di recente a favore della riconsiderazione della situazione di Taiwan, anche se l’intervento più significativo al riguardo è arrivato dal ministro degli esteri della piccola isola caraibica di Saint Vincent and Grenadines (sic!), Luke Browne, che nel corso dell’ultima Assemblea Mondiale della Salute tenutasi a Ginevra l’anno scorso dichiarò davanti ai rappresentanti di tutti gli stati: “Non c’è nessuna ragione di principio per giustificare l’assenza di Taiwan, l’unico motivo è che il governo di Pechino non ne ammette la presenza“. Semplice, chiaro, e ovviamente destinato a cadere nel vuoto.
Se Pechino non vuole Taiwan, Taiwan per l’Organizzazione Mondiale della Sanità semplicemente non esiste. Il silenzio di Bruce Aylward davanti alla domanda della giornalista di Hong Kong è lo specchio dell’anima corrotta di un ente che, in linea con la tradizione Onu degli ultimi decenni, soccombe alle logiche dei regimi autoritari. Ma da cosa deriva la crescente influenza cinese sul massimo organismo mondiale a protezione della salute pubblica? Anche se come sempre le ragioni economiche hanno il loro peso, in realtà a contare sono in prevalenza fattori politici. Il budget dell’OMS negli ultimi anni dipende soprattutto dai contributi volontari dei suoi membri. Anche se quella degli Stati Uniti resta la quota principale, la Cina ha aumentato il suo apporto del 52 per cento nell’ultimo lustro. Ma il moltiplicatore in termini politici di questa partecipazione deriva dall’asserita percezione della Cina come partner di futuro rispetto a un progressivo disimpegno statunitense. Poco importa se quello che da più parti è indicato come il nuovo soft power cinese è in realtà è un’arma di ricatto decisiva in mano a Pechino. Infatti, se Bruce Aylward è un funzionario che può essere sacrificato all’occorrenza (forse è già successo), la voce della Cina dentro l’OMS è nientemeno che quella del suo direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus. Di nazionalità etiope, Paese con il quale Pechino intrattiene intense relazioni politiche e commerciali tanto da farne un tassello fondamentale della sua penetrazione in Africa, Tedros deve la sua elezione al vertice dell’organizzazione (2017) all’intervento cinese. Primo direttore generale senza background medico, sponsor dell’allora uomo forte dello Zimbabwe Mugabe come “ambasciatore di buona volontà” delle Nazioni Unite, pochi giorni dopo la vittoria sul suo contendente britannico dichiarò ai media statali cinesi che l’OMS avrebbe rispettato senza esitazioni la “One China policy” come principio cardine delle relazioni internazionali del Paese asiatico. Traduzione: Taiwan out.
Tre anni dopo il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il 28 gennaio, in piena epidemia cinese, Tedros incontrava nella capitale Xi Jinping. Alla fine della riunione elogiava il regime comunista per aver “creato un nuovo standard di controllo delle emergenze sanitarie” e i vertici del partito per la loro “trasparenza nella condivisione delle informazioni“. Ricordiamo che l’annuncio ufficiale sull’espansione del coronavirus da parte delle autorità cinesi risaliva solo a due settimane prima, dopo circa due mesi di silenzio a partire dai primi casi accertati. Il 20 febbraio, con l’Italia già presa in pieno e l’Europa in procinto di essere investita dal coronavirus, Tedros affermava che “la Cina ha comprato tempo per il bene del mondo intero” e criticava gli stati che imponevano restrizioni all’entrata di cittadini cinesi. “Abbraccia un cinese” in versione Onu. “Non bisogna politicizzare l’epidemia“, ammoniva mentre faceva politica a favore di una dittatura dove da settimane stavano sparendo le voci scomode che denunciavano insabbiamenti e ritardi. Perfino all’interno dell’OMS la voce dissenziente di John Mackenzie, membro del comitato esecutivo, segnalava che l’azione internazionale avrebbe preso una piega differente se non fosse stato per la “riprovevole opera di occultamento dell’estensione dell’epidemia” da parte della Cina. Ma Tedros da quell’orecchio non ci ha mai sentito troppo bene, tanto che ha atteso fino all’11 marzo, quando ufficialmente Xi Jinping dava per controllata l’emergenza, per dichiarare ufficialmente la pandemia. I suoi padrini non avrebbero consentito un simile sgarbo.
L’immenso costo umano ed economico della diffusione su scala globale del Covid-19 dovrà condurre all’accertamento delle responsabilità del regime che l’ha provocata e allo smascheramento delle connivenze e delle complicità di cui gode sullo scenario internazionale. In gioco non c’è solo il nostro stato di salute fisico ma anche quello delle democrazie liberali, che stanno pagando con migliaia di bare il prezzo della menzogna di stato.
Enzo Reale, 31 Mar 2020, qui.

Ma per fortuna, tra tanti yes-men, c’è anche chi dice no.

