PROFETI A CONFRONTO

Adolf Hitler, gennaio 1939

«In questo giorno, che forse non sarà memorabile solo per i Tedeschi, vorrei aggiungere questo. […] Oggi sarò di nuovo profeta: se la finanza ebraica internazionale d’Europa e fuori d’Europa dovesse arrivare, ancora una volta, a far precipitare i popoli in una guerra mondiale, allora il risultato non sarà la bolscevizzazione del mondo, e dunque la vittoria del giudaismo, ma, al contrario, la distruzione [Vernichtung] della razza giudea in Europa».

Armin Wegner, 11 aprile 1933

Signor Cancelliere del Reich!
Con la Sua comunicazione del 29 marzo di quest`anno il Governo ha decretato il bando delle attività commerciali di tutti i cittadini ebrei.
Scritte offensive, «Imbroglioni», «Non comperare», «Morte ai giudei», «A Gerusalemme», risaltavano sui vetri dei negozi, uomini con manganelli e pistole montavano la guardia davanti alle porte e per dieci ore la capitale è stata trasformata in teatro per il divertimento delle masse. Poi, contenti di questa beffarda punizione, fu tolto nuovamente il divieto e la città e le strade mostrarono il loro volto abituale.
Ma quello che poi seguì non fu ancor peggio? Giudici, procuratori e medici vengono espulsi dai loro incarichi ben retribuiti, si chiudono le scuole ai loro figli e figlie, insegnanti di scuole superiori vengono cacciati dalle cattedre e mandati in congedo – una concessione che a nessuno può non sembrare sospetta -, direttori di teatro, attori e cantanti vengono privati dei loro palcoscenici, agli editori di giornali si vietano le pubblicazioni, tutti i libri di poeti e scrittori ebrei vengono raccolti per condannare al silenzio i custodi dell’ordine morale, e si colpisce l’ebraismo, anziché nel commercio, proprio là dove sono i suoi valori più nobili per la comunità: nel pensiero.
Lei afferma, Signor Cancelliere del Reich, che il popolo tedesco è stato diffamato, che i suoi vicini lo accusano di azioni indegne che non ha compiuto; e tuttavia, errori e cattiva fama non hanno sempre preceduto onore e gloria? Sì, non ci hanno forse insegnato gli ebrei a sopportare come un onore la diffamazione? Perché non è un caso se così tanti ebrei vivono sul suolo tedesco, è la conseguenza di un destino comune! Nelle loro migrazioni di secoli, cacciati dalla Spagna, rifiutati dalla Francia, la Germania da un millennio ha offerto ospitalità a questo grande infelice popolo. L’ebreo ubbidiva alla sua vocazione interiore quando andava là dove la sua vita era al sicuro, dove il più alto livello di sapere attirava il suo cuore avido di cultura; la Germania, una Germania smembrata che lottava in mezzo a molti nemici, ubbidì alla dottrina della sua libertà quando offrì rifugio al perseguitato.
Ed ora, ciò che è stato fatto in un millennio deve essere annullato per sempre?
Noi abbiamo sempre dato ad altri popoli il meglio delle nostre forze, in Occidente, in Sud America, in Russia. Eterno viaggiatore sulla terra, il tedesco sentì sempre un forte richiamo per la povera patria che cresceva nei possedimenti d’oltremare. Costruttori di ponti, commercianti, coloni tedeschi hanno contribuito ad accrescere ricchezza e fama di tutti i popoli. E per questi meriti non siamo forse stati denigrati prima della grande guerra e fino a ora? Quindi noi che così spesso abbiamo sperimentato questa ingiustizia dobbiamo fare la stessa cosa e causare la stessa sofferenza a un altro popolo che come noi non l’ha meritata? La giustizia è stata sempre un vanto per tutti i popoli e se la Germania è diventata grande nel mondo, a ciò hanno contribuito anche gli ebrei. Non si sono forse mostrati grati in tutti i tempi per la protezione loro offerta?
Si ricorda che Albert Einstein è un ebreo tedesco, uno scienziato che ha sconvolto l’idea dello spazio, che come Copernico ha steso la sua mano oltre se stesso verso il Tutto e ci ha regalato una nuova immagine del mondo?
Si ricorda che Albert Ballin, un ebreo tedesco, è stato il creatore della più grande linea di navi verso Occidente, da dove partì la nave più grande del mondo verso la terra della libertà, mentre lui, Ballin, non riuscì a sopportare la vergogna che il suo adorato sovrano abbandonasse il suo Paese e perciò si uccise?
Si ricorda che Emil Rathenau, un ebreo tedesco, ha fatto diventare un’impresa mondiale la Società Generale per la Produzione di energia e luce in paesi stranieri?
E che Haber, un ebreo tedesco, come un mago, con la sua bottiglia a pistone riuscì a ricavare l’azoto dall’aria?
Che Ehrlich, un ebreo tedesco e un medico saggio col suo medicamento ha scongiurato la sifilide, questa malattia strisciante nel nostro popolo?
Anche quella ragazza sedicenne che a Amsterdam ai Campionati del Mondo con la sua sciabola ha conquistato la vittoria per la Germania era una fanciulla ebrea, figlia di un procuratore, proprio uno di quei procuratori che si è in procinto di cacciare dalle nostre Corti.
Si ricorda di tutti quelli – ah, dovrei riempire fogli se volessi solo elencare i loro nomi – la cui intelligenza e il cui zelo hanno inciso per sempre nella nostra storia?
Quindi Le domando, tutti questi uomini e donne hanno agito come ebrei o come tedeschi? Scrittori e poeti hanno scritto una storia del pensiero tedesca o giudaica? I loro attori hanno coltivato la lingua tedesca o una lingua straniera? I loro grandi propugnatori di una nuova dottrina sociale sono stati profeti e ammonitori del popolo ebraico o del popolo tedesco quando hanno lanciato le loro esortazioni che per nostra disgrazia non abbiamo accolto?
Abbiamo accettato in guerra il sacrificio di sangue di dodicimila ebrei, e ora possiamo – se abbiamo un minimo di equità nel cuore – togliere ai loro genitori, figli, fratelli, nipoti, alle loro donne e sorelle ciò che si sono meritati nel corso di generazioni, il diritto a una patria e a un focolare?
Quale sventura è questa per coloro che hanno amato più di se stessi il Paese che li ha accolti!
L’ebreo, legato a noi per interiorità e per il fatto di porsi gli stessi interrogativi, non è forse diventato il portatore dei costumi tedeschi e della lingua tedesca fino nella profonda Russia? Nei vicoli ebraici dei villaggi polacchi risuonano ancor oggi melodie medioevali tedesche; gli antenati degli ebrei scacciati mille anni fa non rubarono l’oro da queste terre ma le loro melodie il cui suono ancor oggi esce dalle loro bocche e ci commuove e che noi stessi abbiamo dimenticato.
Se un tedesco in terra straniera ha bisogno d’aiuto, se cerca qualcuno che parli la sua lingua dove lo trova? Nel negozio di medicinali di un ebreo del Caucaso, nella sartoria di un ebreo presso il pozzo di un deserto arabico.
