E DOPO L’AGGRESSIONE A FINKIELKRAUT

spiegata come la prova evidente dello strapotere della lobby sionista, abbiamo il signor Gad Lerner che ci spiega che se un immigrato tenta di dare fuoco a uno scuolabus con cinquanta bambini dentro – strage scampata unicamente grazie al caso (un cellulare caduto di cui il terrorista non si è accorto) e il sangue freddo e coraggio di un bambino che si è tolto il laccio di plastica che gli imprigionava i polsi e ha chiamato la polizia – la colpa è del nostro atteggiamento nei confronti degli immigrati.
gad-delirio
E vengono in mente gli arabi londinesi che spiegavano la strage del 2005 con oltre 50 morti e 700 feriti, col risentimento dei musulmani per l’atteggiamento di diffidenza e sospetto nei loro confronti dopo l’11 settembre. E a lui si unisce l’ineffabile signora Livia Turco

Resterebbe poi da capire il fatto inaudito di come un individuo pregiudicato per guida in stato di ebbrezza e violenza sessuale su minore non solo sia in circolazione qui, ma che gli sia stata addirittura affidata la guida di uno scuolabus. E ancora, piacerebbe sapere perché qualcuno si sia inventato che prima di dare fuoco all’autobus avrebbe fatto scendere i bambini, quando in realtà li ha legati e ha tolto loro i cellulari per non rischiare che qualcuno sfuggisse: piacerebbe davvero poter pesare l’infamia di un essere immondo che cerca di scagionare un assassino che programma di far morire bruciati cinquanta bambini. Poi c’è l’altra storiella, che dire grottesca è dire poco, del bambino salvatore dei cinquanta compagni inizialmente identificato come un marocchino musulmano: evidentemente il vero autore del salvataggio, non solo italiano bianco ma addirittura biondo e addiritturissima con la catenina con la croce al collo, non era adatto al teatrino politicamente corretto che si voleva inscenare. Come la bella favoletta del musulmano che avrebbe nascosto gli ostaggi dell’Hyper Cacher, rivelatasi poi una bufala.

Quanto alle cause domestiche che hanno favorito la situazione, naturalmente ci sono, certo che ci sono. E ve le faccio spiegare da Giovanni Bernardini.

AGGIORNAMENTO: è giunto anche il terzo, tra cotanto senno: Beppe Severgnini: “Tornare a Crema e sentire storie di ragazzini coraggiosi, usciti da quell’autobus più forti e più maturi (a differenza di alcuni politici, che non matureranno mai)”.
Spero che saranno anche, quei ragazzini, abbastanza onesti e riconoscenti da andare a ringraziare quell’uomo meraviglioso che ha permesso loro di diventare forti e maturi.

