AMBÈ, MENO MALE

Ma se l’apostasia è vietata ovunque in terra d’Islam, sono pochi gli stati in cui è prevista la pena di morte: oltre al Sudan e all’Arabia Saudita, il Qatar, l’Iran, l’Afghanistan, lo Yemen e la Mauritania.
Cecilia Zecchinelli, Corriere della Sera, 16/05/14

E anche noi, insieme alla signora Zecchinelli, ci sentiamo tanto ma tanto confortati al pensiero che sono solo poco più di 200 milioni le persone che, se avessero l’insana idea di lasciare l’Islam, andrebbero incontro a una condanna capitale, mentre l’altro miliardo e rotti rischia solo galera, frustate e altre analoghe trascurabili bazzecole.
(Che tra l’altro nel caso in questione, ossia della sudanese Meriam Yehia Ibrahim, secondo ogni logica normale l’apostasia non dovrebbe esserci proprio, dal momento che è sempre stata cristiana, cresciuta dalla madre cristiana mentre il padre musulmano non si è mai occupato di lei. Ma secondo la logica islamica invece c’è, perché la religione dei figli, qualunque sia la situazione “sul terreno”, è quella del padre (e questo è il motivo per cui un uomo musulmano può sposare una donna cristiana o ebrea – non di altre religioni – ma una donna musulmana non può sposare un non musulmano), e quindi Meriam, le piaccia o no, è musulmana, e in quanto praticante la religione cristiana diventa automaticamente apostata e meritevole di morte. Non solo: in quanto musulmana honoris causa, il suo matrimonio con un cristiano non è valido, e di conseguenza il figlio di cui è incinta è un bastardo, e lei una meretrice, il che la rende doppiamente meritevole di morte. Ma mi raccomando, non azzardatevi a mettere in dubbio che tutte le religioni e tutte le culture siano uguali e ugualmente degne di rispetto. Altrimenti dimostrate di essere islamofobi. E pertanto meritevoli di morte)
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barbara