In Polonia si sono derubate e gettate in prigione famiglie ebree che si erano riconosciute nella cultura tedesca e ora, dopo che sono fuggite in Germania, si vuole riservare loro lo stesso destino? Che amore infelice! Perché non crederanno all’affermazione che gli ebrei non sono in grado di amare la nostra patria perché sono di ceppo estraneo. Anche nel popolo tedesco non si sono forse mescolati ceppi diversi, Franchi, Frisoni e Vendi? Napoleone non era forse un corso? Lei stesso non viene forse da un Paese vicino? […]
Se Lei avesse potuto vedere con me le lacrime di madri ebree, il turbamento dei visi impalliditi dei padri, gli occhi dei bambini, avrebbe capito questo forte attaccamento tipico di una stirpe che per lungo tempo è stata costretta a girovagare senza sosta. Perché per loro la terra costituisce un legame più forte che per quelli che non l’hanno mai perduta. «Amo la Germania», ho sentito dire in questi giorni da un ragazzo e una ragazza ai loro genitori che, sbigottiti per le infinite minacce del momento volevano lasciare per sempre la Germania. «Andate voi soli!», rispondevano ai loro genitori, «preferiamo morire qui anziché non essere felici in un paese straniero». Non è da ammirare una tale forza del sentimento?
Signor Cancelliere del Reich,
non si tratta solo del destino dei nostri fratelli ebrei. Si tratta del destino della Germania! In nome del popolo per il quale ho il diritto non meno che il dovere di parlare, così come qualsiasi altro che viene dalsuo sangue, come tedesco a cui non è stato dato il dono della parola per rendersi complice col silenzio quando il suo cuore freme di sdegno, mi rivolgo a Lei: Fermate tutto questo!
L’ebraismo è sopravvissuto alla prigionia babilonese, alla schiavitù in Egitto, ai tribunali dell’Inquisizione spagnola, alle calamità delle Crociate e alle persecuzioni del milleseicento in Russia. Con la tenacia che ha permesso a questo popolo di diventare antico gli ebrei riusciranno a superare anche questo pericolo, ma la vergogna e la sciagura che a causa di ciò si abbatterà sulla Germania non saranno dimenticate per lungo tempo! Infatti, su chi cadrà un giorno lo stesso colpo che ora si vuole assestare agli ebrei se non su noi stessi?
Se gli ebrei hanno recepito la nostra natura, hanno accresciuto la nostra ricchezza, allora, se li si vuole distruggere, questa azione deve necessariamente portare alla distruzione di beni tedeschi. La storia ci insegna che popoli che hanno scacciato gli ebrei dai loro confini hanno poi sempre dovuto scontare questa azione cadendo vittime di disprezzo e di impoverimento.
In verità oggi non li si butta in strada come nei primi giorni, in pubblico si ostenta rispetto per la loro vita per rubare a loro in segreto e in modo ancor più penoso. Non so quante delle notizie che si sussurrano fra il popolo siano vere: interi quartieri della città vengono abbandonati al saccheggio, scritte divampano di notte sopra le case, autocarri ricoperti di gagliardetti con soldati che cantano percorrono urlanti le strade e tutti osservano con paura questa marea che minaccia di trascinare tutto con sé.
Nei giornali e nelle illustrazioni invece, nell’ora più difficile che si prepara per l’uomo, si provvede alla più triste umiliazione, alla derisione. Cent’anni dopo Goethe e dopo Lessing ritorniamo a ciò che ha causato le più dure sofferenze di tutti i tempi, allo zelo della superstizione. Inquietudine e insicurezza crescono, fanno la loro comparsa disperazione, terrore e suicidio!
E mentre una parte della popolazione che non potrebbe mai difendere un tale comportamento davanti alla propria coscienza approva questi avvenimenti nella speranza di un guadagno, lascia la responsabilità di questi al Governo del Paese che porta avanti questi provvedimenti con fredda determinazione in modo ancor peggiore che in una carneficina e meno scusabile di questa perché è il risultato di una riflessione a freddo e non può che terminare in un autodilaniamento del nostro popolo.
Quindi, quali saranno le conseguenze?
Al posto del principio morale della giustizia subentra l’appartenenza a una specie, a un ceppo. Ciò che fino a ora valeva nella vita di un popolo nella suddivisione dei compiti non erano la fede o la stirpe ma la capacità di svolgere un lavoro. Lei stesso ha lodato lo spirito creativo come il bene più prezioso di un popolo, ha lodato i pensatori e gli inventori come le forze più nobili. D’ora in poi anche l’inetto, la persona senza scrupoli, potrà dire a se stesso: solo perché io non sono ebreo posso ora assumere questo compito, il mio essere tedesco è sufficiente a ciò e forse dietro questo scudo potrò anche compiere impunito qualche cattiva azione. Nel momento in cui adulatori e persone servili solo per mettersi al servizio di un nuovo padrone si piegano a una nuova dottrina a loro estranea, per la quale Lei e i Suoi amici hanno messo a rischio vita e nome, si rilasciano mandati di cattura del sangue, si offre agli umori di infime nature il cuore delle famiglie, si permette che vengano perseguitate se questo serve a eliminare un fastidioso concorrente.
Può la sola partecipazione alla guerra essere decisiva per l’arte e il talento necessari a svolgere una mansione?
Se oggi fosse ancora vivo Walter Rathenau che fu Ministro del popolo tedesco in uno dei periodi più difficili del dopoguerra, non potrebbe essere né medico né procuratore perché non fu sul campo di battaglia ma salvaguardò la patria da una precoce sconfitta organizzando un’economia di guerra che non era stata precedentemente prevista dallo Stato. La pallottola a lui diretta alla quale si è esposto con non minore coraggio non gli è venuta dalla trincea, ma da un agguato in tempo di pace.
La distinzione tra male e bene è venuta meno, e così non è forse stata messa in discussione la stessa comunità di un popolo?
Lei mi risponderà che il sangue tedesco ci impedirebbe un agire in modo disonorevole – certamente origini e retaggio sono obblighi, ma ancor più lo è, a parer mio, quello di battersi «per» anziché «contro» l’ebreo.
Può essere vero che gli ebrei nei tempi più recenti non diedero alla patria molti eroi in campo militare se li si confronta con i combattenti del nostro popolo. In compenso non hanno dato meno saggi, martiri e santi. Anche i salvatori del popolo ridestato dovranno riconoscere che non possono fare a meno di santi come quelli in cui non è mai venuta a tacere la voce di antichissime profezie e della più alta legge morale della terra.