barbara

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25 APRILE, FESTA DELLA LIBERAZIONE NAZIONALE

Cari amici, oggi è il 25 aprile, festa della Liberazione. È il settantunesimo anniversario dell’insurrezione di Milano contro i nazisfascisti, che è stata presa come data per la liberazione del nostro paese dall’occupazione nazista (e dall’oppressione dei fascisti che li assistevano). Il caso vuole che quest’anno il 25 aprile sia anche il terzo giorno della festa ebraica di Pesach, che ricorda un’altra liberazione accaduta circa trentacinque secoli fa: quella del popolo ebraico dal Faraone. È un caso naturalmente, ma fra le due liberazioni c’è più di un nesso: la fine del tentativo del genocidio degli ebrei ad opera di un potere che si sentiva invincibile, ma minacciato dal popolo di Israele è senza dubbio una relazione importante, con la conseguenza che gli ebrei furono in prima linea nell’antichità come durante la seconda guerra mondiale per combattere il dispotismo. Un altro è la contrapposizione fra libertà dei popoli, diritto alla dignità e alla vita degli individui, affermazione della giustizia tramite la legge e dunque dell’uguaglianza dei diritti da un lato e dispotismo, violenza, “principio del capo” dall’altro. Di solito si pensa a Roma come patria del diritto (almeno in Italia), ma non è vero: la Torah precede di dieci o venti secoli (a seconda di come la si dati) il codice di Giustiniano, è socialmente assai più avanzata e, anche grazie alla mediazione del cristianesimo, ha impregnato tutto il nostro mondo.
Vi è dunque un nesso di principio fra ebraismo e libertà che rende gli ebrei (almeno quelli capaci di ricordare davvero la loro identità) naturalmente antifascisti e dovrebbe renderli anche anticomunisti per la stessa identica ragione: il rifiuto della dittatura. Ma c’è molto di più. I regimi nazifasciti oppressero i loro paesi e tolsero loro la libertà, commisero crimini efferati contro i loro nemici, cercarono di liberarsi delle persone che vedevano come una violazione del loro ordine: gay e rom, ma anche malati genetici e mentali. Contro gli ebrei si proposero qualcosa di più e di diverso: il progetto esplicito di distruggere una “razza” che essi definivano non solo nemica ma inquinante, ostacolo “metafisico” alla loro missione storica (per citare l’antisemita Heidegger, che fu il più “grande” teorico del nazismo). L’odio nazifascista per gli ebrei fu implacabile, non si fermò di fronte ai feti e ai neonati, ai vecchi e ai malati, a coloro che di ebraico non avevano né cultura né religione, ma solo un quarto o un ottavo del loro “sangue”. Per questo alcuni ebrei quando poterono fuggirono il nazifascismo e altri, molti altri, lo combatterono. Sui 40 mila ebrei italiani, ottomila furono le vittime delle deportazioni e duemila i partigiani attivi: cifre enormemente più grandi del resto della popolazione. Se la proporzione rispetto alla popolazione fosse stata la stessa (5%), i partigiani italiani avrebbero dovuto essere circa due milioni, mentre furono 223.000 (il dato è di una fonte insospettabile, Luigi Longo, in “Un popolo alla macchia”).
Bisogna anche tener conto che l’Italia non fu davvero liberata dai partigiani, che non ebbero mai una forza lontanamente paragonabile a quella tedesca, ma dagli alleati, innanzitutto gli angloamericani. E che nell’esercito inglese fu costituita nel 1942, dopo infinite insistenze della dirigenza sionista (Weizmann e Jabotinsky innanzitutto), una Brigata ebraica (http://www.bellaciaomilano.it/1945/46-ventanni-fascisti/deportazione/173-la-brigata-ebraica.html),
Brigata ebraica
che combatté nel ‘44-’45 proprio in Italia, risalendo la penisola lungo l’Adriatico. Erano tutti volontari, alcuni fra i 30 mila sui 550 mila ebrei residenti nel mandato di Palestina (ancora il 5%), che furono arruolati in varie armi. I membri della brigata furono circa 5000 e 42 di essi caddero in combattimento in Italia e sono sepolti oggi in un cimitero in Romagna (http://www.museofelonica.it/doc/stampa/Sermidiana/feb08.pdf).
Per tutte queste ragioni, il 25 aprile è una festa anche degli ebrei, forse soprattutto degli ebrei italiani: se il 27 gennaio è Giornata della memoria per l’apertura di Auschwitz, il 25 aprile è l’apertura di tutti i carceri e i luoghi di tortura e di concentramento dove passò più di un quarto degli ebrei italiani e dei nascondigli dove cercarono di salvarsi gli altri. È un momento di memoria sionista, perché la Brigata ebraica si costituì, con l’insegna della stella di Davide per volontà e stimolo della dirigenza sionista, che voleva che gli ebrei con la loro bandiera avessero un luogo esplicito nella lotta contro Hitler. Questo rapporto è stato chiaro e incontestato per decenni. Io personalmente ricordo che la mia vita politica è iniziata più di cinquant’anni fa, nel segno dell’antifascismo, proprio a ragione del mio ebraismo; e nessuno si sognava allora di discutere tale nesso. Ma da una decina d’anni la festa della Liberazione è stata progressivamente dirottata e sequestrata, certamente in concomitanza con la progressiva sparizione dei partigiani veri, dei deportati e della loro memoria (chi aveva vent’anni nel ‘45 oggi ne deve avere 91 e purtroppo non sono tanti); ma anche con il rifluire dell’estrema sinistra politicamente sconfitta ed emarginata su una falsa memoria e su movimenti sempre più marginali.

