CHI HA DIRITTO AL 25 APRILE

Cari amici,
ieri sono stato a una piccola manifestazione che si è svolta in piazza Sana Babila a Milano, luogo un tempo considerato casa loro dai neofascisti neri e da qualche anno punto di ritrovo dei neofascisti neri rossi bianchi e verdi (per chi non capisce l’allusione, sono i colori della bandiera palestinista) per contestare la presenza ebraica alla manifestazione del 25 aprile. Il presidio è stato proposto dal deputato europeo di Forza Italia Stefano Maullu ma vi hanno partecipato soprattutto esponenti della comunità ebraica milanese e delle associazioni di amicizia con Israele. L’iniziativa è stata resa necessaria da un appello di organizzazioni palestiniste contro “la presenza sionista al corteo” (https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/25-aprile-palestina-1.3842371). E’ una pagliacciata che si ripete da qualche anno a tutte le feste della Liberazione, non solo a Milano, che questa volta sembra più organizzata e pericolosa. Tanto che a Milano, a differenza da quel che è accaduto a Roma negli anni scorsi, l’Anpi si è affrettata a condannare la provocazione.
Io non credo che ci saranno incidenti, per la vigilanza delle forze democratiche e soprattutto della polizia e anche perché l’assalto al corteo del 25 aprile da parte di sostenitori del terrorismo palestinese, magari guidati da avanzi di galera del terrorismo italiano degli anni Settanta, com’è successo l’anno scorso, sarebbe uno scandalo troppo grosso. Ma comunque vale la pena di riassumere qui un paio di argomenti cruciali su questo problema:

  1. GLI EBREI hanno tutto il diritto di stare in un corteo che festeggia la caduta del fascismo. Perseguitati dal fascismo ben prima dell’invasione nazista (le leggi razziste che fecero perdere agli ebrei italiani lavoro, scuola, proprietà ecc. sono del ‘38), internati, consegnati ai tedeschi per inviarli ai campi della morte, gli ebrei parteciparono alla Resistenza in proporzione molto maggiore del resto della popolazione e con rischio assai più grande. Per i clandestini, gli internati, i carcerati ebrei il 25 aprile 1945 fu letteralmente il momento che li riportò alla vita dall’anticamera della morte – almeno per quelli che non erano già stati trovati e sterminati. Chi più di noi ha diritto di festeggiare questa data? Chi più di noi ha l’antifascismo come matrice esistenziale?
  2. IL SIONISMO, movimento proibito e perseguitato dal fascismo e dal nazismo ha sempre avuto una organizzazione democratica e pluralista al suo interno, ha organizzato la lotta contro il nazismo del popolo ebraico, sospendendo anche in Israele la resistenza al colonialismo inglese per non ostacolare la guerra. L’antinazismo è radicato nel DNA del sionismo, dalla rivolta del ghetto di Varsavia ai partigiani come Primo Levi e tanti altri fino alla Brigata Ebraica.
  3. LA BRIGATA EBRAICA. Una delle prove di questa scelta è il reclutamento di un’intera brigata di volontari per l’esercito britannico, che fu curata dall’Agenzia Ebraica, l’organo esecutivo del sionismo. E’ un progetto formulato nel ‘39, all’inizio della guerra, che dovette superare fortissime resistenze nel governo e nello stato maggiore britannico e che quindi divenne operativo solo nel ‘44-’45. Ma la Brigata Ebraica combatté effettivamente contro i nazisti proprio sul fronte italiano, risalendo il versante adriatico fino alla pianura padana. Gli ebrei e i sionisti furono parte, con questa brigata della grande alleanza dei popoli contro il nazifascismo.
  4. I PALESTINESI. Anche se è improprio chiamare per gli anni ‘40 con questo nome gli arabi che oggi vogliono chiamarsi così, [fino al 1948 erano chiamati palestinesi gli ebrei che vivevano in quell’area, ndb] vale la pena di chiedersi: loro e i loro alleati nazionalisti arabi, da che parte stavano allora? La risposta è semplice: erano compattamente dalla parte dei nazifascisti. Il caso tipico e tante volte commentato è quello del Muftì di Gerusalemme Amin al-Ḥusaynī, il quale non contento di aver guidato stragi antiebraiche in terra di Israele e in Mesopotamia, nel 1941 si rifugiò in Italia (accolto con grandi onori da Mussolini) e poi in Germania dove fu ospite onorato di Hitler, amico personale di Himmler e consulente di Eichmann per la soluzione finale della questione ebraica e capo di una divisione di SS musulmane (trovate qui un riassunto delle sue imprese: https://it.wikipedia.org/wiki/Amin_al-Husseini).

