QUALCUNO SI PONE DELLE DOMANDE

Che è una cosa che non fa mai male.

PERCHÉ I SOLDATI UCRAINI SI FANNO MASSACRARE DA ZELENSKY CHE A SUA VOLTA PRENDE ORDINI DA WASHINGTON E LONDRA?

Chi mi legge abitualmente s’informa tramite i media indipendenti nel web e quindi presumo sia al corrente dell’offensiva che Zelensky ha lanciato a fine agosto contro l’oblast di Cherson nel sud dell’Ucraina.
Ha voluto essere di parola, anche se ha scelto l’ultimo giorno dopo numerosi rinvii, aveva ripetutamente promesso da mesi una controffensiva entro agosto che avrebbe spazzato via i russi dai territori conquistati, almeno quelle erano le intenzioni.
Tutti gli analisti militari e geopolitici seri e indipendenti lo deridevano, pensando a un bluff, invece anche i comici e buffoni, seppur criminali, corrotti e incapaci, possono essere di parola, soprattutto quando la vita la fanno rischiare ad altri.
Appena sono riusciti a raccogliere il maggior numero possibile di mezzi corazzati (soprattutto polacchi) e concentrare circa 40mila soldati nell’area, Zelensky nonostante la netta contrarietà dello Stato Maggiore Militare che poneva scarsa o nulla fiducia nella riuscita del piano, ha ordinato l’offensiva, commettendo il classico errore dello stratega da salotto, addestrato a giocare a Risiko (forse manco a quello).
Anziché concentrare tutte le forze in un solo punto per avere maggior impatto e possibilità di sfondamento, li ha divisi in cinque aree e quindi cinque direzioni di attacco diverse, disperdendo le forze che già non sarebbero state sufficienti per un solo attacco in un unico punto, considerando la potenza di fuoco dell’artiglieria e aviazione russa. Così ha disperso la forza d’attacco su un fronte di poco meno di 200 km. Considerando che di solito ad attaccare sono il 50% delle forze, l’altra metà rimane di riserva nelle retrovie per compensare le perdite o rinforzare i punti deboli, se dividete per cinque 20mila soldati su 200 km, vi renderete conto che l’impatto non poteva che essere lieve per i russi, i quali applicano la stessa tattica da mesi, a ogni offensiva ucraina.
Arretrano e li lasciano avanzare e poi man mano che si trovano sempre più allo scoperto in un territorio pianeggiante, senza riuscire ad arrivare a centri abitati (l’unico modo che hanno per trovare riparo e trincerarsi), i russi iniziano a bombardarli senza tregua arrecando loro gravissime perdite.

Cliccare l’immagine per ingrandire (c’è anche il video, ma non è scaricabile)

E’ la tecnica militare del “tritacarne”, una tattica di logoramento lenta e inesorabile che riduce gradatamente il numero dei soldati e dei mezzi degli ucraini fino a che saranno costretti alla resa o a far intervenire le forze di altri paesi della NATO, che in questo caso non potrebbero invocare l’articolo 5 del Trattato Atlantico, perché non sono loro a essere attaccati ma ad attaccare.
Com’è possibile che Zelensky ripeta sempre gli stessi errori? E soprattutto come mai gli ucraini si prestano a farsi massacrare, anziché fuggire, per non essere arruolati oppure finire in prigione per essersi rifiutati di indossare la divisa? Cercherò di rispondere a entrambe le domande essenziali per capire l’esito e lo sviluppo di questo conflitto.
Zelensky non ha alcuna capacità strategica, gli unici ordini che sa impartire sono quelli di attaccare e resistere senza cedere un metro, combattere fino all’ultimo uomo. Vi ricorda qualcuno? Un certo Hitler, quando ormai era impazzito e drogato fino al midollo (altra analogia con Zelensky) e psichicamente alterato perché l’esito della guerra non corrispondeva alle sue attese e tutti i suoi comandanti lo deludevano e li sostituiva in continuazione.
Zelensky prende decisioni a scopo politico, per influenzare i suoi sponsor angloamericani e UE, che ultimamente lo stanno sostenendo sempre meno.
Ha assolutamente bisogno di una vittoria, seppur minima, per continuare a mungere i suoi finanziatori, ben sapendo che una cospicua parte di questi finanziamenti non finisce al fronte ma nelle tasche dei numerosi oligarchi e comandanti corrotti, a tutti i livelli, che vendono le armi ricevute facendo finta siano andate distrutte dai bombardamenti russi.
E questo in parte spiega anche la seconda domanda, come vedremo meglio in seguito.
Inoltre una cospicua parte di questi lauti finanziamenti sono utilizzati per pagare tutto l’apparato militare, con stipendi che per i canoni ucraini sono piuttosto elevati.
Zelensky compie scelte ciniche e spietate esclusivamente per motivi economici, personali e del suo entourage di sostenitori interni, neonazisti e nazionalisti in primis. Della vita dei suoi soldati non gliene frega nulla, per cui non esita a mandarli a morte certa.
Ora veniamo al perché i soldati si prestano a farsi massacrare.
L’Ucraina è da parecchio tempo in miseria, in particolare dall’inizio del conflitto che dura ormai da sei mesi, il paese vive prevalentemente di un’economia di guerra, gli unici soldi che arrivano e circolano sono quelli che alimentano la guerra. E per convincere la gente a combattere, occorre prima averli ridotti nella miseria, privi di scelte di lavoro, ai limiti della sopravvivenza, dopo di ché gli fornisci degli incentivi convincenti perché si arruolino, oltre all’obbligo, che però funziona poco, perché molti si sottraggono emigrando e nascondendosi o rifugiandosi all’Estero, Russia compresa (ne ospita circa due milioni).
Quelli rimasti in patria che scelta hanno per sopravvivere economicamente se non arruolandosi?
Per comprendere perché sono disposti a rischiare la vita, facciamo un paragone con la situazione italiana, così vi sarà più chiaro.
Un Carabiniere appena assunto in Italia percepisce uno stipendio netto di circa 1200 euro mensili, un maresciallo maggiore anziano poco meno di 2000 euro mensili e un capitano poco più di 2000, gli scatti di grado non sono particolarmente rilevanti in termini salariali, poche centinaia di euro l’anno.
Nell’esercito ucraino in seguito allo stato di guerra gli stipendi sono tutta un’altra cosa, proporzionalmente al potere di acquisto che si ha nel loro paese. Utilizzando l’esempio italiano sarebbe come se un soldato ucraino prendesse in Italia 2800 euro al mese, un maresciallo maggiore anziano circa 10mila, e un capitano 15mila. A queste somme erogate diciamo legittimamente dalle istituzioni governative, aggiungiamo la corruzione diffusa capillarmente, cioè le rendite che provengono dai saccheggi, dalle estorsioni ai civili, dalla vendita di armi, ecc., e ci rendiamo meglio conto di quanto possano accumulare i combattenti, soprattutto sottufficiali e ufficiali, che riescono a sopravvivere (magari ricorrendo a cinismo, furberie e sotterfugi), facendo perlopiù rischiare la vita ai loro sottoposti.
In due o tre mesi di guerra, se sopravvivono, possono accumulare una piccola fortuna che gli consentirà di vivere agiatamente per tutto il resto della loro vita (inflazione permettendo).
Quindi la motivazione primaria è l’avidità e la mancanza di alternative. Ecco perché gli ucraini combattono una guerra per procura, è l’unico lavoro di cui dispongono, l’Occidente li foraggia per questo scopo, combattere e morire al posto degli occidentali.
Ma c’è un problema che si sta facendo sempre più grave, diventa sempre più difficile sopravvivere alla guerra.
Prendiamo l’esempio degli ultimi due giorni, tra fine agosto e inizio settembre.
Zelensky ha appunto ordinato l’attacco in cinque aree diverse, e inoltre ha ordinato l’incursione notturna alla centrale nucleare di Zaporižžja, da parte delle forze speciali ucraine, per cercare di riprenderla prima che arrivasse la delegazione dell’AIEA dell’ONU che doveva ispezionare la centrale, probabilmente per poi utilizzare la delegazione come scudo umano contro i russi, come fanno abitualmente gli ucraini, che di crimini di guerra ne hanno commessi a iosa.
L’incursione è finita malissimo, nonostante pensassero che il piano fosse ottimo, utilizzando imbarcazioni silenziose con motori elettrici e poi delle chiatte che trasportavano il grosso delle forze e dei mezzi da sbarco.
Tutte le imbarcazioni e le chiatte sono state distrutte e affondate dalle forze aeree russe, la maggioranza degli incursori sono morti o fatti prigionieri. Si stima fossero circa 500, il minimo necessario per compiere un’operazione di questa portata, considerando che la centrale nucleare di Zaporižžja è la più grande d’Europa, estendendosi su una superficie gigantesca.
Anche le forze attaccanti nel resto del fronte non hanno subito una sorte migliore. Si stima che le perdite in vite umane subìte dall’esercito ucraino siano di oltre mille al giorno. Molto probabilmente fra qualche giorno saranno costretti a ritirarsi, lasciando sul campo quasi tutti i mezzi corazzati impiegati.
A Zelensky non rimarrà altro da giocare che la carta della commiserazione: “Avete visto con quale coraggio combattono gli ucraini?” “Come si sacrificano per il bene dell’Occidente?” “Meritano di essere sostenuti di più, dovete aumentare le risorse e i finanziamenti!”
Una carta cinica e ignobile ma l’unica che gli rimane, possibilmente prima che i comandi militari si stanchino di lui e lo facciano fuori con un colpo di stato. Magari con il beneplacito degli anglosassoni. Altrimenti non rimarrà che far combattere anche i polacchi e i baltici, i più fanatici russofobi che ci siano in Europa. I polacchi e i baltici saranno fanatici ma non sono stupidi, sono consapevoli che se non ci sono riusciti gli ucraini a sconfiggere i russi, che dopo otto anni di addestramento e armati fino ai denti erano diventati l’esercito più potente d’Europa, come potrebbero riuscirci loro che sono anche inferiori di numero (militarmente) rispetto agli ucraini? Perché mai dovrebbero seguirne la sorte? Solo per fanatismo? No. Per farlo prima dovrebbero essere ridotti alla fame anche loro, e sono sulla buona strada per riuscirci, dopo le ultime demenziali mosse politiche ed economiche che hanno compiuto contro la Russia e contro la Cina, le cui ritorsioni si stanno facendo sentire pesantemente.
I porti baltici ad esempio non lavorano più. Tra non molto anche loro potranno sopravvivere solo tramite l’economia di guerra. Una tale situazione diverrà insostenibile da mantenere per l’Occidente, diventerà peggiore di un “buco nero” per le finanze già travagliate dei paesi occidentali.
Ormai i paesi occidentali hanno oltrepassato il precipizio e come riferisce l’aneddoto “ se guardi a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di te …”. E probabilmente stiamo già precipitando nell’abisso, dobbiamo solo toccare il fondo.
CLAUDIO MARTINOTTI DORIA, 11/09/22, qui.

In realtà non è da sei mesi, come detto nell’articolo, che la Russia usa quella tattica, bensì da 320 anni, avendo cominciato esattamente nel 1700 con Carlo XII di Svezia, per proseguire poi con Napoleone e in seguito con Hitler, ma la storia, evidentemente, è maestra di vita solo per chi ha la voglia di studiarla e l’intelligenza di capirla. Mancano soprattutto, la voglia e l’intelligenza, a chi ora sta esultando per i grandi successi della controffensiva ucraina che “sta riconquistando i territori invasi dalla Russia” e magari arriva addirittura a citare “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.” Fenomenale poi Lorenzo Cremonesi – che non a caso è stato per anni uno dei peggiori disinformatori e demonizzatori di Israele – che scrive impavido: “Gli esperti del Pentagono cominciarono a parlare delle difficoltà russe attorno a Kiev già a fine febbraio”. Poi è passato marzo poi è passato aprile poi è passato maggio poi è passato giugno poi è passato luglio poi è passato agosto poi è passato quasi metà settembre…
E quanto la fatidica
reconquista ucraina sia una buffonesca messinscena – la miliardesima messinscena da parte del buffone di corte -, c’è chi per fortuna ha provveduto a documentarlo: il nostro Vittorio Rangeloni

e Graham Phillips, quello a cui ha dichiarato guerra la primiera (carte denari e settebello) Liz Truss a causa delle sue documentazioni sulla guerra in Donbass

Entrambi i video sono di oggi

Nel frattempo in giro per l’Europa

GERMANIA – Centinaia di cittadini tedeschi sono scesi in strada per protestare contro la fornitura di armi all’Ucraina. A Kassel, hanno bloccato l’ingresso della fabbrica di armi Rheinmetall AG. La polizia ha usato manganelli e gas lacrimogeni contro i manifestanti. L’autunno non e’ ancora iniziato ma le proteste contro i governi che stanno conducendo l’Europa al suicidio si fanno gia’ sentire. Dalla Moldavia alla Repubblica Ceca, dalla Germania alla Francia, dall’Inghilterra all’Italia, l’onda del malcontento e della protesta cresce e potrebbe travolgere una classe politica inetta e asservita. Anche se chiamarla “classe politica” e’ improprio, trattandosi in realta’ di imbonitori e propagandisti manovrati da un’elite sovranazionale. @LauraRuHK

https://t.me/contrinform/605

Mentre nella democraticissima Ucraina, per la cui democrazia ci stiamo svenando e per giunta annientando il futuro dei nostri figli e nipoti

Una cosa è certa: ci faremo tutti molto molto male, ma qualcuno se ne farà di più. Molto di più. Quando il  Terzo Reich è ignominiosamente crollato, parecchi di quelli che con fede religiosa avevano creduto nella sua incrollabilità e nella sua possibilità di vincere, si sono suicidati: non mi dispiacerebbe se un po’ dei nazisti di casa nostra ne seguissero l’esempio (è noto che le situazioni eccezionali tirano fuori da qualcuno il meglio e da qualcuno il peggio: io per oggi ho deciso di lasciar sgorgare il peggio: è una questione di salutare equilibrio psicofisico).

POST SCRIPTUM molto OT, ma lo devo mettere: in almeno una cosa gli inglesi sono di sicuro infinitamente superiori a noi: non applaudono i cadaveri

barbara

HAI DETTO 24 FEBBRAIO?

Ti sbagli, c’è un errore. O meglio: c’è un gigantesco imbroglio.

UCRAINA – Ecco (dai rapporti OSCE) cosa è successo al 16 febbraio 2022 (una settimana prima dell’invasione russa)

Fonte: Missione speciale di monitoraggio dell’OSCE in Ucraina

Riporto di seguito dalla pubblicazione di geopolitica Kanekoa, un interessante articolo corredato dalla documentazione OSCE in Donbass, che testimonia come “l’Ucraina ha iniziato a bombardare il popolo di lingua russa del Donbas il 16 febbraio 2022, mentre Joe Biden è andato in televisione e ha detto al popolo americano che la Russia stava per invadere l’Ucraina”.

A mio avviso, è impossibile non ravvisare in tutto questo se non una deliberata intenzione di innalzare il livello di confronto e far precipitare una situazione già deteriorata.
Ma ecco l’articolo in questiono tradotto in italiano, nelle sue parti più significative:
La missione di osservatore dell’OSCE fornisce mappe nei rapporti giornalieri che documentano l’ubicazione delle violazioni del cessate il fuoco e delle esplosioni lungo la linea di contatto tra l’esercito ucraino e le repubbliche del Donbas.
Queste mappe mostrano chiaramente che l’Ucraina ha iniziato attacchi di artiglieria contro le repubbliche del Donbas il 16 febbraio 2022.
In altre parole, l’Ucraina ha iniziato a bombardare le repubbliche indipendenti di Donetsk e Luhansk nove giorni prima che la Russia annunciasse la sua “operazione militare speciale” in Ucraina.
Mentre i media corporativi occidentali sono rimasti completamente in silenzio, le esplosioni documentate dall’OSCE sono aumentate da 76 il 15 febbraio, a 316 il 16 febbraio, a 654 il 17 febbraio ea 1.413 il 18 febbraio.
Se si osservano attentamente le mappe quotidiane di queste esplosioni [cliccare sull’immagine per ingrandire], è chiaro che la stragrande maggioranza delle esplosioni si è verificata sul lato separatista russo della linea del cessate il fuoco.

14 febbraio : 174 violazioni del cessate il fuoco, 41 esplosioni
15 febbraio : 153 violazioni del cessate il fuoco, 76 esplosioni
16 febbraio : 509 violazioni del cessate il fuoco, 316 esplosioni
17 febbraio : 870 violazioni del cessate il fuoco, 654 esplosioni
18 febbraio : 1.566 violazioni del cessate il fuoco, 1.413 esplosioni
19-20 febbraio : 3.231 violazioni del cessate il fuoco, 2.026 esplosioni
21 febbraio : 1.927 violazioni del cessate il fuoco, 1.481 esplosioni
21 febbraio : la Russia riconosce l’indipendenza di Donetsk e Luhansk
22 febbraio : 1.710 violazioni del cessate il fuoco, 1.420 esplosioni
24 febbraio: la Russia lancia “operazione militare speciale” [o invasione che dir si voglia].

Jacques Baud, un ex analista dell’intelligence della NATO, ha scritto sui rapporti dell’OSCE: “Il 17 febbraio, il presidente Joe Biden  ha annunciato  che la Russia avrebbe attaccato l’Ucraina nei prossimi giorni. Come ha fatto a saperlo? È un mistero. Ma dal 16, i bombardamenti di artiglieria contro la popolazione del Donbas sono aumentati drammaticamente, come mostrano i rapporti quotidiani degli osservatori dell’OSCE”.
Mentre i media occidentali hanno trascorso l’ultimo anno a riferire sull’accumulo di truppe russe al confine ucraino, non hanno informato il pubblico sul fatto che l’Ucraina ha accumulato “metà del suo esercito o 125.000 soldati ” lungo la zona di conflitto del Donbas durante lo stesso periodo di tempo.
L’Ucraina ha iniziato a riposizionare le sue forze lungo il Donbas già il 24 marzo 2021, quando Volodymyr Zelensky  ha emesso un decreto  per la  riconquista della Crimea e ha iniziato a dispiegare le sue forze nel sud del paese.
È improbabile che Zelensky faccia un decreto così aggressivo senza prima aver ricevuto l’approvazione degli Stati Uniti e della NATO.
Nell’aprile 2021, il governo ucraino ha annunciato pubblicamente che avrebbe cercato armi nucleari se non avesse ottenuto l’adesione alla NATO.
Ciò significava inoltre che l’Ucraina intendeva attraversare la linea di Vladimir Putin nella sabbia unendosi alla NATO o piazzando armi nucleari alle porte della Russia.
Nello stesso mese, il ministro della Difesa russo Sergey Shoygu ha accusato gli Stati Uniti e la NATO di spostare truppe ai confini della Russia.
“In Polonia e negli stati baltici, le forze statunitensi vengono rafforzate … l’intensità della ricognizione aerea è stata raddoppiata rispetto allo scorso anno e l’intensità della ricognizione navale è aumentata di una volta e mezza”, ha affermato.
Il ministro ha accusato gli Usa ei suoi alleati di svolgere attività militari attive “con un chiaro orientamento anti-russo”.
“Nella primavera di quest’anno, le forze armate congiunte della NATO hanno iniziato la più grande esercitazione degli ultimi 30 anni, Defender Europe 2021”, ha affermato.
Mentre entrambe le parti accusano l’altra parte di essere l’aggressore, le mappe dell’OSCE mostrano chiaramente che la parte ucraina, sostenuta dagli Stati Uniti e dalle forze della NATO, ha iniziato a bombardare la parte russa il 16 febbraio 2022.
Questo bombardamento è corroborato dal videogiornalismo sul campo di un giornalista indipendente di nome Patrick Lancaster (vedi qui: https://youtu.be/icgYDrUfpmQ ) che ha intervistato i civili nella zona di guerra dell’Ucraina orientale negli ultimi otto anni. (…)
L’Ucraina ha iniziato a bombardare il popolo di lingua russa del Donbas il 16 febbraio 2022, mentre Joe Biden è andato in televisione e ha detto al popolo americano che la Russia stava per invadere l’Ucraina.