Allora, perché si perseguitano, perché si odiano questi straordinari stranieri nel mondo?
Perché questo popolo ha posto legge e giustizia al di sopra di ogni cosa, perché ha amato e stimato la legge come sua sposa, e perché quelli che vogliono l’ingiustizia nulla detestano di più che quelli che promuovono il diritto.
Signor Cancelliere del Reich,
i popoli e gli uomini non si conoscono vicendevolmente, e questo è il male maggiore. I tedeschi si sono mai sforzati di prendere in considerazione qualcosa che hanno evitato come la lebbra dalla loro giovinezza in avanti, un pregiudizio che ha colto perfino qualche ebreo tanto che ha cominciato a vergognarsi delle sue meravigliose origini?
Sì, quelli che Lei e i Suoi amici ora combattono in Germania – se dobbiamo fidarci delle Sue parole – non sono più ebrei, ma dei rinnegati che travolti dall’avidità e dalla sensualità hanno perduto e dimenticato i doveri della loro fede e che vengono rifiutati dai loro fratelli ebrei non meno che dai tedeschi. Forse che i tedeschi hanno sempre agito meglio? I tesorieri dei grandi patrimoni non si lamentano degli ebrei solo perché vorrebbero essere al loro posto? Forse che i cittadini tedeschi hanno ridotto gli interessi dei loro crediti e delle loro case? Ed è possibile punire gli errori di alcune centinaia di persone che nell’antica lotta di questo popolo fra il peccato e la santità hanno tradito il più profondo impulso della loro razza, sacrificando per questo schiere di innocenti? Non abbiamo forse ripudiato la vendetta del sangue a favore della responsabilità del singolo?
Lei cita nei Suoi discorsi l’Onnipotente – ma non è dunque un’Onnipotenza che ha mescolato i dispersi di questo popolo fra i tedeschi come il sale nella pasta del pane?
Non sono forse essi socialmente e moralmente una necessità per noi con la loro innata rettitudine che ci permette di distinguere più chiaramente debolezze e pregi della nostra propria natura?
Lei si richiama al fatto che la Germania si troverebbe in stato di necessità, ma anziché adottare la causa di tutti gli oppressi si tenta di placare le disgrazie di una parte del popolo con la sofferenza dell’altra parte, addirittura si afferma che incolpare gli ebrei sarebbe necessario per la salvezza della patria. Ma non c’è patria senza giustizia! C’è un ebreo ogni cento tedeschi e questo dovrebbe essere più forte? Un popolo potente non si degrada lasciando degli indifesi in balia dell’odio di persone frustrate? Lei parla di ebrei che susciterebbero inimicizia per la loro presunzione. Questo è forse avvenuto senza un nostro contributo? Quando gli ebrei hanno contribuito a preparare il terreno a idee rivoluzionarie, la loro ribellione non era forse dovuta al fatto di essere stati trattati ingiustamente? Non abbiamo forse recato loro offese fin da quando eravamo giovani e ogni comunità di destini non produce forse, oltre a un diritto comune, anche una colpa comune?
Io contesto questa folle credenza che tutto il male del mondo provenga dagli ebrei, la contesto con il diritto, con le dimostrazioni, con la voce dei secoli e se io ora indirizzo a Lei queste parole ciò avviene perché non mi riesce di essere ascoltato per nessun’altra via. Non come amico degli ebrei ma come amico dei tedeschi, come rampollo di una famiglia prussiana in questi giorni, quando tutti rimangono muti, io non voglio tacere più a lungo di fronte ai pericoli che incombono sulla Germania.
L’opinione delle masse può mutare facilmente nel suo contrario. Presto può succedere che esse condannino ciò che oggi promuovono impetuosamente. Anche se dovesse passare del tempo un giorno si avvicinerà l’ora della liberazione dei perseguitati, così come si avvicinerà la punizione del delinquente. Verrà un giorno in cui il primo aprile di quest’anno sarà richiamato alla memoria di tutti i tedeschi soltanto come una penosa vergogna quando avranno pronunciato nei loro cuori un giudizio sulle loro azioni. Se la Germania fosse stata veramente calunniata allora avrebbe bisogno di questi provvedimenti solo per difendere una buona coscienza?
Ci si assicura che all’estero si sono completamente tranquillizzati. Perché allora si continuano in silenzio queste persecuzioni? Non c’era un mezzo più semplice per far fronte alle calunnie sui nostri misfatti: non umiliare gli ebrei ma dare loro delle prove di amicizia? Qualsiasi cattiva fama non cesserebbe al più presto al cospetto di atti di discernimento e di amore e la miglior conversione non è sempre quella della buona azione?
Signor Cancelliere del Reich,
Le invio queste parole che sgorgano dal tormento di un cuore straziato, e non sono solo le mie, è la voce del destino che per mezzo della mia bocca La ammonisce: protegga la Germania proteggendo gli ebrei.
Non Si lasci fuorviare dagli uomini che lottano assieme a Lei! Lei è mal consigliato!
Interroghi la Sua coscienza come in quell’ora in cui tornando dalla guerra in mezzo a un mondo liberato cominciò da solo la via delle Sue battaglie. È stata sempre una prerogativa dei grandi spiriti riconoscere un errore. Ci sono chiari segni di che cosa ha bisogno la moltitudine della gente. Riporti i ripudiati nei loro uffici, i medici nei loro ospedali, i giudici nei tribunali, non chiuda più le scuole ai bambini, guarisca i cuori afflitti delle madri e tutto il popolo La ringrazierà.
Perché anche se la Germania potesse forse fare a meno degli ebrei, ciò di cui non può fare a meno è della sua virtù.
«C’è soltanto una vera fede», grida il saggio Immanuel Kant dalla cripta della sua centenaria tomba, «anche se ci possono essere molte diverse confessioni».
Segua questa dottrina che Le permetterà di comprendere anche quelli che Lei oggi combatte. Che cosa sarebbe una Germania senza verità, senza bellezza e giustizia?
Invero se un giorno le città fossero ridotte in cumuli di macerie, le stirpi estinte, le voci della tolleranza per sempre ammutolite, le montagne della nostra patria svetterebbero ancora verso il cielo e le foreste perenni continuerebbero a stormire, ma non sarebbero più ripiene dell’aria della libertà e giustizia dei nostri padri. Con vergogna e disprezzo parlerebbero di stirpi che misero in gioco con leggerezza non soltanto la fortuna del Paese ma ne disonorarono per sempre la memoria. Vogliamo dignità quando esigiamo giustizia.
La scongiuro! Difenda la nobiltà d’animo, la fierezza, la coscienza senza le quali noi non possiamo vivere, difenda la dignità del popolo tedesco!

