SALVATI DA ISRAELE 1

La prima volta è stato a Osirak, il 7 giugno 1981.

MISSIONE «OPERA»

Quella volta, per disarmare Saddam Hussein, gli israeliani non chiesero il permesso a nessuno: «La sorpresa era un elemento fondamentale per il successo dell’operazione Opera» ricorda colui che la guidò. Quella volta, il 7 giugno 1981, l’ultima preoccupazione del generale David Ivry,
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allora comandante dell’aviazione militare, era di far firmare una risoluzione all’Onu. In quella missione gettava quattordici piloti, i migliori che aveva [fra cui Ilan Ramon, morto il primo febbraio 2003 nell’incidente dello Shuttle Columbia], la testa del suo premier, Menachem Begin, proprio alla vigilia delle elezioni, e la sua carriera personale, oltre a quelle del capo di Stato Maggiore e del capo dell’Intelligence: «Le resistenze interne furono enormi. La data fu ripetutamente spostata» ricorda adesso il direttore dell’«Opera» che, alle 16 della prima domenica di giugno dell’81 diede l’ordine di decollo agli otto F-16 e ai sei F-15 incaricati di distruggere la centrale irachena.
In gioco c’erano l’isolamento internazionale di Israele e una rabbiosa reazione di tutto il mondo arabo, ma anche il reattore nucleare che Saddam Hussein stava perfezionando a Tammuz, meno di 20 chilometri da Bagdad, con la collaborazione di tecnici francesi e italiani.
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L’accordo non era un segreto e, ufficialmente, i laboratori lavoravano a scopi civili, senza secondi fini militari. L’Italia e, soprattutto, la Francia garantivano, il resto del mondo ci credeva, salvo Israele che, per tre anni, e all’insaputa di tutti, studiò il modo più rapido per cancellare la centrale di Osirak dalle mappe e dai suoi incubi. Ci riuscì in un minuto e venti secondi. Per rattoppare i rapporti con Washington, furibonda, e Parigi, oltraggiata, ci vollero poi parecchi mesi, ma è superfluo chiedere a David Ivry se il gioco valesse la candela.
La risposta è nella rassegna di foto a colori appese nel suo ufficio, all’ottavo piano di un palazzo di vetro nel centro di Ramat Gan, vicino a Tel Aviv, dove è tornato da dieci mesi, dopo due anni e mezzo di missione diplomatica negli Stati Uniti: ecco Ivry accanto a Bush padre, accolto da Clinton nella stanza ovale dalla Casa Bianca, congratulato da Bush figlio, da Colin Powell, da Wesley Clark. Dieci anni dopo. «Grazie per aver reso più facile il nostro lavoro durante la Tempesta nel Deserto» gli ha scritto nel ’91 da Washington il ministro della Difesa (ora vicepresidente) Dick Cheney, dedicandogli una foto del rottame nucleare scattata dal satellite. Solo l’orgoglioso Saddam Hussein non ha mai voluto dargli soddisfazione: «Ce la ricostruiremo in pochi anni» sfidò tutti a caldo, senza immaginare che vent’anni dopo avrebbe tenacemente sostenuto il contrario. (Elisabetta Rosaspina, Corriere della sera, 26 febbraio 2003)
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[…] Nel caso specifico dell’Iraq guidato dalla dittatura di Saddam Hussein occorre ricordare -durante la riflessione- ciò che accadde il 7 Giugno 1981 a Tammuz, vicino Baghdad: con un’azione di “legittima difesa preventiva” l’aviazione militare israeliana bombardò e distrusse il reattore nucleare di Osiraq. Quella data segna un importante stop al programma iracheno volto alla costruzione della bomba atomica. Quella fu un’azione di guerra o, se si preferisce, una “illegittima azione di pirateria internazionale”, ma a seguito di quell’azione il dittatore Saddam Hussein non possedeva più la capacità tecnologica per dotarsi di armamenti nucleari.
È da ricordare che il 1981 fu un anno terribile per il Medio Oriente: la guerra civile in Libano, gli attacchi militari dal Libano contro Israele, la guerra Iran-Iraq, l’attentato al presidente egiziano Anwar El Sadat… Era insomma in corso l’inferno o giù di lì e TUTTO poteva accadere.
Dopo il 7 Giugno però da quel “tutto” si poteva togliere -almeno per un lungo periodo di tempo- la capacità di un conflitto atomico in Medio Oriente. […] (Federico Falconi, settembre 2002)