La violenza dei manifestanti filo-palestinesi, già alleati di Hitler, contro chi ricorda le imprese della Brigata ebraica
Andare alla manifestazione del 25 aprile con i simboli ebraici, fossero pure quelli dei liberatori della Brigata ebraica, è diventato sempre più difficile; la nostra semplice presenza è stata definita dai sequestratori “provocatoria”. Perché uso un termine forte come “sequestratori”? Perché c’è stato un tentativo piuttosto riuscito di mettere al centro del 25 aprile non un generico “internazionalismo”, che già sarebbe discutibile, perché il tema della festa è la liberazione NAZIONALE italiana; ma addirittura la “questione palestinese”. Ora non solo è indubitabile che nella Resistenza nessuno si occupasse del destino delle terre fra il Giordano e il Mediterraneo, se dovessero essere mandato britannico, stato ebraico o arabo. Ma resta il fatto indubitabile che i leader arabi (tutti, ma in primo luogo quelli “palestinesi” ante litteram – perché non si sognavano di chiamarsi così, allora, – come il Muftì di Gerusalemme Muḥammad Amīn al-Ḥusaynī) erano schierati dalla parte dei nazisfasciti (http://www.kore.it/CAFFE/rosselli/hitler-mufti.htm). Al Husseini dopo aver provocato tutti i pogrom antiebraici che poteva nel mandato britannico fra il 1920 e la fine degli anni Trenta, allo scoppio della guerra per non essere arrestato dagli inglesi scappò a Bagdad, dove causò altre stragi di ebrei, poi fu recuperato da un aereo italiano (fascista) e portato a Roma, si stabilì a Berlino, fece amicizia con Hitler e Himmler, tenne discorsi di propaganda alla radio nazista, contribuì ad organizzare una feroce divisione di SS musulmane bosniache (https://en.wikipedia.org/wiki/13th_Waffen_Mountain_Division_of_the_SS_Handschar_(1st_Croatian), fu consulente di Eichmann per l’organizzazione della Shoà, intervenne ripetutamente sui governi dell’Asse perché non rilasciassero neppure un ebreo, sfuggì per un pelo al processo di Norimberga e negli anni Cinquanta e Sessanta fu fra i padri nobili del terrorismo palestinese, rivendicato da Arafat come suo parente e ispiratore (http://www.focusonisrael.org/2010/01/21/nazismo-hitler-mufti-gerualemme/). Il caso di Amin Al Husaini è ben noto e non insisto sul tema; ma se uno allarga lo sguardo è evidente che tutto lo schieramento islamista della seconda guerra mondiale è filonazista, mentre gli ebrei sono antinazisti. La ragione non è solo banalmente tattica (l’occupazione inglese di buona parte dei paesi arabi), come si vede anche dal fatto che gli arabi dei territori occupati dalla Francia non si schierarono affatto contro Petain. Semplicemente c’è una profonda omogeneità fra l’antisemitismo e il principio autoritario del capo del nazismo e dell’islamismo, come c’è omogeneità fra l’organizzazione democratica, il principio della libera discussione intellettuale e lo spirito imprenditoriale delle comunità ebraiche e il liberalismo occidentale.
Resta il fatto indubitabile che il 25 aprile segna la vittoria delle forze alleate sui nazifascisti e i militari ebrei, l’organizzazione sionista e il popolo ebraico erano dalla parte degli alleati mentre i militari islamisti e pre-palestinisti col loro popolo erano dalla parte dei nazisti. Portare a spasso la bandiera palestinista nelle manifestazioni del 25 aprile è come esibire la svastica; insultare la stella di Davide della Brigata Ebraica, sotto il cui segno da anni si raccolgono gli ebrei è insultare la resistenza. Il 25 aprile è stato sequestrato dai filonazisti. Contro di loro è necessaria una nuova resistenza. Oggi, come tutti gli anni, io andrò a manifestare, a prendermi l’insulto e l’odio probabilmente dei nipoti di coloro che contribuirono a perseguitare le famiglie ebraiche fra il ’38 e il ’45 (sono stati tanti, quasi tutti gli italiani, regalate questi libri agli amici che non lo sanno: http://www.baldinicastoldi.it/libri/di-pura-razza-italiana/, http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/i-carnefici-italiani/), comunque di coloro che sostengono ora i palestinisti antisemiti, discendenti diretti delle SS. Veniteci anche voi, nelle diverse modalità decise dalle comunità (a Milano in manifestazione, a Roma fuori di essa per evitare lo scontro fisico). Perché resistere ai neonazisti che hanno sequestrato il 25 aprile è un imperativo politico e morale.
Ugo Volli (pubblicato su Informazione Corretta)

