E PER RESTARE PIÙ O MENO IN TEMA

Ecco il Grande Divulgatore che si è arricchito con le sue straordinarie rivelazioni scientifiche.

E qui in un’altra indimenticabile performance.

Che poi quello che mi sconvolge non è neanche lui; ognuno, dopotutto, sceglie la forma di prostituzione che più gli si confà: c’è chi sceglie di esercitarla affittando parti del proprio corpo – che secondo me è, fra tutte le possibili forme di prostituzione, la più onesta, la più pulita, soprattutto la più innocua – e chi vendendo bufale stratosferiche, balle mastodontiche, colossali prese per il culo. No, quello che mi sconvolge è tutta quella massa che si accoppa dalle risate, che applaude entusiasta. La stessa accorsa più tardi in piazza in folle oceaniche a gridare vaffanculo, che secondo me l’ispirazione l’ha presa dalle litanie lauretane, avete presente? Sancta Maria – ora pro nobis, Sancta Dei Genetrix, – ora pro nobis, Sancta Virgo virginum – ora pro nobis… Ecco, così: le banche – vaffanculo, i pregiudicati al governo – vaffanculo, i finanziamenti ai partiti – vaffanculo, i poteri forti – vaffanculo, le multinazionali – vaffanculo. Che se vi andate a rivedere qualche vecchio filmato sono praticamente identici alle folle oceaniche di piazza Venezia DU-CE-DU-CE, a quelle del Lustgarten a Berlino, SIEG HEIL, pronte a seguire il padrone che grida più forte. A partire da quello che dice che i vaccini sono un’emanazione di satana.

barbara

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FRANZ THALER

Non credo siano in molti a conoscere questo nome, fuori dall’Alto Adige, ma almeno i miei lettori, almeno adesso che se n’è andato, lo dovranno conoscere, perché è stato un Grande, Franz Thaler, di quella grandezza che solo possono raggiungere le persone semplici dalla coscienza cristallina e dalla indomita determinazione a non piegarsi al Male. Franz Thaler, in nome della propria coscienza, ha avuto il coraggio di dire no a Hitler; ne ha pagato un prezzo molto alto, ma è riuscito a sopravvivere per raccontarlo. Quello che segue è l’articolo uscito in occasione della sua morte, il 29 ottobre, sull’«Alto Adige».

