COME PROTEGGERSI DAL VIRUS, ISTRUZIONI PER L’USO

La prima lezione ci viene da Napoli: se vedete qualche criminale senza mascherina, non limitatevi a redarguirlo severamente: pestarlo dovete, di santa ragione, e fare una bella rissa tutti ben attorcigliati

La seconda ci viene dalla Giordania: vi siete ammalati, vi hanno fatto il test, siete risultati positivi e adesso dovete andare all’ospedale: mi raccomando, fatelo nel modo giusto.

La terza ci viene da Codacons: se volete fare qualcosa di utile dovete dare soldi a loro, più ne date e meglio è.

Nel frattempo da Bergamo un tale signor Giorgio Gori, quello molto più preoccupato di combattere i pregiudizi che il virus, ci spiega che per salvare l’Italia bisogna fare venire almeno 200.000 extracomunitari.

E infine bisogna fare i tamponi a tutti quelli che ne hanno bisogno… ah no, che stupida, quelli li stanno già facendo, vero signor Borrelli? Vero dottor Villani? Vero signor Miozzo?

Non è il momento di dire bugie

Durante la conferenza stampa di mercoledì, il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli ha detto:

I tamponi – così come prevede l’OMS, poi mi correggerà se sbaglio il professor Villani – sono effettuati solo quando ci sono sintomi. Sintomi evidenti, difficoltà respiratorie. Quindi sotto questo profilo possono esserci anche delle persone lievemente sintomatiche che non fanno i tamponi. Questo è quello che penso, giusto professore?

Il professore Alberto Villani, presidente della Società italiana di pediatria, ha quindi risposto:

Confermo. A coloro che hanno realmente bisogno del tampone, il tampone viene eseguito. Quindi se non viene eseguito evidentemente non c’è l’indicazione a farlo.

Questa cosa non è vera. Ma proprio clamorosamente. Decine di migliaia di persone in Italia – e probabilmente di più – lo sanno bene perché è capitato a loro, o a una persona a loro vicina. Ed è doloroso ascoltare una bugia di queste proporzioni da persone di questa responsabilità in un contesto così delicato.

Una volta per tutte: le raccomandazioni del ministero, diffuse con una circolare del 27 febbraio e poi con una del 9 marzo, dicono che devono essere sottoposte a tampone le persone con infezione respiratoria acuta, cioè «insorgenza improvvisa di almeno uno tra i seguenti segni e sintomi: febbre, tosse e difficoltà respiratoria». È chiaramente specificato che il tampone è raccomandato in presenza di questi sintomi indipendentemente dal ricovero ospedaliero («che richieda il ricovero o meno», dice la circolare). Le raccomandazioni dell’OMS, poi, sono «fate i test, fate i test, fate i test». Siamo stati sgridati per questo: ampliare il numero di test è considerato cruciale per contenere l’epidemia e prendere le migliori decisioni sul percorso di uscita da questa crisi.

Eppure in Italia ci sono sicuramente moltissime persone che pur ricadendo nelle categorie indicate dal ministero e dall’OMS – pur trovandosi in situazioni in cui esisteva eccome «l’indicazione a farlo», per usare le parole del professor Villani – non sono state sottoposte al tampone.

Lo dimostrano le testimonianze drammatiche che tutti i mezzi di informazione, tra cui il Post, raccolgono da giorni da decine di medici di basemedici ospedalieriinfermieri e anestesisti in Lombardia; lo dimostrano le migliaia di persone morte in casa o nelle case di riposo con sintomi gravi compatibili con la COVID-19 e mai sottoposte al tampone, nonostante le ripetute richieste rivolte alle autorità sanitarie; lo dimostrano le esperienze di tantissime persone – disponibili ovunque, dai giornali ai social network fino probabilmente al vostro condominio, se vivete in Lombardia – che pur manifestando sintomi importanti e a volte anche convivendo con una persona risultata positiva al coronavirus, non sono mai riuscite a farsi testare. Qui non si parla della questione del tampone alle persone asintomatiche o lievemente sintomatiche: si parla di persone con sintomi acuti – migliaia di queste sono addirittura morte – che non sono mai state testate.

Non è la prima volta che gli italiani sono costretti ad ascoltare questa bugia. La regione Lombardia continua a sostenere di aver «rigorosamente seguito i protocolli che sono stati dettati dall’Istituto Superiore di Sanità», quando in realtà è più facile ottenere una radiografia ai polmoni – che permette ai medici di riconoscere i sintomi della COVID-19 e arrangiarsi di conseguenza – che un tampone. Addirittura in molti casi non si riescono a fare nemmeno i tamponi di controllo, quelli necessari per accertare la guarigione dei pazienti, che intanto aspettano per giorni di tornare alle loro vite. Il molto annunciato aumento del numero di tamponi effettuati in Lombardia ancora non si è visto. Non è solo una questione di correttezza, sia chiaro: le carenze della Lombardia sui test compromettono il contenimento dell’epidemia, e le modalità e i percorsi con cui potremo uscire da questa situazione e tornare alle nostre vite.

Anche il direttore della Protezione Civile, Agostino Miozzo, durante la conferenza stampa di mercoledì della settimana scorsa ha detto che «si fanno i tamponi che il Sistema Sanitario Nazionale ritiene necessario fare sulla base delle indicazioni che ci sono suggerite dalle organizzazioni internazionali». Non è vero.

In Lombardia non si fanno i tamponi che il sistema sanitario ritiene necessario fare, ma quelli che il sistema sanitario riesce a fare, a prescindere dai protocolli: e quindi molti meno di quelli che sarebbe necessario fare se si volessero seguire le indicazioni nazionali e internazionali. In altre regioni si sono visti approcci diversi e grandi miglioramenti su questo fronte: in Lombardia no. Poco dopo Miozzo ha aggiunto, parlando dei tamponi, che «c’è una policy di ricerca dei pazienti soprattutto sintomatici o dei loro contatti stretti». Non è vero neanche questo. Al contrario, la stampa in questi giorni ha ottenuto decine di testimonianze di familiari e conviventi di persone affette da COVID-19 che pur manifestando i sintomi della malattia non sono mai state testate, e a cui le autorità sanitarie hanno dato la sola istruzione di restare a casa come tutti.

Sempre durante la conferenza stampa di ieri, Borrelli ha detto anche un’altra cosa purtroppo non vera:

A me non è arrivata alcuna segnalazione di persone che non sono riuscite a entrare in terapia intensiva. Almeno per quello che è dato constatare a me, e non credo che sia arrivata all’opinione pubblica questo tipo di informazione. […] Con il lavoro dei medici, dei rianimatori, si soccorre – credo, a mio giudizio – tutti coloro i quali ne hanno bisogno.

