OBAMAGATE: LA GUERRA SEGRETA DI BARACK OBAMA CONTRO DONALD TRUMP

La questione Flynn era legata al tentativo di palesare una collusione tra Trump e la Russia, in modo da dimostrare che le elezioni del 2016 erano viziate e quindi da cancellarne il risultato, come se non fossero mai esistite. In un modo o nell’altro volevano mandare via Trump dalla Casa Bianca. Dimostrare che Flynn era colpevole era un primo passo importante per cercare di dimostrare la colpevolezza di Trump. La scoperta di documenti fino a poco tempo fa tenuti segreti ha ribaltato il tavolo, e ora quello che rischia di più non è Trump ma Obama. […]

Trump è stato dichiarato presidente eletto il 9 novembre del 2016, ma ha iniziato il suo mandato il 20 gennaio del 2017. Fino a quel momento è rimasto in carica Obama con pieni poteri. Ci sono quindi circa due mesi e mezzo di “interregno”. Questo dettaglio che non tutti conoscono, come vedremo, è fondamentale per lo sviluppo dell’Obamagate, perché i fatti contestati relativamente al caso Flynn sono avvenuti durante questa finestra temporale. […]

Le domande erano tutte a proposito del Russia-gate e della presunta collusione tra Trump e Putin. E che cosa si è scoperto leggendo queste audizioni segrete? Che nessuno dei protagonisti aveva la benché minima prova che Trump avesse avuto contatti con i russi. Né lui, né i suoi collaboratori. […]

La Fusion GPS viene pagata 12 milioni di dollari da Hillary Clinton e dal DNC (partito democratico americano) per fare una ricerca (opposition research) contro Trump. Curiosamente, la Fusion GPS aveva iniziato questo suo lavoro nel 2015 per mandato del Washington Free Beacon, finanziato da Paul Singer che al tempo stesso ha finanziato la campagna elettorale presidenziale di Jeb Bush e Marco Rubio. Dietro il famigerato Steele Dossier, c’erano inizialmente la famiglia Bush e Marco Rubio, rivali di Trump alle primarie repubblicane. Solo in un secondo momento sono subentrati i Clinton, apportando denaro fresco alla causa con ben 12 milioni di dollari (“The making of the Steele dossier”, The Washington Post, Feb. 6, 2018). Il dossier contiene materiale, a detta dello stesso autore, non verificato e proveniente da agenti segreti russi pagati da Steele coi soldi ricevuti da Simpson, a sua volta ricevuti da Hillary Clinton. Se già a questo punto vi chiedete come mai un dossier pagato da un avversario politico (e non verificato) possa essere usato per una indagine segreta dell’FBI e per una campagna di diffamazione a mezzo stampa durata per anni, senza che nessuno si chieda la legittimità di tutto questo, non siete i soli. […]

A metà del 2016 il figlio di Trump, Don Junior, incontra una avvocatessa russa che promette di avere prove contro la Clinton. Ovviamente era solo un adescamento, lei non aveva assolutamente nulla da dire. Questa avvocatessa di nome Natalia Veselnitskaya cena con Glenn Simpson sia la sera prima che la sera dopo l’incontro alla Trump Tower. Una curiosa coincidenza che fa sospettare l’ennesima trappola. Anche qui ci sarebbe da chiedersi come mai se Hillary Clinton può pagare 12 milioni per fare creare un dossier da agenti segreti inglesi e russi, allo stesso modo Don Junior non possa incontrare qualcuno che promette di avere documenti contro la Clinton. Perché se lo fa la Clinton pagando agenti russi si chiama “opposition research” ed è legale, mentre se lo fa il figlio di Donald Trump senza pagare nessuno si chiama collusione e tradimento ed è illegale? […] Dalle carte de-secretate si capisce che i vari componenti dei dipartimenti di giustizia uscente, DOJ FBI e CIA, scelti da Obama, la mattina venivano interrogati sotto giuramento in sessioni segrete dalla Commissione di controllo dei servizi segreti della Camera e dicevano di non avere prove; la sera andavano in TV sulla CNN e sulla MSNBC a dire che le evidenze erano chiare e inequivocabili contro Trump. […]