“Ai limiti dell’impossibile”, o anche “Oltre i limiti dell’impossibile” potrebbe essere lo slogan di Israele, che dal momento della propria nascita ha compiuto una serie infinita di miracoli davvero “impossibili”, per sopravvivere al costante impegno di chi, tra gli applausi dei buoni di casa nostra, tentava – e tenta tuttora – di portare a compimento l’opera di Hitler. Finora non ci sono riusciti, Baruch Hashem, e non ci riusciranno neanche in futuro.
PS: Certo che un’operazione del genere, volando per oltre un migliaio di chilometri in territorio nemico senza farsi beccare, distruggendo irreparabilmente tutto il reattore in UN MINUTO E VENTI SECONDI e provocando un unico morto, sarò anche fissata, ma chi altro oltre a Israele ci sarebbe riuscito? (E che dire poi di questo splendido esemplare di maschio umano del generale Ivry?)

barbara

DI GUERRA E DI PACE

In attesa della possibile-probabile-temuta-sperata-terrorizzante-salvifica guerra in Medio Oriente, ho ripescato questa vecchia cosa che forse – forse – potrebbe fornire uno spunto di riflessione.

Pensiero mattutino
Data:    Friday, September 20, 2002 11:23 AM

Di solito non scrivo mail “di massa”. E la politica mi interessa poco. Poi sono anche molto ignorante.
Ma sentire le parole di Bush, e vedere nei suoi occhi la violenza. Percepire che la Pace non è più una possibilità ricercata ma quasi un lusso da signorine e vedere la faccia sorridente del nostro premier, cioè, volenti o nolenti, di noi tutti italiani, lì di fianco a sottolineare il suo consenso…
E poi penso a me, che faccio? Sto forse nutrendo, inconsciamente, lo stesso Leviatano? Sono forse i miei pensieri, le mie parole, a portarmi distrattamente là dove la violenza si compie? Come vedo il mio prossimo? C’è ancora possibilità di pace, dentro di me? E come la incarno nei miei gesti quotidiani?
Il mio silenzio è un marchio a fuoco. Posso veramente non ritenermi responsabile di ciò che accade là fuori?
Grazie dei 2 minuti di attenzione.
Stefano B