(Tutto l’articolo è reperibile per intero qui: https://kanekoa.substack.com/p/osce-reports-reveal-ukraine-started )

Altri video:

https://youtu.be/cFl2IDsHsYk
https://youtu.be/aSimLXmcmWw

Patrizio Ricci, qui, con mappe e grafici.

E, come infinite volte documentato in questo blog, continuano, continuano, continuano…

“Proteggete la vita dei bambini del Donbass”: giornalista tedesca esorta gli europei a protestare contro l’invio di armi all’Ucraina
La giornalista freelance tedesca Alina Lipp, che vive nella città di Donetsk da oltre un anno e mezzo, ha esortato gli europei a opporsi all’invio di armi all’Ucraina da parte dell’Occidente, con le quali i civili del Donbass vengono uccisi “ogni giorno”.
“Perché l’Occidente invia armi qui? Perché finanzia queste uccisioni di civili?”, ha chiesto Lipp. “Popoli d’Europa! Per favore, esprimetevi contro l’invio di queste armi. Proteggete le vite dei bambini nel Donbass”, ha esortato.
Lipp, che sta affrontando un’indagine penale nel suo Paese per il suo “sostegno” alla “guerra aggressiva illegale” di Mosca contro Kiev, ha anche denunciato che i bombardamenti ucraini colpiscono i civili. “Qui siamo sotto tiro ogni giorno. I civili vengono uccisi ogni giorno”, ha detto. “E i bombardamenti non sono affatto diretti verso obiettivi militari”. 

L’appello della giornalista tedesca dal Donbass arriva proprio nella giornata in cui il presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, ha nuovamente ripetuto la colossale bugia che le armi inviate al regime di Kiev servono all’Ucraina per difendersi dall’aggressione russa. 
Le armi inviate a Kiev provocano ulteriori morti, spargimento di sangue, distruzioni, vittime civili. L’Ucraina continua a bombardare, come da otto anni a questa parte, le popolazioni civili residenti nel Donbass. 
La Redazione de l’AntiDiplomatico, 20 Luglio 2022 12:32, qui.

Poi ci sono i coglioni di casa nostra in grande festa perché “l’Ucraina è in grande riscossa ed è riuscita a fermare i russi”: ecco, no, non è esattamente questo che sta succedendo. E lo sapreste anche voi se non foste così coglioni da castrarvi tutto ciò che viene dalla Russia, dalle informazioni alle dichiarazioni perché siete troppo vigliacchi per avere il coraggio di guardare in faccia la realtà.

La guerra per procura ha trasformato l’Ucraina in uno Stato fantoccio

Le forze della Nato sono ben presenti in Ucraina e stanno supportando attivamente, anche se nel segreto, l’esercito di Kiev. Così un articolo del New York Times, che dettaglia come nel territorio ucraino vi siano “soldati delle forze speciali e personale dell’intelligence” anche se lavorano “non in uniforme e molti di essi operano sotto varie coperture, tra le quali affiliazioni, a volte vaghe, con ambasciate straniere e ONG”.
Questa la sintesi dell’articolo del NYT commentato da Philip Giraldi in una nota per il Ron Paul Institute (titolo: “La guerra segreta di Biden in Ucraina“), nella quale si legga: “Sempre secondo il Times, anche se gli Usa e altri Stati della Nato non ammettono la presenza dei loro soldati paramilitari in ruoli operativi in ​​Ucraina, la Russia e altri servizi di intelligence nel mondo ne sono consapevoli”.
Insomma, il segreto di Pulcinella, che Giraldi commenta con le parole del tenente colonnello in pensione Karen Kwiatkowski, ex analista del Dipartimento della Difesa Usa: il dispiegamento di agenti e soldati non in uniforme, che possono essere disconosciuti in qualsiasi momento, “indica che siamo nelle fasi iniziali di una lunga guerra sostenuta dagli Stati Uniti, inoltre [tale presenza straniera, ndr] è utile per manipolare la politica a lungo termine del paese bersaglio”, cioè a fare dell’Ucraina uno Stato fantoccio.
“Questo è il futuro che gli ‘strateghi’ neoconservatori di Washington e i loro alleati britannici ed europei immaginano per l’Ucraina. Piuttosto che lavorare per una conclusione negoziata, con un nuovo ruolo per l’Ucraina come paese neutrale e produttivo, indipendente dalle influenze politiche, russe e statunitensi, il governo degli Stati Uniti e la CIA [e la Gran Bretagna, ndrvedono l’Ucraina come una satrapia tanto sacrificabile quanto utile per la loro sfida contro la Federazione Russa“.
“L’ex analista della CIA Larry Johnson – continua Giraldi – parla di tale attività in termini duri, aggiungendo che la CIA non ha vinto una guerra semi-clandestina contro forze ribelli in quarant’anni. Inoltre, osserva che l’Ucraina è diventato il terminale di una guerra per procura [cioè non è più uno Stato indipendente, particolare sul quale c’è molto da riflettere… ndr]. L’Occidente sta cercando di distruggere la Russia… è così semplice. E un conto è se la Russia fosse il regime più malvagio, oppressivo e autoritario del mondo. Ciò non è nemmeno vicino alla realtà, anche se l’Occidente continua a cercare di descrivere la Russia in questo modo. Il fatto è che l’Occidente vuole le risorse della Russia e intende controllarla”. Ma non accadrà, conclude l’analista CIA.

Questa la conclusione dell’articolo di Giraldi, che poi si interpella sul perché il NYT abbia pubblicato un articolo tanto sorprendente e perché l’abbia fatto in questo momento: “Finora i media mainstream hanno avuto il ruolo di cheerleader del sostegno aggressivo degli Stati Uniti all’Ucraina e a Zelensky, ma adesso iniziano a fare un passo indietro, così come è avvenuto anche per il Washington Post e altri mezzi di comunicazione. Forse si stanno convincendo che il gioco di Washington e dai suoi alleati europei difficilmente avrà successo senza che le loro economie paghino un caro prezzo”.
Larry Johnson la mette così: “Penso che lo scopo di questo articolo […] sia solo quello di gettare le basi per spiegare perché non possiamo né dobbiamo inviare personale militare statunitense o agenti della CIA in Ucraina; perché […] sta diventando troppo rischioso a causa del successo della Russia sul campo di battaglia”. Si potrebbe anche aggiungere che è anche molto pericoloso. Un passo falso o una false flag intenzionale di una delle parti potrebbe facilmente trasformare il conflitto in guerra nucleare”.
Concludiamo con due osservazioni ironiche, ché l’ironia aiuta a stemperare la tragedia della guerra. La prima riguarda un articolo del Wall Street Journal che lamenta come gli ucraini abbiano scoperto che maneggiare le armi Nato è più complicato di quanto immaginavano e il loro utilizzo presenta tante criticità, a iniziare dalla mancanza di pezzi di ricambio e di munizioni.
Insomma, sono davvero tanti i problemi logistici, che i più interessati al tema possono leggere nell’articolo citato, il cui titolo appare più che significativo:  “L’Ucraina affronta diverse difficoltà nel portare le armi occidentali in prima linea“.
L’altra osservazione riguarda le dichiarazioni rese ieri da Zelensky, il quale, nonostante la perdita di territori e le tante difficoltà, ha rilanciato con forza la magia delle armi Nato. Tali armamenti, ha detto, stanno iniziando a fare la “differenza” sul campo di battaglia, aggiungendo soddisfatto: “Siamo riusciti a stabilizzare la situazione” (Ansa).
Ripresa con enfasi da tutti i media d’Occidente, la versione di Zelensky serve a rilanciare la propaganda e, ovviamente, ad allontanare la diplomazia, non necessaria dal momento che è arrivato il momento della riscossa.
Peccato che solo pochi giorni fa, dopo aver annunciato il successo della campagna russa nella regione di Lugansk, ormai sotto il controllo russo, Putin abbia dichiarato una pausa delle operazioni per i militari impegnati in tale regione, per ripristinare la macchina bellica e concedere loro un po’ di riposo (BBC). Essendo le forze russe concentrate in tale regione, è ovvio che ciò determina un forte rallentamento della campagna anche altrove.
Insomma, Zelensky si è rivenduto questa pausa come un successo del suo esercito e delle magiche armi Nato.
La propaganda è parte essenziale della guerra, e ci sta che il presidente ucraino ne usi e abusi. Ma se la propaganda prende il posto della realtà e diventa la base sulla quale prendere decisioni cruciali, come aprire un negoziato o meno, il disastro è assicurato. Purtroppo, è il caso ucraino.

E c’è chi si scandalizza e inorridisce per le dichiarazioni di Putin che “non ci fermeremo al Donbass”. Ma veramente vi sempre così strano? Veramente vi sembra così scandaloso? Se l’obiettivo del comico e dei suoi pupari fosse quello di riprendersi il Donbass sarebbe perfettamente ovvio che quello della Russia fosse di tenerlo, come era all’inizio, ma essendo l’obiettivo dichiarato della controparte quello di sconfiggere e disintegrare la Russia, mi pare perfettamente logico che la Russia provveda a ricalibrare il tiro: solo dei ritardati in malafede possono non vederne la logica. E, soprattutto, i responsabili.
E a questo punto direi che ci sta più che bene un bell’inno sulla Piazza Rossa (Krasnaja Plosciad: quella che mi sono distratta e sono scesa dalla metropolitana una fermata prima e mi sono persa, che avventura ragazzi!)

barbara

MA COME POTETE STARE DALLA PARTE DELLA RUSSIA?!

A voi, proprio non è ancora suonato un campanello d’allarme? Due domandine non ve le volete porre?

Ucraina: Tass, notte di attacchi forze Kiev su Donetsk

‘Solo ieri una cinquantina di violazioni della tregua a Lugansk’

(ANSA) – ROMA, 20 FEB – Le truppe ucraine hanno continuano a bombardare per tutta la notte il territorio della Repubblica popolare di Donetsk (DPR) inclusa la città principale dell’autoproclamata repubblica: lo afferma, riferisce la Tass, la missione della DPR presso il Centro congiunto per il controllo e il coordinamento (JCCC).
Gli attacchi sono iniziati alle 2.16 ora di Mosca (0,16 in Italia) e hanno preso di mira l’insediamento di Staromikhailovka, alla periferia occidentale di Donetsk, ed è stato il sesto bombardamento nell’area dalla mezzanotte russa.
Colpiti anche gli insediamenti di Zaytsevo Yuzhnoye e Spartak, bersagli di colpi di mortaio.
Dopo le 3 ora di Mosca, secondo la missione, ci sarebbero stati altri sei bombardamenti, e altri due attacchi avrebbero colpito Dokuchayevsk e Yelenkovka alle 4.25 e alle 4.37 ora locale.
Ieri l’altra repubblica separatista, quella di Lugansk, avrebbe subito una cinquantina di attacchi da parte delle truppe di Kiev in violazione del cessate il fuoco, secondo la missione locale presso il Centro congiunto per il controllo e il coordinamento (JCCC). Gli attacchi hanno preso di mira – riferisce la Tass – 27 aree residenziali. (ANSA, qui).

RUSSIA UKRAINE DONETSK EVACUATION

20 febbraio: non stavano rispondendo ad attacchi russi, non stavano reagendo all’«invasione» russa: stavano bombardando i civili del Donbass, come stavano facendo da otto anni, con attacchi che, come da più parti testimoniato e documentato, negli ultimi giorni si erano ulteriormente e fortemente intensificati in preparazione dell’attacco finale. Quello che Putin, con il suo provvidenziale (anche se in ritardo di otto anni) intervento ha sventato. Qui un’altra documentazione:

E veniamo a oggi.

Il massacro di Kherson

Ieri le forze armate ucraine hanno lanciato un attacco missilistico sul deposito di nitrato di potassio (fertilizzante) di Novaya Kakhovka, nel distretto di Kherson.
A causa del carattere altamente infiammabile del prodotto, l’esplosione è stata catastrofica.
Gli edifici circostanti sono stati rasi al suolo nel raggio di trecento metri e danneggiati nel raggio di due chilometri (edifici residenziali, tra cui un ospedale). Il numero dei morti (tutti civili) è imprecisato, visto che si è appena iniziato a scavare sotto le macerie.
Siccome non guardo più i telegiornali non ho idea di quale eco riceverà un fatto del genere, se ne avrà.
Ad occhio e croce è il più grave attacco esplicitamente diretto su un’area civile nel corso della guerra ad oggi (e ce ne sono stati già molti).
Beninteso, il fatto che formalmente la Russia miri sempre ad obiettivi militari non significa affatto che i “danni collaterali” in forma di vite civili siano meno morte per questo, o che i loro cari le piangano di meno.
La Russia ha rinunciato oramai a cercare di vincere la battaglia sul piano del soft power mediatico in occidente, in quanto si dà per scontato che le notizie non arriveranno o arriveranno manipolate. SI ritiene che questa come altre notizie relative a bombardamenti ucraini mirati alle popolazioni civili (i bombardamenti su Donetsk sono quasi quotidiani) o non passerà o passerà in modo distorto.
Tuttavia, come si vede frequentando qualcuno dei canali russi ancora accessibili, queste notizie circolano eccome in Russia e nell’Ucraina russa, e il livello di odio allo stato puro, di desiderio di vendetta, che viene così suscitato rimane completamente al di fuori dai radar occidentali.
E questo doppio registro intorno alle informazioni che arrivano alle rispettive popolazioni, come sempre accade in guerra, è il segreto di tutte le escalation, perché ciascuna parte si percepisce come vittimizzata.
Bugie e distorsioni (le nostre come quelle altrui) non sono crimini senza vittime, sono ciò che arma le mani che poi uccideranno.
Andrea Zhok, qui

Qualche ulteriore dettaglio trovato in rete:

Danni ricevuti: ospedale, mercatino e edifici residenziali. Le finestre sono volate via nel raggio di due chilometri.
Questo è stato dichiarato a Izvestia dal capo di Novaya Kakhovka, Vladimir Leontiev. Secondo lui, i magazzini con fertilizzanti minerali sono stati sparati usando MLRS HIMARS americana.

Qui il momento dell’esplosione

A proposito di esplosioni, vi ricordate quella spaventosa e catastrofica del porto di Beirut due anni fa (4 agosto 2020, per la precisione)? Ecco…

Di queste mastodontiche e pacchiane (palestinian-style) appropriazione di disastri altrui ne ho documentate a dozzine fin dal primo giorno di guerra, ma questa credo le superi tutte. Aspettiamoci prima o poi di veder pubblicate quelle famose immagini delle gigantesche fosse comuni di Bergen Belsen quando sono arrivati gli inglesi spacciate come opera dei russi: dalla spudoratezza di quella gente possiamo davvero aspettarci qualunque cosa. Sempre restando a questi giorni, ci sono queste documentazioni e queste testimonianze dei quotidiani e sistematici bombardamenti di civili ucraini russofoni da parte dell’esercito ucraino:

Ma i nodi delle gigantesche balle della NATO generosamente diffuse dai mass media di mezzo mondo, stanno ormai venendo al pettine.

Ucraina: la propaganda della Nato è alla corda

Gli obiettivi dichiarati dalla Russia nella sua invasione dell’Ucraina rimangono il cambio di regime a Kiev e la fine della sovranità ucraina in qualsiasi forma essa sopravviva all’attacco russo, nonostante le battute d’arresto dei militari russi e la retorica che allude a una riduzione degli obiettivi della guerra dopo tali sconfitte”. Questo sarebbe il significato delle dichiarazioni rese ieri dal segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev, secondo l’Institute for the Study of War, il think tank dal quale i media mainstream Usa, e a ricasco quelli europei, dipendono per le loro notizie e analisi di guerra.
La nota dell’ISW, fedele al suo obiettivo guerrafondaio, conclude così la sua analisi: “La dichiarazione di Patrushev aumenta notevolmente l’onere per coloro che suggeriscono che sia possibile un cessate il fuoco tramite compromesso o addirittura una pace basata su limitati guadagni territoriali russi, anche se fosse accettabile per l’Ucraina o desiderabile per l’Occidente (e non è questo il caso)”. Così, quindi, il think tank guidato dai noti guerrafondai neocon sotto la guida di Kimberly e Frederick Kagan, Bill Kristol e i loro compagni di merende.
In realtà, alla notizia della conquista di Severodonetsk, Putin ha dichiarato esplicitamente che l’obiettivo della campagna russa è il Donbass (AdnKronos), facendo seguire a tali parole il ritiro da Snake Island, la porta di Odessa, confermando con i fatti le parole.
Ma alla follia neocon non c’è limite, né si riscontra un limite, se non in via eccezionale, nella dipendenza dei media mainstream dalle loro direttive (a proposito di autoritarismi e democrazie).
Si può riscontrare tale dipendenza da un particolare: per mesi i media hanno accusato la Russia di bloccare il grano ucraino nei porti del Mar Nero (con riferimento specifico a quello di Odessa) e, in tal modo, di essere responsabili del dilagare della fame nel mondo.
Dopo il ritiro da Snake Island, cioè la liberazione del porto di Odessa, questo tema è stato semplicemente rimosso dalla narrazione, nulla importando che, nonostante lo sblocco della situazione, nessuna nave ucraina sia partita col suo carico di grano dal porto in questione per sfamare il mondo; né si hanno notizie di uno sminamento da parte degli ucraini delle acque antistanti, che loro stessi hanno disseminato di tali ordigni… Tant’è.
Intanto, la Russia annuncia che ha distrutto due batterie di lanciamissili HIMARS nella regione di Lugansk… La Nato aveva assicurato, tramite politici e media, che tali sistemi d’arma avrebbero ribaltato le sorti del conflitto (vedi ad esempio AdnKrons: “Lanciarazzi Himars in Ucraina: perché possono cambiare la guerra”).
E su tale assunto hanno fondato la necessità di continuare questa guerra che, se invece è persa, sarebbe inutile, anzi controproducente, proseguire (inutile strage, inutili le sofferenze globali causate delle sanzioni, sprecati i soldi dati alle industrie delle armi).
Ad oggi pare siano stati inviati in Ucraina una decina di HIMARS, otto americani e due britannici (almeno stando agli annunci, troppo spesso caotici). Ma alcuni di essi potrebbero non essere ancora arrivati o, se giunti, non ancora pervenuti al fronte, da cui la possibilità che siano distrutti prima ancora di essere usati in battaglia, come capita ad altri armamenti Nato,
D’altronde era ovvio immaginare che, se anche fossero stati risparmiati dal fuoco preventivo, una volta che fossero giunti destinazione e avessero iniziato a sparare venissero subito individuati, diventando così il target più rilevante per i missili russi.
Invano abbiamo cercato la notizia della distruzione di tali armamenti su fonti d’Occidente, essendo stata rilanciata solo dall’ignoto bulgarianmilitary.com.
Tale oblio può essere spiegato facilmente: non si tratta solo di un rovescio sul piano militare, ma del crollo dell’intera narrativa sulle magnifiche sorti e progressive di questa guerra per procura, che gli HIMARS hanno rilanciato.
Se vera la notizia (e tale sembra), c’è da inventarsi un’altra narrativa sulla vittoria ucraina, ma dopo mesi passati a contrabbandare quella legata all’invio dei magici lanciarazzi, è davvero arduo.
Così trattare col nemico resta l’unica via per evitare un’inutile ulteriore distruzione dell’Ucraina e che la frustrazione di neocon e compagni spinga la Nato a interventi più diretti e incisivi, cioè all’escalation. Non si tratta di essere pacifisti a oltranza, ma semplicemente realisti, come nel caso di Henry Kissinger*. (Qui)

*Tenendo però presente, come già ricordato, che Kissinger, come ha precisato il giorno successivo a quell’intervento, intende che il completo ritiro della Russia sia condizione preliminare al negoziato.