Sono stati purtroppo proprio i medici e i rianimatori i primi a raccontare dolorosamente che in Lombardia per settimane non ci sono stati posti per tutti in terapia intensiva, e forse solo negli ultimi giorni le cose stanno cominciando a migliorare. Di nuovo, in Lombardia ci sono addirittura migliaia di persone – migliaia di persone – che sono morte in casa: che avrebbero avuto bisogno eccome di soccorsi, eppure non è stato possibile soccorrere. Residenze per anziani che si sono svuotate in pochi giorni e in cui le ambulanze non sono mai arrivate. Pazienti che non è stato possibile curare finché le loro condizioni non si sono deteriorate in modo irreparabile. Non uno o due: tanti. Il comprensibile desiderio di rassicurare la popolazione non può trasformarsi in una licenza a dire cose che non sono vere, peraltro da pulpiti così importanti e ufficiali.

Verrà il momento di discutere di cosa sia andato storto in Lombardia, che è stata travolta dall’epidemia con una forza maggiore che in qualsiasi altro posto d’Italia e forse del mondo. Così come verrà il momento di capire come mai a oltre un mese dall’inizio dell’epidemia non siamo ancora in grado di avere dei dati che permettano di misurare con una qualche affidabilità il numero di persone contagiate e il numero di persone morte. Può darsi che non si potesse fare più di così. Possiamo accettare che, pur avendo tutti le migliori intenzioni, in una situazione così straordinaria questo sia il massimo che fosse possibile fare. Ma allora sarebbe rispettoso e onesto dire questo, e non una bugia.

E mi auguro che quando questo cataclisma sarà finito, chi deve pagare paghi fino in fondo, senza sconti e senza pietosi buonismi.

barbara

UN PO’ DI COSE SU QASSEM SOLEIMANI E DINTORNI

Uno, due, tre quattro: les jeux sont faitsrien ne va plus.
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E dopo le figure, che così si capisce meglio, passiamo alla scrittura.

Un primo pezzo dedicato ai catastrofisti.

Teheran potrebbe pagare a caro prezzo la sua vendetta: dopo Soleimani, nessuno è più intoccabile

A leggere le prime pagine dei giornali italiani il giorno dopo l’uccisione di Qassem Soleimani, la sentenza quasi unanime che ne esce è praticamente uno sola: “Trump è un pazzo che ha portato il mondo sull’orlo della terza guerra mondiale”. Conclusione che fa alquanto sorridere, perché per quanto Trump sia un presidente sui generis, si dimentica che a morire è stato un terrorista, responsabile della morte non solo di centinaia di americani, ma anche di centinaia di occidentali e musulmani, fatti saltare in aria finanziando il peggior terrorismo internazionale (compresi gruppi di estrema destra, gruppi paramilitari latinoamericani dediti al narcotraffico e la stessa al Qaeda).

Detto questo, in attesa di capire quale sarà la vendetta iraniana, la sola conclusione che possiamo trarne è che buona parte dell’Occidente si è bevuta la efficace propaganda iraniana, che è riuscita a dipingere in questi anni Qassem Soleimani come un Che Guevara del XXI secolo, dedito unicamente alla lotta all’Isis e alla liberazione dei popoli oppressi… Una propaganda bevuta non soltanto grazie all’ottimo lavoro dei PR iraniani, ma anche con la complicità di tanti media occidentali, che hanno chiuso gli occhi davanti alla realtà del regime iraniano e alla sua natura terrorista e fondamentalista.

Una propaganda che ha potuto far breccia anche grazie alla folle strategia della precedente amministrazione Usa, quella di Barack Obama. Come noto, Obama puntava a ritirarsi dal Medio Oriente lasciando dietro di sé una specie di “equilibrio del terrore”, nel quale era riservata una parte centrale non solo alla Fratellanza Musulmana, ma soprattutto all’Iran. Per questo, davanti ad un Iran al collasso economico, nel 2011 Obama decise di ritirarsi dall’Iraq – nonostante il “surge” del generale Petraeus stava funzionando ottimamente, recuperando il sostegno degli stessi sunniti – di legittimare il programma nucleare di Teheran e di abbandonare al loro destino gli alleati tradizionali degli Stati Uniti nella regione. Avuta la benedizione americana, l’intero Occidente si adattò, trattando l’Iran come se fosse un El Dorado, coprendo le statue romane per non offendere la sensibilità dei clerici khomeinisti, salvo poi rendersi conto che fare affari con Teheran significava mettersi in casa i Pasdaran…

La stessa morte di Qassem Soleimani ci dice molto di quella che era la percezione dello stesso generale: ucciso davanti all’aeroporto di Baghdad, con un convoglio di scorta praticamente al limite del ridicolo. Segno evidente che – a dispetto delle sanzioni Onu – in Iraq (e non solo) Soleimani si sentiva a casa, pensava di poter entrare ed uscire come voleva, passando per gli aeroporti internazionali, dove persino un pivello dell’intelligence avrebbe potuto individuarlo. Pensava di essere ormai intoccabile. Quella stessa intoccabilità che gli permise di farla franca a Damasco quando venne ucciso Mughniyeh e di alzare il telefono per parlare con Petraeus, dicendogli di essere lui a comandare in Iraq…

Trump ha sovvertito tutto questo, mettendo fine ad uno status quo che durava da decenni. Potrebbe esserci un prezzo da pagare per questo? Ovvio. L’Iran potrebbe infliggere sofferenza ai suoi nemici occidentali? Ovvio, ma sono anche quaranta anni che lo fa, promuovendo terrorismo in ogni dove e passandola sostanzialmente quasi da impunito. Il punto centrale di tutta questa storia però è che ormai l’equazione è cambiata e oltre ai rischi di una “vendetta” iraniana, c’è anche un presidente americano che ha fatto dopo anni qualcosa che nessuno avrebbe mai immaginato, arrivando dove nessuno avrebbe pensato sarebbe potuto arrivare. Dunque, il problema del “giorno dopo” non si pone solamente per la Casa Bianca, ma anche e soprattutto per Teheran.

Colpendo un drone americano in acque internazionali, lanciando un missile contro una raffineria saudita dal suo territorio e attaccando l’ambasciata Usa a Baghdad, l’Iran ha superato la “linea rossa” e Soleimani – il mastermind di questa strategia offensiva – è stato fatto saltare in aria. Se tanto ci dà tanto, qualcuno a Teheran dovrà iniziare a pensare anche cosa potrebbe comportare per l’Iran affrontare le conseguenze di una vendetta che vada oltre le “linee rosse” delineate da Donald Trump. Perché da questo momento in poi, nessuno è più intoccabile…

Dorian Gray, 6 Gen 2020 (qui)

E uno a quelli che sanno sempre tutto, dalla politica internazionale a come fare gol in rovesciata da 800 metri di distanza.

Trump aveva bisogno dell’ok del Congresso per colpire Soleimani? Falso.

Non essere d’accordo con l’attacco ordinato dal Presidente Trump è legittimo, farlo opponendo a questa scelta ragioni che sono false è scorretto oltre che ridicolo.

Uno dei grandi mantra di queste ore è “Trump ha violato la Costituzione ordinando l’attacco senza autorizzazione del Congresso“. Ma è davvero così? Assolutamente no, vediamo perché.