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Caro Stefano,
ritengo sempre utile riflettere, specialmente di primo mattino, quando si è più freschi, riposati, calmi.
La riflessione si chiama così perché consiste di una serie approfondita di ragionamenti e pensieri elaborati e rielaborati, dunque è bene riflettere proprio quando le capacità intellettive sono al massimo delle potenzialità.
Quando si parla di guerra si parla inevitabilmente di morti, tragedie, sofferenze immediate e “a lunga cessione”: l’Europa è ancora ben giovane per aver dimenticato gli orrori di ben due guerre (e mezza) del secolo passato. Una riflessione sulla guerra dunque dovrebbe impegnare più di un solo mattino. Perché la guerra non è uno scherzo, ma il male in assoluto che come Umanità dobbiamo cercare di impedire ad ogni costo.
Nel caso specifico dell’Iraq guidato dalla dittatura di Saddam Hussein occorre ricordare -durante la riflessione- ciò che accadde il 7 Giugno 1981 a Tammuz, vicino Baghdad: con un’azione di “legittima difesa preventiva” l’aviazione militare israeliana bombardò e distrusse il reattore nucleare di Osiraq.
Quella data segna un importante stop al programma iracheno volto alla costruzione della bomba atomica. Quella fu un’azione di guerra o, se si preferisce, una “illegittima azione di pirateria internazionale”, ma a seguito di quell’azione il dittatore Saddam Hussein non possedeva più la capacità tecnologica per dotarsi di armamenti nucleari. È da ricordare che il 1981 fu un anno terribile per il Medio Oriente: la guerra civile in Libano, gli attacchi militari dal Libano contro Israele, la guerra Iran-Iraq, l’attentato al presidente egiziano Anwar El Sadat… Era insomma in corso l’inferno o giù di lì e TUTTO poteva accadere. Dopo il 7 Giugno però da quel “tutto” si poteva togliere -almeno per un lungo periodo di tempo- la capacità di un conflitto atomico in Medio Oriente.
Ricordando questo antefatto si deve tener conto di un altro episodio, un’altra pagina buia per l’Umanità: il bombardamento con armi chimiche sulla popolazione civile irachena di etnia curda nel nord dell’Iraq da parte della aviazione militare di Saddam Hussein nel 1988. Più di 5000 -cinquemila- morti, uomini, donne, vecchi, bambini, uccisi dal gas nervino. Ciò che rende più amara quella pagina buia dell’Umanità è che l’Umanità era stata avvertita dallo Stato di Israele circa la minaccia crescente del rais di Baghdad, ma l’Umanità rispose che era troppo furba per cadere nella trappola del Primo Ministro israeliano Shamir di “deviare l’attenzione” del mondo dall’Intifada in corso nei Territori palestinesi occupati.
Le immagini dei Curdi che giacevano a terra dopo aver sofferto indicibilmente catturarono l’attenzione di pochi media nel mondo, attenzione che era spasmodicamente rivolta solo e soltanto alla Intifada palestinese. Allora un Palestinese ferito contava molto più di cinquemila Curdi sterminati col gas. Era il 1988 e Saddam stava lentamente preparandosi ad attaccare il Kuwait e l’Arabia Saudita. Questi piani militari erano stati desunti da informazioni dei servizi segreti israeliani e per mesi ed anni Israele tentò invano di attirare l’attenzione sulla minaccia crescente, minaccia che puntualmente si attuò il 2 Agosto 1990 con l’invasione del Kuwait che dette inizio alla Guerra del Golfo (che tanti erroneamente fanno cominciare solo nel Gennaio 1991 quando una forza multinazionale avallata dall’ONU iniziò le operazioni militari di reazione per liberare il Kuwait). Le azioni di guerra cessarono con l’avvenuta liberazione dello stato arabo (non era Saddam l’obiettivo e dunque Saddam fu lasciato al suo posto: se fosse stato detronizzato si sarebbe trattato di un’azione illegittima di pirateria internazionale). L’inizio e la fine della guerra sono dunque collegate all’invasione e alla liberazione dello Stato del Kuwait.
Le Nazioni Unite, allo scopo di evitare il riarmo dell’Iraq e per garantire le minoranze etniche, istituirono delle sanzioni commerciali e stabilirono due zone semi-autonome a sud e a Nord del paese (dove vivono le minoranze sciite e curde, spietatamente perseguitate come ricordato prima) vietandone il sorvolo da parte dei Jet militari iracheni (sono le famose “no-fly zone).
Venne inoltre deciso l’invio di ispettori ONU per verificare la presenza e conseguentemente la distruzione di armi convenzionali e di distruzione di massa.
Gli ispettori non hanno mai avuto il permesso di ispezionare moltissimi siti “sospetti” e dopo essere stati espulsi una prima volta sono stati riammessi ma ancora senza poter svolgere realmente il proprio lavoro. Essi poi sono stati definitivamente riespulsi nel 1998. Quattro anni fa.