E vedo con piacere che sempre più gente sta aprendo gli occhi, sempre più gente ha smesso e sta smettendo di bersi come acqua fresca l’infame propaganda di regime. Certo, lo zoccolo duro, simile a coloro che fino alla fine e anche oltre la fine hanno continuato a credere alla bontà di Stalin e del regime sovietico, o a quella di Hitler e degli ideali nazisti, continueranno fino alla fine e oltre la fine a credere nel loro Messia, e quando saranno costretti a sbattere il naso contro il muro, ne daranno la colpa al muro, non al naso, però ad avere male sarà il naso, non il muro. A proposito,. probabilmente avrete visto in molti quell’oscena e orrida vignetta con Hitler e Stalin in veste di padre e madre che si chinano teneramente su Putin in veste di figlia (sì, con abiti e lineamenti da bambina: come dire che fa talmente schifo che deve per forza essere una femmina), per indicare che ha ereditato difetti e crimini di entrambi. E tutti sappiamo che agli oppositori di Putin capita a volte di sparire. Ecco…

Il governo ucraino ha organizzato l’eliminazione dei ‘collaborazionisti’

Ma Il metodo dell’eliminazione fisica degli oppositori non è iniziato con l’invasione russa.

Varie fonti rivelano – alcune con corredo fotografico – che in Ucraina sono in corso omicidi extragiudiziali ordinati dal governo centrale verso ucraini che nelle città occupate dalla Russia stanno collaborando alla gestione della vita pubblica, ma anche blogger e addirittura poeti che auspicano la pace, sono detenuti.

Nella città di Veliky Burluk, nella regione di Kharkiv, una squadra di killer ucraini hanno ucciso il capo dell’amministrazione militare-civile Yevgeny Yunakov con un’autobomba (https://t.me/rybar/35321).
Serhiy Bratchuk, portavoce dell’amministrazione militare regionale di Odessa, ha rivelato l’attentato. Successivamente, l’attentato è stato confermato dal deputato della Verkhovna Rada dell’European Solidarity Oleksiy Goncharenko.
Il vice capo della direzione principale del ministero degli Affari interni nella regione di Zaporozhye, Alexei Selivanov, ha affermato che è stato fatto un tentativo per eliminare il capo del distretto di Melitopol della regione di Zaporozhye, ma egli è uscito indenne dall’attentato.
In precedenza, il consigliere del ministro degli affari interni dell’Ucraina Anton Gerashchenko e altri alti funzionari delle autorità di Kiev hanno affermato che in Ucraina opera un servizio speciale, che si occupa degli omicidi di persone discutibili.
Gerashchenko, in una conversazione con la giornalista Natalia Vlashchenko, ha affermato che in Ucraina è stato creato un “Mossad ucraino”, un servizio speciale che opera nei territori occupati dalle forze armate della Federazione Russa e uccide militari e “traditori” russi senza processo o indagine: “Chi è morto nei territori occupati è opera delle nostre agenzie di intelligence . Gerashchenko ha anche minacciato altri leader, dicendo che “il sindaco di Balakliya è un traditore, il sindaco di Kupyansk è un traditore… Non potranno più vivere”.
Ricordo che l’esercito russo hanno appena arrestato i membri delle forze operative speciali dell’Ucraina Vitaliy Rostetsky e Oleksiy Bandera, che hanno ricevuto l’ordine di uccidere il capo dell’amministrazione statale regionale di Kherson Volodymyr Saldo e il suo vice Kirill Stremousov.“Per questo è stata acquistata un’auto usata, che avrebbe dovuto essere estratta e consegnata su ordinazione al momento giusto e nel posto giusto “, hanno detto i terroristi detenuti.
Ecco una cronaca degli atti terroristici del regime di Kiev nei territori liberati dalle Forze armate di RF:
01.03.2022 – Nella Regione di Lugansk controllata da Kiev, il sindaco di paese ucciso perché ha invitato a collaborare con la Russia. Anton Gerashchenko , consigliere del ministro degli Interni d’Ucraina, ha annunciato via social la morte di Vladimir Struk, sindaco di Kremennaya, paesino nella regione di Lugansk sotto il controllo ucraino. «In Ucraina c’è un traditore in meno. Nel 2014 ha sostenuto la “LNR” – scrive Gerashenko. (https://t.me/vn_rangeloni)
– Il 2 marzo 2022 è stato ucciso il sindaco della città di Kremennaya Vladimir Struk, che sosteneva la pace e il dialogo, è stato preso e giustiziato in modo dimostrativo, e prima sottoposto a tortura (https://t.me/radioradionotizie/431220 );
–  5 marzo – Denis Kireev un parlamentare e giornalista ucraino è stato ucciso da agenti della SBU, il servizio di sicurezza ucraino, durante un tentativo di arresto. Stava partecipando ai negoziati, ma era accusato di cercare un accordo con i russi.
– Il 20 marzo è stato ucciso a Kherson un assistente dell’ex sindaco Pavel Slobodchikov;
– Il 24 marzo sono state rapite le figlie del sindaco di Kupyansk, Gennady Matsegora, nonché un deputato del consiglio comunale di Kupyansk;
– Il 20 aprile, il blogger Valery Kuleshov è stato ucciso a Kherson (https://t.me/radioradionotizie/473426);
– Il 29 aprile, nella città di Novoaidar, è stato trovato il corpo con molte ferite di un personaggio pubblico locale Pavel Sharogradsky;
– Il 19 maggio sono ricomparsi a Kherson volantini che minacciavano di uccidere Kirill Stremousov, vice capo della nuova amministrazione della regione di Kherson, e la sua famiglia, compresi i bambini;
– Il 22 maggio è stato fatto un attentato alla vita del sindaco di Energodar Andrey Shevchik. A seguito dell’esplosione, lo stesso Shevchik e due delle sue guardie sono rimasti feriti;
– Il 30 maggio si è verificata una potente esplosione nel centro della città di Melitopol. Tre civili sono rimasti feriti;
– Il 3 giugno, un ufficiale della Milizia popolare della Repubblica popolare di Donetsk, Volodymyr Demchenko, ha riferito che rappresentanti delle forze di sicurezza ucraine avevano rapito sua figlia e suo genero a Kharkiv;
– Il 7 giugno c’è stata un’esplosione in un bar nel centro di Kherson. Inizialmente, alcuni rappresentanti delle autorità di Kiev hanno riferito che i soldati russi erano stati uccisi, ma si è scoperto che una cameriera era rimasta ferita;
– Il 12 giugno, nella città di Melitopol, un ordigno esplosivo è stato depositato in un bidone della spazzatura vicino ai locali della polizia locale. Nessuno degli agenti di polizia è rimasto ferito nell’esplosione. I civili di Melitopol furono gravemente feriti: una ragazza e un uomo;
– Il 18 giugno si è verificata un’esplosione nel parcheggio dell’auto del capo del dipartimento di Kherson del servizio penitenziario Yevgeny Sobolev. Sobolev è in ospedale con ferite;
– Il 21 giugno 2022 l’auto del capo della nuova amministrazione del villaggio di Chernobaevka, Yury Turulev, è stata fatta saltare in aria. Lo stesso Turulev è leggermente ferito (https://www.facebook.com/thedailybeast/posts/10160548003079203);
– Il 22 giugno, un’auto è stata fatta saltare in aria a Kherson da un membro della Verkhovna Rada dell’Ucraina Oleksiy Kovalyov, membro del partito al governo del Servo del popolo in Ucraina, che collabora con le autorità russe;
– Il 24 giugno, a Kherson, a seguito di un atto terroristico, è stato ucciso il capo del dipartimento della famiglia, della gioventù e dello sport dell’amministrazione locale Dmitry Savluchenko (https://t.me/sputnik/7276);
– Il 26 giugno, l’auto di Irina Makhneva, capo del dipartimento di istruzione e cultura dell’amministrazione locale, è stata fatta saltare in aria nella città di Kakhovka. La stessa Makhneva non è stata ferita (https://t.me/lamiarussia/11493).
Molti di coloro che invocavano la pace sono scomparsi senza lasciare traccia. Ad esempio il poeta 70enne Jan Taksyur, che ha scritto molte poesie contro la guerra, è stato sequestrato dai servizi di sicurezza, derubato e ora si trova nel centro di detenzione preventiva Lukyanovsky a Kiev (https://t.me/radioradionotizie/431220).
Gli autori del canale Telegram Resident affermano che Zelensky “ha organizzato più di 50 atti di terrorismo, il cui scopo è intimidire l’élite locale e minare l’influenza delle autorità russe”.
Il metodo dell’eliminazione fisica degli oppositori non è iniziato con l’invasione russa. Ad esempio nel 2015 fu ucciso il capo negoziatore delle Repubbliche indipendentiste per gli accordi di Minsk.
“La nostra fonte nell’OP ha affermato che il GUR ha organizzato più di 50 atti di terrore, il cui scopo è intimidire l’élite locale e minare l’influenza delle autorità russe nella regione. Per l’Ufficio del Presidente, l’organizzazione della guerriglia è il lavoro principale in quest’area”, dice il messaggio.
… tutto bene, vero?
Patrizio Ricci, VPNews, qui.

Sì, lo so, Putin ne ha fatti sparire da 5 a 6 volte di più: ma in 22 anni, non in quattro mesi!

E ora una piccola sorpresa: ho scoperto il segreto delle ballerine russe che scivolano sul pavimento! L’ho scoperto grazie a un video in cui i vestiti non arrivano fino a terra e si vedono i piedi: scivolano perché camminano in punta di piedi! Ci pensate? Balletti di cinque minuti, dieci minuti o anche più, sempre con tutto il peso del corpo su una base di non più di quattro-cinque centimetri! E voi vorreste far perdere la guerra a questa gente qui?! Pazzi siete.

barbara


ORA CHE IL GIOCO SI FA SEMPRE PIÙ DURO

l’unica speranza di sopravvivenza della specie umana sul pianeta Terra è che Putin cominci a giocare duro sul serio, e sbaragli in una botta sola Ucraina, NATO e UE: dopodiché vivremo sicuramente in un mondo migliore.

Il sostegno incondizionato all’Ucraina semina dubbi

La Nato mostra i muscoli e al vertice di Madrid ridisegna la sua strategia volta al confronto con la Russia, mentre gli Stati Uniti inviano più forze in Europa. L’Ucraina “sarà sostenuta per tutto il tempo necessario“, è lo slogan che rimbalza sui giornali, che se, da una parte, appare una nuova dichiarazione di supporto senza limiti, dall’altra interpella.

Necessario a cosa? A raggiungere gli obiettivi della Nato, ovviamente, cioè degli Stati Uniti che ne sono i dominus, obiettivi che potrebbero essere diversi da quelli di Kiev, anche in maniera drammatica, come si sta vedendo sui campo di battaglia, dove gli ucraini sono mandati al macello – mille soldati spazzati via dal campo di battaglia al giorno – per erodere le forze della Russia.
Tale impegno “necessario” è stato deciso dai governi d’Occidente, meglio: dall’apparato militar-industriale americano e dai suoi attaché nell’amministrazione e nel Congresso Usa, contro le necessità dei popoli che essi governano e delle moltitudini del mondo, costrette a sopportare le sempre più gravi conseguenze economiche del conflitto e delle sanzioni annesse.
Così Jordan Schachtel in un articolo di The Dossier rilanciato dal Ron Paul Institute: “Le prospettive della guerra in Ucraina, finanziata dagli Stati Uniti e dalla UE, sono del tutto insostenibili, e il sostegno dato a una fazione di questa guerra tra popoli slavi sta bruciando denaro a una velocità tale da far sembrare l’avventura in Afghanistan una cosa di bassa lega”.
“L’amministrazione guidata da Volodymr Zelensky – prosegue Schachtel  – ha chiesto adesso oltre 5 miliardi di dollari al mese solo per coprire i costi del suo governo, nel quale lavorano molti burocrati, e gli stipendi dei dipendenti del governo. Si tratta di oltre 60 miliardi di dollari all’anno solo per finanziare i costi operativi del governo di Kiev, che è stato classificato negli anni passati come il più corrotto di tutta Europa” (lo scriveva anche Thomas Friedman sul New York Times del 6 maggio scorso: “L’Ucraina era, ed è ancora, un paese affondato nella corruzione”).
“Quest’ultima richiesta si aggiunge ai 100 miliardi di dollari  […] già stanziati per sostenere il suo esercito al collasso”. Tutto ciò, continua Schachtel , va considerato nell’ottica fotografata da una stupenda osservazione di Ron Paul, “gli aiuti esteri si concretizzano nel prendere soldi dai poveri del nostro paese per darli ai ricchi dei paesi poveri” (vale non solo per l’America).
“L’Ucraina sta diventando l’Afghanistan 2.0 e il suo governo dovrà affrontare la stessa sorte del governo appoggiato dagli Stati Uniti a Kabul se continuerà su questa strada costellata di spese irrecuperabili. Tutti i soldi e le forniture di armi non sembra che possano  compensare gli squilibri di un esercito scarsamente addestrato e di un paese mal governato che, ogni giorno che passa, vede approssimarsi la prospettiva di una resa incondizionata invero umiliante”.
Forse tale conclusione è troppo tranchant, ma iniziano a essere tanti a reputare che il conflitto non riservi prospettive rosee per l’Ucraina, vittima sacrificale di questa guerra per procura della Nato contro la Russia.
Tra questi, David Ignatius, che ha dato questo titolo a un articolo pubblicato sul Washington Post di oggi: “La NATO è unita sull’Ucraina. Bene, ma tante cose potrebbero ancora andare storte”.
Nella nota riprende temi consueti, cioè come il mondo stia subendo la stretta delle conseguenze economiche della guerra e come tale situazione potrebbe incrinare l’unità della Nato (peraltro garantita dalla coercizione di Washington e non da una sincera adesione a tale linea, che per l’Europa è semplicemente suicida… a proposito dello slogan in voga sulla lotta tra Paesi liberi contro Paesi autoritari).
E spiega come la Nato difetti in strategia, tanto che tutto questo sforzo potrebbe non avere un esito positivo. Infatti, “gli alleati dell’Ucraina potrebbero concludere di aver sperperato i loro attuali vantaggi e finire per perdere questo conflitto”.
Nella nota, in ogni caso consegnata alla necessità di fare di questo conflitto una guerra infinita, dettaglia problemi logistici e strategici da risolvere per evitare la disfatta. Ma non è detto che possano essere risolti.
Ancora più importante quanto scrive sulla recente crisi di Kaliningrad: “Un modo per perdere le guerre è quello di prodursi in provocazioni poco sagge. La recente decisione della Lituania di bloccare il transito verso la vicina enclave russa di Kaliningrad aveva lo scopo di far rispettare le sanzioni dell’UE, ma era ragionevole? Diversi funzionari europei e statunitensi mi hanno confidato dubbi al riguardo, dal momento che la mossa potrebbe provocare un contrattacco russo e poi un’invocazione della Lituania del patto di mutua difesa proprio dell’articolo 5 della NATO” (sul punto vedi anche American Conservative: “La Lituania Vuole Iniziare Una Guerra Con La Russia?”).
Più che probabile, se non certo, che la Lituania ha agito su suggerimento altrui, ché da sola non poteva neanche immaginare una simile boutade.
Ma al di là dello specifico, resta che il blocco di Kaliningrad non è la prima né sarà l’ultima provocazione “poco saggia” di questa guerra, che offre agli ambiti consegnati alla follia delle guerre infinite – che stanno gestendo quasi tutto il potere d’Occidente – grandi spazi di manovra, a tutti i livelli e a tutto campo. Anche per questo urge chiudere questa pazzia intraprendendo quanto prima la via del negoziato, come chiesto più volte da Kissinger. (Qui)

Tenendo però presente che Kissinger, come ha precisato il giorno successivo a quell’intervento, intende che il completo ritiro della Russia sia condizione preliminare al negoziato.
Quanto al merito della questione, è chiaro che non ci sono alternative alla resa incondizionata dell’Ucraina. E, conseguentemente di NATO e UE, che dopo la disfatta e la totale sconfessione dei loro infami progetti, dovrebbero ragionevolmente scomparire.
A proposito di Lituania e Kaliningrad, propongo un altro pezzo lucido e interessante.