Trump all’attacco dell’Oms “Cina-centrica”: sospenderemo i fondi, sapevano ma non hanno avvertito

Su Atlantico Quotidiano, riprendendo una lunga e documentata analisi del Wall Street Journal, avevamo anticipato il tema già da metà febbraio: “Numeri di Pechino inaffidabili, sotto accusa finisce l’Oms”. In questi giorni i ritardi, le omissioni e gli errori dell’Organizzazione mondiale della sanità nella gestione della pandemia da coronavirus, e la sua deferenza verso Pechino, sono diventati motivo di attacchi da parte del governo degli Stati Uniti e di forti critiche anche in altri Paesi occidentali.
L’accusa principale che formulava già allora il WSJ era un ritardo di 7-10 giorni, dietro pressioni cinesi, nel dichiarare l’emergenza sanitaria globale: secondo le testimonianze raccolte dal quotidiano, per aver dato “troppo peso alle preoccupazioni di Pechino che la decisione avrebbe danneggiato la sua economia e l’immagine della sua leadership”. Divisioni all’interno del suo Comitato per le emergenze avrebbero impedito che una decisione fosse assunta già nella riunione del 22 e 23 gennaio, subito dopo l’intervento pubblico di Xi Jinping del 20 gennaio. Proprio il 23, Pechino adottava il blocco delle prime tre città (Wuhan, Huanggang e Ezhou), circa 20 milioni di persone, ma secondo una fonte citata dal WSJ avrebbe fatto “pressioni” sul Comitato perché non dichiarasse l’emergenza globale.
Ed erano i giorni in cui il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus lodava le “straordinarie misure” adottate dal governo cinese per combattere il virus, definendole addirittura un “nuovo standard”, mentre ha invitava gli altri Paesi a non adottare restrizioni dei viaggi.
“Gli esperti di salute pubblica si chiedono se l’Oms non sia stata troppo deferente nei riguardi della Cina nella sua gestione del nuovo virus”, scriveva il WSJ.
Una settimana fa, con un lungo e dettagliato articolo di Enzo Reale siamo tornati sulle responsabilità dell’Oms, che dalla promozione del modello Cina all’esclusione di Taiwan si è prestata al gioco del regime di Pechino.
Ieri il durissimo attacco, prima via Twitter, del presidente americano Trump, che ha minacciato di congelare i fondi Usa all’organizzazione (116 milioni di dollari l’anno, ma nel 2017 i contributi Usa per specifici progetti hanno superato i 400 milioni), accusandola di aver sbagliato veramente tutto e di essere “sino-centrica”:
The WHO really blew it. For some reason, funded largely by the United States, yet very China centric. We will be giving that a good look. Fortunately I rejected their advice on keeping our borders open to China early on. Why did they give us such a faulty recommendation?
Per fortuna, ricorda Trump, “non ho seguito il loro consiglio di tenere aperti i nostri confini alla Cina all’inizio” [farebbero bene a ricordarlo, le scimmiette addestrate che continuano a ripetere che Trump e Johnson non hanno fatto niente contro l’epidemia: loro, a differenza di noi, i propri confini li hanno chiusi subito]. Quindi, una inquietante domanda: “Perché ci hanno dato una raccomandazione così errata?”. Soluzioni che “interferiscono inutilmente con i viaggi e il commercio internazionale”, le aveva bollate il direttore dell’Oms.
Durante la conferenza stampa di ieri sera il presidente Usa ha affondato il colpo: si sono sbagliati su molte cose, sospenderemo i finanziamenti all’Oms.
“Hanno sbagliato la decisione. Hanno mancato di avvertire. Avrebbero potuto avvertire mesi prima. Avrebbe dovuto sapere, e proabilmente sapevano, ma non hanno avvertito… Sospenderemo i soldi spesi per l’Oms”.
“Sembrano essere molto sino-centrici. Ed è un modo cortese di dirlo”.
Per poi precisare, “non sto dicendo che lo faremo, ma considereremo la fine del finanziamento”.
Ancora il 14 gennaio, quando a Pechino erano ben note caratteristiche e virulenza del Covid-19, un tragico tweet sull’account ufficiale dell’Oms: “Indagini preliminari condotte dalle autorità cinesi non hanno trovato prove evidenti di trasmissibilità da persona a persona del nuovo coronavirus identificato a Wuhan” (con bandierina cinese). Peccato che Taiwan avesse avvertito l’Oms della trasmissibilità umana del nuovo virus già il 31 dicembre – ma Taiwan non esiste per l’Oms, in ossequio al principio di “una sola Cina”. E peccato che un primo caso fosse stato confermato il giorno prima, il 13, in Thailandia (difficile che un pipistrello o un pangolino fossero arrivati fin laggiù).
“L’Oms deve una spiegazione al mondo sul perché hanno preso per buone le parole della Cina. Tante sofferenze sono state causate dalla cattiva gestione delle informazioni e dalla mancanza di responsabilità da parte dei cinesi”, ha twittato l’ex ambasciatore alle Nazioni Unite Nikki Haley.
L’Oms, è lecito chiedersi, ha partecipato attivamente al cover-up da parte di Pechino, o ne è stata anch’essa vittima? In nessuno dei due casi ne potrà uscire bene, ma la sensazione è che almeno negli Stati Uniti vogliano vederci chiaro.
Non solo la Casa Bianca, anche il Congresso è sul piede di guerra contro l’Oms. Sia individualmente sia attraverso delle risoluzioni, molti senatori e deputati, in larga parte Repubblicani, chiedono le dimissioni del direttore generale Tedros Ghebreyesus.
Ieri alla Camera dei rappresentanti alcuni deputati repubblicani hanno presentato una risoluzione in cui si chiede al Congresso di tagliare i fondi all’Oms finché il suo direttore generale non si dimetterà e finché non verrà istituita una commissione internazionale per indagare su come l’organizzazione si è comportata con la Cina durante la pandemia. “L’America è il maggior contributore dell’Oms. Non è giusto che i dollari guadagnati con fatica dei contribuenti americani siano usati per propagare le bugie del Partito comunista cinese”, ha tuonato il deputato Guy Reschenthaler.