BOLZANO – Lutto in Alto Adige. È morto Franz Thaler, figura notissima in Alto Adige della lotta al nazismo. Aveva da poco compiuto 90 anni, si è spento serenamente nella casa di riposo di Sarentino. Decoratore e artigiano, giovanissimo era stato internato nel lager di Dachau per essersi rifiutato di optare per la Germania. Faceva parte dei cosiddetti “Dableiber”*, ovvero i sudtirolesi che si rifiutarono di giurare ad Hitler. Raccontò la sua esperienza nel libro “Dimenticare mai”, considerato un classico della “letteratura concentrazionaria”. Di recente il presidente della Repubblica Mattarella gli ha reso ufficialmente omaggio, sottolineando, come “Dimenticare mai riaffermi i valori di civiltà e umanità, che insegnano il ripudio dell’indifferenza e di ogni forma di estremismo”. A Thaler, Luis Sepulveda ha dedicato un capitolo di un suo libro, e di lui ha detto: “Conosciamo la violenza della dittatura, condividiamo il medesimo sogno di pace e di fratellanza”.
Lo scorso agosto aveva compiuto 90 anni. Ogni volta che veniva chiamato a raccontare la sua storia di resistente silenzioso e inflessibile, condannato minorenne a 10 anni di lager per aver rifiutato la chiamata alle armi nell’esercito di Hitler, abbassava i suoi occhi azzurri e sembra scusarsi di essere ancora lui il protagonista.
Franz Thaler è un esempio che andrebbe ricordato anche a Bolzano con la stessa ufficialità della nota quirinalizia. Ma non è stato così. Non che lo si dimentichi, quello no. Gli storici di “Politika” il giorno del suo compleanno lo hanno nominato cittadino dell’anno. Bolzano gli ha offerto la cittadinanza onoraria. A lui e a Mayr Nusser, l’altro sudtirolese che “disse no a Hitler”.
Thaler tornò vivo, Mayr Nusser no. Ma adesso sembra che se ne ricordino solo i Verdi e in generale i sudtirolesi critici. È molto importante che lo facciano. Che tengano accesa la fiaccola. Ma sarebbe altrettanto importante che non restassero soli. E invece spesso lo sono. È stato Florian Kronbichler a rendere pubblica per primo la lettera di Mattarella dedicata a Franz. È stato Poldi Steurer a ricordarlo nei suoi 90 anni. È il centro bolzanino per la pace a far rileggere ogni tanto il suo libro “Dimenticare mai”. E invece lo si dimentica ogni tanto. Eppure è un esempio e non solo perché “fece la cosa giusta al momento giusto e poi tornò a casa sua a fare ricami” come scrisse Sepulveda.
Thaler è l’esempio di come il quotidiano, la semplicità dei valori e l’autenticità dei sentimenti umani possano essere anch’essi il luogo dove si compiono scelte decisive tra il male e il bene. La sua resistenza silenziosa è alla radice di ogni valore umano. Come quella di Mayr Nusser dei valori cristiani. Thaler si colloca sul bivio allora (nel 1944) come ora, tra il Sudtirolo delle bandiere e delle ideologie, degli inflessibili confini mentali e fisici e quello del lavoro, della tolleranza e dell’accoglienza montanara, legato ad un cristianesimo profondo che privilegia il legame con la terra, il “suolo”, rispetto a quello col sangue. Ha scelto il secondo Sudtirolo, Franz Thaler.
(Alto Adige, 29 ottobre 2015)
Thaler
* Nel 1939 furono varate le cosiddette “opzioni”, un accordo tra Hitler e Mussolini che stabiliva che chi intendeva rimanere tedesco doveva lasciare la propria casa e altre eventuali proprietà e trasferirsi in Austria o Germania, e chi rimaneva doveva accettare di italianizzarsi. La questione però agli abitanti dell’Alto Adige fu posta in termini meno articolati, ossia: vuoi restare tedesco o italianizzarti? La maggior parte non ebbe del tutto chiare le implicazioni della prima scelta, e optarono per quella – ossia per la conservazione della propria identità, della propria lingua e della propria cultura – anche se poi solo una parte fu effettivamente trasferita, e là dove furono portati non trovarono affatto, come era stato promesso, case e fattorie analoghe a quelle che avevano lasciato, tant’è che alla fine della guerra molti di loro tornarono a casa. Solo una minoranza capì da subito che cosa avrebbe comportato quella scelta e che, soprattutto, ciò avrebbe significato giurare fedeltà a Hitler e combattere per lui nella guerra ormai iniziata, e rifiutò, affrontando il disprezzo e l’ostracismo dei “veri tedeschi” (va detto che fra coloro che restarono ci fu anche un discreto numero di persone molto meno idealiste, semplicemente opportunisti desiderosi di godere dei vantaggi che il fascismo garantiva ai collaborazionisti attivi).

barbara

IL RE È NUDO

E qualcuno, per fortuna, ha il coraggio di dirlo.

21/06/2013

Mazel Tov, Mister Peace!