Tornando alle accuse verso l’amministrazione Obama molti sostengono in sostanza che si è trattato di un tentativo fallito di colpo di stato da parte dell’amministrazione Obama, dell’FBI, della CIA, con l’aiuto di alcuni media amici (e col supporto velato di una parte dell’establishment repubblicano), contro Trump. A parlare più esplicitamente di colpo di stato (coup d’état) è l’ex giudice Jeanine Pirro […].

I documenti segreti sono stati resi pubblici grazie a Richard Grenell: ambasciatore USA in Germania. […] Grenell, sorprende tutti, non guarda in faccia a nessuno, prende questi documenti segreti e li rende pubblici, forzando la mano all’attuale direttore FBI Christopher Wray (rimasto oramai quasi l’unico nemico interno visto che quasi tutti gli altri sono stati scoperti e sostituiti). […]
I documenti desecretati da Grenell, dicono tra l’altro che il 4 gennaio del 2017 – durante il periodo di transizione tra l’amministrazione uscente e quella subentrante – gli agenti dell’FBI […] dichiarano il caso Flynn sostanzialmente chiuso e Flynn innocente. A quel punto al 7 piano (dove risiede Comey, capo dell’FBI) si manda il chiaro ordine di tenere tutto aperto e di cambiare il verdetto. Il giorno dopo Obama chiama a sé tutti i suoi […] e ovviamente anche Joe Biden, per organizzare quello che a destra definiscono l’agguato al generale Flynn. Nelle riunioni che si susseguono e che sono documentate nelle carte Obama chiede a tutti come procedono le ricerche per incastrare Flynn, col quale aveva avuto pesanti screzi nel 2014.
Di che cosa è accusato Flynn? Di aver parlato con Sergey Kislyack, ambasciatore russo, pochi giorni prima. Loro lo sapevano perché lo stavano intercettando (anche lui con un ordine FISA che non trovava giustificazioni). Nelle telefonate i due non si dicono niente di strano, infatti nessuno contesta il contenuto in sé la telefonata. Va anche detto che Flynn in quei primi giorni di gennaio, sapendo di dover diventare DNI (ruolo poi preso da Coatts, poi Grenell ad interim, e successivamente Ratcliffe) parla con ambasciatori di mezzo mondo. Nelle note raccolte dall’FBI gli ordini erano precisi: confonderlo in modo che si potesse dire che aveva mentito per fare si che non diventasse DNI o che si dimettesse quanto prima e possibilmente che finisse sotto processo.
Altra cosa che va precisata: c’è una legge che prevede che quando un cittadino mente all’FBI è passibile di condanna penale, anche se non è sotto giuramento. Però dovrebbe essere almeno avvisato di essere sotto interrogatorio e questo non avvenne, inficiando l’intero impianto di accusa. Il 24 gennaio 2017 gli agenti dell’FBI, Pientka e Strzok, lo approcciano senza avvisarlo che lo stanno interrogando; nei film di solito c’è la frase “hai il diritto di restare in silenzio, quello che dici potrà essere usato contro di te”. In quel caso invece gli dicono che non c’è bisogno che ci sia un avvocato, quindi di fatto lo ingannano. Gli chiedono se ha parlato con l’ambasciatore Kislyak suggerendogli di non fare escalation (perché la Russia non aveva reagito alla espulsione di 35 russi su ordine di Obama), lui risponde “non proprio” (not really). In realtà dalla intercettazione si evince che lui aveva parlato della cosa sconsigliando ai russi di reagire in modo spropositato, facendo capire che se lo avessero fatto la nuova amministrazione non avrebbe potuto fare altro che rilanciare l’escalation (non la conversazione che ci si sarebbe aspettata tra due presunti cospiratori). Forse Flynn non si voleva sbottonare con loro, infatti i due non prendono inizialmente la cosa come una menzogna diretta. Fatto sta che dopo un consulto coi piani alti qualcuno dell’FBI va dal vice presidente Mike Pence e gli dicono che Flynn gli ha mentito perché non gli ha detto questo dettaglio della conversazione con Kislyak, facendo intendere che ci fosse una trama con la Russia. Pence interviene e chiede che Flynn si dimetta quanto prima. A quel punto l’FBI lo interroga di nuovo e viene accusato di aver mentito con quel “not really”. Lui non ricordandosi cosa aveva detto e intimorito (pare che abbiano minacciato anche di fare arrestare suo figlio se non avesse confessato) e senza poter nemmeno parlare con un avvocato confessa di aver mentito sul fatto che avesse sconsigliato ai russi di reagire. Confermerà successivamente la cosa una seconda volta davanti a un giudice (lui ha sostenuto poi di averlo fatto perché minacciato). Per completare l’informazione va detto che era stato Kislyak a chiamare Flynn (come molti altri ambasciatori del resto) per congratularsi della nomina, e che di seguito ci fossero state altre tre telefonate il 29 dicembre 2016 proprio a seguito delle sanzioni imposte da Obama contro la Russia che avevano portato alla espulsione di 35 russi. Flynn viene accusato di aver mentito all’FBI, non di aver complottato con la Russia. […] Oltretutto è chiarissimo dalla telefonata che Flynn era stato anche velatamente minaccioso con Kislyak, segno che non c’era alcuna intesa tra i due. Il senso della sua frase era “vedete di non esagerare con la reazione a queste sanzioni imposte da Obama contro di voi altrimenti alziamo la posta pure noi e non si sa dove si va a finire”. Nessuno, tranne Adam Schiff (ma di lui c’è poco da meravigliarsi), ha detto che in quella telefonata ci fossero i segni di un accordo tra Putin e Trump. […]