Il mese scorso, un’altra risoluzione, presentata alla Camera e al Senato, in cui si chiedeva al direttore dell’Oms di ritrattare le sue “dichiarazioni di supporto altamente fuorvianti sulla risposta del governo della Repubblica popolare cinese”.
Il senatore della Florida Rick Scott la scorsa settimana ha proposto una commissione d’inchiesta del Congresso, non internazionale, sul “ruolo dell’Oms nell’aiutare la Cina comunista a coprire le informazioni riguardanti la minaccia del coronavirus“. “Devono essere ritenuti responsabili per il loro ruolo nel promuovere la disinformazione e aiutare la Cina comunista a insabbiare una pandemia globale”, ha dichiarato. “Sappiamo che la Cina comunista sta mentendo su quanti casi e morti hanno, cosa sapevano e quando l’hanno saputo – e l’Oms non si è mai preoccupata di indagare ulteriormente”.
“Il marciume all’Oms in realtà va oltre le effusioni con Pechino, ma questo è un buon punto di partenza”, è la chiosa all’iniziativa del senatore da parte del Wall Street Journal, in un editoriale dal titolo eloquente: “World Health Coronavirus Disinformation”.
Lunedì scorso infatti il quotidiano Usa è tornato ad attaccare l’Oms, accusandola di disinformazione, di aver danneggiato, con i suoi “inchini” a Pechino, la riposta globale alla pandemia, e invitando il Congresso Usa a indagare sulla sua performance contro il coronavirus, ipotizzando che la sua capacità di giudizio sia stata “corrotta dall’influenza politica della Cina”.
Impietosa la ricostruzione del WSJ, la stessa che già avete letto in più articoli su Atlantico, da fonti in gran parte cinesi.
L’inizio dell’epidemia in Cina, a Wuhan, probabilmente a novembre, l’esplosione a dicembre.
Il genoma del nuovo coronavirus sequenziato dai laboratori cinesi entro la fine di dicembre, secondo Caixin Global, ma arrivò l’ordine dall’alto dei funzionari del partito di distruggere i campioni e non pubblicare nulla.
Il 30 dicembre l’allarme del dottor Li Wenliang, per questo arrestato con alcuni suoi colleghi e poi morto ufficialmente di Covid-19.
L’allarme sulla trasmissibilità da persona a persona arrivato il 31 dicembre direttamente all’Oms dalle autorità di Taiwan, ma ancora dopo due settimane lo sciagurato tweet del 14 gennaio, di cui abbiamo parlato poco sopra. Passerà un’altra settimana prima che la trasmissibilità umana venga ufficializzata.
Quindi la riunione del comitato emergenze dell’Oms del 22-23 gennaio, in cui si discute se dichiarare l’emergenza sanitaria globale. Una decisione apparentemente facile, ma non se ne fa niente, per le obiezioni e le pressioni di Pechino.
La dichiarazione arriva il 30, dopo la visita di Ghebreyesus a Pechino e le sue lodi alla risposta cinese: “Bisogna complimentarsi con il governo cinese per le straordinarie misure che ha adottato. Non mi ha lasciato assolutamente alcun dubbio sull’impegno della Cina per la trasparenza”. Comico. In realtà, si erano perse almeno 3-4 settimane preziosissime, durante le quali gli altri Paesi avrebbero potuto iniziare ad adottare le necessarie misure. Secondo uno studio dell’Università di Southampton, i casi nel mondo sarebbero stati ridotti del 95 per cento se la Cina avesse agito per contenere il virus solo tre settimane prima.
Secondo il Wall Street Journal, “gran parte della colpa dei fallimenti dell’Oms ricade sul Dr. Tedros, che è un politico, non un medico”, e di cui il giornale ricorda i trascorsi politici come ministro degli esteri e della salute del governo autocratico etiope, come membro del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè, di ispirazione marxista e socialista, nonché la sua proposta di nominare Mugabe ambasciatore dell’Oms.
Quindi, il WSJ chiede a Washington di riformare l’Oms, contrastando l’influenza cinese, o tagliarle i fondi.
“Di tutte le istituzioni internazionali, l’Oms dovrebbe essere quella meno politicizzata. La sua missione primaria è quella di coordinare gli sforzi internazionali contro le epidemie e fornire oneste linee guida di salute pubblica. Se invece è solamente una politicizzata Linea Maginot contro le pandemie, allora è più che inutile e non dovrebbe ricevere più finanziamenti dagli Stati Uniti”.
Un editoriale che Trump deve aver letto…
Una settimana fa aveva battuto un colpo anche l’intelligence Usa, facendo trapelare il contenuto di un rapporto riservato alla Casa Bianca secondo cui “la Cina ha nascosto la reale dimensione dell’epidemia di coronavirus, sottostimando deliberatamente sia il numero di casi di infezione rilevati che il numero dei decessi”. Senza poter fornire ulteriori dettagli, le fonti governative citate da Bloomberg hanno riferito che le conclusioni nel rapporto definiscono “falsi” i numeri forniti da Pechino.
Secondo i media britannici anche il primo ministro Boris Johnson sta ripensando ai legami tra Regno Unito e Cina alla luce della mancanza di trasparenza di Pechino sul coronavirus e, secondo fonti governative, Michael Gove, cancelliere del Ducato di Lancaster, avrebbe accusato la Cina di non aver condiviso dati accurati circa “la portata, la natura e la infettività” della malattia, anticipando che a Pechino verrà presentato il conto quando la pandemia sarà finita. Non escluso che il governo Johnson possa rivedere la sua decisione di consentire a Huawei di avere un ruolo nello sviluppo della rete 5G britannica.
La pandemia rischia di allontanare anche Cina e Russia (che è stata la prima a sigillare i suoi confini). Durante un meeting del presidente russo Putin con i suoi esperti, riferisce su Twitter Artyom Lukin (grazie a Luigi De Biase per la segnalazione), è emerso che Mosca ha ottenuto il suo primo campione biologico di Covid-19 dall’Australia, il 15 febbraio, non essendo riuscita ad assicurarsene dalla Cina.
Federico Punzi, 8 Apr 2020, qui.