Qual è la prerogativa del Congresso degli Stati Uniti rispetto ai “War Powers”? Il Congresso deve approvare interventi militari che prevedano l’impegno di forze militari per più di 60 giorni (War Powers Act del 1973). Anche in tal caso, il Presidente e il Governo potrebbero comunque rilasciare una “Dichiarazione di Guerra” che secondo il WPA andrebbe anch’essa approvata dal Congresso, ma de facto più Corti di Giustizia negli Stati Uniti hanno sentenziato che se il testo della dichiarazione del Presidente fornisce adeguate motivazioni è costituzionalmente valida la sua dichiarazione senza passare da un voto formale del Congresso sulla Dichiarazione di guerra stessa.

Una situazione di questo tipo avvenne con la guerra in Iraq voluta nel 2003 da George W. Bush. Il Congresso approvò la “October Resolution“, autorizzando un generico utilizzo delle forze armate in Iraq, ma non votò una vera e propria dichiarazione di guerra all’Iraq. Su questa base, un gruppo di civili ed ex-militari provò a fermare Bush portandolo in Tribunale. Con la sentenza Doe vs Bush, la giurisprudenza chiarì la non necessarietà costituzionale di una vera e propria dichiarazione di guerra votata dal Congresso.

È più volte successa la stessa cosa anche con Presidenti democratici: Bill Clinton utilizzò le truppe in Kosovo per 78 giorni senza alcuna autorizzazione del Congresso, Barack Obama fece lo stesso in Libano, limitandosi ad una lettera formale al Congresso dove indicava la necessità dell’azione militare per prevenire un disastro umanitario.

In ogni caso, in questi giorni non c’è stata nessuna azione o dichiarazione di guerra. Ma una risposta militare ad un attacco all’Ambasciata USA di Baghdad. I due colpi effettuati tramite droni negli scorsi giorni a Baghdad, non rientrano quindi in nessuna prerogativa del Congresso. Questo tipo di attacchi, di cui si parla giornalisticamente come “strikes” sono giuridicamente definiti “Military Operations” (War Powers Resolution and the Joint Resolution del 2001) e sono nell’esclusiva disposizione personale del Commander in Chief, ossia del Presidente. Come fu per Barack Obama con la cattura di Osama Bin Laden o di George W. Bush per quella di Saddam Hussein, solo per citare due casi altrettanto famosi. Una delle prerogative costituzionali del Commander in Chief è la difesa della nazione e delle sue forze armate, che può essere esercitata non solo senza l’approvazione del Congresso, ma addirittura senza la notifica. Nel solo 2015, Barack Obama ordinò circa 2800 strikes sganciando 26.171 bombe contro ISIS tra Iraq e Siria, senza una sola autorizzazione del Congresso.

L’anti-Trumpismo di molti media si caratterizza, ancora una volta, per la grande ignoranza rispetto alle tematiche di cui si occupa.

LSEPPILLI, 6 GENNAIO 2020 (qui)

Per passare a due chiacchiere in casa nostra.

Se i politici italiani si rifugiano nell’ipocrisia del pacifismo ecumenico o nell’antiamericanismo

Il contegno dei due principali referenti della crisi innescata dall’attacco americano allo stratega del terrore iraniano Soleimani, Conte e Di Maio, è stato imbarazzante. Quest’ultimo, mentre il mondo si interrogava sulle conseguenze, stava in aeroporto come un turista annoiato qualsiasi; poi ha elargito alcune perle delle sue, sul tenore “vi insegno io come si fa la diplomazia, noi andiamo d’accordo con tutti ma l’America ci fa schifo”. Non di meglio il premier per caso, il Giuseppi che non si pavoneggia più con le strette di mano con Trump, adesso anche lui ostenta un felpato disprezzo per l’America che non si lascia impunemente attaccare nelle sue ambasciate, che ha voltato pagina dopo i languori di Obama (copyright Riccardo Ruggieri) e mantiene quel che promette. Conte, anche lui, palesa una incomprensibile spocchia, pontifica sul valore della pace ossia, tra le righe, accusa gli Usa di irresponsabilità, e infine… si appella all’Europa! Proprio così, ne approfitta per l’ennesima lisciatina alla burocrazia bruxellese, unica, secondo questo ambizioso apprendista, a poter risolvere una crisi globale.

Davvero? Come in Libia, dove di fatto la Ue si è completamente arresa, si è disciolta? Come per il problema della sicurezza interna, per cui, ironicamente, proprio i suoi due maggiori centri di potere, Bruxelles e Strasburgo, sono stati nella notte dell’ultimo dell’anno teatro delle solite escandescenze di migranti, con fuochi, aggressioni, devastazioni, molestie, stupri? Come per il controllo della tratta umana che i cinici e i complici chiamano umanitarismo? “Vi insegniamo noi come si fa la politica internazionale”: l’arroganza naif di Giuseppi & Gigino ha del commovente o dell’irritante, a scelta. Basta non stupirsi se Mike Pompeo non scomoda neanche il tempo di una telefonata rituale: chi chiama, due scappati dal presepe?

Siamo seri: l’Italia conta niente sulla scena globale et pour cause; solo qui i leccaculo di regime possono perdere tempo con i giri di giostra a cavalli, con le convulsioni di uno che lascia la setta a 5 Stelle però vuole restarci però tuona e fulmina però si guarda intorno per vedere se gli danno retta. È il solito cabaret al pesto, mortificante, desolante. Il nostro ministro degli esteri, che nessuno si fila, dovrebbe essere in prima linea per garantire una presenza e invece si incontra col parigrado intellettuale Zingaretti per trescare sulla gestione di un potere tarlato e grottesco. Tra una dichiarazione demenziale e l’altra, quell’altro, il latitante della politica, il Di Battista che subito annuncia un viaggio di sostegno in Iran: sostegno a chi, al popolo decimato dal regime o al regime teocratico?

Questo generale Soleimani viene oggi pianto e rimpianto dalle ali estreme o dai loro eredi, da Fratojanni a Giorgia Meloni e questo deprime ma non sconcerta: come ha scritto precisamente Niram Ferretti sul suo profilo Facebook, da destra e da sinistra finisce sempre per affiorare il pregiudizio antiamericano, la simpatia per chiunque avversi l’America, fosse anche un tiranno, uno stratega del terrore, un generale sanguinario, con motivazioni pelose, strumentali. Fra i tifosi del defunto, ironicamente, anche molte sardine per Liliana, incuranti della voglia di sterminio degli ebrei di Soleimani. Ma pur di riscoprirsi antimperialisti! Non se ne esce, la politica italiana ha la testa girata all’indietro e fatica, anche nei leader giovani, a liberarsi dell’ideologia, dei luoghi comuni e spesso assurdi che l’ideologia contiene. E allora si rifugia nell’ipocrisia del pacifismo ecumenico. È l’eterna Italia che in guerra sta con tutti per non mettersi contro nessuno, che, come ricordava Montanelli, “non ha mai finito una guerra dalla stessa parte in cui l’aveva cominciata”, non può e non sa e non vuole liberarsi da se stessa, dei propri sofismi sciocchi, del proprio opportunismo da furbi, della sua astuzia da coglioni.