Beh, Israele non è abituata a questo. Sto parlando dei festeggiamenti per il 90° compleanno di Shimon Peres, nostro Presidente!
Da non credere, personalità americane importanti, artisti di Hollywood, cantanti ebree americane del calibro di Barbra Streisand, gente straricca e famosa, che non si è mai sognata di metter piede in Israele quando qui si moriva ogni giorno di terrorismo, per farci sentire un po’ di solidarietà, e arriva adesso, bella bella e sorridente, per festeggiare Shimon Peres.
Anni fa avevo scritto qualcosa sull’argomento, molto delusa e piena di rabbia, perché, mentre i palestinesi ci ammazzavano e personalità americane e europee andavano dal terrorista Arafat a dirgli quanto lo amassero e quanto noi ebrei fossimo tanto perfidi da volerci persino difendere dai suoi kamikaze, nessuno, dico nessuno, veniva in Israele dove si saltava per aria ogni giorno.
Intorno a noi solo morte seguita da silenzi e accuse.
Tra i più noti amici di Arafat: Oliver Stone, Josè Saramago che non si vergognarono di urlare ai microfoni delle TV mondiali che Israele era uno stato nazista… perché, aggiungo io, per non essere nazisti avremmo dovuto lasciarci ammazzare senza reagire.
In quel periodo dunque, durato 5 anni, non 5 giorni, nessuna personalità del mondo ebraico americano ha pensato di venire a metterci una mano sulla spalla per dirci “non siete soli” ed è per questo motivo che non sono per niente emozionata che la Streisand, che ammiro molto  come cantante, si sia degnata di arrivare in Israele dopo 30 anni. Dicono che il suo concerto in onore di Peres, a Gerusalemme, sia stato meraviglioso e sono convinta che ascoltare “Avinu Malkeinu” cantato dal vivo dalla voce meravigliosa della cantante sia un’esperienza indimenticabile.
Benissimo! Brava Barbs!
Se fosse venuta a cantare questa preghiera nel 2001 o nel 2004 sarebbe stato ancor più commovente e significativo, come dire, ha perso un treno importante la Streisand ma ormai è inutile recriminare.
E che dire dei 500.000 dollari chiesti da Clinton per una conferenza di una sera?
Vergogna chiederli e vergogna pagarli!
Dicevo che Israele non è abituata ai culti di personalità e siamo tutti un po’ sorpresi che Shimon Peres  sia arrivato a tanto dopo aver detto, tempo fa, di aver imparato da sua moglie Sonja la grande lezione della modestia. Se tanto mi dà tanto… chissà cosa accadrà al suo centesimo compleanno.
Non si può dire che Peres sia molto amato in Israele dove viene chiamato The looser per non aver mai vinto un’elezione ed essere sempre arrivato secondo a qualcun altro. Qui ancora non gli perdoniamo  quell’immagine che fece il giro del mondo,
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provocando in Israele non pochi mal di stomaco da nausea, quando fu ripreso mentre saliva sul palco del Nobel tenendo affettuosamente per manina l’assassino di migliaia di ebrei, Yasser Arafat il terrorista.
Oggi Peres dice di non essersi pentito di aver voluto gli accordi di Oslo, peccato per lui visto che il seguito fu  un’ondata di terrorismo mai vista prima in Israele, ondata che precedette la seconda intifada durata fino alla morte dell’arciterrorista premio Nobel della vergogna.