Come Israele lanciava l’allarme nel 1981, 1988 e 1989 e 1990 così sempre Israele (che la trentina di missili Scud iracheni su Tel Aviv ricordano aver ben ragione di temere per la propria sicurezza nonché per la propria sopravvivenza) ha lanciato più volte un più accorato -e come al solito inascoltato- allarme Iraq.
Stavolta la minaccia è di tipo nucleare.
Ma a questo punto occorre allungare la riflessione col ricordo dell’11 Settembre 2001: un giorno che insegna all’Umanità che la barbarie esiste e si può scatenare OVUNQUE. Un giorno che sottolinea come i pazzi che vogliono distruggere il mondo esistono e -soprattutto- agiscono davvero.
Dopo l’11 Settembre è stato immediatamente chiaro che la nuova minaccia alla sicurezza mondiale non poteva essere sottovalutata e che gli allarmi da Israele dovevano essere presi nella necessaria considerazione.
Il problema di un Iraq che sarebbe stato in possesso della bomba atomica entro il 2003 (notizia nota da almeno 12 anni) non poteva più essere trascurato.
A questo punto tralascerei “la violenza negli occhi di Bush” (anche perché il meraviglioso sguardo sorridente di Saddam Hussein mi ricorda quanto sia poco determinante l’espressione del volto) e mi riferirei al concetto espresso da un capo di stato e di governo che ha atteso con pazienza prima di colpire il centro di comando di Al Qaeda in Afghanistan e che ha avuto sangue freddo e conservato la calma per tranquillizzare la propria nazione così tragicamente e storicamente colpita.
Il concetto è questo: “non possiamo permetterci il rischio di aspettare di essere colpiti con armi di distruzione di massa”.
Ho molto semplificato ma il punto centrale è proprio questo. Non penso sia un “lusso per signorine” ricercare la pace, non lo penso perché la storia me lo ha insegnato, non lo penso perché i racconti dei nonni e della mamma me lo hanno insegnato, mi hanno insegnato cosa voglia dire la parola “guerra” e quanto di tragedia essa porti con sé. Però penso che nel 1938 durante i Patti di Monaco le democrazie occidentali abbiano commesso un grave, orrendo, fatale errore nel sottovalutare la potenza e la volontà di distruzione, conquista e sterminio della Germania nazista e mi domando quanti milioni di morti si sarebbero potuti evitare dichiarando SUBITO guerra a Hitler e dimostrando in tempo la forza del Diritto e della Democrazia a chi proprio il Diritto e la Democrazia voleva sconfiggere (A PROPOSITO DI GUERRA).
Nel 1945 la Germania nazista e il Giappone erano molto vicini alla costruzione dell’arma atomica. Questo significa che se il mondo avesse aspettato ancora pochi anni -se non addirittura mesi- prima di opporsi alla volontà di guerra delle dittature, già sessant’anni fa avremmo avuto un conflitto nucleare.
Un conflitto nucleare che sarebbe stato scatenato per primo da chi per primo nella storia ha scatenato i conflitti:
Hitler nel 1939
Saddam Hussein nel 1990
Milosevich nel 1992 e nel 1999.
Conflitti che non sono stati fermati dalla volontà popolare (come potrebbe accadere per gli stati democratici) perché stati democratici quelli non erano. Quei conflitti sono stati fermati soltanto da ciò che in ultima istanza poteva e può fermare una guerra. Non il trattato internazionale meglio conosciuto come “Patti di Monaco” ha fermato -come si erano illuse le democrazie occidentali ed i pacifisti- Hitler, ma gli sbarchi angloamericani in Sicilia, Anzio, Costa Azzurra e Normandia, le avanzate sovietiche in Finlandia, Polonia, Ungheria e Balcani…
Milioni di vivi hanno aspettato invano la liberazione, milioni di morti sono stati necessari per liberarci.
Dopo esser stati ciechi di fronte al terrorismo suicida in Israele -credendo si trattasse di un fenomeno isolato e circoscritto, credendo nella spontaneità di quei “sacrifici” e soprattutto credendo che essi fossero solo il frutto della “disperazione” senza invece approfondire il fenomeno come invano Israele chiede da tempo- in molti hanno visto l’11 Settembre cosa davvero significa “terrorismo suicida” e che cosa può comportare tale nuova strategia militare,  … vincente su Israele, vincente sugli Stati Uniti d’America, in altre parole, VINCENTE punto e basta.
Se è vero che la storia deve servire da lezione per non commettere in futuro gli errori passati allora devo cambiare il concetto del presidente Bush (“non possiamo permetterci il rischio di aspettare di essere colpiti con armi di distruzione di massa”) in una domanda:
Possiamo permetterci il rischio di aspettare di essere colpiti con armi di distruzione di massa?
Possiamo rischiare -ancora nella storia- altri milioni di morti?
È una domanda che mi faccio senza avere il magnifico sorriso sul volto.