E in quest’altro articolo, di Gian Micalessin, apprendiamo che

Per capire cosa intendeva dire l’inquilino della Casa Bianca bisogna tornare al maggio 2017 quando al Palazzo di Vetro si sceglie il nuovo direttore generale dell’Oms. Su indicazione della Cina 50 paesi africani totalmente allineati a Pechino votano per Tedros Adhanom Ghebreyesus, un ex-ministro della sanità e degli esteri etiope. Oltre a esser un microbiologo anziché un medico come tutti i suoi predecessori, Tedros Adhanom è anche sospettato d’aver insabbiato tre epidemie di colera scoppiate durante il suo mandato.

Se non fosse lo slogan di un famigerato gruppo terroristico, verrebbe voglia di riesumare il vecchio “Pagherete caro, pagherete tutto”. Spero comunque, con o senza slogan, che qualcuno faccia davvero pagare tutto a questi assassini.

PS: Qualche giorno fa un commentatore ha scritto:

Ancora un zic di sinofobia da 4 schèi (soldi) e chiedo la cittadinanza cinese, anche senza mangiare schifezze: o sono vegetariano. Ah, le identiche app le usa Israele.

Visto che qui di “sinofobia” ce n’è uno ziccone bello grosso, immagino che la Gloriosa Repubblica Popolare Cinese da oggi acquisterà uno schiavo in più, ben felice di esserlo, come tutti gli schiavi ideologici.

barbara

MISCELLANEA GRETIANA

(Post lungo. Vi ho fatto battere la fiacca più che a sufficienza, adesso è ora di tornare al lavoro)

Inizio con qualche foto, partendo con la rabbiosa accusa della nostra martire, rivolta, suppongo, a tutti noi
infanzia
Proseguo con questa, che dimostra inconfutabilmente che il livello di delirio si sta pericolosamente alzando
super
Il Toscano irriverente commenta:
“Telling bullshit is not a superpower”, io osservo che da superpower a Übermensch il passo non è lunghissimo, e i toni messianici che, da buona commediante fortemente indottrinata, esibisce nelle sue seguitissime rappresentazioni, mostrano che vi si è avviata di buona lena. E tra il Savonarola e il profeta Geremia, la sentiamo declamare, passando dall’una all’altra di queste terrificanti espressioni
facce
cose come questa

”People are suffering, people are dying, entire ecosystems are collapsing. We are in the beginning of a mass extinction and all you can talk about is money and fairytales of eternal economic growth.”