Lituania e Zelensky decidono tutto? Anche no

Nel frenetico scambio di lettere tra la Commissione Europea e il Governo della Lituania, l’ultima proposta pare sia questa: la Ue farebbe un’eccezione alle sanzioni e permetterebbe alla Russia di continuare a rifornire l’exclave di Kaliningrad attraverso i 90 chilometri di territorio lituano tra la Bielorussia e, appunto, Kaliningrad, a patto che la Russia non aumenti il volume delle merci attualmente trasportate verso l’exclave. L’idea è di evitare, in questo modo, che il porto di Kaliningrad diventi lo strumento del Cremlino per importare ed esportare e alleviare il peso della guerra economica decretata da Usa e Ue. Il timore è invece che la Russia a un certo punto si stufi e, d’accordo con la Bielorussia, occupi il cosiddetto “corridoio di Suwalki”, interrompendo il confine di terra dei Paesi Baltici con il resto d’Europa e mettendo la Nato, nell’ipotesi più estrema, nella condizione di scegliere (per dirla brutalmente) se affrontare una guerra mondiale per difendere la Lituania (6 milioni di abitanti).
Al di là delle soluzioni ipotizzate di quelle che verranno eventualmente adottate per risolvere questa crisi, una cosa è chiara: piaccia o no ai saputelli dei neo-atlantismo estremo, è chiaro che l’iniziativa della Lituania di bloccare il 50% delle merci dirette verso Kaliningrad NON era stata concordata con i vertici Ue. Josep Borrell, alto rappresentante Ue per la politica estera e di difesa dell’Unione, la “coprì” subito, com’era politicamente giusto fare dal punto di vista della Ue (soprattutto di questa Ue sempre più succursale della Nato). Ma le trattative e le lettere tra Ue e Lituania (per non parlare dei borbottii della Germania, che ha registrato il suo primo deficit commerciale trimestrale degli ultimi trent’anni) dimostrano che a Bruxelles non hanno gradito, e sono preoccupati.
La domanda quindi è: la Lituania ha deciso da sola? Se così fosse, dovremmo davvero cominciare a tremare: vorrebbe dire che una minuscola porzione umana e politica dell’Unione Europea si sente in diritto di intervenire a piedi uniti (e per me in maniera sconsiderata) in una crisi che già minaccia di far saltare in aria l’Europa. Se non è così, invece, cioè se la Lituania ha agito in base a qualche “suggerimento” (per esempio degli Usa, che sono in crisi per ragioni interne, non certo perché quanto avviene in Europa li preoccupi più di tanto, o del Regno Unito, che accarezza l’idea di minare la Ue e sostituirla con altre alleanze), peggio ancora: vuol dire che nella Ue ci sono Paesi che rispondono a politiche e influenze che non sono quelle di Bruxelles. Per la verità lo sapevamo già, ma quando si gioca alla terza guerra mondiale le cose cambiano un po’.
Tutto questo sta dentro una retorica di finta umanità ma di vera dismissione delle responsabilità che nella Ue impera, anche a proposito dell’invasione russa e della guerra in Ucraina. Ogni giorno ci sentiamo dire che l’Ucraina è Europa e che questa guerra maledetta si svolge in Europa. Giusto. Ma allora perché per otto anni (dal Maidan al Donbass, dal 2014 al 2022) l’Europa non ha saputo far nulla per disinnescare un problema che col tempo poteva solo incancrenire? Perché Francia e Germania, allora spina dorsale della Ue e garanti degli Accordi di Minsk, hanno concluso così poco? Davvero ci raccontiamo che in tutto questo c’entrano solo la cattiva volontà e la perfidia di Vladimir Putin?
Ma non basta. Da mesi, di nuovo con cadenza quotidiana, sentiamo dire che devono essere gli ucraini a decidere se e quando dire basta, che dev’essere il presidente Zelensky a stabilire la condizioni della pace. Vien da chiedersi se i vari leader politici parlino sul serio. Ci diciamo che la guerra in Ucraina sta provocando una crisi mondiale, che rischia di mandare in tilt i Paesi sviluppati e ridurre alla fame quelli in via di sviluppo, parliamo spessissimo di allargamento possibile del conflitto e di bombe atomiche, e davvero pensiamo di affidare le sorti del pianeta a Zelensky e i suoi? L’Ucraina è vittima, d’accordo, ma stiamo pur sempre parlando di un Presidente che, nel caso qualcuno l’avesse dimenticato, prima della guerra aveva in patria un indice di gradimento del 20%? Se noi europei non siamo capaci di prendere in mano il nostro destino, almeno cerchiamo di smetterla con una retorica che sta diventando uno dei più insidiosi fattori di rischio di questo dramma epocale.
Fulvio Scaglione, 4 luglio 2022, qui.

Leggo che gli stati baltici sono convinti che se l’Ucraina dovesse cadere, il prossimo obiettivo saranno loro, dato che hanno anch’essi minoranze russofone; a questo rispondo con una domanda: anche loro stanno da anni opprimendo massacrando bombardando affamando e assetando le minoranze russofone? Se la risposta è sì, hanno sicuramente ragione di temere un’invasione russa, e Putin avrà dieci volte ragione a farla; se la risposta è no, evidentemente si nutrono di seghe mentali, che quasi sempre sono molto ma molto più pericolose di quelle carnali (e accecano almeno altrettanto). In ogni caso c’è da ricordare che ucraini e lituani sono sempre stati in prima fila nel fare per i tedeschi la maggior parte del lavoro sporco con gli ebrei: non stupisce che anche in quest’altra guerra si sentano così uniti.
Aggiungo questa riflessione, che mi sento di condividere in toto.

Andrea Zhok

Quando l’Ucraina sarà un deserto di rovine, smembrato tra Russia e Polonia, con milioni di profughi, mentre la recessione distruggerà quel che resta del welfare europeo e la nuova cortina di ferro sul mar Baltico ci costringerà a tempo indefinito a spendere le ultime risorse in armamenti, quel giorno e in tutti gli anni a venire, per piacere, ricordatevi di tutta la compagine di politici, opinionisti e giornalisti che nel febbraio scorso vi spiegavano come fosse un affronto inaccettabile per l’Ucraina sovrana rinunciare all’adesione alla Nato e accettare gli accordi di Minsk, che aveva sottoscritto.
Ricordatevi di quelli che hanno lavorato indefessamente giorno dopo giorno per rendere ogni trattativa impossibile, che hanno nutrito ad arte un’ondata russofobica, che vi hanno descritto con tinte lugubri la pazzia / malattia di Putin, che vi hanno spiegato come l’Europa ne sarebbe uscita più forte di prima, che vi hanno raccontato che la via della pace passava attraverso la consegna di tutte le armi disponibili, che hanno incensato un servo di scena costruito in studio come un prode condottiero del suo popolo.
Se 5 mesi fa non avessero avuto la meglio queste voci miserabili, se l’Ucraina non fosse stata incoraggiata in ogni modo a “tenere il punto” con la Russia (che tanto garantivamo noi, l’Occidente democratico), l’Ucraina oggi sarebbe un paese cuscinetto, neutrale, tra Nato e Russia – con tutti i vantaggi dei paesi neutrali che sono contesi commercialmente da tutte le direzioni – un paese pacifico dove si starebbe raccogliendo il grano, e che non piangerebbe decine di migliaia di morti (né piangerebbero i loro morti le madri russe).
Ma, mosso dal consueto amore per un bene superiore, dai propri celebri principi non negoziabili e incorruttibili, il blocco politico-mediatico occidentale ha condotto la popolazione ucraina al macello e i popoli europei all’immiserimento e ad una subordinazione terminale.
Non si pretende che reagiate, figuriamoci, ma almeno, per piacere, non dimenticate.

Assolutamente da leggere, e meditare, e magari imparare a memoria, questo articolo.

Guido Guastalla

Io non ho certezze e non esprimo giudizi morali che inevitabilmente sarebbero moralistici.
Sottopongo però questa analisi a tutti coloro che vogliono cercare di capire e non avere la verità in tasca, senza nulla concedere a chi la pensa diversamente o ha comunque dubbi!

Putin: “l’inizio della transizione verso un mondo multipolare”

L’ex comandante della NATO Philip Breedlove ha esortato l’Ucraina a far saltare in aria il ponte di Crimea. Secondo il generale, il ponte sarebbe un obiettivo legittimo per l’Ucraina. E forse non è un caso che il periodico tedesco Stern dia notizia che due soldati tedeschi avrebbero rubato armi ed equipaggiamento da alcune caserme per pianificare di far saltare in aria proprio il ponte di Crimea.
Nel frattempo le ostilità nei confronti di Mosca proseguono anche in ambito diplomatico. A Bali i ministri degli Esteri dei paesi del G20 non avrebbero scattato la tradizionale foto congiunta a causa del rifiuto di alcuni diplomatici, tra cui lo statunitense Blinken, di ritrarsi con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov che dal canto suo ha fatto sapere di non essere interessato a correre dietro agli Stati Uniti per chiedere incontri: “Se non vogliono parlare, sono affari loro e se l’Occidente non vuole negoziati, ma la vittoria dell’Ucraina sulla Russia sul campo di battaglia, allora non c’è nulla di cui parlare”, ha detto secco Lavrov affermando invece che la Russia sarebbe pronta per i negoziati con Kiev e Ankara sulla questione del grano. “Se l’Occidente desidera davvero fare uscire dall’Ucraina il grano, tutto ciò che serve è costringere gli ucraini a liberare i porti del Mar Nero dalle mine e consentire alle navi di attraversare le acque territoriali dell’Ucraina. Nelle acque internazionali la Russia, con l’aiuto della Turchia, è pronta a garantire la sicurezza di tali convogli verso il Bosforo”. Il capo della diplomazia russa ha poi abbandonato la sezione del G20 senza attendere il discorso del ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock.
Nel frattempo l’Euro per la prima volta in 20 anni scende al di sotto di $ 1,01 [nel 2008 era arrivato a 1,6038, ndb]. Il che significa che se anche le materie prime perdono valore sul mercato, con il crollo dell’euro il prezzo pagato per gli europei continua ad essere alto e l’Unione rischia di importare inflazione in una possibile situazione di recessione globale.
Per Putin anche questo è l’inizio della transizione verso un mondo multipolare. Queste le parole del capo del Cremlino: ”Se l’Occidente voleva provocare il conflitto per passare a una nuova tappa della guerra contro la Russia, allora si può dire che c’è riuscito, la guerra è stata scatenata e le sanzioni sono state introdotte. In condizioni normali sarebbe stato difficile farlo. Ma ciò su cui vorrei porre l’attenzione è che l’Occidente doveva capire che avrebbe perso sin dall’inizio della nostra operazione militare speciale, perché l’inizio dell’operazione significa anche l’inizio della rottura cardinale dell’ordine mondiale impostato all’americana. Questo è l’inizio del passaggio dall’egocentrismo liberale globalista americano al mondo davvero multipolare, un mondo fondato non sulle regole egoistiche, inventate da qualcuno per se stesso e dietro le quali non c’è niente, tranne l’aspirazione all’egemonia, un mondo fondato non sugli ipocriti doppi standard, ma sul diritto internazionale, sulla vera sovranità dei popoli e delle civiltà, sulla loro volontà di vivere secondo i propri valori e tradizioni, di costruire una collaborazione sulla base della democrazia, sulla giustizia e sull’uguaglianza. A causa della politica occidentale è avvenuta la demolizione dell’ordine mondiale e bisogna capire che fermare adesso questo processo non è più possibile. Il corso della storia è spietato e i tentativi dell’Occidente collettivo di imporre al mondo il suo nuovo ordine mondiale sono tentativi condannati al fallimento. Perciò voglio dire e sottolineare: noi abbiamo tanti sostenitori, negli stessi Stati Uniti, in Europa e a maggior ragione in altri continenti e paesi, e ce ne saranno sempre di più, su questo non c’è alcun dubbio. Ripeto, anche nei paesi che sono ancora satelliti degli Stati Uniti, cresce la comprensione del fatto che la cieca obbedienza delle élite governanti al “signore supremo” non corrisponde agli interessi nazionali, anzi, molto spesso li contraddice radicalmente. Alla fine tutti dovranno fare i conti con la crescita di questi umori nella società di questi paesi satelliti degli USA. L’Occidente, che un tempo proclamava i principi di democrazia, quali la libertà di parola, il pluralismo, il rispetto delle altre opinioni, oggi sta degenerando nell’esatto opposto: nel totalitarismo. Ha messo in moto la censura, ha chiuso i mezzi di informazione di massa, usa il sopruso e la prepotenza verso i giornalisti, i personaggi pubblici. Nonostante tutto ciò, noi non rifiutiamo le trattative pacifiche, ma coloro che le rifiutano devono sapere che più avanti si va, più difficile sarà mettersi d’accordo con noi”.

Che non posso commentare che con un convinto: Grande Putin!
E, connesso con le considerazioni di questo articolo, vorrei riproporre un brano che avevo già postato tre mesi e mezzo fa, e che mi sembra diventare sempre più attuale.

VIETNAM
di Max Hastings. È un malloppone di oltre 1000 pagine ma vale la pena di leggerlo, e comunque scorre via bene. E vale anche la pena di ricordare un paio di cose. La prima è che in quella che è passata alla storia come la sporca guerra del Vietnam di Nixon boia, l’escalation è stata iniziata da John Kennedy, democratico, e portata poi avanti dal suo vice, diventato poi presidente, Lyndon Johnson, democratico. Richard Nixon, repubblicano, quello rozzo, quello antipatico, quello col mascellone da duro, quello da cui nessuno avrebbe comprato un’auto usata, è stato quello che la guerra l’ha fatta finire. Il bilancio finale è stato di oltre 58.000 soldati statunitensi uccisi e più di 153.000 feriti. Il calcolo dei morti vietnamiti va da almeno mezzo milione fino a 4 milioni. La guerra è costata quasi 150 miliardi di dollari. I termini del trattato che ha posto fine a dieci anni di guerra sanguinosissima e alla carneficina da entrambe le parti sono gli stessi abbozzati da La Pira e Ho Chi Minh già otto anni prima. La seconda è che tutto è cominciato con l’invio di soldi, tanti tanti soldi, per sostenere governi amici, non importa quanto corrotti, poi anche armi, poi colpi di stato, anche cruenti, per sostituire i governi quando non erano più utili (il burattino Zelensky, socio e complice di Hunter Biden nei suoi sporchissimi affari e a conoscenza di tanti segreti che potrebbero renderlo scomodo, farebbe bene a ricordarsene. Sempre che lo abbia mai saputo. E sicuramente a ricordarglielo non sarà che gli scrive quei bellissimi e tanto commoventi copioni da recitare di fronte ai parlamenti mondiali). Meditate gente, meditate.

Qui, in realtà, quattro mesi e mezzo fa sarebbe potuta finire allo stesso modo, ma oggi no: prima che tutto questo cominciasse, la Russia si sarebbe accontentata del rispetto degli accordi di Minsk, che l’Ucraina ha firmato e mai rispettato; alla vigilia della guerra o a guerra appena iniziata si sarebbe potuta accontentare del riconoscimento della Crimea come appartenente alla Russia e dell’autonomia del Donbass: ma oggi? Dopo che NATO e Ucraina l’hanno costretta a mesi di guerra? A migliaia di morti? A enormi spese? Dopo che a questo prezzo ha conquistato il 20% dell’Ucraina dovrebbe accontentarsi dello stesso pezzo di pane che prima sarebbe stato gratis? Oltre a raccontarvi che è pazzo, adesso pretendete che sia anche scemo? E a proposito di chi è scemo, guardate un po’ questa:

E dopo tanto nerume, risolleviamoci un po’ lo spirito con un po’ di biancore (e con una piccola magia)

Fantasia d’inverno, Balletto Igor Moiseiev,

barbara

E NOI?

Sempre più numerosi i segnali che suggeriscono che l’obiettivo sembra proprio essere quello, dal generale inglese fortemente intenzionato a far combattere l’esercito in Europa alla pesantissima provocazione lituana su Kaliningrad: provocazione con tutta probabilità messa in atto non per iniziativa propria bensì per ordini “superiori”: a quanto pare gli stati sotto l’ala “protettrice” statunitense non sono più sovrani di quanto lo fossero quelli a suo tempo sotto l’ala sovietica. La mia impressione è che il trauma subito dai Paesi dell’ex Patto di Varsavia ad opera dell’Unione Sovietica sia stato tale da rendere loro difficile distinguere lucidamente fra la vecchia Unione Sovietica e l’attuale Russia, in particolare la Russia che Putin, dopo averne raccattato i brandelli a cui l’aveva ridotta Yeltsin, ha rimesso in piedi facendone qualcosa di sensibilmente diverso dalla vecchia Unione Sovietica. Per questo motivo non mi riesce facile immaginare che uno stato dell’ex orbita sovietica possa pensare, di propria iniziativa, a sfidare la Russia con una provocazione gravissima come il blocco degli approvvigionamenti, che rappresenta un autentico atto di guerra. E chiaramente l’obiettivo dei padroni della Lituania è proprio quello di scatenare da parte della Russia l’unica logica risposta in una situazione del genere, ossia la guerra. E dato che la Lituania fa parte della NATO, se Putin risponde, il resto diventa storia scritta – alla fine della quale chissà se noi ci saremo. Forse i prossimi giorni ci porteranno la risposta.
E ora vediamo un po’ di cose, cominciando con l’assedio di Azot.

Ucraina: l’assedio delle Azot e la cattura di due soldati Usa

Resistono gli ucraini assediati nell’impianto di Azot, a Severodonetsk,  dove si sta ripetendo il copione già visto alle Azovstal di Mariupol, con miliziani e soldati ucraini assediati nell’impianto industriale insieme a un numero imprecisato di civili (che è davvero arduo pensare che vi si siano barricati volontariamente, ma tant’è).
I russi stanno tentando di chiudere la morsa sui resistenti, sia a Severodonesk che nella attigua Lysychansk, separata dall’altra cittadina da un fiume, ma le operazioni militari proseguono con estrema lentezza: per i russi si tratta di risparmiare vite al proprio esercito; per gli ucraini di resistere in attesa delle nuove armi Nato.
Nel frattempo, ha avuto grande rilievo la notizia della cattura di due soldati americani, anche perché negli Usa hanno paura che possano subire la stessa sorte dei due britannici catturati dai russi di recente insieme a un marocchino, i quali sono stati condannati a morte da un tribunale di Donetsk.
La Russia aveva dichiarato fin dall’inizio della guerra che i combattenti stranieri catturati non sarebbero stati trattati da prigionieri di guerra e la condanna dei due “volontari” segue quella dichiarazione.
Detto questo, a seguito delle proteste britanniche, Mosca ha invitato Londra a contattare la Repubblica di Donetsk per avviare negoziati per la loro liberazione (BBC), cosa che Londra non vuol fare per una ragione di principio: teme di esser costretta in tal modo a riconoscere de facto la Repubblica indipendente. Per questo, ha contattato il ministro degli Esteri ucraino Dmitry Kuleba, incaricandolo di risolvere la cosa.
In realtà, trattando con Donestk non riconoscerebbe affatto la Repubblica in questione, riconosciuta finora da Mosca e pochi dei suoi alleati, ché il riconoscimento di un’entità politica come statuale è tutt’altro da un negoziato con un nemico.
La verità è che Londra teme di perdere di prestigio, abbassandosi a chiedere la liberazione dei propri prigionieri, da qui l’incarico all’Ucraina, anche se, sottotraccia, le trattative le sta facendo, eccome (si spera anche per il marocchino…).
Così, la storia dei due soldati britannici – ufficialmente volontari, di fatto forze speciali incognite in servizio attivo – insegna che anche per i due americani non ci sarà una condanna a morte, che avrebbe solo l’effetto di dare nuovi argomenti alla propaganda avversa, ma si avvierà un negoziato.
Interessante notare la storia di uno dei due americani catturati. Sul New York Post, un’intervista drammatica della madre del soldato, che spiega che il figlio si era arruolato come volontario per “salvare vite ucraine e non solo ucraine” (?) ed era pronto a morire (non sembra: certe cose si dicono, poi…).
La mamma, che è sempre la mamma, racconta che non era andato per combattere, ma solo “per addestrare i soldati ucraini’”. Fin qui la donna, che siamo alquanto certi che prima o poi rivedrà l proprio ragazzo, al contrario di tanti altri che stanno morendo in questa stupida guerra.
C’è un passaggio obbligatorio da fare, cioè il ragazzo deve dichiarare alle telecamere russe che è contro la guerra e che ha sbagliato ad andare in Ucraina, come hanno fatto i due britannici e come ha fatto anche lui.
Come si legge su Oda Tv, appena catturati, i soldati stranieri che combattono in Ucraina “in un solo giorno si trasformano in ‘figli dei fiori’, dichiarandosi contro la guerra”. Se citiamo questa Tv turca non è tanto per questa ironia, cinica eppur vera, quanto perché ci ha colpito una rivelazione di tale emittente.
In un articolo, infatti, Oda Tv spiega che il simbolo che campeggia sull’uniforme di uno dei due soldati americani catturati, Alexander John-Robert Drueke, lo rivela come membro dell’US Armed Forces Chemical Warfare Corps, cioè la forza militare Usa dedicata alle armi chimiche.
Infatti, il distintivo dorato, all’interno del quale si distinguono un tronco d’albero e un drago, è inequivocabile, Non avremmo creduto alla notizia, se non fosse che la stessa foto, e lo stesso distintivo, illustra il servizio dell’articolo del Nyp succitato.