Al mio più energico NO, NO ALLA GUERRA NUCLEARE DI SADDAM HUSSEIN, no alla distruzione atomica di Tel Aviv, Londra o Francoforte, non posso avere il magnifico sorriso sul volto, ma la mia più ferma determinazione per evitare la catastrofe.
Che può esser interpretata come “violenza negli occhi”.
Milioni di persone avrebbero voluto quell’espressione sul volto di Chamberlain a Monaco di Baviera nel 1938.
Fermare Bush e Blair. Ma Saddam chi lo ferma? Gli ispettori che arriveranno non potendo ispezionare enormi capannoni denominati “palazzi presidenziali” e “dunque non ispezionabili”?
Possiamo davvero aspettare quel giorno in cui da Baghdad arriverà la dichiarazione “abbiamo l’arma atomica” (condito magari da un bel “Grazie per avercelo permesso”)?
Possiamo davvero attendere un lampo accecante da Tel Aviv, Londra, Francoforte, Milano o New York senza fare niente?
Saddam Hussein sa come rimanere al potere e sa anche che dopo quell’annuncio al mondo ci resterà per sempre. Da quel momento però il mondo intero vivrà con la bomba atomica di Damocle.
Saddam ha fatto cadere tante spade: sui Curdi, su Israele, sul proprio popolo. Possiamo davvero rischiare un’altra spada stavolta accecante?
Rivolgendo l’attenzione ai famosi sporchi interessi, alla famosa frase della “guerra per il petrolio” (come se l’invasione irachena del kuwait non fosse volta proprio ad impossessarsi dell’oro nero kuwaitiano), Saddam ha ultimamente riammassato truppe militari vicino al confine col Kuwait ed inoltre non ha mai smesso di rivendicare la “proprietà” del Kuwait.
Davvero possiamo rischiare che un feroce dittatore -che fa a pezzi il poeta di corte perché non ne aveva gradito la poesia quel giovedì mattina- possa di nuovo impossessarsi con una guerra del Kuwait e continuare impunemente in Arabia Saudita arrivando così a poter ricattare il mondo con un’altra arma -ben più temibile- il controllo pressoché totale del petrolio?
L’arma atomica in mano irachena mi fa scrivere quella frase “continuare impunemente in Arabia Saudita”: quale paese al mondo infatti si esporrebbe a una rappresaglia nucleare se Saddam Hussein volesse “solo” conquistare qualche milione di chilometri quadrati di deserto?
Immaginiamoci per un istante -uno solo per carità!- la potenza di un Hitler con l’arma atomica ed il controllo mondiale sul petrolio.
Ma non occorre molto sforzo di immaginazione: fermandoci soltanto alla minaccia atomica potremmo ricordare le impunite (perché impunibili, pena la rappresaglia nucleare) invasioni sovietiche dell’Ungheria nel 1956, della Cecoslovacchia nel 1968 e dell’Afghanistan nel 1979, o che dire della Cina -altra potenza nucleare- che si può permettere il lusso (da signorine?) di schiacciare con i carri armati migliaia di studenti “colpevoli” di protestare in piazza Tien-an-men… Addirittura sotto gli occhi delle telecamere.
La stessa cosa pensavano di fare Saddam Hussein nel ’90 e Milosevich nel ’92, ma per questi ultimi due casi fortunatamente (anche se lentamente) il mondo ha potuto opporsi. Per fortuna non avevano armi di distruzione di massa. Quanto al petrolio, ci ha pensato Saddam a quello kuwaitiano perduto: ordinando in ritirata l’incendio dei pozzi petroliferi che ha oscurato il cielo per mesi. Ma chissà se di questo hanno qualche notizia o si ricordano più coloro che volgono lo sguardo (lo volgono?) sulla storia irachena.
Spero non ci sia la guerra, spero non ci sia la necessità della guerra. Ma c’è sempre quella domanda…
Possiamo permetterci il rischio di aspettare di essere colpiti con armi di distruzione di massa? Possiamo permetterci di aspettare in silenzio senza fare qualcosa per evitare il peggio, l’irreparabile?
Uso volentieri le Tue parole:
“Il mio silenzio è un marchio a fuoco. Posso veramente non ritenermi responsabile di ciò che accade là fuori?”
La riflessione va fatta di mattina e non di sera perché altrimenti si rischia di trascorrere una lunga notte insonne.
Questa mia è stata una riflessione più lunga di due minuti e me ne scuso, ma quando si parla di guerra è bene riflettere più a lungo di soli due minuti. Ti ringrazio per avermi dato la possibilità di riflettere ancora: quando si parla di guerra nulla deve essere dato per scontato, nemmeno che il passato non ritorni.
Al riguardo ho sentito un brivido l’altro giorno, al primo anniversario degli attacchi terroristici a New York e Washington: qualcuno ha detto “MAI PIÙ”…
Lo avevano detto anche per Auschwitz, poi sono stati sterminati civili con il gas in Iraq, sono comparsi campi di concentramento in Bosnia, si è saputo di cadaveri di kossovari fatti sparire nelle fonderie della Serbia…
Si dice “MAI PIÙ” ma intanto non si fa niente perché non riaccada.
Non mi resta che congedarmi con il saluto più adatto, un saluto che è una profonda speranza,
SHALOM!
(Pace)
Federico