E naturalmente, come da programma, le bandiere della Brigata Ebraica che ha combattuto per liberare l’Italia, sono state contestate sventolando le bandiere dei nipoti degli attivi complici di Hitler, che da allora non hanno mai smesso di dichiarare – provandoci con tutte le loro forze – di voler portare a termine il lavoro di sterminio totale del popolo ebraico iniziato da Hitler.

barbara

PERCHÉ COL RAFFREDDORE SI STA MALE

(JNi.media) Quando hai la febbre, il naso è chiuso e il mal di testa ti si spande fino alle dita dei piedi, il tuo corpo ti sta dicendo di stare a casa a letto. La sensazione di malessere è un adattamento evolutivo secondo un’ipotesi avanzata dal Prof. Guy Shakhar del dipartimento di Immunologia dell’Istituto Weizmann e dalla Dr. Keren Shakhar del dipartimento di psicologia del College di gestione di studi accademici, in un recente documento pubblicato in PLoS Biology. Tendiamo a dare per scontato che l’infezione è ciò che provoca i sintomi della malattia, supponendo che l’invasione microbica incida direttamente sul nostro benessere. In realtà, molti dei sistemi del nostro corpo sono coinvolti nell’essere malato: il sistema immunitario e il sistema endocrino, come pure il nostro sistema nervoso. Inoltre, il comportamento che associamo con la malattia non è limitato agli esseri umani. Chi ha un animale domestico sa che gli animali agiscono in modo diverso quando sono malati. Un esempio estremo di “comportamento di malattia” si trova in insetti sociali come le api, che in genere quando sono malate abbandonano l’alveare per andare a morire altrove. In altre parole, tale comportamento sembra essersi conservato nel corso di millenni di evoluzione. I sintomi che accompagnano la malattia sembrano influenzare negativamente la possibilità di sopravvivenza e riproduzione. Allora perché questo fenomeno persiste? I sintomi, dicono gli scienziati, non sono un adattamento che funziona a livello individuale. Piuttosto, suggeriscono, l’evoluzione sta funzionando al livello del “gene egoistico”. Anche se l’organismo specifico non dovesse sopravvivere alla malattia, isolandosi dal suo ambiente sociale ridurrà il tasso complessivo di infezione nel gruppo. “Dal punto di vista dell’individuo, questo comportamento può sembrare esageratamente altruistico,” dice la dottoressa Keren Shakhar”, ma dal punto di vista del gene, le probabilità di essere tramandato sono migliorate”. Nel documento, gli scienziati prendono in esame un elenco di sintomi comuni e ognuno sembra confermare l’ipotesi. La perdita di appetito, per esempio, impedisce alla malattia di diffondersi attraverso le risorse comuni di cibo o acqua. Affaticamento e debolezza possono ridurre la mobilità dell’individuo infetto, riducendo il raggio di possibili infezioni. Insieme con i sintomi, l’individuo malato può diventare depresso e perdere interesse per contatti sociali e sessuali, limitando le opportunità di trasmettere agenti patogeni. La trascuratezza nella cura di sé e i cambiamenti nel linguaggio del corpo dicono: sono malato! Non avvicinarti! “Sappiamo che l’isolamento è il modo più efficace per impedire la diffusione di una malattia contagiosa,” dice il professor Guy Shakhar. “Il problema è che oggi, per esempio, con influenza, molti non si rendono conto di quanto possa essere mortale. Così vanno contro i loro istinti naturali, prendono una pillola per ridurre dolore e febbre e vanno a lavorare, dove è molto maggiore la possibilità di infettare altri.” Gli scienziati hanno proposto diversi modi per testare questa ipotesi, ma sperano anche che arrivi il loro messaggio: quando vi sentite male, è segno che avete bisogno di stare a casa. Milioni di anni di evoluzione non possono avere torto. (traduzione mia)