In gioco, questioni mastodontiche, non ultimo il mai sopito obiettivo di egemonizzare larga parte del Medio Oriente partendo dal fondamentalismo degli ayatollah, progetto noto come “mezzaluna sciita”. Ma la capetta del metoo, la disagiata Rose McGowan, chiede scusa agli ayatollah a nome del suo movimento e la Repubblica la celebra, sorda al grottesco. Come stupirsi se il dopo Soleimani non contempla quei due salami di Giuseppi & Gigino, se un segretario di Stato americano non si copre di ridicolo telefonando a un ministro degli esteri italiano che non conosce il mappamondo né la fatica di lavorare e prende ordini da un comico in disarmo?

 Max Del Papa7 Gen 2020 (qui)

Adoro quest’uomo, ogni giorno di più. Aggiungo un paio di cose trovate in rete.

Di Claudia Piperno:

Bilancio Trump, politica estera.
1) Ha trovato la “linea rossa” in Siria che Obama ha cercato per 8 anni, piccolo bombardamento e “Assad, statte buono”.
2) Ha smorzato il ciccione coreano, solo con una guerra a chi ha i coglioni più grossi, e senza colpo ferire.
3) Ha impedito al nazismo iraniano di avere l’atomica troppo velocemente, ritirandosi dal catastrofico accordo europico-obamico.
4) Ha favorito il riavvicinamento Emirates-Arabia-Egitto con Israele.
5) Ha soppresso il foraggio Usa e ONU ai mafiosi palestinesi di Hamas
6) Ha ristabilito una verità storica mistificata, e cioè che Gerusalemme è ebrea e capitale di Israele.
7) Ha polverizzato Al Baghdadi e la sua orrida barba bicolore.
8) Dopo l’attacco a una ambasciata USA, invece di far sparare sugli assalitori, ha preferito polverizzare l’ideatore, il Goebbels iraniano.
9) Ha dato un bel ceffone a Macron, che lo prende per il culo come e quando può, ritirandosi dal Kurdistan siriano e lasciandolo solo a gestirsi i ricattucci di Merdogan e tre milioni di migranti alle porte.
10) Ha limitato gli accessi in USA di gente che viene da paesi pericolosi e sta facendo passare una legge che VIETA i finanziamenti esteri (leggi muzz) alle Università americane, che generano solo antisemitismo primario.

C’è ancora chi crede che sia pazzo?

No, mica tutti credono che sia pazzo: molti credono anche che sia terrorista.

Gerardo Verolino

Dopo le parole durissime rilasciate dall’assessore alla pace, Francesca Menna, verso il governo di Washington, si acuiscono i rapporti tra Palazzo San Giacomo e la Casa Bianca. Il sindaco di Napoli e capo della rivoluzione napoletana, temendo un raid da parte dell’amministrazione Trump, e per prepararsi ad un possibile conflitto con gli Stati Uniti, ha predisposto un gabinetto di guerra nella sede comunale. A lui, già capo della flotta marina, va anche il coordinamento delle forze di terra: allertati tutti gli uomini sul campo, dai vigili urbani ai conducenti degli autobus fino ai riservisti, cioè gli spazzini e i dipendenti della Napoli servizi. Ad affiancarlo sarà la signora Eleonora De Majo, nominata aiutante di campo e ministro della guerra. A lei il compito di preparare la strategia contro l’orribile nemico, il Grande Satana imperialista-sionista e predisporre l’utilizzo dei mezzi militari: autobus e camion spazzatrici dell’azienda dei rifiuti, in primis. Possibile anche l’ausilio, ai fini di guerriglia, di bande di baby-gang volontarie, specializzate nella vandalizzazione di autobus e pensiline. Nel caso di invasione di truppe americane verranno approntate trappole lungo il passaggio del nemico : dalla caduta di alberi a quella dei cornicioni. “Se vogliono entrare a Napoli sappiano che qui troveranno il loro Vietnam” ammonisce il capo della rivoluzione. In serata è prevista una riunione straordinaria al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per discutere della crisi in corso tra Napoli e Washingotn, a cui parteciperanno anche l’assessore alla Pace del Comune di Napoli e il Segretario di Stato americano, Pompeo.

E standing ovation anche per Verolino.
E concludo con due parole mie. In Trump ho sempre avuto fiducia. Quando non sapevo niente di lui ho puntato su di lui come unica speranza di salvezza dalla catastrofe rappresentata dalla gang clinton-obamiama, esattamente come – e per lo stesso motivo – pur non conoscendolo abbiamo tutti fatto il tifo per Boris Johnson; ma da quando ho cominciato a vederlo all’opera, la mia fiducia in lui non ha fatto che crescere. Quando, appena eletto, ha manifestato l’intenzione di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, ho detto come tutti “aspettiamo i fatti”. I fatti sono arrivati. Ha ufficialmente riconosciuto Gerusalemme come capitale, altro fatto. Ha proclamato, con una inversione di rotta a 180° rispetto al suo predecessore, la sua indefettibile vicinanza a Israele. Ho continuando a fidarmi di lui (il voto si dà quando il compito, terminato, viene consegnato, non in corso d’opera) quando qualcuno ha avuto l’impressione che fosse passato a sostenere i palestinesi: io sono sempre stata sicura che sapesse quello che faceva e avesse ben chiaro l’obiettivo e il modo migliore per raggiungerlo: non mi ha deluso. Non ho pensato neanche per un momento che fosse impazzito o che si fosse reso responsabile di un criminale voltafaccia quando ha annunciato il riposizionamento in Iraq. Adesso sento parecchi dire ah, finalmente Trump ha fatto una cosa boltoniana, finalmente è tornato quello di prima, finalmente è tornato a mostrare le palle… Balle: Trump ha fatto una cosa trumpiana al 100%, come ha sempre continuato a farle in tutto questo tempo, anche se non tutte le cose che ha fatto sono quelle che avrebbero fatto i cinquanta milioni di commissari tecnici di casa nostra. Imprevedibile, dicono: e da quando in qua l’imprevedibilità, in guerra come a tennis come a scacchi come a poker, è un difetto? È esattamente con quella che ha sempre spiazzato gli avversari e vinto tutte le partite, e non ha mai sbagliato un colpo. Adesso ha ricordato al mondo che, a differenza che con Obama, con lui le linee rosse esistono, e il mondo sicuramente ne terrà conto.

Nel frattempo, mentre da noi le prefiche si strappano i capelli e si graffiano la faccia e fanno salire al cielo i loro alti lai, in Iraq (ma anche in Siria, ho letto), al cielo salgono le grida di incontenibile gioia per la liberazione dall’assassino, con festeggiamenti che dilagano sulle strade.