Sulla prima “profezia” non credo ci sia molto da dire: aveva previsto il totale annientamento (questo è l’esatto significato di “Vernichtung”) della “razza giudaica” e ha ottenuto, con le sue scelte e le sue azioni, l’annientamento del “Reich millenario”. Molto c’è invece da dire su quella di Armin Wegner (del quale mi ha sempre colpito, tra l’altro, l’incredibile bellezza,
armin-wegner
fin dai tempi dell’università), straordinaria figura di combattente per la giustizia e per i diritti umani, Giusto per gli ebrei e Giusto per gli armeni: ben sei anni e mezzo prima dell’inizio della guerra e dodici prima della sua conclusione, aveva lucidamente previsto il disastro a cui la politica hitleriana avrebbe condotto, aveva previsto la vergogna che avrebbe accompagnato la memoria dei crimini commessi, e la punizione per essi, e le città ridotte a cumuli di macerie… senza vantarsi di essere profeta.
Una considerazione a parte merita quel “A Gerusalemme”, riportato da un testimone oculare: gli ebrei, ottant’anni fa, percepiti come stranieri in Europa, venivano invitati a TORNARE A CASA LORO, A GERUSALEMME! Com’è che adesso non è più casa loro e vengono invitati ad andarsene da lì? 

barbara

ANCORA UN RICORDO DI TINA ANSELMI

Perché ci sono persone troppo grandi per starci tutte intere in un post solo, e quindi adesso ne metto un secondo. E non sarà l’ultimo.

In ascolto – Bella ciao

Il paese piange la scomparsa di Tina Anselmi, una donna dalla biografia straordinaria che amava raccontare le proprie esperienze inserendole nel contesto della normalità. Quando decide di combattere il nazifascismo e di entrare nella brigata Cesare Battisti ha solo 17 anni. Lascia la casa e la famiglia e diventa Gabriella, staffetta partigiana. Ma questo è solo l’inizio di una lunga serie di scelte coraggiose e Tina, con ironia, intelligenza e modi semplici e schietti, dedicherà la sua vita all’impegno politico e alla ricerca della giustizia. Molto è stato scritto su di lei in questi giorni e non intendo ripercorrere in dettaglio le tappe della sua carriera o le sue conquiste, soprattutto perché questa è una rubrica che si occupa di musica. Vorrei dunque ricordare Tina Anselmi con una canzone, molto particolare, che riassume in sé due aspetti importanti della sua vita e racconta due contesti storici e sociali distinti. La canzone è “Bella Ciao delle Mondine”. Su Bella Ciao si è studiato e scritto molto e proprio quest’anno è uscito il testo interessante di Carlo Pestelli, che analizza i diversi strati di formazione del brano, in cui si intrecciano suggestioni russe con le note di un’antica melodia francese, quelle di un motivo klezmer registrato agli inizi del ‘900. Enrico Strobino l’ha definita una canzone gomitolo in cui si riuniscono molti fili. Credo che Bella Ciao sia significativa per ricordare Tina Anselmi, perché a ragione o a torto nell’immaginario collettivo resta pur sempre il simbolo musicale della Resistenza partigiana e le sue note rendono omaggio a quella sua prima scelta che le segnò la vita in modo indelebile. Nella versione che ascoltiamo oggi però, non ci sono l’invasore, il fiore del partigiano o il passaggio delle genti, ma la denuncia da parte di una categoria di lavoratrici, le mondine, che ci riportano idealmente alle tante battaglie condotte da Tina Anselmi per la creazione di una consapevolezza nelle donne e la conquista delle pari opportunità. Infine questa canzone ha per certi versi l’aspetto di un monito, perché se contestualizzata ci porta a ripensare a due momenti fondamentali della nostra storia, due momenti mai chiusi definitivamente e ci fa tornare in mente le parole pacate di Tina di qualche anno fa: “Dico sempre alle mie nipoti: attente, fate la guardia, perché le conquiste non sono mai definitive”.
Maria Teresa Milano
(Moked, 3 novembre 2016)