Dunque: i fondatori del palestinismo si arruolarono con le SS, gli esponenti del sionismo con l’esercito britannico e nella Resistenza. Chi ha diritto di stare in una manifestazione che ricorda la vittoria degli alleati e del movimento partigiano contro i nazifascisti? Purtroppo l’antisemitismo che fu dei nazisti è riaffiorato abbondantemente anche a sinistra e l’odio per Israele dei centri sociali è identico a quello dei neofascisti. Esso si esprime nella orribile retorica negazionista per cui Israele farebbe ai palestinesi quello che i nazisti hanno fatto agli ebrei. E’ un’immensa menzogna, i cittadini arabi hanno in Israele gli stessi diritti degli ebrei e nei territori contesi Israele si limita a impedire il terrorismo.

Ma il punto non è questo. In una manifestazione che ricorda la sconfitta del nazismo ha posto chi fece la resistenza e la guerra contro Hitler e Mussolini, non chi li appoggiava allora. E soprattutto non chi ancora oggi usa i loro simboli. Avete visto le fotografie e i video con la svastica fatta sventolare a Gaza insieme alle bandiere palestinesi?
fumo
Gli aquiloni che cercano di incendiare e bombardare le terre israeliane, con scarso successo, ma decorati ancora con la svastica?
aquisvastica 1
aquisvastica 2
I palestinisti erano filonazisti E LO SONO ANCORA esplicitamente, spudoratamente. Non c’è posto per loro in qualunque situazione, organizzazione o manifestazione che voglia essere antifascista.

Ugo Volli, su Informazione corretta, 23/04/2018

Di mio aggiungo solo il ricordo di quando, a una manifestazione del 25 aprile a Roma, Piero Terracina
25aprile2008b
25aprile2008 Terracina
– arrestato all’età di quindici anni su segnalazione di un delatore, deportato ad Auschwitz insieme ai genitori, la sorella, i fratelli, uno zio e un nonno, nessuno dei quali sopravvisse – si sentì urlare ripetutamente “assassino” (mentre quest’anno, invece…).

barbara

AGGIORNAMENTO: mi è venuto in mente che in archivio ho questo:
anac
Poi magari potresti anche leggere qui.

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QUEI POVERI DISPERATI MIGRANTI

In fuga da guerra, terrore, miseria. Laceri e macilenti. Senza neppure la forza di levare lo sguardo, senza il coraggio di emettere un fiato.

Identici agli ebrei braccati dai nazisti, strappati alle loro case,
deportazione 1
caricati su carri bestiame,
deportazione 2
inviati direttamente al gas quelli più deboli,
in camera a gas
sfruttati, quelli più forti, fino allo sfinimento
deportazione 3
o usati per gli esperimenti
deportazione 4
e poi anche loro infilati in una camera a gas e cremati, o scaraventati in una fossa comune.
deportazione 5
E i pochi sopravvissuti ridotti così.
deportazione 6
deportazione 7
Identici: stesso sterminio, stesso genocidio, stesso olocausto, stessa shoah, come ha insistentemente ripetuto il nostro sindaco in sinagoga in occasione della giornata della memoria: “È la stessa cosa, è la stessa cosa, è la stessa cosa”.