Ma vediamo questo breve video

Parecchie cose impressionano: l’insulsa retorica delle frasi che sputa fuori, la recitazione (difficile pensare che rabbia e odio – soprattutto odio – siano davvero spontanei quando vengono manifestati mentre si sta leggendo) decisamente eccessiva, i coglioni che applaudono, forse non avendo capito che è esattamente di loro che sta parlando, i due burattini seduti al suo fianco che fanno sì sì con la testolina come i cagnetti sul lunotto posteriore della macchina, e quell’allucinante “non vi perdonerò mai” che fa venir voglia di dire oh oh oh, sveglia! Ma chi cazzo credi di essere? E se avete ancora una manciatina di minuti provate a fare un esperimento che ho fatto io: togliete l’audio e riguardatelo: il viso contratto, gli occhi sbarrati, le parole sputate, i gesti concitati… No, non scriverò che cosa mi ricorda, però me lo ricorda. Poi arriva il momento drammatico:

Trump incrocia Greta Thunberg: lo sguardo che fulmina il Presidente Usa (qui)

e infatti si vede benissimo che il povero Trump si sta cagando addosso, mentre nei commenti al video qualcuno ha scritto: “Reports are saying that her cold stare just lowered the planet by 2 degrees” (viene riferito che il suo sguardo freddo ha appena abbassato la temperatura del pianeta di due gradi). Su Trump invece penso che valga la pena di leggere questo.
Ma lasciamo per il momento la cialtroncella ignorante, per dedicarci alla scienza vera.

Mentre Greta sbrocca all’Onu, ascoltiamo gli scienziati: in 500 dicono che la nostra casa non è in fiamme

di Federico Punzi [lo conosco da una vita: è una garanzia]

Ieri, al vertice sul clima in occasione della 74esima sessione dell’Assemblea Generale dell’Onu, Greta Thunberg ha pronunciato un discorso che qualcuno ha definito “iconico”, ma che ad un osservatore disincantato è apparso solo molto scomposto, squilibrato, ai limiti del parossismo (guardare per credere).

Tra smorfie e lacrime di rabbia, Greta ha letteralmente perso il controllo, qualsiasi freno, scagliandosi contro i leader mondiali – a molti dei quali in questi mesi ha stretto la mano e sorriso lei stessa – e confermando tutte le peggiori impressioni, di cui abbiamo scritto ieri, sul movimento di cui è ispiratrice e testimonial: il suo fanatismo, il catastrofismo, i toni apocalittici, millenaristici, e il pregiudizio anti-capitalistico.

“Venite a chiedere la speranza a noi giovani? Come vi permettete? Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote”, ha tuonato esibendo una retorica davvero degna di miglior causa, pensando ai milioni di bambini nel mondo a cui davvero, tutti i giorni, vengono “rubati sogni ed infanzia”. Bambini che tribolano nella fame, nella miseria, nello sfruttamento sessuale, nelle guerre. Anzi, come abbiamo cercato di spiegare ieri, è proprio la religione di Greta che rischia di “rubare i sogni” di miliardi di persone, negando loro la possibilità di sviluppo, di benessere, con ricette che in nome dell’ambiente sacrificano la crescita economica. Ed è lei stessa a rivendicarlo, rimproverando ai leader “tutto ciò di cui parlate sono soldi e favole di eterna crescita economica? Come vi permettete?”.

Quindi, il pentitevi o morirete tutti: “Le persone stanno soffrendo, stanno morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa… Il mio messaggio è che vi teniamo gli occhi addosso”.

Ma almeno una cosa, ieri, Greta l’ha detta giusta: “Non dovrei essere qui, dovrei essere a scuola, dall’altro lato dell’oceano”.

A proposito di scuola, sempre ieri in Italia il ministro dell’istruzione Fioramonti (quello che vuole tassare le merendine) ha pubblicato una sua circolare in cui si invitano le scuole a giustificare le assenze degli studenti che venerdì 27 settembre parteciperanno al Global Strike di Greta, “stante il valore civico che la partecipazione riveste”, si legge. E se gli studenti vorranno partecipare a scioperi contro la guerra il lunedì, contro la povertà il martedì e via dicendo di nobile causa in nobile causa, godranno della stessa giustificazione? Come ciascuno può facilmente comprendere si tratta di un precedente scivoloso, dato che ciascun ministro potrebbe in futuro riconoscere lo stesso “valore civico” nella partecipazione alle manifestazioni politiche che condivide.

Dai FridaysForFuture ai sabati fascisti è un attimo.

Ma mentre tutti i riflettori sono puntati sulla giovane attivista svedese, facciamo come dice Greta, ascoltiamo gli scienziati. Nell’indifferenza delle istituzioni e dei media mainstream, 500 di loro hanno indirizzato al segretario generale dell’Onu Guterres una lettera contro l’allarmismo climatico. Lanciata da Guus Berkhout, geofisico e professore emerito presso l’Università dell’Aia, l’iniziativa è il risultato di una collaborazione tra scienziati e associazioni di 13 Paesi. Pubblicato in un momento in cui l’agenda internazionale pone di nuovo il clima in cima alla lista delle preoccupazioni, questa “Dichiarazione europea sul clima” ha lo scopo di far sapere che non c’è urgenza né crisi climatica. Chiede quindi che le politiche climatiche vengano completamente ripensate, riconoscendo in particolare che il riscaldamento osservato è inferiore al previsto e che l’anidride carbonica, lungi dall’essere un inquinante, ha effetti benefici per la vita sulla Terra.