Non solo Sonja avrebbe dovuto insegnare a Peres la modestia, potremmo citare Golda che riceveva i suoi colleghi della Knesset nella cucina di casa e preparava lei il caffè, potremmo citare Ben Gurion che festeggiò i suoi 80 anni nella sua casetta nel kibbuz di Sdè Boker, nel Neghev,  con due aranciate e qualche burekas.
Potremmo citare lo stesso Rabin rimasto soldato nonostante le manie di grandezza della moglie.
Altri tempi? Pare di sì e la prossima volta che mi recherò sulla tomba di Ben Gurion e Paula sua moglie glielo diro’: “altri tempi, caro David , oggi si usa così“.
Bisogna dire che non è tutta responsabilità di Peres, la verità à che dagli sfortunati accordi di Oslo, lui è riconosciuto dal resto del mondo come la “faccia buona” di Israele paragonata al resto di noi perfidi ebrei israeliani.
È il falso mondo pacifista che non riconosce a Israele il diritto di difendersi che ha fatto di Peres una specie di simbolo della pace, idealista e sorridente.
È l’ipocrisia del resto del mondo che si sbrodola con frasi del  tipo “fate un passo avanti nella pace, israeliani” oppure “fate un passo indietro e ritiratevi dai territori, israeliani”.
È l’odio del resto del mondo che coccola e difende i palestinesi e fa in modo che si sentano protetti e giustificati per quanto terrorismo facciano o per quanto rifiutino di sedersi intorno a un tavolo per parlare di qualcosa tipo la pacificazione, senza precondizioni.
Poco importa che Israele sia sempre sotto attacco terroristico da parte di Hamas, poco importa che Abu Mazen predichi che mai ricomincerà a parlare di “pace” con noi  finché non rinunceremo a Gerusalemme, finché non faremo entrare milioni di arabi in Israele, finché non ci ritireremo dietro le linee armistiziali (non sono confini!) del 1967.
Poco importa che il mondo ci boicotti e ci minacci.
Quello che importa, per soddisfare l’ipocrisia dei nostri tanti nemici, è dire che Peres sia l’anima “buona” di Israele, che questo sia costato migliaia di morti ebrei non interessa a nessuno.
Dobbiamo ammettere che grazie al nostro Presidente stiamo ospitando in Israele il Gotha  americano e europeo, roba mai vista prima: Bill Clinton, Barbra Streisand, Robert De Niro, Sharon Stone, Tony Blair, tutti insieme  qui a festeggiare e a intascare.
Beh, il mondo, per una volta, parla di Israele  senza cattiveria,  ci fa dimenticare, per un momento, quel cronista della RAI che, parlando dell’Under 21, disse che una della partite si stava svolgendo a Al Quds.
Gerusalemme? Boh, che è? Che Dio lo strafulmini… oops , mi perdoni, Mister Peace, signor Presidente,  sorridiamo, diventiamo un po’ idealisti  e diciamo che ci sarà la pace, che il Medio oriente diventerà una specie di paradiso dell’Eden, che i palestinesi sono buoni e tolleranti, che… che… che…
Del resto gli ebrei hanno sempre sperato, durante tutta la loro lunga storia, fino a titolare “La Speranza”, l’inno nazionale di casa loro, Israele!
Tanti auguri, fino a 120, e, a festeggiamenti conclusi, fra due mesi… chissà perché tanto anticipo se il suo compleanno è il 2 agosto… faccia un saltino su quella tomba che si trova a Sdè Boker, forse ricorderà qualcosa di importante per Israele, forse più importante di una falsa idea di pace: essere essenziale, semplice, diretta, coraggiosa e sionista.
Mazel Tov!