Ribadiamolo ancora una volta: a domanda, apparentemente informale da parte di un agente dell’FBI, che gli ha chiesto se avesse in qualche modo parlato coi russi per convincerli a non reagire alla espulsione dei famosi 35, ha risposto “non proprio” (not really), mentendo, perché in realtà era stato merito suo se i russi non avevano reagito. Per questa ragione il giudice Sullivan, che lo vorrebbe giudicare a tutti i costi anche se il dipartimento di Giustizia (DOJ) ha chiesto formalmente l’archiviazione, si auspica che lo si possa condannare a morte… Questo dà la misura del clima di isteria collettiva generato dai media contrari a Trump: quasi nessuno alza il dito per dire che è una caccia alle streghe e chi lo fa viene accusato di essere un traditore e un agente russo (abbiamo visto come Adam Schiff in diretta accusi Tucker Carlson proprio di questo). Altrettanto stranamente nessuno si è mai sognato di accusare Obama di complottare coi russi malgrado fosse stato colto a parlare di nascosto con Medvedev di “maggiore flessibilità” dopo la sua rielezione.

Mi fermo qui, quasi all’inizio dell’incredibile serie di crimini perpetrati dalla cricca Obama-Clinton e soci per tentare di impedire a Trump, eletto alla presidenza, di entrare nel ruolo. Incredibile serie perché, trattandosi di storie fabbricate sul nulla, più di tanto non potevano reggere, e ogni volta che una veniva smontata, l’infaticabile banda immediatamente si attivava per fabbricarne un’altra. Dubito che un autore professionista di spy story riuscirebbe a mettere insieme un groviglio come quello realmente creato da questi sordidi personaggi – la maggior parte autodefinentisi “democratici” – per impedire alla democrazia di fare il suo corso. E, dato che nelle veline di regime queste cose non le trovate, aggiungo che tutto questo non è che una parte microscopica di quello che è stato tramato e perpetrato contro Trump per impedirgli di governare. E nonostante abbia dovuto spendere gran parte delle sue – fortunatamente cospicue – energie per difendersi da questo branco di bisonti, qualcosina è riuscito ugualmente a combinare: chi fosse interessato lo può trovare qui. Chiaro che con tutto quello che è riuscito a realizzare, l’America che lavora, che produce, lontana dai salotti radical-chic fabbricatori di chiacchiere e fumo, non poteva che scegliere di farlo restare per altri quattro anni e dunque la controparte ha provveduto a mettere in campo quella poderosa macchina di brogli che Nancy Pelosi aveva fatto intravvedere (“Biden sarà presidente, qualunque sia il conteggio finale”) e Biden in persona, probabilmente in uno dei suoi molti momenti di obnubilamento, come capita agli ubriachi, aveva apertamente annunciato. E di cui potete vedere qui documentato uno dei tanti episodi che hanno percorso l’intera America per fabbricare la vittoria di Biden, quella vittoria che gli elettori non sono stati disposti a regalargli

Qui l’articolo con tutti i dettagli

Quello che dovrebbe essere chiaro a chiunque abbia occhi e orecchie e cervello e cuore, è che se non riuscirà a far riconoscere quelli che si sono rivelati i peggiori brogli della storia americana e restare alla Casa Bianca, sarà una catastrofe di portata planetaria: torneranno le guerre a insanguinare il Medio Oriente, tornerà il finanziamento al terrorismo palestinese e ai deliranti progetti iraniani, impazzerà la violenza senza controllo in tutti gli Stati Uniti senza che nessuno tenti di fermarla (ma, non potendo più darne la colpa a Trump, non godrà della copertura di cui ha goduto finora, e noi non ne verremo messi al corrente), le Borse crolleranno e la miseria dilagherà, ma si troveranno comunque miliardi di miliardi di dollari per sostenere le allucinanti politiche gretiane, il politicamente corretto diventerà sempre più cogente e la libertà di pensiero, per non parlare di quella di parola e di stampa, cesserà di esistere.
Quanto al libro, lo raccomando fortemente, perché lì dentro ci trovate cose che voi umani non potreste nemmeno immaginare. E sono tutte vere e documentate, e agiscono sulle politiche di tutto il mondo, e quindi sulla vita di tutti noi. Leggetelo!

Gianluca Borrelli, Obamagate, la case books

barbara

ASPETTANDO IL VOTO

A preparare il caos sono i Democratici: le pericolose connessioni con Antifa e BLM e il rischio brogli

