TISHA BEAV E GERUSALEMME

Questa sera inizia Tishà beAv, una delle ricorrenze più solenni del calendario ebraico. In tale occasione vi propongo il testo integrale, e senza aggiunta di commenti, di Ugo Volli pubblicato su Informazione Corretta.

La testimonianza di un digiuno
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,
questa sera per gli ebrei inizia il digiuno del 9 del mese di Av, il momento più luttuoso del calendario ebraico, anche più della giornata dell’espiazione, Yom Kippur, che è sì un momento penitenziale in cui si confessano i peccati individuali e collettivi, ma è pensato soprattutto come un’occasione di riscatto, il momento giusto per provare a migliorarsi. Tishà beAv, il digiuno di domani (niente cibo e acqua per 26 ore, lettura del testo più terribile della Bibbia ebraica, le Lamentazioni, i gesti del lutto come sedersi per terra e privarsi di tutti i conforti normali), è invece solo triste, perché ha la natura della commemorazione di un dolore collettivo.
Vi dò queste notizie in un sito come questo che non ha una visione religiosa né si rivolge solo agli ebrei, perché questo digiuno, come molte ricorrenze nel calendario ebraico, ha anche o soprattutto una natura storico-politica. Il ricordo luttuoso non riguarda un evento della storia religiosa ebraica, anche se si sono proposti dei riferimenti a questa data per diversi eventi negativi raccontati nella Bibbia, come la fallita missione degli esploratori in terra di Canaan, ma un fatto storico, anzi due: entrambe le cadute di Gerusalemme nelle mani dei nemici di Israele sono accadute in questa data: quella del 587 a.E.V. nelle mani di Nabucodonosor re di Babilonia e quella del 70 della nostra era per mano del romano Tito.
Da venticinque secoli dunque il popolo ebraico digiuna per la caduta di Gerusalemme. In realtà il digiuno è duplice, ce n’è un altro meno duro tre settimane prima, il 17 del mese di Tammuz, che ricorda la prima breccia aperta nelle mura prima della seconda caduta di Gerusalemme, e tutto il periodo intermedio è segnato dal lutto, con regole un po’ diverse secondo le tradizioni. Perché raccontare questi riti? Perché anch’essi testimoniano del fortissimo legame storico del popolo ebraico con la sua capitale. Come molti altri: la promessa di ricordare la città che si fa ad ogni matrimonio, insieme alla rottura di un bicchiere (segno di lutto anch’esso); l’augurio alla conclusione della festa di Pesach, di celebrarla “l’anno prossimo a Gerusalemme”; la benedizione che fa parte della preghiera centrale della liturgia ebraica, l’Amidà,  ripetuta tutti i giorni tre volte al giorno in cui si chiede la ricostruzione di Gerusalemme e infinite altre preghiere, salmi, testi di riflessione. Il Talmud, per esempio, si apre col Trattato delle “Benedizioni”, che proprio all’inizio riporta la testimonianza di un  maestro talmudico che si reca a pregare “nelle rovine” di Gerusalemme e sente la voce del pianto di Dio per la sua distruzione, che pure Egli ha ordinato. E anche dopo la restaurazione del possesso ebraico su Gerusalemme il lutto si continua a portare, perché questo potere non è incontestato, è ancora a rischio e il Tempio resta distrutto. Così si è deciso alla fondazione dello stato di Israele e la grande vittoria del ’67, in cui finalmente gli ebrei hanno potuto tornare a casa, non ha modificato questa scelta.
Vale la pena di ripetere queste cose che sono ovvie per gli ebrei osservanti e certamente estranee a chi non appartiene alla cultura ebraica, a causa della bizzarra e pertinace negazione che il mondo arabo e in particolare le fazioni militanti palestinesi propagandano intorno a Gerusalemme: che cioè non vi sarebbe rapporto fra la città e il popolo ebraico, che non vi sarebbe stato un Tempio dove oggi sorgono le moschee, che la città sarebbe sempre stata musulmana, anche prima di Maometto. Ci vuole una grande faccia tosta per negare quel che si trova confermato in mille fonti, dall’archeologia agli scritti degli storici greci e romani, dalle lettere dei governanti dei paesi circostanti a quel che raccontano i Vangeli e gli Atti in ambito cristiano. Perfino il Corano dice che al popolo ebraico spetta quella terra. Ma Arafat e i suoi successori sanno bene e praticano costantemente quel che insegnava il ministro della propaganda nazista Göbbels: “Ripetete una bugia cento volte, mille volte, un milione di volte, ed essa diventa una verità”.
Dunque anche in questo caso bisogna ripetere anche le verità più ovvie per evitare che siano soppiantate da una bugia. Gli ebrei consapevoli ricordano Gerusalemme ogni giorno della loro vita, hanno un legame con essa che non è paragonabile neanche lontanamente a quello degli altri popoli per la loro capitale: chi oggi in Italia piangerebbe il sacco di Roma da parte dei Celti (390 a.C.), la caduta di Romolo Augustolo (476 d.C) o anche la terribile invasione dei lanzichenecchi del 1527? Negare questo legame è insensato, è come fondare una propaganda politica sulla piattezza della terra o sull’alchimia medievale. Ma gli arabi lo fanno, senza vergogna e senza pudore, anche i cosiddetti moderati. Questo dovrebbe far riflettere anche sulle altre loro pretese, sulla “narrativa” su cui fondano la loro identità. Perché se qualcuno, o qualche movimento non ha timore di dire che la Terra è piatta, o che gli ebrei non hanno rapporto con Gerusalemme, nessuna sua affermazione è credibile.

A tutti coloro che lo fanno, auguro un digiuno fruttuoso e pieno di riflessione e consapevolezza.

barbara

Annunci