Se si ingrandisce la fotografia in questione, si vede perfettamente che il distintivo è quello indicato, come si riscontra anche su un sito specializzato delle forze armate Usa (https://www.usamm.com).
Nel presentare il militare, il Nyp spiega che Drueke era andato due volte in missione in Iraq, forse alla ricerca delle famose armi di distruzione di massa di Saddam. Ma che ci è andato a fare in Ucraina? Non ha competenze in fatto di addestramento per una battaglia di terra, dato che le sue competenze sono le armi chimiche.
Oda Tv ricorda che solo alcuni giorni fa il Pentagono ha rivelato di aver supportato 46 biolaboratori sparsi sul territorio ucraino, ma questo non spiega granché, dal momento che il ragazzo è partito da poco per la guerra. Così resta la domanda: che diavolo ci è andato a fare? Resterà inevasa. (Qui)

Ho idea che a metterle in fila, le domande che resteranno per sempre inevase, facciamo da qui al sole e ritorno. E ora ascoltiamo una voce particolarmente interessante.

La guerra Usa – Russia in Ucraina vista da un ex dirigente della Cia

 “Contrariamente alle dichiarazioni trionfalistiche di Washington, la Russia sta vincendo la guerra e l’Ucraina ha perso la guerra. Sui danni a lungo termine prodotti alla Russia il dibattito è aperto”. Così Graham E. Fuller, ex vicepresidente del National Intelligence Council presso la CIA, il quale dettaglia le conseguenze di questa “guerra americano-russa combattuta per procura fino all’ultimo ucraino”.
Nella nota, Fuller spiega che “le sanzioni americane contro la Russia si sono rivelate molto più devastanti per l’Europa che per la Russia stessa. L’economia globale ha subito un rallentamento e molte nazioni in via di sviluppo devono affrontare gravi carenze alimentari e il rischio di una fame dilagante”.
La devastazione subita dall’Europa sta creando criticità nel rapporto tra questa e Washington, che sta costringendo i propri clienti a supportare a proprie spese la sua linea di “politica estera erratica e ipocrita, basata sul disperato bisogno di preservare la ‘leadership americana’ nel mondo”. Ed è da vedere se acconsentirà a intrupparsi senza riserve anche nella guerra “ideologica” contro la Cina, dalla quale il Vecchio Continente dipende più che dalla Russia.
“Una delle caratteristiche più inquietanti di questa lotta tra USA e Russia in Ucraina è stata l’assoluta corruzione dei media indipendenti. Washington ha vinto a mani basse la guerra dell’informazione e della propaganda, coordinando tutti i media occidentali e costringendoli a cantare lo stesso libro di inni che sta caratterizzando la guerra ucraina. L’Occidente non ha mai assistito a un’imposizione così totale di una prospettiva geopolitica ideologicamente guidata […] Stretti in questa virulenta raffica di propaganda anti-russa, che non ho mai visto neanche durante i miei giorni da Guerriero Freddo, gli analisti seri devono scavare in profondità per avere una comprensione oggettiva di ciò che sta effettivamente accadendo in Ucraina”.
La presa sui media ha avuto l’effetto di tacitare “quasi tutte le voci alternative”. “Ma l’implicazione più pericolosa è che mentre ci dirigiamo verso future crisi globali, assistiamo alla scomparsa di una vera e propria stampa libera e indipendente”, mentre l’opinione pubblica è preda “di media dominati dalle multinazionali vicine ai circoli politici, che godono del supporto dei social media elettronici; tutti attori che manipolano la narrativa secondo propri fini. Mentre andiamo incontro a un’instabilità prevedibilmente più grande e più pericolosa prodotta dal riscaldamento globale, dai flussi di profughi, dai disastri naturali e dalle probabili nuove pandemie, il rigoroso dominio statale e corporativo dei media occidentali diventa davvero molto pericoloso per il futuro della democrazia” (bizzarrie di questa sedicente lotta tra democrazia e autocrazia…).
Per quanto riguarda i cambiamenti geopolitici dettati dalla crisi ucraina, Fuller registra che “le massicce sanzioni statunitensi contro la Russia, tra cui la confisca dei fondi russi nelle banche occidentali, sta inducendo la maggior parte del mondo a riconsiderare l’idea di puntare interamente sul dollaro USA nel futuro. La diversificazione degli strumenti economici internazionali è già in atto e indebolirà la posizione economica un tempo dominante di Washington e la sua ‘arma unilaterale’, il dollaro”.
Inoltre, lo spostamento della Russia verso l’Asia appare ormai destino irreversibile, producendo quell’asse Cina-Russia che Washington da tempo paventa come minaccia esistenziale. Tale processo è arrivato a un punto tale che l’idea di disarticolare tale asse, avanzata da tanti analisti e politici occidentali, è ormai una pura “fantasia”.
“Purtroppo per Washington, quasi tutte le sue aspettative su questa guerra si stanno rivelando errate”, conclude Fuller, secondo il quale in futuro questo tempo potrebbe rivelarsi come il momento in cui l’Occidente ha preso coscienza dell’errore insito nella condiscendenza verso la pretesa americana di “preservare il suo dominio globale”, che inevitabilmente creerà “nuovi confronti, sempre più pericolosi e dannosi con l’Eurasia”. Mentre “la maggior parte del resto del mondo – America Latina, India, Medio Oriente e Africa – non vede alcun interesse nazionale in gioco in questa guerra fondamentalmente americana contro la Russia”.
Se riferiamo tali opinioni, non nuove per questo sito, è perché sono enunciate da una fonte autorevole e non certo tacciabile di filo-putinismo, accusa peraltro abusata durante le guerre infinite dalla propaganda occidentale, che di volta in volta ha tacciato le voci critiche di essere filo-Saddam, filo-Assad. filo-iraniani, filo-terroristi e quanto altro. Nihil sub sole novum.
L’unica novità è che in passato, durante i precedenti passi di questa guerra infinita – che necessariamente doveva rivolgersi contro Russia e Cina (e contro l’Europa, in maniera più o meno indiretta) -, è che mentre morivano gli arabi e gli africani non importava nulla a nessuno (come nulla importa ora dello Yemen). Ora che la guerra incide sul prezzo della benzina e degli alimenti, interessa, eccome. Anche sotto questo profilo, nihil… (Qui)

E se vuoi comunque dire la verità,occhio a non fare la fine di Alina Lipp:

E chiudiamo con un bel tango.

barbara

GURDARE IN FACCIA LA REALTÀ

Quella realtà che in troppi si rifiutano di guardare, o per interesse, o per ideologia malata.

GUERRA IN UCRAINA, REALTA’ E SOGNI

2 GIUGNO 2022

L’intera classe politica occidentale, da Joe Biden a Mario Draghi, dalla ministra tedesca della Difesa Baerbock (che a tratti pare essere il vero cancelliere) al premier polacco Morawiecki, è impegnata a ripetere ogni giorno, più volte al giorno, che la Russia deve essere sconfitta in Ucraina. Per la verità nelle ultime settimane c’è stato uno slittamento linguistico significativo: da “la Russia deve essere sconfitta” si è passati a “la Russia non deve vincere”, che forse è l’indice di una più cauta pretesa. Chissà. Però, anche quando ci fossimo ripetuti per l’ennesima volta ciò che tutti sappiamo ( ovvero che il cattivo, qui, è la Russia, l’invasore è il Cremlino, gli occupanti le truppe russe), ancora non potremmo sottrarci al confronto con la realtà dei fatti. Che in sintesi oggi dicono questo: dopo più di tre mesi di guerra la Russia non dà segni di volersi fermare; le sanzioni più massicce della storia (che come dice Draghi, si faranno sentire in estate…) non hanno ancora convinto la classe politica russa a cambiare linea; il territorio ucraino “occupato”, che era il 7% (tra Crimea e Repubbliche del Donbass) prima del 24 febbraio, ora è il 20%, e forse sarà di più nelle prossime settimane; e l’esercito ucraino, pur riorganizzato, rinforzato (nel 2021 Zelensky ha dedicato il 4,1% del Più alle forze armate), addestrato dagli ufficiali occidentali e armato (quasi) in ogni modo da mezzo mondo, in questa fase pare alle strette.
Certo, dal punto di vista politico di Varsavia, Londra o Washington ingolosisce la prospettiva di tagliare le unghie alla Russia, tanto più che i sacrifici di guerra li fanno gli altri, cioè gli ucraini. E poi in questi mesi ci è piaciuto fare il tifo per il più debole contro l’orso russo. È stato comodo trasferire sui nostri giornali ogni sorta di notizie e di false notizie abilmente diffuse da un sistema mediatico come quello ucraino, controllato dagli oligarchi (ne ho scritto nel numero di Limes appena uscito), messo al servizio del potere politico e infatti classificato, già prima della guerra, al 108° posto su 180 nella graduatoria mondiale della libertà di stampa (Russia al 156° posto). Comprese le fake news elaborate da Lyudmila Denisova, commissaria per i Diritti Umani che lo stesso Parlamento ucraino ha dovuto licenziare per non vergognarsi troppo. È stato divertente descrivere i militari russi come dei fessacchiotti senz’arte né parte e raccontare la guerra come una serie infinita di vittorie ucraine. Tutto bene. Peccato che ora la realtà dica altre cose.
E una delle cose che questa realtà dice è che sconfiggere la Russia o non farla vincere è possibile ma implica una conseguenza di cui troppo poco sia parla: assistere alla distruzione dell’Ucraina stessa. È un prezzo che siamo disposti a pagare? Anzi, per meglio dire, a far pagare agli ucraini? Sorprende la noncuranza con cui si parla di futuri piani per la ricostruzione dell’Ucraina, perché danno per scontato che sia inevitabile lasciarla radere al suolo da un’offensiva russa che, dai primi di aprile, cioè da quando il comando è stato affidato al generale Dvornikov, il “macellaio” che per la nostra informazione sarebbe già stato epurato, si è dedicata a demolire con cura l’intera infrastruttura del Paese, annientando fabbriche, ferrovie, stazioni, depositi, con gli effetti che ora vediamo sul campo. E tutto questo avviene nella parte decisiva per l’economia ucraina, quel “Donbass allargato” ricco di risorse naturali (per dire, è uno dei più grandi bacini al mondo di terre rare) che la Russia, con questa o quella formula, vuole annettere. Impediamo alla Russia di vincere in Ucraina e poi con un bel Piano Marshall tiriamo su tutto, è il ragionamento. Il bello, anzi il brutto, è che è più o meno lo stesso ragionamento che fanno i russi: tiriamo già Mariupol’ o Severodonetsk e poi distribuiamo aiuti umanitari e ricostruiamo, che problema c’è?
Sarebbe quindi ora di smetterla con le frasi fatte e con il finto coraggio di chi non partecipa al dramma. Per evitare di vedere l’Ucraina distrutta e con ogni probabilità smembrata, se non riportata alla situazione del Seicento, con la parte a Ovest del Dnepr controllata dalla Polonia e quella a Est dalla Russia, bisogna cercare un compromesso. Ovvero, un accordo in cui sia la Russia sia l’Ucraina perdono qualcosa rispetto alle intenzioni e alle speranze. Chi invece, da un lato e dall’altro, vuole proseguire la guerra abbia almeno la dignità di ammettere che pur di sconfiggere Putin è pronto a sacrificare l’Ucraina e gli ucraini. Il resto sono solo parole.
Fulvio Scaglione, qui.

Ucraina. L’ambiguità di Biden e le rivelazioni sul figlio

È inconsueto che il presidente americano parli al mondo attraverso un articolo di giornale invece che in un discorso, ma così è stato e ieri ha pubblicato sul New York Times un intervento in cui spiegava l’impegno Usa a sostegno dell’Ucraina, anche per rispondere alle domande, sempre più pressanti, di fare chiarezza sull’impegno Usa.
Nell’articolo, a parte la solita retorica, due aspetti rilevanti. Il primo è il tono moderato dello scritto: nessun insulto a Putin e la riaffermazione che gli Usa non sostengono un regime change in Russia né cenni sui crimini di guerra attribuiti a Mosca [ovvio: quando parla, anche se i discorsi glieli preparano, finisce sempre che, essendo demente, gli scappa di mano – o per meglio dire SI scappa di mano – mentre un articolo viene pubblicato così come lo hanno scritto]. Un passo indietro, dunque, rispetto a certi interventi estremi del passato.
Al di là delle solite accuse al nemico, non si rinviene neanche alcun cenno all’integrità territoriale dell’Ucraina o alla cacciata dell’esercito russo, solo la prospettiva di vedere la nazione preservata nella sua fisionomia “democratica, indipendente, sovrana e prospera” [tanto democratica da mettere fuorilegge tutti i partiti di opposizione e chiudere le televisioni non allineate; tanto indipendente da venire finanziata e armata e addestrata da anni da uno stato estero; tanto sovrana che un qualsiasi pincopallino straniero può far destituire un procuratore capo che indaga sui suoi loschi affari; tanto prospera da dover mandare le sue donne meno giovani in giro per il mondo a pulire il culo a vecchi invalidi e le più giovani a fabbricare figli per conto terzi – e, se sono vere le voci che corrono, ad assassinare bambini e neonati per venderne gli organi] e un rilancio della soluzione diplomatica, che deve essere il fine della difesa ucraina, come peraltro ha detto Zelensky.
Insomma, una prospettiva che si può definire relativamente distensiva, come notato anche dai media russi. Connotazione che appare ribadita nella conclusione, nella quale spiega che l’America rimarrà a fianco dell’Ucraina “nei mesi a venire”… cenno significativo perché non resta nell’indefinito, ma ha una qualche scadenza: non una guerra infinita, quindi, ma  di “mesi” (fino alle midterm di novembre?).
La seconda cosa, in contrasto con quanto rilevato sopra, è la dichiarazione riguardo all’invio di missili all’Ucraina (oltre all’altro armamentario elencato nello scritto). Su tali missili si è svolto un braccio di ferro intenso quanto segreto nel cuore dell’Impero, con Biden che aveva fatto trapelare il suo niet all’invio di sistemi missilistici a lunga gittata, raccogliendo un accennato plauso dei russi per la “saggezza” dimostrata.
E, però, sono tante le ombre sul sistema missilistico effettivamente inviato, che pare sia tarato per colpire a 80 Km di distanza, collocandolo nella sfera dei missili a medio raggio. In realtà, le informazioni in merito all’effettiva gittata sono contraddittorie e tali da non escludere sorprese. L’unica cosa che si sa per certo è che gli americani hanno dichiarato che le autorità ucraine hanno assicurato che non saranno usate contro il territorio russo [e le autorità ucraine sono un uomo d’onore].
I russi, ovviamente, non si fidano di tale rassicurazione e parlano di escalation, riguardo la quale hanno annunciato che prenderanno contromisure adeguate, sia sul campo di battaglia che altrove (in parallelo, hanno svolto esercitazioni con il loro arsenale atomico).
L’ambiguità che permea la fornitura di tale armamento rende la decisione di Biden rischiosa.
In realtà i missili non cambieranno molto sul campo di battaglia, al massimo infliggeranno più perdite ai russi, ai quali, però, resterà il controllo della situazione in Donbass. Ma cambierà molto se tali ordigni saranno lanciati contro la Russia, che potrebbe reagire (non con l’atomica: ha varie opzioni alternative).
Tanta ambiguità a rischio contrasta con il precedente niet di Biden sui missili a lungo raggio, come se fosse stato costretto a piegarsi a pressioni indebite. A tale proposito, va registrato che proprio in questi giorni il segretario della Nato Jens Stoltenberg è volato in America.
Il Superfalco avrà sicuramente unito la sua voce a quelle dei falchi made in Usa, vincendo il braccio di ferro [nel caso qualcuno ancora dubitasse del fatto che Biden è una marionetta messa lì unicamente per obbedire alla cricca che tira i fili, cosa mai riuscita con Trump]. Una vittoria che trapela anche dalle dichiarazioni che ha reso durante la ripartenza dagli Stati Uniti, quando ha avvertito il mondo di prepararsi a una lunga guerra di “logoramento“.
Per inciso, altre volte abbiamo accennato a come nei momenti più cruciali  riemerga il caso del portatile di Hunter Biden, coincidenze che fanno immaginare, magari a torto, che lo scandalo sia brandito per fare pressioni sulla presidenza.
Puntuale, la vicenda è riemersa anche in questa occasione chiave, con il suo bagaglio di rivelazioni inquietanti, che stavolta contenevano anche riferimenti a un indefinito “papà”. A ritirare fuori la vicenda è stato il britannico Daily Mail, vicino ai conservatori del Regno Unito, l’ambito più ingaggiato nella guerra ucraina.
Al di là delle coincidenze temporali, resta che all’interno dell’Occidente si assiste a una lotta tra quanti tentano di chiudere in qualche modo il conflitto (per impedire che travolga il mondo) e quanti vogliono trasformarlo nell’ennesima guerra infinita (o di logoramento che dir si voglia), nulla importando i rischi di escalation.
Biden ci sta provando, appoggiandosi sembra al Pentagono, ma non ha la forza dalla sua, da qui la pericolosa ambiguità operativa che si dipana in parallelo all’altisonante retorica.
Resta che il New York Times in calce all’articolo del presidente ha voluto richiamare il suo precedente editoriale, nel quale il giornale della Grande Mela chiedeva l’avvio di un negoziato permeato di realismo (ne abbiamo riferito in altra nota). E lo ha accompagnato pubblicando, nello stesso giorno, il j’accuse di Christopher Caldwell contro l’amministrazione Usa, colpevole più di altri del prolungarsi di questo conflitto.
La dialettica è destinata a durare, come anche la guerra ucraina.
3 giugno 2022, qui.