Il ribaltamento della narrazione: i media attribuiscono ambizioni tiranniche e golpiste a Trump, mentre è l’altra parte a praticare la violenza squadrista di strada e a prepararsi a contestare, o rubare, le elezioni… Voto per posta e ballot harvesting hanno provato più e più volte di essere vulnerabili a errori e brogli. E tutti i movimenti radicali, da Antifa a Black Lives Matter, nati o cresciuti all’ombra della “Resistenza” anti-Trump, sono legati ai Democratici e persino “istituzionalizzati”
Se Hollywood fosse ancora quella che era nei suoi anni d’oro, la storia delle elezioni presidenziali del 2020 diventerebbe un giorno un grande kolossal. Gli elementi ci sono tutti. Basta girare sui media e social media americani per ricevere una doccia fredda di emozioni contrastanti: passione, speranza, anticipazione, suspence.
Ormai da mesi i sondaggi ci dicono che Trump perderà, ma come in ogni thriller che si rispetti, i sondaggi si sono riavvicinati nell’ultima settimana negli Stati chiave, creando nei sostenitori di Biden un rinnovato panico. I sostenitori di Trump dal canto loro rimangono speranzosi. Indicano le folle che Trump è capace di riunire ai suoi comizi e i molti aneddoti su amici, parenti e conoscenti che voteranno Trump, ma hanno paura a dirlo pubblicamente come indizio che i sondaggi sono o clamorosamente sbagliati, o clamorosamente falsi. È il 2020, tutto può succedere…
Quest’anno la politica americana, citando il Covid a pretesto, ha anche fatto di tutto per assicurarsi che il già incasinato sistema elettorale lasci ancora più dubbi sulla possibilità di errori e brogli. Non bastavano la mancanza di carte di identità ai seggi e la curiosa pratica del ballot harvesting, che consente a operatori politici di raccogliere le schede di voto direttamente a casa degli elettori, creando strane situazioni per cui a distanza di giorni dall’elezione continuano a spuntare casse piene di voti. Quest’anno è stato aggiunto il mail-in voting, che consente agli Stati di inviare schede elettorali in massa a casa della gente, che poi vota e le rispedisce per posta, con solo una firma a controprova.
Tutti questi sistemi hanno provato più e più volte di essere vulnerabili a errori e brogli. Soprattutto col mail-in voting, si moltiplicano le storie di gente che riceve a casa schede elettorali a nome di gente morta, che non abita più o non ha mai abitato lì. Ad Atlanta una scheda elettorale a nome di un gatto morto è stata recapitata al domicilio degli ex proprietari. In New Jersey, solo pochi mesi fa, si è dovuta annullare una intera elezione speciale a causa del mail-in voting. L’organizzazione di giornalismo investigativo di area conservatrice Project Veritas negli ultimi mesi ha scoperto numerosi casi di brogli elettorali attuati anche col ballot harvesting.
Per giunta Stati e corti supreme hanno reso la situazione ancora più precaria annacquando ulteriormente le regole. Ad esempio, non richiedendo nemmeno la verifica via firma, oppure sentenziando che vengano accettati voti ricevuti fino a nove giorni dopo le elezioni (North Carolina).