“Quando si parla di guerra nulla deve essere dato per scontato, nemmeno che il passato non ritorni”
E non aggiungo commenti.

barbara

IL CORAGGIO DELLA VERITÀ

Discorso di Benjamin Netanyahu nella traduzione e con un commento di Mario Pacifici.

19 Aprile 2012

Discorso del primo ministro Netanyahu in occasione della Giornata della Memoria dell’Olocausto.

Ieri mattina, ho visitato una vecchia casa di riposo per i sopravvissuti dell’Olocausto dove ho incontrato Idit Yapo, una donna straordinaria di 104 anni, lucida e presente. Idit fuggì dalla Germania nel 1934 subito dopo l’avvento al potere di Hitler.
Ho incontrato anche Esther Nadiv, una delle gemelle di Mengele, che oggi ha 89 anni. Stava leggendo un libro, la biografia di Golda Meir. Con un lampo negli occhi, mi ha detto: “Sono così orgogliosa, così profondamente orgogliosa di essere parte dello Stato di Israele, e di avere vissuto il suo costante sviluppo.”
Ho incontrato Hanoch Mandelbaum, un uomo di 89 anni, sopravvissuto a Bergen-Belsen. Poco dopo il suo arrivo in Israele, contribuì, giovane falegname, alla costruzione della scrivania su cui Ben Gurion firmò la Dichiarazione di Indipendenza. Questo è MiSho’a liTkuma. Il percorso dalla Shoah alla resurrezione.
E poi ho incontrato Elisheva Lehman, una insegnante di musica di 88 anni, originaria dell’Olanda e sopravvissuta all’Olocausto.
Ho chiesto a Elisheva se volesse suonare qualcosa per noi. Lei ha suonato con entusiasmo “Am Yisrael Chai” e noi tutti abbiamo cantato con lei. È stata una grande emozione.
Signore e Signori, Am Yisrael Chai, il popolo di Israele è vivo.