E a chi rimarca l’incredibile numero di partecipanti al funerale, rivolgo un caldo invito a riflettere su questo:
funerali
E per concludere, un consiglio: se per caso pensate che Soleimani fosse un terrorista, evitate con molta ma molta cura di andarlo a dire in Canada.

barbara

ANCORA UN PAIO DI COSE SULLA COMMISSIONE ORWELLIANA PER GLI PSICOREATI 5

Sarà un post un po’ lungo, perché voglio metterci tutte le ultime cose e poi, spero, chiudere per sempre questa vergognosa faccenda (poi vi metterò qualcosa di leggero, così potrete leggerlo a rate). Riparto da dove eravamo arrivati la volta scorsa, ossia da qui
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liliana-segre-antisemitismo 2
200 insulti
(Qui) Quindi il numero reale degli insulti in tutto un anno è inferiore a quelli denunciati come quotidiani, solo una parte di questi sono sui social, e questi ultimi sono equamente distribuiti fra Liliana Segre e vari altri personaggi pubblici di religione ebraica. E quando la bolla gonfiata dall’immonda sinistra scoppia, gli insulti cominciano ad arrivare davvero. Comprensibilmente, lasciatemelo dire: perché gente che si accorge di essere stata sonoramente presa per il sedere per mezzo di Liliana Segre, semplificando capisce di essere stata presa per il sedere da Liliana Segre, e reagisce di conseguenza. E ora un po’ di riflessioni.

Il mondo capovolto della Commissione Segre: chi non avalla diventa “fascio”

di Max Del Papa9 Nov 2019

Ho scoperto, non senza stupore, di esser diventato “un fascio”. Non senza stupore, perché non ho mai votato o sostenuto formazioni fasciste o parafasciste, non ho mai frequentato fascisti o postfascisti (anzi…), non mi sono mai intrattenuto neanche per caso alle loro feste o raduni, dai fascisti sono stato minacciato costantemente nei quasi 30 anni di questo mestiere e fin dall’inizio. Inoltre, non difendo alcuna corrente riconducibile ad una sensibilità, a spanne, fascista: non sono irrazionalista, non nutro un concetto romantico della politica, del tradizionalismo non me ne importa nulla, non mi sento particolarmente conservatore, non dico “prima gli italiani”, non avverto particolari sensibilità nazionaliste, non sono neppure cattolico praticante.
Casomai, sono insofferente, e, come tale, critico certa arroganza ipocrita della sinistra di potere e non nascondo preoccupazioni quanto alla parte intollerante dell’islamismo: spero sia chiaro che sono due faccende completamente diverse. Eppure, una mattina mi son svegliato e il mondo s’era capovolto: chi aveva sempre difeso la causa ebraica era diventato fascista, chi aveva sempre sostenuto movimenti terroristici filopalestinesi o altrimenti propensi all’estinzione di Israele, si era trasformato in un gendarme della memoria.
Accade quando si personalizza un problema, a maggior ragione epocale. Una issue su cui vigilare sempre, l’antisemitismo, s’è annacquata in un referendum sulla figura di Liliana Segre: chi non è disposto ad avallarne ogni sospiro, uscita, faziosità, manipolazione subìta (e accettata?), trovata rischiosa, come tanto di Commissione incaricata di vigilare su pensieri, parole e idee dissidenti – perché di questo si tratta – si ritrova accusato di eresia, di blasfemia, di non rispettare il sacrificio della signora, e, per estensione, di connivenza con i responsabili dell’Olocausto. Intollerante, folle, ma così è: la lingua di legno batte sempre, i parvenu interessati della causa ebrea hanno cura di girare alla larga dalle implicazioni politiche, morali, etiche di una commissione dedita al controllo: la buttano nella cagnara del razzismo, dell’antisemitismo, dai loro discutibili pulpiti. Chi non è con loro, è nazi-trattino-fascista. Ma davvero? Ma ancora come negli anni Settanta? Eppure ci sono fior di commentatori ebrei o comunque dediti con ammirevole coraggio e coerenza, alla causa d’Israele, come Niram Ferretti, come Giulio Meotti (della cui amicizia mi onoro), per dirne solo due, che non nascondono le loro perplessità sulla strumentalizzazione, colossale, di cui è oggetto la Segre. Siamo già, inoltre, al figlio che parla della madre in terza persona e tuona: non vi meritate Liliana. Non suona un po’ grottesco? Personalmente, ad esempio, io animalista mi sono ritrovato attaccato per aver palesato fastidio vedendo la Segre predicare su un palco avvolta da una massiccia pelliccia; e ad accusarmi di fascisteria, questa volta, erano animalisti più agguerriti di me. L’ho fatto presente, e mi son sentito rispondere: sì, ma lei è una intoccabile, parla di altri che sfoggiano pellicce, lei lasciala stare. Non stiamo un po’ perdendo la trebisonda?
Tutti sanno, ma nessuno ammette, che il problema non è la signora in sé, ma la totemizzazione che se ne va facendo – e per motivi niente affatto trasparenti, con una coda di paglia lunga come l’equatore. E tutti, in privato, lo ammettono, tutti tradiscono umano fastidio per il feticcio, per questa continua iconografia della signora vestita di bianco che su tutto pontifica, sovente con soave banalità, a un passo dal professionismo della memoria. Solo che non si può dire, Liliana Segre è totem e tabù, si passa per cinici di fronte alla sua vicenda personale, per nazisti di complemento, per aguzzini, si esce dal consorzio umano, dalla cerchia dei buoni, ci si guadagna l’odio imperituro degli amorevoli. Prima ancora del suo insediamento, la Commissione Segre il suo risultato l’ha portato a casa. (qui)

Proseguo con questa lettera, che condivido totalmente.