barbara

UN SALTO LUNGO 103 ANNI

Gretel Bergmann (1914-2017)
gretel bergmann
Berlino 1936. I Giochi dell’odio e della propaganda nazista ai suoi massimi. C’era bisogno di purezza, per dar vita a una celebrazione del Terzo Reich che fosse perfetta in ogni meccanismo. E così Margaret (detta “Gretel”) Bergmann fu esclusa dalla squadra tedesca, per volere della federazione, a un mese dalle Olimpiadi. Poco conta che fosse la più grande saltatrice in alto dell’epoca e che con ogni probabilità avrebbe trionfato nella sua disciplina. La sua macchia, purtroppo, indelebile: era ebrea.
Aveva 22 anni allora e quella, per Gretel, fu una ferita destinata a restare insanabile. Tanto che dal 1937, l’anno della sua fuga dalla Germania, non tornò per oltre 60 anni nel paese in cui era nata, cresciuta e si era affermata a certi livelli. Troppo forti il dolore e la rabbia per quell’occasione perduta.
Gretel se ne è andata nele scorse ore, l’ultima protagonista in vita (suo malgrado) di quei Giochi che tanto hanno fatto parlare per le imprese di Jesse Owens, l’atleta nero capace di demolire l’impalcatura ariana sotto gli occhi imbarazzati di Hitler. Partita dalla Germania con quattro dollari in tasca, si è rifatta una vita negli Stati Uniti. Una strada in salita la sua, ma che non le ha impedito di ottenere delle soddisfazioni agonistiche importanti. In particolare con la vittoria dei campionati nazionali di salto in alto e di getto del peso, ultimi trionfi prima dell’addio alla carriera di sportiva annunciato alla vigilia del secondo conflitto mondiale.
Cittadina americana dal 1942, Bergmann rifiuta per lungo tempo gli inviti che gli arrivano dalla Germania dagli anni Ottanta in poi. Il paese, che inizia davvero a fare i conti con il proprio passato, vuole renderle un omaggio postumo intitolandole impianti e coinvolgendola in un percorso di testimonianza. Lei rifiuta.
Gentilmente, ma rifiuta. E così, nel 1995, quando con grande emozione si inaugura a Berlino la Gretel Bergmann Sports Arena lei non c’è. Gli omaggi però si susseguono, come le richieste di coinvolgimento. A un certo punto l’ex atleta cede, scegliendo di allentare la guardia che finora l’aveva protetta dagli incubi della sua giovinezza. Nel 1999 è in Germania, per l’inaugurazione di due nuovi impianti a suo nome (uno dei quali a a Laupheim, la sua città natale).
Una decisione così motivata: “Quando mi fu detto di queste intitolazioni pensai che i giovani, vedendo il mio nome, si sarebbero chiesti ‘Chi è stata Gretel Bergmann? E così avrebbero appreso la mia storia e cosa accadde allora. Credo all’importanza del ricordo, per questo ho deciso di tornare in un paese dove avevo promesso non sarei più tornata”.
A chiusura ideale del cerchio nel 2009 la federazione tedesca ha reinserito il primato nazionale da lei conseguito nel 1936, subito cancellato dal nazismo, nel libro dei record.

Adam Smulevich, moked, 26 luglio 2017

Poiché sembrava che gli americani fossero intenzionati a boicottare le olimpiadi se gli atleti ebrei fossero stati esclusi, Gretel fu richiamata dall’Inghilterra, dove era riparata. Poi, il 16 luglio, dopo la partenza della squadra olimpica americana per l’Europa, le fu inviato il seguente telegramma: «Cara signorina Bergmann, ci dispiace comunicarle la sua esclusione dall’Olimpiade. Lei non è stata abbastanza brava e non può dunque garantire risultati. Heil Hitler!» Al suo posto gareggiò “Dora” Ratjen, fervente nazista, che deluse le aspettative piazzandosi solo al quarto posto. Quello che riesce difficile da capire, è che nessuno si sia reso conto che questa persona
Hermann-Dora Ratjen
non poteva essere una donna. E infatti si chiamava Hermann.
La nostra Gretel, ad ogni buon conto, è sopravvissuta più o meno a tutti i suoi persecutori. E ora riposi in pace, che lo ha davvero meritato.

barbara

JUDEN HABEN WAFFEN!

Pochi giorni fa ricorreva il settantaquattresimo anniversario della fine dell’insurrezione del ghetto di Varsavia. Poiché il cannocchiale è irraggiungibile da ormai oltre un mese e mezzo, e temo che sia definitivamente defunto – con conseguente perdita del migliaio buono di documenti postati in sei anni e mezzo – ripropongo qui il post pubblicato undici anni fa.

varsavia ghetto 1
È con questo grido sgomento che i tedeschi accolgono l’incredibile, l’impensabile, l’inimmaginabile: gli ebrei hanno armi. Questo branco di Untermenschen, questa ammucchiata di straccioni pidocchiosi indegni di vivere, hanno deciso di ribellarsi al destino loro assegnato: moriranno, sì, ma non in una camera a gas. Moriranno, sì, ma con le armi in pugno. Moriranno, sì, ma morirà con loro anche qualche combattente dell’esercito più potente del mondo, qualche rappresentante della razza dei superuomini, qualche orgoglioso dominatore ariano. E questa banda di straccioni riuscì a resistere all’esercito tedesco per quasi un mese: fino all’8 maggio 1943.
Quello che segue è un brano dal diario di Zvia Lubetkin, che fu tra i capi dell’insurrezione del Ghetto di Varsavia (aprile 1943). Dopo la guerra, Zvia è emigrata in Israele con altri superstiti e nel giugno del 1946 ha rilasciato la sua prima testimonianza al Comitato del Kibbutz Hameuhad, al kibbutz Yagur. Zvia è stata tra i fondatori del kibbutz “Lohamei haghetaot”, in cui si è spenta nel 1978, a 64 anni.