(E sarà anche una merdaccia, come ha detto qualcuno, o semplicemente una “onesta cantante di balera prima di conoscere Strehler”, come ha generosamente concesso qualcun altro, ma di voce e doti interpretative come quelle di Milva, io in giro non ne vedo mica tante)

barbara

PER ME È STATA UNA GRANDISSIMA DONNA

Ve lo ricordate come la sfottevano negli anni Settanta per quel suo aspetto decisamente poco aristocratico? E le gag alla radio: “Ghe spussa el fià”. E a me piaceva. Con quella sua semplicità. Con quell’aria da massaia un po’ trasandata. E con quel grande passato, e con quella passione politica che mai l’ha abbandonata. Ciao Tina, voglio ricordarti con queste parole non mie, ma che mi sono piaciute e ti dipingono molto bene.

Addio, staffetta Gabriella, cento chilometri al giorno in bicicletta e una gran fame.
Addio, staffetta Gabriella, pronta a morire a 17 anni “che ogni volta che uscivo di casa speravo di non dover sparare”.
Addio, staffetta Gabriella, che una notte a. Castelfranco arrestò un’ombra nella piazza perché non ricordava la parola d’ordine. E quell’ombra era suo padre, perseguitato dai fascisti.
Addio, staffetta Gabriella, che andò casa per casa a incoraggiar le donne per prendersi il diritto di votare. E ancora si chiedeva “perché per noi donne gli esami non finiscono mai. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica”.
Addio, staffetta Gabriella, quando essere sindacaliste significava difendere “le mani lessate delle filandiere”.
Addio, staffetta Gabriella, che quando ti chiedevano se rimpiangevi la condizione di signorina rispondevi, dietro suggerimento della Sandra Codazzi, “signorina ma non per forza”.
Addio, staffetta Gabriella, prima donna ministro della storia della Repubblica e instancabile “acchiappafantasmi” della commissione d’inchiesta sulla P2.
Addio, Tina Anselmi, che ci hai insegnato anche a essere donne coraggiose. (qui)
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barbara

GLI EROI CHE NON CONOSCEVI

Il segreto della famiglia Aznavour: «Ebrei salvati nella Parigi nazista»

Il cantante: i miei, scampati al genocidio armeno, aiutavano i fuggiaschi. «Non ne abbiamo mai parlato perché ci sembrava naturale, una sorta di nostro dovere».

di Aldo Baquis

TEL AVIV – In  una Parigi che negli anni Quaranta pullulava di nazisti, una coppia di armeni sopravvissuti al genocidio del loro popolo diede rifugio a persone di nazionalità diverse (ebrei, armeni, russi, comunisti attivi nella Resistenza) mettendo in costante pericolo la propria esistenza. La loro abnegazione e il loro coraggio sono rimasti per decenni avvolti nel silenzio familiare, «per una forma di pudore». Solo adesso, a 92 anni compiuti, il figlio Charles Aznavour, con la sorella maggiore Aida, ha accettato di parlarne con un ricercatore israeliano, Yair Auron, che ha pubblicato un libro commovente: ‘Salvatori combattenti’. Uscito in ebraico e in francese, presto sarà tradotto anche in armeno.
Nel rione Marais, scrive Auron, ebrei e armeni vivevano in buon vicinato. Al mercato, i banconi degli uni si mischiavano a quelli degli altri. I genitori di Aznavour, Micha e Knar, erano rimasti soli al mondo dopo le stragi perpetrate dai turchi. Dotati di spirito artistico, avevano mantenuto un approccio positivo alla vita. Fra i loro amici, un’altra coppia di emigrati armeni: la poetessa Melinee Manouchian e il suo compagno Missak, futuro leader di un gruppo di resistenza ai nazisti, l’Affiche Rouge. Gli Aznavourian avevano un appartamento di 90 metri quadri al 22 della Rue Navarin: tre stanze, ingresso, un cucinino e i servizi. Per 1500 giorni consecutivi furono là ospitati fuggiaschi che a volte i padroni di casa nemmeno conoscevano. Arrivavano. Bruciavano ogni cosa potesse tradirli. Si munivano di documenti falsi. Poi ripartivano. In un’occasione gli Aznavourian nascosero undici persone contemporaneamente. Quanti riuscirono a salvarsi? Charles e Aida, a distanza di decenni, non ne hanno idea. «La prima donna a bussare alla nostra porta – ricorda Aznavour nella prefazione – era in apparenza armena e cercava rifugio per il marito, ebreo». Questi dormiva nello stesso letto di Charles, allora 16enne. «Dopo di lui abbiamo avuti altri due-tre ebrei, poi tanti altri».
Il libro si legge come un thriller. Gli Aznavuorian avevano una vicina di casa di origine tedesca, ammiratrice di Hitler. Poteva bussare senza preavviso, per fare quattro chiacchiere amichevoli. I fuggiaschi dovevano trovare un nascondiglio immediato e «smettere di respirare». La polizia francese e anche la Gestapo visitavano talvolta la casa. «Ci sono estranei nell’edificio?», chiedevano. La coppia di portinai mantenne sempre il segreto, a protezione degli Aznavourian. Nel frattempo Missak Manouchian – oggi eroe nazionale in Armenia – guidava un gruppo armato clandestino composto da immigrati armeni, ebrei e anche italiani. Per loro Knar trafugava armi in un passeggino.
«I miei – dice Aznavour – hanno fatto quello che sembrava loro un dovere, senza pensare che mettevano in pericolo le nostre vite. Quello che abbiamo fatto durante l’occupazione ci sembrava la cosa più naturale, al punto che col tempo abbiamo cominciato a dimenticarcelo: finché un anno fa Auron è venuto a farcene parlare». A gennaio Aznavour sarà in Israele per piantare un ulivo in ricordo dei genitori a Nevé Shalom: il vilaggio di Auron, dove coabitano arabi ed ebrei e dove si tiene viva la memoria di giusti di varie nazionalità fra cui turchi, armeni, circassi, palestinesi, israeliani.