Deborah Fait

09/08/2013

Shimon Peres si dimetta!

Premetto che sono furibonda, sono offesa e umiliata e furiosa!
Mi sembra un incubo.
Vi chiederete perché e ve lo spiego subito .
Il Barcellona calcio, col genio fuoriclasse da 580 milioni di euro Messi, è venuto da queste parti per giocare una partita per la pace.
L’idea in origine era di disputare una partita con giocatori israeliani e palestinesi ma  la cosa fu scartata immediatamente per la durissima opposizione dei palestinesi.
Palestinesi? Sì , amici, quelli con cui dovremmo fare la pace, sapete.
Si sono opposti e allora, col grazioso  consenso di Israele, sempre pronto a dare una mano per avere una pacifica convivenza (purtroppo colle belve feroci dei nostri nemici non si può fare) gli organizzatori hanno optato per una partita  in Israele e una vicino a Betlemme, allo stadio Dura.
Benissimo direte! Certo benissimo, sono andati a giocare a Betlemme… peccato che sempre i palestinesi, i nostri cosiddetti partner per la pace, si siano rifiutati di far partecipare alla partita anche tifosi israeliani.
Un comportamento indegno ma degno di quello che sono i palestinesi tanto amati dagli europei!
E va bene, stiamo zitti, dobbiamo fare la pace, vi ricordate?
Hanno giocato senza nemmeno un israeliano sugli spalti e prima dell’inizio della partita hanno suonato, come d’uso in tutto il mondo, gli inni, quello palestinese e l’inno catalano.
Il giorno dopo  la squadra del Barcellona è venuta a giocare la “partita per la pace” a Tel Aviv, allo stadio Bloomfield dove Israele aveva fatto entrare 500 tifosi palestinesi dei territori.
Siamo o non siamo generosi e civili noi? Era o non era una partita per la pace?
Certo, era una partita per la pace, quella che vuole la sparizione di Israele e così è stato perché il presidente del Barcellona, di cui mi schifa persino scrivere il nome, ha preteso che non si cantasse l’inno nazionale di Israele, la Hatikva, ma soltanto l’inno catalano.
Il motivo?
Non me ne frega niente del motivo.
A Betlemme hanno suonato l’inno di una nazione inesistente, in Israele NON abbiamo potuto suonare l’inno nazionale dello STATO SOVRANO che ospitava la squadra spagnola.
Il presidente della squadra di cui sempre mi schifa scrivere il nome lo ha preteso dagli organizzatori che sarebbero quelli del Centro per la Pace di Shimon Peres e costoro hanno chinato la testa obbedienti e hanno detto “va bene, padrone”.
Il tutto è stato fatto con il consenso, anzi con l’entusiastico consenso del Presidente dello Stato di Israele. Tale Shimon Peres, nobel per la pace.
Credo che non si sia mai verificato un simile scandalo in tutto il mondo.
Una Nazione, uno stato sovrano che, attraverso il suo presidente, accetta di non suonare l’inno nazionale è una vergogna, uno scandalo che non può passare senza che la gente insorga.
Quindicimila spettatori si sono recati allo stadio per vedere la partita e sognare alla performance del “580milionidieuro”. Quindicimila spettatori che sognavano di cantare tutti insieme la Hatikva, come sempre accade quando gioca Israele.
Niente, sono stati tutti umiliati e gabbati dal premio nobel per la pace presidente della nazione Shimon Peres.
L’unica nota di orgoglio l’hanno data il Ministero della cultura e quello delle finanze che hanno detto al Centro per la pace di Shimon Peres “Adesso pagatevi voi il milione di shekel per le spese”.
Certo, Israele non c’entra, chissà perché dovrebbe pagare questa vergogna dopo essere stato cancellato dal suo stesso presidente.
Pace? Quale pace?
Pace con chi?
Con i  sedicenti palestinesi che praticano l’apartheid e vogliono judenrein persino uno stadio di calcio?
Pace perché?
Per non poter nemmeno avere l’orgoglio di suonare l’inno nazionale prima di una partita di calcio?
Pace per essere cancellati come nazione?
Pace per consegnare il nostro paese a chi ci vuole distruggere, con la complicità di colui che, anziché proteggerci, ci umilia  e ci delegittima di fronte ai nostri nemici e a tutto il mondo!
Per questo motivo io chiedo le dimissioni di Shimon Peres che ha coperto Israele di vergogna!

Deborah Fait


Qualcuno, una decina d’anni fa, ha detto: “È più facile che Arafat diventi ebreo ortodosso piuttosto che Shimon Peres rinunci a una poltrona”. O a un onore, aggiungo io, o a qualunque cosa, per quanto effimera, possa dargli lustro. Viene da pensare, osservando la storia di quest’uomo, a quanto ebbe una volta occasione di dire Mussolini a proposito di De Bono: “È un vecchio rincoglionito. Non perché è vecchio, ma perché rincoglionito lo è sempre stato, e adesso in più è anche vecchio”. Signor Peres, dia retta alla nostra Deborah: si dimetta.

barbara

MI STUPISCO DEL LORO STUPORE

Mi riferisco all’uscita di Berlusconi. E alla presa di posizione più o meno unanime contro le sue vergognose affermazioni. Ma, io mi chiedo, davvero qualcuno riesce ancora a sorprendersi  di quello che esce dalla bocca di quest’uomo? (Sì vabbè, uomo, insomma…) Stiamo parlando – limitandoci al tema in questione e tralasciando la sconfinata mole di ciò che ha detto e fatto in innumerevoli altri campi – dell’individuo che ha devotamente baciato le mani a uno dei peggiori nemici di Israele, che ha reso il proprio Paese completamente judenrein.

Stiamo parlando dell’individuo che si diletta a intrattenere il proprio pubblico raccontando immonde barzellette antisemite. Stiamo parlando dell’individuo che dopo essere stato in Israele ha fatto visita ad Abu Mazen rispondendo alle sue domande come solo un colossale coglione può fare. Stiamo parlando dell’individuo che all’Europarlamento si è esibito in quella squallida, ignobile sceneggiata del kapò.