varsavia ghetto 2
Si fa sera. Io e Haim Primer, del gruppo Akiva, ci mettiamo in cammino e Marek Edelman è con noi. Siccome anche Marek rientra nel nòvero dei “ragazzi indisciplinati”, quelli cioè che se ne infischiano degli accorgimenti di sicurezza, ecco che allora prendiamo con noi una candela per illuminarci la strada. La cosa è assolutamente proibita. La candela potrebbe metterci nei guai, ma, del resto, è difficile farne a meno e noi dobbiamo procedere furtivamente tra le rovine.
varsavia ghetto 3
Un soffio di vento spegne il lume. Rimaniamo bloccati tra le rovine di un caseggiato completamente buio, senza sapere dove siamo e dove andiamo. Cominciamo a scalare quell’ammasso di detriti. Ad un tratto, non so come, scivolo rovinosamente e cado dentro ad una buca tra le rovine. So che non devo urlare. Il primo pensiero che mi salta in mente è questo: dov’è la pistola? I miei compagni si sono spaventati più di me, perchè non sanno cosa mi sia successo. A fatica mi tirano fuori dalla buca. Zoppicante e piena di graffi, continuo il cammino.
varsavia ghetto 4
Ci avviciniamo a via Mila 18, dove ha sede il bunker principale dell’Organizzazione Ebraica di Combattimento. Il nostro spirito si rianima. Ci mettiamo a programmare degli scherzi da fare ai compagni che stanno di guardia all’entrata. Ma, ben presto, nei pressi del bunker, rimaniamo sorpresi perchè ci accorgiamo che qualcosa è cambiato, rispetto ai giorni passati. Non riesco a riconoscere il posto e, anzi, per un momento, mi sembra che abbiamo sbagliato strada. C’è qualcosa di diverso. Le rovine sono piene di brecce. Non ci sono le sentinelle vicino al nascondiglio, e il nascondiglio stesso, dov’è andato a finire? A un tratto, sono presa da un senso di angoscia, provo a soffocarla, forse i guardiani del bunker si sono spostati per coprirsi meglio. E loro stessi hanno messo le pietre all’entrata per camuffarla. Il bunker ha sei entrate. Noi ci dirigiamo verso la seconda, la terza, la quarta. Non esistono più e non si vede neppure traccia di un guardiano. Il cuore si riempie di orrore e ha tristi presagi. Uno di noi pronuncia la parola d’ordine, nel caso che una sentinella nascosta ci risponda, ma non si ode voce o segno di risposta.
varsavia ghetto 5
A questo punto, cominciamo a muoverci nervosamente e il timore di una disgrazia si fa largo nei nostri cuori. Nel cortile accanto, vediamo d’un tratto delle ombre che si muovono nelle tenebre, c’è chi è seduto e chi cammina. In un primo tempo, abbiamo l’impressione che il nostro gruppo si sia messo in azione come è solito fare al calar della sera. Ci dirigiamo gioiosamente verso quelle figure indistinte, che riconosciamo come i nostri compagni. Ma, subito dopo, ci arrestiamo davanti ad uno spettacolo terribile: davanti ai nostri occhi si presentano degli esseri sporchi di fango e di sabbia, stremati e tremanti come se non fossero di questo mondo. Uno di loro si accascia al suolo svenuto, un altro respira a fatica, Yehuda Vangrobar, dell’Hashomer hatzair, emette dei rantoli soffocati, pesanti e Tossia Altman giace a terra, ferita alla testa e alle gambe. Siamo attorniati da gente a pezzi, che, in modo concitato, ci racconta ciò che è successo, in che modo è andato distrutto il bunker dei combattenti ebrei di via Mila 18 e come in pochi siano riusciti a mettersi in salvo.
Qui incontriamo tre compagni, che come noi sono usciti l’altro ieri dal bunker per andare in missione nella parte ariana e sono tornati poco fa. Tuvia Bojikowsky, Mordechai Grovas, comandante di una delle compagnie dell’Hashomer Hatzair, soprannominato Mardek e Israel Kanal. Anche loro sono usciti in missione al di là della parte ariana, sono rimasti bloccati da qualche parte come noi e non hanno potuto fare ritorno. Si sono imbattuti e scontrati con una pattuglia tedesca, ne sono usciti illesi e sono rimasti nascosti tra gli ammassi di detriti, pronti ad affrontare il nemico. Sono arrivati qui prima di noi e hanno sentito le cose terribili avvenute nel bunker di via Mila 18.