I nostri nemici hanno cercato di sopprimere il futuro dell’ebraismo, ma esso ha trovato la sua rinascita nella terra dei suoi Padri. Qui, abbiamo gettato le fondamenta di un nuovo inizio di libertà, di speranza, di creatività. Anno dopo anno, decennio dopo decennio, abbiamo edificato il nostro paese, e anno dopo anno continueremo a rafforzare i pilastri su cui poggia la nostra vita nazionale.
In questo giorno, quando la nostra intera nazione è riunita per ricordare gli orrori della Shoah e i sei milioni di ebrei che sono stati assassinati, noi tutti siamo chiamati a compiere il più sacro dei nostri doveri.
Esso non consiste solo nel ricordare il passato. Noi abbiamo il dovere di farne nostra la lezione e di  applicarla alle sfide del presente, per garantire il futuro del nostro popolo. Dobbiamo ricordare il passato e proteggere il futuro applicando le lezioni del passato.
Questo è particolarmente vero per questa generazione – una generazione che ancora una volta si trova a fronteggiare proclami e minacce di chi intende annientare lo Stato ebraico.
Un giorno, io spero che lo Stato d’Israele potrà vivere in pace con tutti i paesi e tutti i popoli della regione. Un giorno, io spero che potremo leggere questi appelli alla distruzione degli ebrei solo nei libri di storia e non sui quotidiani.
Ma quel giorno non è ancora arrivato. Oggi, il regime iraniano chiede apertamente e lavora con determinazione per la nostra distruzione. E per raggiungere tale obiettivo esso si dedica febbrilmente allo sviluppo di un armamento atomico.
So che a molti non mi piace quando io parlo di verità tanto scomode. Preferirebbero che non si parlasse di un Iran nucleare, come di una minaccia esistenziale. Sostengono che un simile linguaggio, anche se vero, serve solo a seminare panico e paura.
Io mi chiedo se queste persone hanno perso ogni fiducia nel popolo d’Israele. Pensano davvero che questa nazione, che ha superato ogni pericolo, manchi oggi della forza necessaria ad affrontare la nuova minaccia?
Forse che lo Stato di Israele non ha trionfato su altre minacce esistenziali, quando era molto meno forte di quanto non sia oggi? Forse che i suoi leaders di fronte a quelle minacce hanno avuto scrupoli a dire la verità?
David Ben Gurion non nascose al popolo di Israele i pericoli esistenziali che era chiamato ad affrontare nel 1948, quando cinque eserciti arabi cercarono di soffocare Israele nella  culla.
Levi Eshkol disse la verità al popolo di Israele nel 1967, quando di fronte al rischio di essere strangolati rimanemmo soli ad affrontare il nostro destino.
E quando il popolo di Israele conobbe la verità, si lasciò forse prendere dal panico o non si strinse piuttosto unito per affrontare il pericolo? Rimanemmo forse paralizzati dalla paura o non facemmo piuttosto ciò che era necessario per proteggere le nostre esistenze?
Io ho fiducia nel popolo di Israele e questa fiducia si basa sull’esperienza del passato. Io credo che il popolo di Israele sia in grado di affrontare la verità. E credo che Israele abbia la capacità di sconfiggere coloro che si levano contro di lui.
Chi respinge le minacce dell’Iran come un’esagerazione o come un semplice atteggiamento minaccioso, non ha imparato nulla dalla Shoah. Ma noi di questo non dovremmo sorprenderci.
Ci sono sempre stati, anche tra noi, quelli che preferivano irridere coloro che denunciavano scomode verità, pur di non vedersi costretti a fare i conti essi stessi con quelle verità.
È così che fu accolto Zev Jabotinsky quando mise in guardia gli ebrei della Polonia della Shoah incombente. Questo è ciò che egli disse nel 1938, a Varsavia:
“Sono tre anni che io mi rivolgo a voi, Ebrei di Polonia, che siete la luce dell’ebraismo mondiale. Io continuo ad avvertirvi incessantemente che una catastrofe è imminente. Sono diventato grigio e vecchio in questi anni e il mio cuore sanguina nel vedere che voi, amate sorelle, amati fratelli, non riuscite a scorgere il vulcano che inizierà presto a sputare la sua  lava dirompente… Voi non lo scorgete perché siete immersi e sprofondati nelle vostre preoccupazioni quotidiane… Ascoltatemi in questa dodicesima ora: in nome di D-o! Chi può si metta in salvo oggi, finché c’è ancora tempo, perché di tempo ce n’è ben poco.”
Ma i più importanti intellettuali ebrei del tempo ridicolizzarono Jabotinsky e piuttosto che accogliere le sue denunce lo attaccarono.