E ci vogliamo meravigliare se adesso se ne esce a riabilitare Mussolini? Ma per piacere!

barbara

UNA COSA DA NIENTE

Ve ne avevo già parlato qui. Oggi ve ne riparlo per informarvi che ora è disponibile anche come e-book su Amazon, al prezzo di euro 3,99, per tutti coloro che hanno un po’ meno soldi a disposizione ma non vogliono rinunciare alla buona lettura.

barbara

Marche da bollo

Ogni tanto capita che mi avanza un po’ di Tizio della Sera, e allora lo metto da parte. Lo incarto accuratamente, che resti ben bene al riparo dall’umidità e dagli sbalzi di temperatura, ogni tanto vado a controllare che sia sempre in buono stato, ché rovinare i Tizi della Sera è un crimine contro l’umanità, e poi torno a riporlo con cura. Fino a quando non viene il momento giusto per servirlo, fresco come il primo giorno. Come questo pezzo di un paio di mesi fa.

Un’altra giornata è conclusa. Dato che la notizia di cui il Tizio della Sera è appena venuto a conoscenza riguarda l’imminente asta editoriale per i diari di Mengele, e la notizia è stata incamerata mentre il Tizio stava per affrontare l’amata pasta alla checca, notoriamente un primo piatto romano a base di mozzarella, pomodoro a crudo e basilico, ma essendo la mozzarella in questione un fior di latte molisano, quello che segue è il resoconto di un microtrauma domestico  all’ora di cena, essendo che i ricordi di un’immensa carriera criminale sono un immenso business e i ricordi di una persona qualunque oblio da quattro soldi.  E quando il nostro sente al giornale radio –  la sera il Tizio sente le notizie perché se le vede poi non dorme – dell’asta editoriale inizia a tossire sia per il fatto di Mengele che per il peperoncino calabrese che lui metterebbe anche sulle meringhe (una volta lo ha fatto con grande soddisfazione). Dopo aver bevuto un sorso di birra fresca e aver calmato la tosse, il Tizio prende a domandarsi in base a quale criterio verrà battuto all’asta il prezzo iniziale dei diari. Nessuno conosce l’opera, riflette il Tizio: e se poi non facesse venire gli incubi come tutti sperano? La domanda su quale criterio fonderà il valore economico dei diari potrebbe avere risposta andando in Rete, guardando sull’enciclopedia, chiedendo a quel suo amico che fa lo storico – ma purtroppo ricomincia a tossire. Mengele gli fa questo effetto. E dire che non è così con altri cognomi come Mariottelli, Gonfiantini, o La Carota del terzo piano. Con Mengele è diverso, non c’è la stessa confidenza che con Rodolfo Gonfiantini che gli presta sempre le uova. C’è da dire che purtroppo il Tizio non è consapevole di niente che lo riguardi, come l’esistenza della gigantesca paura che sta accovacciata dentro di lui e si vede dal suo sorriso storto. E anche se tutti dicono che quello psicopatico di Menghele è affogato trentatré anni fa nell’Atlantico a pochi metri dalla riva brasiliana, il Tizio non è sicuro che quello sia morto: potrebbe essere sopravvissuto ingoiando una medusa gigante e rimanendo a galla per decenni con tutta la dose tossica intatta. Ma il Tizio continua a non capire quale possa mai essere il criterio che definisce il valore economico dei diari di Josef Mengele. E’ vero che si tratta di un materiale storico, ma qualcosa gli suggerisce che il parametro sia quanto la psicanalisi chiama perversione e dunque il mercato prodotto, cioè vendere cosa pensasse quello mentre faceva l’impossibile sui corpi di uno stellare numero di esseri umani vivi. Mentre se oggi un tedesco che di cognome faccia Goethe, proponesse il suo diario agli editori di Mengele, verrebbe filtrato al telefono da una solerte redattrice. 