Entrambe le parti in causa si preparano ad una lunga battaglia legale. La campagna di Biden, già mesi fa, curiosamente ancora prima che il sistema del mail-in ballot di massa venisse finalizzato, ha assunto un team di oltre 600 avvocati specializzati in contese elettorali. Trump dal canto suo, ha più volte asserito che non concederà la vittoria la notte delle elezioni se il risultato è in dubbio [si noti: “se il risultato è in dubbio”. I nostri mass media di regime hanno scritto che “Trump ha dichiarato che in caso di sconfitta non accetterà il risultato”].
Questo ha amplificato nei media e nel Partito Democratico le rivendicazioni secondo le quali Trump è un tiranno che si prepara a restare al potere con la forza. Ma i sostenitori di Trump rispondono che queste accuse servono in realtà a preparare il terreno a un rifiuto di concedere la vittoria a Trump da parte di Biden.
La timeline in effetti coincide con la seconda possibilità più che con la prima. I primi articoli su Trump che si rifiuta di abbandonare la Casa Bianca e deve essere portato via a forza dai militari, una specie di fantasia porno-politica della Resistenza, sono vecchi di anni. Hillary Clinton, già ad agosto, prima che il sistema del mail-in ballots venisse finalizzato, aveva ammonito che Biden non dovrebbe concedere la vittoria “in nessun caso”.
Per mesi il Partito Democratico ha condotto wargames in cui Trump rifiuta di concedere la vittoria e deve essere rimosso, arrivando a minacciare se necessario la secessione degli Stati blu. In molti tra i “trumpisti” hanno fatto notare che tra i più assidui sostenitori di questi scenari ci sono i più instancabili fan delle cosiddette “rivoluzioni colorate” all’estero, che da manuale partono proprio da un risultato elettorale dubbio o contestato, e vengono attuate mobilitando le piazze. In fondo, sono stati i Democratici a insistere per tutti gli innovativi nuovi sistemi di voto…
E poi c’è l’ininterrotta sequenza di manifestazioni e violenze degli ultimi mesi, scatenatesi in nome della protesta contro la brutalità poliziesca, ma che sin dall’inizio hanno assunto un carattere più ampio, decisamente reminiscente di una rivoluzione culturale e politica ad ampio spettro. Si tratta di coincidenze che generano speculazioni e allarme.
Parte della narrazione secondo cui Trump sarebbe un dittatore in nuce si fonda sulla vulgata che avrebbe delle milizie di strada pronte ad intervenire per mantenerlo al potere. Nel corso degli ultimi mesi la campagna di Joe Biden, i Democratici, e la stampa liberal hanno alternato nel sostenere che disordini come quelli di Portland e Kenosha sono “perlopiù pacifici” e, se violenza c’è, è opera di “right wing militias”. In questo ruolo sono state additate organizzazioni come i Boogaloo Boys, i Proud Boys, e i convogli di pick-up sventolanti bandiere pro-Trump. Ma i Boogaloo Boys sono in genere anarco/libertari che frequentemente si sono uniti a BLM nelle proteste, i Proud Boys sono qualcosa di più simile a una fratellanza da college, e i convogli di pick-up imbandierati sono organizzati ad hoc.
Per quanto sia vero che occasionali scontri tra manifestanti ed episodi discutibili ci siano stati, impallidiscono a paragone col miliardo di dollari di danni stimati provocato da organizzazioni come Antifa e Black Lives Matter.