(Nazione-Carlino-Giorno, 25 ottobre 2016)

E a 92 anni lui canta così (peccato solo per l’orchestra così fracassona).

barbara

“FINALMENTE SALVO!”

Non è uno scrittore, Ariel Yahalomi, nato Artur Dimant. Non è uno scrittore, e tuttavia questo suo libro di memorie che si snodano attraverso l’infanzia spensierata in Polonia, gli undici campi di lavoro e di concentramento, la liberazione, il trasferimento in Israele, la guerra di liberazione condotta e incredibilmente vinta da un esercito composto in discreta misura da relitti umani reduci dai campi di sterminio, l’intensa attività lì svolta e ancora in atto in tardissima età, questo suo libro, dicevo, prende, cattura, e si legge, dalla prima all’ultima pagina, con la stessa passione con cui è stato scritto. Ne voglio riportare una pagina, particolarmente significativa (ma in realtà sono tutte particolarmente significative).

La prima volta che ebbi un’arma in mano compresi il significato che aveva la possibilità di difendersi. Fino ad allora le uniche mie armi erano state il valore della persona, la presenza di spirito, la volontà di sopravvivere e la capacita di resistere. Sono stato sempre una persona amante della pace. Tuttavia, quel mio primo contatto con un’arma da guerra ebbe su di me un effetto straordinario: adesso non ero più una vittima condannata a fuggire e nascondermi… Mi era assicurato un fondamento morale, potevo tranquillamente affermare che ora operavo in difesa dei miei interessi.
Gli anni trascorsi nei campi di concentramento avevano rappresentato una battaglia senza fine per la vita, per la sopravvivenza, per la propria persona e per il proprio spirito. Nei campi di concentramento, insomma,era stata una lotta incessante per la vita.
In Europa, ad annientarmi ci avevano provato i Tedeschi, adesso in Palestina la situazione non era molto cambiata, l’unica differenza era nel fatto, che qui avevo un’arma in mano, e questa non era una differenza da poco. Ero appena riuscito a venir fuori da una situazione disperata e di nuovo ero finito in una condizione piena di rischi. Ancora una volta la guerra, e insieme tutte le nefandezze ad essa collegate.
Si sa, non esiste una guerra piacevole, una guerra delicata. La guerra, non importa di che genere, è una cosa crudele e malvagia. Per il resto, dipende dal ruolo che ti tocca assumere, se quello di vittima braccata o quello di persona libera con un’arma legale in mano. Una cosa come questa può comprenderla solo chi l’ha vissuta.
Quella e stata una guerra di pochi contro molti, guerra di persone insufficientemente esperte nell’arte della guerra di fronte ad un esercito regolare.
[…]
Per noi era assolutamente chiaro che dovevamo combattere, non avevamo scelta alcuna. Al tempo stesso, però, dovevamo costruire, lavorare, vivere, accogliere i nuovi immigrati che fuggivano dai Paesi arabi.
Tutti quelli che arrivavano dalla Germania erano ex internati nei campi di concentramento; venivano inviati direttamente tra i combattenti. Alcuni miei compagni, giunti a Hajfa in nave nel 1948, furono addestrati all’uso delle armi, mentre ancora in autobus li accompagnavano al fronte. Non ne avevano ancora una pallida idea, per loro era una pratica del tutto ignota. (pp. 98-99)

Anche se di testimonianze come questa ne abbiamo lette a decine, penso che valga ugualmente la pena di leggerlo, per arricchire anora un po’ la nostra coscienza con la conoscenza di ciò che è stato.

Ariel Yahalomi, “Finalmente salvo!”, trad. Augusto Fonseca, Deltaedit
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barbara