Sembrerebbero osservazioni talmente ovvie da apparire addirittura banali, e tuttavia abbiamo dovuto aspettare Israele perché ci venisse detto.
Qualcuno mi ha obiettato che tutto questo sarebbe in contraddizione col principio della selezione naturale (sarebbe più logico, sostiene, essere in condizione di andare in giro e diffonderlo al massimo, e così si eliminerebbero i più deboli), ma basta pensarci un momento per rendersi conto che è una grande sciocchezza: il raffreddore, in società come la nostra che ha avuto millenni a disposizione per sviluppare gli anticorpi (a differenza per esempio degli indigeni americani che prima delle invasioni europee non lo avevano mai conosciuto), è parecchio invalidante ma scarsamente letale. Quindi, se venisse diffuso al massimo, a fronte della liberazione da una manciata di vecchi e deboli, ci ritroveremmo con una società interamente paralizzata: ospedali, scuole, fabbriche, banche, poste, uffici, forze dell’ordine, pompieri, negozi, produzione e distribuzione di alimentari e ogni altro genere di attività smetterebbe – o quasi – di funzionare. Da tutto questo la pesante sintomatologia che accompagna il raffreddore ci tutela.
Senza poi contare che alle varie malattie non sempre sopravvive il più forte: a volte capita anche  che a sopravvivere sia semplicemente chi ha questo o quest’altro gruppo sanguigno, indipendentemente dalle proprie capacità di resistenza. Pensa un po’.

barbara

E FIGURIAMOCI SE IO POSSO FARE UN VIAGGIO NORMALE

Prevedendo che a Milano farà sicuramente più freddo che qui, dove finora ho sempre portato scarpe aperte, mi metto un paio di scarponcini, che non mettevo da un anno. Esco di casa, mi avvio verso la stazione, e ho la sensazione di avere una camminata u po’ strana, ma non riesco a capire in che cosa consista la stranezza. Ad un certo momento sento una rotella del trolley che inciampa in qualcosa che non avevo visto prima davanti a me; mi giro e vedo di che cosa si tratta: un pezzo di suola. Di lì a poco parte un tacco. Dopo un po’ l’altro tacco. Poi un altro pezzo di suola… Tra l’altro i calcagni, protetti unicamente dal sottile feltro dell’imbottitura, si trovavano due centimetri buoni più in basso del resto del piede, per cui camminando avevo la sensazione di sprofondare, mentre la parte antero-laterale della suola destra garriva allegramente al vento.
Per fortuna un paio di settimane fa ho comprato un paio di pantofoline da casa con la suoletta di gomma, e siccome pesano un etto meno delle ciabatte, e io cerco sempre di viaggiare il più leggera possibile, quando mi muovo mi porto sempre via quelle e a Bologna sono andata in bagno, che quelli della nuova stazione sotterranea dove viaggiano le Frecce sono belli spaziosi quanto basta da poter stendere una valigia per terra e aprirla, e mi sono messa quelle (carine carine, di stoffa nera con tante stelline tutte luccicanti…). Gli scarponcini, prima di infilarli nel cestino, li ho guardati: i due pezzi di suola residui erano praticamente come hamburger, che a guardarli sono dischi compatti, ma se provi a metterci le mani ti si sbriciolano tra le dita.
E con le mie pantofoline da casa sono arrivata a Milano, ci ho girato tutto ieri, e oggi sono tornata a casa.
pantofole

Fischia il vento, infuria la bufera,
scarpe rotte eppur bisogna andar.

barbara

MA LI PAGANO PER SCRIVERE QUESTE PORCATE?!