–  Pronto. Sono Porno 180. Lei si chiama?
–  Goethe.
–  Come?
–  Goethe.
– Gatto? Era meglio Topo.
– Goethe!
– Mamma mia, perché non si fa chiamare Melanio?
– No no, mi chiamo Goethe.
– Ghetto? Peggio mi sento.
– No. Goethe.
– Ciccio, fammi lo spelling.
– Goethe: gi come Giotto, poi o tonda come il famosa tondo di Giotto…
– Senti, deciditi: o Ghetto o Gotta!   
– Veramente mi chiamo Goethe.
– Ohhh, e ci voleva tanto? Lince.
– No: Goethe.
– Vabbè: Ceffo. Casomai al momento di stampare vediamo in questura. E allora, di che parla l’opera?
– Il titolo sarebbe “Le affinità elettive”…
– Eh?!…Ma ti sembra un titolo “Le affinità elettive”?  Rogo è un titolo, Mutande è un titolo, Testa di rana è un titolo, Il mio flipper è nato a Malaga, è un titolo. “Le affinità elettive” è una risciacquatura di nocciole. Di che parla questa sleppa?
– Ecco, sarebbe la storia di due coppie che…
– …Due coppie …finalmente roba. Chi sono?
– Edoardo, Carlotta, Ottilia e il Capitano.
– Perfetto. Hanno un telefono, l’email, o le trovo su Facebook?
– No, si svolge tutto in un’epoca in cui il telef…
– Va beh, niente telefono. Target?
–  Come sarebbe target?
– Sì, l’opera a che tipo di maniaco si rivolge?
– Che?
– Feticisti, coreani che si legano al letto con le manette a molla…capito?
– No. Mi spieghi.
– Ascolta nonno, questa Carlotta, il Capitano che fanno nel libro?…Odorano le pantofole, si pettinano con le tibie di un santo, si spalmano la panna cotta sulla nuca?
– No, proprio per niente. 
– Ossignore, ma che è un libro di scuola?
– No, è un rom…
– Zingari???…No zingari e sionisti no, piuttosto 500 pagine su Lampedusa.
– Senta io ho scritto un romanzo, e lo capirebbe se mi facesse finire.
– Romanzo?…Un romanzo?!!…Che palle…Sentiamo un po’…muore qualcuno durante la prima copula, incendiano la casa…il garage…la baracca, il cassonetto, la panchina…
– No.
– Prende fuoco il pigiama?
– No.
– Impiccano la sorella?
– No.
– Il cugino del Capitano crepa?
– No.
– Sbucciano la madre in un pentolone d’acqua calda?
– No.
– Ghetto, ma lei dove vive!
– Abito a Weimar.
– Wei che?
– Weimar, Germania.
– Cosa, lei è tedesco?
– Sì.
– Eccezionale. Poteva dirlo prima! Non è che ha scritto un diario?
– Non esattamente.
– Comunque, se è tedesco, spero almeno che la sua sia roba nazi. 
– Nazi?
– Crudeltà gratuita, strapotere, eccidi come se piovesse, superiorità e molto sentimento acefalo.
– No. E’ un romanzo e in un certo senso è un’opera spirituale.
– Senti, noi collo spirito ci stropicciamo le mele.
– La frutta?
– No, il retro.
– Davvero?
– Sì. La saluto.
– Aspetti, se vi interessasse questa mia opera, potremmo incontrarci… ho i primi cinque capitoli… li ho appena scritti…
– Senti questa è una casa editrice, non il patataio. 
– Come sarebbe?
– Se vogliamo pubblicare scrittori geniali, prima di lei c’è lo zio di Avetrana.
 
Mussolini, ha detto a Montecitorio la Alessandra che lavora lì senza una ragione vera e propria dato che non si occupa della manutenzione dei sedili, è stato condannato senza un regolare processo. Mentre le leggi razziali, la soppressione dei sindacati, le deportazioni, le fucilazioni, l’assassinio di Matteotti, il confino ai dissidenti, la campagna di Russia e la guerra in Etiopia hanno utilizzato la regolare marca da bollo.  
Ci si potrebbe fare un best seller. 

Il Tizio della Sera

Praticamente come i missili di hamas: tutti con la marca da bollo anche loro, al contrario delle solite sproporzionate, sanguinarie, spietate e soprattutto illegittime risposte di Israele.

barbara