DUE PAROLE SUL BOICOTTAGGIO

Come uomo politico giordano mi sento obbligato ad esprimermi contro il movimento per il boicottaggio il disinvestimento e le sanzioni anti israeliane (BDS).
Io rappresento il punto di vista e gli interessi del popolo giordano e nel farlo godo di una libertà che molti non hanno. Il mio punto di vista sul BDS è equilibrato e senza preconcetti perché io non sono un israeliano e nessuno può accusarmi di essere anti-arabo. Permettetemi di essere chiaro: il BDS è una atto avventato di odio che minaccia la sicurezza e la stabilità non solo di Israele, ma anche del mio paese, la Giordania, e dell’intero Medio Oriente. Il BDS cerca di attaccare e di isolare Israele. Ma qual è l’importanza di Israele per la Giordania e per il mondo? Perché qualcuno dovrebbe preoccuparsi se Israele viene colpito? Il presidente della opposizione giordana, Mudar Zahran, ha scritto lo scorso anno: “Se un giorno Israele dovesse cadere, la Giordania, l’Egitto e molti altri paesi cadrebbero con esso e l’occidente dovrebbe elemosinare il petrolio dall’Iran. Possiamo odiare Israele quanto vogliamo, ma dobbiamo capire che senza di esso anche noi saremmo finiti”.
Israele è capofila nella guerra contro il terrore nella nostra regione, e se Israele fosse colpito anche noi soffriremo, e la Giordania più di tutti. Per questo il BDS è una minaccia per noi tutti – una minaccia per l’America almeno quanto è una minaccia per Israele, la Giordania, e per i nostri fratelli palestinesi. Il BDS sostiene di voler colpire Israele perché opprime i palestinesi. Se è così, perché il BDS non prende mai di mira il governo giordano che opprime e distrugge le vite della maggioranza giordana di origine palestinese, e lascia nella fame molti del mio popolo, i beduini giordani? Perché il BDS non boicotta mai il Libano dove ai palestinesi è proibito persino di guidare un taxi? Perché non boicotta la Siria, dove il presidente Assad ha ucciso migliaia di palestinesi nel campo di Yarmouk?
BDS, ammettetelo: voi siete razzisti ed antisemiti. Le vostre attività sono una minaccia per la Giordania e la mia missione di ministro del commercio ombra della Giordania è di favorire, espandere, rinforzare e promuovere il commercio tra il mio paese e Israele.
Ma il BDS non è solo. Non potrebbe sopravvivere senza sostegno finanziario e politico, e noi della opposizione giordana sappiamo bene che esso riceve il sostegno di molti dittatori arabi. Da sempre i governanti arabi ci raccontano che Israele è il nemico e che dovremmo dimenticare i nostri bambini affamati e i nostri governi violenti per concentrarci esclusivamente sull’odio e l’uccisione degli ebrei. Il BDS promuove questi stessi concetti fallimentari.
Io vi dico, BDS: vergognatevi! Vergognatevi di attaccare il solo paese che offre posti di lavoro ai miei fratelli palestinesi. Vergognatevi di attaccare il paese che offre cure gratuite ai palestinesi ammalati di cancro. Vergognatevi di aver venduto le vostre anime ai regimi arabi. Come musulmano so bene che il mio Profeta Maometto fu accolto a Medina dagli arabi e dagli ebrei, commerciò con loro e firmò perfino un patto di reciproca difesa con gli ebrei. Come giordano e come membro dell’opposizione in Giordania, vi dico che è tempo di smettere di parlare di pace e di vivere invece la pace attraverso la prosperità economica; questa è la nostra promessa e la nostra missione. Il BDS è non solo odioso e vergognoso, ma rafforza i dittatori arabi che in modo ipocrita criticano Israele per presunte violazioni dei diritti umani mentre essi stessi sono i massimi violatori dei diritti umani nel mondo. Un uomo si riconosce dalla compagnia che frequenta; se il BDS riceve il massimo sostegno dai dittatori arabi e musulmani, cosa ci dice questo del BDS? Noi arabi abbiamo boicottato Israele per 70 anni. Dove c’ha portato tutto questo? Siamo anni luce dietro Israele nella tecnologia e nell’economia. Dobbiamo fermare questa cosa in Giordania e incominciare a imparare dai nostri amici israeliani. Questo sogno non è nuovo. Era il sogno del primo ministro Yitzhak Rabin, che vedeva nella prosperità economica la via per la pace. Ecco perché fui onorato di organizzare un evento in suo ricordo al Congresso degli Stati Uniti dopo la sua morte più di 20 anni fa.
Facciamo rivivere la sua memoria attraverso le azioni. Trasformiamo le speranze perdute in una bella realtà e la delusione in felicità. E buttiamo il BDS dove merita, nel secchio dell’immondizia della storia. Presto nel futuro la Giordania sarà libera e costruiremo un nuovo sistema di stretta collaborazione con Israele attraverso associazione e non competizione, attraverso una vera cooperazione piuttosto che attraverso una pace fredda.
Trasformeremo la Giordania in un modello da seguire per i paesi arabi attraverso la cooperazione con i nostri fratelli e sorelle israeliane e con la benedizione dei nostri amici americani.
Am Yisrael Chai. Am Yarden Chai.

Abdel Almaala è membro della Coalizione di Opposizione in Giordania.
Fonte: israelhayom (ignoro di chi sia la traduzione)

Sì, cari signori boicottatori: raccontate pure a voi stessi tutte le favole che volete, ma la verità è chiara come il sole: non siete altro che dei luridi, infami antisemiti. Fratelli di sangue di questi qua


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barbara

LE VARIAZIONI REINACH

Struggente. Struggente? Sì, struggente lo è, ma se dici che è struggente capiranno che cos’è questo libro? No, non ne avranno neanche una vaghissima idea, magari penseranno a una di quelle cose sentimentali strappalacrime, niente di più lontano da ciò che è questo libro.
Ricerca? C’è, sì, la ricerca, rigorosa, puntigliosa, infaticabile, di documenti, di testimonianze, di ricordi, ma uno sente ricerca e magari pensa a un saggio, una di quelle cose per addetti ai lavori che se tu non lo sei ci sbadigli sopra, e ti pare che questo libro sia una cosa così? Per carità, non dirlo neanche per scherzo!
Fantasia? Uhm… Per esserci c’è, la fantasia, eccome se c’è, ma se poi si immaginano che sia un racconto di fantasia?

A volte ho l’impressione che i libri vivano di vita propria. Questo l’avevo comprato quindici anni fa, immagino che avessi letto una recensione che mi aveva convinta che valeva la pena di farlo, e poi era rimasto lì, senza che mai mi venisse in mente di leggerlo: altri acquisti, altre letture, altre urgenze, e lui sempre lì. Poi un giorno improvvisamente, finito un libro vado alla libreria dei libri non ancora letti e la mano si dirige – mi verrebbe da dire da sola – verso questo, lo estrae, toglie la sovracopertina, e comincio a leggere. Curiosamente ho trovato recentemente una sensazione simile qui: «A lettura ultimata, mi sono resa conto che Adieu Volodia mi si è improvvisamente imposto con un perentorio “leggimi, leggimi adesso!”» È esattamente così: improvvisamente sai, con ogni cellula del tuo corpo e del tuo cervello, che devi leggere quel libro. Che devi leggerlo adesso. E man mano che vai avanti a leggerlo tutto il tuo corpo e tutta la tua mente continuano a riconoscere che sì, era proprio il momento giusto per leggere questo libro, era proprio il libro giusto da leggere in questo momento. Un po’ come gli incontri: lo guardi negli occhi ed è colpo di fulmine; lo avessi incontrato tre giorni prima, o una settimana dopo, non lo avresti neppure notato.