Questo è ciò che Sholem Asch, uno dei più grandi scrittori ebrei, disse di lui: “Jabotinsky si è spinto troppo oltre. Le sue dichiarazioni sono dannose per il sionismo e per gli stessi  interessi vitali del popolo ebraico… È una vergogna che il nostro popolo esprima simili leaders.”
So che alcuni ritengono che l’incommensurabile evento della Shoah non dovrebbe essere mai invocato, nemmeno di fronte ad altre minacce esistenziali per il popolo ebraico. Farlo, essi sostengono, banalizzerebbe l’Olocausto e ne offenderebbe le vittime.
Io non sono assolutamente d’accordo. Al contrario. Rinunciare a sostenere una spiacevole verità – e cioè che oggi, come allora, c’è chi si prefigge di sterminare milioni di ebrei – questo significherebbe davvero banalizzare l’Olocausto. Questo significherebbe offenderne le vittime. E questo significherebbe ignorarne la lezione.
Il Primo Ministro di Israele, quando si parla di pericoli esistenziali, non ha solo il diritto di richiamare alla memoria come un terzo della nostra nazione sia stato annientato: ne ha il dovere.
C’è una scena memorabile nel documentario “Shoah” di Claude Lanzmann che spiega questo obbligo meglio di ogni altra cosa.
Nel corso dell’atroce esistenza nel ghetto di Varsavia, Leon Feiner del Bund e Menachem Kirschenbaum dell’organizzazione sionista incontrano Jan Karski della Resistenza Polacca.
Jan Karski è un uomo perbene, un uomo sensibile. Essi lo implorano di fare appello alla coscienza del mondo, contro i crimini nazisti. Gli descrivono ciò sta accadendo nel ghetto, glielo mostrano, ma tutto è inutile.
“Aiutateci” implorano. “Noi non abbiamo un Paese, non abbiamo un Governo, non abbiamo voce tra le Nazioni.” Avevano ragione.
Settant’anni fa, il popolo ebraico non aveva la capacità nazionale di convocare le nazioni, né la forza militare per difendere se stesso. Ma oggi le cose sono diverse. Oggi abbiamo un esercito. Abbiamo la capacità e la determinazione per difenderci. E ne abbiamo il dovere.
Come Primo Ministro di Israele, io non rinuncerò mai a gridare la verità di fronte al mondo e poco importa quanto essa possa risultare scomoda per alcuni.
Io dico la verità alle Nazioni Unite. Dico la verità a Washington DC, la capitale del nostro grande amico, gli Stati Uniti, e in altre importanti capitali. E dico la verità, qui a Gerusalemme, sul suolo di Yad Vashem, che è oberato delle nostre memorie.
Io continuerò a dire la verità al mondo, ma prima di tutto ho il dovere di parlare al mio popolo. Io so che il mio popolo è forte abbastanza per ascoltare la verità. E la verità è che un Iran dotato di armamento nucleare rappresenta una minaccia all’esistenza dello Stato di Israele.
La verità è che un Iran dotato di armamento nucleare rappresenta una minaccia politica per altri paesi della regione e una minaccia grave per la pace nel mondo.
La verità è che all’Iran deve essere impedito di dotarsi di un armamento nucleare.
È un dovere per il mondo intero, ma al di sopra e al di là di questo, è il nostro dovere.
La memoria della Shoah non consiste solo nel tenere cerimonie commemorative.
Essa non è solo una memoria storica.
La memoria della Shoah ci impone l’obbligo di fare tesoro delle lezioni del passato per salvaguardare le basi del nostro futuro.
Noi non nasconderemo mai la testa sotto la sabbia.

Am Yisrael Chai, veNetzach Yisrael Lo Yeshaker

Non avevo letto per intero il discorso di Bibi.
Ne avevo colto solo alcuni sprazzi sulla reticente stampa di casa nostra.
Nel leggerlo in versione integrale colgo un aspetto che mi era sfuggito.
Sono anni che ci sentiamo dire che di fronte alla minaccia Iraniana tutte le opzioni sono sul tavolo.
Sembrava più un’arma di pressione che un dato di fatto.
Oggi invece Bibi parla di quelle opzioni e senza soffermarsi sulle loro implicazioni politiche, ne rivendica solo con forza la valenza etica. 
Questo sembra renderle più vicine, più praticabili.
Mario Pacifici

Naturalmente concordo: il primo dovere di ogni stato è quello di difendere i propri cittadini, soprattutto se la minaccia incombente è quella di un totale annientamento. Quindi l’opzione militare per fermare l’Iran, prima ancora che sul piano politico, è assolutamente legittima e giusta sul piano etico.
Qui di seguito, per chi è in grado di seguirlo, il video del discorso di Netanyahu in ebraico (senza sottotitoli).

Qui altri due video con importanti spunti di riflessione.

Senza dimenticare questo.

barbara