Gli squali sinistroidi si son pappati pure Liliana Segre

Gentilissima senatrice Segre,
abbiamo seguito con enorme perplessità tutta la vicenda che ha riguardato la nuova commissione parlamentare che porta il Suo nome e i successivi sviluppi mediatici e politici.
Non Le elencheremo i motivi per i quali pensiamo che l’istituzione di una commissione parlamentare per “il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza” sia come minimo superflua, dato che le singole materie sono già disciplinate da Leggi dello Stato che sanzionano quelle fattispecie che, una volta tradotte in azioni e in atti concreti, sono già perseguibili penalmente. Il fatto che voglia in qualche modo colpire le semplici manifestazioni di pensiero (ad esempio “segnalando ai gestori dei siti internet i casi di intolleranza riscontrati chiedendo la rimozione dal web dei relativi contenuti”) contrasta con l’articolo 21 della Costituzione: “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.
Se poi aggiungiamo che la funzione dell’eventuale commissione sarebbe anche quella di contrastare chi “è portatore di idee nazionaliste, etnocentriste e chi diffonde stereotipi o pregiudizi” c’è il fondato sospetto che l’obiettivo non dichiarato sia quello di mettere il bavaglio a chi non è allineato al pensiero unico del mondialismo, della globalizzazione, del servilismo alla Unione Europea, del dissolvimento dei confini nazionali.
Ma la perplessità cui si accennava all’inizio non è tanto e solo legata all’evidente possibile pericolo di sottoporre a censura il pensiero non allineato. Ce ne sono altre e hanno tutte a che fare con il forte, fortissimo sospetto che il Suo nome e la Sua persona, senatrice Segre, sia stato utilizzato ad arte in questa occasione per scopi ben meno nobili rispetto a quelli ai quali Lei certamente si voleva richiamare.
Questa commissione è praticamente la stessa, per contenuti e finalità, di quella che fu istituita nel 2016 dall’onorevole Boldrini nella passata legislatura. Solo che ora porta il Suo nome, senatrice Segre. Chi già l’aveva a suo tempo proposta, appartiene ad un’area politica di estrema sinistra la quale per derivazione storica e radice ideologica non hai mai particolarmente brillato in tema di libertà personali e di pensiero. Quelle stesse libertà personali e di idee che, quando negate, portarono ad aberrazioni come lo stalinismo ed il nazismo. Quello stesso nazismo che perseguitò Lei e la Sua famiglia. L’estrema sinistra, senatrice Segre, è quella che trae le sue origini ideologiche dalla tradizione del regime comunista che nei gulag sovietici sterminò 600.000 ebrei. E tutto iniziò proprio con le limitazioni della libertà di coscienza e di pensiero.
L’area politica in questione, senatrice Segre, è quella che ha appoggiato in Europa e in Italia la diffusione dell’islam, quella che difende la causa palestinese, che candida esponenti musulmani alle elezioni politiche locali, che non si oppone ed anzi favorisce la costruzione di nuove moschee e non fa chiudere i centri di culto non autorizzati laddove e quando governa. Naturalmente Lei saprà che in Francia – la quale ben prima di noi ha sperimentato un multiculturalismo tanto fallimentare quanto pericoloso – gli ebrei stanno vivendo una stagione di odio razziale antisemita – che pensavamo ormai dimenticato – alimentato, quasi esclusivamente, da individui di religione musulmana. Al contrario di ciò che accade nel nostro Paese, le aggressioni di questo genere in Francia hanno spesso esisti tragici. La Francia è l’unico Paese occidentale dove gli ebrei vengono uccisi per il solo fatto di essere ebrei. L’elenco è molto lungo. Molti gli episodi di omicidi e torture a danno di persone spesso anziane ed indifese. In due decenni, più del 20% degli ebrei francesi ha lasciato il Paese. I bambini ebrei sono spesso costretti ad abbandonare la scuola. Secondo un sondaggio, il 40% degli ebrei che vive ancora in Francia vuole andarsene. Sebbene gli ebrei ora rappresentino meno dello 0,8% della popolazione francese, metà delle forze armate e della polizia dispiegate nelle strade del paese sono di guardia davanti alle scuole ebraiche e ai luoghi di culto (fonte: https://it.gatestoneinstitute.org/12196/francia-senza-ebrei). Certo, si potrà obiettare che la realtà è complessa e forse quindi non ci si debba meravigliare se una forza politica voglia darsi una parvenza di strenua oppositrice all’antisemitismo e contemporaneamente coccolare una religione che, nella forma più estremista, vorrebbe cancellare Lei ed il Suo popolo dalla faccia della terra. Però Le chiedo, Lei si fida davvero? È davvero convinta di voler andare a braccetto con chi appoggia coloro i quali vorrebbero sterminare il popolo ebraico?
Le hanno voluto dare a tutti i costi una scorta anche se Lei l’aveva rifiutata. Si è chiesta perché lo hanno fatto? Parrebbe del tutto evidente che sia stata una mossa per creare maggiore scalpore mediatico anche internazionale (con le ricadute di immagine per l’Italia che Le lascio intuire [infatti sulla stampa ebraica internazionale sono apparsi titoli quali “Orrore in Italia: sopravvissuta all’Olocausto minacciata di morte!” e simili]), nel tentativo di far credere che il nostro Paese sia popolato da pericolosi antisemiti che minacciosamente, attraverso quei social ai quali Lei stessa ha dichiarato di non essere iscritta, avrebbero potuto attentare alla Sua incolumità. Basterebbe consultare le statistiche per avere un’idea più chiara. Come documentato con dovizia di particolari dal sito https://www.osservatorioantisemitismo.it/ oggi in Italia l’antisemitismo è un fenomeno ampiamente circoscritto e limitato ad episodi che hanno a che fare con il web. Si tratta in generale di post offensivi su Facebook, di blog di matrice antiebraica e più raramente di insulti, atti di vandalismo e minacce senza conseguenze particolari (per fortuna). Gli unici episodi di aggressioni fisiche a danno di giovani ebrei sono del 2012 (ad opera di un gruppo di marocchini), del 2015 (accoltellamento da ignoti) e del 2016 (gruppo di giovani italiani) (da https://politicaesocieta2015.wordpress.com/2018/10/16/la-sgangherata-sinistra-italiana-e-lantisemitismo/). Le hanno dato una scorta che Lei non voleva, e non la voleva forse perché sa perfettamente che chiunque si avventuri nelle periferie delle nostre città dopo il tramonto rischierebbe molto di più. Ma la Sua scorta, senatrice Segre, non serve per proteggere Lei. Serve solo per dar modo alla sinistra di proteggere sé stessa dando modo ai suoi profeti, giornalisti, politici e scrittori con la bava alla bocca di attaccare gli avversari politici gettando loro addosso responsabilità che essi non hanno. Salvo poi apprendere – nel malcelato sconcerto generale fucsia arcobaleno – che i 200 insulti al giorno che un giornale – ovviamente di sinistra – aveva dichiarato essere indirizzati a lei erano in realtà 200 all’anno e non erano neppure rivolti a Lei se non in minima parte. Poi, chissà, col tempo scopriremo che magari non erano neppure messaggi antisemiti. Ma a loro non importa. Quello che importa è imporre a Lei una scorta per difenderla da un fascismo inesistente e perennemente vivo solo nelle menti progressiste ma che fa gioco alla propaganda di una fazione politica allo sbando che di argomenti veri non ne ha proprio più.
Sa cosa pensiamo senatrice Segre?
Che a tutto il mondo della sinistra che ora la coccola, non interessa alcunché degli ebrei perché in fin dei conti non glien’è mai interessato nulla ed anzi i rappresentanti a vari livelli del progressismo nostrano appoggiano da sempre la causa palestinese, bruciano per le strade le bandiere di Israele indossando la kefiah, sostengono l’ANPI che ci risulta non essere in ottimi rapporti con gli ebrei, affondano le loro radici culturali nella palude del comunismo il cui regime in Unione Sovietica ha massacrato mezzo milione di ebrei. Lei forse crede che i politici, pensatori, giornalisti e scrittori di sinistra siano altro rispetto a tutto ciò? Noi crediamo che essi siano sempre uguali. Al massimo si saranno cambiati d’abito e ripuliti un po’, ma l’ideologia è sempre quella. Non si fidi senatrice Segre.
Alla sinistra non interessa nulla neanche del razzismo. Se davvero essa fosse sensibile a questo tema si sarebbe indignata per l’odio scatenato sui social e nelle piazze contro Toni Iwobi, primo senatore nero della storia di questa Repubblica, leghista. Però nel nostro Paese il razzismo si condanna solo se proviene da destra, mai se proviene da sinistra. Le sembra di essere esattamente a Suo agio con questa allegra combriccola, senatrice Segre
Alla sinistra non interessa nulla neppure dei migranti. Questi vengono tirati in ballo a colpi di “restiamo umani” se il Ministro degli Interni si chiama Matteo Salvini; se invece si chiama Luciana Lamorgese ed è targata PD, i migranti si possono tranquillamente tenere 11 giorni al largo delle nostre coste nel silenzio assoluto dei mass media di regime perché ci sono le elezioni in Umbria e senza che qualcuno dei solerti deputati progressisti e comunisti salga sul ponte della nave a protestare. A loro dei migranti interessa nella misura in cui fanno gioco per demonizzare l’avversario politico e per arricchire le solite cooperative dell’accoglienza amiche degli amici. Poi quando da lì vengono sbattuti in mezzo ad una strada l’interesse improvvisamente cala.
A noi pare che a loro interessi usare Lei, senatrice Segre, unicamente come bandiera da sventolare contro inesistenti razzismi e fascismi per mascherare il loro totale fallimento politico ed elettorale.
La situazione che Le hanno creato attorno ricorda il grande attore Robert de Niro visto recitare in un recente orrendo spot pubblicitario per una orrenda automobile. Ci siamo chiesti come uno dei più grandi attori viventi si sia potuto prestare ad un simile obbrobrio. Ecco, è questa un po’ l’impressione che si ha, fatte le dovute proporzioni.
Ci piacerebbe vederla prendere le distanze da questi manipolatori. Lei è riuscita a sopravvivere ai campi di concentramento nazisti e vorremmo ora vederla sopravvivere ad un branco di squali feroci post-comunisti.
Essi hanno esaurito le armi convenzionali della politica: le idee.
Ora stanno passando alle armi anticonvenzionali, quelle più pericolose perché subdole ma ammantate di un’aura di santità.
Per assurdo, tutta questa vicenda che la vede vittima inconsapevole, alla fin fine non ha molto a che fare con l’odio attorno al quale la commissione che porta il Suo nome dovrebbe vigilare.
Il sentimento provato verso questa gente che vorrebbe usarla per i propri fini non è l’odio.
Anzi, non è neppure un sentimento.
È qualcosa di più fisico e corporale.
Si chiama voltastomaco.
Con affetto e stima. (qui)