Mi riferisco all’articolo trovato in google news a proposito dell’accoltellamento di un ebreo a Milano davanti a una pizzeria ebraica. Scrive l’esimio signor giornalista: “L’uomo indossava gli abiti tipici della comunità ebraica”. Qualcuno potrebbe cortesemente illustrarmi quali siano gli “abiti tipici” della quindicina di milioni di appartenenti alla comunità ebraica mondiale? Scrive poi il suddetto esimio che “L’aggressione non ha, al momento, evidenze che possano far pensare a una matrice antisemita”. Cioè, uno, di fronte a un locale notoriamente ebraico, accoltella un ebreo che indossa “gli abiti tipici della comunità ebraica”, ma niente fa pensare che si possa trattare di un’aggressione antisemita (sì, ok, questo al giornalista l’ha detto la polizia, ma anche quelli sono pagati per dire porcate, evidentemente). E come si fa a sapere che non è un’aggressione antisemita? Perché l’aggressore non ha detto frasi antisemite, ecco, potreste immaginare un argomento più convincente? E in più l’aggressore non parlava arabo (perché ha solo farfugliato “ti ammazzo” e da due parole farfugliate chiunque è in grado di capire quale, sia, o almeno quale non sia, la madrelingua di una persona), il che ci è di grandissimo conforto, perché ci rassicura che, a parte gli arabi, non esistono (e non sono mai esistiti?) altri antisemiti al mondo. Ma vaffanculo, va’. (qui)

barbara

 