E a proposito di armi, guardate come sono belle le nostre. Se ci fate attenzione, lo dice anche lui: “ocen krasiva”, molto bella:


Poi ci sarebbe questo signore

“L’ucrainizzazione dell’Europa ha avuto inizio. Chi come il Pd ha organizzato eventi con questo signore e riso per le sue simpatie neo-naziste ha le responsabilità maggiori. Noi non dimentichiamo.” (Qui)

Ora vediamo le navi tenute in ostaggio dall’Ucraina, con gli equipaggi nutriti dai russi

Concludo con due immagini molto recenti, che sembrano di un’altra era geologica: Putin che riceve Angela Merkel a Mosca

e Angela Merkel che riceve Putin a Berlino

A proposito: avete mai visto un capo di stato (in prima battuta avevo scritto “uno statista”, ma poi mi sono resa conto che nessuno dei miei lettori è abbastanza vecchio da averne mai visto uno), o un qualsiasi politico italiano, commuoversi tanto all’ascolto del proprio inno nazionale da dover fare un visibile sforzo per non piangere?

barbara

QUALCHE RIFLESSIONE RACCATTATA IN GIRO

Una sulla situazione bellica.

Sull’Ucraina, non ci sto

di Cristofaro Sola

Di rado, su questo giornale, mi esprimo in prima persona. Preferisco il “noi”. Non è civetteria. E neppure un ingiustificato senso di grandezza trasfuso in un ridicolo plurale maiestatis. È piuttosto una scelta di metodo per rendere evidente il coinvolgimento del lettore nelle cose che scrivo. È un modo semplice ma diretto per onorare il patto di lealtà che si stipula tacitamente tra chi scrive e chi legge. Niente di più. Tuttavia, tale criterio non può valere sempre. Ci sono delle circostanze nelle quali è doveroso, per dirla con orrenda locuzione, “metterci la faccia”. Ciò di cui sto per dire è una di quelle.
Sono quasi cento giorni che, a proposito della crisi russo-ucraina, la grancassa dei media batte sul medesimo tasto: Vladimir Putin è il tiranno aggressore da abbattere (quelli bravi lo chiamano regime change), il popolo ucraino è eroico nel battersi per la libertà, il fronte degli occidentali è compatto nel sostenere l’Ucraina fino alla sconfitta del nemico. E poi il messaggio subliminale: resistete, resistiamo che, alla fine, vinceremo. Sì, la spunteremo noi. We shall overcome, canterebbe Joan Baez.
Ne ho piene le tasche di ascoltare castronerie. Non vedo alcuna alba radiosa all’orizzonte. E per gli ucraini, di cui all’improvviso abbiamo scoperto di essere fratelli di latte, ciò che vedo al momento è morte e distruzione. Non prendiamoci in giro e, soprattutto, non illudiamo quei poveracci che si stanno facendo massacrare in nome di un avvenire di benessere facile che l’Ovest ha mostrato loro dal buco della serratura dell’Unione europea. Nel frattempo, ci stiamo impoverendo. Stiamo tornando indietro, come europei e come italiani. Per cosa? Per dare a qualcuno ciò che non possiamo dargli? La dico dritta. Non sono un “putiniano”. Essendo cresciuto nel mito del pragmatismo bismarckiano, giudico questa guerra profondamente sbagliata. Peggio: prevedo che questa guerra porterà l’Occidente alla catastrofe. In tutti i sensi. Perciò, maledico la classe di governo che l’Occidente si ritrova sul groppone, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, per l’assoluta miopia dei suoi protagonisti, inetti e pericolosi. Compreso il nostro premier che, lasciatemelo dire, è stata una delusione cocente. Pensavo che il dottor Mario Draghi valesse di più. Mi sbagliavo.
Il graduale, ma irreversibile, assorbimento della Russia post-comunista nella sfera geopolitica e culturale dell’Europa democratica e libera avrebbe dovuto essere la stella polare per i governanti occidentali, se avessero avuto criterio. Invece, hanno fatto e stanno facendo l’esatto contrario. Puntano all’isolamento della Russia e fanno a gara per spingere Mosca tra le braccia della Cina. Che è il vero nemico dell’Occidente, perché, a differenza della Russia, non è mai stata “europea” e, negli ultimi due decenni, ha sviluppato una crescente volontà di potenza, destinata a trasferirsi dal piano strettamente finanziario-commerciale a quello geopolitico e strategico. Pechino aveva bisogno di assicurarsi un partner fedele che gli garantisse forniture illimitate di materia prima, in particolare energetica, per completare il suo progetto espansionistico, concepito sull’aggressione alle economie del mondo per il tramite delle proprie manifatture e delle proprie risorse finanziarie. Lo hanno trovato grazie agli occidentali: la grande madre Russia trasformata nel drugstore del gigante asiatico. Si può essere più stupidi? Ci stiamo accanendo contro un falso bersaglio: Putin che invade l’Europa emulando al contrario due pazzie, quelle di Napoleone Bonaparte e di Adolf Hitler, quando il nemico reale è già tra di noi? Pechino ha piazzato i suoi avamposti in Occidente grazie agli accordi per ricreare la Via della SetaBelt and Road Initiative, così si chiama il progetto di espansione globale cha anche un nostro Governo (il Conte prima versione) ha gioiosamente – e colpevolmente – sottoscritto. Dire queste cose provoca l’orticaria a quel benpensante? Pazienza, se la faccia passare con un efficace antistaminico perché non cambio idea: il sostegno all’Ucraina contro Mosca è stata ed è una monumentale fesseria. Che purtroppo pagheranno i nostri figli perché, a differenza della mediocre classe dirigente occidentale, a Pechino hanno pazienza e vista lunga.
Intanto, c’è stato un primo assaggio di ciò che avverrà in futuro. Qualche giorno fa, aerei russi e cinesi, impegnati in un’esercitazione militare congiunta sul Mar del Giappone, hanno violato lo spazio aereo nipponico nel momento in cui il presidente Usa, Joe Biden, era a Tokyo insieme al primo ministro indiano, Narendra Modi, e al neoeletto premier australiano, Anthony Albanese, per il vertice del Dialogo quadrilaterale di sicurezza (Quad) nel quadrante geopolitico dell’indopacifico. Capite che vuol dire? La più grande potenza nucleare al mondo che si salda al gigante economico e tecnologico asiatico. Russia e Cina insieme possono arrivare dove vogliono. Provare a fermarle porterà alla Terza guerra mondiale, con esiti facilmente intuibili. E pensare che c’è stato un tempo nel quale i russi le esercitazioni militari le facevano con gli italiani. Il protocollo Ioniex vi ricorda nulla? Vi rinfresco la memoria: esercitazioni bilaterali aeronavali italo-russe nel mar Ionio, nella cornice degli accordi di Pratica di Mare del 2002. Era la strada giusta da percorrere, ma l’insipienza dei governanti occidentali, che si sono succeduti negli ultimi due decenni, l’ha cancellata. E oggi se ne pagano le conseguenze. Prevengo il moto di sdegno dei “sinceri atlantisti e convinti europeisti”: darla vinta a Putin è una sconfitta per la libertà. Stupidaggini condite con dosi massicce d’ipocrisia.
E, per favore, non si tiri fuori l’abusato Winston Churchill [c’è stato addirittura chi ha avuto il coraggio di paragonarlo a Pericle, se è per quello] e la sua fermezza nel rifiutare qualsiasi cedimento a Hitler. Il primo ministro britannico, nel 1940, poté mantenere il punto con il nemico perché aveva il sostegno degli Stati Uniti ma, soprattutto, perché non era in campo avverso l’Unione Sovietica. La Storia non è fatta di “se”. Tuttavia, a titolo di puro esercizio intellettuale, qualche iperbole ce la si può concedere. Immaginate se Hitler, invece di rinnegare il patto Molotov-von Ribbentrop, siglato nell’agosto del 1939, di non aggressione tra la Germania e l’Unione Sovietica e invece d’invadere il territorio russo nel giugno del 1941 – Operazione Barbarossa – avesse convinto Stalin a fare fronte comune contro le “plutocrazie” capitalistiche occidentali aprendo la strada alle armate del Reich, attraverso il Caucaso, verso il Medio Oriente e le sue risorse petrolifere, pensate che il signor Churchill avrebbe mantenuto la stessa granitica fermezza contro Hitler? O avrebbe riconsiderato la strada del negoziato con Berlino mettendo in conto l’assoggettamento di gran parte del territorio europeo continentale al Reich? Oggi Putin sta vincendo.
All’Occidente resta una sola opzione: decidere se circoscrivere il danno. La massa d’incapaci che occupa le cancellerie occidentali farebbe bene a prendere lezioni di realpolitik da un grande vecchio che di queste cose ne capisce. Il novantanovenne Henry Kissinger lo ha detto senza giri di parole: non cercate una sconfitta devastante per la Russia in Ucraina e cercate invece di convincere Kiev a cedere una parte del suo territorio alla Russia. Questa guerra sta rimodellando l’equilibrio geopolitico mondiale. C’è ancora pochissimo tempo perché ciò non avvenga a totale danno dell’Occidente. Si obietterà: gli ucraini non ci stanno a perdere territorio. Comprensibile, ma li abbiamo chiamati eroi, allora lo siano fino in fondo. Cosa fanno gli eroi? Si sacrificano per salvare altri. Privarsi di un pezzo di territorio per ottenere in cambio una solida riappacificazione dell’Ovest con la Russia è nell’interesse anche degli ucraini. Non lo si vuole fare? Vorrà dire che è proprio vero ciò che dicevano i latini: a quelli che vuole rovinare, Giove toglie prima la ragione.
L’offensiva russa andrà avanti, lenta ma inarrestabile, scandita a colpi d’artiglieria e di bombardamenti missilistici. Obiettivo: la conquista dell’Oblast’ di Odessa fino al Delta del Danubio e al ricongiungimento con la Transnistria, in Moldavia. Risultato atteso da Mosca: l’acquisizione del Mar d’Azov al regime delle acque interne dello Stato russo e il pieno controllo della costa settentrionale del Mar Nero con la contestuale esclusione dell’Ucraina dai benefici economico-strategici dello sbocco al mare. E per l’Occidente? Sapere di avere un nemico giurato alle porte, lietissimo di sostenere i nuovi amici di Pechino nel progetto di fagocitare Taiwan. È la consapevolezza di tale scenario prossimo venturo che ci fa rimpiangere l’assenza sul campo non soltanto del nostro Silvio Berlusconi ma anche di Angela Merkel e di Donald Trump sull’altra sponda dell’Atlantico. Con tutti loro in sella sono certo che non si sarebbe arrivati a questo disastro. E noi italiani staremmo a goderci l’agognata ripresa economica.
(l’Opinione, 29 maggio 2022)

Una sulla questione identitaria e sociale.

Isteria antirussa, figlia di un pensiero subordinato al vassallaggio

di Karine Bechet-Golovko, una giornalista franco- russa che ha collaborato in passato con questo blog:

L‘isteria antirussa, che sta invadendo le nostre società, è preoccupante sotto diversi punti di vista, ma soprattutto per quanto riguarda la nostra civiltà, e quindi la nostra visione dell’uomo in questo mondo in decostruzione. La nostra decostruzione. Per anni abbiamo decostruito la civiltà europea, che i nostri antenati hanno impiegato secoli per stabilire, lotta dopo battaglia, nota dopo nota, frase dopo frase, prendendo deviazioni, tornando alle origini, per renderci finalmente umani.
Per renderci esseri complessi, ricchi, capaci di costruirsi per tutta la vita, di decidere cosa vogliono essere, la società in cui vogliono vivere, i valori del mondo che devono raggiungere.
Per farci un essere che ha dei sogni e un ideale, un essere vivente e che dà la vita, un essere che sa ridere, di sé stesso quanto dell’altro.
Per renderci liberi ed esigenti, impegnati e tolleranti. Vale a dire orgoglioso della nostra sostanza, pur accettando l’altro nella sua differenza.
Questo fragile equilibrio della civiltà europea è preso d’assalto da anni, a suon di trombe in primis e dell’impoverimento del discorso e dell’essere, della loro radicalizzazione: non si ride più dell’altro, ma di sé stesso (e non per tutti, i criteri razziali diventano preponderanti); non sogniamo più e non viviamo più, ma dobbiamo avere paura della morte e quindi smettere di vivere per morire comunque; non sorridiamo più, non prendiamo più le cose con umorismo, ma come quell’uomo dalla faccia rossa sul pianeta del Piccolo Principe, siamo uomini seri, abbiamo fretta; si è “tolleranti”, al punto da rinnegare se stessi.
Quest’opera di indebolimento antiumano è proseguita oggi al ritmo delle dichiarazioni guerrafondaie dei leader del verderame, avendo dimenticato da tempo cos’è l’uomo, cos’è la cultura europea, cosa ha avuto la Francia in termini di influenza culturale. Leader, che volontariamente vogliono schiacciare ciò che siamo, affinché, mai, oh mai, possiamo tornare ad essere ciò che siamo stati.
Le opere e i balletti, riscritti o deprogrammati perché troppo “razzisti”, sono attualmente sospesi perché troppo russi. Chi può, infatti, osare guardare a teatro il capolavoro che è Il lago dei cigni [1] o ascoltare Čajkovskij [2] alla radio, quando c’è un conflitto in Ucraina? Qual è la connessione? Nessuna, la bellezza senza tempo del Lago dei cigni, l’emozione insostituibile della musica di Čajkovskij non sono messe in discussione, è la ricchezza della cultura europea che lo è allora. Perché il tempo non è più per la cultura, ma per l’allineamento.
Fin dove si spingerà questa follia? Fino a negare Dostoevskij, Cechov, Puskin? Perché sono russi? In che modo la nostra identità crescerà e la arricchirà? In che modo la nostra civiltà sarà più forte e più felice?
Sembra che l’assoluta “tolleranza” portata dalla globalizzazione, che porta al culto dell’altro e alla denigrazione di sé, che l’assimilazione forzata di tutte le culture, che porti alla diluizione delle culture nazionali, che questi fenomeni globali non abbiano nulla da fare con la Russia... Ciò che è russo deve stare fuori da questo crogiolo ed è ora chiamato a stare fuori dalla nostra acculturazione globale. Il che è abbastanza buono per la cultura russa in sé, ma sottolinea l’ipocrisia del fenomeno globale.
Chi siamo dopo tutto questo? Siamo più francesi, perché rifiutiamo la cultura russa? La nostra cultura, la nostra civiltà saranno più europee se verranno amputate dalla Russia? No, semplicemente per definirsi un essere globale, per costruire questo tanto atteso “cittadino del mondo”, che non ha radici ed è perfettamente modulare e intercambiabile, non serve la cultura russa – troppo russa, troppo nazionale, frutto di un Paese che non accetta “valori” globali, che non accetta di fondersi nella globalizzazione.
Chi siamo finalmente diventati a forza di amputazioni ripetute e cumulative?
Questa tragedia che l’uomo sta vivendo in questi anni, e che si è accentuata negli ultimi mesi, mi fa pensare alle prime pagine del libro di Amin Maalouf, Les Identités assassinates [3] , di cui vorrei citarvi alcune linee:

“A volte, quando ho finito di spiegare, in mille dettagli, per quali precisi motivi rivendico in toto tutte le mie affiliazioni, qualcuno mi si avvicina per sussurrarmi mettendomi una mano sulla spalla: “Hai fatto bene a dirlo, ma nel profondo, come ti senti? “. Questa domanda insistente mi ha fatto sorridere a lungo. Oggi non sorrido più. Perché mi sembra rivelare una visione degli uomini diffusa e, ai miei occhi, pericolosa. Quando le persone mi chiedono chi sono “nel profondo di me stesso“, questo suppone che ce ne sia uno, “nel profondo” di ciascuno, un’unica appartenenza che conta, la loro “verità profonda” in un certo senso, la sua “essenza”, determinato una volta per tutte alla nascita e che non cambierà mai; come se il resto tutto il resto – la sua traiettoria di uomo libero, le sue convinzioni acquisite, le sue preferenze, la sua stessa sensibilità, le sue affinità, la sua vita insomma – non conti nulla. E quando incoraggiamo i nostri contemporanei a “affermare la loro identità”, come spesso facciamo oggi, ciò che diciamo loro è che devono trovare nel profondo di loro stessi questa cosiddetta appartenenza fondamentale (…). Chi rivendica un’identità più complessa si ritrova emarginato”.

L’era attuale non si distingue per la sua complessità, per la sottigliezza né per la ricchezza. L’epoca odierna è quella della semplificazione estrema, della caricatura. Va verso il rifiuto, al ritiro, all’oblio. Tuttavia, ogni individuo è costruito nel tempo, per diventare – o meno – questo essere complesso che chiamiamo con rispetto e talvolta invidia Uomo. Ci costruiamo sulla base del terreno in cui nasciamo, nella famiglia che ci ama e ci tiene in piedi, nella scuola, che ci modella e deforma per inserirci negli schemi della società, con le nostre letture e le nostre passioni, che prendono uscendo da questo stampo, ci evolviamo grazie a ciò che ascoltiamo, a ciò che vediamo. Ci costituiamo e allo stesso tempo costituiamo la società in cui viviamo.
Ad ogni rifiuto perdiamo una parte di noi stessi. Ad ogni amputazione diventiamo più poveri. A rischio di diventare esseri viventi, nel senso strettamente biologico del termine. Stili di vita abbastanza semplici… e in definitiva molto più facili da governare.
Abbiamo il coraggio di tornare alla complessità e di lasciare i nostri governanti al loro vassallaggio, se questo è il limite estremo del loro coraggio nazionale. I popoli hanno più in comune tra loro che con le loro élite dominanti e le minoranze radicali che manipolano.  Non lasciamo che questo legame si spezzi, in nome di interessi, che ci sono estranei, che sono estranei all’umanesimo che unisce noi.

[1] https://www.varmatin.com/culture/la-maison-pour-tous-de-montauroux-deprogramme-le-ballet-du-bolchoi-de-moscou-750469

[2] https://www.radioclassique.fr/magazine/articles/guerre-en-ukraine-le-compositeur-russe-tchaikovski-deprogramme-par-lordre-philharmonique-de-cardiff/

[3] Edizioni Grasset, 1998, p. 8-9

fonte: Russiepolitics (https://russiepolitics.blogspot.com/2022/05/billet-du-vendredi-et-si-lon-revenait.html?m=1) (Qui)

E una di strategia globale.