Il fatto è che non è facile rendere l’idea di che cosa sia un libro come questo. Quello che posso dire con assoluta certezza è che è uno di quei libri che, quando li hai letti, ti senti molto più ricco. Variazioni, si intitola: esattamente come quelle musicali. Si parte da un tema esistente e vi si aggiunge la propria fantasia, la propria sensibilità, il proprio vissuto, la propria curiosità… e diventa una cosa propria. Qui il tema di partenza sono le foto e i documenti – che, all’inizio casualmente, poi puntigliosamente cercati, vengono a trovarsi in mano all’autore – riguardanti due ricchissime famiglie ebraiche parigine, sostanzialmente assimilate, talmente lontane dall’ebraismo vissuto, talmente estranee, da non poter neppure immaginare che le cose poco simpatiche che ad un certo momento cominciano a succedere agli ebrei possano avere qualcosa a che fare con loro. La conclusione la conosci, e tuttavia un brivido ti scende lungo la schiena quando, in un capitolo dedicato alle variazioni su tre momenti di buio benché non sia notte, arrivi al terzo che consiste in una sola frase: Il vagone è al buio benché non sia notte…
E dunque l’autore visita la villa donata allo stato e trasformata in museo
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e immagina la padrona di casa attraversarla per l’ultima volta, immagina i suoi pensieri, immagina i suoi gesti, immagina i suoi ricordi, parlando di se stesso in terza persona: La vede salire lo scalone… Legge una lettera e immagina le riflessioni che hanno indotto a scriverla. Guarda una fotografia e ricostruisce, a partire dalle espressioni dei volti, dall’atteggiamento dei corpi, una possibile conversazione tra le varie persone in quel momento, in quel luogo, in quella situazione, e i pensieri dietro le parole, e i ricordi dietro i pensieri. E visita Drancy
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e “sente” le voci, tutte quelle voci di coloro che ancora speravano, ancora si illudevano di avere una via d’uscita, un futuro, e invece non ne avevano. E poi ci sono le variazioni sul tema dei suoi ricordi personali, e su quello delle conversazioni con un amico sul libro che sta nascendo, e su quello delle visite con sua moglie ai luoghi che costituiscono la trama del libro… E man mano che leggi ti senti sempre più preso per incantamento in questo incredibile lavoro di ricostruzione che non disdegna il più apparentemente insignificante dettaglio sottratto all’oblio, come un paleontologo che da microscopici frammenti d’osso sottratti al fango ricostruisce l’immagine di un intero scheletro. E poi te lo presenta, e tu puoi ammirarlo in tutta la sua bellezza, in tutto il suo splendore.
Questo è proprio un libro che devi leggere. Magari lasciandolo lì fino a quando lui non ti dirà che è il momento giusto. Però lo devi leggere.

E questa è una di quelle recensioni che si scrivono a rate, perché anche tu devi raccattare, frammento per frammento, le tue sensazioni, le tue emozioni, e ad un certo momento dici basta adesso ho detto tutto posso pubblicarlo e poi dici no aspetta, che magari ti viene in mente qualcos’altro e infatti sì, la sera ti viene in mente ancora una cosa, e il giorno dopo un’altra ancora, e ti sembra sempre che il lavoro non debba finire mai, come quello dell’autore che spera di trovare ancora un documento, ancora una foto, ancora un frammento di ricordo riemergente dai meandri della memoria del nipote del terzo cugino… Poi alla fine ti decidi a pubblicare, perché prima o poi bisogna pur farlo, ma sai bene che sei lontana, molto lontana dall’aver completato il lavoro.
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Filippo Tuena, Le variazioni REINACH, Rizzoli

barbara

HO LETTO UN ALTRO LIBRO ANCORA

Che si intitola Il bambino con la fionda e il bambino racconta in prima persona tutta la storia e l’occupazione tedesca e il ghetto e l’inizio delle deportazioni e la mamma che quando tocca a loro gli dice ascoltami bene, quando te lo dico corri fuori dalla fila ed entra nella finestra che vedi aperta e aspettami qui fino alla fine della guerra e così fa lui e poi racconta di tutto quello che succede, la miseria, la fame, la gente che muore come mosche e i tedeschi che ammazzano anche solo per divertimento, e il mercato nero per poter mangiare e le uccisioni che toccano sul posto a chi viene beccato e poi c’è anche una strana storia di una pistola nascosta e poi recuperata che non si capisce che funzione abbia dal momento che non viene mai usata perché tanto lui ha la sua fionda con la quale è convinto di poter abbattere un sacco di tedeschi e il ghetto che continua a svuotarsi per via delle continue deportazioni e poi la rivolta e i tedeschi che attaccano coi lanciafiamme e poi li stanano e li fanno fuori uno per uno e le occasioni che gli offrono per scappare e mettersi in salvo ma lui le rifiuta tutte perché deve aspettare lì la mamma che se no quando torna come fa a trovarlo e insomma sarebbe un libro bello davvero se non fosse che poi arriva l’ultima pagina in cui i tedeschi stanno completando la liquidazione del ghetto e lui si trova con due (mi sembra) amici e arrivano i tedeschi e prima ammazzano uno e poi ammazzano l’altro e poi ammazzano anche lui e lui vede venirgli incontro la mamma e le dice finalmente sei arrivata ma perché non sei venuta prima il che ti costringe a dire ma che razza di cagata.

barbara