L’EXPO

Sono riuscita ad andarci, finalmente, praticamente in zona Cesarini. Il giorno non è stato dei più felici, perché pioveva e in più io stavo malissimo, in più di un’occasione sono stata sul punto di svenire, ma insomma, quel giorno lì doveva essere e quel giorno è stato: conoscete una sola occasione in cui io abbia rinunciato a fare qualcosa solo perché le condizioni non erano quelle giuste? (Se sono stata capace di partire per Israele e girarla tutta da nord a sud e da est a ovest con due zampe rotte che poi mi sono costate due mesi di sedia a rotelle e un intero anno prima di poter camminare quasi normalmente, figuriamoci se rinuncio a mezza giornata all’expo per qualche capogiro, qualche nausea – no, non sono incinta – qualche principio di svenimento – beh, uno per la verità è stato quasi completo ma alla fine sono stata fermata e raccattata su prima di arrivare a terra. Vabbè.
Naturalmente non ho pagato il costosissimo biglietto perché ero ospite speciale dell’ambasciata israeliana, e non ho fatto la fila (in nessun caso sarei riuscita a stare lì ferma in piedi), perché sono passata dall’ingresso VIP, e ho avuto come accompagnatore – speciale anche lui – il presidente della Federazione Sionistica Italiana. La prima cosa vista, entrando, è stato l’albero della vita,
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simbolo del padiglione Italia, che quando viene buio si riempie di luci e colori e di cose spettacolari. Poi ho visto quattro singolari sculture, e siccome sono di una smisurata bontà, ne ho fotografata una per voi: contenti?
expo 2
E poi sono arrivata al padiglione Israele, col famoso campo verticale che ho fotografato da entrambi i lati, così si vede meglio.
expo 3
expo 4
Dentro c’è un grande schermo (il risultato della foto al semibuio è quello che è perché ho una macchina fotografica da due lire. Quando divento ricca ci torno e ve ne faccio qualcuna di migliore. Comunque)
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expo 6
sul quale Moran Atias (qui con un suo illustre concittadino)
Moran Atias
ha fatto vedere le straordinarie realizzazioni agricole di Israele, compresa la coltivazione del deserto che voi avete già visto nel mio blog ma lì era tutta una cosa figosissima perché lei era dentro il paesaggio e dentro le case e vicino alle persone delle diverse generazioni dalle dune dei primi pionieri ai campi verdissimi che scorrevano e passavano che insomma non viene facile da spiegare e quindi l’unica è che andiate a vederlo, avete ancora due settimane e quindi sbrigatevi, e comunque era una cosa che io mi sono talmente emozionata che poi ho anche pianto, ecco. E poi c’era un’altra sala rotonda con gli schermi tutto intorno in cui si potevano vedere gli aiuti che Israele ha portato, in campo agro-alimentare, in tutto il mondo, dall’Africa all’Australia e ovunque. Poi fuori c’erano i punti di ristoro con le specialità israeliane (cui ho dovuto rinunciare perché il mio stomaco non avrebbe retto), e poi c’era anche lo stand coi prodotti del mar Morto e quelli sì li avrei presi volentieri, solo che è stato proprio lì che abbiamo incontrato la persona che aveva provveduto personalmente a farmi entrare gratis come ospite dell’ambasciata, e il mio accompagnatore ha cominciato a parlare con lei (e parlare e parlare e parlare e parlare…) e io mi sono appoggiata con la schiena alla bassa parete di legno che chiudeva lo stand, e poi non mi bastava e ci ho appoggiato sopra un braccio, e poi non mi bastava neanche quello e ho appoggiato l’altro braccio sulla parete che faceva angolo con quello, ma anche così le mie ginocchia hanno cominciato a scendere e scendere finché con l’ultimo fiato sono riuscita a dire sto svenendo e il mio accompagnatore mi ha afferrata al volo e sostenuta fino a quando l’altra tizia è arrivata di corsa con una sedia e poi insomma ho finito per dimenticarmi dei cosmetici e quando mi sono tornati in mente ero troppo lontana per sentirmela di tornare indietro e quindi niente.
Nel tragitto verso l’uscita ho fatto ancora qualche foto – non molte: non sono in periodo molto fotografaro, e comunque fotografara compulsiva non lo sono mai stata. Per esempio l’originale padiglione della Malaysia,
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questa installazione con l’acqua (giuro che quando l’ho inquadrata, l’acqua era diritta; poi in quella frazione di secondo tra inquadrare e scattare, per pura cattiveria, per farmi un dispetto, si è storta all’indietro),
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e i melograni,
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con una tizia di passaggio
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a cui un ramo con sopra almeno due litri d’acqua si è proditoriamente infilato nel collo. Perché il mondo è malvagio e crudele: prendiamone atto e facciamocene una ragione. Ho anche discretamente frequentato i bagni (le pastiglie per la pressione sono parecchio diuretiche) ma quelli non ve li ho fotografati.
Poi oggi in treno c’era un tizio coi jeans coi tagli. Ma non con le sfilacciature e sbrindellature come fanno le ragazze per mostrare spruzzate di pelle qua e là, no: aveva tre grossi squarci, di cui uno gli arrivava fino ai coglioni. Letteralmente. Il fatto è che con l’orecchino con crocefisso nero, il piercing nel naso di quelli infilati nella cartilagine centrale che vorrei proprio vederli quando hanno il raffreddore questi qua, anelli ai pollici più altri sparsi qua e là, e i capelli rasati sui lati e impiastricciati in cima, il tutto aggiunto a una notevole bruttezza generale, insomma, non è che il soggetto risultasse particolarmente appetitoso, ecco (e quello no, lo squarcio coi coglioni praticamente in vetrina non ve l’ho fotografato. E ringraziatemi).

barbara

 

UNA PIZZA PER ISRAELE

A tutti gli interessati

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Una pizza per Israele

Lunedì 12 gennaio alle ore 20,00 a Milano presso la pizzeria Carmel (viale San Gimignano 10 – MM Bande Nere).

Per prenotazione chiamare Eyal al 328.4584284 o mandare una mail a eyal-m@amicidisraele.org

Chi abita a Milano o dintorni ci faccia un pensierino. Io ci sarò.

barbara