Poi, in seguito alle “minacce e insulti” a Liliana Segre, si è tenuta a Milano una manifestazione di solidarietà, in merito alla quale ascoltiamo Filippo Jarach.

Lunedì sera ero impegnato in una seduta del Municipio Uno e non sono potuto andare alla manifestazione di solidarietà a Liliana Segre organizzata davanti al Memoriale della Shoah. Se in un primo momento mi sono sentito in colpa, poi ho pensato, per fortuna non c’ero, perché quello che è successo è di una gravità inaudita. Per ovvi motivi comprendo quello che la senatrice Segre rappresenta sia per la sua storia personale, sia per il valore di testimonianza per la nostra religione. Per questo quando ho visto il video nel quale veniva intonata “Bella Ciao” davanti al monumento che ricorda uno degli episodi più tragici dell’umanità, mi sono indignato. Se tu vuoi fare una manifestazione di solidarietà verso una persona che è stata minacciata e offesa, la devi fare senza simboli di partito, in modo che possa coinvolgere tutti, anche il centrodestra che da sempre è amico di Israele ed è vicino alla comunità ebraica (a tal proposito vorrei ricordare che a Milano il Memoriale alla Shoah venne inaugurato alla presenza di Silvio Berlusconi e Alan Rizzi). Ma se tu canti “Bella Ciao” non solo offendi quel Memoriale, ma trasformi quella che doveva essere una manifestazione di solidarietà in una manifestazione di una parte politica, la sinistra, contro gli “avversari”. In piazza l’altra sera c’erano anche esponenti di Forza Italia: posso solo pensare come si siano sentiti a disagio quando è stato intonato quel coro che con la Shoah non ha nulla a che spartire. Ecco, io a questo gioco non mi voglio prestare. E neanche all’ipocrisia che vi ruota attorno, perché molti di quelli che lunedì cantavano e inneggiavano alla Segre, sono gli stessi che abitualmente durante la sfilata del 25 aprile insultano la Brigata Ebraica sventolando le bandiere della Palestina e non hanno alcun rispetto per quello che il senatore Matteo Salvini in una recente intervista ha definito «l’unico Stato democratico in Medioriente», ovvero Israele. Lo dico sinceramente, anche a tanti esponenti della Comunità: sarebbe ora di smetterla di considerare alla stregua di pericolosi fascisti tutti quelli che si dichiarano di centrodestra. Serve un profondo esame di coscienza e un cambio di atteggiamento soprattutto da parte di noi ebrei. Il mondo è cambiato, è ora di rendersene conto. Chiudo dicendo che sono il primo a condannare qualsiasi tipo di minaccia e di insulto, ma non posso fare a meno di chiedermi una cosa: come mai nessuno ha sollevato il caso dell’imbrattamento al “Giardino dei Giusti”? Forse perché quelle scritte fatte con la vernice rossa erano chiaramente riconducibili agli ambienti dei centri sociali amici della sinistra? No, lo ripeto, da ebreo ed eletto nelle fila del centrodestra a Milano, credo che intonare “Bella Ciao” nella serata di lunedì abbia rappresentato una delle pagine più brutte non solo della storia della città, ma del Memoriale stesso. Perché quella di lunedì non è stata una manifestazione di solidarietà, ma una manifestazione politica fatta per cercare di infangare il centrodestra, usando la faccia della senatrice Segre, che assolutamente non merita questo trattamento.