Di seguito riportiamo una traduzione della lettera:

Eccellenze,

Non c’è emergenza climatica

Una rete mondiale di oltre 500 scienziati e professionisti esperti del clima e di campi correlati hanno l’onore di inviare alle Vostre Eccellenze l’annessa “Dichiarazione europea sul clima”, di cui i firmatari di questa lettera sono gli ambasciatori nazionali.

I modelli di divulgazione generale sul clima su cui si basa attualmente la politica internazionale sono inadeguati. È pertanto crudele nonché imprudente sostenere la perdita di trilioni di dollari sulla base dei risultati di modelli così imperfetti. Le attuali politiche climatiche indeboliscono inutilmente il sistema economico, mettendo a rischio la vita nei Paesi a cui è negato l’accesso all’elettricità permanente a basso costo.

Vi invitiamo a seguire una politica climatica basata su solida scienza, realismo economico e reale attenzione a coloro che sono colpiti da costose e inutili politiche di mitigazione.

Vi invitiamo inoltre a organizzare con noi all’inizio del 2020 un incontro costruttivo di alto livello tra scienziati di fama mondiale di entrambe le parti del dibattito sul clima. Questo incontro renderà effettiva l’applicazione del giusto e vecchio principio di buona scienza e giustizia naturale secondo il quale le due parti devono poter essere ascoltate in modo completo ed equo. Audiatur et altera pars!

Rispettosamente,

Gli ambasciatori della Dichiarazione europea sul clima:
Guus Berkhout, professore (Paesi Bassi)
Richard Lindzen, professore (Stati Uniti)
Reynald Du Berger, professore (Canada)
Ingemar Nordin, professore (Svezia)
Terry Dunleavy (Nuova Zelanda)
Jim O’Brien (Irlanda)
Viv Forbes (Australia)
Alberto Prestininzi, professore (Italia)
Jeffrey Foss, professore (Canada)
Benoît Rittaud, docente (Francia)
Morten Jødal (Norvegia)
Fritz Varenholt, professore (Germania)
Rob Lemeire (Belgio)
Viconte Monkton of Brenchley (Regno Unito)

Dichiarazione europea sul clima

Non c’è emergenza climatica
Questo messaggio urgente è stato preparato da una rete globale di 500 scienziati e professionisti. La scienza del clima deve essere meno politicizzata, mentre la politica del clima deve essere più scientifica. Gli scienziati devono affrontare apertamente le incertezze e le esagerazioni nelle loro previsioni sul riscaldamento globale, e i leader politici devono valutare in modo spassionato i benefici e i costi reali dell’adattamento al riscaldamento globale, nonché i costi reali e i benefici attesi della mitigazione.

Un riscaldamento è causato da fattori naturali e antropici
La documentazione geologica rivela che il clima della Terra varia da quando esiste il pianeta, con fasi naturali fredde e calde. La piccola era glaciale si è conclusa solo di recente, intorno al 1850, quindi non sorprende che oggi stiamo vivendo un periodo di riscaldamento.

Il riscaldamento è molto più lento del previsto
Il mondo si è riscaldato con un ritmo inferiore alla metà di quanto era stato inizialmente previsto, e meno della metà di ciò che ci si poteva aspettare basandosi sulla forzatura netta umana e allo squilibrio radioattivo. Questo ci dice che siamo lungi dal comprendere il cambiamento climatico.

La politica climatica si basa su modelli inadeguati
I modelli climatici presentano molte carenze e sono difficilmente sfruttabili come strumenti decisionali. Inoltre, probabilmente esagerano gli effetti dei gas serra come la CO2. Infine, ignorano il fatto che arricchire l’atmosfera con CO2 è benefico.

La CO2 è il cibo delle piante, il fondamento di tutta la vita sulla Terra
La CO2 non è un inquinante. È essenziale per tutta la vita sulla Terra. La fotosintesi è una benedizione. Più CO2 fa bene alla natura, rende la Terra verde: l’aggiunta di CO2 nell’aria ha portato ad un aumento della biomassa vegetale globale. È anche buono per l’agricolutura, aumentando i raccolti in tutto il mondo.

Il riscaldamento globale non ha per forza causato disastri naturali
Non ci sono prove statistiche che il riscaldamento globale stia intensificando uragani, alluvioni, siccità o altri disastri naturali simili, né che li renderebbe più frequenti. Al contrario, le misure di mitigazione della CO2 sono devastanti quanto costose. Le turbine eoliche uccidono uccelli e pipistrelli e le piantagioni di olio di palma distruggono la biodiversità delle foreste tropicali.