E questo è quanto abbiamo raccolto dalle testimonianze dei superstiti:

Nel pomeriggio, mentre giacciono mezzi nudi sui loro giacigli, una sentinella dell’avamposto fa correr voce che dei gendarmi tedeschi si stanno avvicinando al bunker e, infatti, si sentono distintamente i loro passi. In questi casi, i combattenti prevedevano di reagire in due modi diversi. Secondo il primo, siccome i tedeschi inizialmente erano soliti ingiungere agli ebrei di venir fuori, allora usciva prima la nostra compagnia con le armi nascoste e dopo qualche secondo apriva il fuoco sul nemico e, nel trambusto che ne seguiva, i combattenti si sarebbero dileguati in ogni parte. Alcuni sarebbero morti in combattimento, altri sarebbero riusciti a mettersi in salvo. Il secondo modo prevedeva che bisognasse restare all’interno, ignorando le intimazioni del nemico. Se tentavano di penetrare con la forza, bisognava respingerli con uno sbarramento di fuoco. In questo caso, si poteva resistere per tutto il giorno, perchè i tedeschi non sarebbero entrati, e ci si poteva mettere in salvo. Si sapeva, comunque, che i tedeschi usavano i gas ma questa eventualità non era stata presa in considerazione. Qualcuno ci aveva pure detto che se si teneva un panno bagnato in faccia, i gas non producevano un effetto immediato.
A questo punto, si decide di ignorare l’ingiunzione perentoria dei tedeschi.
Quando arrivano e intimano alla gente di venir fuori, escono i civili, che si consegnano al nemico; dei combattenti, invece, non esce nessuno. I tedeschi dichiarano che chi si arrende viene mandato ai lavori ma chi si rifiuta di uscire è condannato a morire fucilato sul posto. I nostri compagni, nel frattempo, si barricano vicino ai vicoli e aspettano, armi in pugno, l’arrivo dei tedeschi, i quali ribadiscono la loro promessa che nessun male verrà fatto a chi viene fuori. Tutti i combattenti, però, ignorano la loro richiesta. A questo punto, i tedeschi evitano di penetrare nel bunker e cominciano ad immettere i gas, che si diffondono rapidamente all’interno del bunker.
Così arriva la fine spaventosa per centoventi compagni. I tedeschi non li condannano ad una morte rapida, dal momento che introducono nel bunker quantità minime e intermittenti di gas, per fiaccare in questo modo il loro spirito con un lento e progressivo soffocamento. Arieh Wilner è il primo ad esortare i compagni: venite, uccidiamoci, così non cadiamo vivi in mano dei tedeschi! Detto e fatto. Inizia una serie di suicidi. Si sentono degli spari provenire dall’interno del bunker: alcuni combattenti ebrei si tolgono la vita. Avviene anche che un’arma si inceppa e il suo possessore, afflitto e confuso, chiede al compagno di ucciderlo, ma nessuno se la sente di farlo. Berel Broide, che ha la mano ferita e non può impugnare la pistola, chiede ai compagni di sopprimerlo. Mordechai Anilewitz, fiducioso che l’acqua possa neutralizzare l’effetto dei gas, consiglia ai compagni di provare a farlo. Ad un tratto, arriva qualcuno e dice che c’è un’uscita segreta, ignota al nemico, ma solo pochi riescono a raggiungerla, perchè chi è rimasto in vita, si è indebolito per i vapori letali dei gas e sta morendo soffocato.
Tra i combattenti del bunker di via Mila c’è anche Lusek Rothblatt, militante del gruppo Akiva, insieme a sua madre Maria, che, a suo tempo, aveva diretto un orfanotrofio e ai tempi della grande Aktzia [retata] era riuscita a salvare molti dei suoi ragazzi e li aveva raccolti in un casolare abbandonato. Che cosa sia poi successo a quegli orfani, nel periodo tra la grande Aktzia [retata] e l’inizio dell’insurrezione del Ghetto, proprio non lo so. Adesso Maria Rothblatt è accanto a suo figlio e in quei tragici momenti di assedio al bunker, gli chiede di toglierle la vita. Lusek le spara quattro colpi ma la donna non muore subito e agonizza in una pozza di sangue. A quel punto, anche Lusek si toglie la vita.