Black Lives Matter non è un’organizzazione per i diritti civili. È un’organizzazione apertamente marxista con una piattaforma omnicomprensiva e radicale. Non è composta da pochi volontari che donano il loro tempo libero, ma da attivisti professionali addestrati, la maggior parte dei quali (75 per cento circa) non sono nemmeno afroamericani. I loro eventi non sono spontanei, ma organizzati a tavolino di tutto punto.
Il loro funding è milionario, e non proviene certo da afroamericani delle Inner Cities che hanno rotto il porcellino. I principali finanziatori di BLM sono organizzazioni come la Open Society e la Ford Foundation [e sappiamo di chi è la “Open Society”, sovvenzionata con 19,59 miliardi di dollari, vero?]. Anche le piccole donazioni private non hanno nulla di bipartisan. Andando sul sito di BLM e cliccando sul pulsante “donate”, si viene portati dritti ad Act Blue. Un’infrastruttura del Partito Democratico.
Anche Antifa ha rivelato negli ultimi mesi alcune connessioni col partito dell’asinello. Ci sono stati casi di Antifa arrestati nel corso di proteste violente che erano politici democratici locali. Il Bail Project, un fondo destinato a pagare la cauzione di manifestanti arrestati, che ha spesso fatto liberare membri di Antifa, riceve donazioni non solo dalla solita coterie di miliardari liberal e stelle del cinema, ma anche da membri della Campagna Biden. Kamala Harris e Chelsea Clinton hanno entrambe sollecitato donazioni.
Una impiegata del Bail Project è stata poi sorpresa a usare i fondi donati per noleggiare e guidare fino a Louisville un furgone pieno di materiale da rivolta (scudi, elmetti, corpi contundenti), che poi è stato distribuito agli Antifa già sul posto. Sara Iannarone, l’attuale candidato democratico in testa nelle elezioni comunali a Portland, che ha ricevuto l’endorsement di Bernie Sanders, è una Antifa dichiarata.
Quando Black Lives Matter occupa una zona pubblica in una città americana è il sindaco di sinistra che gli fornisce tutti i permessi. Quando BLM commette un atto di vandalismo o di violenza, i media arrivano in soccorso minimizzando, e spesso proprio mentendo. E se i manifestanti vengono arrestati, pubblici ministeri compiacenti li rilasciano con, o più spesso senza, una bacchettata sulle dita. Quando qualcuno reagisce, si oppone, si difende, o anche aggredisce i manifestanti, gli stessi pubblici ministeri lo colpiscono con tutta la forza della legge.
Tutti questi movimenti “di strada”, da Black Lives Matter alla Women’s March, e al limite dello spettro Antifa, sembrano essere istituzionalizzati. E tutte queste organizzazioni sono nate o cresciute all’ombra della “Resistenza” varata all’indomani della vittoria di Trump, e ne rappresentano il culmine.
Tutto ciò lascia la sensazione tra i sostenitori di Trump che sia in atto un capovolgimento delle narrazioni. Che la narrazione ufficiale attribuisca ambizioni tiranniche e golpiste alla propria parte, mentre è l’altra parte a praticare la violenza squadrista di strada e a prepararsi a contestare, o rubare, le elezioni.