L’ordine globale Nato chiude le porte a qualsiasi alternativa

di Eleonora Piergallini

In un lungo articolo pubblicato sul Guardian, Thomas Meaney, ricercatore presso il Max Planck Institute di Gottinga, ripercorre la storia della Nato per evidenziarne la natura e l’interessante parabola percorsa dalla sua genesi.
Come scrive Meaney, dopo essere stata messa in discussione dall’amministrazione Trump, “la Nato è tornata, con l’invasione dell’Ucraina. Vladimir Putin ha risollevato da solo le sorti dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, riportandola in cima all’agenda della politica estera”.
Dopo la caduta del muro di Berlino, ci si è interrogati a lungo sulla natura della Nato, fino al sospetto che non fosse mai stata solo un’alleanza militare, ma un organismo più politico al servizio degli Stati Uniti, la cui supremazia al suo interno è indiscussa e indiscutibile (se un membro intende lasciare l’alleanza, ricorda Meaney, deve chiederlo al presidente degli Stati Uniti).
Come suggerisce l’articolo, l’invasione dell’Ucraina è diventata un trampolino di lancio per una nuova prospettiva della NATO. “Gli strateghi militari statunitensi”, scrive infatti Meaney, “sognano nuovamente di aprire un fronte Nato nel Pacifico, mentre i burocrati dell’UE progettano una nuova alleanza Nato per Internet […]. Il vecchio sceriffo della Guerra Fredda ha ritrovato il suo ruolo guida e, con sorpresa di molti, ha dimostrato di essere una forza straordinariamente agile ed efficiente nella lotta contro la Russia”.
Di grande interesse, la conclusione dell’articolo: “lo storico inglese EP Thompson sosteneva nel 1978 che il “Natopolitanism” era una forma di apatia estrema, una patologia avvolta in un’ideologia vuota che sapeva solo a cosa si opponeva. Ma Thompson scriveva in un momento in cui gli appelli ad abolire l’alleanza non erano ancora diventati un incantesimo stanco. Nel 1983, il posizionamento dei missili Pershing da parte della NATO in Germania occidentale poteva ancora suscitare proteste, tra le più grandi della storia tedesca del dopoguerra”.
“Ma se un tempo l’istituzionalizzazione della Nato e della strategia nucleare era considerata una mossa letale da molti cittadini degli Stati Nato, successivamente le recenti guerre della Nato in Libia e in Afghanistan sono state realizzate senza ostacoli interni, nonostante il loro abissale fallimento e nonostante abbiano palesemente reso il mondo un posto più pericoloso”.
“L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha rappresentato per la Nato il momento più pacificante possibile. Nessuno dubita dell’effettivo sostegno della Nato alla difesa del territorio ucraino, anche se la guerra non è ancora finita”.
“La domanda più difficile è se la Nato, più che garantire pace e libertà, non sia in realtà un legaccio della guerra fredda, che ha limitato la libertà dell’Occidente – e messo in pericolo le popolazioni di tutto il mondo. In un momento in cui c’è bisogno come non mai di un ordine mondiale alternativo, la Nato sembra chiudere la porta a tale possibilità. La Nato sembra essere tornata. Ma solo per issare la vecchia bandiera: ‘Non c’è nessuna alternativa’”. (Qui)

E dunque NATO delenda est e UE delenda est: non c’è alternativa.

barbara

COME FARE PER NON ESSERE UN CIARLATANO

Istruzioni per l’uso.

1. Devi chiamarti Vittorio Emanuele Parsi.
2. Devi odiare Israele più di quanto tu odi assassini pedofili mafiosi terroristi messi insieme, e non perdere occasione per dimostrarlo.
3. Devi riuscire a sparare in tre minuti più fregnacce (e falsità, e inesattezze – per usare un eufemismo – storiche, e contorcimenti che neanche la migliore contorsionista mondiale) che qualunque comune mortale medio in otto anni.
4. Non obbligatorio ma estremamente utile: esseve un fighetto che pavla con la boccuccia stvetta che fa tanto tanto avistocvatico.

Fatto?

https://www.la7.it/omnibus/video/finlandia-nella-nato-il-prof-parsi-dopo-laggressione-russa-ad-una-paese-neutrale-i-paesi-neutrali-13-05-2022-438129

Bene, a questo punto ti sarai meritato questo entusiastico commento

E pensare che quelli che chiamiamo “gli antichi saggi” erano convinti che il dubbio fosse alla base della conoscenza e quindi della saggezza, e adesso scopriamo che invece non erano che dei volgari ciarlatani, ma pensa tu.
E mi verrebbe da dire che mi  cadono le braccia se non fosse che in questi tre mesi scarsi mi è caduta tutta la scorta che avevo e finché non me ne arriva un’altra partita non posso più farmi cadere niente.

Ma sembra che oltre a me, anche qualcun altro veda nella mossa di Svezia e Finlandia un pericolo mortale.

Svezia e Finlandia nella NATO innalzano il pericolo di un conflitto nucleare

Il presidente finlandese Sauli Niinistö ha informato Putin sui piani del paese di aderire alla NATO.

Secondo il servizio stampa del leader finlandese, Niinistö ha parlato al telefono con Putin. Viene riferito che la conversazione è stata “chiara e diretta” e che le parti “hanno cercato di evitare tensioni”. Niinistö ha osservato che qualsiasi stato indipendente cerca di rafforzare la propria sicurezza. Il presidente finlandese ha ricordato che anche durante il primo incontro con Putin nel 2012 lo disse. Niinistö ha anche sottolineato che l’operazione speciale russa in Ucraina “ha cambiato la situazione della sicurezza in Finlandia”.

Come si è arrivati all’adesione alla NATO

La Finlandia scarsamente popolata per molti decenni, dopo la seconda guerra mondiale, ha vissuto bene grazie al vicinato, prima con l’URSS, e poi con la Federazione Russa, approfittando della sua posizione geografica e della sua situazione geopolitica. La cantieristica navale, l’elettronica, la lavorazione del legno, l’energia e altri settori fiorirono in questo paese scandinavo, rendendolo uno dei più ricchi e sviluppati d’Europa.
Poi è avvenuta la guerra con l’entrata delle truppe russe in territorio ucraino. È curioso che le ragioni che Svezia e Finlandia hanno addotto per il loro ingresso nella NATO – ovvero la propria sicurezza – è proprio una delle motivazioni che la Russia ha usato per giustificare per la propria operazione speciale in Ucraina.
Infatti il desiderio ucraino di entrare alla NATO non ha allontanato la guerra ma ne è stata la concausa insieme alle problematiche territoriali irrisolte.
Quindi che il timore che il conflitto in corso, avrebbero convinto Svezia e Finlandia di entrare nella NATO non ha senso.
Semplicemente, l’iniziativa di questi due paesi è stata presa perché adesso, se si vuole nuocere alla Russia, è il momento più propizio per farlo.
Infatti, grazie all’ingresso di Svezia e Finlandia, la NATO potrà isolare maggiormente la Russia ed in caso di un possibile conflitto diretto, l’Alleanza Atlantica può contare di agire lungo i 1500 km di confine finlandese.
Per quando riguarda poi, l’entrata della Finlandia nella NATO, questo paese da tempo ha iniziato a riequipaggiare le sue truppe con armi della NATO e partecipare alle esercitazioni e ad aderire a programmi NATO. In una parola, da tempo Helsinki apparteneva già alla NATO, anche se non ancora formalmente.
Del resto, già con il gesto di spedire armi sofisticate all’Ucraina e aderendo alle sanzioni contro la Russia, la Finlandia aveva rinunciato alla sua neutralità
In questo contesto, l’inizio della guerra in Ucraina è stato solo il ‘timing’ per dichiarare l’adesione. Ovviamente, la leadership del paese ha usato un momento molto propizio per convincere completamente la popolazione senza passare per un passaggio referendario e per superare le resistenze in Parlamento.

Pressioni esterne

Il Parlamento Finlandese è stato persuaso dagli eventi in corso ed a causa delle forti pressioni esterne. E’ interessante che la pubblicazione finlandese Uusi MV-Lehti ha raccontato come sia stata presa la decisione dei deputati del parlamento finlandese sull’ingresso del Paese nella NATO. Le udienze preliminari si sono svolte in condizioni di riservatezza sui risultati delle consultazioni di esperti con specialisti specializzati e nel contesto perentorio dell’attacco russo alla Finlandia.
È molto plausibile che il Centro europeo per la lotta alle minacce ibride, con sede a Helsinki, sia stato coinvolto nella formazione del parere dei deputati del parlamento finlandese. Si tratta di un’organizzazione internazionale che promuove la cooperazione tra l’UE e i paesi della NATO nel campo della lotta alle minacce ibride.
Il Centro stesso e il suo personale godono dell’immunità legale in Finlandia. Nello stesso tempo, secondo la legge finlandese, tutte le informazioni raccolte dal Centro sono secretate. La corrispondenza indirizzata al Centro o ai suoi dipendenti non può essere oggetto di screening o vigilanza preliminare.

Reazione della Russia

Il primo vice rappresentante della Federazione Russa presso l’ONU Dmitry Polyansky ha minacciato la Finlandia e la Svezia, che intendono aderire alla NATO.

Ha rilasciato questa dichiarazione il 12 maggio: “Non appena Finlandia e Svezia diventeranno membri della NATO e le unità dell’alleanza saranno lì, questi territori diventeranno un possibile obiettivo per l’esercito russo”, ha detto Polyansky.
Inoltre, il ministero degli Esteri russo ha avvertito che se la Finlandia si unirà all’alleanza, Mosca “adotterà misure di ritorsione di natura tecnico-militare e di altra natura”.
È la stessa dichiarazione che la Russia ha fatto prima di attaccare l’Ucraina.
Più precisamente, il viceministro degli esteri russo Alexander Grushko ha elencato le conseguenze dell’adesione di Finlandia e Svezia alla Nato:

  • Questo è un cambiamento strategico. Questo cambiamento non può rimanere senza una reazione politica, così come senza un’analisi approfondita delle conseguenze della nuova configurazione di forze che potrebbero emergere a seguito del prossimo ampliamento dell’alleanza. È chiaro che la decisione non sarà presa sulla spinta delle emozioni.
  • Questa è la nuova realtà, che, siamo convinti, non è nell’interesse di Svezia e Finlandia, né nell’interesse del mantenimento della sicurezza e della stabilità europea, ma porterà solo alla militarizzazione del Nord, che, militarmente, è stata fino a poco tempo fa la zona più pacifica d’Europa.
  • Nel discorso al parlamento finlandese, il presidente e il primo ministro finlandesi hanno affermato che questo passo rafforzerà la sicurezza sia della Finlandia che della NATO. È abbastanza ovvio per qualsiasi persona sana di mente che il risultato sarà esattamente l’opposto, la sicurezza militare della Finlandia sarà notevolmente indebolita.
  • Abbiamo un’idea approssimativa di come si svolgeranno gli eventi al momento della approvazione dell’adesione. I paesi della NATO dichiareranno immediatamente che il fianco settentrionale è molto vulnerabile, che il confine con la Russia è di 1300 km. Ora il confine tra Nato e Russia è aumentato di circa 1.300 km. Questo confine deve essere difeso, quindi ulteriori contingenti di forze devono essere schierati lì e così via.
  • Tutto ciò si inserisce nella famigerata ricerca di un nemico, che si esprime in senso pratico politico militare nella demonizzazione della Russia, attribuendole intenzioni ostili nei confronti di paesi che la Russia semplicemente non può neanche essere sospettata di avere.
  • Ci sono molte domande relative all’effettiva rinuncia di questi paesi allo status di paese denuclearizzato. Di recente, ci sono state sempre più affermazioni che la NATO è pronta ad abbandonare questa misura. In particolare, Jens Stoltenberg ha affermato che le armi nucleari potrebbero essere trasferite più vicino ai confini della Federazione Russa, i leader polacchi si sono dichiarati pronti ad accettarlo. Se queste affermazioni verranno rese operative , ovviamente, sarà necessario rispondere da parte nostra adottando adeguate precauzioni che assicurino l’affidabilità della deterrenza. Fonte @dimsmirnov175 (https://t.me/dimsmirnov175/33414)

Come vedete, quelle della Russia sono dichiarazioni molto dure ed esplicite.  Sono fatte da chi si sente tradito mentre è relativamente debole. La Federazione Russa nel suo stato attuale non può minacciare la Finlandia. Aprire un secondo fronte non è nel proprio interesse e La Russia sa bene cosa significa. Nello stesso tempo, Mosca avverte che per disperazione, di fronte alla prospettiva del cedimento completo e alla distruzione del paese, non esisterebbe – come ultima ratio – ad usare l’arma nucleare.

Precedenti storici

Ci sono precedenti storici -anche se non l’odierna Russia, l’URSS attaccò la Finlandia nel 1939-40
Voglio solo ricordarvi come finì la guerra sovietico-finlandese del 1939-40:

  • 127mila morti dall’URSS con 26mila finlandesi morti (5 a 1)
  • l’espulsione dell’URSS dalla Società delle Nazioni come Paese aggressore
  • ma soprattutto, a causa dell’aggressione sovietica, la Finlandia si schierò dalla parte della Germania nella seconda guerra mondiale, che nel 1941-44 portò alla morte di altri 67mila soldati sovietici sul fronte finlandese.

Se parliamo del dopoguerra però, la Finlandia non è mai stata minacciata.

Considerazioni

Come ho già detto, la Finlandia non corre alcun pericolo dalla Russia, che al contrario cerca costantemente di arginare il pericolo proveniente da Ovest. Del resto anche il Generale Tricarico ha detto: ‘mi auguro che Svezia e Finlandia non entrino nella Nato. Non credo che la Russia, debilitata e scarsamente capace dal punto di vista militare, possa aggredire nessun Paese di quelle dimensioni’ (Imola Oggi)

I paesi membri dell’Unione Europea e della NATO sono del tutto concordi all’ingresso di Svezia e Finlandia (l’ingresso della Finlandia nella NATO è cruciale perché ha i confini direttamente condivisi con la Russia). Solo Turchia si è detta contraria all’ingresso nella Nato di Finlandia e Svezia. In particolare, il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha detto che il suo Paese non vede con favore l’entrata dei due Paesi nordici nella Nato, ventilando dunque l’ipotesi che la Turchia possa usare il suo potere di veto
Tra i politici italiani, è da segnalare Giorgetti che si è espresso contro l’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato: “Non aiuta ad abbreviare il conflitto con la Russia” https://www.rassegneitalia.info/anche-giorgetti-contro-lingresso-di-finlandia-e-svezia-nella-nato-non-aiuta-ad-abbreviare-il-conflitto-con-la-russia/.
Ovviamente, la chiave di lettura di tutti questi eventi non sono gli interessi nazionali dei singoli paesi europei, ma interesse degli Stati Uniti che di fatto si sentono in guerra contro la Russia, ed in linea agiscono.
Questo è dimostrato da serie di dichiarazioni molto chiare, dalla dichiarazione del segretario di Stato Blinken (che sostiene che bisogna indebolire la Russia) a quella più recente del capo della maggioranza democratica alla Camera dei rappresentanti, Steny Hoyer, che oggi ha detto che gli Stati Uniti sono in guerra (evidentemente, con la Russia), e quindi, durante il “tempo di guerra”, i repubblicani non dovrebbero criticare Biden. https://twitter.com/greg_price11/status/1525161726643257344?t=EZCOHyJd7Khx-o7H5iUGdA&s=19

Patrizio Ricci, VPNews, qui.

E non sarebbe male ricordare che tutte le volte che Putin ha avvertito che avrebbe fatto una determinata cosa, l’ha sempre fatta. Magari dopo avere portato pazienza per anni, ma alla fine l’ha fatta. E quelli che preferiscono ignorare questa verità, assomigliano a quei bambini che si mettono due dita sugli occhi e poi trillano giulivi “Non mi vedi più! Non mi vedi più!”

Ma occupiamoci ora un momento del comico “ebreo”, quello che bisogna per forza essere dalla sua parte perché è ebreo, quello che l’Ucraina non può essere nazista dal momento che ha “democraticamente” (HAHAHA) eletto in “libere elezioni” (HAHAHAHA) un presidente ebreo. Ecco, ammiratelo, con tanto di kippah in testa, e godetevi anche le sguaiate e sgangherate risate del pubblico ucraino alle spassosissime battute del “comico”.

Neanche il guitto di casa nostra è mai arrivato a simili livelli di becerume e di volgarità.
Quest’altra invece è l’ospite della Polonia all’Eurofestival, che alla fine del suo discorso urla “Slava Ukraina” e tende il braccio destro in un bel saluto nazista.

Quanto a noi, se qualcuno ancora si illude che l’Italia non sia in guerra, dia un’occhiata a questi bei giocattolini, e si faccia due conti.


Per il gas invece non ci sono problemi: abbiamo chi ce lo fornisce:

E ora, dopo l’osceno spettacolo antisemita del comico ebreo (com’era la storia dello scandalo di Lavrov messo in croce per avere detto che sono ebrei alcuni fra i peggiori antisemiti?) godiamoci questo spettacolo autentico di due pattinatori russi che danzano su musica russa.

barbara

QUEL FAMOSO ARTICOLO 11

I pacifisti coglioni senza se e senza ma sono soliti ripetere come pappagalli le prime cinque parole dell’articolo: “L’Italia ripudia la guerra”, punto. Solo che l’articolo continua, e i coglioni guerrafondai senza se e senza ma aggiungono anche l’altro pezzo: “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.E qui si fermano anche loro, senza preoccuparsi di verificare se la situazione attuale rientra fra quelle previste, e volutamente scelgono di ignorare che no, la nostra partecipazione alla guerra a fianco dell’Ucraina non è giustificata dall’articolo 11.

Armi all’Ucraina: cosa dice davvero il decreto del governo

Il Parlamento italiano ha convertito in legge il decreto-legge n. 14 del 25 febbraio 2022, denominato “Disposizioni urgenti sulla crisi in Ucraina”. La legge di conversione è la numero 28/2022 ed è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 13 aprile 2022. Decreto-legge e successiva legge di conversione prevedono la partecipazione del nostro personale militare al potenziamento di dispositivi Nato sul fianco Est dell’Alleanza. Il Parlamento ha autorizzato dunque l’invio di mezzi ed equipaggiamento militari di protezione, a titolo gratuito, a mero scopo difensivo.
Non abbiamo conoscenze militari, ma osserviamo che nella legge di conversione all’art. 2 si parla espressamente dell’invio di mezzi militari di difesa “non letali”, anche se all’art. 2 bis la legge prevede che con uno o più decreti il Ministro della difesa – di concerto col Ministro degli esteri – definiscano “l’elenco dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari” sarebbe contraddittorio ritenere che il 2 bis autorizzi quanto viene escluso dall’art. 2. Su tali decreti e sulla situazione generale, sempre ai sensi dell’art. 2 bis, il ministro della Difesa e quello degli Esteri devono informare le Camere almeno con cadenza trimestrale. Il tutto, per ora, fino al 31 dicembre 2022, data in cui scade (salvo proroghe) il nuovo stato di emergenza dichiarato dal governo per la crisi in Ucraina. Questa la situazione: potevamo prendere queste decisioni sulla base della nostra Costituzione?

Cosa dice l’art. 11 della Costituzione

L’art. 11 della Costituzione afferma che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Pertanto, non sono ammesse guerre di “aggressione” contro altri popoli ma esclusivamente guerre “difensive” per il nostro popolo. La guerra, insomma, a rigore è ammessa dalla nostra Costituzione solo se siamo attaccati militarmente da un altro Stato.
Ma l’art. 11 dice anche: l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Le limitazioni di sovranità cui fa riferimento il secondo periodo della disposizione costituzionale devono rispettare il principio secondo cui “l’Italia rinuncia alla guerra come strumento di conquista e di offesa alla libertà degli altri popoli. Stato indipendente e libero, l’Italia non consente, in linea di principio, altre limitazioni alla sua sovranità, ma si dichiara pronta, in condizioni di reciprocità e di eguaglianza, a quelle necessarie per organizzare la solidarietà e la giusta pace fra i popoli […], nel rispetto dei valori internazionali”. Questa l’interpretazione offerta dalla relazione del presidente della sottocommissione all’Assemblea costituente, Meuccio Ruini, al progetto di redazione dell’art. 11 agli inizi del 1947: ripudio della guerra; limitazioni di sovranità verso organizzazioni internazionali solo in condizioni di reciprocità e solo per fare la pace; mai guerre di aggressione. Il succo delle intenzioni dei Costituenti fu questo.