Così venne recisa la gloria della Varsavia ebraica in lotta. Qui i combattenti ebrei trovarono la morte e tra loro anche Mordechai Anilevitz, il più amato e caro tra i combattenti, il comandante coraggioso, di bell’aspetto, che anche nei momenti più terrificanti, aveva il sorriso sulle labbra. Pochi si salvarono da quell’inferno. Tra loro, quelli rimasti feriti nei tentati suicidi, quelli semisoffocati dai gas, come Menachem Bugelman del Dror e Yehuda Vangrobar dell’Hashomer Hatzair.
Fu uno spettacolo orribile, sconvolgente. Tutti aspettavamo la fine, sapevamo che si stava avvicinando e non avevamo scampo. E, tuttavia, questa storia ci fece rabbrividire e inorridire. Il cuore continuava a piangere la morte degli amici e la sofferenza dei compagni mezzi morti. E c’era solo un desiderio: porre fine per sempre a questa agonia. Non conoscevamo il nostro stato d’animo. Come pazzi correvamo qua e là intorno al bunker e con le nostre unghie tentavamo di strappare le pietre ammassate della barricata. Forse saremmo riusciti ad arrivare ai cadaveri, a prendere le armi, ma i tedeschi avevano fatto saltare in aria tutto con l’esplosivo.
In pochi, con un senso di cordoglio e di lutto, ci levammo da quel luogo orrendo per trovare un rifugio al manipolo di compagni feriti e stremati e per pensare al domani. Le labbra sussurrarono qualche parola di commiato ai nostri compagni fedeli e valorosi, la gloria del nostro sventurato eroismo era stata recisa, la fine dei nostri sogni e delle nostre speranze vi era rimasta sepolta. Provammo la sensazione di andarcene da qui nudi e privati dell’anima, dei sogni, della fede… Tutto è rimasto sepolto qui, per sempre.
varsavia ghetto 6

E non dimentichiamo mai che tutto questo non sarebbe avvenuto – non in queste proporzioni, almeno – se a quel tempo ci fosse stato lo stato di Israele. Che non è nato, come amano dire gli antisemiti, a causa di (o grazie a, a seconda dei punti di vista), Auschwitz, bensì nonostante Auschwitz.

barbara

LO STATO EBRAICO

Recupero, da un commento lasciato da “amica” in questo blog poco meno di tre anni fa, questo testo, che mi sembra il commento più adeguato all’indomani delle manifestazioni per la liberazione dell’Italia dal nazismo, in cui le bandiere dei liberatori – che per liberarci hanno combattuto e sono morti – sono state fischiate e insultate dagli adoratori dei discendenti delle SS islamiche e attuali sterminatori di ebrei e di altri innocenti.

È difficile da credere, ma è successo davvero. Università. Dipartimento di Lingue (uno dei migliori d’Italia). Sessione estiva. Esame di “Teoria della Traduzione”. Corso di Laurea Magistrale in “Traduzione”. Propongo alla studentessa che già ha risposto bene a varie domande, quale sia l’argomento che più l’ha interessata (“vediamo se posso darle trenta” − penso tra me). La studentessa, senza indugio, risponde: “La traduzione della Bibbia” (ovviamente, oltre alle lezioni a cui non era mai venuta, aveva libri appositi su cui prepararsi). Dopo un po’, dicendo cose molto confuse, afferma con perentorietà: “La Bibbia è scritta in ebraico, lingua che da duemila anni nessuno conosce più, è una lingua morta e del tutto ignota”. Il mio giovane collega coglie il fremito sul mio viso e mi previene, guardando la fanciulla con condiscendenza: “Dottoressa, se ci pensa, non è possibile quello che ha detto: non solo l’ebraico è sempre stato coltivato dagli studiosi della Bibbia (… e se no come avrebbero potuto tradurla − penso io), ma, se ci pensa, nello Stato Ebraico che lingua si parla oggi?” La ragazza (per altro, già laureata alla triennale, e quindi, come prevede lo Stato italiano, effettivamente “dottoressa”) ci fissa con uno sguardo vitreo, come non avesse affatto capito la domanda. Mi impensierisco e le chiedo: “Lei sa, vero, che esiste uno Stato Ebraico?”. “No − risponde quella con aria sinceramente stupita − non lo sapevo”. Il mio collega, per evitare che il mio fremito persistente esploda in una reazione poco professorale, interviene di nuovo: “Ci pensi, dottoressa, certo che lo sa, se ne parla spesso, se ne parla sempre: mai sentito del Medio Oriente?”. Quella allora smuove gli occhi, come avesse finalmente percepito un’illuminazione: “Ah, sì, ma voi intendete l’Iran!” − dice, un po’ stupita che le chiedano simili banalità. Mi paralizzo, non riesco a reagire. Poi respiro profondamente e alzo un po’ la voce. “Ma che sta dicendo?! Scusi, vorrebbe farmi credere che in 23 anni di vita non ha mai sentito parlare di Tel Aviv, di Gerusalemme, di Israele?”. “Sì, credo di sì,” − fa lei. − “ci stanno i palestinesi. Ma non sapevo che c’entrassero con l’ebraico…”. Ora vi chiederete voi: ma di chi è la colpa? Di nessuno? Di tutti? Io non lo so. Questo è certo il frutto della falsa democratizzazione della cultura che, invece di un’alta cultura per pochi, propone una non-cultura per tutti. E vi chiederete: cosa si fa in questi casi? Niente. Non si può bocciare uno studente perché confonde l’Iran con Israele, perché − come prontamente ha rimarcato la studentessa stessa − “alle altre domande ho risposto bene…”. Alla fine, segnandole il voto sul libretto, le chiedo: “Ma lei si rende conto della ragione per cui sono sconvolta? Non le interessa?”. “No.” − risponde − “Posso andare ora?”.
Laura Salmon, slavista