Max Balestra, 3 Nov 2020, qui.

Aggiungo la dichiarazione di Nancy Pelosi che Biden sarà presidente, qualunque sia il conteggio finale. Così a naso direi che l’unico modo perché si realizzi l’auspicio della signora, ossia che Biden diventi presidente “qualunque sia il conteggio finale” è che qualcuno ammazzi Trump subito dopo l’elezione e prima che abbia il tempo di nominare il vicepresidente, che in tal caso ne prenderebbe il posto. Conoscendo la signora, non mi stupirebbe affatto che il suo pensiero sia proprio questo. A confermare lo scenario arriva il signor Biden che in tutta tranquillità, anche se con le consuete difficoltà neurologiche a mettere insieme più di una manciata di parole per volta, racconta di avere messo insieme la più vasta organizzazione di brogli elettorali della storia politica americana. Ascoltare per credere:

Nel frattempo Nigel Farage ci mostra le precauzioni messe in atto a Washington in previsione di ciò che si scatenerà in caso di vittoria di Trump:

Concludo con un paio di cose che forse non tutti sanno: i creatori del KKL sono stati i democratici; sempre i democratici si sono opposti con tutte le proprie forze – non limitate a quelle dialettiche, come ben sappiamo e come ha sperimentato Martin Luther King – prima all’abolizione della schiavitù (Abraham Lincoln era repubblicano), poi dell’emancipazione dei negri (lo stesso John F. Kennedy, pur personalmente favorevole all’emancipazione, è sempre stato abbastanza cauto nelle sue prese di posizione ufficiali, per non rischiare di scontentare il suo elettorato). Ed è dovuto arrivare il cattivo uomo dal ridicolo ciuffo arancione per dichiarare il KKK movimento terroristico.

barbara

IL RE È NUDO

Per non parlare delle regine.

Matteo Salvini organizza un convegno sull’antisemitismo, ma la signora Segre, fabbricatrice di una “commissione contro l’odio” (qualunque cosa una simile pagliacciata voglia significare) con particolare attenzione all’antisemitismo, non ha tempo per intervenire. Lo trova però per commentare che «la lotta all’antisemitismo non deve e non può essere disgiunta dalla ripulsa del razzismo e del pregiudizio». Cioè, tradotto in italiano purgato dall’ipocrisia, “non vengo perché Salvini è brutto sporco e cattivo, e qualunque cosa fatta da lui diventa brutta sporca e cattiva”.

Sempre in merito allo stesso convegno la signora* Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e anch’essa latitante, non ha saputo esprimere altro che critiche a Salvini, critiche alle quali risponde da par suo Niram Ferretti.

Negli Stati Uniti i repubblicani propongono una risoluzione a sostegno degli iraniani che protestano contro i sistematici abusi del regime e le sistematiche violazioni dei diritti umani, ma i democratici, con in testa la signora Nancy Pelosi, qui immortalata con annessa latteria,
USA-Nancy-Pelosi
la bloccano.

Ma denunciare la nudità delle regine non solo è politicamente scorretto a livelli inaccettabili ma anche, come direbbe la nota giornalista Rula Jebreal, razzista e sessista.

*Con la signora in questione ho avuto un vivace scambio, un paio d’anni fa, a proposito di questo articolo. Se qualcuno fosse interessato, lo può leggere qui: NOEMI DI SEGNI.

barbara