L’azione politica deve rispettare le realtà scientifiche ed economiche
Non c’è emergenza climatica. Non vi è quindi motivo di panico e di allarmarsi. Ci opponiamo fermamente alla politica inutile e irrealistica di neutralità carbonica proposta per il 2050. Fino a quando non emergeranno approcci migliori, il che certamente accadrà, abbiamo ampio tempo per riflettere e adattarci. L’obiettivo della politica internazionale deve essere quello di fornire energia affidabile ed economica, permanentemente e in tutto il mondo. (qui)

Avrei voluto tradurre e postare uno splendido articolo segnalato ieri dall’amico Myollnir, ma purtroppo è stato rimosso: conteneva un elenco di una cinquantina di catastrofiche previsioni climatiche fatte nell’ultimo mezzo secolo che il clima ha puntualmente (per pura cattiveria secondo me) evitato di realizzare: se faremo questo e non faremo quest’altro entro dieci anni le calotte polari saranno completamente sciolte, interi stati saranno sommersi eccetera eccetera. Come Greta, insomma, che oltre a tutto il resto non è neanche capace di essere originale. È stato rimosso, dicevo; cercando in rete ne ho trovato uno che presenta le stesse cose, solo che invece dell’elenco delle catastrofiche previsioni ci sono le foto degli articoli che le contengono, comunque se avete voglia di vederlo – è straordinariamente interessante, e utilissimo come promemoria per quando il prossimo messia verrà ad annunciarci un’altra volta che abbiamo i giorni contati – lo trovate qui. E per chiudere in bellezza, è arrivato el merendinero
assenze
POST SCRIPTUM: ho visto che qualcuno ha preso a chiamarla Cassandra; niente di più sbagliato: Cassandra preannunciava cose vere e nessuno le credeva, Greta dice puttanate senza fondamento e le credono tutti.

POST POST SCRIPTUM, FUORI TEMA: stasera ho brindato.

barbara

E QUESTA È UN’ALTRA

Un gioiello di articolo, da leggere tutto d’un fiato.

L’Arca di Noa

di Gerardo Verolino – 1 gennaio 2019

Achinoam Nini, la quarantanovenne cantante israeliana meglio conosciuta solo come Noa, quella della famosa canzone “Beautiful That Way” tema principale della colonna sonora del film “La vita è bella” di Benigni, insignita, un anno fa, del titolo di Commendatore della Repubblica italiana dal Presidente Mattarella, oltre che di altre numerose onorificenze: Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia, ambasciatrice di buona volontà della Fao, Artista per la pace dei frati francescani (ammappela) solo per citarne alcuni; nonché fervente pacifista che, addirittura, spera che Gerusalemme sia non la capitale d’Israele ma “la capitale internazionale della pace” (boh?) cioè “un network interreligioso e pacifista” (ari-boh?) sullo stile di New York come “casa delle Nazioni Unite” (figuriamoci!), ha dichiarato in un’intervista al “Corriere della sera” di aspirare a diventare Ambasciatore di Israele all’Onu.

Come no: è proprio la persona più indicata. Ma ci faccia il piacere direbbe Totò. Una che dice che “Gerusalemme deve essere la capitale congiunta di Israele e della Palestina”. Su quale cartina la signora ha scovato uno stato chiamato Palestina? Una che, un tempo, desiderava, addirittura, ardentemente che Gerusalemme fosse la capitale unica ed indivisibile dello stato di Palestina (arieccola).
D’altronde, una volta, ha anche affermato che Abu Mazen le ha fatto una buona impressione perché “è serio e dice cose interessanti” e che il leader di Al Fatah “vuole veramente la pace con Israele, mentre non posso dire lo stesso del mio premier”.
Una che ha messo sullo stesso piano l’occupazione dei territori da parte degli israeliani con l’apartheid sudafricana “due situazioni odiose” ha affermato, a suo parere distinte e parallele.
Una che sostiene che i palestinesi hanno ragione ad essere arrabbiati visto “il furto di terra” che hanno subito. Una che definisce “caduti” i terroristi che seminano le bombe tra i civili e che vorrebbe commemorarli (sic) nel Giorno del Ricordo dei caduti d’Israele.
Una che si è detta “completamente contraria” alla scelta di Trump di trasferire la sede dell’Ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme” ritenendolo un gesto “arrogante e stupido”.
Una che accusa il suo popolo di simpatie autoritarie perché in Israele “si respira un clima di odio, paura, razzismo, istigazione come nel periodo del maccartismo americano degli anni ’50”. E che vorrebbe “prendersi la testa tra le mani e scomparire sulla Luna quando leggo le incredibili parole di razzismo scritte da alcuni miei connazionali, le urla di gioia quando i bambini palestinesi vengono uccisi, il disprezzo per la vita umana”.
Una che vorrebbe togliere il premio assegnato dal sindacato degli artisti Emi al suo connazionale Ariel Zilber perché troppo “di destra” frutto “del periodo più nero del nero” che vivrebbe il suo Paese “investito da violenza, razzismo e odio” e “in cui di giorno in giorno sintomi di fascismo reincarnato tornano a sollevare il loro brutto volto”.
Una che, in pratica, si esprime proprio come la peggior attivista palestinese che assomma menzogna su menzogna a fini di propaganda.
Il risultato è che tutte le volte che va in Israele Noa è accolta da un clima ostile. Il 19 Gennaio dovrebbe esibirsi a Tel Aviv ma a migliaia sui social e in televisione si dicono contrari a riceverla. L’aria è pesante e c’è chi le ha detto “Muori, nemica di Israele”. Qualche anno fa è stata minacciata all’aeroporto di Tel Aviv da uno sconosciuto che le ha urlato contro: “Ti tratteremo come Yehonatan Gefen” (uno scrittore percosso fin dentro la sua abitazione).
Lei non stempera il clima, ma si presenta come vittima sui social rinfocolando l’astio. In un’altra circostanza, la Adel-Wizo, l’associazione delle donne ebree d’Italia si vede costretta a cancellare un concerto in suo onore a Milano a causa delle sue improvvide e inopportune dichiarazioni di livore verso lo Stato d’Israele che inducono anche gli sponsor a disertare la manifestazione. Si dirà, almeno è ammirata negli ambienti filopalestinesi? Niente affatto.
È apprezzata e vezzeggiata solo negli ambientini della sinistra kaviar (quelli di Ovadia, Lerner, Augias, Vera Pegna, per intenderci) mentre, ironia della sorte, è attaccata dai duri e puri filopalestinesi nonché dai boicottatori di Israele, gli attivisti del movimento Bds, che l’accusano di essere comunque ebrea e le rinfacciano le sue precedenti dichiarazioni contro le organizzazioni terroristiche. Succede, nel 2015, in Spagna quando appaiono dei manifesti che invitano al suo boicottaggio.
Succede a Londra quando ad un concerto alcuni militanti filopalestinesi cercano di strapparle il microfono di mano per impedirle di cantare. Succede a Firenze dove circolano volantini contro di lei. Succede a Napoli dove le organizzazioni filopalestinesi marciano compatte per chiederne il boicottaggio ai concerti. Succede a Palermo, a Lecce, e in altre svariate occasioni. È criticata anche dal regista israeliano Udi Alona che  le rinfaccia di essere stata troppo tenera nei confronti del governo Netanyahu legittimando, nel 2009, l’operazione Piombo Fuso e criticando l’azione di Hamas, definita “un cancro, un virus, un mostro imbottito di fanatismo”.
Così come il movimento ism-italia, di appoggio e solidarietà alla causa palestinese, la definisce “un’ignobile razzista trasformata dalla fabbrica del falso israeliano in un’infame pacifista”. Sulla stessa linea, Samantha Comizzoli la più grande odiatrice italiana d’Israele, che la apostrofa, senza mezzi termini, come una “merda sionista”.
Noa ms
Questo è il risultato dell’essersi investita, da israeliana, del ruolo di paladina, ad ogni costo, delle ragioni dei palestinesi, sostenuta nel gravoso e nobile (ahah) compito dalla cricca dei fintopacifisti da salotto che le hanno così permesso di ricevere le svariate onorificenze di messaggera, araldo, pellegrina, apostola, sorella, amica, protettrice, etc., della pace: in pratica di Ambasciatrice del nulla. (qui)