E, giusto per amore di coerenza, “Palestina libera, Palestina rossa”: rossa e libera come l’Unione Sovietica, come la Cina, come la Corea del Nord, come la Cambogia dei kmer rossi, come Cuba… Ah, il profumo della libertà! Lo sentite anche voi, vero, questo meraviglioso, inebriante profumo.

barbara

 

IL RITORNO DELL’HULIGANO

Alle undici sono alla Stazione Nord, al treno di notte per Cluj. Il volo era stato cancellato all’ultimo momento per mancanza di passeggeri e anche per via della Pasqua. Il vagone letto ha solo due passeggeri e due accompagnatori giovani, che hanno l’aspetto di studenti di un college, completamente diversi dal pittoresco cuccettista di un tempo. Negli anni d’università, il treno mi portava, alcune volte all’anno, di notte, in sette ore, da Bucarest a Suceava e mi portava, poi, di frequente, negli anni dell’amore per Giulietta, da Ploiesti a Bucarest. Il treno mi aveva portato a Periprava, il lager di detenuti dove era finito il babbo, e nel viaggio di addio, nel 1986, ai genitori e alla Bucovina. Sono solo nel treno del passato, tra i fantasmi che appaiono, immediatamente, intorno al fantasma che sono stato e che sono diventato. Lo scompartimento è pulito, ma persiste un odore di disinfettante e il lenzuolo ha una macchia sospetta. Il cuscino posto proprio sopra la ruota del vagone non promette l’anestesia della stanchezza che ha continuato a sedimentare durante la settimana bucarestina. Distendo la coperta sul lenzuolo, mi spoglio, sento freddo, mi avvolgo. Tiro le tende. Buio tratteggiato da strisce luminose. Le ruote stridono, cerco di rimanere sordo alla corsa e all’ansito della notte. Il mostro di ferro perfora, con rumori sordi e muggiti, l’oscurità.