Filippo Jarach (qui)

I sinistri naturalmente non hanno gradito e hanno sentito il dovere di esternarlo – e che altro aspettarsi, d’altra parte, da chi ha letteralmente costretto Ugo Volli a lasciare Informazione Corretta in cui svolgeva un preziosissimo lavoro? Sempre sull’organo ufficiale dell’UCEI troviamo questo strepitoso paragrafo:

“Ebrei schierati contro la commissione Segre”. Ancora titoli e articoli deliranti [la Commissione Segre a quanto pare è già al lavoro: se non sei d’accordo con me sei psicopatico, come nell’Unione Sovietica di Krusciov e Breznev, in cui i dissidenti finivano in manicomio] su alcuni giornali di destra [cioè falsi e inaffidabili per definizione], che tornano sulla commissione contro l’odio fatta istituire in Senato da Liliana Segre. Libero [ovvove ovvove!], riprendendo uno stralcio dell’intervista ad Alain Finkielkraut pubblicata ieri dal Corriere e in cui il pensatore francese esprime le proprie perplessità su questa iniziativa, titola: “Ebrei schierati contro la commissione Segre” [Ce ne sono molti, infatti: è una realtà, non una fantasia di Libero]. Questo invece Il Tempo, che ravvisa anche un calo dell’erogazione governativa all’Aned [“ravvisa”? Questo calo c’è stato o non c’è stato?]: “Accusano il leader leghista di voler perseguitare di nuovo i sopravvissuti ai lager. Ma gli stanziamenti ai reduci li ha aumentati Matteo. A differenza dei governi rossi”. [Manca un dettaglio di non trascurabile importanza: è vero o falso? Li ha aumentati o no? Perché, vedete miei cari, in mancanza di questo dato siete solo degli squallidi peracottari sinistroidi, volgari seminatori di zizzania, che un ebreo di qualche notorietà aveva condannato alla fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Mt. 13, 42]

E tuttavia, ecco che nel bel mezzo della tempesta improvvisamente si scorge uno squarcio di sereno, non ancora l’arcobaleno ad annunciare la fine della bufera ma uno spiraglio di cielo azzurro fra le nuvole nere sì, si vede. Viene avanzata l’idea di proporre la sua candidatura al Quirinale, e lei risponde : «C’è un presidente in carica e per motivi sia anagrafici che di competenza specifica tale candidatura va considerata improponibile» [qui, in un breve articolo che merita di essere letto integralmente]. Le viene offerta la cittadinanza onoraria di Napoli, città che onora i terroristi palestinesi sterminatori di ebrei, e Liliana Segre cortesemente e diplomaticamente rifiuta con queste parole: «La cittadinanza onoraria non è un fatto passeggero se si può prestare a strumentalizzazioni. È un riconoscimento profondo, un abbraccio ideale tra la città stessa (in questo caso pluridecorata) e chi la riceve. Mi verrebbe da mutuare una vecchia battuta, ci sono cittadinanze che si contano e cittadinanze che si pesano. Napoli è la prima tra le grandi città che ha dato il via all’insurrezione. La storia prima di tutto, una storia di resistenza» (qui)

Evidentemente ha cominciato a pesare con oculatezza, e con la bilancia giusta, ciò che le si sta muovendo intorno. Evidentemente ha cominciato ad aprire gli occhi, o qualcuno – sicuramente non suo figlio – l’ha aiutata a cominciare ad aprire gli occhi sulla strumentalizzazione che la sinistra sta perpetrando su di lei e sulla sua tragedia, e ha deciso di riprendere in mano la propria persona e ristabilire la propria dignità. Coraggio, Liliana, finalmente sembra che tu abbia imboccato la strada giusta. Vai, che, adesso sì, siamo tutti con te.

barbara

GIANCARLO SIANI

siani-giancarlo
Ventotto anni fa di questi giorni cadeva, vittima della camorra, il giovane giornalista Giancarlo Siani, che coraggiosamente ne denunciava crimini e infiltrazioni e complicità. Per questo fu deciso di chiudergli la bocca.
Siani
(Qui per chi fosse troppo giovane per ricordarlo)
Particolarmente interessante mi sembra una testimonianza di Fulvio Del Deo:

“Una sera, sto tornando a casa, nella piazza un mare di poliziotti. «Ma ch’è successo?» L’ho saputo dalla televisione. «NON ERA UN NOSTRO GIORNALISTA, -dichiarò ai microfoni della RAI il direttore del giornale per cui lavorava- era, diciamo così, UN ABUSIVO…»”
Il direttore del Mattino all’epoca era Pasquale Nonno.

Ecco: se in quelle specie di sagre che ogni tanto si fanno per festeggiare e omaggiare le “vecchie glorie” del giornalismo italiano vi capiterà di sentire il nome di Pasquale Nonno, ricordatevi di queste parole.
E ricordiamolo anche con questo video che gli è stato dedicato, con una canzone che sembra scritta proprio per lui.

barbara

DALLE PARTI DI SDEROT

Da una parte investono tutti i (nostri) soldi per fare la terra rossa di sangue. Dall’altra investono parecchi dei loro soldi per fare la terra rossa di fiori.
fiori
Kibbutz Nir Yitzhak, presso Sderot

Poi vai a leggere questo e questo, e infine goditi questa strepitosa chicca del conferimento della cittadinanza onoraria “a Sua Eccellenza il signor Maùdde Abbasce Abbumazen, Presidente lo stato di palestina…”

barbara

LA CITTÀ DELLA SCIENZA – SUCCEDE A NAPOLI

Questa mattina mi è arrivato il seguente messaggio:

Se provate a cliccare su www.cittadellascienza.it vi accorgerete che il vostro computer non trova più nulla.

Su Wikipedia si legge:

La Città della Scienza è stata una struttura composta da un museo scientifico interattivo, un incubatore di imprese e un centro di formazione, sita nel quartiere di Bagnoli in Napoli, gestita dalla Fondazione IDIS-Città della Scienza.
L’istituzione è andata distrutta in un incendio divampato la sera del 4 marzo 2013.

Sono anni che in famiglia ci diciamo: eh poi ci dobbiamo andare… Solo mio figlio minore l’ha visitata con la scuola quest’anno. Ma non gli è sembrata niente di che.
Un’area di 10-12 mila metri quadrati e adesso non c’è più niente. E a me quel fumo fa sentire puzza. Sarò il solito diffidente, ma io sento una puzza che non mi piace.

Ho inoltrato il messaggio alla mia mailing list, e quasi subito mi è arrivata una risposta da una persona che, con la “Città della Scienza” ha avuto a che fare, e che non nominerò (“Human life is very cheap in Casablanca”, diceva un personaggio nel noto film. Ma non solo a Casablanca):

non mi stupisce affatto … anzi, non capisco come mai sia accaduto così in ritardo

Poco dopo è arrivato dal primo mittente un secondo messaggio:

6 punti d’innesco e in 25 minuti sono andati in fumo 12.000 metri quadrati di un lavoro certosino portato avanti per decenni da persone che hanno creduto, e ancora credono a dispetto di tutto, che una Napoli normale può esistere.
Si segue la pista dolosa per il rogo della Città della Scienza

A questo punto potrebbe essere interessante provare a rispondere alla domanda: come mai così in ritardo? Come mai adesso? A voler fare i complottisti – e visto che ormai i complottisti di professione li abbiamo al governo, non sarà poi così grave se uno sfizio ce lo togliamo anche noi – si potrebbe pensare che il momento post-elettorale potrebbe avere il significato di ribadire che, chiunque stia formalmente sulle poltrone, il potere vero è sempre nelle stesse, solidissime mani.
cittàdellascienza
barbara