Onu e Nato

Quali sono queste organizzazioni internazionali nei confronti delle quali l’Italia è disposta a “limitare” la propria sovranità per garantire – in condizioni di parità con gli altri Stati – “la pace e la giustizia fra le Nazioni”? Nei verbali dell’Assemblea costituente – compresi quelli di fine 1947 quando la disposizione costituzionale venne approvata dall’Aula in via definitiva – si parla esclusivamente dell’Onu (Organizzazione delle Nazioni Unite), fondata nel 1945 al posto della precedente Società delle Nazioni. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu – l’organo direttivo che adotta gli interventi militari – è composto di 15 membri, di cui 5 permanenti e con diritto di veto (Stati Uniti d’America, Francia, Cina, Regno Unito e Unione Sovietica), pertanto – nel caso in questione – considerato che la Federazione Russa conserva ancora il diritto di veto all’interno del Consiglio, non si può parlare di un intervento militare a sostegno dell’Ucraina da parte dell’Onu.
La Nato, invece, che in questa situazione è quella che chiede l’invio delle armi, è costituita da un  trattato firmato a Washington nel 1949 che istituisce un’organizzazione internazionale (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) per la collaborazione nel settore della difesa nei confronti dei medesimi Paesi che ne fanno parte, con a capo gli Stati Uniti d’America. Si tratta della cosiddetta “Alleanza Atlantica” che si contrapponeva al successivo Patto di Varsavia del 1955 tra i Paesi che facevano capo all’Unione Sovietica. [“si contrapponeva al successivo”, cioè a qualcosa che al momento della sua nascita non esisteva, non è un tantino-ino-ino schizofrenico?]
È evidente, dunque, che le “limitazioni di sovranità”, per ragioni temporali, non potevano riferirsi anche alla Nato in quanto organizzazione internazionale successiva all’approvazione della nostra Costituzione. Tuttavia, avendo l’Italia sottoscritto quel Trattato nel 1949, ne accetta i relativi obblighi e impegni internazionali; pertanto, eventuali partecipazioni militari al fianco della Nato rientrano nelle “limitazioni di sovranità” di cui all’art. 11. Ma per fare che cosa? Entro quali limiti? Con quali finalità?
Il trattato Nato prevede operazioni a scopo difensivo in caso di attacco esterno nei confronti dei Paesi aderenti o dei territori facenti parte dell’Alleanza Atlantica, ma nella situazione in esame l’Ucraina non fa parte né della Nato né dell’Unione europea. L’Ucraina ha fatto parte dell’Unione Sovietica fino al 25 dicembre 1991, poi è diventata Stato indipendente a causa della caduta dell’URSS. Sta di fatto che la regione ucraina del Donbass, per la quale Putin ha scatenato il conflitto, si trova geograficamente a ridosso della Russia, e la sua popolazione è di lingua russa e subisce una persecuzione quasi decennale da parte del potere centrale ucraino.
L’intervento russo in Ucraina ha spinto la Nato – sotto l’egida degli Stati Uniti d’America – a chiedere ai Paesi che ne fanno parte di inviare armi all’Ucraina, ma si noti senza neppure entrare nel territorio ucraino, perché la Nato stessa non può intervenire in Ucraina, o meglio un suo diretto coinvolgimento sarebbe un atto di guerra nei confronti della Russia. Ma per quale motivo dovevamo accettare questa richiesta dal momento che l’Ucraina non fa parte dell’Alleanza? Per difendere i confini di uno Stato che opprime al suo interno una minoranza di lingua russa (che nel Donbass peraltro è maggioranza) e che non vuole più essere sottomessa? Chi è l’aggressore e l’aggredito nel Donbass? Siamo intervenuti negli ultimi otto anni in difesa della minoranza di lingua russa perseguitata nel Donbass dal potere centrale ucraino? Chi vuole oggi veramente la prosecuzione del conflitto in Ucraina e perché?

Solo armi di difesa “non letali”?

E ora la domanda più inquietante: basta quel decreto-legge convertito in legge dal Parlamento per autorizzare il governo a fare quello che vuole? Pare proprio di no, anche perché quella legge di conversione (art. 2) consente di inviare in linea di principio solo armi di difesa “non letali”, con relativo obbligo da parte dei ministri della difesa e degli esteri di informare le Camere – almeno con cadenza trimestrale – sulle armi da inviare e sulla situazione generale (art. 2 bis). Abbiamo al momento inviato solo questo tipo di armi difensive? Oggi non lo sappiamo perché il ministro della Difesa, per il momento, ha secretato questa informazione. Forse ce lo dirà tra tre mesi, chissà.
Certo è che se sul campo di battaglia si trovassero resti di nostre armi non previste dalla legge di conversione sarebbe un atto gravissimo in quanto il governo avrebbe violato una legge dello Stato e l’art. 11 della Costituzione. A questo punto sarebbe il caso che il premier Draghi riferisse al più presto in Parlamento, sia in ordine all’incontro avuto con il presidente USA Biden in questi giorni, sia su che tipo di armi stiamo inviando all’Ucraina. La riservatezza per ragioni militari sarebbe giustificata solo se il Paese fosse investito direttamente nel conflitto, non se il conflitto – cui peraltro siamo (ancora) estranei – si svolge tra due Stati che non appartengono né alla Nato né all’Unione europea. Le Camere non servono soltanto a ratificare le decisioni del governo, come peraltro è accaduto negli ultimi due anni con l’emergenza sanitaria; ad esse spetta anche – e soprattutto – il potere di controllo e di indirizzo politico cui il governo deve attenersi.
Paolo Becchi e Giuseppe Palma

E dunque continuando a citare come pappagalli l’articolo che in alcuni casi consente la guerra, fanno proprio la figura dei coglioni. E, andando a sostenere uno stato criminale, oltre che coglioni sono anche criminali. E visto che amate sbeffeggiare Capuozzo che “parla dal suo comodo divano”, eccovene uno che parla di quello che ha visto al fronte.

Adrian Bocquet, volontario francese in Ucraina: “Bucha è una messa in scena. Ho visto personalmente cameramen americani inscenare riprese distorte”

di Vittorio Rangeloni

Dichiarazioni di Adrian Bocquet un volontario francese in Ucraina:

“Mi assumo totalmente la responsabilità di ciò che dico. In Ucraina, ho assistito a crimini di guerra: Tutti questi crimini sono stati commessi dall’esercito ucraino. Ma in Francia non ne parliamo!”
Bocquet è un ex militare francese, autore di un libro.
Dopo tre settimane trascorse in Ucraina, ai microfoni di SUD Radio, ha deciso di raccontare la sua esperienza. Ecco qualche estratto della sua intervista:
“Quando sono tornato in Francia dall’Ucraina, sono rimasto scioccato: i canali televisivi invitano esperti che non sono stati in Ucraina e non sanno nulla di ciò che sta accadendo lì. Tra quello che sento dallo schermo televisivo e quello che ho visto con i miei occhi, c’è un abisso.”
“Ho visto l’esercito ucraino sparare alle ginocchia dei soldati russi catturati e sparare alla testa degli ufficiali.”
“Ho visto personalmente i cameramen americani inscenare riprese distorte dai luoghi degli eventi.”
“Tutti gli edifici civili distrutti presentati dall’Ucraina come bombardamenti su civili, non sono altro che il risultato di sparatorie imprecise degli ucraini su installazioni militari.”
“Le forze armate ucraine nascondono munizioni negli edifici residenziali di notte, senza nemmeno informare gli abitanti. Questo si chiama usare le persone come scudo.”
“Bucha è una messa in scena. I corpi dei morti sono stati spostati da altri luoghi e deliberatamente posizionati in modo tale da produrre riprese scioccanti”.

Versione completa dell’intervista in francese: 

Qui. NOTA: non sapere il francese NON è un alibi per invocare l’ignoranza in buona fede. Poi volendo ci sarebbe anche questa cosa qui – da prendere ovviamente con le molle, esattamente come quella degli alpini (salvo il fatto che queste sono anche state denunciate e non solo raccontate sui social) – ma certamente non da liquidare come chiacchiera da mercato. E magari mettiamoci anche questa

Sergio Alaimo

Quel fiorellino cerchiato è una delle mogli delle Waffen SS rinchiusi nell’acciaiera. E’ andata dal Papa. Non è nazista e questi sono i valori occidentali (quelli di cui si parlava nelle birrerie bavaresi di un secolo fa giusto giusto). A quando Auschwitz come semplice carcere minorile?

Se poi vi restano due minuti, andate a vedere questo sfolgorante esempio di giornalismo informativo.
E per concludere direi che ci sta bene una bella Mascherata.

barbara

TORNIAMO UN MOMENTO IN VIETNAM

Protestò contro la richiesta giunta da Washington di ridurre le vittime civili: nel 1968 il ritmo mensile delle sortite dei B-52 contro gli obiettivi in Vietnam del Sud e nel Laos quasi raddoppiarono, salendo a millecinquecento, e nel marzo del 1969 i giganteschi aeroplani scaricarono centotrentamila tonnellate di bombe. […] Ciò nonostante, nell’aprile del 1969 Abrams disse a un giornalista: «Quando abbiamo tenuto l’iniziativa… il nostro tasso di uccisioni è stato spettacolare». Il più aggressivo dei suoi subordinati, e il più notoriamente indifferente agli interessi vietnamiti, era il maggior generale Julian Ewell, un ferino veterano della divisione aviotrasportata nella seconda guerra mondiale. Nel 1968-1969 Ewell comandò la 9ª divisione nel delta del Mekong, quindi assunse il comando della II Field Force. Scrisse: «Sarebbe ora di finirla con l’approccio “cuori e menti”. Nel delta l’unico modo per avere la meglio sul controllo e il terrorismo VC è la forza bruta». Ewell non accettò i dati raccolti dall’ispettore generale del MACV, ovvero che durante i sei mesi dell’operazione Speedy Express, compiuta dalla sua formazione, fossero morti settemila civili. Nell’aprile del 1969, il drenaggio illegale di carburante dall’oleodotto dell’esercito a nord di Phu Cat raggiunse i ventitremila ettolitri al mese, e a livello nazionale le perdite toccarono i centosettantamila ettolitri. Durante la riunione settimanale del MACV si discusse di punire qualche ladro a mo’ di esempio. Un ufficiale obbiettò: «Non si può sparare alla gente per qualche furtarello». Ewell rispose: «Stron-za-te». Abrams espresse il proprio disagio per le uccisioni indiscriminate. Ewell disse: «Non sono d’accordo, generale. Trovi un’unità di guastatori che sta minando la strada e ne uccidi due o tre, e quelli la piantano. Questa gente sa contare. E diamine, quando li metti in fila [i corpi] il loro entusiasmo cala parecchio. È così che abbiamo sgomberato la Route 4: facendoli fuori». Abrams fece ridere tutti i presenti al tavolo dicendo: «Va bene, esamineremo la proposta». A ogni modo esortò a prestare attenzione ai civili: «Non vogliamo un tasso di terrorismo statunitense superiore a quello VC». Ma Ewell continuò a fare a modo suo. Il pilota di un elicottero d’assalto Huey si trovò a lavorare per un generale di brigata della 9ª divisione, John “Mal Hombre” Geraci: «I suoi ordini erano: uccidi tutto quello che si muove». Geraci portava con sé un bastone da ufficiale che era solito puntare al petto degli altri ufficiali per sottolineare: «Voglio dei morti». La 9ª divisione perfezionò una tecnica che prevedeva di isolare una zona con la fanteria per poi tempestare con l’aviazione e l’artiglieria tutto ciò che conteneva. Il numero dei morti era certamente notevole, ma esageratamente maggiore rispetto a quello delle armi sequestrate, l’indicatore più plausibile del fatto che stessero morendo le persone giuste. Il 12 novembre 1969, i cablogrammi dell’Associated Press riportarono il primo resoconto del giornalista d’inchiesta freelance Seymour Hersh, secondo cui alcuni uomini della 23ª divisione di fanteria “Americal” avevano perpetrato un massacro di civili a My Lai, a pochi chilometri dal mare nella provincia di Quang Ngai, per il quale massacro sarebbero finiti davanti alla corte marziale. Nei mesi e negli anni che seguirono, emerse che il 16 marzo 1968 almeno 504 contadini di tutte le età e di entrambi i sessi erano stati assassinati senza motivo dalla compagnia C, 1° battaglione del 20° reggimento di fanteria – per la maggior parte a “My Lai 4”, una borgata che in realtà si chiamava Tu Cung. Si ritiene che My Lai – nota come Pinkville fra alcuni grunts – abbia visto il maggior numero di uccisioni ingiustificate fra le molte avvenute durante la guerra, anche se c’è chi sostiene che le truppe stanziate in Corea del Sud abbiano combinato cose ancora peggiori. Il capitano Ernest Medina, che comandava la compagnia C, aveva in precedenza ordinato di sparare a sangue freddo a due marinai al largo, e gli uomini dell’unità massacrarono altri civili senza incorrere in provvedimenti. Chi stuprava non era soggetto ad azioni disciplinari. […] Nei mesi successivi a My Lai, ancora più scioccante del massacro fu il suo insabbiamento istituzionalizzato. I comandanti ignorarono il vivido rapporto a caldo del pilota di elicottero warrant officer Hugh Thompson, che il giorno stesso sollevò coraggiosamente un putiferio su quello che aveva visto, e continuò a sollevarlo anche in seguito. Il comandante dell’unità operativa, il tenente colonnello Frank Barker, liquidò le manifestazioni di disagio dovute alle affermazioni del 1° battaglione del 20° reggimento, che sosteneva di aver ucciso 128 nemici senza aver catturato una sola arma, dicendo: «È una tragedia aver ucciso queste donne e bambini, ma è successo in una situazione di combattimento». Nel marzo del 1969 Ronald Ridenhour, mitragliere di elicottero, scrisse a trenta membri del Congresso, descrivendo le atrocità che i suoi compagni gli avevano raccontato in modo credibile, suscitando in patria una piccola ondata di sconcerto che in seguito diventò un’alluvione. Tuttavia, l’ufficiale di stato maggiore della 23ª divisione, il maggiore Colin Powell, poi segretario di Stato degli Stati Uniti, produsse un memorandum per l’aiutante generale che costituiva la più totale copertura della vicenda. […] Dalle indagini su My Lai emersero le prove di altri crimini di guerra perpetrati nello stesso periodo dalla compagnia Bravo del 4° battaglione del 3° reggimento di fanteria, per i quali non fu mai condannato nessuno. Quando il tenente generale William Peers condusse un’indagine completa e tardiva nel novembre del 1969, le sue conclusioni citavano ventotto ufficiali, compresi due generali e quattro colonnelli, che egli accusava di 224 reati militari gravi, dalla falsa testimonianza all’omissione di denuncia di crimini di guerra alla cospirazione per insabbiare le informazioni possedute, e per aver partecipato a crimini di guerra o per non averli impediti. Si scoprì che più di quaranta dei centotré uomini della compagnia C avevano preso parte al massacro, e non uno dei soldati di fanteria aveva provato a impedirlo, né a fermare gli stupri collettivi. Anche se il comandante della 23ª divisione, il maggior generale Samuel Koster, fu, seppur tardivamente, degradato a generale di brigata, la corte marziale non inflisse condanne per nessun crimine grave, eccezion fatta per il comandante del 1° plotone, il tenente William Calley, il 29 marzo 1971. Benché Calley fosse stato condannato alla reclusione, il presidente intervenne immediatamente per ordinare che fosse semplicemente «confinato nei suoi alloggi». Quando il capitano Medina fu assolto, il giudice gli augurò buon compleanno. Dei cinquemila telegrammi inviati alla Casa bianca sulla condanna a Calley, quelli a favore del tozzo tenente erano circa cento contro uno, e il dirigente nazionale dei Veterans of Foreign Wars disse: «Per la prima volta nella nostra storia abbiamo processato un soldato per aver eseguito il suo dovere». Nel novembre del 1969, quando la stampa dedicava le prime pagine alla vicenda di My Lai, Nixon esclamò più volte a un addetto militare della Casa bianca: «Ci sono dietro quegli stramaledetti ebrei di New York». Le reclute che marciavano a Fort Benning intonavano: «Calley… Calley… È uno dei nostri». AFN Saigon trasmise più volte una ballata registrata da un gruppo vocale dell’Alabama che si faceva chiamare C Company: «Mi chiamo William Calley, sono un soldato di questa terra / avevo giurato di fare il mio dovere e di avere la meglio, / ma hanno fatto di me un cattivo / mi hanno appiccicato un’etichetta». Alla fine il MACV ordinò alla stazione radio di cessare la messa in onda del disco, che pur vendette duecentomila copie, ma non poté eliminare le scritte come «Uccidi un gook per Calley» tracciate dai grunts a Saigon.

Hastings, Max. Vietnam: una tragedia epica 1945 -1975, Neri Pozza, pagg. 656-660.

Questa la dedico a quelli che “e l’Holodomor”, “e Katyn”, “e Stalin” per dimostrare che a tutti i massacri e stupri e crimini di guerra e crimini contro l’umanità di cui il cicciobello in mimetica accusa la Russia dobbiamo credere ciecamente, per via dei “precedenti”. Ecco, qui abbiamo l’America del Vietnam, e della Corea, e di tutto il resto che sappiamo: quindi è fuori discussione che quanto viene detto sul fatto che l’America sta combattendo la sua guerra da “Russia delenda est” per interposta Ucraina è meritevole di essere creduto ciecamente, giusto? Soprattutto ora che il pupazzo sembrerebbe disposto a concedere la Crimea e concludere la pace ma la NATO – ossia ovviamente chi regge i fili di tutto il teatrino – ha detto che non se ne parla neanche (com’era quella storiella dello stato sovrano?), e così come Ifigenia deve morire affinché le navi possano salpare, così devono morire gli ucraini affinché l’America possa continuare a combattere la Russia. E poi magari teniamo anche presente che loro le nefandezze della Russia stanno continuando a raccontarle, noi quelle dell’Ucraina le documentiamo.

A proposito, visto che molti sostenitori dell’Ucraina sono anche sostenitori di Israele e naturalmente oppositori del terrorismo palestinese, che cosa mi dite di questo?

E questo?

Poi vediamo questo, di due giorni fa

E beccatevi anche questo

(Campanello d’allarme ancora niente? Due domandine ancora niente?)

Aggiungo un suggerimento che, anche se le api per me significano pericolo di morte, condivido:

Claudia Premi

Per aiutare le api servono aiuole così… il costo è basso… semi di fiori misti di campo!
Aiutate le api, non aiutate Zelensky.
Comunque, anche se le provocazioni nei confronti della Russia dovessero arrivare a un punto tale da indurla a usare un’arma atomica, noi possiamo dormire i nostri sonni tranquilli perché

anche se qualcuno fa notare che

Vabbè, adesso è il momento di fermarci con la cronaca e regalarci una bella polka.

barbara