Della signora Noa si era già parlato qui.

barbara

MA VOI LO SAPETE VERO

che i palestinesi muoiono di fame? Che tutto il mondo li ha abbandonati? Che bisogna combattere per attirare l’attenzione sulla loro tragedia vergognosamente ignorata e ristabilire la giustizia? Sì, vero, che lo sapete? (Se non sai l’inglese non preoccuparti: guarda le figure e vedrai che capirai abbastanza lo stesso).

Poi volendo ci sarebbero anche tutti quei cristiani ridotti a brandelli in Pakistan che però non lo sappiamo mica chi sia stato, perché se si sapesse il signor papa avrebbe sicuramente denunciato a chiare lettere gli autori di questo orrendo crimine (sempre che qualcuno non avesse insultato la loro mamma, beninteso, che in tal caso…), e quelle decine di ragazzini irakeni fatti a pezzi allo stadio, più qualche altra quisquilia in giro per il mondo, ma mi sa che devono essere finiti i gessetti.

barbara

UNA DOMANDA A PALLESTINISTI E PALLESTINARI

Quella terra, voi dite, è terra palestinese da sempre, giusto? Era palestinese prima dell’impero romano, prima dei faraoni, prima dell’età del bronzo, prima dell’età del rame, prima del neolitico e del paleolitico, giusto? E di ebrei, da quelle parti, prima del 1948 non ce n’era mai stato neanche mezzo, giusto? E infatti per turlupinare gli ingenui e far credere che ci erano stati anche prima hanno pagato i romani affinché fabbricassero un falso con una finta documentazione, ma noi non siamo ingenui e non ci facciamo mica menare per il naso, giusto? E sappiamo anche perfettamente che il profeta Issa figlio di Maryam, oltre a essere musulmano era anche arabo, essendo nato in Palestina, giusto? E quindi, non essendoci mai stati ebrei da quelle parti, non esistono neppure edifici ebraici, giusto? Ed è dunque chiaro che la tomba di Rachele, la tomba di Giuseppe, la tomba dei Patriarchi sono luoghi santi islamici, sono sempre stati islamici, non sono mai stati altro che islamici, giusto? Ecco, la domanda è questa: ma se quella è roba vostra, se nel corso dei millenni non è mai stata altro che vostra, se siete pienamente consapevoli del fatto che quegli edifici sono vostri e unicamente vostri, mi spiegate perché diavolo continuate a profanarli, devastarli, incendiarli?
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barbara