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Ottobre 1941. Il primo viaggio in treno. Carro bestiame, assito umido, freddo, corpi ammucchiati uno addosso all’altro. Fagotti, bisbigli, lamenti, puzza di urina e sudore. Blindato nella paura, rannicchiato, contratto, separato dal corpo della belva collettiva che le sentinelle sono riuscite a stipare nel vagone e che si agita con centinaia di braccia, gambe e bocche isteriche. Solo, sperduto, come se non fossi legato alle mani, alle bocche e alle gambe degli altri. Tutti! Tutti!, così urlavano le sentinelle. «Tutti, tutti» gridavano, levando le baionette lucenti e i fucili lucenti. Non c’era scampo. «Tutti, in colonna, tutti, tutti, salire, tutti.» Spintonati, gli uni addosso agli altri, più stretti, più, più, finché non avevano sigillato il vagone. Maria batteva con i pugni sulla parete di legno della nostra tomba, per esservi ammessa, per partire con noi, le sue grida si erano spente, avevano dato il segnale di partenza. Le ruote ripetevano tutti tutti tutti, il feretro d’acciaio penetrava il ventre della notte. E poi, il secondo viaggio in treno: il miracoloso Ritorno! 1945. Aprile, come adesso. Erano passati secoli, ero vecchio, non immaginavo che sarebbe seguito, dopo altri secoli, un altro ritorno. Ora, vecchio davvero, vecchio. Le ruote ritmano il ritornello notturno, scivolo sulle faglie del buio. D’un tratto, l’incendio. Vagoni in fiamme, il cielo in fiamme. Fuoco e fumo, il ghetto brucia. Un borgo incendiato, pogrom e rogo. Casette e alberi in fiamme, grida. Sul cielo rosso, il gallo sacrificale e l’agnello sacrificale. Il martire legato al rogo, nel centro del borgo. Come una crocifissione, solo che il braccio trasversale della croce mancava, era rimasto un solo palo, eretto sul livello del suolo. Il corpo non è inchiodato, solo le mani sono legate con le sacre cinture della preghiera, i filatteri. I piedi sono legati al palo con una fune, il corpo è avvolto nello scialle di preghiera, bianco, a frange nere. Si vedono i piedi, parte del petto, una spalla, le braccia, la pelle luminescente, gialla, con riflessi violacei. Il volto pallido, molto lungo, la barba giovanile, i cernecchi sottili, rossicci, le palpebre abbassate sugli occhi stanchi, la visiera del berretto verde girata da una parte. Le finestre dell’edificio vicino aperte, si sentono grida. I disperati corrono, frastornati, qua e là, intorno al rogo al centro dell’immagine. La crocifissione era diventata una condanna al rogo. Semplice, maldestra, la tragedia occupava tutto lo schermo: l’uomo in procinto di gettarsi dalla finestra dell’edificio in fiamme, il violinista smarrito nella viuzza tortuosa, tra le case che crollano, incendiate, le une sulle altre, la donna con il bambino in braccio, il devoto con il libro, sorpresi insieme nel giorno maledetto. Al centro, il rogo. Ai piedi del martire, la madre o la moglie o la sorella, avvolta in un lungo velo che la unisce al condannato. Mi avvicinavo, da molto tempo, al giovane martire. Il berretto gli scivola sulla fronte, non fa alcun gesto, il rogo sembra sul punto di prender fuoco, da un momento all’altro. Non sono in grado di avanzare più in fretta, per liberarlo, mi restano solo pochi attimi per trovarmi un nascondiglio. Voglio dirgli che non si tratta di Crocifissione o Resurrezione, solo di un rogo, e basta, trasmettergli almeno queste parole, prima di separarci, ma le fiamme si avvicinano a gran velocità e sento il treno sempre più vicino. Le ruote rombano in modo assordante, il treno fuma, brucia, torcia che penetra veloce e con fragore la nebulosa della notte. Si avvicina, continua ad avvicinarsi, mugghiando, rombando, è sempre più vicino, mi sveglio, spaventato, cerco di liberarmi della coperta torrida. La ruota mi rotola, come un rotolo, i raggi grossi e pesanti sibilano, sibilano. Mi occorre tempo per capire che non mi hanno perforato la carne, che non sono stato risucchiato dai raggi vertiginosi, che mi trovo in un normale scompartimento di un normale treno di notte, in Romania. Rimango per lungo tempo rannicchiato, sudato, con la luce accesa, senza il coraggio di rientrare nel presente. Cerco di ricordare viaggi incantati con la slitta, nella Bucovina incantata, e con la carrozza, in graziose stazioni di villeggiatura bucovine, e col treno, d’autunno, in uno scompartimento vuoto, luminoso, quando la mamma mi aveva svelato il segreto della sua giovinezza ferita. A un certo punto, mi assopisco di nuovo, mi sveglia un pensiero improvviso: Chagall. La cartolina Chagall che avevo guardato spesso, senza capire chi e perche me l’avesse mandata.

Perché tornare significa anche far tornare le memorie – e rivivere la deportazione ad ogni viaggio in treno è esperienza comune a molti deportati.

Lungo era stato il tempo per decidersi a lasciare la Romania e intraprendere la via dell’esilio, e lungo è anche il tempo per decidersi ad abbandonare per un momento l’esilio e rientrare in Romania, dove affrontare visi e luoghi e discorsi e memorie e rimorsi per le promesse non mantenute e dolori antichi e dolori nuovi.

“Il ritorno dell’huligano” è uno di quei libri, un po’ come quest’altro, che provvedono personalmente (sì lo so, non venitemi a spiegare che il libro non è una persona, ma non posso dire che provvede libralmente) a dettarti l’agenda: acquistato una buona dozzina d’anni fa, adesso mi si è imposto alla lettura. Che non è una di quelle letture che procedono a rotta di collo, perché anche il ritmo di lettura te lo detta lui, e ben presto ti rendi conto che lentezza non è sinonimo di noia. Non in questo caso almeno. E ti rendi conto anche che “lui” ti si è imposto in questo momento perché “sapeva” che è esattamente di quel ritmo che il tuo corpo e la tua mente avevano bisogno in questo momento. E un libro così è chiaro che è straordinariamente intelligente, e davvero non puoi fare a meno di leggerlo.

Norman Manea, Il ritorno dell’huligano, il Saggiatore
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